La chiesa cattolica
Il nono comandamento (decimo
per l’esodo)
Non desiderare la donna del
tuo prossimo!
Significato sociale e
giuridico, Del (1° decimo) nono
comandamento della bibbia di
ebrei e cristiani
di Claudio Simeoni
Non desiderare la donna d’altri.
Non
desiderare la casa del tuo prossimo;
non
desiderare la donna del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il
suo bue o il suo asino,
né cosa alcuna che sia del tuo prossimo. Esodo 20, 17
Vai all'indice per ricordare cosa succede se si è cittadini distratti.
Vai al Commento ai comandamenti ebraici di Mosè fatti propri dai cristiani.
Si tratta del decimo
comandamento dell’Esodo, la chiesa cattolica lo ha trasformato nel nono
comandamento dividendo la proprietà della donna dalla proprietà della roba da
parte dell’uomo. Con questa separazione la chiesa cattolica ha diviso la specie
umana in incubi e succubi: chi possiede e chi può solo essere posseduta. E’ una
divisione che risponde ad una pulsione omosessuale. Il controllo della
sessualità della donna per controllare la sessualità dell’uomo.
La chiesa cattolica
costruisce il suo modello di donna nel magnificat. Nel Magnificat i cristiani
definiscono la donna. La donna che non solo obbedisce al proprio padrone, ma
magnifica la sua obbedienza come gloria del padrone. Nel magnificat la donna
cessa di essere una persona per diventare un oggetto. Esattamente come definita
nell’Esodo che equipara la proprietà della donna al bue, all’asino e alla roba.
I cristiani, con
Luca, vanno oltre la riduzione della donna ad oggetto e in bocca alla loro
madonna mettono l’esaltazione della schiavitù e del possesso. Quel magnificat a
cui la chiesa cattolica costringe tutte le donne fino ad attribuirsi il diritto
di bruciarle sui roghi.
Scrive il magnificat
di Luca:
“L’anima mia magnifica il Signore, e lo spirito
mio gioisce in dio, mio salvatore! Perché ha rivolto i suoi sguardi all’umiltà
della sua serva. Ed ecco che fin d’ora tutte le generazioni mi chiameranno
beata. Perché grandi cose ha fatto in me. L’onnipotente il cui nome è santo. La
sua misericordia si estende d’età in età su coloro che lo temono. Ha mostrato
la potenza del suo braccio, ha disperso gli uomini dal cuore superbo. Ha
rovesciato i potenti dai loro troni, e ha esaltato gli umili. Ha saziato di
beni gli affamati, e rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo
servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri,
verso Abramo e la stirpe in eterno.” Luca 1, 46-55
Il modello di donna
degli ebrei e dei cristiani è una non persona. Un soggetto che non ha diritti
se non quelli di rivendicare di poter obbedire al proprio padrone: il diritto
di essere schiavo; oggetto di possesso.
Non esiste né fra gli
ebrei né fra i cristiani il concetto di persona, soggetto di diritto, ma solo
quello di oggetto di possesso. Solo il loro dio padrone è persona (poi lo
estenderanno alla trinità). La donna non solo è oggetto di possesso, ma oggetto
d’uso. Esattamente come la roba o l’asino o la casa.
Come oggetto d’uso è
solo un “buco fra le gambe” e la legge ebraica è molto precisa sul come usare o
non usare, da parte del padrone, quel “buco fra le gambe”.
Prendiamo il Levitico
e leggiamo le relazioni che la donna può o non può intrattenere e l’uso del
“buco fra le gambe” che il padrone può o non può farci:
“ Nessuno si accosti ad una sua prossima
parente per scoprire la sua nudità: io sono il padrone. Non scoprire la nudità
di tuo padre né di tua madre: essa è tua madre, non scoprire la sua nudità. Non
scoprire le nudità della moglie di tuo padre: essa è nudità di tuo padre stesso.
