Il Timeo di
Platone
Il concetto di Artefice in Platone
Il pensiero delirante e la patologia
psichiatrica
Timeo da 27D a 31A
di Claudio Simeoni
Vai all'indice su cosa distingue uno Stregone o una Strega da una persona qualsiasi.
Il
concetto infantile di creazione cristiana, come più volte è stato affermato, viene
elaborato dagli ebrei a Babilonia. Gli ebrei, schiavi in Babilonia, per la
prima volta nella loro storia si formano una cultura frequentando le scuole
babilonesi. Dai miti degli Dèi di Babilonia, elaborarono la loro idea di
creazione. Il loro dio non può essere nella vita, nella materia, nella
quotidianità, come gli Dèi babilonesi. Non fa “battaglie della vita con altri
Dèi”. Il loro dio non si confronta con altri Dèi, ma deve essere onnipotente.
Per gli ebrei, sono sciocchi questi Babilonesi, sono padroni da poco. Dai loro
schiavi si accontentano di “mansioni ben remunerate”; se, invece, gli ebrei
fossero i padroni, loro sarebbero onnipotenti e macellerebbero i loro schiavi
se questi non facessero la loro volontà assoluta come padroni. Questa è la condizione
sociale e psicologica dalla quale nasce l’elaborazione del concetto di
“creazione dal nulla”: si tratta di veicolazione del
desiderio di onnipotenza che la repressione psico-emotiva
di individui ridotti alla sottomissione proietta su un ente onnipotente col
quale si identificano.
Questa
visione estrema dell’onnipotenza come creatrice dal nulla è il prodotto di
condizioni psicologiche deliranti estreme.
Cosa
succede, invece, quando, pur sussistendo le medesime condizioni patologiche il
delirio, per le diverse condizioni sociali, non è portato all’estremo, ma è
mediato dalla ragione e dal dibattito fra le persone nelle scuole di pensiero?
Un conto è
veicolare il delirio di onnipotenza in una condizione di dominio assoluto (sia
reale che immaginato, come in Geremia o Isaia) e un altro conto è veicolare il
delirio di onnipotenza in una scuola filosofica in cui il delirio necessita di
“motivazioni sufficienti” per essere accolto come idea e trasferito come
pensiero sociale.
In cosa
consiste il delirio patologico? In una pretesa separazione dell’individuo
dall’insieme in cui vive. Nel delirio l’individuo non aderisce alla realtà
quotidiana in cui vive, né elabora il proprio pensiero partendo dalla realtà e
dai problemi che affronta, ma antepone alla realtà e ai problemi un’ “idea
aprioristica” attraverso la quale legge e interpreta la realtà e la sua
collocazione, ideale o pratica, nella realtà stessa. L’individuo desidera.
L’individuo nel suo desiderio piega la realtà. La spiega in funzione della
soddisfazione del proprio desiderio. Il delirio di chi desidera può essere
confuso o lucido, ma sempre delirio rimane:
“ Il
delirio è un’idea o insieme di idee che pur non avendo nessuna corrispondenza
con i dati della realtà non cedono né agli argomenti della discussione, né alle
smentite dell’esperienza. Di importanza centrale nella visione del mondo del
delirante, dette idee risultano inaccettabili alle persone che appartengono al
suo stesso ambito culturale. Si è soliti distinguere un delirio lucido dove il
soggetto è calmo e presente alla realtà in cui vive, da un delirio confuso che
insorge e si accompagna a un’alterazione dello stato di coscienza.” Dizionario
di Psicologia di Umberto Galimberti
Quando il
delirio viene trattato come “stato naturale”, introduce nella società la
possibilità di delirare e di imporre il delirio come metodo col quale impedire
l’apertura al futuro delle persone. Quell’impedimento al futuro delle persone,
da idea si trasforma in organizzazione sociale: impedimento fisico a rimuovere nella
società e negli individui le idee deliranti. In questa situazione (imposta per
2000 anni dal cristianesimo) la libertà nella società passa attraverso la
manipolazione del delirio come oggetto della discussione: come l’oggetto di
discussione prodotto dal delirio, il dio cristiano e la sua volontà imposta
alla società, diventa l’oggetto del discutere e dello scontro sociale negli
ultimi 2000 anni.
Il delirio
confuso di onnipotenza degli ebrei a Babilonia non avrebbe mai potuto diventare
idea sociale se non si fosse sovrapposto al delirio lucido di Platone e dei
Neoplatonici traendo da questi l’idea del “creatore buono” svincolata dal
terrore e dai massacri con cui il “creatore” degli ebrei giustifica la sua
onnipotenza nella bibbia. Nessun cristiano che delira, identificandosi col suo
“dio creatore” o la realtà della creazione, pensa mai al dio della bibbia. Ogni
cristiano che delira sulla creazione e sul dio creatore, con cui si identifica
e al quale dedica le sue azioni, si riferisce all’idea Platonica del Timeo: “All’Artefice non è lecito fare altro che non sia bellissimo.”. Un cristiano, delirando di creazione, non ha in testa la
bibbia, ma Platone. Se, invece, avesse in testa la bibbia, dovrebbe dire:
“All’Artefice non è lecito fare altro che dolore, strage, morte e sofferenza”,
ma da quel pensiero il suo desiderio si ritirerebbe o, comunque, non avrebbe la
possibilità di diventare norma sociale.
L’dea
dell’uomo dell’esistenza di un caos da cui emergere, è l’idea della vita
stessa. L’idea della crescita e della penetrazione della coscienza dell’uomo
nella realtà oggettiva in cui è nato. Quest’idea non si può definire
“naturale”, ma si può definire come “propria” della vita. L’individuo che esce
dalla vagina della propria madre e inizia a formare la sua coscienza nel mondo
è un individuo che emerge dal caos e ordina il caos per poter organizzare la
propria vita.
Su questa
idea si innesta la patologia psichiatrica come fuga del soggetto dalla sua
responsabilità nel mettere ordine nel proprio “caos” ed organizzare, di
conseguenza, la sua vita. La fuga del soggetto lo porta ad elaborare delle
“scorciatoie”, delle “giustificazioni”, con cui sottrarsi alle proprie
responsabilità. Quella fuga dalla responsabilità personale, elaborata da
Platone nel Timeo, diventa la “stampella sociale” del
delirio cristiano sulla “creazione ex nihilo”. Il delirio lucido di Platone che
regge il delirio compulsivo cristiano!
