Idee, sincretismi e sviluppi fra platonismo, buddismo e jainismo

Seconda di due parti

Orfeo e Platone
Un'antica guerra religiosa - Decima parte

di Claudio Simeoni

Orfici e Platonici

Mentre per i jainiti il mondo è illusione per il tipo di percezione che noi usiamo nei confronti del mondo, per i buddisti il mondo è un'illusione in sé, proiezione del soggetto che vive nel dolore. L'elemento centrale dell'ideologia buddista è il possesso di beni materiali con cui possedere le persone trasformate in schiavi. Una necessità di possedere talmente grande nei bisogni del Buddha che lo porta ad elaborare la dottrina del dolore per indurre le persona ad abbandonare i possessi materiali.

Nei cinici l'abbandono dei possessi materiali è finalizzata a liberarsi da quelli che loro ritengono i legami col mondo, ma non si liberano del loro essere nel mondo. I cinici non rinunciano al piacere, scelgono una tipologia di piacere che non comporti legami con i beni materiali. Diogene Laerzio scrive della cinica Ipparchia:

"Ipparchia, sorella di Metrocle (...), si appassionò per le dottrine e il modo di vivere di Cratete, respingendo tutti i pretendenti (...) Minacciò i genitori di togliersi la vita, se non gli avessero lasciato sposare Cratete. Essi chiesero a Cratete di dissuaderla (...) Incapace di dissuaderla, Cratete si alzò, si tolse ogni sua veste dinanzi a lei e le disse: "Ecco lo sposo, ecco quello che ha, deciditi dunque, perché non potrai essere mia compagna , se non adotterai il mio modo di vivere" (...) Così la ragazza si mise a vagabondare con Cratete: faceva l'amore con lui davanti a tutti, con lui prendeva parte ai banchetti."

I cinici non praticavano la rinuncia del piacere, ma la rinuncia di un certo tipo di piacere per privilegiarne altri. Radhakrishnan S. nella sua Filosofia indiana (il testo buddhista che sto usando) nel parlare dell'uso della volontà come attività dell'annientamento dell'individuo rileva le uguaglianze fra l'intento buddhista e quello platonico:

"L'ideale del buddhismo, come quello di tante altre dottrine indiane e non indiane, consiste nel sottrarsi alla catena delle rinascite e rifugiarsi nella beatitudine della vita eterna. La Comunità Orfica aspirava a liberarsi dalla pesante catena della reincarnazione, e Platone credeva in una condizione beatifica dove poter contemplare eternamente gli archetipi della verità, della bontà e della bellezza."

In sostanza, il buddhismo, per l'intervento di Platone, sposta l'uso della volontà dal modo per rappresentare sé stessi nel mondo e variare la propria percezione del mondo dei Jainisti, per volgerla contro le pulsioni e i desideri dell'individuo annientandone la volontà di vivere. La volontà dell'individuo usata dal buddhismo contro la volontà di vivere. Platone attribuiva questo agli Orfici, ma noi sappiamo che erano idee di Platone che, anziché manifestarle in quanto sue, preferiva giocare su un'interpretazione soggettiva ed attribuirle agli Orfici. Oggi, con le Laminette Orfiche e il Papiro di Derveni, noi abbiamo un'altra visione degli Orfici che non ha nulla a che vedere col ciclo delle reincarnazioni tanto amato da Platone. Per contro, noi siamo in possesso di una serie di elementi formulati dall'analisi della dottrina della conoscenza Jainita che Pirrone formula e che daranno vita alla terza Accademia. L'ideale Pirroniano parte dalla consapevolezza della complessità del mondo in cui agiamo e dalla limitatezza, sia pur funzionale, del nostro giudizio. La percezione della realtà del mondo, secondo Pirrone, è sempre limitata al soggetto che percepisce che non è in grado, con la sua percezione, di individuare tutti i fattori che concorrono agli eventi né è in grado di conoscere con precisione le modificazioni che avvengono in quel presente percepito. Come non esiste nel Jainismo un "rifugiarsi" (inteso come fuggire dalla vita) nella "beatitudine" o nell'"annullamento", così nello scetticismo pirroniano, l'azione del "saggio" parte dalla consapevolezza della complessità dell'esistente. Mentre il platonico e il buddhista si ritirano dal mondo e dalla percezione della sua complessità, il Jainista e il "saggio" pirroniano assumono atteggiamenti con cui affrontare in maniera utile la complessità del presente.

Scrive alla voce scetticismo l'enciclopedia BUR:

"Dalla dimostrazione dell'impossibilità di una non illusoria certezza derivano sul piano del comportamento alcuni atteggiamenti tipici del saggio scettico come la sospensione del giudizio (epoche), la rinuncia ad esprimere opinioni (afasia) , l'indifferenza di fronte a tutte le alternative (adiaforia), e la connessa imperturbabilità (atarassia)."