Non scoprire le nudità di tua sorella, figlia di tuo padre o di tua madre, nata
in casa o generata fuori, non scoprire la sua nudità. Non scoprire le nudità
della figlia di tuo figlio o della figlia di tua figlia: perché è la tua stessa
nudità. Non scoprire la nudità della figlia della moglie di tuo padre, generata
da tuo padre, essa è tua sorella: non scoprirne la nudità. Non scoprire la
nudità della sorella di tuo padre: essa è carne di tuo padre. Non scoprire la
nudità della sorella di tua madre, perché essa è carne stessa di tua madre. Non
scoprire la nudità del fratello di tuo padre; non ti accostare dunque a sua
moglie, perché è la donna di tuo zio. Non scoprire la nudità di tua nuora, essa
è moglie di tuo figlio: non scoprire la sua nudità. Non scoprire la nudità
della moglie di tuo fratello: essa è nudità di tuo fratello. Non scoprire la
nudità di una donna e quella di sua figlia, né prendere la figlia di suo
figlio, né la figlia di sua figlia per scoprire la loro nudità; esse sono la
medesima carne con la tua: ciò è un’infamia. Non prendere una donna per moglie
insieme con sua sorella, scoprendone le nudità, mentre sua sorella è viva.”
Levitico 18, 6-18
La donna è un “buco”,
una “figa”, una “bestia da riproduzione”, non è una persona portatrice di
bisogni e di sessualità. Se noi prendiamo questo pezzo del Levitico e lo
leggiamo da punto di vista della donna, tutte le proibizioni appaiono per ciò
che sono: la riduzione della donna a non persona, a bestia o oggetto.
Questi divieti sono
rivolti al maschio in una società in cui le donne non hanno diritti (come i
figli, per esempio dei quali, secondo questo schema, il padre può “scoprirne le
nudità”). In effetti, per scrivere questa aberrazione gli ebrei dovettero
ridurre la donna a bestia in una società che ne negava il diritto alla
sessualità, ma la riconosceva solo come “scrofa” per produrre figli che erano
oggetti posseduti dal padre-padrone: io sono il Signore! Questa riduzione della
donna a “scrofa da riproduzione” genera il primo conflitto fra l’ideologia
sociale degli ebrei con Roma Antica. Mentre a Roma il controllo delle nascite
porta anche alla soppressione del neonato (oggi potremmo parlare di uso del
preservativo o del diritto di aborto delle donne, che la chiesa cattolica
combatte e nega), gli ebrei violentano donne e uomini costringendoli a vivere
nella sofferenza dei loro numerosi figli il cui onere di mantenimento ricade
sull’intera società. A Roma le donne sono padrone del loro corpo mentre il corpo
delle donne ebree appartiene al loro dio che ne dispone. Quando poi il
cristianesimo entrerà in guerra con gli ebrei per il controllo del corpo,
allora i cristiani mutueranno “l’idea di celibato” e di “continenza” dai
Neoplatonici che l’avevano sviluppata nella società romana in alternativa alla
soppressione dei neonati.
Gli ebrei non
riconoscono alla donna (e all’uomo) disporre del proprio corpo in quanto, per
loro, il corpo della donna è solo “un buco” che deve produrre figli a maggior
gloria del loro dio padrone: tanti figli equivale a tanto potere per far guerra
ai vicini. Così, anziché sopprimere il neonato, fanno guerre di sterminio per
diminuire la popolazione in eccesso.
A differenza del
“buco” con cui gli ebrei identificano la donna, tutte le leggi mediorientali,
da Babilonia, ad Hammurabi, alle leggi Assire, pur
essendo molto dure, riconoscono la donna non solo come soggetto di diritto, ma
come persona. Nelle tavolette delle leggi medio-assire,
in un periodo comprensivo del regno di Tukulti-apil-Esara
I, cioè dal 1426 al 1077 a.c. e probabilmente vigenti durante la permanenza
degli ebrei a Babilonia si legge alla legge n. 12:
“Chi commette violenza carnale contro una donna
sposata incontrata in un luogo pubblico, sia che venga colto in flagrante, sia
che venga data prova testimoniale, sia condannato a morte, mentre la donna non
subisca alcuna pena”.
Tutta una serie di
leggi, dal codice di Hammurabi al codice di Esunna, ai codici Caldei, parlano di persone, donne o
uomini, e non di rapporti sessuali, in quanto rapporti sessuali, da punire.
Spesso la punizione, come dell’adulterio, è fatto come violazioni a norme
sociali, non a norme “vaginali”. In nessuno di questi codici le donne sono
bestiame da allevamento, ma soggetti portatrici di diritti nella società e le società,
che piaccia o meno, le ritengono responsabili del loro agire nella società.
Leggiamo alcune leggi
dal codice di Hammurapi:
“ 127 – Se un uomo calunnia una sacerdotessa-ughabtum o una donna sposata, sia percosso
davanti ai giudici e gli siano rasati i capelli di mezza testa.
128 – Se un uomo ha preso moglie senza
stipulare un contratto, il matrimonio non è valido.
