Vangelo di Matteo 10, 38-39

Le istruzioni di Gesù agli apostoli

Claudio Simeoni

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Vangelo di Matteo 10, 38-39

 

Afferma Gesù nel vangelo di Matteo 10, 38-39:

"E chi non prende la sua croce e mi segue,
non è degno di me.
Chi tiene conto della sua vita, la perderà,
e chi avrà perduto la sua vita per amor mio,
la ritroverà."

L'identificazione con Gesù devi farla nella sofferenza. Devi soffrire per identificarti con Gesù. In alternativa: devi far soffrire le persone affinché si identifichino con Gesù!

La sofferenza è uno stato psichico in cui si costruisce la dipendenza. Chi ha scritto le direttive dottrinali che attribuisce a Gesù coniuga quello che oggi identifichiamo nei kamikaze musulmani con uno stato psichico di sofferenza in cui poter costruire la dipendenza da un delirio che chiama Gesù. In quel delirio Gesù diventa l'onnipotente consolatore della dipendenza soggettiva capace di giustificare la distruzione del mondo per compiacere l'oggetto da cui si dipende anche a costo della propria vita.

In Matteo 10, 34-36 abbiamo una dichiarazione di guerra al mondo; in Matteo 10, 37 abbiamo una dichiarazione di guerra alle regole della società; in questo versetto abbiamo una dichiarazione di guerra al singolo individuo. Una dichiarazione di guerra tendente a privare il singolo individuo della sua volontà soggettiva, della sua capacità di soddisfare i suoi bisogni e i suoi desideri.

Innanzi tutto lo si sottomette al dolore. Solo l'individuo che soffre molto può essere sottomesso agendo sui desideri in cui la sofferenza veicola i desideri e le pulsioni soggettive. Una sofferenza che si conclude con la fine della vita dell'individuo. L'individuo che sacrifica la sua vita giunge, per quel che riguarda Gesù e i suoi seguaci, al culmine della sua sofferenza. Non dimentichiamo che l'unica concezione della vita dei cristiani è la vita fisica, tant'è che parlano di resurrezione della carne e di bruciare all'inferno corpo e anima.

La sofferenza, nel cristianesimo, è identificata nella morte di Gesù.

Lo so che la sofferenza provocata da Gesù affinché le persone siano costrette a prendere la loro croce ha attraversato la storia distribuendo dolore, ma voglio usare solo alcuni esempi, sia testimonianze che prese dalla letteratura del tempo che descriveva come venivano inferte le sofferenze e copiate da "Il peccato e la paura" di Jean Delumeau.

Una morte sofferente con cui i cristiani hanno giustificato le infinite sofferenze che hanno inflitto agli Esseri Umani:

"Per prima cosa si cominciò a spogliare l'ebreo Zadoch, poi si inserì il suo ano su un palo di ferro ben appuntito e solidamente fissato al suolo e quel palo venne infilato sì che attraversasse tutto il corpo come uno spiedo; sotto le ascelle furono posti due pali simili; poi, tutt'attorno a lui, venne acceso un grande falò che gli arrostiva le carni senza bruciarle, e man mano che sotto l'effetto del calore ardente la sua pelle si copriva di bolle si scostava di poco la fiamma e si spruzzava il poveretto con un miscuglio d'acquaforte (corrosiva), di soluzione d'allume e di sublimato di mercurio che lo divorava fino all'anima e lo penetrava di fitte fino al midollo. Poi, quando tutto il suo sedere fu così spruzzato e coperto di vesciche, venne flagellato con flagelli ardenti composti di fili di ferro roventi. E per quanto riguarda la testa, gli venne unta di pece e di catrame e, una volta impiastricciata in tal guisa, vi si appiccicò il fuoco. Si attaccarono fuochi d'artificio scintillanti di luce alle sue vergogne. Poi con tenaglie rosse da far faville si strappò e si fece a brandelli tutta la sua pelle a partire dall'alto della spalla e così pure dai gomiti, dalle anche, dalle ginocchia e dalle caviglie. Poi si raschiò il suo petto e il suo ventre per tutta la sua superficie; la carne veniva messa a nudo e uno dei carnefici, che stava in piedi da un lato lavava le piaghe con acqua vitae e altra acqua in cui era sciolta cenere di fucina. Si sollevarono a metà le sue unghie e le si tennero sollevate inserendovi punte affilate così come fa un sarto per l'apertura della sua bottega quando la lasca aperta a metà durante un giorno di festa. Poi le furono strappate una per una le dita al polso. Così pure gli furono strappate le dita dei piedi, che furono lasciate penzolare da un brandello di pelle. Per concludere la cerimonia, si apprestò un piccolo braciere irrorato d'olio, simile a quello di cui ci si serve per soffiare piccole bolle di vetro e, cominciando dai piedi, si fece bruciare il condannato pezzo per pezzo fino a che il piede si consumò del tutto e fu allora che l'uomo morì."