Il punto
di vista di Platone, da cui Timeo parte per svolgere
il suo discorso, è assolutamente soggettivo e arbitrario.
Timeo – Dal mio punto di vista si deve
distinguere innanzi tutto ciò che “è” e sempre “è” e non viene generato e ciò
che “è”, in quanto generato, e mai non “è”. Una cosa è quello che si comprende
mediante l’intelletto e la ragione dal momento che l’oggetto compreso è
esattamente a quel modo; un’altra cosa, al contrario, è l’opinione che se ne ha
attraverso l’irrazionalità dei sensi che nascendo e perendo non è mai
veramente.
L’uomo
nasce e muore. E’ compreso in “enti” che precedono e superano la sua esistenza.
Presenti prima della sua nascita e in trasformazione anche dopo la morte del suo
corpo fisico. Per questo l’affermazione “...innanzi tutto ciò che “è” e sempre “è” e non viene generato
e ciò che “è”, in quanto generato, e mai non “è” è un’affermazione
assolutamente arbitraria e priva di dimostrazione. Un’affermazione che trova la
sua radice nel desiderio di onnipotenza e di eternità psicologica che Platone,
non potendola realizzare, proietta su una realtà immaginata. Da questa realtà
immaginata fa derivare la sua logica che diventa puro e semplice esercizio di
fantasia. Non si tratta di filosofia, ma di veicolazione
di uno stato psico-patologico al quale si vuole piegare la descrizione del
mondo. Così, l’intelletto di Platone diventa l’intelletto per eccellenza, la
caratteristica assoluta che permette a Platone di comprendere l’oggetto
“esattamente a quel modo”.
Il delirio
di Platone, nel Timeo, continua con l’esaltazione del
suo delirio: il delirare è bello e buono. Ciò che ricade sotto i sensi, come
Platone stesso, proprio perché è generato e corruttibile, è generato per una
qualche causa senza la quale nulla si può generare.
In questo
delirio Platone cede il passo al Mito: chi genera l’Artefice? Il Demiurgo?
Quale causa l’ha posto in essere?
L’Artefice,
il demiurgo, vive in un caos. Nel mitico Caos Esiodeo in cui la ragione si
perde perché privo di forma e di quantità. Il mondo emerge dal caos.
L’intelligenza, comunque vogliamo considerarla, è espressione di volontà dei
soggetti che, divenuti consapevoli, separano sé stessi dall’inconsapevole che
li circonda e che, comunque, rimane caos dal quale nuovi Esseri che manifestano
la loro Volontà e la loro Intelligenza emergeranno in continuazione.
Questo
emergere dell’intelligenza noi lo possiamo constatare: lo stesso bambino che
nasce e cresce manifesta un emergere della sua intelligenza da un caos, da cui
la nostra ragione è separata, attraverso l’uso della sua volontà.
Ciò che
diventa delirante è far dipendere la coscienza e l’intelligenza, che emerge dal
caos e che si organizza per vivere, comunque in un caos che tenta di
organizzare nella propria “mente”, da una volontà esterna alle coscienze. Il
delirio lucido di Platone consiste nell’immaginare un Platone che mette ordine
nel caos e che costruisce un “mondo bello” autocelebrandosi come un Platone
buono. Così, la frase tanto amata da Leibniz “All’Artefice non è lecito fare altro
che non sia bellissimo.”, andrebbe letta più
correttamente: “A Platone non è lecito che fare altro che non sia bellissimo.”
La domanda
che Platone fa dire a Timeo: “Quando si discute del cielo o del
mondo, oppure, se si trova un altro nome adeguato per definire questo
[universo], si deve iniziare da ciò che va considerato a fondamento di ogni
cosa: cioè, se il cielo o il mondo, o con qualunque altro nome noi chiamiamo,
se esistono da sempre, senza inizio e senza una generazione, oppure se fu
generato iniziando da un qualche principio.” è una
domanda formulata apposta per impedire all’interlocutore di prendere atto della
realtà sensibile. Con questa domanda Platone sospende la razionalità dei propri
interlocutori per fissare la loro attenzione su “una possibilità
dell’immaginazione”: “...se esistono da sempre, senza inizio e senza una
generazione...”.
Platone
introduce nel discorso l’idea di “sempre”, senza inizio e senza una
generazione. Solo che l’idea di “sempre” lungi da essere un’idea
dell’esperienza e della realtà oggettiva, è un’idea che nasce dalla patologia
di una ragione che pretende di esistere sempre allontanando dal soggetto la
consapevolezza dei limiti fisici della sua esistenza (nascita e morte) che
impongono la responsabilità del soggetto nel percorrere tale spazio. Diversa è
l’idea di infinito di Anassimandro che si genera dal fatto che “io non vedo la
fine” e, pertanto, non posso porre né dei limiti, né delle finalità. Dall’idea
di “sempre” e di “eterno immutabile” che viene attribuita all’idea
dell’Artefice, al Demiurgo, al dio padrone, deriva l’irresponsabilità degli
Esseri Umani che davanti al fallimento della loro esistenza si rifugiano
nell’idea patologica del paradiso, infermo, reincarnazione, metempsicosi,
karma, ecc. Questa idea di “sempre”, che Platone manifesta in questo contesto,
non era un’idea degli antichi. Non era l’idea del Mito e non era l’idea degli
Orfici.
Scrive
Aristofane negli Uccelli:
In principio
c'era il Caos e la Notte e il buio Erebo e il vasto Tartaro;
non esisteva la
terra, né l'aria, né il cielo. Nel seno sconfinato di Erebo
la Notte dalle
ali di tenebra generò per prima un uovo pieno di vento.
Col volgere
delle stagioni, da questo sbocciò Eros, fiore del desiderio:
sul dorso
splendevano ali d'oro ed era simile al rapido turbine dei venti.
Congiunto di
notte al Caos alato nella vastità del Tartaro,
egli covò la
nostra stirpe, e questa fu la prima che condusse alla luce.
Neppure la
stirpe degli immortali esisteva prima che Eros mescolasse insieme ogni cosa.