129 – Se la moglie di un uomo è sorpresa in
adulterio, i colpevoli siano legati (insieme) e gettati nell’acqua. Se il
marito fa grazia della vita alla moglie, il re concede la vita al colpevole.
130 – Se un uomo usa violenza ad una sposa
ancor vergine e residente nella casa del padre, sia condannato a morte. La
donna non subisca nessuna pena.
131 – Se una moglie accusata dal marito di
adulterio non è colta in flagranza, deve giurare davanti al dio la sua
innocenza per poter tornare alla sua casa.
132 – Se una donna sposata è accusata di
adulterio e non è colta in flagranza, si immerga nel fiume per provare la sua
innocenza al marito.
133 – Se la moglie di un uomo che è stato fatto
prigioniero trae dai beni del marito il necessario per vivere non può sposarsi
con un altro. Se si sposa sia gettata nell’acqua.
134 – Se la moglie di un uomo fatto prigioniero
non ha il necessario per vivere, può sposarsi con un altro senza essere
considerata colpevole.
135 – Quando il primo marito viene liberato, la
moglie deve ritornare da lui, e i figli che nel frattempo costei ha avuto con
l’altro uomo rimangano con il loro padre.
136 – Se un uomo fugge dalla sua città e poi
ritorna, non può riprendersi la moglie se nel frattempo si è sposata con un
altro.
(Tratto da: “Antiche
leggi” I codici del vicino oriente Antico di Claudio Saporetti
editore Rusconi come la citazione medio-assira)
Come si legge sono
tutte regole finalizzate all’equilibrio nella società. Condivisibili o meno,
non sono finalizzate alla schiavizzazione della donna, ma al mantenimento di
relazioni condivise nella società.
Agli ebrei interessa
solo “il buco” delle donne, non il soggetto donna. La stessa cosa la fanno i
cristiani che negano la soggettività della persona donna e i suoi bisogni: per
gli ebrei e i cristiani la donna è solo un oggetto d’uso.
La definizione del
ruolo della donna, come scritto nel Codice di Hammurapi,
è estremamente complessa ed è fatta da un equilibrio di diritti e di doveri il
cui rispetto sancisce il diritto della donna di essere persona. L’uomo ha
doveri nei confronti della donna e la donna può pretendere dei doveri dall’uomo
che non ne può disporre alla stregua di un oggetto.
La chiesa cattolica e
i cristiani in generale, vanno oltre. Usano questo “comandamento mutilato” per
trasformarlo in un “dovere”, imposto ai loro fedeli, di negare i loro desideri
e le loro pulsioni di vita affinché si trasformino in schiavi della fede nel
padrone. Non si tratta più della donna trasformata in un “buco” che è l’oggetto
di possesso, ma il “buco” diventa il simbolo delle passioni e dei desideri che
la chiesa cattolica vuole reprimere per costruire la gloria della sofferenza
che rappresenta col crocifisso.
Il nono comandamento
assume una connotazione violenta e perversa il cui scopo è la distruzione
pulsionale della società attraverso la distruzione delle pulsioni di vita degli
individui.
Questo passaggio è
ben evidenziato nei catechismi attuali della chiesa cattolica in cui la
formazione della patologia psichiatrica, mediante la costrizione emotiva,
prende il posto della discriminazione dei sessi che la chiesa cattolica ha
messo in atto nelle società civili per due millenni.
La chiesa cattolica
non è più in grado di rivendicare il controllo del “buco vaginale” della donna,
ma usa il “buco vaginale”, del quale ha voluto il controllo per secoli, per
estenderlo a tutto l’apparato emotivo e desiderante dell’individuo che la
chiesa cattolica intende sottomettere alla sua fede.
Che cos’è la
concupiscenza? E’ il desiderio appassionato. In desiderio in sé stesso che
spesso viene identificato col desiderio sensuale e deriva dal latino “bramare”.
La chiesa cattolica
usa il nono comandamento (nella divisione che ha operato del decimo estraendo
“non desiderare la donna d’altri”) come il comandamento che condanna il
desiderio: condanna la vita, il suo sviluppo e il suo assalto al cielo
dell’esistenza.
Le pecore della
chiesa cattolica devono stare sottomesse. Non devono desiderare, nemmeno di
uscire dalla vagina della madre. Devono subire passivamente le condizioni
imposte. Il nono comandamento, come realizzato dalla chiesa cattolica, è una
dichiarazione di guerra all’uomo e alla donna desiderante che impegna sé stessa
( o sé stesso) a modificare il proprio presente: a costruire il progresso
sociale!
