I VENETI
LE CIVILTA’ ANTICHE
L’UOMO, IL PRIMITIVISMO E
L’INGANNO SOCIALE
Prefazione
Vai all'indice: La civilta' del Veneto e il divenire degli uomini.
Per
parlare degli abitanti di una regione, come il Veneto, è necessario parlare
delle relazioni che la popolazione ha avuto nel corso dei millenni. Parlare di
una regione, di un popolo, di una cultura, significa parlare di un processo
storico di sedimentazione di più culture.
Ogni
cultura rappresenta un equilibrio fra gli individui e il mondo in cui vivevano.
Un equilibrio stabile che si prolungava per centinaia di anni. Gli uomini e gli
animali, gli uomini e le piante, gli uomini e la nascita, gli uomini e
l’educazione, gli uomini e il loro modo di vita; proseguivano indisturbati e in
continuo micro-adattamento per centinaia di anni. Proseguiva fintanto che un
agente esterno, sia umano che ambientale, li costringeva a mettere in atto dei
salti qualitativi. Li fondeva, più o meno violentemente con altre popolazioni
provenienti da regioni limitrofe o, a loro volta, agivano in regioni limitrofe
importando situazioni socio- culturali che producevano dei salti qualitativi
della cultura.
Noi
possiamo indagare sulle fasi di sviluppo della popolazione del Veneto, ma non
siamo autorizzati a distinguere quelli che sono i veneti dai non veneti. Questo
perché non è mai esistita una popolazione che si separasse dalle altre in
maniera “razziale” o che temesse la contaminazione culturale di popolazioni
indigene o di popolazioni provenienti, in quel tempo, dall’esterno.
L’idea
della razza è un’idea cristiana mutuata dall’ebraismo; dall’ebraismo viene
mutuata l’idea del sangue. Ma prima di allora, sangue e razza, sono idee non
hanno mai attraversato i popoli.
C’è
sempre l’idea di popoli che emigrano portando la civiltà là dove questa non
c’era. Così Antenore fonda Padova provenendo da Ilio e i Veneti provengono
dall’Illirica (regione danubiana).
Gli Etruschi provengono dalla Turchia e i Romani da Ilio. Partendo dal
presupposto che il Mediterraneo fu un crogiolo di civiltà in cui ognuna si
riversava nell’altra ed ognuna era pronta ad accogliere l’altra, quando una
migrazione giungeva in una regione, quella regione la faceva propria. La
trasformava fondendola con la popolazione già presente. Quella gente non era
più “la gente proveniente da....”, ma era il popolo di quella regione! Tutti
proveniamo dall’Africa. Tutti i viventi dell’Essere Natura provengono da un
unico grande avo!
Qualcuno
va sempre alla ricerca di “origini nobili”, ma l’unica nostra nobile origine è
il fango primordiale in cui il nostro avo costruì il futuro che portò a noi.
Quando
si osservano, per quel che c’è dato di osservare, le varie forme culturali che
si sono succedute nel tempo in Veneto, si osservano delle immagini statiche.
Ferme nel tempo e nella vita. Non osserviamo i sentimenti degli Esseri Umani, i
loro progetti, le loro passioni, i loro desideri. Non osserviamo nemmeno la
cultura attraverso la quale veicolavano desideri e passioni. Osserviamo
soltanto dei manufatti e da quei manufatti deduciamo la vita degli uomini e le
loro idee proiettando sulla loro vita e sulle loro idee la nostra idea di vita
e la nostra idea di come loro avrebbero veicolato i loro desideri.
Quando
guardiamo il passato, la nostra idea è oggettivamente sbagliata. In quanto, la
nostra idea, si forgia in un contesto di dogmi, condizioni e aspettative, che
sono un adattamento soggettivo alla nostra oggettività nella quale siamo venuti
in essere. E la nostra oggettività nella quale siamo venuti in essere non è una
verità immobile costante fra le epoche e le culture. E nemmeno è accettabile
l’idea che la nostra organizzazione sociale e culturale sia “naturale” salvo
l’organizzazione tecnica che nel tempo si è trasformata. Non è accettabile che
l’idea di vita che noi abbiamo sia l’idea di vita dell’uomo. Come non è accettabile
che i principi morali attuali siano i principi morali naturali dell’uomo.
