Fedone

Platone (427 a.c. - 347 a.c.)

Commento integrale alle idee sull'anima di Platone

Anima, reincarnazione, reminiscenza, Dio

di Claudio Simeoni

La Teoria della Filosofia Aperta

Dal mito al dominio assoluto sull'uomo

Quando tratto le idee espresse nel Fedone di Platone, non si possono distinguere le idee di Socrate dalle idee di Platone.

Nella lettura del Fedone il personaggio dovrebbe chiamarsi Socrate-Platone o Socrate/Platone. Anche se nel commento uso l'uno o l'altro nome, intendo, di fatto, entrambi senza distinzione.

Questo meccanismo è applicato anche ai vangeli. Le idee di Marco, di Luca, di Matteo e di Giovanni sono quelle di Gesù espresse nei singoli vangeli e viceversa. Non c'è molta differenza fra gli schemi con cui si è costruito il Fedone e gli schemi con cui si sono costruiti i vangeli ufficiali dei cristiani e della chiesa cattolica in particolare. L'autore non si assume la responsabilità di dire "Queste sono le mie idee", ma dice "Così diceva Socrate, così diceva Gesù". Tutto veniva sottratto all'analisi delle idee e delle conseguenze sociali per essere consegnato alla contesa del tifoso che parteggiando pro o contro allontanava l'attenzione dagli effetti di quanto detto o dichiarato.

E la tecnica dei sofisti. Non è importante ciò che si dice, è importante imporsi all'avversario dove il proclama, l'affermazione d'autorità, trionfa sull'analisi del presente. Il sofista ha bisogno di complici che asseriscono, condividono e approvano le affermazioni anche quando queste sono prive di ogni supporto logico. L'atto sofista per antonomasia lo abbiamo nei vangeli in cui gli evangelisti premettono le affermazioni deliranti con "In verità, in verità vi dico…". Lo stesso vale per Socrate, con Simmia e con Cibete.

Nell'analisi delle idee di Socrate/Platone nel Fedone ho usato due fonti diverse per le citazioni, quella di Francesco Acri (1913) e quella di Giovanni Reale (2000). Perché due fonti? Intanto perché le avevo entrambe, ma soprattutto perché, confrontando l'una e l'altra mi sono reso conto che non è solo importante ciò che dicono Socrate/Platone, ma è importante ciò che i traduttori trasmettono di quanto dice Socrate/Platone.

C'è un'idea strana secondo cui leggersi i testi di filosofia greca sia una cosa per "specialisti". Purtroppo è vero che se non conosci il greco antico non si può leggere il testo originale, ma è altrettanto vero che chi afferma di aver letto il testo originale usa "quanto ha capito" per imporlo a suo modo nella società ed usarlo per interpretare la vita degli uomini. Noi abbiamo un'infinità di leggi, con cui spesso vengono incarcerate le persone, che hanno la loro origine sociale in testi filosofici come il Fedone o i vangeli della chiesa cattolica e le persone non si rendono conto che se non contrappongono idee diverse al Fedone, al Timeo o ai vangeli della chiesa cattolica, continueranno a subire leggi ingiuriose e vergognose.

Nell'analisi delle idee espresse dal Fedone si usa come metro di misura le idee proprie della Religione Pagana. Platone fa una vera e propria rivoluzione del pensiero rispetto al sostrato culturale del suo tempo. Sostituisce la libertà degli uomini con la libertà del padrone di possedere gli uomini. Mentre il cristianesimo è continuazione, sviluppo e perfezione della schiavitù sociale, la Religione Pagana, intesa come insieme di miti e credenze che definivano le relazioni fra l'uomo e il mondo in cui viveva, è il nemico che Platone deve distruggere.

L'uomo posseduto dal dio e, per estensione, l'uomo come oggetto di possesso a cui si impongono i doveri in funzione dell'assoluta libertà di colui che lo possiede, è l'idea prima che sta alla base dell'ideologia platonica.

Il concetto di "anima" nel Fedone di Platone appare come "un'arma di distruzione di massa", l'oggetto con cui Platone si impossessa dei corpi degli uomini per farli funzionare a suo uso e consumo. Ad un certo punto non è più importante cosa "tu pensi che sia l'anima" o come "si comporta l'anima", ma è importante che si parli dell'anima negando dignità al corpo che "la contiene" in modo che si possa danneggiare i corpi di donne e uomini (e la loro vita) giustificando la "necessità del danno" per favorire le "virtù dell'anima".

Dice Platone attraverso Socrate:

Ragioniamo adunque tra noi, e quelli lasciamo andare.

- Via, crediamo noi che la morte sia qualche cosa?

- Certo, - ripigliò Simmia.

- E che altro ella è, se non discioglimento dell'anima dal corpo? ed essere morto non è stare il corpo da sé solo in disparte, sciolto dall'anima, e stare anco l'anima in disparte da sé sola, disciolta dal corpo? che altro è la morte, se non questo?

- Questo è, - disse.

Pag. 87 Francesco Acri

Ragioniamo, dunque, tra noi e lasciamo andare la gente. Riteniamo noi che la morte sia qualche cosa?».

«Certo», disse Simmia.

«E riteniamo che sia altro che non una separazione dell'anima dal corpo? E che essere morto non sia altro che questo: da un lato, l'essere il corpo, separatosi dall' anima, da sé solo, e dall'altro, l'essere l'anima, separatasi dal corpo, da sé sola? O dobbiamo ritenere che la morte sia qualcos'altro e non questo?».

«No, questo», disse.

Pag. 76 di Giovanni Reale

L'opinione di Socrate diventa la verità proclamata perché gli astanti, secondo Platone, hanno la medesima opinione di Socrate e tutto lo sviluppo logico dei discorsi che seguono è teso a dimostrare l'affermazione iniziale.

Sarebbe stato sufficiente introdurre nel ragionamento una seconda ipotesi del tipo: la morte del corpo è la morte di ciò che lo anima e, dunque, seguendo l'idea di Platone, anche la morte dell'anima. Oppure, ancora: il corpo muore perché muore ciò che Platone attribuisce a ciò che chiama "anima". Oppure, ancora: l'anima non esiste, si chiede a Socrate di dimostrare l'anima, anziché affermarne apoditticamente l'esistenza, togliendo la sua idea dall'immaginario fantastico e facendola partecipe della vita quotidiana. L'anima non esiste e il corpo passa dalla condizione di corpo vivente alla condizione di cadavere perdendo il "principio vitale".

Tutte queste ipotesi, una volta accettate, necessitano di sviluppi logici conseguenti, ma nessuna di queste ipotesi è inferiore all'ipotesi fatta da Platone attraverso Socrate, salvo che nell'impatto, che le ipotesi diverse, avrebbero sulla psiche di Socrate: avrebbero prodotto una sensazione di sconfitta mentre egli si immagina di scendere all'Ade per stare con gli Dèi.

 

La questione del suicidio nel Fedone

Scrive Platone:

- Ora forse la sentirai, confortati. A te farà maraviglia che sopra tutte le sentenze sola quella che ho mentovata sia assoluta in modo, che mai non vien meno; e più ti farà maraviglia che se a volte ad alcuni è meglio morire che vivere, anco a costoro, ai quali meglio è la morte, non sia santa cosa farsi questo benefizio da sé medesimi, e lo debbano aspettare da un altro.

E Cebete, sorridendo dolcemente, disse in sua parlata: - Ci capisca Giove!

E Socrate: - Al certo, detta cosi, la cosa non par ragionevole; ma forse è una ragione. Quello che detto è a questo proposito nei Misteri, che noi uomini stiamo dentro a una carcere, e che non ci è lecito di liberarcene e fuggire, una gran sentenza mi pare, e un po' buia; ma questo poi, o Cebete, mi par detto bene e chiaro, che gli Iddii sono quelli che curano di noi, e che noi siamo cosa loro: o non pare a te?

- A me si, - rispose Cebete.

Ed egli: - Ora anche tu, se mai alcuno, il quale fosse cosa tua, si uccidesse, non avendogli tu significato di voler la sua morte, non monteresti in collera contro lui, e potendo, non ne faresti vendetta?

- Si, - rispose.

Socrate: - E però simigliantemente è ragionevole che alcuno non possa sé uccidere, innanzi che Iddio non lo metta nella necessità, come ha ora fatto con noi.

Pag. 84 Francesco Acri

«Allora - disse -, devi rassicurarti!

Presto la potrai udire. A te, forse, farà meraviglia che solo questo caso, fra tutti gli altri, non ammetta eccezioni, e che non accada mai che, per l'uomo, così come avviene per le altre cose, si possano eccettuare casi o persone per cui sia meglio morire che vivere. E, forse, ti farà meraviglia che anche per costoro, per i quali è meglio morire, non sia cosa santa fare a se stessi questo beneficio e che, invece, debbano stare ad aspettare un altro benefattore!».

E Cebete, nel suo dialetto, ridendo tranquillamente, disse: «Ci capisca Zeus!».

E Socrate: «Certo, detta così, la cosa pare non ragionevole; eppure una sua ragione, forse, ce l'ha. Quello che viene espresso a questo proposito nei misteri, che noi uomini siamo come chiusi in una custodia", e che, perciò, non dobbiamo liberarcene e fuggire, mi sembra un profondo pensiero non facile da penetrare. Ma questo almeno, o Cebete, mi pare che sia ben detto: che sono gli dèi quelli che si prendono cura di noi, e che noi siamo un possesso degli dèi. O non ti pare che sia così?».

«A me sì», rispose Cebete.

«Allora anche tu - disse Socrate -, se mai qualcuno che fosse tuo possesso uccidesse se stesso, senza che tu gli avessi dato alcun segno di volere la sua morte, non ti infurieresti contro di lui, e, se potessi infliggergli qualche punizione, non lo puniresti?».

«Certo», rispose.

«Allo stesso modo, dunque, non è cosa irragionevole che nessuno debba uccidere se stesso prima che il dio non gli mandi un necessario comando, come ha fatto ora con noi»

Pag. 74 Giovanni Reale

L'individuo, nell'ideologia di Platone, appare come un oggetto di possesso. Il possesso si sviluppa lungo due direzioni, quella dell'individuo come proprietà di altri uomini che, per l'occasione, quando vengono descritti, sono figli del dio, e dell'individuo il cui corpo è proprietà di un'anima che ne condiziona i comportamenti perché vuole essere "salvata" proprio mediante comportamenti obbligatori del corpo che abiterebbe.

L'individuo non si può suicidare perché è proprietà del suo padrone.

In Socrate e Platone, è il padrone che decide della vita e della morte dell'individuo. L'idea che quel padrone sia "il dio" che possiede gli uomini, è solo una dimissione dalla responsabilità ideologica delle conseguenze dell'idea di possesso (volontà di possedere) fatta da Platone e Socrate che, sostituendosi al dio padrone ( che comunque è frutto delle loro proiezioni psicologiche), pretendono di determinare il comportamento degli uomini ridotti ad oggetti posseduti (privati della loro volontà e dei loro desideri) affinché tali oggetti continuino a funzionare per i loro progetti esistenziali (ad obbedire).

Il sofismo Platonico giunge al massimo grado del proprio delirio quando fa dire a Socrate che "il dio", attraverso la condanna a morte al processo, gli ha mandato un segno affinché ponga fine alla sua vita mentre, nello stesso tempo, Socrate nega che altri uomini, che vogliono suicidarsi, abbiano la capacità di interpretare in tal senso i segni del mondo. Tu Socrate hai dedotto che, dal momento che sei stato condannato a morte, hai ricevuto un segno e neghi che io, che sono stato licenziato dal lavoro e che non sono in grado di pagarmi le bollette, non ho ricevuto il medesimo segno? Come puoi dire che il ragazzino che è stato rimproverato a scuola e che si è suicidato, il rimprovero stesso non era un segno del tuo medesimo "dio" affinché si suicidasse?

Socrate, nella sua follia, ha deciso che la sentenza di quel processo era un segno del "dio" mentre, tutti gli altri che hanno tentato o che sono riusciti a suicidarsi, non erano legittimati a farlo?

Perché, al contrario, non diciamo che tutti coloro che si sono suicidati o hanno tentato di farlo, hanno tutti ricevuto un segnale adeguato dal "dio" per mettere fine alla loro vita? E perché non diciamo che i molti segnali che il "dio di Socrate" invia alle persone affinché mettano fine alla loro vita, vengono ignorati dalle persone in quanto quelle persone sono in condizioni da poter preferire di vivere anziché suicidarsi?

Socrate ragiona a senso unico perché pensa di essere l'unto del dio padrone e, come tale, ha soggettivato l'idea che tutto ciò che pensa Socrate sia la realtà oggettiva e che la realtà oggettiva si riduca alla dimensione di Socrate consentendogli di essere la persona più saggia nella sua realtà personale. Questo distacco dalla realtà, si chiama "follia".

Lo stesso meccanismo ideologico di Socrate concorre a formare l'ideologia cristiana. Come Socrate afferma: "Sia fatta la volontà dei giudici che mi hanno condannato!" realizzando, di fatto, la volontà del dio, così nei vangeli Gesù afferma: "Sia fatta la volontà di dio!" che si realizza mediante la condanna che i giudici infliggono a Gesù.

Il meccanismo ideologico è uguale. Non sono i giudici che condannano Socrate o Gesù, ma è il dio padrone che condanna Gesù e Socrate a morte mediante i giudici che diventano lo strumento con cui si realizza la volontà del dio padrone a cui Gesù e Socrate obbediscono.