L'atteggiamento dello scetticismo pirroniano ha la funzione di far agire il saggio nella complessità di un universo mai compiutamente percepito e mai compiutamente padroneggiato nelle sue trasformazioni e nei suoi intenti come risultante di trasformazione e di intenti di un numero infinito di soggetti che percepiscono e rispondono ad un numero infinito di esigenze. La stessa cosa vale per i Jainisti e la necessità di modificare il loro modo di percepire il mondo. Un mondo davanti al quale Platone e i buddhisti fuggono imponendo la distruzione dell'uomo che chiamano spegnimento (nirvana) o beatitudine.

Anche la concezione del karma fra i jainiti e i buddisti è diversa. Per i Jainiti il karma è la forza che lega l'anima alla materia. Nel buddhismo non esiste il concetto di sé. Non esiste il singolo individuo che diviene e si trasforma. Non esiste un divenire perché non esiste soggetto, il sé, in cui circoscrivere quel divenire. Nel buddismo il karma è legato ad un'indefinitezza della quale il Buddha afferma l'esistenza, e dalla quale fa derivare la sua filosofia di vita, ma che non è in grado di definire per il semplice fatto che esiste una filosofia derivata da quell'idea ma non esiste il concetto dal quale far derivare quella filosofia. Esattamente come per il demiurgo di Platone. Solo che Platone definisce il demiurgo per dare giustificazione logica alla sua filosofia (come nel Timeo), mentre il Buddha sembra consapevole dell'irragionevolezza dalla quale fa discendere la sua filosofia, il sé che si annulla nelle esperienze del karma, e preferisce tacere il concetto a fondamento del proprio pensiero. Radhakrishnan S. nella sua Filosofia indiana (il testo buddhista che sto usando) scrive:

"Il Buddha ci dice chiaramente che cosa il sé non è, ma non ci offre nessuna definizione chiara di ciò che è. E' comunque errato credere che per il Buddha non ci fosse nessun sé. "Allora il monaco errante Vacchagotta si rivolge al beato dicendo: "Com'è la questione, venerabile Gautama, esiste il sé?" a queste parole il Beato rimase in silenzio. "Come, dunque venerabile Gautama, il sé non esiste?". Ancora una volta il beato rimase in silenzio. Allora il monaco errante Vacchagotta si alzò dal seggio e si accomiatò. Ma il venerabile Ananda così si rivolse al Beato: "Perché mai, o signore, il Beato non ha dato risposta alle domande rivoltegli dal monaco errante Vacchagotta?". "Se io, o Ananda, alla domanda del monaco errante Vacchagotta 'esiste il sé?' avessi risposto 'il sé esiste' , allora questo, o Ananda, avrebbe confermato la dottrina dei samana e dei brahmana che credono nella permanenza. Se io, o Ananda, alla domanda del monaco errante Vacchagotta 'il sé non esiste?' avessi risposto 'il sé non esiste' , allora questo, o Ananda, avrebbe confermato la dottrina dei samana e dei brahmana che credono nell'annientamento".

Questo dialogo viene interpretato, come riporta il testo La filosofia indiana di S. Radhakrishnan, con le osservazioni di Oldenberg che dicono:

"Se il Buddha evita di negare l'esistenza del sé, lo fa solo per non scuotere la debole mente dell'interlocutore. Proprio perché è stata elusa la domanda sull'esistenza o la non esistenza del sé si percepisce la risposta a cui le premesse dell'insegnamento buddista portano, vale a dire il sé non è".

Tale deduzione è una deduzione fideistica. In realtà, l'insegnamento buddhista ha come finalità la distruzione del sé dell'uomo. L'uomo che si manifesta in quanto uomo, terrorizza il Buddha perché quell'uomo non ha paura di malattia, vecchiaia e morte. Il Buddha ha la necessità di distruggere l'uomo come soggetto della Natura; spegnerlo nel nirvana. Tale finalità è la medesima di Platone là dove egli, come azione per il medesimo fine, deve mettere all'origine del mondo il demiurgo. Il Buddha nega l'esistenza del s'è del soggetto trasformando in illusione sia l'individuo che il mondo in cui vive che considera una proiezione dell'individuo stesso. Platone nega la libertà dell'uomo, il suo essere nel mondo, sottomettendola agli imperativi e agli obblighi del demiurgo che è il "sommo bene". La non risposta del Buddha è la stessa dell'affermazione di Platone sul demiurgo. Entrambi hanno come fine la distruzione dell'uomo affinché aderisca a dei modelli morali predeterminati. Uno lo raggiunge non discutendo la realtà, più o meno individuata, dell'uomo, il suo essere nel mondo, il suo sé; l'altro, sottoponendo l'uomo a un potere che trasforma la sua vita in una schiavitù ai dettami del demiurgo e di chi ne fa le veci.