Nel Catechismo della
chiesa cattolica è scritto:
“2515 – La “concupiscenza” nel senso
etimologico, può designare ogni forma veemente di desiderio umano. La teologia
cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto
dell’appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana.
L’Apostolo san Paolo la identifica con l’opposizione della
<<carne>> con lo <<spirito>>. E’ conseguenza della
disobbedienza del primo peccato. Ingenera disordine nelle facoltà morali
dell’uomo e, senza essere in sé stessa un peccato, inclina l’uomo a commettere
un peccato.”
Il nono comandamento,
viene piegato dalla chiesa cattolica al di fuori dell’Esodo e viene spiegato
come lo strumento con cui si controlla il desiderio dell’uomo. Si spiega il
nono comandamento con la condanna del desiderare. Quel desiderare che non è
altro che la pulsione di vita.
Per questo il nono
comandamento viene usato dalla chiesa cattolica per condannare e attentare al
diritto alla vita delle persone.
Il desiderio in
generale e la “concupiscenza” in particolare, sono le forze che spingono
l’individuo a modificare il suo presente. Due autori “filosofi” moderni del
desiderio hanno scritto:
“[il desiderio] è l’attività che cerca di
procedere per rompere la diga che la trattiene. L’oggetto che si presenta nel
pensiero come la meta del desiderio è l’oggetto dell’ambiente che, se fosse
presente, assicurerebbe una riunificazione dell’attività [dell’individuo] e la
restaurazione della sua unità [individuale].” J. Dewey
E M. Heidegger:
“L’essere [Essere Umano] per le possibilità si
manifesta per lo più come semplice desiderio. Nel desiderio l’Esserci progetta
il suo essere in possibilità che, non solo non sono mai afferrate nel prendersi
cura, ma la cui realizzazione non è mai né seriamente progettata, né realmente
attesa.”
(Dizionario di
Psicologia di Umberto Galimberti)
In Heidegger c’è l’attesa del dio padrone come desiderio che
individua nell’uomo esattamente come Paolo di Tarso condannava la concupiscenza
perché, essendo impotente e non-desiderante, aveva nell’attesa del suo dio
padrone la promessa della sua concupiscenza.
L’imposizione
dell’eunuco per i regni dei cieli è l’operazione fatta dalla chiesa cattolica
nei confronti dei suoi fedeli. Fermare il desiderio significa fermare la vita
nelle persone: ridurle al rango di pecore da condurre al macello.
Dal momento che le
donne, per il loro ruolo nelle specie della Natura, potevano veicolare il
desiderio del cambiamento nel presente, il “non desiderare la donna” era il
vero comandamento. La donna, per gli ebrei prima e per la chiesa cattolica poi,
era un oggetto di possesso, una non persona, che come una bella casa poteva
innestare il desiderio degli uomini.
Se oggi questi
discorsi li sentiamo fare dai musulmani a proposito del velo fino
all’estremismo del burka, non dobbiamo dimenticare
che il velo era imposto proprio dai cattolici alle donne per tentare di fermare
il desiderio nelle società civili ed impedire la modificazione di un presente
che vedeva la chiesa cattolica dominare le società:
“Alla base della diffamazione delle donne nella
chiesa [cattolica] sta l’idea che esse sono contrapposte al sacro come qualche
cosa di impuro. Le donne, secondo la valutazione clericale, erano esseri umani
di seconda categoria. Clemente Alessandrino (morto prima del 215) scrive che
nella donna “già la coscienza che ella ha della propria natura deve suscitare
il pudore” (Pedagogus
II, 33,2). Pur non spiegando minimamente la causa di questa loro vergogna, dice
loro come vestirsi: “La donna deve in ogni circostanza essere velata, a meno
che sia in casa. Per il fatto quindi che si vela il volto non trascinerà
nessuno al peccato. Questo è in effetti ciò che vuole il Logos: perché (secondo
lui) conviene che ella preghi velata”. (Pedagogus III, 79,4). Il comando alla donna di velarsi ha
valore soprattutto nella sfera del sacro. Anche le Costituzioni Apostoliche (intorno al 380) prescrivono che le donne
possono fare la comunione solo velate (II, 79,4). Anche papa Nicola I nella sua
risposta ai Bulgari dell’886 ordinò che le donne in chiesa fossero velate. Nel VI secolo si chiederà che anche le mani della donne fossero
coperte: “Una donna non può ricevere l’eucarestia con le mani nude” (Mansi 9,
915). L’ordine di velarsi impartito alle donne è frequente e appartiene alle
misure repressive ecclesiastiche contro le donne.”
