La chiesa cattolica
Il settimo comandamento
(ottavo per l’esodo)
Non rubare!
Significato sociale e
giuridico, Del (ottavo) settimo
comandamento della bibbia di
ebrei e cristiani
di Claudio Simeoni
Vai all'indice per ricordare cosa succede se si è cittadini distratti.
Vai al Commento ai comandamenti ebraici di Mosè fatti propri dai cristiani.
Si tratta dell’ottavo
comandamento dell’Esodo, il settimo per la chiesa cattolica.
In quel comandamento ebreo
e cristiano interviene il “concetto di proprietà privata”. Un concetto che
assume contorni religiosi solo con la bibbia e con il cristianesimo.
Nel Codice Hammurapi e negli altri codici dell’Oriente Antico il
concetto di proprietà privata non era un concetto religioso, ma un concetto
personale. La figura centrale del codice giuridico era la persona, non il
padrone o il dio padrone.
Scrive Hammurapi (o Hammurabi come si
scrive comunemente):
“ 6 – Se un uomo ha rubato delle sostanze del
tempio o del palazzo, sia condannato a morte, e così pure il ricettatore.
7 – Se un uomo dal figlio o dallo schiavo di
un altro ha acquistato o accettato di tenere in deposito dell’argento o
dell’oro, o uno schiavo, o una schiava, o un bue, o una pecora, o un asino, o
qualunque altra cosa senza testimoni e senza redigere un contratto, è un ladro
e sia condannato a morte.
8 – Se un uomo ha rubato un bue, una pecora o
un asino, o un maiale o una barca e quanto ha rubato è di proprietà del tempio
o del palazzo, sia condannato a pagare una somma trenta volte superiore; se la
refurtiva appartiene ad un Muskenum corrisponda una somma dieci volte superiore. Se non
possiede la somma sia condannato a morte.” “Antiche leggi” di Claudio Saporetti
Al tipo di pena
corrisponde un tipo di condanna, ma soprattutto si precisa il soggetto a cui
appartiene l’oggetto rubato. Si precisa la proprietà privata. Cosa che non è
nei comandamenti ebrei e cristiani.
Se non si stabilisce
la proprietà dell’oggetto o come avviene la formazione della proprietà, non si
può nemmeno stabilire quando un oggetto è rubato se non in virtù dei rapporti
di forza che intercorrono fra le persone. Qualunque organizzazione mafiosa può
reclamare il diritto di proprietà in base alla violenza che esercita e accusare
le sue vittime di volerla derubare.
Il problema è
affrontato dal codice di Hammurabi:
“9 – Se un uomo che ha perduto qualche cosa la
ritrova nelle mani di un altro, deve presentare i testimoni che provano i suoi
diritti di proprietà, e l’altro chi gli ha venduto la merce e i testimoni
presenti alla vendita. Se i testimoni delle due parti giurano di fronte al dio,
sia considerato ladro il venditore e condannato a morte. Il legittimo
proprietario rientri in possesso dei suoi beni, e l’acquirente riprenda dal
patrimonio del venditore il denaro pagato.
10 – Se l’acquirente non è in grado di
presentare chi gli ha venduto la merce ed i testimoni della vendita, mentre il
legittimo proprietario presenta i testimoni che provano il suo diritto,
l’acquirente sia considerato ladro e condannato a morte. Il legittimo
proprietario rientri in possesso dei suoi beni.
11 – Se chi rivendica la proprietà del bene
perduto non è in grado di presentare i testimoni che provino il suo diritto, ha
detto il falso e sia condannato a morte.
12 – Se il venditore è morto, l’acquirente
prelevi dal suo patrimonio una somma cinque volte superiore al bene
rivendicato.