Questo è un racconto fa parte del "Viaggiatore sfortunato" (1594) di Thomas Nashe: "L'autore colloca la scena a Roma, in un'Italia che gli Inglesi del tempo reputavano sentina di ogni vizio e di ogni orrore".

Ma Felix Platter racconta:

"Un reo che aveva fatto violenza ad una donna di settanta anni, fu scorticato vivo per mezzo di pinze incandescenti. Ho visto con questi occhi il fumo denso prodotto dalla carne viva sottoposta a quelle pinze ardenti. Il reo fu messo a morte da Mastro Nicola, boia di Berna, che era venuto apposta per quell'occasione. Il condannato era un uomo robusto e vigoroso; sul ponte del Reno, che era lì vicino, gli venne strappata una mammella; poi fu condotto sul patibolo. Era ormai in stato di debolezza estrema e il sangue gli colava abbondante lungo le mani. ormai non riusciva più a stare in piedi da solo e cadeva continuamente. Da ultimo gli fu mozzato il capo; poi gli venne infilato un palo attraverso il corpo e il cadavere venne gettato in una fossa. Sono stato personalmente testimone del suo supplizio, mentre mio padre mi teneva per mano."

Una gazzetta tedesca del 1603, che riferisce l'esecuzione capitale di due "diabolici bricconi" di appena quattordici o quindici anni, colpevoli di aver avvelenato il padre e lo zio, mentre erano in stato di ubriachezza, precisa: "Per assistere alla cosa si erano radunati tutti i giovani, ivi convocati dall'autorità, perché è buona cosa che i giovani vengano istruiti con simili esempi".

Segue poi il racconto del supplizio:

"Si cominciò con lo spogliare i ragazzi; poi vennero flagellati tanto che il loro sangue bagnò il terreno. Poi il boia applicò dei ferri roventi alle loro piaghe e allora i due gettarono tali urla che è impossibile darne un'idea. Infine furono loro tagliate le mani. L'esecuzione durò circa venti minuti: ragazzi e ragazze vi assistevano, e con loro una grande moltitudine di gente. Tutti ammiravano in quel supplizio i giusti castighi di Dio e restavano istruiti da tale esempio."

Tratto da "Il peccato e la paura" di Jean Delumeau ed. Il Mulino pag. 188-189

L'ordine di Gesù è perentorio: chi non prende la sua croce sia torturato affinché prenda la sua croce.

Sono venuto, dice Gesù, affinché voi diventate degni di me attraverso la sofferenza (il prendere la croce).

Perché si espone la croce nei luoghi pubblici? Per dire alle persone: "Dovete soffrire!". Dovete diventare degne di Gesù soffrendo. Dovete far soffrire la società in cui vivete affinché prenda la sua croce.

Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra
Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me
E chi non prende la sua croce e mi segue, non è degno di me.

Voi siete degni di Gesù quando:

Portate la guerra sulla terra la guerra di devastazione per imporre il dio padrone dei cristiani ha devastato migliaia di culture macellando milioni e milioni di persone:

Dividere le persone nella società civile La chiesa cattolica nel nome di Gesù lo ha fatto costruendo morte ed orrore

Prendere la croce costringendo le persone della società a prendere la loro croce la chiesa cattolica, in suo nome, ha costretto milioni di persone alla sofferenza, persone che avrebbero, con ben maggiore profitto, cercato la felicità o, almeno, il benessere sociale.

Com'era possibile che alcuni apostoli prendessero la croce e lo seguissero in una società in cui le persone cercano la felicità?