Con questa logica sofista si costruisce la miseria sociale perché non sono gli uomini a costruire la miseria sociale, ma il dio padrone di cui quegli uomini che agiscono per costruire la miseria sociale sono solo degli strumenti. Si costringono i cittadini a vivere nella sofferenza e si criminalizzano i cittadini se vogliono togliersi la vita perché la miseria imposta, dice Socrate e Platone, non è un invito del dio padrone a togliersi la vita facendo cessare il loro dolore esistenziale.

Eppure, stando alla logica di Socrate espressa da Platone, proprio quel dolore esistenziale sarebbe un segno del "dio padrone" affinché costoro si tolgano la vita o cerchino un modo per uscire dalla condizione di sofferenza.

Fa rabbrividire l'idea costante di Platone e di Socrate secondo cui gli uomini sono degli oggetto di possesso e devono essere felici nell'essere posseduti e nell'obbedire considerando sé stessi posseduti al punto tale da pensare che sia un dovere obbedire alle direttive morali di chi li possiede.

Nell'ideologia di Platone e Socrate non ci sono uomini, ma oggetti d'uso del padrone; schiavi obbedienti che mettono in atto comportamenti etici e morali per la maggior gloria del padrone. La rivoluzione filosofica di Platone consiste in questo: costruire un'ideologia che legittimi la schiavitù dell'uomo in funzione di un dio che non partecipa alla vita ma che si pone al di fuori e al di sopra della vita dell'uomo.

E' superfluo, date queste condizioni, chiederci perché sia tramontata la civiltà greca e il cristianesimo che l'ha "scimmiottata".

 

Il dio padrone proprietario dell'uomo

Il dio padrone esercita, secondo Platone e Socrate, il controllo sull'uomo mediante il possesso della sua anima. In Platone l'anima è lo strumento d'azione con cui il dio agisce sull'uomo e lo punisce qualora l'uomo si sottragga dal suo capriccio. Per contro, Socrate proclama che chiunque abbia fatto quella che lui ritiene sia la volontà del dio, confermando l'uomo come oggetto di proprietà del dio "filosofeggiando" abbia, in qualche modo, acquisito meriti e premi che otterrà dopo la morte del corpo fisico.

Scrive Platone nel Fedone:

E Socrate: - Lascialo andare; digli che badi a sé, che s'apparecchi a darmelo due volte, se bisogna; e anco tre.

E Critone: - Me l'era immaginato; ma è un pezzo che egli mi annoia.

- E lascialo.

Poi ricominciò: - Ora vo' dichiararvi perché io credo che un che veramente ha passato tutto il tempo di una vita nella filosofia, abbia ragione di stare consolato quando egli è in sul morire ad avere buona speranza che, morto, riceverà di là grandissimi beni. E come può essere? o Simmia e Cebete, io cercherò di farvelo chiaro.

Pag. 86 Francesco Acri

«Lascialo dire! - rispose -. Ora, a voi che siete i miei giudici, io desidero indicare la ragione per cui a me sembra verosimile che un uomo, che abbia passato, veramente, tutta la vita nella filosofia, debba avere fiducia, allorché si trovi sul punto di morire, e debba nutrire salda speranza che, una volta morto, riceverà nell'aldilà beni grandissimi. E come ciò possa essere, io, o Simmia e Cebete, cercherò di spiegarvelo.

Pag. 76 Giovanni Reale

Davanti alla morte io, dice Socrate, ricevo i premi di beni grandissimi.

Socrate, dunque, non è nell'attesa della sua morte, ma è in attesa dei premi che ritirerà al momento della morte. Un premio che egli merita come ricompensa del dio per averlo servito contro i bisogni degli uomini.

 

Che cosa intende Socrate/Platone per anima

Scrive Platone:

- E in ciò non è chiaro che il filosofo scioglie a suo potere l'anima dal corpo, adoperando) diversamente che gli altri? La gente poi, o Simmia, crede che a colui che di tali cose non

prende godimento e diletto, la vita non sia di niuno valore; e che colui sia quasi morto, il quale non cura i piaceri dei quali il corpo è istrumento '.

- Dici verissimo.

- E quanto a procacciar conoscenza che ne di' tu? non è d'impedimento il corpo, se, cercandola, prendiamo lui a compagno? voglio dire: la vista e l'udito dicono mai vero agli uomini? O ce lo ricantano sino i poeti che noi nulla di chiaro vediamo cogli occhi né udiamo cogli orecchi? e se questi sensi corporali non sono fidi e sinceri, mal potrebbero essere gli altri, che a comparazione di quelli sono molto più sciocchi: non ti par cosi?

- Cosi, - disse.

- Adunque, quando l'anima coglie il vero? Al certo, ponendosi ella a considerare alcuna cosa avendo compagno il corpo, esso manifestamente la trae in inganno.

- Dici vero.

- E se mai ci è cosa, non è il ragionamento quello che rispecchia un poco gli enti?

-Sì.

- E allora l'anima ragiona perfettamente, quando per nulla non l'annebbiano la vista e l'udito, né il piacere e il dolore; ma sola rimanendo, accommiatato il corpo, sdegnosa di aver che fare con lui e toccarlo, con tutto il suo potere a quello che è' s'indirizza.

- Giusto.

- E per tal ragione l'anima del filosofo non ha in fastidio il corpo? e non fugge via da esso, e di rimanere sola è bramosa?

- È chiaro.

Pag. 87 - 88 Francesco Acri

«Allora - proseguì Socrate - quando l'anima coglie il vero? Infatti, quando essa tenta di indagare qualcosa insieme con il corpo, è evidente che è tratta in inganno da esso».

«Dici il vero».

«E non è forse nel ragionamento, se mai in qualche parte, che all' anima si manifesta qualcuno degli esseri?».

«Sì».

«Allora, l'anima non ragiona forse nel modo migliore, quando nessuno di questi sensi la turbi, né la vista, né l'udito, né il piacere, né il dolore, ma quando si raccolga il più possibile sola in se stessa, lasciando il corpo, e, rompendo il contatto e la comunanza col corpo nella misura in cui può, si protenda verso l'essere?».

«E così».

«E allora, anche in questo caso, l'anima del filosofo non ha forse in sommo grado disprezzo del corpo e non rifugge da esso e non cerca di rimanere sola per se stessa?».

«È chiaro».

PAG. 77 Giovanni Reale

Che cos'è l'anima e l'attività dell'anima secondo Platone?

Platone chiama anima, e attribuisce all'anima, la capacità del corpo di produrre "pensiero astratto" in cui chiudere il sentimento e il desiderio mantenendolo all'interno dell'uomo e impedendo, al sentimento e al desiderio, di esprimersi nel mondo.

Il pensiero astratto, o la capacità di ragionare in astratto articolando desideri sentendoli dentro di sé, non è un qualcosa distinto dal corpo, ma una caratteristica del corpo vivente.

Il ragionare in astratto permette di riprodurre contenuti della propria esperienza in contesti diversi costruendo degli strumenti soggettivi mediante i quali affrontare la vita e, con essa, accumulare nuove esperienze. La capacità e la possibilità di pensare in astratto, è uno strumento del corpo. Uno strumento con cui il corpo agisce nel mondo, riversando in esso le sue tensioni e le sue emozioni, e, come tutti gli strumenti del corpo o parti del corpo stesso che possiamo pensare per sé, soggetti a deterioramento e a malattia.

Non esiste un'attività del pensiero astratto, che Platone chiama "anima", che precede l'esperienza del corpo che abita il mondo. Il pensiero astratto può costruire un discorso attorno a forme che definisce con un nome solo perché i sensi del corpo hanno costruito, mediante la definizione di un'idea, delle forme. Che poi il pensiero astratto continui, indipendentemente dall'esperienza vissuta, spesso per analogia e desiderio, ad elaborare forme con cui popolare un fantastico immaginato che si fissa nelle sensazioni per essere scambiato con il reale che proietta sul mondo, questo appartiene ad una forma degenerativa del pensiero che quando supera la dimensione della favola entra nel regno della malattia psichiatrica coinvolgendo in essa le emozioni dell'esistenza dell'uomo.

Oggi conosciamo l'esperienza nel virtuale in cui molte persone si perdono, ma il dio dei cristiani appartiene a quel virtuale che imprigiona l'uomo separandolo dalla realtà vissuta.

Stiamo parlando di una degenerazione del pensiero astratto che assume il carattere di malattia nel momento stesso in cui il pensiero astratto si presenta alla coscienza come padrone della coscienza anziché come strumento d'uso da parte della coscienza. Il pensiero astratto, anziché agire nella ricerca del vero ordinando la realtà vissuta dal corpo, si trasforma in verità che si impone alla coscienza. In quelle condizioni, solo la realtà immaginata è, per il soggetto, il reale in cui vive. Rinchiuso nella realtà immaginata l'individuo si separa sempre di più dalla realtà vissuta dal suo corpo.

La malattia del pensiero assume il carattere di patologia nel momento in cui solo ciò che viene immaginato appare reale alla coscienza.

Platone capovolge i caratteri dell'esistenza dell'uomo, non è reale il vivere del corpo, ma è reale solo l'immaginazione che nega sia il corpo che le sue relazioni col mondo. Per Platone, questa è l'attività dell'anima. L'anima sostituisce con le allucinazioni, le credenze (autoinganno) e le illusioni, l'analisi della realtà negando valore ai sensi e alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri. Sensi che finiscono per essere travolti dal desiderio di liberarsi da una condizione corporea che il filosofo non è in grado di gestire, come dimostra Socrate quando, nell'Apologia, interroga gli Ateniesi sulla realtà ultima delle loro condizioni di vita.

Socrate presenta agli Ateniesi i suoi deliri di malattia mentale con cui aggredisce i dati di realtà con cui gli ateniesi affrontano la loro vita quotidiana.

L'anima non è un oggetto che Platone dimostra, ma è un oggetto che Platone afferma in contrapposizione ad un corpo che effettivamente manifesta anche quei caratteri che Platone vuole separare e attribuire ad un oggetto esterno che chiama "anima".

Secondo Platone, l'attività dell'anima altro non è che la capacità dei corpi di riprodurre l'esperienza vissuta in contesti diversi che, degenerando, tenta di alienarsi dal corpo per delirare attorno a sé stessa alimentando l'illusione di poter sopravvivere alla morte del corpo fisico.

Il concetto di anima di Platone, altro non è che la pretesa di rendere autonomo e oggettivo il delirio dell'uomo che ha fallito nella propria esistenza.

La malattia mentale che insorge nell'uomo per il suo fallimento esistenziale, viene definita da Platone: l'anima.

In quest'ottica Socrate procede a criminalizzare il corpo.

Il delirio del pensiero astratto che produce la patologia come fallimento esistenziale costringe Socrate a proclamare tutto il suo disprezzo per la vita.

Scrive Platone nel Fedone:

E però i filosofi di necessità devono pensare in modo che han- no a dir così parlandosi insieme: «Ci mena quasi una vi; diritta e chiara nella considerazione, che in sino a tanto che si ha il corpo, e la sua pestilenza ci si avventa all'anima, mai non perverremo noi a quello che desideriamo: ch'è il vero; imperocché il corpo a cagione del suo campamento ci fa molestie innumerabili, e le infermità soppravvenienti ci impediscono di cercare quello che è. Oltre a ciò con tanta iniquità ci riempie di amori, desiderii, paure, e visioni fallaci e sciocchezze d'ogni maniera, che proprio non ci lascia mai intendere a cosa niuna. Ché le ribellioni, le guerre e battaglie non le fa che esso con le sue voglie; imperocché dalla bramosia di arricchire scoppian le guerre; e le ricchezze si bramano per il corpo, per lisciar lui. Per questo egli è d'impaggio alla filosofia, e, che è peggio, poniamo che ci dia riposo un poco, e noi ad alcuna considerazione dirizziamo l'intelletto, repentemente ecco ch'egli ci si caccia nel mezzo, sì scompiglio, fracassando, percotendo, che, colpa sua, non ci vien fatto di contemplare la verità. E però egli è assai manifesto che, volendo veder, con chiarezza, è mestieri disvilupparci da lui e guardare i puri enti con la pura anima; e può essere, secondoché mostra il ragionamento, che allora conseguiremo quello di che siamo desiosi e amorosi, cioè la intelligenza, quando saremo morti;

Pag. 89 Francesco Acri

«"Sembra che ci sia un sentiero" che ci porta, mediante il ragionamento direttamente a questa considerazione: fino a quando noi possediamo il corpo e la nostra anima resta invischiata in un male siffatto, noi non raggiungeremo mai in modo adeguato quello che ardentemente desideriamo, vale a dire la verità. Infatti, il corpo ci procura innumerevoli preoccupazioni per la necessità del nutrimento; e poi le malattie, quando ci piombano addosso, ci impediscono la ricerca dell'essere. Inoltre, esso ci riempie di amori, di passioni, di paure, di fantasmi di ogni genere e di molte vanità, di guisa che, come suol dirsi, veramente, per colpa sua, non ci è neppure possibile pensare in modo sicuro alcuna cosa. In effetti, guerre, tumulti e battaglie non sono prodotti da null' altro se non dal corpo e dalle sue passioni. Tutte le guerre si originano per brama di ricchezze, e le ricchezze noi dobbiamo di necessità procacciarcele a causa del corpo, in quanto siamo asserviti alla cura del corpo. E così noi non troviamo il tempo per occuparci della filosofia, per tutte queste ragioni. E la cosa peggiore di tutte è che, se riusciamo ad avere dal corpo un momento di tregua e riusciamo a rivolgerei alla ricerca di qualche cosa, ecco che, improvvisamente, esso si caccia in mezzo alle nostre ricerche e, dovunque, provoca turbamento e confusione e ci stordisce, sì che, per colpa sua, noi non possiamo vedere il vero.