Affermare
un sempre, senza inizio e senza generazione, significa affermare un oggetto
immaginato e desiderato sul quale si può giocare con la fantasia, ma estraneo
alla filosofia e al pensiero umano. E’ lecito, invece, immaginare un numero
infinito di inizi e un numero infinito di fine del presente iniziato proprio
perché noi assistiamo ad un numero infinito di nascite e ad un numero infinito
di morti nella natura.
Un altro
concetto che Platone mette a fondamento in Timeo è:
Timeo – Il cielo, il mondo, [universo],
fu generato. Si può vedere, si può toccare, ha un corpo. Queste sono cose sensibili.
Le cose sensibili si comprendono per l’opinione formata sulle sensazioni per
questo si mostrano generate e in trasformazione.
Noi dicemmo che ciò
che è generato, lo è ad opera di cause. Ma è complicato trovare il Fattore o il
Padre di questo universo. Quand’anche fosse trovato, sarebbe impossibile
dimostrarlo ad ogni uomo.
Ciò che ora si deve
considerare è se l’Artefice, facendo l’universo, a quale esempio si sia
ispirato: se ad un esemplare eterno che è allo stesso modo, o se si è ispirato
ad un esemplare generato.
Se presupponi che
questo mondo sia bello e l’Artefice buono; appare evidente che egli contemplò
con amore un esempio eterno.
Platone
inizia con un trucco retorico: “il mondo fu generato”. Avrebbe potuto dire “il mondo
nacque” o “il mondo si generò”. Il fu generato implica una volontà e
un’intelligenza che lo generi. Dire si generò implica prendere atto del venire
in essere del mondo. Il venir in essere implica una trasformazione nel tempo
che porta al presente, come un bambino che cresce e si trasforma presente dopo
presente. Gli Orfici avevano presente le trasformazioni: la notte genera
l’uovo. La notte non ha la volontà di generare l’uovo: genera l’uovo. Non è
madre in quanto volontà ed intelligenza, dell’uovo; è madre in quanto
condizioni ambientali da cui l’uovo nasce. Nera Notte non è “buona”; Nera Notte
è! Platone, a differenza, si deve tuffare a cercare il Fattore, l’Artefice, il
Demiurgo, il Padre, di questo universo al di fuori dell’universo e delle
volontà contenenti nell’universo. Gli Orfici non mettono la volontà della notte
come causa della nascita dell’uovo, né a fondamento di quanto emergerà
dall’uovo; Platone, al contrario, si rammarica non solo per le difficoltà di
dimostrare il Demiurgo, ma soprattutto perché tale Demiurgo non lo può
dimostrare a tutti gli uomini: gli uomini possono essere indotti a credere, ma
soltanto sviluppando la patologia della dipendenza da quella credenza! La
necessità di Platone di sviluppare la credenza, nell’impossibilità di
dimostrare, è proprio in opposizione alle trasformazioni presentate dagli
orfici (e altri). Platone deve introdurre la credenza, la fede, nella staticità
del presente, mentre gli Orfici, proprio con Eros, fiore del desiderio,
spingono alla trasformazione che la soddisfazione del desiderio, vissuto e
praticato, impone.
Una volta
che Platone ha affermato l’esistenza della volontà e dell’intelligenza
dell’Artefice, del Demiurgo, si affretta a definirne le caratteristiche:
l’Artefice è buono in quanto il mondo che ha assemblato è bello. Gli aggettivi,
buono e bello, determinano i limiti del discorso nell’interlocutore che non può
prescindere dal fatto che il mondo in cui vive è bello e, nella discussione con
Platone, non può prescindere che l’Artefice abbia fatto il mondo e, di
conseguenza, sia necessariamente buono.
Una volta
che Platone fa due affermazioni di natura patologica, e non di natura
filosofica, (1-l’Artefice ha fatto il mondo; 2-l’Artefice è buono;) prosegue il
suo discorso come se le sue affermazioni fossero dogmi di fede. Lo sono per
Platone. Infatti, Platone immagina sé stesso come Artefice e, nell’immaginare
sé stesso come Artefice, si immagina buono.
Il delirio
lucido di Platone supplisce al delirio ossessivo e confuso dell’idea del dio
creatore dei cristiani.
Gli ebrei
e i cristiani affermano il proprio dio padrone e creatore:
“O
Babilonia devastatrice,
beato chi
ti ricambierà
il male che
hai fatto a noi
Beato chi
prenderà e sbatterà
I bambini
tuoi contro i macigni!”
Bibbia,
Salmo 137 (136)
Platone si
limita ad affermarne la bontà in quanto bella è la sua creazione.
Nella
storia i due deliri si combinano e Platone, attraverso il suo delirio lucido,
mantiene in vita il delirio ossessivo e confuso dei cristiani.
Per
Platone è necessario mantenere il discorso attorno all’Artefice:
Timeo – Se poi si sostiene che l’Artefice
non è buono, che sarebbe una cosa nefanda da dire, significa che si è ispirato
ad un esempio generato. Ma è certezza a tutti che l’Artefice contemplò con
amore all’esemplare eterno; perché l’universo è, per i generati, il più bello e
l’Artefice è dei generanti il più buono.
Non può
prendere nemmeno in considerazione che il mondo non sia il prodotto di un
artefice: il bambino non è forse il prodotto del padre e della madre? O è il
padre e la madre, come Nera Notte, oggettività nella quale il bambino si
genera? Il padre e la madre non hanno l’intento di fare un figlio (salvo le
imposizioni dell’educazione cristiana degli ultimi tempi), hanno l’intento di
provare piacere. Nella ricerca di provare piacere creano le condizioni affinché
il bambino germini.
Platone
usa lo stesso trucco limitativo che useranno i cristiani con Gesù. Dice Gesù
“non si può servire allo stesso tempo dio e mammona”. Non gli passa nemmeno per
l’anticamera del cervello che il problema non è l’oggetto al quale sono servo,
ma il fatto che io sia servo! Ai cristiani non passa per l’anticamera del
cervello che le persone anelino ad essere responsabili nella propria vita.
La stessa
operazione la fa Platone: “se tu pensi che l’Artefice non è buono...”. La
questione non è se l’Artefice è buono o cattivo, la questione è che la vita è
un’insieme di volontà che non possono tollerare nessuna sottomissione e nessun
limite se non quelli imposti dall’oggettività nella quale si sviluppano e
divengono.
