Idee, sincretismi e sviluppi fra platonismo, buddismo e jainismo

Prima di due parti

Orfeo e Platone
Un'antica guerra religiosa - Nona parte

di Claudio Simeoni

Orfici e Platonici

Qual è la differenza sostanziale fra buddhismo e jainismo?

Il buddismo è una religione che non solo fa proselitismo, ma fin dall'inizio confida nel potere del re per imporre la propria dottrina. Non è la dottrina della gente, ma la dottrina del re Asoka. Questo è un elemento del platonismo greco che usa le "idee", sul divenire del mondo, gli Dèi e dell'anima, per imporre un modello sociale: La Repubblica (e la città ideale del Timeo). I filosofi greci si sono presentati in India al seguito del "re conquistatore Alessandro Magno" e questo influenza il modo di presentare e fare filosofia.

I jainisti didigambara, che vivono nudi e vestiti di cielo, non hanno l'idea che la loro filosofia possa essere uno strumento di potere. Per i Jainisti la loro filosofia serve per abitare il mondo, non per conquistarlo o dominarlo. I poteri che dà la filosofia Jainista sono poteri con cui l'uomo esprime sé stesso nella vita, mentre, i poteri che acquista il buddhista sono poteri che servono per annullare sé stesso e dominare le altre persone o la società. I buddisti acquisiscono l'uso della filosofia come strumento di potere. La storia leggendaria del Buddha, dove non si sovrappone alla storia della vita di Mahavira, parla di attentati alla sua persona da parte di Ajatasatru e dal cugino-cognato Devadatta Gaudiputra che sostituì al Buddha, apparentemente storico, altri tre Buddha che lo avrebbero preceduto. Il fantasy nella Religione Buddhista ricopia il fantasy di Platone. Come quello nel Timeo in cui parla di Atlantide e della città ideale di Atene collocata novemila anni prima del tempo presente.

Inoltre, secondo Storia delle religioni, India a cura di Filolamo:

"In altro episodio Ajatasatru divenne interlocutore del Maestro e gli confessa le proprie colpe nei confronti del padre, fatto morire in prigione; infine il Buddha è presentato in atto di dissertare alla vigilia della morte, sulle istituzioni della "repubblica" aristocratica del clan dei Vrji in un dialogo con i ministri di Ajatasatru Sunidha e Varsakara (la Palibothra dei greci) futura capitale dei Magadha, contro costoro."

La confessione di Ajatasatru è il riconoscimento del potere e del dominio, su di lui, del Maestro.

Il buddhismo fonda la propria filosofia sulla paura. La paura del dolore è lo strumento di dominio del buddhista sulle persone.

La paura è l'essenza della filosofia buddista. Una paura atroce che viene espressa nelle quattro Nobili Verità al centro delle quali c'è il dolore. Il dolore è ciò che spinge il buddista a distaccarsi dal mondo, dalla Natura, dalla società e dalle relazioni interpersonali al fine di sfuggire al dolore. La paura del dolore è il terrore che il buddhista impone per ottenere sottomissione.

La paura del dolore è l'elemento comune a cinici e buddhisti. Inserire la paura del dolore dei cinici e la necessità del distacco dal mondo nell'ideologia religiosa didigambara del jainismo, porta alla nascita del buddhismo come strategia religiosa di dominio mediante il controllo del dolore imposto alle persone.