Qual è il senso delle reincarnazioni buddiste se non esiste un oggetto costante che viene in essere mediante la reincarnazione? E questo oggetto che viene in essere mediante la reincarnazione, al di là di come viene considerata la sua coscienza e la sua "memoria", è ciò che l'uomo è. Il sé, è quanto separa il soggetto che riconosce sé stesso diverso dal circostante stesso. Il non rispondere del Buddha consente al Buddha di nascondere l'inganno a cui porta la sua dottrina. Per quanto poi afferma sul sé Nagasena, si tratta di puri espedienti retorici con cui tentare di tappare il buco dell'inganno che ha fatto il Buddha. Dove, le risposte più coerenti, appartengono alla struttura sulla conoscenza (quella che dà vita allo scetticismo) dei jainisti digambara che il buddhismo, con la teoria del mondo che è un'illusione, fugge per impossibilità di coglierne le implicazioni filosofiche. La volontà della distruzione dell'uomo è ben definita nella dottrina buddhista, ben più che non nel Platonismo:

"Allora il Beato, durante la veglia della notte, fissò la mente sulla catena della casualità, in ordine diretto e inverso: "Dall'ignoranza procedono i samskara (le predisposizioni), dai samskara procede la coscienza, dalla coscienza procedono nome e forma, dal nome e dalla forma procedono i sei domini ( dei sei sensi, e cioè la vista, l'udito, l'olfatto, il gusto, il corpo o tatto e la mente), dai sei domini procede il contatto, dal contatto procede la sensazione, dalla sensazione procede la sete (o desiderio), dalla sete procede l'attaccamento, dall'attaccamento procede il divenire, dal divenire procede la nascita, dalla nascita procedono la vecchiaia e la morte, la pena, il dolore, la sofferenza, l'afflizione e la disperazione. Questa è l'origine di ogni sofferenza. ma, con la soppressione dell'ignoranza, che consiste nell'assenza totale di passione e desiderio, si sopprimono i samskara; con la soppressione dei samskara si sopprime la coscienza; con la soppressione della coscienza si sopprimono il nome e la forma; con la soppressione del nome e della forma si sopprimono i sei domini; con la soppressione dei sei domini si sopprime il contatto; con la soppressione del contatto si sopprime la sensazione; con la soppressione della sensazione si sopprime la sete; con la soppressione della sete si sopprime l'attaccamento; con la soppressione dell'attaccamento si sopprime si sopprime il divenire; con la soppressione del divenire si sopprime la nascita; con la soppressione della nascita si sopprime la vecchiaia e la morte, la pena, il dolore, la sofferenza, l'afflizione e la disperazione. Questa è la cessazione di ogni sofferenza.". p. 401-402

La comunità orfica aspirava ad affrontare con coraggio la morte. Non importa con quali questioni morali gli orfici determinavano il loro comportamento eroico che li portava a bere l'acqua di Mnemosine, ma il loro concetto di rinascita non aveva nulla a che vedere col concetto di karma o col concetto di reincarnazione. Scrive una laminetta orfica in cui si parla di uscita dal ciclo delle nascite:

Laminetta d'oro di Thurii

Vengo dai puri pura, regina degli Inferi,

Eucle ed Eubuleo e voi altri, dèi immortali,

giacché affermo di essere anch'io della vostra stirpe beata.

Ma mi soggiogarono la Moira [altri dei immortali]

e il folgoratore celeste con i suoi fulmini.

Volai via dal cerchio di pesante dolore e tormento

e con i piedi veloci salii all'agognata corona,

mi immersi poi nel seno della Signora, regina degli Inferi,

e dall'agognata corona discesi con i piedi veloci.

"Felice e beatissimo, sarai dio invece che mortale."

Capretto caddi nel latte.

Le rinascite appaiono più come uno sviluppo continuo nella percezione del mondo e il dolore appare come incapacità di percepire compiutamente il mondo. Dove il ciclo in cui la Moira l'ha soggiogata è la limitazione della percezione del mondo che realizza quando giunge fra le braccia di Persefone e Ade. Non si tratta di reincarnazioni, ma di rinascite in percezioni diverse della realtà vissuta: feto, bambino, individuo adulto e la nascita del dio. Questo è il processo delle rinascite degli Orfici che Platone vuole strappare dai processi di divenire dell'uomo per costringere l'uomo a sottomettersi alla volontà del demiurgo di cui egli è la volontà manifestata.

Fu una grande "guerra di pensiero" dove le idee con le quali gli uomini guardano il mondo fu messa a dura prova. La posta in gioco consisteva nel futuro possibile e desiderabile.

Claudio Simeoni

Marghera, 26 gennaio 2012

 

La nascita di Fanes, Protogono, Eros Primordiale

Sculture di Wolfgang Joop 54esima Biennale Venezia

Immagini della scuola di Atene di Raffaello

Tratte dalla riproduzione di un artista di strada

Particolare scuola di Atene

Platone e Aristotele

Scuola di Atene

Scuola di Atene

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

Orfeo e Platone

Si tratta di due modi diversi ed inconciliabili mediante i quali pensare e vivere il mondo in cui si nasce. Mentre Platone si fa artefice e demiurgo del mondo, Orfeo si fa cantore e viaggiatore del mondo in cui è nato. Mentre Platone, attraverso Socrate pretende di imporre le leggi e le regole della società e dell'universo, Orfeo costruisce le relazioni con la vita e con la Natura. Platone, con Socrate, pretende di essere il padrone degli uomini, Orfeo un uomo che vive.