13 – Se non è possibile ad una delle parti
presentare subito i testimoni, siano concessi sei mesi di tempo. Se entro sei
mesi non è in grado di presentarli, è colpevole e subisca la pena.” “Antiche
leggi” di Claudio Saporetti
La decisione su chi è
che ruba e che cosa sia il rubare, nei comandamenti ebrei e cristiani è un dato
assolutamente soggettivo. Una condizione del rubare che può essere sottintesa
all’interno di un ambito culturale e sociale ristretto (dove tutti sanno che
cosa sia la proprietà, tutti sanno che cosa si intende per rubare, per tutti è
pacifico ritenere che “quella” è proprietà privata), ma non può essere usata
come affermazione assoluta, come fa la chiesa cattolica, lasciando alla
soggettività del più forte di vessare il più debole affermando che è il più
debole che ruba.
Il concetto secondo
cui è solo chi è debole che ruba a chi è socialmente più forte e colui che è
socialmente più forte deve salvaguardare la propria proprietà privata da chi è
socialmente debole che lo vuole sicuramente derubare, è il reale concetto
indotto da questo comandamento che ha insanguinato l’intera storia delle
società umane dall’avvento del cristianesimo ad oggi.
Il cristianesimo
stesso, il cattolicesimo come noi oggi lo conosciamo, ha avuto il furto, il
rubare, alla base della costruzione della propria ricchezza e del proprio
potere. Lo stesso dio degli ebrei e dei cristiani deve derubare le persone che
seguono altri Dèi; le deruba e le macella per costruire il proprio “potere” di
controllo.
“Per soddisfare le pretese sulle decime, fu
falsificato anche l’atto fondativo del vescovado di
Brema (riportato al 788), che sosteneva, come poi ribadì l’imperatore
Massimiliano nel 1512, che Carlo “Magno” avrebbe donato alla chiesa di Brema 70
mansi di terra (11.900 ettari; n.d.t.). tale atto
falsificato – eppure “da secoli Brema aveva costruito i suoi falsi per
mantenere o acquistare qualche diritto” (Droghereit).
Fu un modello di analoghi falsi del vescovado di Veren
nel XII secolo, presentato come un attestato originale di Carlo “Magno” del
786. In occasioni di liti confinarie tra Luneburg e
Brema il documento venne esibito per dimostrare sia la dotazione sia il limite
esatto del vescovado.
Il falso documento di Brema aveva un
precedente (col quale coincideva quasi letteralmente) nella contraffazione
dell’atto fondante del vescovado di Halberstadt: a
suo tempo il vescovo Bernardo di Halberstadt
(923-968) aveva contestato vittoriosamente la fondazione di un arcivescovado a
Magdeburgo, il cui titolare Giselher (981-1004), a
sua volta, reagì all’attestato fondativo
dell’arcivescovo di Gnesen con un documento
falsificato in nome del papa Giovanni XIII in base al quale nel 968 era stato
conferito all’arcivescovo Adalberto di Magdeburgo la primizia su tutti i
vescovi e gli arcivescovi di Germania. Ricchissimo di falsi fu anche il
secolare conflitto, condotto senza esclusione di colpi, tra gli arcivescovadi
di Colonia e di Amburgo.” Da “Storia criminale del cristianesimo” Vol IV pag. 291-292
“Pietro Diacono
famigerato falsario, operò come bibliotecario e archivista nel celebre
monastero di Montecassino, di cui cautelò e moltiplicò i possedimenti con
imbrogli continui: non soltanto riuscì ad imporre come veri tutti i vecchi e
falsi documenti cassinesi, ma riuscì ad approntarne
dei nuovi, “originali”; rielaborò e contraffece altre opere storiche e
agiografiche, gabellandole come frutto di altri autori. A Montecassino furono
fabbricati non soltanto diplomi sovranili, ma anche
documenti pontifici. La stessa cosa avvenne a Fulda.....”
Da “Storia criminale del cristianesimo” Vol IV pag.