Bisogna costringere le persone alla sofferenza e al dolore per costringerle a prendere la croce speranzose di vincere una qualche forma di premio dopo la morte. Ed è necessario costringere le persone alla sofferenza affinché siano incuranti di perdere la loro vita.

Qual è l'atteggiamento del cristiano davanti al mondo? Non stiamo parlando dell'atteggiamento del cristiano al giorno d'oggi. L'atteggiamento del cristiano al giorno d'oggi (quello che corre nella società civile; quello presentato da personaggi come Romano Prodi o Casini, o Mastella ecc.) è il cristianesimo che si è adattato ai processi sociali emersi dal rinascimento all'illuminismo, alle lotte sociali, all'anticlericalismo, che hanno caratterizzato questi ultimi sei secoli di storia. Ma prima, prima che venisse tagliata la testa al dio dei cristiani (re di Francia), qual era l'atteggiamento corrente dei cristiani nei confronti del mondo?

Tratto da "Il peccato e la paura":

Il domenicano Suso (1295-1366) discepolo dell'Eckhardt, fa enunciare alla "Sapienza eterna", in risposta al "servo" che la interroga, queste rigorose raccomandazioni:

"...innalza il tuo cuore sopra questa melma e sopra il pantano profondo che sono i piaceri della carne... tutto quanto il mondo ti offre non ha nulla che possa soddisfare il tuo desiderio. Dunque tu sei in questa miserevole valle di lacrime dove il piacere si mescola alle sofferenze, il riso al pianto, la gioia alla tristezza e dove nessun cuore ha mai trovato la gioia completa, perché essa inganna e mente..."

Il mistico alsaziano Taulero (1.300-1361), lui pure discepolo dell'Eckhardt e che ebbe poi grande influenza su Lutero, in una predica destinata ai religiosi dichiara: "L'uomo da solo non è null'altro che un corruttore di ogni cosa buona". Nel Dialogo con Dio di santa Caterina da Siena il mondo è posto di continuo sotto accusa e l'accusa rimanda al passo di Giovanni (16, 8), che dice: "Quando sarà venuto (lo Spirito Consolatore), egli convincerà il mondo d'ingiustizia e di falso giudizio". Invitata dall'Onnipotente ad aprire gli occhi "del corpo e dello spirito" su quanto le sta attorno, che cosa vede Caterina? "Se tu apri l'occhio de la mente tua e del corpo tu vedi che gli scellerati uomini che giacciono in tanta miseria, e "quali so'" fatti puzza di morte, obscuri e tenebrosi per le privazioni del lume, essi vano contando e ridendo, spendendo il tempo loro in vanità, in delizie e grandi disonestà".

Si tratta di affermazioni generali, inquietanti e sommarie. Per di più secondo Caterina "veruno peccato è che tanto abominevole e tanto tolga el lume dell'intelletto quanto questo", e così esclama con san Paolo: "O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Perch'io ho una legge perversa che impugna contra lo spirito" (Rom., 7,23-24)

Santa Teresa d'Avila si stupisce che "un Dio possa comunicare sé stesso fin da questo esilio a dei vermi terreni così abietti". E sotto l'influenza assai sentita delle Confessioni di san Agostino, Teresa, afferma come tanti altri autori spirituali, che "in questa vita non c'è sicurezza" e che "quella della nostra vita quaggiù è cosa ben miserevole". Poi esclama: "O mio Signore, o mio Bene, come volete che amiamo una vita così miserevole?"

Tratto da pag.33 di "Il peccato e la paura" di Jean Delumeau

E ancora, più avanti:

Inoltre, Luìs de Leòn (1528-1591)visse profondamente un simile disprezzo per il mondo, come dimostra soprattutto la sua ultima composizione poetica in cui commenta e riprende il libro di Giobbe con una toccante sincerità:

"Di fatto, come colui che cammina per terreni sassosi e su ripide rocce, sempre in pericolo di precipitare in basso; o come colui che cammina per luoghi infestati dai briganti e teme per la propria vita non può che aborrire quel tragitto e desiderarne di venirne a capo e, anzi, se gli fosse stato possibile, mai lo avrebbe imboccato, così dobbiamo disprezzare questa vita che percorriamo sempre correndo un così grande pericolo; e poiché veniamo al mondo per morire e poiché il termine della vita è la morte, giungere a questo termine il più presto possibile significa abbreviare le nostre pene. Dalla considerazione attenta di questa verità evidente discendono le parole, rimaste celebri, di Sileno: "La sorte migliore è quella di non nascere e al secondo posto viene quella di morire appena nati..."