Nell'Asvaghosa, in cui si tenta di descrivere la via all'illuminazione del Buddha in forma leggendaria, la paura e il terrore del Buddha per la vita è bene descritta. Il Buddha quale padrone assoluto al di fuori della vita è rappresentata dal Buddha quale principe, relegato nel suo castello e circondato da tutte le ricchezze desiderate da ogni uomo. Il terrore che pervade il Buddha davanti alle contraddizioni dell'esistenza delle persone non è la com-passione nei confronti della condizione, che ai suoi occhi appare come dolorosa, che quelle persone stanno attraversando, ma è il terrore di provare egli stesso quel dolore e quella condizione. Una condizione, la malattia, la vecchiaia e la morte, che lui, come padrone e ricco onnipotente del suo paese, non è in grado di affrontare. Non è la persona che muore, che invecchia o malata che subisce il dolore, ma è lui, il Buddha che viene attraversato da dolore nella possibilità di vivere quella stessa situazione che gli impedirebbe di godere delle sue ricchezze, della sua prestanza fisica, dei bunga-bunga col personale di servizio femminile al suo palazzo. E' il Buddha il terrorizzato dal dolore che promuove la visione cinica del distacco proprio per evitare quel dolore finendo per imporre il modello del distacco dalla vita come soluzione per non affrontare il dolore che lui stesso impone. Così il cinico è povero perché ha scelto di appagarsi con oggetti che non si possono comperare. Non è un povero che in quanto tale ha elaborato una forma mentale di autopromozione nel proprio stato economico-sociale. Buddha non è un povero monaco che sogna la ricchezza assoluta e che elabora il proprio stato di povero in quanto, come povero, non può ambire alla ricchezza e, pertanto, costruisce il mito eroico della rinuncia alla ricchezza. Il Buddha è un terrorizzato. Un uomo che vive nella paura di non poter più godere delle ricchezze che dispone. Come nel suo ambiente sociale è la ricchezza assoluta, così nell'ambiente religioso diventa il potere assoluto: il dio assoluto.

Il Buddha è il Dharma sia come individuo in terra e possente re, sia come illuminato e possente padrone della vita. Dice Gutama Buddha:

"Chi vede me, vede il Dharma".

Che fa il par con la pretesa di Alessandro Magno di essere il figlio del dio quanto al tempio di Ammone l'oracolo lo chiama "Figlio mio...".

Nell'Asvaghosa, il romanzo sulla vita di Buddha, si racconta come il re, padre del Buddha:

"Fin dalla nascita di quel figlio vincitore di sé stesso, che di nascita e di morte era giunto al termine, il re crebbe di giorno in giorno in ricchezze, elefanti e alleati, così come cresce l'Indo per l'affluire delle acque."

Sta di fatto che quando Onesicrito si presenta dal gimnosofista, il jainista digambara, si presenta come un inviato del re, di Alessandro Magno, per avere notizie della sua sapienza. Essere al servizio del re, o essere re, legittima l'intera struttura filosofica che non potrebbe essere legittimata se chi la pratica fosse povero. Che un povero dica che bisogna praticare la povertà, non è credibile. Mentre fa nascere il sospetto quando Asoka dice ai suoi cittadini che devono praticare la povertà. O quando monaci buddisti dicono ai cittadini che li mantengono, che devono praticare la povertà. Un conto è rinunciare all'uso sociale della ricchezza, come fanno i buddisti, e alcuni ordini monastici cristiani, e un altro conto è rinunciare al necessario o al benessere come sono costretti a fare i cittadini quando sono costretti a mantenere i monaci buddisti o i vari ordini monastici cristiani. Si tratta di due povertà in netto contrasto. Dove, quella dei cittadini è la miseria prodotta da sottrarre loro la ricchezza e il benessere prodotto, mentre quella dei monaci è il benessere elargito dai cittadini del quale essi ne possono disporre per decisione personale. Il singolo monaco può non possedere le ricchezze, ma le possiede l'ordine monastico cui appartiene e, attraverso quelle ricchezze, il singolo monaco ricatta i cittadini. Un conto è il digiuno del "penitente" e un altro conto è la fame e il bisogno indotto dai missionari per distruggere la ricchezza del paese. Un conto è il Buddha miliardario che assiste alla vecchiaia e un altro conto è vivere la vecchiaia. Per questo, davanti alla vecchiaia, lo sfaccendato Buddha è sconvolto e non conosce il piacere che può dare la vecchiaia di una vita spesa con passione e partecipazione.