293
Lo stesso vale per la
Donazione di Costantino, la madre di tutti i furti fatti dalla chiesa
cattolica:
“La così detta “Donazione di Costantino”,
preludio trionfale delle innumerevoli falsificazioni successive, nacque
all’inizio degli anni Cinquanta dell’VIII secolo
nella cancelleria pontificia di Stefano II, probabilmente già prima della sua
sortita francese. Secondo Walter Ullmann e altri
studiosi tutto “lascia intendere... che il luogo di nascita del falso fu la
cancelleria del papa”, in quanto era necessario un titolo giuridico per
ottenere quell’ambito possedimento terriero. Durante l’abboccamento di Quierzy, il pontefice riuscì evidentemente a rimuovere
tutti gli scrupoli di Pipino proprio mediante quell’atto presentando un
documento che designava s. Pietro come legittimo signore e padrone dell’Italia
e il papa come il detentore di un rango imperiale, anzi, addirittura come
“imperatore d’Occiente” (Brackmann);
e subito dopo indusse i Franchi alla guerra contro i Longobardi.
La pretesa del Constitutum Constantini ovvero del Privilegium Sanctae Romanae Ecclesiae, come venne
abitualmente chiamato durante il Medioevo, fu la Legenda Sancti
Silvestri, nata a Roma alla fine del V secolo, uno dei più diffusi romanzi
agiografici del cristianesimo in Italia, Inghilterra e Francia, che costituì
l’esordio di un genere letterario che contribuì enormemente a sostituire con i
falsi i dati concreti della realtà storica. Al principio del VI secolo tale favola trovò una prima utilizzazioni nelle
così dette Falsificazioni Simmachiane.
Secondo le differenti versioni in circolazione
in centinaia di manoscritti, la persecuzione dei cristiani attuata
dall’imperatore Costantino fu punita con la lebbra. (Costantino, come si sa,
non perseguitò i cristiani, al contrario, li favorì sempre). Papa Silvestro
però lo guarì e poi lo battezzò in Laterano. (L’imperatore non fu mai colpito
dalla lebbra, né venne batezzato da Silvestro, bensì
dal vescovo Eusebio di Nicomedia, un ariano, sul
letto di morte nel 337, mentre Silvestro morì nel 335. la chiesa lo festeggia
il 31 dicembre, quasi volesse ricordare, alla fine di ogni anno, il proprio
debito di riconoscenza verso il guaritore).
Il documento, col quale il papato ottenne con
l’inganno lo stato della chiesa e potè fondare
giuridicamente le proprie pretese di dominio universale, capovolse
completamente la situazione: L’imperatore romano, cui la chiesa era stata
sottomessa fino ad allora, venne a sua volta legalmente sottoposto al papato.
L’imbroglio fu gabellato come un Decreto di Costantino I a favore di papa
Silvestro, con data, firma olografa e nota del sovrano, che sosteneva che il
documento era stato redatto sulla tomba di s. Pietro. Con un atto di
riconoscenza per la sua miracolosa guarigione dalla lebbra Costantino regala al
papa e ai suoi successori un intero continente!” Da “Storia criminale del
cristianesimo” Vol IV pag. 294-295
Il furto è a
fondamento della chiesa cattolica e lo stesso vale per i vangeli
“E qui gli fecero una cena: Marta serviva e
Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio
profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò
con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell‘unguento. Allora
Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:
“Perché quest‘olio profumato non si è venduto per trecento danari per poi darli
ai poveri?” Questo egli disse non perché gl‘importasse dei poveri, ma perché
era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia
sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”.
Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e
accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva
risuscitato dai morti.” Giovanni 12, 2-9
Il furto è ciò di cui
l’evangelista accusa Giuda Iscariota. Ma non dice come viene formata la proprietà
privata che viene messa dentro alla cassa. Gesù non lavora, e nemmeno gli
altri. Non costruisce una ricchezza. E’ corretto pensare che la banda di Gesù
rubasse quanto mettevano nella cassa. Non esistono elementi per supporre che
quanto Giuda prendeva dalla cassa fosse un furto dal momento che lui era il
responsabile della cassa e, dunque, di tutti i profitti che il gruppo faceva
certamente in maniera illecita. C’è solo l’affermazione dell’evangelista
Giovanni che usa tale affermazione nei confronti di Giuda solo quando Giuda,
che gestisce la cassa, lamenta un uso improprio dei fondi comuni. Pertanto, il
contesto in cui Giuda è accusato di furto è tale da assolvere Giuda e, invece,
accusa Gesù di sperperare quanto, molto probabilmente, è stato rubato (o
sottratto mediante la richiesta di donazioni). Esattamente come la chiesa
cattolica, come oggi fanno i missionari cattolici sbandierando la miseria e
intascando sovvenzioni; è sempre un rubare.
Non chiedersi come il
gruppo facesse i profitti significa dare per scontata un’ipotesi aprioristica.
Un’ipotesi che può essere benevola o censoria a seconda che lo spettatore
faccia il tifo per Gesù o contro Gesù. Come fa i profitti la chiesa cattolica?
Oggi, come nei brani citati, con la truffa e rubando il denaro e la ricchezza
alle società civili!
E gli ebrei, come
gruppo, quali erano le loro regole per fare i profitti? Che cosa ordina il dio
degli ebrei e dei cristiani? Ordina forse di “non rubare”? Proviamo a citare
uno dei tanti brani della bibbia e lo prendiamo dal Deuteronomio:
“E quando il padrone, il dio tuo, ti avrà
introdotto nel paese che promise con giuramento ai tuoi padri, ad Abramo, ad
Isacco e a Giacobbe, di dare a te; quando avrai preso possesso delle città
grandi e belle che tu non hai edificato, delle case ricolme d’ogni bene, che tu
non hai riempito, dei pozzi in piena efficienza che tu non hai scavato, delle
vigne e degli uliveti che tu non hai piantato; quando finalmente avrai mangiato
e sarai sazio, guardati bene dal dimenticare il tuo padrone, che ti ha tratto
dall’Egitto, dal paese della schiavitù.” Deuteronomio 6, 10-12
Gli ebrei rubano per
volontà del loro dio padrone. Il loro dio padrone deruba coloro che hanno
costruito le case, coloro che hanno scavato i pozzi, coloro che hanno piantato
le vigne e li uliveti. E quelli che hai derubato, dice il dio padrone agli
ebrei, massacrali:
“Distruggi tutti i
popoli che il dio padrone, il tuo dio, mette in tua balia, senza sentirne pietà
e senza servire ai loro Dèi, perché ciò sarebbe un laccio per te. (Hitler, con
la soluzione finale, se non mi sbaglio, ha fatto esattamente questo!)”
Deuteronomio 7, 16
Lo stesso Gesù incita
al furto:
“E perché darsi tanta pena per il vestito? Guardate
come crescono i gigli del campo: non lavorano, né filano; eppure vi assicuro
nemmeno Salomone, in tutta la sua gloria,
non fu mai vestito come uno di essi. Or, se dio riveste così l’erba del campo,
che oggi è e domani viene gettata nel forno, quanto più vestirà voi gente di
poca fede? Non vogliate, dunque, angustiarvi dicendo: che cosa mangeremo? Che
cosa berremo? Di che cosa ci vestiremo? Di tutte queste cose si danno premura i
Pagani; or, il padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutto questo.” Matteo
6, 28-32
Dal momento che ci si
appropria dei beni senza aver contribuito alla società, si chiama rubare. Ed è
il furto alla base della vita del gruppo di Gesù dal momento che consuma, ma
non produce.
A questo punto, ci si
chiede:
Che cosa significa
“non rubare” se da ogni libro sacro degli ebrei e dei cristiani alla base di
ogni ordine del loro dio c’è il rubare?
Che cosa significa “non
rubare” se alla base della vita di Gesù c’è l’ideologia del furto nella società
in cui vive?