Tratto da pag. 35 di "Il peccato e la paura" di Jean Delumeau

Un disprezzo per il corpo e per la vita dovuta all'imposizione dottrinale di affrontare coerentemente la propria vita con l'imposizione di prendere la croce e di non tener conto della propria vita.

Questo è l'insegnamento di Gesù: distruggere le persone affinché sia distrutta la società civile.

A questo atteggiamento di disprezzo di Gesù per gli Esseri Umani e per la vita sociale, ben diverso è l'atteggiamento di Epicuro che nella sua "Lettera a Meneceo" parla di saggezza e di felicità come sommo bene:

"Si deve considerare che i desideri, parte sono naturali, parte vani; e dei naturali, gli uni sono necessari, gli altri sono naturali; e dei necessari, alcuni sono necessari alla felicità, altri all'assenza di molestie nel corpo, altri allo stesso vivere. Solo l'esatta visione di essi sa infatti riportare ogni elezione e ogni fuga alla sanità del corpo e all'assenza di turbamento nell'anima, poiché questo è il termine in cui la vita beata tocca il suo culmine. E in realtà tutto quello che facciamo lo facciamo solo per questo, per non soffrire dolore e per non essere turbati. E non appena questo in noi s'è prodotto, intera si placa la tempesta dell'anima, non avendo l'essere vivente dove muovere i passi come a cosa che gli manchi né altro da cercare perché il bene dell'anima e del corpo sia completo. Noi infatti abbiamo bisogno del piacere quando, il piacere non essendo presente, soffriamo dolore, ma quando dolore non soffriamo, non abbiamo più bisogno del piacere.

Ed è per questo che noi diciamo il piacere principio e fine della vita felice. Perché è nel piacere che l'esperienza ci ha mostrato consistere il primo bene e a noi congenere, e come da esso diamo inizio ad ogni elezione ed ogni fuga, così ad esso ci riduciamo nel giudicare ogni bene sulla base dell'affezione che ci fa da norma. E poiché questo è il bene primo e a noi connaturato, per la medesima ragione ancora non ogni piacere eleggiamo, ma vi sono casi a cui a molti piaceri rinunciamo, quando ad essi maggiore segua per noi la molestia; e molti dolori stimiamo di dover preferire ai piaceri, ove una sopportazione anche lunga dei dolori ci assicuri una maggior quantità di piacere. Ogni piacere dunque, per avere natura che alla nostra è conforme, è un bene, ma non tutti sono da eleggere, così, ogni dolore è un male, ma non tutti sono sempre da fuggire. Ed è in base alla commisurazione dei vantaggi e alla considerazione dei danni che tutte queste cose vanno giudicate. Vi sono dei momenti infatti in cui il bene è per noi un male, altri, in cui il male è per noi un bene."

Tratto da Epicuro, "Lettera a Meneceo" 128-130

La differenza sta che mentre Gesù mette al centro del mondo sé stesso. Sé stesso padrone degli Esseri Umani. Epicuro mette al centro del mondo l'uomo. L'Essere Umano nelle sue infinite soggettività di percepire e vivere la realtà in cui è nato.

Per questo Gesù incita a torturare le persone affinché siano costrette a prendere la loro croce (ordine prontamente eseguito dai cristiani), mentre Epicuro (e migliaia di altri esseri Umani) incitano al rispetto della soggettività e della diversità percettiva della realtà di ogni individuo.

 

Marghera 03 giugno 2007

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Le istruzioni di Gesù agli apostoli

C'è qualche cosa di assolutamente malvagio in Gesù. La volontà di distruggere il divenire dell'uomo sottomettendolo ai propri deliri assolutistici. Io sono il tuo padrone, dice Gesù, in quanto figlio del dio padrone e tu uomo devi distruggere il tuo futuro perché io sono la realizzazione del tuo assoluto in questo presente. Per Gesù l'uomo è bestiame senza futuro e lui, negando il futuro dell'uomo, pretende di ergersi a salvatore dell'uomo che ha macellato per i propri deliri assolutistici.