Pag. 78 Giovanni Reale

Il problema di Platone, come esposto da Socrate, è che il corpo mostra il vero della realtà nella quale vive. Socrate è terrorizzato dal vero mostrato dal corpo e si ritrae in una dimensione fantastica per non affrontare la realtà. Si rifugia nella malattia mentale, nei suoi deliri in cui immagina che i suoi deliri siano la filosofia della ricerca del vero immaginato in una dimensione in cui viene socialmente deresponsabilizzato.

Non è Socrate che deve preoccuparsi di che cosa vestirà o che cosa mangerà domani. Queste preoccupazioni Socrate le lascia ai suoi concittadini che devono essergli grati perché Socrate vive immaginando sé stesso (monaci buddisti, preti cristiani, preti musulmani, hanno messo in atto lo stesso meccanismo creando classi sociali e schiavitù).

Il male per Socrate è la sua assoluta incapacità di vivere che lo porta a rifugiarsi nel suo delirio esistenziale che chiama "filosofia". La filosofia, che è l'arte del conoscere forgiato nell'esperienza delle relazioni fra gli uomini e fra gli uomini e il mondo. In Platone l'azione del filosofare diventa "arte del dominio" degli uomini su cui imporre doveri morali precostituiti prodotti dal desiderio di Platone alienato dalla vita e dalle condizioni del vivere.

In Platone il delirio è l'oggetto apriori, è espressione dell'anima che impone il suo dominio sul corpo per costringerlo a negare i doveri di passione e partecipazione che la vita gli impone.

Platone afferma che quanto dice Socrate, lo sta dicendo quando Socrate, stanco della vita, ha fatto in modo di essere condannato a morte. Poteva fuggire prima del processo, ma non l'ha fatto. Ed è in questa condizione psicologica di sconfitta che Socrate si rifugia nel delirio di onnipotenza. Lo stesso delirio che viene usato per scrivere i vangeli cristiani. La sofferenza di Gesù, imposta mediante il suo modello esistenziale che impone agli uomini, diventa valore costitutivo e fondante la religione cristiana. Il dolore e la sofferenza, come valori religiosi di condanna del corpo e della felicità, vengono imposti militarmente all'intera società civile per la gloria di un'anima che non può esistere senza un corpo.

Negando il ruolo del corpo nell'esistenza, Socrate afferma che la filosofia prepara l'anima a separarsi dal corpo ed è per questo che lui non teme la morte del corpo fisico. Quest'idea Platone la vuol far risalire all'Orfismo, ma Orfeo entrò negli inferi col corpo, non con l'anima, ed è il corpo che suona e canta negli inferi, non "l'anima" come intesa da Platone.

E' il delirio che permette a Socrate di non temere la morte del corpo fisico, perché tanto la sua anima sopravvive. Come i kamikaze islamici che affrontano la morte perché le settanta vergini li stanno ad aspettare in paradiso o i crociati cristiani che morendo, macellando gli islamici, pensavano di essere accolti nella vita eterna dal loro dio padrone.

Perché aver paura della morte se si annientano le fatiche con cui si affronta la vita e si è convinti che ad attendere il martire ci sia un padrone che concede la vita eterna?

Perché aver paura della morte se sei convinto che la tua morte certifichi la tua convinzione di trovare la verità che la tua patologia psichiatrica viveva come possibilità, ma che la vita fisica negava presentandoti sempre nuovi problemi da affrontare e per i quali non avevi strumenti adeguati?

Per il delirante, la morte del corpo fisico risolve ogni problema prodotto dai suoi deliri.

E l'uomo che affronta i suoi problemi quotidiani?

Per Socrate costui è un soggetto posseduto dal dio padrone e non ha diritto nemmeno a decidere il momento della propria morte se non quando il dio padrone lo vorrà.

Secondo Socrate, quell'uomo temerebbe la sua morte, ma noi sappiamo che molti di quegli uomini sono partiti per le varie guerre, consapevoli di poter morire, e senza delirare di una possibile eternità.

Quando Cebete afferma l'esistenza dell'idea secondo cui l'anima non esiste in quanto l'opinione generale è che con la morte del corpo fisico tutto cessi, anche quello che Socrate attribuisce all'anima, così risponde Socrate.

Scrive Platone:

E Socrate: - Certamente, ora a sentir parlare me, credo che niuno, fosse anche un poeta comico, direbbe che io fo ciance, e che parlo di cose le quali non mi toccano. Dunque bisogna pensarci, se tu vuoi, che le anime si partono di qua, e arrivano là; poi ritornano qua di nuovo, e si generano dai morti. Se così è il vero, che i vivi si generano dai morti, non segue che si conservano là le nostre anime? ché non rinascerebbero nuovamente, laddove s'annientassero. Onde, per provare ch'elle si conservano, basta mostrare che i vivi non si generano da altro, se non dai morti; se questo non è, ci bisognerà un'altra ragione.

Pag. 93 - 94 Francesco Acri

«Credo proprio - disse Socrate - che non ci sia nessuno, fosse pure un poeta comico", che, ascoltandomi in questo momento, possa dire che io faccio inutili chiacchiere e che parlo di cose che non sono convenienti. Dunque, bisogna fare questa indagine, se tu sei di questo parere».

«Esaminiamo la questione in questa maniera: se siano veramente nell'Ade le anime dei morti, oppure no. Esiste un'antica dottrina, "a cui abbiamo già accennato", secondo la quale laggiù ci sono anime che arrivano da quassù e che, poi, tornano nuovamente quassù e rinascono dai morti. Se è così, ossia se i vivi rinascono dai morti, che altro si può dire se non che le nostre anime debbono esistere laggiù? Infatti, non potrebbero certamente rinascere, se non esistessero: e per provare la verità di questo, basterebbe venisse chiarito che i vivi non si generano da altro se non dai morti. Se, invece, non è così, ci sarà bisogno di qualche altro argomento».

Pag. 81 Giovanni Reale

Platone ricorre alla magia simpatica, alle analogie, per argomentare pensando di dimostrare che i vivi nascano dai morti in quanto i morti erano dei vivi.

Attraverso le argomentazioni di Socrate, Platone delinea la teoria della reincarnazione.

Scrive Platone:

Ed egli domandò: - Or su, è alcuna cosa la quale sia cosi contraria all'esser vivo, come il dormire al vegghiare?

- Sì, - rispose.

- Quale?

- L'esser morto.

- E però si generano l'un? dall'altro, dacché son contrarii? e, essendo due, sono anche due i mutamenti o le generazioni, le quali sono nel mezzo?

- Come no?

E Socrate: - Delle due coppie di contrarii, le quali ho mentovate ora, una te la dico io, con le generazioni sue; tu poi mi dirai l'altra. Ecco: vegghiare, e dormire, dal dormire nasce il vegghiare, dal vegghiare il dormire; e le generazioni, o i mutamenti sono lo addormentarsi e lo svegliarsi. Ti pare, o no?

- Sì, - rispose.

- Ora parlami anche tu similmente della vita e della morte: non dici che esser morto è contrario a esser vivo?

- Io sì.

- E che nasce uno dall'altro?

- Si.

- Che è, adunque, quel che nasce dal vivo?

Rispose: - Il morto.

Ripigliò Socrate: - E dal morto?

E l'altro: - Il vivo; di necessità s'ha a consentire. - Dunque, o Cebete, dai morti nascono i vivi.

- A vedere è così.

- Dunque le nostre anime sono veramente in inferno?

- Pare.

- Ora delle generazioni e mutamenti proprii di questi due contrarii, uno e chiaro; che? il morire non è chiaro?

- Altro se è chiaro!

E Socrate: - Che ci fa ora? a questa specie di mutamento o generazione, non abbiamo noi un mutamento contrario da opporre? Qui la natura sarebbe zoppa? o è di necessità che al mutamento, che si dice morire, si opponga un contrario?

- E quale?

- II rivivere.

E Socrate: - E se il rivivere è, sarebbe esso un passaggio di morto a vivo?

- Certo.

- E però noi si è di accordo che i vivi nascono dai morti, proprio come i morti dai vivi. Or non si è detto, che se ciò era vero, s'avea sufficiente prova della necessità che fossero in alcun luogo le anime dei morti, di dove potessero venir nuovamente a generazione?

- La necessità, dopo ciò che si è convenuto, è chiara.

Pag. 95 - 96 Francesco Acri

«Ebbene - disse Socrate - esiste qualcosa che è contrario all' essere vivo, così come i! dormire all'essere sveglio?».

«Certamente», rispose.

«E che cos'è?».

«L'essere morto», disse.

«E queste cose non si generano l'una dall' altra, dal momento che sono contrari? E poiché i contrari sono due, non sono forse due anche i processi di generazione che stanno di mezzo ad essi?».

«Come no?».

«Delle due coppie di contrari di cui parlavo poco fa - disse Socrate - io te ne dirò una e ti dirò anche i suoi processi di generazione; tu, poi, mi dirai l'altra. Io dico che esiste, da un lato, i! dormire, e che, dall'altro, esiste l'essere sveglio, e che dal dormire deriva l'essere sveglio e dall' essere sveglio il dormire, e dico che i processi che li generano sono l'uno l'addormentarsi e l'altro lo svegliarsi. Ti basta, o no?».

«Certamente»,

«Ora dimmi, a tua volta, similmente, della vita e della morte: non dici che l'essere morto è contrario all'essere VIVO.»,

«Io sì».

«E che si generano l'uno dall'altro?».

«Sì».

«E che cos'è quello che si genera dal vivo?».

«Il morto», rispose.

«E che cos'è - proseguì Socrate - quello che si genera dal morto?».

«E necessario convenire che si genera il vivo», rispose.

«Allora, o Cebete, dalle cose morte nascono le cose vive e i vivi?».

«Sembra», disse.

Pag. 82 Giovanni Reale

Ne segue che Platone prova l'esistenza dell'anima affermando la reincarnazione in quanto solo dai morti si possono generare i vivi.

L'affermazione di Socrate è a dir poco agghiacciante nella sua espressione farneticante.

Scrive Platone:

E Socrate: - È proprio cosi, par anche a me; e non ci siamo ingannati allora che noi ci fummo messi di accordo. Sì, è vero che si rivive, e che i vivi nascono dai morti, e che le anime dei morti sono, e che incontrerà meglio alle buone, alle cattive peggio.

Pag. 96 Francesco Acri

«E veramente così, o Cebete - disse Socrate -, almeno a me pare. E non ci inganniamo nell'essere d'accordo su questo: è vero che c'è i! rivivere e che i vivi derivano dai morti e che le anime dei morti continuano ad esistere [e che alle anime buone toccherà una sorte migliore e alle cattive una sorte peggiore]».

Pag. 83 Giovanni Reale

Da qui l'idea di predestinazione e di destino platonico che viene usata per confezionare i vangeli in cui è la volontà del dio padrone che determina le condizioni di vita degli Esseri Umani.

La predestinazione reincarnazionista diventa la base per confezionare l'idea della dottrina cristiana come predestinazione dei ruoli sociali determinati dall'azione del dio padrone (è re per volontà di dio; è servo e schiavo per volontà di dio) all'interno dell'illusione premiale secondo cui il dio padrone tratta meglio i buoni dei cattivi (cosa che non è nei vangeli, vedi il Fariseo e il Pubblicano). La stessa idea concorre a formare le idee del karma buddiste dove la reincarnazione avviene in base ai meriti delle vite precedenti.

L'idea della reincarnazione non è un'idea orfica, ma è un'idea che Platone attribuisce agli orfici per legittimare le proprie tesi che esprime per bocca di Socrate.

 

Reminiscenza

Secondo Platone, noi non apprendiamo, ma ci limitiamo a ricordare. Noi ricordiamo per aver vissuto vite passate: ma che cosa costruiamo noi stessi nella nostra vita?

Se ci limitiamo a ricordare, significa che tutto è già stato appreso e nulla di nuovo può essere aggiunto in quanto non c'è nulla che noi ignoriamo, solo cose che non ricordiamo e che il nostro attuale vivere richiama alla memoria.

Per Platone, sono le nostre vite passate che determinano il nostro attuale vivere.

Scrive Platone:

Cebete ricominciò, e disse: - Anche secondo quella ragione, la quale ser solito arrecare spesso, se pure è vera, cioè che l'apprendere nostro non è che ricordare, è necessario avere imparato prima ciò che si ricorda al presente. E ciò non potrebbe essere se la nostr'anima non viveva in altro luogo, innanzi che fosse entrata in questa forma di uomo; onde, ancora per questa ragione, appare che l'anima sia alcuna cosa immortale.

Pag. 97 Francesco Acri

«E veramente - disse Cebete -, anche in base a quella dottrina che suoli sostenere spesso, se è vera, ossia che il nostro apprendere non è che un ricordare", ebbene, anche in base a questa dottrina, è necessario che noi abbiamo appreso in un tempo anteriore ciò che al presente noi ricordiamo. Ora, questo sarebbe impossibile, se la nostra anima non fosse esistita in un altro luogo, prima che si generasse in questa forma umana. Pertanto, anche per questo motivo, l'anima risulta essere qualcosa di immortale».