Si comprende che il
governo della Palestina poteva dire a Gesù: “Tu non devi rubare”. Si comprende
come Gesù, che attraverso i furti della chiesa cattolica diventa il padrone,
dica alle persone: “Non dovete rubare”. Però si tratta sempre del padrone, di
chi si fa padrone, che intima allo schiavo, che invece è portatore di bisogni,
che non deve rubare in quanto non deve soddisfare i suoi bisogni garantendo, di
fatto, al ladro l’impunità dal furto con cui ha costruito la sua ricchezza.
C’è una citazione in
Matteo che riafferma il “non rubare” da parte di Gesù nei dieci comandamenti:
“Gesù rispose: “Non uccidere, non commettere
adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre,
ama il prossimo tuo come te stesso.” Matteo 19, 18-19
Ma di cosa viveva
Gesù?
Gesù si considerava
figlio del dio padrone e, pertanto, padrone lui stesso. Infatti, egli non dice,
“Non dobbiamo rubare!”, ma dice: “Tu non devi rubare!”
La chiesa cattolica,
nel catechismo della chiesa cattolica 1994, così spiega ai suoi fedeli il
significato del comandamento:
“2401 – Il settimo comandamento proibisce di
prendere o di tenere ingiustamente i beni del prossimo e di arrecare danno al
prossimo nei suoi beni un qualsiasi modo. Esso prescrive la giustizia e la
carità nella gestione dei beni materiali e del frutto del lavoro umano. Esige,
in vista del bene comune, il rispetto della destinazione universale dei beni e
del diritto di proprietà privata. La vita cristiana si sforza di ordinare a dio
e alla carità fraterna i beni di questo mondo.” Catechismo della chiesa
cattolica 1994.
La chiesa cattolica
non condanna il furto che il suo dio padrone fa dei beni delle popolazioni. Non
condanna nemmeno il genocidio ordinato dal suo dio. Di fatto, la chiesa
cattolica a fondamento della propria ricchezza mette il furto. La Donazione di Costantino,
come abbiamo visto, è un furto perpetrato dalla chiesa cattolica a tutti gli
italiani. Un furto che la chiesa cattolica non ha ancora restituito.
Ma ora che la chiesa
cattolica ha rubato: vanta una qualche forma di diritto sul maltolto? E le
popolazioni che il dio padrone dei cristiani ha derubato prima e fatto
massacrare poi, vantano una qualche forma di diritto rispetto al loro essere
state derubate e massacrate?
La domanda è: COME SI
FORMA LA PROPRIETA’ PRIVATA?
A questa domanda la
chiesa cattolica non risponde!
Non può rispondere
perché ritiene che il dio padrone sia il padrone che affida agli uomini la
terra. Per cui, secondo la chiesa cattolica, gli uomini non hanno diritti in quanto
ogni diritto è detenuto dal suo dio padrone.
E’ la logica della
costituzione della società feudale come risultato del furto fatto dalla chiesa
cattolica nella Donazione di Costantino.
Proviamo a leggere
cosa dice Rousseau.
“Poiché nessun uomo ha per natura autorità sul
suo simile, e poiché la forza non produce nessun diritto, rimangono le
convenzioni come base di ogni autorità legittima tra gli uomini.
Se un individuo – dice Grozio
– può alienare la sua libertà e rendersi schiavo di un padrone, perché non
potrebbe tutto un popolo alienare la sua e rendersi suddito di un re [o di un
dio padrone; nota mia]? Vi sono qui parecchie parole equivoche che avrebbero
bisogno di essere chiarite; ma limitiamoci alla parola alienare. Alienare
significa donare o vendere. Ora, un uomo che si fa schiavo di un altro non si
dona; egli si vende, almeno per ottenere il proprio sostentamento. Ma un
popolo, per che cosa potrebbe vendersi? Un re [o il dio padrone, nota mia] non
solo non fornisce ai suoi sudditi il loro sostentamento, ma ricava il proprio
da essi; e, secondo Rabelais, un re non vive di poco. I sudditi darebbero
dunque le loro persone a condizione che siano presi anche i loro beni [essere
derubati; nota mia]? Non vedo che cosa rimanga loro da conservare.