Tratto da: “Eunuchi
per il regno dei cieli” di Uta Ranke-Heinemann
editore Rizzoli ed. 1995 pag. 124
Ribadisce il concetto
il catechismo attuale della chiesa cattolica:
“2521 – La purezza esige il pudore. Esso è una parte
integrante della temperanza. Il pudore presenza l’intimità della persona.
Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimare nascosto. E’ ordinato alla
castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in
conformità alla dignità delle persone e della loro unione.”
E ancora il
Catechismo della chiesa cattolica:
“2522 - Il pudore custodisce il mistero delle
persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella
relazione amorosa; chiede che siano rispettate le condizioni del dono e
dell’impegno definitivo dell’uomo e della donna tra loro . Il pudore è
modestia. Ispira la scelta dell’abbigliamento. Conserva il silenzio e il
riserbo là dove trasparisse il rischio di una curiosità morbosa. Diventa
discrezione.”
Con il controllo
della libido la chiesa cattolica distrugge l’uomo rendendolo sottomesso.
Si passa, in
sostanza, dal più antico concetto di donna come oggetto di proprietà, alla
proprietà della libido e della veicolazione della
libido delle persone nella società.
“Io” dice la chiesa
cattolica “Ti dico come tu devi avere rapporti sessuali, che cosa volere, che
cosa desiderare, che cosa pensare e che cosa poter fare in quanto desideri!”.
Io, dice la chiesa cattolica, io in quanto parola del dio padrone.
Tu, dice la chiesa
cattolica, sei il mio schiavo e devi rispettare la morale che io ti impongo.
Ogni volta che tu veicoli le tue pulsioni devi essere condannato alla
sofferenza, non hai diritto alla felicità della vita. La patologia psichiatrica
della depressione, dei sensi di colpa, dell’incapacità di veicolare la propria
libido in una società organizzata dalla chiesa cattolica che aggredisce ogni
libertà di relazione degli individui porta inevitabilmente alla disperazione
che indica nel suicidio la soluzione di quel presente angosciante.
Così la patologia
psichiatrica della depressione che sopraggiunge mediante il controllo della
libido delle persone.
La malattia della
depressione, con il suo corollario di sensi di colpa e di atti di
autoflagellazione (sia fisici che morali), diventa lo scopo di questo
comandamento: il controllo delle persone. La loro riduzione in schiavi con
tutto il loro cuore e con tutta la loro anima. Scrive la chiesa cattolica nel
suo Catechismo:
“2519 – Ai “puri di cuore” è promesso che
vedranno dio faccia a faccia e che saranno simili a lui. La purezza del cuore è
la condizione preliminare per la visione. Fin da ora essa ci permette di vedere
secondo dio, di accogliere l’altro come un “prossimo”; ci consente di percepire
il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come un tempio dello spirito
santo, una manifestazione della bellezza divina.”
In cambio dell’angoscia
che ti spinge al suicidio, dice la chiesa cattolica, ti prometto che tu “vedrai
dio”. Te lo garantisce il sessualmente impotente Paolo di Tarso e Giovanni,
solo che la chiesa cattolica si dimentica che le affermazioni (Paolo di Tarso 1
Corinti 13, 12 e Giovanni 3, 2) con cui sostiene la
sua promessa sono truffe messe in atto per allontanare la verifica dei fedeli
nel presente e bloccarli nella costruzione del loro futuro:
Afferma Gesù in
Giovanni 3, 1-3:
“Or fra i giudei vi era un tale, chiamato
Nicodemo, capo dei Giudei. Egli andò da Gesù di notte e gli disse: “Rabbi, noi
sappiamo che tu sei venuto da dio come maestro, perché nessuno può compiere i
prodigi che tu fai, se dio non è con lui”. Gesù gli rispose: “In verità, in
verità ti dico: nessuno può vedere il regno di dio se non nasce di nuovo”.”
Si tratta di un
trucco retorico con cui ingannare. Lo stesso trucco usato dai maghi da
televisione e dai truffatori i quali, millantando un filo diretto con un
qualche “superuomo” (tipo padre pio, dio, la madonna, o i vari gesù) chiedono sottomissione e deferenza. Una sottomissione
e una deferenza che impone immediatamente sofferenza chiamando una parte dell’individuo
a negarne un’altra:
“Ciò che è generato dalla carne è carne; e quel
che nasce dallo spirito è spirito.” Giovanni 3, 6.