Per
Platone, l’Artefice è; nella misura in cui Platone è. Platone ferma ogni suo
interlocutore: “Cosa nefanda sarebbe sostenere che Platone non è buono, ma è
certezza a tutti che Platone contemplò con amore all’esemplare eterno”. La
certezza di Platone estesa a tutti perché nulla può essere al di fuori
dell’affermazione di Platone. E cosa conferma l’affermazione assoluta di
Platone? Perché per i generati nell’universo questo è bello e, per conseguenza,
Platone deve essere necessariamente il più buono. Siamo in presenza di “giri
retorici” finalizzati ad allontanare eventuali critiche.
Platone,
nel Timeo, continua con le affermazioni assolute:
Timeo – L’universo è stato generato così
dall’Artefice secondo un esempio che si comprende con la ragione e
l’intelletto; rimane eternamente in questo modo. Per ciò che ho detto, questo
universo, necessariamente, deve essere l’immagine di qualcuno o qualcosa.
Le
sottolinea al punto da non permettere la contestazione dell’idea di
un’intelligenza ordinatrice del cosmo. Eppure, Aristotele nella metafisica,
parlando di Eraclito, scrive:
“Anche Ippaso di Metaponto ed Eraclito di Efeso sostengono che
unico è il principio, in moto e limitato, ma questo principio lo identificano
con il fuoco; dal fuoco fanno derivare, per condensazione e rarefazione, tutte
le cose che sono e nel fuoco tutte le
risolvono, poiché questa è l’unica natura che costituisce il sostrato. Tutte le
cose, dice Eraclito, sono trasformazioni del fuoco (compresa la passione
amorosa dalla quale germinano i nuovi nati) e introduce anche un certo ordine e
un tempo definito del mutamento del cosmo, secondo una necessità fatale.” Diels-Kranz I Presocratici, testimonianze e frammenti
E non era
estraneo il concetto secondo cui “in natura nulla si crea e nulla si distrugge,
ma tutto si trasforma”. Scrive Aristotele sempre nella metafisica:
“La maggior
parte di coloro che per primi filosofarono ritennero che i soli principi di
tutte le cose furono quelli di specie materiale, perché ciò da cui tutte le
cose hanno l’essere, da cui originariamente derivano e in cui alla fine si
risolvono, pur rimanendo la sostanza ma cambiando nelle sue qualità, questo
essi dicono che è l’elemento, questo il principio delle cose e perciò ritengono
che niente si produce e niente si distrugge, poiché una sostanza si fatta si
conserva sempre...” “Ci dev’essere una qualche
sostanza, o una più di una, da cui le
altre cose vengono all’esistenza, mentre essa permane. Ma riguardo al numero e
alla forma di tale principio non dicono tutti lo stesso: Talete, il fondatore
di tale forma di filosofia, dice che è l’acqua...” Diels-Kranz
I Presocratici, testimonianze e frammenti
Anche le
idee di Anassimandro cozzano con la visione dell’Artefice di Platone:
“Anassimandro,
figlio di Prassiade, milesino,
dice che principio di quel che esiste è l’infinito, che da questo tutte le cose
provengono e in questo tutte le cose si distruggono. Perciò si formano mondi
infiniti e poi si distruggono in ciò da cui vengono. E dice che è illimitato
perché non venga meno la generazione che ne consegue.” Diels-Kranz
I Presocratici, testimonianze e frammenti
Una volta
precisato l’Artefice, il demiurgo, il dio padrone che però è buono, Platone fa
precisare a Timeo le regole del discorso:
Timeo – Ora, in ogni questione è della
grande importanza iniziare in modo opportuno. Per questo, dovendo io parlare
del simulacro, devo prima distinguere due specie di ragionamenti. Un
ragionamento riguarda il simulacro e l’altro ragionamento riguarda l’esempio da
cui il simulacro è tratto. Dal momento che, comunque, i ragionamenti sono
legati, bisogna riconoscere che i discorsi hanno un’affinità con le cose
trattate. Per questo, i ragionamenti attorno alla cosa stabile e ferma, luce
dell’intelletto, conviene che siano stabili e fermi per quanto possono essere
inespugnabili e immobili. Invece, i discorsi attorno a ciò che fu tratto da
quel modello basta che siano conseguenti e conformi alla prima specie di
ragionamenti. Appunto, l’essenza è in relazione alla generazione come la verità
alla fede.
L’Artefice,
dice Timeo, si è ispirato ad un esempio eterno per
ordinare il mondo. Verità e fede, per Platone sono conseguenti. La verità è
l’oggetto immutabile e la fede l’immutabilità del soggetto in relazione alla
sua interpretazione di quella verità.
Ed è a
questo punto che Platone, attraverso Timeo, parla al
mondo della sua idea sugli Dèi e sull’universo in contrapposizione alle idee
che lo hanno preceduto:
Timeo – Se dunque, Socrate, dopo le cose
dette da molti riguardo agli Dèi e alla generazione dell’universo, non possiamo
noi offrirti ragionamenti squisiti e concordi in ogni parte con loro, non ti
meravigliare; e se i miei discorsi non sono meno verosimili che quelli di
qualunque altro, sii felice. Ricordatevi che io che parlo e voi, giudici miei,
abbiamo una natura umana; in modo che su questo argomento, ricevendo risposte
verosimili, è conveniente non indagare oltre.