Pag. 83 Giovanni Reale

La reminiscenza diventa il metodo di Platone con cui privare l'individuo della capacità di formare la sua conoscenza attuale. Tu conosci, ma conosci perché ricordi e il tuo ricordo non si limita a individuare le cose nuove che ti appaiono, ma hai la conoscenza dell'oggetto in sé, acquisita nelle vite precedenti, che trasferisci sulle cose che incontri come simili all'idea che hai dell'oggetto in sé che ricordi.

Ne consegue che l'individuo attuale non è l'individuo che costruisce il proprio conoscere, ma è colui che adatta all'attualità una coscienza costruita in altri contesti. Questi altri contesti sono i regni che Platone si vuole appropriare per controllare l'individuo.

Il controllo dell'individuo, in Platone si ha con la teoria delle idee che nell'individuo si manifesta nel ricordare perché la sua anima ha già vissuto e si è reincarnata. Questo sottrae l'individuo al mondo, lo aliena dalla vita e dalle relazioni del suo vissuto rendendolo prigioniero delle esigenze della sua anima che vengono definite da Socrate e Platone mediante le loro regole morali.

Gli strumenti interpretativi della realtà in cui viviamo propri del nostro corpo, forgiati come divenuto della nostra specie che ci fornisce una serie di strumenti per interpretare la realtà che viviamo, vengono rubati all'uomo da Socrate e Platone per attribuirli ad oggetti esterni all'uomo e controllare l'uomo nelle sue manifestazioni esistenziali.

Ne consegue che, dal momento che l'uomo nel corso della sua esistenza, divenendo e trasformandosi, ha forgiato quegli strumenti che lascia in eredità di generazione in generazione, viene privato dell'uso soggettivo di quegli strumenti perché quegli strumenti vengono sottoposti a regole etiche e morali finalizzate al controllo dell'uomo. Viene distrutto il divenire dell'uomo che, anziché usare quegli strumenti, applica quelle regole morali e quelle regole etiche in antitesi alle sollecitazioni pulsionali che gli strumenti di specie alimentano dentro di lui: è la fine del divenire dell'uomo e l'insorgenza della malattia mentale come degenerazione del proprio abitare il mondo.

La reminiscenza di Platone è un metodo per derubare l'uomo delle sue caratteristiche e delle sue peculiarità soggettive rendendolo psicologicamente ed emotivamente dipendente da un oggetto esterno.

Da qui segue la teoria delle idee che prende la reminiscenza e la eleva a controllo del dio padrone sull'uomo come controllo del dio padrone sulle esperienze passate di una reincarnazione che condiziona il vivere presente.

 

La teoria delle idee nel Fedone

Scrive Socrate:

- Necessario è dunque avere noi veduto l'eguale in sé, innanziché, vedendo la prima volta cose uguali, conoscessimo ch'elle bene desiderano essere come quello è, ma non l'arrivano.

- Così è.

- Ma in questo ancora ci accordiamo, che non ricevemmo né possiamo ricevere per altra via la notizia di quello, se non per vista o per toccamento o per qualunque senso tu voglia; ché non fa variazione.

- No, per quel che si vuol chiarire.

- E ancora per i sensi bisogna aver conosciuto che tutte le cose

uguali e sensibili desiderano bene essere come l'uguale medesimo, ma sono difettose: o come s'ha a dire?

-Cosi.

- E però avanti che noi incominciassimo a vedere e udire e adoperare gli altri sensi, bisogna aver appreso la notizia dell'istesso eguale; ciò ch'esso è; se dovevamo a quello paragonare le cose uguali sensibili, e avvederci che tutte hanno bramosia di essere come è quello, ma non lo arrivano.

Pag. 99 - 100 Giovanni Acri 1913

«Dunque, è necessario che noi abbiamo veduto l'uguale in sé, prima di quel momento in cui, avendo visto per la prima volta cose uguali, abbiamo pensato che esse tendono, sì, tutte quante ad essere come l'uguale in sé, ma, rispetto ad esso, sono difettose».

«È così».

«Ma anche in questo siamo d'accordo: che noi, per la conoscenza di quello, non possiamo prendere le mosse da altro se non da un vedere o da un toccare o da qualunque altra percezione sensoriale tu voglia, giacché non fa differenza».

«Sì, rispetto a quello che il nostro ragionamento vuoi dimostrare, o Socrate, è la medesima cosa».

«Però, pur prendendo le mosse dalle sensazioni, bisogna che in noi nasca il pensiero che tutte le cose uguali che percepiamo mediante le sensazioni, tendono ad essere come l'uguale in sé, ma rispetto ad esso sono difettose. O dobbiamo dire diversamente?».

«È così».

«Allora, prima che noi incominciassimo a vedere, a udire e a far uso degli altri sensi, dovevamo pure avere appreso, in qualche modo, la conoscenza dell'uguale in sé, in ciò che esso è, se noi dovevamo essere in grado di riferire a quello le cose uguali sensibili, in quanto tutte queste hanno desiderio di essere come quello, ma rimangono inferiori ad esso»,

Pag. 85 - 86 Giovanni Reale 2000

Questo è il fondamento della teoria delle idee di Platone: la reincarnazione determina l'innatismo delle idee.

Noi abbiamo l'idea delle cose, non per l'esperienza vissuta nell'infanzia in cui la nostra intelligenza è risalita dal particolare al generale, ma perché, secondo Platone, quella che Platone chiama anima, ha già vissuto in vite precedenti.

Si tratta del fondamento ideologico dello schiavismo. Controlli l'ipotetica fronte da cui provengono le "anime" e controlli gli uomini perché li rendi schiavi, pulsionalmente sottomessi, ai bisogni esistenziali di chi chiami "anima" e che ti affretti a definire (comportamento morale, etico, virtù, saggezza, ecc.).

La teoria delle idee di Platone nasce dal disprezzo per gli uomini di Socrate e Platone. Non pretendo che Platone avesse la conoscenza o l'idea della formazione della conoscenza nella primissima infanzia e nell'età fetale. Pretendo un maggior rispetto per l'uomo perché le idee di Platone non nascono dall'ignorare i meccanismi della formazione della conoscenza, ma da una precisa volontà di stuprare l'uomo per poterlo sottomettere.

Platone e Socrate non sono "figli della cultura del loro tempo", sono criminali che nel loro tempo elaborano schemi ideologici attraverso i quali legittimare la schiavitù dell'uomo e la violenza nelle società.

E' talmente grande il disprezzo per gli uomini di Platone da non essere in grado di riconoscere a loro nemmeno lo sforzo e la volontà soggettiva mediante la quale costruiscono la loro descrizione del mondo.

Nulla è costruito dall'uomo, dal singolo individuo, tutto proviene dall'esterno. Tutto è voluto e prodotto dal dio padrone e l'uomo è uno schiavo la cui virtù consiste nell'obbedire ai principi morali voluti da Platone e che Platone attribuisce alla volontà del dio padrone. Come Gesù.

Platone si chiede come fosse l'esistenza, la nostra esistenza, prima che cominciassimo a vedere e a udire? Si chiede che cos'è un corpo che si forma? No! Però afferma oggetti estranei al corpo per spiegare il funzionamento del corpo.

Non è casuale dove Platone fissa la sua attenzione e quella dei suoi lettori. Egli può pensare all'uomo in quel modo perché solo quel modo manifesta il proprio divenuto e le sue predilezioni. Dal momento che Platone e Socrate disprezzano l'uomo, l'uomo deve essere privato di tutte le sue qualità per giustificare il disprezzo che loro hanno per l'uomo.

Per Platone quell'uomo esisteva prima che si formasse quel corpo. Eppure, quel tutto, pensato da Platone, si manifesta esclusivamente attraverso il corpo. Ciò di quel tutto che non si manifesta mediante il corpo, può essere solo immaginato e desiderato.

Il corpo viene verificato nelle manifestazioni, il resto è illazione; affermazioni che descrivono un desiderio negato che nella dimensione fantastica trova la sua soddisfazione.

Scrive Platone:

- E però, se per averla appresa innanzi la nascita l'avevamo nascendo, seguita che noi sapevamo prima che nascessimo e dopo nati, non che l'eguale, anco il maggiore e il minore e le altre idee somiglianti: imperocché al presente non si ragiona piuttosto dell'istesso eguale che dell'istesso bello e dell'istesso buono e giusto e santo e di tutte le altre cose, com'io dico, alle quali noi, dimandando e rispondendo, poniamo questo sigillo: È. Onde è necessario avere noi appreso le notizie delle dette cose innanzi la nascita.

- Così è.

- E se non fosse che, dopo appresele, noi in sul nascere le dimentichiamo ogni volta, nasceremmo savii e tali rimarremmo per tutti quanti i dì della vita; imperocché questo è sapere, appresa notizia di alcuna cosa, ritenerla, non già perderla; ché, la perdita di scienza non la diciamo noi dimenticanza, o Simmia?

- Si, - rispose.

- E se come io penso appresa la scienza avanti che si nascesse, nati l'abbiamo perduta, e poi, giovandoci de' sensi, l'abbiamo ripigliata; proprio quella medesima che noi possedevamo una volta; l'operazione, la quale chiamiamo apprendere, non è un recuperare ciò ch'era nostro? E dicendo noi che questa operazione è un ricordare, non parliamo dirittamente?

- Certo.

- Imperocché si è fatto chiaro che, vedendo noi alcuna cosa o udendola, o sentendola in qual si voglia maniera, può essere che ne concepiamo un'altra diversa da quella, già dimenticata alla quale stava accosto per esserle simile o dissimile. Onde una delle due com'io dico: o l'uomo è nato avendo le dette notizie ritenendole tutto il tempo di sua vita; o vero, quando poi egli apprende, non fa che ricordarsi, sicché l'operazione dell'apprendere è ricordanza.

- Proprio così.

Pag.100-101 Francesco Acri

«Dunque, prima di nascere, come sembra, è necessario che noi fossimo in possesso di quella conoscenza».

«Sembra».

«Ebbene, se, avendo appreso prima della nascita questa conoscenza, nascemmo possedendola, noi conoscevamo, prima che nascessimo e subito dopo nati, non solo l'uguale, il maggiore e il minore, ma anche tutte le altre realtà di questo genere! Infatti, il ragionamento che ora stiamo facendo non vale solo per l'uguale in sé, ma anche per il bello in sé, per il bene in sé, per il giusto in sé, per il santo in sé e per ciascuno degli altri esseri, come io dico, a ciascuno dei quali noi, domandando nelle nostre domande e rispondendo nelle nostre risposte, poniamo il sigillo "che è in sé". Per- tanto è necessario che noi abbiamo appreso le conoscenze di tutte queste cose prima di nascere».

«E così».

«E se non accadesse che, dopo averle apprese, noi ogni volta che nasciamo le dimenticassimo, necessaria- men te nasceremmo con questo sapere e manterremmo anche questo sapere per tutta la vita. Infatti, questo è il sapere: una volta appresa la conoscenza di qualche cosa, mantenerla e non perderla. O non è questo che noi chiamiamo dimenticanza, o Simmia, cioè la perdita di conoscenza?».

«Certamente, o Socrate», rispose. «E se, come penso, avendo acquisito le conoscenze prima che nascessimo, noi le abbiamo perdute nascendo, e poi, giovandoci dei sensi, riacquistiamo quelle medesime conoscenze che possedevamo in precedenza; ebbene, quello che noi chiamiamo apprendere non è un riacquistare una conoscenza che era già nostra? E se diciamo che questo è un ricordare, non parliamo forse in modo corretto?».

Pag. 86 di Giovanni Reale

Secondo Platone, tutte le nozioni precedono la nascita. Nella nascita l'individuo dimentica e poi, secondo Socrate e Platone, crescendo c'è un processo di ricordare le nozioni che sono già state acquisite.

Il ragionamento sofista non si chiede: "che cosa accumulo in questa vita, se mi limito a ricordare le altre?".

Se il vivere, anche prendendo per buon il modello di Platone e Socrate, è un modo per ricordare le nozioni acquisite nelle vite precedenti, appare evidente che, essendo le vite precedenti simili alla vita che facciamo, anche volendo concedere una parte di reminiscenza, certamente c'è, nella vita che facciamo, un'aggiunta alla reminiscenza passata.

Solo che se Platone riconosce questo alla donna e all'uomo, dovrebbe riconoscere che il soggetto non si limita più a ricordare, ma costruisce la sua conoscenza mediante la sua volontà e questo significherebbe, per Socrate e Platone, riconoscere quella dignità esistenziale alla donna e all'uomo che loro, nella loro struttura ideologica, vogliono assolutamente negare all'uomo (e soprattutto alla donna).

E' come il cristianesimo che, una volta che gli uomini con la loro volontà, il loro coraggio e la loro intelligenza, affrontano e risolvono problemi, anziché ringraziare gli uomini, ringraziano il loro dio padrone che è intervenuto per risolvere i problemi. Gli uomini intelligenti e coraggiosi vengono ridotti a nulla "affinché non si vantino davanti al loro dio padrone".

Formazione del dominio nel Fedone di Platone

Scrive Platone:

Socrate: - Ora tu bada qua: essendo insieme anima e corpo, natura vuole che il corpo serva e lascisi governare, e che l'anima donneggi [Nota: significa "domini"] e governi; ora anche per questo rispetto, quale pare à te simile a ciò che è divino? quale a ciò che è mortale? O non ti par che quel che è divino sia naturalmente convenevole a governare e comandare; e quello che è mortale, a servire ed essere governato?

Pag. 106 Giuseppe Acri

«Considera ora la questione anche da quest'altro punto di vista. Quando anima e corpo sono uniti insieme, la natura impone al corpo di servire e di lasciarsi governare, all'anima, invece, di dominare e di governare. Orbene, anche per questo rispetto, quale dei due ti pare simile a ciò che è divino e quale a ciò che è mortale? O non ti pare che ciò che è divino debba governare e comandare, e ciò che è mortale debba invece essere governato e servire?».