Si dirà che il despota assicura ai sudditi la
tranquillità civile. E sia; ma che cosa ci guadagnano essi se le guerre che la
sua ambizione scatena, se la sua insaziabile avidità, se le vessazioni dei suoi
ministri li tormentano più di quanto non potrebbero fare i loro dissensi? Che
cosa ci guadagnano poi se quella stessa tranquillità è una delle loro miserie?
Si vive tranquilli anche nelle carceri: ma basta ciò per trovarcisi bene? I
greci rinchiusi nell’antro del ciclope vivevano là tranquilli, aspettando il
loro turno di essere divorati.
Dire che un uomo si doni gratuitamente è dire
cosa assurda ed inconcepibile; un tale atto è illegittimo e nullo, per il solo
fatto che chi lo compie è fuori di sé. Dire la stessa cosa di tutto un popolo
significa supporre un popolo di pazzi: e la pazzia non crea diritto.”
Jean-Jacques Rousseau “Il contratto sociale”
Dunque, la proprietà
privata si forma attraverso un atto di violenza che si chiama: RUBARE!
Stiamo parlando di
“proprietà privata” non di oggetti che si possiedono per vivere. La differenza
sta nel fatto che con la “proprietà privata” si controllano e si gestiscono le
persone anche costringendole ad agire contro i loro interessi; la proprietà dei
mezzi che servono per vivere non sono “proprietà privata”, ma estensione della
persona. La mia casa non è una “proprietà privata” (se non nella catalogazione
immobiliare giuridica dell’attuale Stato), ma è l’estensione di me. E’ parte di
me stesso. E non è la stessa cosa della “proprietà privata” dell’immobiliare
che possiede 100 case e le dà in affitto a persona che si vendono (vendono
parte del proprio tempo e della propria persona), per avere un’estensione di sé
stessi qual è la casa che abitano.
La proprietà privata
è sempre un furto, sia come conseguenza di azioni di furto fatte in passato,
sia come conseguenza di furti nel presente. Lo stesso termine “fare affari”
indica una modalità di “furto” eseguito con astuzia e basato sul
fraintendimento, l’illusione della controparte e il bisogno. Solo la legge può
legittimare, dal punto di vista sociale, la gestione del provento del furto. Un
rubare di cui la chiesa cattolica ha fatto largo uso salvo criminalizzare
chiunque pretendesse giustizia nella restituzione del suo maltolto.
Solo attraverso il
furto si possono costruire i poveri. Il furto messo in atto dalla chiesa
cattolica ha prodotto la povertà nell’Africa, nell’America Latina e in Asia.
Rubare e non rubare
stanno all’interno di una forma mentale in cui non esiste il concetto una
società di diritto Costituzionale. Significa una società divisa in cui la massa
degli indigenti serve da serbatoio di individui da derubare. Di cosa? Del loro
essere persone sociali.
Il concetto di
“rubare e non rubare” appartiene ad una società assolutista, feudale, nazista,
clericale. Proibire il rubare, in quanto affermazione, non è la stessa cosa di
sottolineare che cosa un soggetto possiede; quali diritti può vantare nei
confronti del dio e, per estensione, della società in cui vivi. Proibire di
rubare significa che non ti è permesso alle persone di garantirsi la loro vita.
Proibire di rubare significa aver derubato le persone della loro capacità di
decidere; significa aver rubato la loro vita.
Il dio padrone dei
cristiani ruba agli uomini la vita ed è questo furto che ha perpetrato la
chiesa cattolica e gli ebrei nei confronti degli uomini; non vuole che gli
uomini si riapproprino della loro vita, della determinazione del loro destino.
Il dio dei cristiani ha rubato. Ha rubato il culto e la fede dei popoli. Ha rubato
le loro relazioni col mondo in cui vivono.