In questa
parte del discorso Platone ha paura. Dice: “Faccio delle affermazioni assolute
che appaiono verosimili e dunque, a voi che mi ascoltate, non conviene indagare
oltre!”. E’ un altro metodo fatto proprio dai cristiani: invitare a non
indagare. Poi, qualcuno, Galileo Galilei, uno a caso, indaga e, come affermava
Platone, non era conveniente che indagasse. Platone, ricordando che lui parla
ai suoi amici ricorda di essere solo un uomo, pertanto, siate felici di
ricevere i suoi ragionamenti. Si, è vero, io sono felice di riceverli, molto
meno felice sono quelle generazioni di bambini che sono stati costretti a
pensare la loro vita come schiavi del dio padrone e creatore cristiano e della
sua morale. Molto meno quei ragazzi e quelle ragazze in cui fu ucciso Eros,
fiore del desiderio, per costringerli a mendicare ciò che era buono e ciò che
era bello. Nella logica delirante di Platone, all’Artefice, al dio buono, non
si imputa mai il male e l’osceno presente nell’esistenza, ma si usa il male e
l’osceno per costringere l’uomo a riconoscere che l’Artefice, il Demiugo, l’Uno, il dio padrone, che il malato di
onnipotenza di turno impone con la violenza agli uomini per trasformarli in
schiavi della volontà dell’Artefice, è buono a prescindere dalle azioni per le
quali gli uomini definisono un oggetto “buono”. “Solo
dio è buono” afferma Gesù, e conferma di scannare chi non si mette in ginocchio
davanti a lui e non lo riconosce come buono. Platone mette nella bocca di
Socrate parole di compiacimento per il proemio di Timeo
tanto da invitarlo a proseguire. E Timeo prosegue:
SOCRATE – Molto bene Timeo, bisogna
ascoltare la cosa come tu dici e già abbiamo ascoltato il tuo proemio con
ammirazione. Ora, prosegui.
TIMEO – Diciamo per quale causa l’Artefice ha
composto la generazione e questo universo. Egli era buono e mai, in un buono,
nasce l’invidia per qualcosa.
Platone,
con Timeo, individua la causa che induce l’Artefice a
comporre la generazione e questo universo.
Per
comprendere la patologia dell’azione fatta da Platone per giustificare
l’affermazione apodittica secondo cui “L’Artefice, il demiurgo, il dio padrone,
era buono e mai, in un buono nasce l’invidia per qualcosa.” devo ricorrere a C.
G. Jung:
“Per C. G. Jung “la proiezione è un processo di dissimulazione, in
quanto un contenuto soggettivo viene estraniato dal soggetto e incorporato, per
così dire, nell’oggetto. Può trattarsi tanto di contenuti penosi,
incompatibili, dei quali il soggetto si disfa mediante la proiezione, quanto di
valori positivi che sono inaccessibili al soggetto per un motivo qualsiasi, ad
esempio per sottovalutazione di sé” (1921, p. 473). Jung
distingue una proiezione passiva e una attiva: “La prima è la formazione
abituale di tutte le forme patologiche e di molte fra quelle normali che non
scaturiscono da un’intenzione, ma sono solamente un processo che avviene
automaticamente. La seconda forma si trova come componente essenziale dell’atto
di immedesimazione. L’immedesimazione è realmente, nel suo complesso, un
processo di introiezione, giacché serve a mettere l’oggetto in intimo rapporto
con il soggetto. Per stabilire questo rapporto il soggetto stacca da sé un
contenuto, ad esempio un sentimento, lo trasferisce nell’oggetto, il quale
viene così ravvivato, e include in questo modo l’oggetto medesimo nella propria
sfera soggettiva” (1921, p. 473)” Dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti
La causa
che Platone individua e che spinge il dio creatore a ordinare il mondo altro
non è che il desiderio che Platone proietta di sé sull’Artefice. Platone vuole
che l’Artefice, che egli immagina a propria immagine e somiglianza, abbia
ordinato il mondo per quella bontà che a Platone serve per diventare un
tutt’uno con l’Artefice stesso.
Mentre le
deduzioni di Anassimandro, Talete, Eraclito, sul divenuto del mondo erano
all’interno dell’esperienza, quelle di Platone entrano nel campo della
patologia psichiatrica. Nella sua patologia Platone immagina che nessuno poteva
suscitargli invidia tanto forte era il legame psichico che lui aveva con
l’Artefice, il demiurgo, dell’universo.
Timeo – Però egli volle che ogni cosa
diventasse simile a lui per quanto poteva. Le persone che accolgono da uomini
sapienti questa come la causa principale della generazione del mondo, operano
rettamente.
L’Artefice, volendo
che tutte le cose fossero buone e che nulla, nel possibile, fosse cattivo,
prendendo ciò che era visibile e che non stava fermo, ma si muoveva
caoticamente e senza un fine, lo costrinse dal disordine all’ordine giudicando
questo stato migliore di quello.
E così il
volere di Platone, che a Platone appare innocuo, diventa violento, cattivo,
criminale: “Però egli volle che ogni cosa diventasse simile a lui per quanto
poteva.”. Ogni cosa deve piegarsi al volere dell’Artefice. Deve diventare
simile all’Artefice. Ogni soggetto, ogni passione, ogni scelta, deve piegarsi
alla volontà dell’Artefice, del dio padrone. Platone che proietta la propria
volontà e la propria comprensione del mondo sulla volontà dell’Artefice di
rendere ogni cosa simile a Platone e della sua comprensione del mondo. Nella
bibbia ebrea e cristiana la volontà del dio padrone, del creatore, viene anche
definita giuridicamente nei comportamenti degli Esseri Umani che dall’arrivo
del cristianesimo perderanno la loro libertà di costruire delle relazioni con
il mondo in cui vivono:
“Non
lasciar vivere la seduttrice (maliarda o strega a seconda della traduzione);
Chi giace
con una bestia sia messo a morte;
Chi
sacrifica ad altri Dèi fuorché al signore solo, sia punito con la morte.”
Bibbia,
Esodo 22, 17-19
Nei
Platonici verranno stabiliti dei comportamenti “morali” e negli stessi
Neoplatonici si condannerà la sessualità (esaltando la continenza) come fece Paolo
di Tarso che trasformò la sua impotenza sessuale in dono del suo dio
imponendola come un principio morale.
Egli volle
che ogni cosa diventasse simile a Platone per quanto poteva. L’Artefice non era
buono? Per questo il dio buono degli ebrei e dei cristiani vuole macellare chi
non si mete in ginocchio, chiamando sapienti quegli uomini che, invece, si
mettono in ginocchio davanti al dio padrone come causa principale della
generazione del mondo. Nulla deve essere cattivo: e tanti uomini si
impegneranno per alzare i roghi affinché gli uomini cattivi fossero bruciati.