Pag. 90 Giovanni Reale

Tutta la teoria delle idee di Platone ha lo scopo di fissare la gerarchia. Come il filosofo è vicino al divino, così il divino è vicino all'anima. Come il divino è, nell'idea di Platone, un dio padrone, così l'anima è padrona del corpo e i filosofi i padroni degli uomini.

L'ideologia del dominio aristocratico di Platone viene legittimata attraverso la teoria delle idee. Tutto in Platone ha lo scopo di fissare il suo dominio sugli uomini. Che poi il dominio non sia suo, ma sia solo teorizzato permettendo a chiunque di dominare gli uomini usando le sue argomentazioni, è irrilevante. Platone ha bisogno di elaborare la teoria del dominio per legittimare il suo desiderio di dominare gli uomini; Platone, alla sua età, muore, ma rimane l'elaborazione teorica della legittimazione del dominio sugli uomini che altri uomini possono usare per legittimare il dominio dell'uomo sull'uomo. E così avvenne!

Platone considera l'anima più vicina alla sua idea di dio padrone con cui si identifica; per questo nutre disprezzo per il corpo (degli altri uomini) perché mortali, multiformi, dissolubili e non uguali a sé stessi.

Nelle gerarchie di Platone, ci sono uomini purificati, i filosofi, le cui anime, una volta morto il corpo, vanno verso il dio padrone. Ci sono uomini che non si sono dedicati alla filosofia e che vagano nell'attesa di una nuova reincarnazione fra cimiteri e monumenti funebri.

Scrive Platone:

- Un'anima che è così fatta s'avvia dunque a ciò che le somiglia, a ciò che è invisibile, a ciò che è divino e intellettuale e immortale, dove giungendo le toccherà di esser beata, libera dei vagamenti, delle stoltizie, delle paure, dei selvaggi amori e delle altre sciagure umane, passando tutto il suo tempo cogl'Iddii, secondoché raccontasi degli Iniziati.

Pag. 108 Francesco Acri

«E allora, un'anima che si è preparata in tal modo, non se ne andrà verso ciò che le assomiglia, verso ciò che è invisibile, divino, immortale, intelligente, dove, una volta giunta, le toccherà di essere veramente felice, libera dagli erramenti, dalle stoltezze, dalle paure, dai selvaggi amori e dagli altri mali umani, passando tutto il resto del tempo con gli dèi, come si racconta degli iniziati?

Pag. 91 Giovanni Reale

Al contrario gli altri, i cattivi, continuano nella catena delle reincarnazioni. Come per i buddisti dove la fine delle reincarnazioni porta all'annullamento di sé nel nirvana.

Le anime dei cattivi, secondo Socrate e Platone, si legano ai corpi e ai loro desideri. Diventano, secondo Platone e Socrate, "anime pesanti" e condannate a vagare attorno ai monumenti funebri e ai cimiteri "scontando la pena della loro passata esistenza malvagia". Anime che vagano finché non si reincarnano. Dove, lo stesso reincarnarsi, è inteso da Platone come una sorta di vagabondaggio dell'anima nella materia.

Gli stessi animali, secondo Platone e Socrate, vengono divisi in categorie morali, "esseri malvagi", nei quali le "anime malvage" si reincarnerebbero. Secondo Platone le anime degli Esseri Umani si reincarnano. Gli ingordi (e chi ha stabilito che quell'uomo o donna è un ingordo?) si reincarnano in asini o "bestie del genere" mentre, chi vive di ingiustizie si reincarnerebbe in un lupo (e chi ha stabilito che i lupi hanno qualche cosa a che vedere con il concetto morale di ingiustizia?). In Platone e in Socrate gli animali sono divisi in categorie morali ed esistono solo in funzione dell'uomo (come nella Genesi della bibbia).

Per accedere agli Dèi, secondo Socrate e Platone, è necessario aver coltivato la filosofia ed essere andati puri alla morte. Secondo Socrate e Platone il filosofo domina e si tiene lontano dalle passioni. Come Paolo di Tarso che, sessualmente impotente, eleva la sua impotenza a modello religioso da imporre agli uomini con la violenza.

La filosofia come delirio permette a Platone di affermare che, negando il corpo, le sue passioni e le sue pulsioni, scioglie l'anima dal corpo dimostrando che "l'indagine che si conduce mediante gli occhi è piena di inganni".

Ciò che Platone vuole nascondere è che le indagini di chi nega il corpo e i suoi bisogni è un insieme di deliri, di allucinazioni, di illusioni in cui è imprigionato il desiderio negato.

La malattia mentale nasce dalla condanna che per ragioni morali l'individuo fa a sé stesso negando non solo la veicolazione dei suoi desideri in funzione di una "virtù" immaginaria, ma impedendo la veicolazione della propria energia (che si veicola normalmente attraverso le pulsioni) libidica che, non esprimendosi nel mondo, si ritorce nell'individuo, condiziona la sua vita in funzione del delirio che produce nella psiche cortocircuitando il vivere dell'individuo in sé stesso.

Il corpo, a cui viene negato il principio del piacere, si chiude in sé stesso e muore in sé stesso.

Il principio del piacere che, fin dall'inizio del tempo generò la vita alimentando le trasformazioni del presente, una volta negato dentro al singolo Essere della Natura nega tutto il senso dell'esistenza del soggetto stesso.

Scrive Platone nel Fedone:

- Ti dirò: perocché, - seguitò egli, - coloro che sono vaghi di apprendere, sanno che la filosofia accoglie l'anima loro, legata al corpo, anzi appiccicata, e costretta a considerare gli enti, non da sé e senza mezzo, ma sibbene per entro a quello, come per entro a una carcere; ravvolgendosi ella in ogni maniera d'ignoranza, ma non si che non s'avveda che la terribilità della carcere è per cagione del desiderio suo del corpo; sicché ella, l'avvinchiata, con tutta sua forza aiuta a farsi avvinchiare; come dico, questi uomini sanno che la filosofia guardando con benignità l'anima loro dolorosa, e, dolcemente rincorandola, prende 'a scioglierla, mostrando che son pieni d'inganno gli occhi, e pieni d'inganno gli orecchi e gli altri sentimenti; e la persuade di ritrarsi da quelli, salvo a usarne quanto è di necessità; e confortarla a restringersi e adunare tutta in sé e a non credere a niuno, eccetto che a sé medesima; e a tener per vero ciò ch'ella da sé intende, i puri enti, e in nulla vero poi ciò che intende per altro e che muta; e a pensare che tale è ciò ch'è sensibile e visibile, per contrario ciò che vede ella da sé medesima intellìgibile è, ed è eterno, E l'anima del verace filosofo non istimando d'aver a contrastare a questa liberazione, si tempera più ch'ella può da piaceri e desiderii e paure; considerando che colui che fuor di misura si rallegra o teme o s'addolora o infiamma di desiderio, non riceve tanto male, quanto, secondoché si crede, se egli infermasse o consumasse parte di sue facoltà per soddisfare alle sue voglie, ma si egli riceve il più gran male che immaginare si possa, e non ne tien conto,

Pag. 110 Francesco Acri

«In che modo, o Socrate?».

«Te lo dirò - rispose -. Coloro che amano il sapere sanno che la filosofia, prendendo la loro anima interamente legata ai lacci del corpo e ad esso congiunta, costretta a considerare gli esseri mediante il corpo, come attraverso una prigione, non da se stessa e per se stessa, e avvolta in ogni forma di ignoranza; e avvedendosi che la cosa tremenda del carcere è prodotta dalle passioni, in quanto chi è legato contribuisce lui stesso in sommo grado a farsi avvinghiare; ebbene, come dicevamo, questi uomini che amano il sapere sanno che la filosofia, prendendo la loro anima che si trova in tali condizioni, dà ad essa consiglio e cerca di scioglierla, dimostrando che l'indagine che si conduce mediante gli occhi è piena di inganni, e così anche l'indagine che si conduce mediante gli orecchi e gli altri sensi, persuadendola ad abbandonare questi, se non per quel tanto che è necessario far uso di essi, ed esortandola a raccogliersi e a concentrarsi tutta in se stessa e a non credere a nient'altro che a se stessa, e a tenere per vero solo ciò che essa da sé intende e da sé sola, quale che sia quell'essere in sé e per sé che essa di per sé pensa, e a non credere in nulla vero ciò che vede con altri mezzi e che continuamente muta col mutare delle circostanze, perché mentre questo è sensibile e visibile, ciò che invece essa da se medesima vede è intelligibile ed eterno. E l'anima del vero filosofo, non ritenendo di dover contrastare a questa liberazione, si astiene dai piaceri, dai desideri e dalle paure il più possibile, considerando che chi si lascia prendere oltre misura dai piaceri o dai timori o dai dolori o dalle passioni non riceve da essi un male di quelli che si potrebbe credere, come se si ammalasse, o consumasse parte delle sue sostanze per soddisfare le sue passioni, ma subisce il male più grande che si possa immaginare: subisce questo male, e non se ne rende conto».

Pag. 93 Giovanni Reale

Socrate e Platone condannano il piacere come un danno assoluto della loro anima. Non condannano il piacere per sé stessi o in sé stessi, ma condannano il piacere in sé negandolo, militarmente, a tutti gli uomini. Il danno per la negazione del piacere è un danno reale che ricade sotto i sensi mentre, il vantaggio millantato, è spostato nel tempo e in condizioni aleatorie che abitano i desideri frustrati del filosofo fallito nella sua esistenza.

E' in queste condizioni che la psiche degli uomini si ammala desiderando l'unico bene che la malattia consente loro: il dominio su altri uomini. I seguaci di Socrate e di Platone, i cristiani, i musulmani, i buddisti e gli ebrei, attraversati dal desiderio di dominio, unico desiderio che secondo Platone e Socrate non danneggia la loro anima, sono convinti che la loro virtù li porta ad essere uguali al dio padrone presso il quale aspirano di abitare al momento della morte.

E' la stessa distorsione mentale per cui Gesù che si pensa il dio padrone degli uomini e aspira a tornare sulla terra trasportato dalle nubi con grande potenza per stupire gli uomini per conto del dio padrone che chiama suo padre, o come i re di Atlantide erano considerati da Platone padroni di uomini in quanto figli del dio padrone Poseidone.

Quando Platone nel Fedone dice:

Perché ogni piacere e dolore, come avesse un chiodo, conficca l'anima nel corpo e la fa corporale in modo, che ella crede vero tutto ciò che il corpo dice essere vero. Imperoché ella dicendosela col corpo e pigliando insieme con lui diletto nelle cose medesime, mi penso che è necessitata di pigliare anche il medesimo abito e costume; onde mai non arriva pura nell'Ade; peroché, uscendo dal corpo suo tutta piena di corporale desiderio, tosto ella cade novamente in un altro corpo, e, come fosse sementa, ivi germoglia, rinascendo accecata della vista di ciò che è divino, puro, schietto.

Pag. 111 Francesco Acri

«Perché ogni piacere e ogni dolore, come se avesse un chiodo, inchioda e fissa l'anima nel corpo, la fa diventare quasi corporea e le fa credere che sia vero ciò che il corpo dice essere vero. E da questo avere le stesse opinioni del corpo e da questo suo godere degli stessi godimenti del corpo, io penso, è costretta anche ad acquistare gli stessi modi e le stesse tendenze del corpo, e quindi a diventare tale da non poter giungere pura all'Ade; ma uscirà dal corpo tutta piena di desiderio del corpo, cosicché cadrà subito nuovamente in un altro corpo, e, come se fosse semenza, ivi germoglierà, e, per questo, non potrà mai avere in sorte la partecipazione di ciò che è divino, puro, uniforme».

Pag. 93-94 Giovanni Reale

La condanna del corpo ad opera di Platone è totale. Il corpo è il male. E' colui che contamina l'anima; è colui i cui desideri e bisogni vanno negati in funzione di un'anima che aspira al divino. Platone nega validità e sacralità alla vita. Il corpo che vive e che abita il mondo è il male e dovere dell'individuo è rinunciare alla felicità, al desiderio, al piacere perché in questo modo, distruggendo la sua vita, nobilita la sua anima.

Platone non sta parlando del suo corpo, delle sue scelte, ma sta parlando del corpo degli uomini, delle scelte degli uomini, che in questo modo, attraverso la negazione del piacere, diventano malati, deboli, indifesi e bisognosi di protezione.

L'aspirazione di Platone non è quella di diventare un dio e abitare presso gli Dèi, ma è quella di diventare un padrone di uomini. Per questo pensa gli Dèi come a dei padroni. Negando agli uomini la soddisfazione dei bisogni e dei desideri rende gli uomini bisognosi e sottomessi a Platone che, al contrario, non ha rinunciato ai bisogni e coltiva il piacere di diventare il loro padrone.

E' proprio ciò che farà il cristianesimo. Costruirà la miseria nelle società e distruggerà la cultura per costringere gli uomini a vivere nella povertà e nell'indigenza per alimentare la gloria del suo dio padrone.

La filosofia di Platone è un delirio da malattia psichiatrica che avvolge il suo desiderio di onnipotenza alienandolo dalla vita reale.

Il corpo del filosofo produce il pensiero astratto del filosofo a seconda di come quel corpo abita il mondo. Il pensiero astratto del filosofo condiziona il suo corpo nel suo modo di abitare il mondo. I due aspetti sono intimamente legati. Le condizioni della vita guidano la formazione del pensiero e la formazione del pensiero, anche imposta soggettivamente, giustificano le scelte soggettive nella vita.