Si tratta dell'idea platonica delle tre caste. I filosofi che dominano la società, i guerrieri che tengono schiava la popolazione e la popolazione che subisce la schiavitù. Questa è la relazione fra il Buddha e la popolazione che, attraversata da decadenza, vecchiaia e morte, vive in quell'inutilità gioiosa come lui la sta vivendo nel palazzo. La staticità del Buddha e la sua separazione dalla vita è il senso dell'Asvaghosa. Esattamente come Alessandro Magno viveva in un mondo in cui tutti obbedivano e centinaia di migliaia di persone hanno sacrificato molti anni della loro vita in una guerra di conquista senza senso e senza un obbiettivo pratico che non fosse la gloria del vincitore; del loro padrone; dell'assassino in grande stile.

Mentre i jainisti ammettevano che l'uomo che percorre la via alla conoscenza può trovare ostacoli insormontabili e per questo, può decidere di suicidarsi, nelle ideologie in cui il singolo individuo è proprietà di altri o di un comando sociale, c'è l'assoluta proibizione di cercare il suicidio come soluzione esistenziale. Scrive la filosofia indiana che uso come riferimento:

"Mentre il buddhismo ripudia il suicidio, il Jainismo sostiene che esso "accresce la vita". Se l'ascetismo è difficile da praticare, se non si può resistere alle passioni e sopportare l'austerità, il suicidio è permesso. A volte si afferma che dopo 12 anni di preparazione ascetica ci si può uccidere perché il nirvana è assicurato."

I monaci buddisti possiedono gli uomini che devono agire come loro schiavi per volontà del karma esattamente come per i platonici gli uomini devono assolvere al compito in cui la classe sociale li ha "relegati" e che hanno scelto con la loro reincarnazione. "Sei tu che hai scelto di essere servo!" dicono i platonici con Er. "E' il karma delle tue vite passate che ti ha reso schiavo!" dicono i monaci buddhisti.

Questo non era nel pensiero Jainista. Infatti i buddhisti, per le loro pretese di dominio, vengono spazzati via dall'India da altri dominatori, mentre i Jainisti continuano a permanere nell'India proprio perché la loro dottrina non è una dottrina di dominio sull'uomo.

Il dolore è quanto terrorizza i buddhisti. Fanno del dolore la condizione dell'umana esistenza che subisce ogni perturbazione del mondo.

Come noi pensiamo l'illusione della realtà che percepiamo, così costruiamo la filosofia che determina tale illusione; il nostro essere nell'illusione; il nostro gestire l'illusione e i processi per il superamento dell'illusione.

Nell'elaborazione della teoria sul mondo come illusione, i Jainisti procedono per una via che i buddisti negano in funzione della negazione del sé dell'uomo e di ogni altro essere. Diventa interessante confrontare le due posizioni.

Dicono i Jainisti:

"Se non vi fosse che un'unica anima comune a tutti gli esseri, questi non potrebbero essere distinti l'uno dall'altro, né potrebbero sperimentare destini diversi.; non vi sarebbero brahmana, ksatriya, vaisya e sudra; né insetti, uccelli e serpenti; esisterebbero solo uomini e Dèi."

I Jainisti ammettono una pluralità di sé che sperimentano "destini" diversi.

Proprio per l'intervento del Platonismo e della teoria delle idee, i buddhisti distaccano dalle teorie Jainiste lungo la via che negando il sé individuale (sia come soggetto in sé, sia come anima del soggetto) li porta a considerare superstizione ciò che non è meramente circoscritto alle risposte automatiche dell'individuo a stimoli esterni. In sostanza negano un principio fondamentale dei jainisti capace di liberare l'uomo (sciogliere i legamenti) dalla percezione razionale del mondo:

"Il kevala, o conoscenza perfetta, comprende tutte le sostanze e le loro modificazioni; è l'onniscienza non limitata dallo spazio, dal tempo o dall'oggetto. Per la coscienza perfetta l'intera realtà è un'evidenza. Questa conoscenza, che è indipendente dai sensi, che può solamente essere sentita ma non descritta, è possibile solo per le anime purificate libere dai legami della schiavitù."