Per capire questo
concetto dobbiamo riferirci al mondo animale. Fate conto di osservare la
carcassa di una zebra morta e una decina di avvoltoi attorno che se la stanno
mangiando. Osservate che, al di là delle relazioni che esistono nel branco
degli avvoltoi, ognuno mangia la sua parte. E’ una scena già vista in molti
documentari sul comportamento animale. Ora, fate conto che arrivi il dio
padrone e dica agli avvoltoi: “Questo cadavere è mio!” e ordini loro di “Non
rubare!”. Non mangiare il cadavere. Il dio padrone, per dare l’ordine di “Non
rubare” ha dovuto rubare il cadavere agli avvoltoi, ne ha rivendicato la
proprietà e ha ordinato agli avvoltoi di “Non rubare”.
Questo è il concetto
di “Non rubare” del settimo comandamento: serve a fissare il furto perpetrato (o
millantato) dal dio padrone dei cristiani che sancisce il proprio diritto al
possesso del cadavere mediante un atto di forza e di violenza. Un atto di forza
e di violenza che viene fatto sugli uomini (distruggi i popoli senza sentirne
pietà) che viene fissato con l’ordine di “non rubare”.
Per questo motivo,
mentre la chiesa cattolica, anziché risarcire i furti che ha fatto, sia
direttamente che indirettamente dal 330 d.c. ad oggi, afferma, per non entrare
in contrasto con la legge civile che oggi la condannerebbe:
“2409 – Ogni modo di prendere e di tenere
ingiustamente i beni del prossimo, anche se non è in contrasto con le
disposizioni della legge civile, è contrario al settimo comandamento. Così,
tenere deliberatamente cose avute in prestito o oggetti smarriti; commettere
frodi nel commercio; pagare salari ingiusti; alzando i prezzi speculando
sull’ignoranza e sul bisogno altrui.” Dal catechismo della chiesa cattolica
Il dio dei cristiani
ordina di rubare le persone della loro vita, della loro città, delle loro cose
(ricordo che per la chiesa cattolica la bibbia è stata scritta direttamente dal
suo dio attraverso lo spirito santo e che ogni parte della bibbia è il volere
del suo dio):
“Ascolta ciò che dice il dio padrone. Così
parla il dio padrone degli eserciti: ho deciso di punire ciò che Amalec fece contro Israele, perché gli si oppose sulla via,
quando quello usciva dall’Egitto. Va’ dunque, colpisci Amalec,
e vota alla distruzione lui con tutto ciò che gli appartiene. Non risparmiare
nulla, ma uccidi tutti: uomini e donne, fanciulli e lattanti, bovi e pecore,
cammelli e asini”. Samuele 15, 2-3
Il dio dei cristiani
ordinando di “non rubare”, di fatto legittima il suo diritto a rubare, fino ad
uccidere uomini donne fanciulli e lattanti. Col “non rubare” fissa il suo
diritto di rubare e il diritto di rubare del prete cattolico. Il diritto di
uccidere del prete cattolico. Il diritto del prete cattolico di rubare la
sessualità dei bambini. Il dio degli ebrei e dei cristiani ordina agli schiavi di
stare sottomessi e di non rubare al loro padrone che li tiene schiavi. Ordina
loro di non rivendicare il diritto alla loro vita:
"Gli
schiavi siano sottomessi ai loro padroni in tutto: cerchino di piacere a loro,
non li contraddicano, non li frodino, ma si diportino
sempre con perfetta fedeltà, per far onore in tutto alla dottrina di dio,
nostro salvatore." Paolo di Tarso, Lettera a Tito 2, 9
Lo schiavo non deve
riprendersi la libertà che il padrone gli ha rubato perché la libertà, o i suoi
beni, gli sono stati rubati per volontà del dio padrone, come per volontà del
dio padrone Saul ha macellato uomini, fanciulli e lattanti.
Ordinare di “Non
rubare” significa ordinare di non rivendicare giustizia nei confronti di chi ha
rubato!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
Piaz.le Parmesan, 8
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