Un corpo malato, delirante, tende a legittimare e a considerare reali i propri deliri e pretende di dare a tali deliri uno sviluppo logico. Nonostante le giustificazioni sofiste, di Platone per bocca di Socrate, i deliri continuano a rimanere nell'ambito del delirio volti a giustificare una sorta di immortalità di Platone e la sua assunzione [al cielo?] presso gli Dèi.

E invece, avendo negato il corpo, Socrate/Platone ha distrutto la sua vita e la sua possibilità di eternità.

Era il corpo che con i suoi desideri, i suoi bisogni, le sue passioni e i suoi progetti esistenziali [intelligenza] forgiava la sua struttura psico-emotiva che lo avrebbe portato a superare la morte del corpo fisico.

Negare il corpo, i bisogni del corpo delle persone, per poterle dominare. Sia che le persone abbiano seguito le sue indicazioni morali e comportamentali obbedendo e sottomettendosi, sia che le persone siano vissute da padrone di altre persone saccheggiando la loro struttura emotiva con la quale sono nati e che li spingeva ad affrontare le contraddizioni della loro esistenza partendo dalle pulsioni del loro corpo, sono vissuti distruggendo sé stessi.

Il corpo conosceva e sapeva. Platone ha negato l'esistenza del sapere del suo corpo. Ha costretto la sua ragione a delirare di onnipotenza.

L'uomo sottomesso che sottomette per giustificare la sua sottomissione.

Tutto ciò che dice Socrate non nasce dalla sua esperienza, ma è prodotto dalla sua malattia psichiatrica che lo porta a delirare. L'anima, come la intende Socrate, è solo un'oggetto desiderato e immaginato, ma non viene né definito, né dimostrato.

La virtù affermata da Socrate è parte del suo delirio di onnipotenza, come la sua "indagine sulla natura" con la pretesa di individuare le cause prime della natura. Non cercava di capire quanto vedeva, ma cercava una specie di verità ultima che lo ha portato di fallimento in fallimento.

Per indagare la Natura è necessario vivere la Natura. Piantare le piante, accudire gli animali, osservarli giorno dopo giorno e anno dopo anno nelle loro trasformazioni. Poi, quanto si deduce è sempre incerto, necessario di verifica e di sperimentazione. Non appartiene al mondo delle parole, ma al mondo delle azioni di cui la vita non può fare a meno. Socrate pensa di dover dare da mangiare agli animali; per farlo dovrebbe prendere la forca, raccogliere il fieno o il mangime, e distribuirlo. Servono azioni che la sua anima non può compiere perché la sua anima non è in grado di vivere. Lo potrebbe fare il suo corpo, ma Socrate ha già condannato il corpo e ritiene un fastidio essere costretto a provvedere per il cibo.

Socrate e Platone, come unti del loro dio padrone, non capiscono perché la natura non si adegua alla loro assolutezza.

Discutere delle affermazioni di Platone e Socrate significa discutere dei contenuti dei loro deliri patologici. Dei loro desideri, non di ciò che hanno fatto nella loro vita. Si discute di affermazioni, non di azioni volte ad ottenere un qualche risultato. Non spiegano nulla del perché ritengono ciò che intendono per anima, separata dal corpo. Procedono di affermazione in affermazione cercando il consenso di chi sta loro attorno. La verità di Socrate non sta nelle affermazioni di Socrate, ma negli occhi di Simmia e di Cibete che annuiscono compartecipando al medesimo delirio.

I deliri di onnipotenza possono servire per giustificare la distruzione delle società umane e il bisogno del dominio dell'uomo sull'uomo. Questa era un'attività molto praticata dai sofisti come Socrate e Platone.

Che cos'è eccellente e ottimo per Platone? Ciò che Platone definisce eccellente e ottimo a seconda del proprio gusto così, quando sente qualcuno che legge Anassagora affermando che l'intelligenza è la causa di tutto, subito Platone si interroga sul perché l'intelligenza, che egli intende come "persona intelligente", non come oggetto in sé, che è la causa di tutto, non dispone le cose nella maniera "migliore di tutto". Qual è la maniera migliore di tutto? Quella maniera che viene pensata da Platone.

Scrive Platone:

Secondo questa norma non dee alcuno considerare sul conto suo e sul conto delle altre cose, se non ciò che è il meglio; s'intende che bisogna conoscere anche il peggio, perché la scienza del meglio e del peggio, rispetto alle medesime cose, è una medesima».

Pag. 127 - 128 Giuseppe Acri

«Sulla base di questo ragionamento, io pensavo che all'uomo non convenisse considerare, intorno a se stesso e intorno alle altre cose, se non quello che è l'eccellente e l'ottimo. E, naturalmente, l'uomo avrebbe dovuto conoscere anche il peggio, perché la scienza del meglio e del peggio è la medesima.

Pag. 105 Giovanni Reale

Socrate/Platone è deluso da Anassagora. Avrebbe voluto che Anassagora gli insegnasse l'Intelligenza che cerca l'intelligente, il bello, l'ottimo perché per Socrate/Platone certamente l'Intelligente doveva essere come Socrate/Platone pensavano l'Intelligente che ordina ciò che per Platone/Socrate è il bello e l'ottimo parlando della virtù.

Naturalmente, dice Socrate/Platone, avrebbe dovuto parlare anche del peggio perché la "scienza" del meglio è anche la scienza del "peggio".

Come si può notare, manca in Socrate e Platone l'analisi da cui si deducono i concetti. C'è l'artifizio sofista che partendo dall'idea del mondo si articola ogni ragionamento per giustificare l'idea che si ha del mondo. E' quell'imparare i bei discorsi dei Sofisti con cui vincere gli scontri oratori, ma che negano aprioristicamente la ricerca del vero. Il vero è l'idea sofista aprioristicamente determinata, la retorica ha la funzione di legittimare l'idea sofista.

Anassagora non dà nessuna speranza in una virtù che consenta a Socrate/Platone di identificarsi con l'Intelligenza o affiancarsi ad essa per suggerire all'Intelligenza che cosa fare per essere Intelligenza.

Socrate/Platone è deluso da Anassagora per non aver avuto la ricetta del meglio del meglio.

Scrive Platone:

E questa speranza io non la barattava per tutto l'oro del mondo; anzi reca- tomi con grande sollecitudine in mano i libri, me li lessi tutti a gran fretta come poteva, dalla voglia di conoscere subito il meglio e il peggio. Ma questa molto maravigliosa speranza, amico, ecco che se ne va da me via e sparisce: perché, andando un poco avanti con l'occhio e leggendo, vedo il mio bravo uomo che della mente non si giova proprio nulla, né riferisce l'ordine del mondo ad alcuna cagione vera, ma si ad arie ed eteri e acque e ad altre cotali cose strane.

Pag. 128 Giuseppe Acri

«E a queste speranze io non avrei rinunciato per nessuna ragione al mondo! Presi dunque i suoi libri con la più grande sollecitudine, e li lessi il più presto possibile, per poter conoscere il più presto possibile il meglio e il peggio.

«Ma da questa meravigliosa speranza, o amico, venivo portato via, perché, mentre procedevo nella lettura del libro, vedevo che il nostro uomo non si serviva affatto dell'Intelligenza e non le attribuiva alcun ruolo di causa nella spiegazione dell'ordinamento delle cose e attribuiva, invece, il ruolo di causa all' aria, all' etere, all' acqua e a molte al tre cose estranee all'Intelligenza.

Pag. 106 Giovanni Reale

La realtà in cui viviamo costringe i soggetti che la abitano a trasformarsi soggettivamente per rispondere alle sollecitazioni e a loro volta i soggetti, ogni soggetto, abitando la realtà e adattandosi diventa soggetto che sollecita i soggetti, della sua realtà, a modificarsi e adattarsi.

Questo tipo di relazioni che modificano costantemente il presente è espressione dell'intelligenza assoluta dell'universo. E' proprio perché i soggetti si adattano alle sollecitazioni del loro presente che noi, assistendo a variazioni sistematiche della realtà, pensiamo a queste variazioni come a dei progetti intelligenti. Ma noi individuiamo l'intelligenza nel divenuto dopo che il divenuto si manifesta come trasformazione del precedente. Non progettiamo il futuro perché per farlo dovremmo conoscere milioni e milioni di progetti di soggetti che in questo momento desiderano un loro futuro. Noi possiamo solo progettare per adattamento e questo lo fa ogni Essere, dal più piccolo virus, alle galassie dello spazio siderale.

L'Intelligenza assoluta, la Mente, che Socrate/Platone vogliono mettere all'origine del mondo e con la quale vogliono identificarsi, esiste solo nelle fantasie di un Socrate/Platone che vive di delirio di onnipotenza.

Intelligenza è vivere nel mondo, adattarsi, trasformarsi, desiderare. E' vivere le relazioni con la Terra, con la Natura, con altri uomini e donne nella società in cui viviamo. Intelligenza è riconoscere gli elementi della Natura nell'insieme in cui ci trasformiamo. E mentre si vivono gli elementi della Natura, si modifica la Natura, il mondo, l'aria e l'etere.

Per farlo è necessario un corpo che abita il mondo e non le farneticazioni di chi aspira al dominio del mondo mediante discorsi vuoti sull'anima e sulla virtù con i quali ucciderei corpi desideranti di uomini e donne.

Corpi che abitano il mondo, corpi che trasformano il mondo di corpi che trasformano chi vive nel mondo. Corpi che manipolando le loro emozioni nelle sfide della vita fisica, costruiscono i loro corpi emotivi, il loro "Bacco" con cui trasformare la morte del corpo fisico in nascita del loro corpo luminoso.

Questo è il significato del detto orfico "molti sono i portatori di ferula, ma pochi sono i Bacchi". Molti sono coloro che sono nati come corpi fisici, ma pochi sono coloro che, abitando il mondo, hanno costruito il loro corpo luminoso.

Platone connette l'anima all'idea di vita. Il che significa che Platone aggredisce l'antico concetto di "anima" facendo cadere la distinzione fra ciò che consideriamo animato, che agisce nel mondo, distinguendolo da ciò che non è inanimato e che subisce l'azione nel mondo. Per Platone, ciò che è animato diventa il "portatore di anima" o un involucro per un'anima, mentre, ciò che non ha anima, non è animato. Si passa dal chiamare "animato" il soggetto che agisce nel mondo a considerare il soggetto che agisce un oggetto abitato dall'anima.

Basta stabilire la proprietà dell'anima e i doveri dell'anima, che condizionano il soggetto a servirla, e abbiamo l'ideologia della schiavitù.

Scrive Platone:

E se mi domandassi che mai si ha a generare in un corpo, perché egli infermi, non ti risponderei, il morbo; ma sibbene, La febbre. E se mi domandassi che s'ha a generare in un numero acciocché venga dispari, non risponderei, la disparità; ma sibbene, La monade [nota: significa uno]: e così seguendo. Hai tu inteso bene ciò che voglio io?

- Bene assai, - rispose.

- Su via, rispondi tu a me: che s'ha a generare in un corpo, perché venga vivo?

E colui: -L'anima.

- Sempre cosi?

-Come no?

- E sempre dov'entra l'anima, entra ella arrecando vita?

- SI.

- Ora ci è alcuna cosa contraria a vita, o no?

- Ci è, - disse.

- Che è?

- Morte

- Adunque l'anima giammai riceverà il contrario di ciò che ella arreca, siccome segue da tutto quello che detto innanzi è di accordo.

Pag. 137-138 di Giuseppe Acri

«E se mi domandassi che cosa si deve generare in un corpo perché si ammali, non ti risponderei che in esso si deve generare la malattia, ma la febbre.

«E se mi domandassi che cosa si deve generare in un numero perché divenga dispari, non ti risponderei che in esso si deve generare la disparità, ma una unità. E così per le altre cose. Vedi un po' se hai inteso bene quello che voglio dire».

«Ma ho capito molto bene!», rispose.

«Allora dimmi: che cosa si deve generare in un corpo perché sia vivo?».

«Si deve generare l'anima», rispose.

«Ed è forse sempre così?».

«E come no?», rispose.

«Allora, l'anima, qualunque cosa occupi, entra portandovi sempre la vita».

«È così», disse.

«E c'è qualcosa contrario alla vita, oppure no?».

«C'è», rispose.

«E che cos'è?».

«La morte».

«E non è forse vero che l'anima non potrà mai accogliere il contrario di ciò che essa apporta, come si è concordemente ammesso in base a ciò che prima si è detto?».

Pag. 112 Giovanni Reale

Sofisti che ingannano sé stessi.

Tenendo valida la traduzione di reale "che cosa si deve generare in un corpo perché sia vivo?", va da sé che un corpo manifesta ciò che lo anima e non è certo un'anima che anima un corpo inanimato. Mai si è visto un cadavere animarsi per l'intervento dell'anima. Non si è mai visto, quanto Socrate/Platone definiscono anima, senza un corpo. Solo i "malati di morte", incapaci di usare il proprio corpo desiderante, in un mondo di desideri e di passioni nelle relazioni col mondo, immaginano un'anima, la loro anima, distinta dal loro corpo sofferente. Noi possiamo avere l'idea dell'animazione solo guardando corpi viventi che abitano un mondo vivente.