Come suprema capacità di interazione fra il Sé (che andrebbe scritto come s'è) e il mondo in cui si vive attraverso una modificazione soggettiva della capacità di percepire il mondo. Questo stato viene negato dai buddhisti che affermano:

"La nozione di un principio interiore [la capacità di percepire il mondo e la pulsione che ci induce ad agire nel mondo. Nota mia] diverso dalle risposte a stimoli esterni e misteriosamente in rapporto con esse [empatia. Nota mia], viene considerata una superstizione. Le essenze esplicative non empiriche sono completamente eliminate. Il sé quindi è un'idea generica che serve per indicare l'insieme degli stati mentali: non è una sommatoria di contenuti coscienti. Nagasena è di una logica perfetta se non si sostiene, con Platone, che dietro ad ogni essere individuale, come una carrozza, si trova nascosto un universale, non è necessario pensare che il complesso uomo abbia un sé dietro di lui."

Si riferisce al demone che Platone affibbia ad ogni Essere Umano. Tutto ciò ha lo scopo di negare l'uomo e pone il buddhismo come distruttore dell'individuo che da un lato nega la possibilità dell'uomo di interagire col mondo in cui egli è divenuto e dall'altro lato lo induce a distruggere la propria individualità.

Il buddhismo diviene dal Jainismo e si pone al di fuori della vita dell'uomo tanto da annullare il mondo e la sua realtà in un'onnipotenza creatrice del mondo da parte di ogni singolo individuo:

"Il mondo degli oggetti è condizionato dall'individuo come soggetto: esso è entro ognuno di noi. "In verità, io dichiaro innanzi a voi che in questo stesso corpo, mortale com'è e alto solo un braccio, ma conscio e dotato di mente, è il mondo, la sua crescita, la sua sparizione e la via che conduce alla sua sparizione.". Il Buddha dice al monaco che ansiosamente chiede che cosa rimanga dopo la liberazione: "La domanda dev'essere posta in questi termini: "Dove non c'è più terra, né acqua, né il fuoco né l'aria? Dove sono dissolti il lungo e il breve, e il grande e il piccolo, e il bene e il male? Dove il soggetto e l'oggetto sono completamente dissolti senza lasciare tracce? La risposta è "Con il disfacimento della coscienza tutto viene dissolto senza lasciare tracce". Il mondo si fonda sul soggetto; con esso sorge e con esso sparisce."

Nirvana significa "spegnere". Estinguere. Così il buddista estingue sé stesso estinguendo il mondo in cui vive. Come nel platonismo:

"Innanzi tutto c'è la svalutazione della conoscenza sensibile che, fondandosi su ciò che è mutevole e molteplice, non può dare il vero sapere, anzi, impedisce l'acquisizione della verità: onde, da un lato, si afferma che la verità è insita nella stessa mente umana (innatismo delle idee); dall'altro lato si postula un sapere assoluto. Sul piano metafisico, a tale sapere assoluto corrisponde un mondo intelleggibile costituito da enti e valori che hanno una loro realtà oggettiva sono anzi la sola realtà al di fuori e al di là del mondo empirico che è solo apparenza e continuo divenire (idealismo oggettivo).

Come Platone vuole annientare la realtà sensibile perché il mondo è un'illusione, così il Buddha vuole annientare l'uomo perché è l'artefice di una realtà illusoria.

Claudio Simeoni

Marghera, 26 gennaio 2012

 

La nascita di Fanes, Protogono, Eros Primordiale

Sculture di Wolfgang Joop 54esima Biennale Venezia

Immagini della scuola di Atene di Raffaello

Tratte dalla riproduzione di un artista di strada

Particolare scuola di Atene

Platone e Aristotele

Scuola di Atene

Scuola di Atene

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

Orfeo e Platone

Si tratta di due modi diversi ed inconciliabili mediante i quali pensare e vivere il mondo in cui si nasce. Mentre Platone si fa artefice e demiurgo del mondo, Orfeo si fa cantore e viaggiatore del mondo in cui è nato. Mentre Platone, attraverso Socrate pretende di imporre le leggi e le regole della società e dell'universo, Orfeo costruisce le relazioni con la vita e con la Natura. Platone, con Socrate, pretende di essere il padrone degli uomini, Orfeo un uomo che vive.