Una volta separato il
corpo dallo spirito, attribuisco allo spirito quanto mi conviene e alla carne
quanto voglio condannare: di fatto condanno l’uomo alla sofferenza per ottenere
la sua sottomissione devota fino a produrre il “desiderio patologico” che
negando gli oggetti del desiderio reale condanna l’uomo alla sofferenza
libidica:
“Come anch’io, quand’ero bambino, parlavo da
bambino, pensavo da bambino e ragionavo da bambino, ma quando sono diventato
uomo ho smesso le cose proprie del bambino. Noi ora vediamo, infatti, come per
mezzo di uno specchio, in immagine; allora invece vedremo faccia a faccia; ora
conosco solo in modo imperfetto, ma allora io conoscerò perfettamente nello
stesso modo in cui sono conosciuto. Ora, dunque, rimangono la fede, la speranza
e la carità, queste tre, ma la maggiore di tutte è la carità.” Paolo di Tarso 1
Corinti 13, 11-13
Rimane, dice Paolo di
Tarso, la disperazione. La sua disperazione si conchiude nell’ATTESA. Un
atteggiamento imposto con la violenza ai fedeli cristiani che, in questo stato
psichico, possono essere gestiti dalla chiesa cattolica mediante il possesso
dell’oggetto della loro attesa.
Dice la psicologia
dell’ATTESA:
“Dimensione che caratterizza l’atteggiamento
psichico rivolto al futuro. E. Minkowski individua
nell’attesa il contrario dell’attività: “Fenomeno vitale che si contrappone all’attività,
pur essendo situato sul suo stesso piano, non è come ragione vorrebbe la passività, bensì l’attesa [...] . Nell’attività
tendiamo verso l’avvenire, nell’attesa invece viviamo, per così dire, il tempo
in senso inverso; vediamo l’avvenire venire verso di noi e attendiamo che
questo avvenire divenga presente” (1933, p. 88-89). Per questo l’attesa è
ansiosa. Le ansie dei primitivi, come quelle dei psicotici, sono spesso
connesse a quelle che V. E. Frankl chiama ansia da attesa (angoscia) che sospende
l’attività in cui abitualmente si esprime la vita. Di qui il suo carattere
penoso che non ha il suo opposto nell’attesa gradevole, ma nell’attività che è
in grado di esprimersi in una temporalità che non ci sorprende. Là invece dove
la temporalità è imprevedibile, dove ridurre lo spazio dell’“ancora e
nonostante tutto possibile” e perciò del “sempre incombente”, assistiamo ad un’esistenza
che si restringe nel tentativo di esporre il minimo di sé alla minaccia dell’imprevisto.”
Dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti ed.
Garzanti vocabolo: ATTESA.
Si tratta della
condizione in cui la chiesa cattolica vuole chiudere l’uomo. Quella
disperazione di Paolo di Tarso che, chiuso nell’attesa di un’impossibile
realizzazione, alimenta la propria disperazione con la patologia delirante che
chiama “fede”, con l’acqua che disseta i suoi deliri che chiama “speranza” e
con l’attività in cui conchiude la sua azione danneggiando il mondo che chiama “carità”.
Mediante la “carità” costruisce la miseria nella società che gli consente di
imporre la patologia delirante della “fede” per controllare le persone mediante
la gestione dell’oggetto “speranza”.
Col nono comandamento,
come imposto dalla chiesa cattolica, siamo passati dall’intento ebreo di
trasformare la donna in un “buco d’uso” privandola del diritto alle
determinazioni nella società in contrapposizione alla società Babilonese, alla
gestione delle emozioni come espressione del desiderio umano. La società civile,
nei suoi sforzi di riportare la donna nel suo ruolo sociale, ha condannato le
regole che sono emerse nel corso dei millenni dall’assolutismo cristiano. Per contro
la chiesa cattolica ha progressivamente spostato l’obbiettivo del suo possesso.
La chiesa cattolica continua a combattere il modo di vestire delle donne, il
diritto d’aborto, il diritto al divorzio, il diritto all’autodeterminazione del
proprio corpo, ma oggi è diventata una “battaglia di retroguardia” rispetto al
controllo del desiderio e delle pulsioni degli individui che, attraverso il
nono comandamento, la chiesa cattolica spinge al suicidio!
Marghera, 04 giugno
2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
Piaz.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 3277862784
E-mail claudiosimeoni@libero.it