Non c'è mai un soggetto che chiamiamo anima, ma solo corpi fisici animati. Non abbiamo mai l'idea di un'anima separata dal corpo se non quando è presente la malattia psichiatrica, la fatica di vivere, l'incapacità di affrontare i problemi della vita, solo allora nasce il desiderio di alienazione soggettiva dal mondo. Un'alienazione che può essere confinata solo nel desiderio e nel delirio, come in Socrate/Platone, o può veicolarsi anche nel suicidio, come spesso accade.

Il sofista Platone, attraverso le dichiarazioni di Socrate, mette in atto un'operazione sociale fra le più cattive e criminali che l'uomo possa immaginare. Ruba ai corpi le loro qualità esistenziali per relegarle in un'immaginaria "anima" che, da qualità dei corpi (ciò che li anima), diventa un oggetto in sé condizionando il quale viene distrutto il divenire dell'uomo.

Per Socrate e Platone è troppo difficile affrontare gli uomini, i loro corpi viventi. Meglio violentare la loro "anima", la loro psiche, la loro struttura emotiva per possedere il corpo e confinarlo in una prigione di comportamenti obbligatori che lo portano alla distruzione.

Il cadavere non è un corpo che viene abbandonato dall'anima, come afferma Platone, ma è un corpo che cessa di alimentare quanto lo animava. E' un corpo che ha cessato di emozionarsi, che ha cessato di manifestare i suoi desideri e le sue passioni.

La morte non è data dall'anima che abbandona un corpo, ma da un corpo che cessa di alimentare quanto lo anima.

Per questo motivo, a differenza di quanto afferma Platone, nel momento stesso in cui il corpo vive condizioni di sofferenza, sia per le sue scelte che per le condizioni oggettive a cui è costretto, può, se non vede altre possibilità, cessare di alimentare ciò che lo anima con il suicidio.

Noi non siamo proprietà di altri. Noi apparteniamo a noi stessi. Gli stessi Dèi, se vogliono alimentare il loro cammino di trasformazione soggettiva, devono assistere e concorrere alle nostre trasformazioni che hanno, nella ricerca del piacere e del benessere, scopo e fine.

Il mio corpo manifesta ciò che mi anima. Manifesta la differenza fra ciò che io, come Essere della Natura, chiamo animato distinguendolo da ciò che chiamiamo "inanimato". Questo perché, quel tipo di distinzione, la faccio IO!

Io faccio quella distinzione in quanto io sono la misura con la quale penso il mondo e gli oggetti del mondo in cui vivo. Il fatto stesso che io pensi in questo mondo e all'interno di questo mondo organizzo la mia vita, non significa che il mondo sia come io lo penso. Ma non significa nemmeno che io debba prestare attenzione a farneticazioni che non trovano riscontro né nel mondo né dell'idea che scaturisce dentro di me dalla mia esperienza esistenziale.

Io taglio l'albero per bruciarne la legna, ma non per questo non sono consapevole che l'albero è un corpo che manifesta ciò che lo anima e che ciò che lo anima è attraversato da bisogni, desideri e passioni come ogni altro corpo che manifesta ciò che lo anima.

Affermare come fa Platone, per bocca di Socrate, che il contrario dell'anima sarebbe la morte e che la morte non tocca l'anima perché, secondo Platone, qualunque cosa tocchi l'anima vi porterebbe la vita, significa negare il corpo per pensare ogni soggetto vivente come ad un cadavere che si può buttare nei forni crematori, tanto la sua anima sopravvive. Significa giustificare il genocidio e lo sterminio degli uomini.

Quando un corpo vivente viene arso vivo sui roghi dell'inquisizione cristiana, il dolore è del corpo o dell'anima?

Se è l'anima che abita il cadavere, una volta che il corpo viene bruciato, come piace ai cristiani, il corpo non dovrebbe provare dolore. Dovrebbe soffrire solo l'anima.

Dal momento che è il corpo a produrre ciò che lo anima e con esso il piacere, la felicità, prova anche il dolore come stimolo che lo spinge a trasformarsi per cercare il benessere e il piacere. Il dolore è uno stimolo che serve al corpo affinché agisca nella ricerca del benessere. Platone e i cristiani bloccano la reazione del corpo; legano i corpi sui roghi e si dilettano nel vederli contorcersi dal dolore.

Non c'è un'anima che giunge all'Ade o in una qualche forma di reincarnazione. Ciò che anima il corpo è distrutto nel momento in cui il corpo muore. Ciò che anima il corpo è una qualità del corpo stesso.

Il corpo nasce, nel senso che si anima diventando cosciente e consapevole di sé stesso separandosi dall'immenso che lo circonda e il corpo, dopo una serie di trasformazioni, cessa di essere animato.

Lo spettatore dice che il corpo muore ma; che cosa dice il corpo di sé stesso?

Platone non se lo chiede. Eppure, anche lui è nato. A Platone non importa che il suo corpo è nato come vivente, a lui importa solo che una cosa, che chiama "anima", eterna, immortale e sempre esistita, sia entrata in un cadavere animandolo e trasformandolo in un corpo che deve essere asservito alla sua "anima". In sostanza, Platone deve distruggere sé stesso in quanto il corpo che, sempre secondo Platone, imprigiona la sua anima. Imprigiona il dio che pensa di essere anziché costruire il dio che potrebbe diventare vivendo con passione.

Scrive Platone:

- E non è di necessità che si abbia a dire il medesimo di ciò ch'è immortale? Cioè, se anche esso è non perituro, essere non può che perisca l'anima, sopravvenendole morte; imperoché, siccome segue delle cose dette innanzi, ella non riceve morte e non può morta rimanere: cosi come non è pari il tre e neanco il dispari; come non è freddo il fuoco, e neanco la caldezza che è nel fuoco. Opporrà alcuno: «E che toglie, non già che il dispari, sopravvenendo il pari, si faccia pari, ma si, secondoché ci accordammo, che, perendo esso, il pari nasca nel luogo suo?»

Contro a colui che affermasse tali cose, e non ci sarebbe da battagliare dicendo che non dee perire il dispari: imperocché egli è perituro. E noi consentendo in ciò, si potrebbe sostenere facilmente che, sopravvenendo il pari, il dispari e il tre vanno via: e potrebbe si dire il medesimo del fuoco, del caldo e delle altre cose, o no?

- Si.

- E tornando noi all'immortale, se ci concordiamo ch'egli è non

perituro, l'anima, da poi che è immortale, non perisce: se poi no, ci bisognerà un'altra ragione.

- Oh! non ce n'è bisogno per questo; ché mal potrebbe alcuna altra cosa essere incorruttibile, se l'istesso immortale venisse a corruzione, il quale è eterno.

Pag. 138 - 139 Giuseppe Acri

«E non è necessario che diciamo questo anche dell'immortale? Se l'immortale è anche incorruttibile, sarà impossibile che l'anima, quando su essa sopraggiunga la morte, perisca; infatti, in base alle cose che si sono dette prima, non potrà ricevere morte e non potrà essere morta, così come dicevamo che il tre non potrà essere pari, e neanche, ovviamente, potrà essere pari il dispari; e così come non potrà essere freddo il fuoco e neanche il calore che si trova nel fuoco. "Ma che cosa vieta - obietterà qualcuno - che il dispari, pur non diventando pari, come si è ammesso, quando sopravviene il pari, perisca e, in luogo di esso, si generi il pari?". Contro chi obiettasse tali cose non ci sarebbe bisogno di polemizzare dicendo che l'impari non perisce, perché l'impari non è incorruttibile. Giacché, se avessimo convenuto che il dispari è incorruttibile, in tal caso noi potremmo facilmente replicare al nostro obiettore che, sopraggiungendo il pari, il dispari e il tre vanno via; e potremmo replicare la medesima cosa anche a proposito del fuoco, del caldo e delle altre cose. O no?».

«Certamente».

«E ora, tornando all'immortale, se noi ammettiamo che esso è anche incorruttibile, ne consegue che l'anima, oltre che essere immortale, dovrebbe essere anche incorruttibile. Se invece non lo ammettiamo, ci sarà bisogno di una prova ulteriore».

«No, non ce n'è bisogno - disse -, almeno per questo. Infatti, ben difficilmente ci potrebbe essere altra cosa che non accolga la corruzione, se l'immortale, che è eterno, dovesse accogliere la corruzione!».

Pag. 113 Giovanni Reale

Il delirio di onnipotenza di Platone passa dal corpo all'anima. Nel senso che è il corpo che delira di un'anima immortale, incorruttibile e eterna. Mediante la filosofia, l'anima di Platone cessa di cercare corpi attraverso sui rinascere, per abitare, definitivamente, presso dio.

Il giochino di logica sofista fra il numero pari e il numero dispari, appare fra gli artifizi retorici il cui scopo è quello di predisporre lo spettatore affinché non rifletta sulla qualità delle analogie proposte. La vita, la loro vita, è l'oggetto del discutere mentre, il caldo e il freddo, come il pari e il dispari, sono nozioni derivate dall'interpretazione soggettiva inappropriate, perché semplicistiche, per fungere da analogie credibili.

Il corpo che si anima. Il corpo che diventa cosciente di sé stesso. Il corpo che separa sé stesso dal mondo circostante e, in quel momento, la consapevolezza di esistere di quel corpo che proclama al mondo: "Io sono!"

Quell' "Io sono!" è la coscienza che il mio corpo esprime nelle azioni che mette in atto per espandersi nel mondo rispondendo alla sua struttura pulsionale. Sempre, fin da quando è un embrione a quando è vecchio e cammina verso la fine dei suoi anni.

Un corpo che lancia la sfida in un mondo di corpi che tendono a dilatarsi rispondendo ai propri bisogni, ai propri desideri, alle proprie necessità.

In tutto questo insieme esistenziale, ecco il Socrate/Platone che per dominare i corpi viventi diversi da sé proclamano l'esistenza di un'anima immortale, incorruttibile, alla quale sottomettere le pulsioni del corpo. Proprio là dove l'eternità è raggiungibile solo quando l'individuo agisce come se dovesse morire di lì a poco e progetta la modificazione mediante le sue azioni, come se fosse eterno.

Eppure, siamo sempre corruttibili e corrotti perché oggi non siamo ciò che eravamo ieri e, proprio per il nostro agire, domani non saremo ciò che siamo oggi.

Scrive Platone nel Fedone:

- Ora, se ciò ch'è immortale è incorruttibile, non segue che se mai l'anima è immortale, ella è secura da corruzione?

- Di necessità.

- E però sopravvenendo morte all'uomo, chiaro è che muore la parte sua che è mortale; ma l'altra, che è immortale, sfugge alla morte e vassene via sana e salva?

- Chiaro.

- Adunque, Cebete, l'anima'è immortale e incorruttibile più che ogni altra cosa; adunque saranno veramente le anime nostre in inferno.

Pag. 139 Francesco Acri

«Ma almeno la divinità - proseguì Socrate - e l'Idea stessa della vita, e qualsiasi altra cosa sia immortale, penso, tutti dovranno ammettere che non possono mai perire».

«Sì, per Zeus! Tutti gli uomini, e ancor più, credo, gli dèi».

«E dal momento che l'immortale è altresì incorruttibile, è mai possibile che l'anima, se ha la prerogativa di essere immortale, non sia incorruttibile?».

«È del tutto necessario».

«E dunque, quando all'uomo sopravviene la morte, la parte dell'uomo che è mortale, come è ovvio, muore, ma l'altra che è immortale, sana e salva e incorrotta se ne va via e si allontana, lasciando il posto alla morte».

«Pare di sì».

«Più di ogni altra cosa, allora, o Cebete - disse -, l'anima umana è immortale e incorruttibile e davvero le nostre anime esisteranno nell' Ade».

Pag. 113 - 114 Giovanni Reale

In Platone non esiste il concetto di trasformazione. Non esiste il concetto di divenire. Non esiste il dopo che segue l'adesso costruito dalle trasformazioni del prima.

L'anima di ogni singolo uomo è immortale e incorruttibile. Gli Dèi sono immortali e incorruttibili. Come può nascere un simile pensiero se non da una visione delirante della realtà? Non certo dal mito. Nel Mito tutti gli Dèi nascono, tutti gli Dèi divengono trasformandosi da un prima, magari dopo dura lotta.

Zeus fagocita Meti, e non è più lo Zeus di prima esattamente come lo Zeus che partorisce Atena o Dioniso non è più lo Zeus di prima. Zeus si è corrotto, si è trasformato, è divenuto perché le azioni che ha fatto non hanno solo modificato l'oggettività, ma soprattutto colui che ha fatto quelle azioni.

I corpi umani nascono e crescono, si corrompono e si ristrutturano, si trasformano e divengono in un continuo mutare e con quelle trasformazioni divengono e si trasformano tutte le qualità che noi leggiamo nei corpi. Come si corrompe il corpo modificandolo e non mantenendolo mai uguale a sé stesso, così le emozioni, l'intelligenza, la psiche e quanto di animato quel corpo esprime si corrompe cambiando attimo dopo attimo, giorno dopo giorno; azione dopo azione, scelta dopo scelta. Corrompere non ha solo il significato negativo, ma ha il significato di "concorrere a rompere" ciò che per esistere non può mai essere uguale a sé stesso. Rompere la forma che vive quel presente per affrontare un nuovo presente. Modificare quanto tende ad essere statico, immobile o permanente.

Il bambino viene corrotto e si corrompe ogni giorno per poter crescere. In questo modo ciò che ci rende animati si trasforma e si adatta continuamente mediante le azioni del corpo corrompendosi e continuamente costruendo nuovi equilibri per squilibrarsi subito dopo.

Armonia e Peitò; amicizia e contesa furente; modificano continuamente e sistematicamente il presente del nostro vivere.