La violenza, cattiva e criminale di Platone, si manifesta nelle sue proiezioni
sul mondo e sulla vita. Come Platone ha pensato una società ordinata secondo le
sue fantasie (La Repubblica) perché questo lo salvaguardava dall’angoscia di
dover affrontare il mondo e la società civile per quello che era, così immagina
un assoluto ordinatore del mondo a propria immagine. L’ordinatore di Platone
non genera gli Dèi, non genera le Idee, non genera il caos, ma ordina
l’universo traendolo dal suo movimento caotico e senza fine e privandolo, di
fatto, della sua libertà. L’Artefice di Platone si sostituisce a Padre Zeus
(lui si che è padre della vita degli Esseri della Natura in quanto atmosfera
che avvolgendo la Terra e costruisce le condizioni affinché gli Esseri della
Natura vengano in essere) e alla sua Titanomachia che per Platone è
incomprensibile. Zeus relega le forze della vita, i Titani, nel Tartaro del
cuore degli Esseri della Natura e costoro, combattendo la loro personale Titanomachia,
li riportano nelle loro azioni per costruire sé stessi nell’opportunità che
Zeus ha costruito.
L’Artefice,
il demiurgo, di Platone obbliga al “non-caos”, obbliga ad “un fine” l’esistenza
della vita determinando che cosa sia il “non-caos” o il “fine” e chiamando
questa costrizione, questa galera che ha costruito un “ordine di stato migliore
di quello precedente”.
Timeo – All’Artefice non è lecito fare
altro che non sia bellissimo.
L’artefice,
ragionando nel suo cuore, non trovò nessuna delle opere visibili, priva di
intelligenza, considerata in sé, più bella di quella che ha intelletto.
L’intelletto abitare in qualunque cosa senza anima. Seguendo questo
ragionamento, l’Artefice, compose un’anima dentro a un corpo; fabbricò
l’universo, per compiere la più bella e buona opera che mai si potesse.
E’ verosimile che
questo universo sia generato vivo [è un essere vivente] con un’anima e
un’intelligenza generato per la provvidenza dell’Artefice [dio creatore].
A somiglianza di quale
vivente ha composto l’universo l’Artefice?
Noi non reputeremo
che egli lo abbia fatto a similitudine di qualcosa che ha una forma
particolare, perché nessuna cosa può essere mai bella se assomiglia a qualcun
altra imperfetta.
Il punto
non è che “All’Artefice non è lecito fare altro che non sia bellissimo.”, ma è
la violenza con cui si costringono le persone a non pensare nulla, di quanto
attribuito all’Artefice, al dio creatore, che non sia soggettivamente bello e
buono pena il loro bruciare sul rogo (vedi gli eretici).
Leibniz stesso, che riteneva che questo mondo è il migliore dei
mondi possibili, si ingannava. Il mondo è il prodotto delle scelte fatte dagli
Esseri che lo abitano nel loro momento presente. Le scelte fatte nel presente
di Leibniz determinano il futuro possibile che viene
vissuto dagli individui che, nei loro presenti, seguono il presente vissuto da Leibniz. Non l’Artefice o il dio creatore determinano la
qualità o la bellezza del presente, ma le generazioni di Esseri che ci hanno
preceduto.
Platone
ritiene di avere un’intelligenza. Un’intelligenza specifica rispetto ad altri
animali. Ritiene di avere un intelletto, intelligenza, nous.
Per questo; cosa ci può essere di più bello se non ciò che ha, come lui,
intelletto? E l’Artefice, il dio ordinatore, non ha forse l’intelletto maggiore
e migliore di ogni intelletto? E allora, che può fare l’Artefice, il dio
creatore, se non mettere l’intelletto in un’anima e l’anima (ciò che anima) in
un corpo?
A
somiglianza di cosa l’Artefice ha composto l’universo? E’ una domanda che si fa
Platone e che io lascio senza risposta perché a domande frutto della patologia
seguono necessariamente risposte patologiche.
Sappiamo
che la vita va vissuta. Sappiamo che intelligenza, sensibilità, volontà, viene
manifestata dai corpi. Sono qualità dei corpi. Corpi fisici che, date delle
condizioni favorevoli, diventano coscienti separandosi dall’incoscienza che li
circonda.
Così
guardiamo con dolcezza i signori del Mito che hanno attraversato il tempo per
lasciarci degli echi che non ci imponessero del filo spinato.
Ci racconta Esiodo:
“Da
Caos nacquero Erebo e nera Notte.
Da
notte provennero Etere e Giorno
che
lei concepì a Erebo unita in amore.”
Ci racconta il Papiro
di Derveni:
Le opere divine di Zeus, signore che tutto
governa,
tutte le opere che egli portò alla perfezione
per consiglio di nera Notte,
e pure la stirpe dei beati più giovani, che
sempre sono,
i quali nacquero da Zeus, possente re.
Zeus, quando stava per ricevere dal padre suo
nelle proprie mani il potere,
secondo quanto era stato profetizzato, e lo
scettro glorioso,
meditò attentamente a quanto gli disse, dai
suoi recessi,
la dea da cui scaturisce ogni presagio,
nutrice degli Dei, Notte immortale;
ed essa, con i suoi vaticini, gli rivelò tutto
ciò che a lui era consentito compiere,
così da regnare nella bella sede degli Déi
sull'Olimpo coperto di neve.
Gli stessi
Sumeri-Babilonesi, dai quali gli ebrei trassero la loro idea di “creazione dal
nulla” avevano un’idea cosmologica abbastanza precisa:
“Quando il
Cielo fu allontanato dalla Terra,
Quando la
Terra fu allontanata dal Cielo,
Quando il
nome dell’uomo fu fissato.
Quando An
ebbe tirato il Cielo,
Quando Enlil ebbe tirato la Terra...”
La
malattia di Platone, il delirio di onnipotenza che lo portava ad identificarsi
con l’Artefice o, se si preferisce, col dio ordinatore del presente, ha
favorito il delirio dei Neoplatonici prima e dei cristiani poi. Quando si
separa l’intelligenza dagli oggetti del mondo; quando si separa la finalità
dell’esistenza degli oggetti del mondo dall’esistenza degli oggetti del mondo
per porli asserviti alla volontà di un Artefice al di fuori della vita, allora
si nega la vita. Si nega la centralità del corpo, del proprio corpo, lo si
condanna e ne si maledicono le pulsioni di vita. Si negano le attività
creatrici degli Dèi che modificando il loro presente si sviluppano costruendo
condizioni di sviluppo per altri Esseri di cui sono parte e dai quali ricevono
trasformazione e sviluppo.