Davanti al desiderio di immortalità e persistenza, che Platone fa dire a Socrate, l'immobilità di un soggetto che si ritiene sempre esistito e che pensa di esistere in eterno, non ci sono obiezioni. Come si può obbiettare al desiderio soggettivo? Davanti alla fede cieca con cui Socrate giustifica il suo delirio c'è solo da prendere atto del suo fallimento esistenziale che si risolve con una tazza di cicuta o sulla croce. Non c'è l'Ade che attende Socrate perché non ha un'anima che giunga là dove desidera essere alienato da una vita che non ha saputo affrontare.

Platone, per bocca di Socrate, invita le persone a fare guerra al proprio corpo per salvare dalla reincarnazione la loro anima, ma dal momento che, come dice, è il corpo che genera l'anima, la guerra al corpo ha il solo scopo di distruggere quella struttura psico-emotiva che rende animato il corpo degli uomini.

Scrive Platone nel Fedone:

Ed egli ripigliò, e casi disse: Ma convien considerare questo, o amici: se l'anima è immortale, bisogna curare di lei, non solo per questi pochi di che noi chiamiamo vita, ma sibbene per il tempo futuro; ché il pericolo apparisce ora terribile, se non se ne ha cura. Imperocché se la morte fosse veramente separazione da ogni cosa, sarebbe guadagno a' malvagi liberarsi dal corpo e dalla malvagità insieme con l'anima. Ma ora da poi che manifesta cosa è ch'ella è immortale, non le rimane niuno altro rifugio dai mali e niuna salvezza eccetto ch'ella sia molto buona e savia; imperocché l'anima va in inferno non avendo altra compagnia se non i suoi pensamenti ed i suoi costumi: i quali, come si racconta, sono ai morti di grande utilità o danno tosto ch'eglino sono per entrare in cammino verso l'inferno.

Pag. 140 Francesco Acri

«Ma, o amici - disse -, su questo conviene riflettere: se l'anima è immortale, bisogna aver cura di essa, non solo per questo tempo della nostra

vita, ma anche per la totalità del tempo, e considerare che il pericolo, ora sembrerebbe terribile, se non si ha cura di essa.

«Infatti, se la morte fosse totale liberazione da tutto, sarebbe un bel guadagno davvero per i malvagi liberarsi, quando muoiono, dal corpo, e, nello stesso tempo, liberarsi, insieme con l'anima, anche delle loro malvagità! Ma ora, dal momento che ci è risultato che l'anima è immortale, non le rimane nessun altro modo per sottrarsi ai mali e salvarsi, se non diventare buona e saggia quanto più è possibile….

Pag. 114 Giovanni Reale

Il corpo corrompe l'anima?

L'anima corrompe il corpo?

L'anima immortale viene corrotta da un corpo mortale?

Si ascolta, Socrate/Platone, quando parla?

L'anima immortale, secondo la visione di Socrate e di Platone, non ha nessuna influenza sul corpo al punto che è il corpo che condiziona l'anima. Socrate/Platone chiedono al corpo di sacrificarsi, uccidere le sue pulsioni esistenziali, per salvare l'anima.

Sofisti: deliri di malati sul lettino dello psichiatra!

Platone introduce il concetto di "salvezza" dove l'azione del corpo deve essere tale per "salvare" il destino della sua anima. I cristiani, a questo concetto di "salvezza" aggiungeranno il loro dio padrone Gesù che verrebbe per salvare le anime dai loro peccati.

L'altro elemento introdotto da Platone sono "i malvagi".

Azione sociale e azione dell'anima.

Chi uccide sarà punito?

Sappiamo chi lo dice, ma l'assassino afferma che c'è una punizione per i malvagi dopo la morte. Intanto, si ritiene libero e in diritto di macellare in virtù della sua "autorità". L'atto di assassinare è un atto reale; la "punizione dopo la morte" è un farneticare! Appare più come la consolazione dell'impotente o, peggio, di chi costruendo l'impotenza nelle persone violenta e terrorizza i cittadini affinché continuino a stare nell'impotenza.

Il malvagio è tale solo nella fantasia. Non ha forse Socrate dichiarato che chi vive di rapine si sarebbe reincarnato in un lupo? E che gli hanno fatto i lupi per essere ridotti ad una categoria morale che Platone eleva a principio filosofico?

Le scelte che facciamo nella vita non solo costringono il nostro corpo a modificarsi, ma anche la nostra psiche, le nostre emozioni, i nostri sentimenti e le nostre percezioni della qualità della realtà in cui viviamo.

Ogni azione che noi facciamo ci modifica. Ogni scelta che noi facciamo, ci plasma e al momento della morte del corpo fisico portiamo con noi il bagaglio del nostro vissuto che altro non è che la qualità emotiva forgiata nelle nostre azioni e nelle nostre scelte. Le azioni che mettiamo in atto hanno un carattere morale relativo al sistema sociale in cui viviamo. Che queste scelte e queste azioni corrompono la nostra struttura emotiva costruendo o impedendo la costruzione o, ancora, demolendo ciò che già abbiamo costruito, non dipende dalle azioni o dalle scelte in sé, ma dal come noi carichiamo emotivamente e psicologicamente scelte e azioni.

Un'azione può essere considerata un delitto dalla legge, ma non è detto che distrugga l'uomo come non è detto che un'azione considerata buona costruisca l'uomo. Non è l'azione in sé, come piace a Socrate, ma il carico emotivo che l'uomo investe nell'azione e le finalità che persegue che hanno la capacità di determinare la qualità e la direzione della trasformazione dell'uomo stesso.

Le azioni e le scelte sono le azioni e le scelte di un corpo che abita il mondo. E' il corpo che sente, desidera, ama, percepisce e ha sentimenti. Soprattutto sono le passioni, i desideri, i piaceri che spingono l'uomo ad investire le sue emozioni nelle sue azioni. I piaceri, i desideri, le passioni sono pulsioni che la nostra specie ha messo a guardia dell'uomo, del suo divenire, affinché individui come Socrate e Platone non criminalizzino la vita dell'uomo distruggendo il suo divenire nell'eternità dei mutamenti attraverso la negazione al corpo della necessità di espandersi nel mondo in cui è venuto in essere.

Se dovessimo usare le categorie di Socrate e di Platone, le loro anime sarebbero dannate in eterno. Erano tanto attaccati al desiderio di eternità e ai disegni di dominio sul mondo e sugli uomini che si sono scordati di vivere e di abitare il mondo.

Eternamente dannati!

Eternamente nulla, dal momento che non avendo vissuto passioni e desideri, non hanno plasmato la loro struttura psico-emotiva nelle sfide che la vita presentava quotidianamente agli uomini. Socrate/Platone non è Ulisse che affronta i pericoli rientrando da Troia; non sono Paride che si assume la responsabilità di scegliere la più bella dell'Olimpo.

Voglio concludere questa mia dissertazione sull'anima e la reincarnazione proposta da Platone nel Fedone attraverso le conclusioni di natura etica che Platone mette in bocca a Socrate e sulle quali, generazioni di studenti e apprendisti "filosofi", non hanno riflettuto abbastanza.

Scrive Platone nel Fedone:

Vero è che il sostenere che le cose vadano propriamente come io ho esposto, non si conviene a uomo savio; ma che o queste o alcuna cosa simile abbia a essere delle nostre anime e delle abitazioni loro, ciò, da poi ch'è chiaro l'anima essere immortale, mi par, bene che si convenga; e mette conto arrischiarsi a crederlo, perché bello è il rischio; e da altra parte bisogna con queste credenze che noi quasi faccia m'o l'incantagione a noi medesimi, per istare tranquilli. Ecco perché è un pezzo ora che tiro in lungo questa favola. Per tanto ha da avere fidanza della sua anima l'uomo che vivendo rinunziò ai piaceri e agli ornamenti del corpo, riputandoli stranei e anzi dolori e laidezze e pose suo diletto in apprendere; e avendo l'anima adorna, non di vezzi stranei, ma proprii suoi, cioè di sapienza e giustizia e fortezza e verità, così stassi ad aspettare l'ora di suo viaggio in inferno, pronto quando il fato lo chiami.

Pag. 148 Francesco Acri

«Certamente, sostenere che le cose siano veramente così come io le ho esposte, non si conviene ad un uomo che abbia buon senso; ma sostenere che o questo o qualcosa simile a questo debba accadere delle nostre anime e delle loro dimore, dal momento che è risultato che l'anima è immortale: ebbene, questo mi pare che si convenga, e che metta conto arrischiarsi a crederlo, perché il rischio è bello! E bisogna che, con queste credenze, noi facciamo l'incantesimo a noi medesimi: ed è per questo che io, da un pezzo protraggo questo mio mito.

«Per questi motivi, deve avere ferma fiducia, riguardo alla sua anima, l'uomo che durante la sua vita rinunciò ai piaceri e agli ornamenti del corpo, giudicandoli estranei e pensando che facessero solo del male, e, invece, si curò nelle gioie dell'apprendere, e, avendo ornato la sua anima non di ornamenti chele sono estranei, ma di ornamenti che sono a lei propri; cioè di temperanza, giustizia, fortezza, libertà e verità, così aspetta l'ora del suo viaggio nell'Ade, pronto a mettersi in viaggio quando verrà il suo giorno.

Pag 119 - 120 Giovanni Reale

Dopo aver fatto del male al prossimo, attraverso la condanna del loro corpo e delle loro pulsioni d'esistenza, Platone, attraverso Socrate, cerca comprensione per le farneticazioni deliranti che ha espresso nel desiderio di essere onnipotente, eterno e incorruttibile.

Tutto ci lascia sgomenti.

Condannare la vita quotidiana delle persone, la loro ricerca di benessere e felicità per costruire quella miseria sociale che Socrate e Platone desiderano osservare nelle persone a loro sottomesse.

Negare il corpo e l'abitare il mondo da parte del corpo significa negare all'uomo le sue possibilità di infinito.

Se davvero avessero letto Orfeo, avrebbero saputo che si potevano dividere i viventi in mortali e in immortali, ma che entrambi nascono e, al di là della qualità dei loro corpi, entrambi divengono e si trasformano e dal momento che si afferma che gli immortali sono nati, nulla impedisce, se non le farneticazioni sull'anima di Socrate/Platone, che i mortali diventino eterni attraverso proprio il loro corpo.

Con la nascita del corpo nasce anche quel complesso che Socrate e Platone vogliono chiudere con la definizione di "anima". In quest'ottica non esiste la possibilità di concepire l'idea del dio padrone, padrone dei corpi attraverso il controllo delle anime, e appartiene al regno della farneticazione il concetto di reincarnazione col quale Socrate e Platone vogliono imprigionare gli uomini.

Il complesso della mia struttura psico-emotiva nasce come qualità specifica del mio corpo, cresce e si sviluppa al crescere e allo svilupparsi del mio corpo. E' il mio corpo!

La mia vita è costruire il mio corpo e nello stesso tempo è costruzione, mediante trasformazione, della mia struttura psico-emotiva. Ma questa costruzione, la sedimentazione delle esperienze capaci i plasmare le mie emozioni, la mia psiche, la mia percezione, le mie sensazioni, è data dalle pulsioni esistenziali del mio corpo che si adattano e rispondono a tutti i fenomeni che percepisco nel mondo, anche a quelli di cui ignoro l'origine o la qualità.

Ciò che io costruisco, plasmando azione dopo azione, è la mia struttura psico-emotiva, è la sedimentazione di un patrimonio di esperienze che mi porto al momento della morte.

E' il mio corpo che guida la costruzione di quel patrimonio di esperienze anche quando la situazione oggettiva, il mondo, manda verso di me fenomeni e segnali atroci ai quali il mio corpo risponde plasmando, comunque, anche in quelle condizioni, la mia struttura psico-emotiva.

Una struttura psico-emotiva costruita col mio vissuto, con la specificità con cui il mio corpo ha abitato il mondo.

La strada che porta all'eternità è proprio quella del corpo che abita il mondo e che plasma il sé stesso psico-emotivo per affrontare la morte del corpo fisico.

Socrate e Platone, col loro delirio di onnipotenza, non solo hanno fatto del male ai popoli, ma hanno sprecato la loro esistenza nel tentativo di diventare padroni di uomini ridotti a bestiame che il dio padrone conduce al macello della vita [vedi il Crizia].

Socrate cerca la comprensione per il male che ha fatto affermando che "… è risultato che l'anima è immortale!".

No!

Tu non hai nessuna forma di immortalità!

Hai avuto la tua vita, una possibilità per diventare eterno, e hai condannato il corpo che poteva agire per trasformarti in un "dio".

Socrate e Platone volevano essere i padroni degli uomini e hanno distrutto la loro possibilità di eternità. E con la loro possibilità di eternità, hanno distrutto la possibilità di eternità di centinaia di milioni di individui. Uomini e donne i cui corpi sono stati macellati per "salvare le loro anime" per la gloria di un dio padrone.

Qualunque nome assuma il dio padrone di turno.

Onore a Zeus, che non fu mai padrone.

Lusiana, 20 ottobre 2016

NOTA: I testi citati sono:

Platone, Dialoghi 1970 Einaudi Editore 1970 nella riproduzione CDE marzo 1990 traduzione di Francesco Acri

Platone, Tutti gli scritti Editore Bompiani 2000/2014 a cura di Giovanni Reale, in particolare il Fedone è tradotto e annotato da Giovanni Reale.

Il numero delle pagine, sotto le citazioni, corrispondono a queste edizioni.

Marghera 28 ottobre 2016

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Claudio Simeoni

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.