Né
Platone, né i Neoplatonici possono negare la forza di trasformazione di Eros nell’esistente.
Non possono negare la forza che gli Orfici mettono a fondamento della vita, ma
devono uccidere la sua azione nei corpi come logica conseguenza del transfert patologico
che Platone opera trasferendo l’intelligenza da “prerogativa dei corpi che
manifestano la loro volontà” all’azione dell’Artefice che la “mette nell’anima
e l’anima la mette nei corpi”. Dunque, il corpo privato della propria volontà,
della propria intelligenza e della propria sensibilità. Questa operazione,
nelle Enneadi di Plotino, diventa:
“Dunque, l’anima
perfetta che è rivolta verso al’Intelligenza è sempre pura, rifugge dalla
materia e non vede, né s’accosta a questa cosa illimitata, senza misura e
cattiva; essa rimane pura, completamente determinata dall’Intelligenza. Quell’<anima>
che non rimane così ed esce da sé stessa, non essendo l’anima perfetta e prima,
è solo un’immagine di questa per ciò che le manca ed è per questo che essa,
ripiena di indeterminatezza, vede l’oscurità ed è già materiale, perché guarda
ciò che <l’Anima superiore> non guarda: così come noi diciamo di vedere
anche la oscurità” Plotino, Enneadi I 8, 4
Una volta
attribuita l’Intelligenza all’Artefice e separato l’anima dal corpo, anziché
considerare intelligenza, volontà, sentire come manifestazioni del corpo viene
favorita ogni degenerazione psichiatrica degli individui come alienazione dell’individuo
dalla realtà divina in cui sta vivendo:
“L’intreccio,
poi, non rende simpatetiche le cose intrecciate, il cui rapporto può rimanere
privo di <reciproche> affezioni; e così l’anima, pur essendo diffusa
<per il corpo> potrebbe non provarne le passioni, simile in ciò alla
luce, specialmente se è diffusa per il tutto che essa attraversa. L’anima non
soffrirà le passioni del corpo, per il fatto d’esservi intrecciata, ma sarà nel
corpo, come la forma è nella materia. Anzitutto, essendo sostanza, sarà una
forma separata e sarà bene considerarla come
<una natura> che si serve <del corpo>. Se è come una forma
che si da al ferro per forgiare un’ascia, ciò che agirà, allora, sarà l’ascia,
sintesi di ferro e di forma, sarà il ferro così forgiato, agente secondo quella
forma; al corpo, perciò, sarà bene attribuire le passioni comuni <con l’anima>,
ma a un corpo tale che sia “naturale, organico, che possieda la vita in potenza”.
Difatti <Aristotele> afferma che è assurdo dire che l’anima tesse: altrettanto, dire che
desidera e soffre: è piuttosto il vivente.” Enneadi I 1, 4
Che
trasforma il concetto di Eros Orfico che spinge sia al venir in essere che alle
trasformazioni verso l’infinito:
“Forse che
ogni anima ha un tale Eros, che è sostanza ed ipostasi? E perché l’Anima
universale e quella del mondo avrebbero un Eros ipostatico, e non l’avrebbero
le nostre e quelle di tutti gli esseri viventi? Questo Eros è il demone che si
dice accompagni ognuno di noi, ed è l’Eros di ciascuno. Esso produce in noi i
desideri naturali; ogni anima ottiene per sé quanto corrispondente alla sua
natura, e genera un Eros secondo i suoi meriti e la sua essenza.
L’Anima
universale ha dunque un Eros universale; quelle particolari hanno il loro. E
come l’anima dell’individuo sta all’anima universale, dalla quale non è
separata, ma in cui è contenuta sicché tutte sono un’anima sola, così l’Eros
dell’individuo sta all’Eros universale. L’Eros individuale è unito all’anima
individuale, il grande Eros all’Anima universale e l’Eros del mondo al mondo
intero in tutte le sue parti: questo unico Eros si moltiplica e si manifesta in
ogni parte dell’universo dove vuole, assume aspetti particolari e appare quando
vuole. Bisogna pensare che nell’universo ci sono molti Afroditi, demoni che
nascono in esso ciascuno con un Eros proprio, e queste Afroditi con i loro
propri Eros dipendono dall’Afrodite universale, poiché l’anima è madre di Eros
e Afrodite è l’anima ed Eros è l’atto dell’anima che tende al bene. Eros
conduce ogni anima verso la natura del bene; l’Eros dell’anima superiore è un
dio che congiunge eternamente al Bene, quello dell’anima mista <alla
materia> è un demone.” Plotino, Enneadi III 5, 4
La pretesa
di porre l’Artefice, il Demiurgo, come ordinatore dell’universo, finisce per
imporre l’Artefice, il Demiurgo, come padrone dell’uomo, ordinatore dell’uomo,
soggetto che determina ciò che è bene e ciò che è male per l’uomo.
La
patologia di Platone era la stessa patologia degli ebrei e dei cristiani anche
se veicolata in condizioni culturali diverse. Condizioni determinate, essenzialmente,
dalla violenza distruttiva con la quale i cristiani hanno imposto il loro
criminale dio padrone trasformando la storia in una sequenza ininterrotta di
genocidi.
L’uguaglianza
di Platone e dei cristiani è strettamente legata alla patologia psichiatrica
dell’incapacità di abitare il mondo per ciò che il mondo era: entrambi anelano
alla città di dio, sia nella forma del popolo eletto, che nella forma di
Agostino, che nella forma della Repubblica di Platone.
Le
condizioni della malattia psicologica tendono a piegare il presente alle
proiezioni di onnipotenza di chi descrive il presente, sia Platone, che i
ritornati da Babilonia, che gli zeloti cristiani; i mezzi che ognuno di loro
adotta per veicolare la propria malattia nella società sono relativi alle
condizioni sociali e culturali che incontrano.
Marghera,
25 settembre 2009
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
Scrive
Platone nel Timeo (il testo del Timeo
di Platone è stato elaborato partendo dalla traccia della traduzione di
Francesco Acri (19 marzo 1834; 21 novembre 1913. N.B. Ai visitatori: non contate sulla traduzione; il mio scopo
non è quello di fornire una traduzione dal greco di Timeo,
ma solo quello di dimostrare l’incongruenza del pensiero di Platone con le
necessità delle persone e la vita in generale.)
TIMEO – Dal mio punto
di vista si deve distinguere innanzi tutto ciò che “è” e sempre “è” e non viene
generato e ciò che “è”, in quanto generato, e mai non “è”. Una cosa è quello
che si comprende mediante l’intelletto e la ragione dal momento che l’oggetto
compreso è esattamente a quel modo; un’altra cosa, al contrario, è l’opinione
che se ne ha attraverso l’irrazionalità dei sensi che nascendo e perendo non è
mai veramente.
Tutto quello che si
genera, è generato per necessità da qualche causa; senza quella causa nulla si
può generare. L’artefice, di qualunque cosa,
riesce in una cosa bella quando guarda con amore a ciò che è eterno per
servirsene come esempio nel portare in atto l’Idea e la potenza della cosa. Non
sarà bella quella cosa che l’Artefice porterà in atto servendosi di un esempio
generato.
Quando si discute del
cielo o del mondo, oppure, se si trova un altro nome adeguato per definire
questo [universo], si deve iniziare da ciò che va considerato a fondamento di
ogni cosa: cioè, se il cielo o il mondo, o con qualunque altro nome noi
chiamiamo, se esistono da sempre, senza inizio e senza una generazione, oppure
se fu generato iniziando da un qualche principio. Il cielo, il mondo,
[universo], fu generato. Si può vedere, si può toccare, ha un corpo. Queste
sono cose sensibili. Le cose sensibili si comprendono per l’opinione formata
sulle sensazioni per questo si mostrano generate e in trasformazione.
Noi dicemmo che ciò
che è generato, lo è ad opera di cause. Ma è complicato trovare il Fattore o il
Padre di questo universo. Quand’anche fosse trovato, sarebbe impossibile
dimostrarlo ad ogni uomo.
Ciò che ora si deve
considerare è se l’Artefice, facendo l’universo, a quale esempio si sia
ispirato: se ad un esemplare eterno che è allo stesso modo, o se si è ispirato
ad un esemplare generato.
Se presupponi che
questo mondo sia bello e l’Artefice buono; appare evidente che egli contemplò
con amore un esempio eterno. Se poi si sostiene che l’Artefice non è buono, che
sarebbe una cosa nefanda da dire, significa che si è ispirato ad un esempio
generato. Ma è certezza a tutti che l’Artefice contemplò con amore
all’esemplare eterno; perché l’universo è, per i generati, il più bello e
l’Artefice è dei generanti il più buono.
L’universo è stato
generato così dall’Artefice secondo un esempio che si comprende con la ragione
e l’intelletto; rimane eternamente in questo modo. Per ciò che ho detto, questo
universo, necessariamente, deve essere l’immagine di qualcuno o qualcosa.
Ora, in ogni
questione è della grande importanza iniziare in modo opportuno. Per questo,
dovendo io parlare del simulacro, devo prima distinguere due specie di
ragionamenti. Un ragionamento riguarda il simulacro e l’altro ragionamento
riguarda l’esempio da cui il simulacro è tratto. Dal momento che, comunque, i
ragionamenti sono legati, bisogna riconoscere che i discorsi hanno un’affinità
con le cose trattate. Per questo, i ragionamenti attorno alla cosa stabile e
ferma, luce dell’intelletto, conviene che siano stabili e fermi per quanto
possono essere inespugnabili e immobili. Invece, i discorsi attorno a ciò che
fu tratto da quel modello basta che siano conseguenti e conformi alla prima
specie di ragionamenti. Appunto, l’essenza è in relazione alla generazione come
la verità alla fede.
Se dunque, Socrate,
dopo le cose dette da molti riguardo agli Dèi e alla generazione dell’universo,
non possiamo noi offrirti ragionamenti squisiti e concordi in ogni parte con
loro, non ti meravigliare; e se i miei discorsi non sono meno verosimili che
quelli di qualunque altro, sii felice. Ricordatevi che io che parlo e voi,
giudici miei, abbiamo una natura umana; in modo che su questo argomento,
ricevendo risposte verosimili, è conveniente non indagare oltre.
SOCRATE – Molto bene Timeo,
bisogna ascoltare la cosa come tu dici e già abbiamo ascoltato il tuo proemio
con ammirazione. Ora, prosegui.
TIMEO – Diciamo per quale causa l’Artefice ha
composto la generazione e questo universo. Egli era buono e mai, in un buono,
nasce l’invidia per qualcosa. Però egli volle che ogni cosa diventasse simile a
lui per quanto poteva. Le persone che accolgono da uomini sapienti questa come
la causa principale della generazione del mondo, operano rettamente.
L’Artefice, volendo
che tutte le cose fossero buone e che nulla, nel possibile, fosse cattivo,
prendendo ciò che era visibile e che non stava fermo, ma si muoveva
caoticamente e senza un fine, lo costrinse dal disordine all’ordine giudicando
questo stato migliore di quello.
All’Artefice non è
lecito fare altro che non sia bellissimo.
L’artefice,
ragionando nel suo cuore, non trovò nessuna delle opere visibili, priva di
intelligenza, considerata in sé, più bella di quella che ha intelletto.
L’intelletto abitare in qualunque cosa senza anima. Seguendo questo
ragionamento, l’Artefice, compose un’anima dentro a un corpo; fabbricò
l’universo, per compiere la più bella e buona opera che mai si potesse.
E’ verosimile che
questo universo sia generato vivo [è un essere vivente] con un’anima e
un’intelligenza generato per la provvidenza dell’Artefice [dio creatore].
A somiglianza di
quale vivente ha composto l’universo l’Artefice?
Noi non reputeremo
che egli lo abbia fatto a similitudine di qualcosa che ha una forma
particolare, perché nessuna cosa può essere mai bella se assomiglia a qualcun
altra imperfetta.
Timeo 27D – 31°
(il testo del Timeo di Platone è stato elaborato partendo dalla traccia
della traduzione di Francesco Acri (19 marzo
1834; 21 novembre 1913).
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