Soltanto
pensando che l’organizzazione sociale, nella quale viviamo, è un’anomalia
inumana del divenuto sociale, possiamo guardare alle altre culture che l’hanno
preceduta con quel rispetto che non è accettazione acritica, ma è la ricerca
nel passato di quello che noi abbiamo perduto nel presente. Una ricerca che
parte dalla critica del presente in funzione di un futuro possibile e che trova
nella comprensione di come il presente è stato formato la chiave di volta per
non riprodurre gli ostacoli alla vita e alla società nel futuro possibile.
La
scoperta dell’uomo di Similaun datato attorno al 3200
a.c. nell’ultima età della pietra e della prima età del rame apre uno scorcio
sull’IMMENSA cultura e conoscenza degli Esseri Umani di quel tempo e nel Veneto
come nell’intero arco alpino. Ci dice che non è mai esistita una società
primitiva. Soltanto nell’immaginario dell’ideologia religiosa monoteista sono
esistiti gli uomini primitivi. Quegli individui seminudi e impauriti dai
fulmini che vagavano senza meta e indifesi fra i terrori della Natura. Quest’idea di primitivismo, spesso associata
all’infantilismo umano, o al “cretinismo” intellettuale, è un’idea rassicurante
per l’uomo d’oggi che, considerandosi l’apice di una catena evolutiva può
guardare, dall’alto in basso e con immenso disprezzo, le società che lo hanno
preceduto.
Il
primitivismo umano, NON E’ MAI ESISTITO.
Non è
mai esistito per il semplice fatto che non è mai esistita la creazione!
E
ogni volta che l’Essere Umano, nel corso della sua evoluzione, raggiungeva una
“forma”, quella “forma” era stabile e funzionale nelle sue relazioni di vita
con il mondo “finché non interveniva una
forza che ne modificava quell’equilibrio costringendo
la trasformazione in una nuova o diversa “forma”.”
L’uomo
di Similaun ci dimostra una perfetta conoscenza
dell’ambiente fra la popolazione del 3000 a.c. e l’ambiente alpino. Il legno di
tasso, di cui era composto l’arco, dimostra che quell’individuo
conosceva la durezza del legno. Conosceva anche la tossicità di quel legno? La
capacità di fondere il rame; la conoscenza della fusione di quel metallo (che
fonde a circa 1100 gradi) e la preparazione del sito in cui quel metallo viene
fuso. La capacità di costruire gerle o contenitori intrecciando legno di larice
e nocciolo. Conoscenza della tecnica di conservazione della carne mediante affumicazione. La conoscenza di frutti come la prugnola.
Capacità di trasportare il fuoco con un contenitore. Capacità di lavorare la
selce e di farne coltelli. Capacità di tessere le pelli. La tessitura del
fodero del coltello era perfetta. Capacità di costruire reti per
l’uccellagione. Una pratica di medicina contro il dolore. Faretra con le frecce
dalle punte in pietra. Oltre a questo, non dimentichiamo i vestiti e la sua
attrezzatura, perfetta per l’alta montagna.
Non
un uomo “primitivo”, ma un vero e proprio scienziato con una perfetta
conoscenza dell’ambiente in cui viveva.
Un
uomo in quelle condizioni indica una società atta a produrre quella conoscenza,
a diffonderla negli ambienti vicini e nel corrispondere con altri gruppi
sociali. Un Essere Umano aperto al mondo in società umane aperte al mondo.
Questo
è l’uomo del neolitico!
E
prima? Possiamo forse dubitare che prima dell’uomo del neolitico, l’uomo non
avesse la conoscenza? Come possiamo credere che la genialità dell’uomo del
neolitico non sia propria dell’uomo del paleolitico? E perché l’uomo che precedette
l’uomo del paleolitico non avrebbe dovuto essere altrettanto sapiente e geniale
nell’affrontare le relazioni con il mondo che lo circonda?
L’invenzione
del rame e del bronzo comporta un’innovazione tecnica sulla quale gli Esseri
Umani organizzano la loro vita. Organizzare la propria vita implica lo sviluppo
di una diversa conoscenza, ma non di una conoscenza qualitativamente superiore.
La capacità di lavorare la pietra in funzione dei propri bisogni non viene
superata dalla capacità di lavorare il rame. Anzi, la lavorazione del rame può
portare alla perdita della conoscenza della lavorazione della pietra e di tutti
quei processi di adattamento che l’Essere Umano aveva messo in atto lavorando e
vivendo mediante attrezzi in pietra. La scoperta tecnica impone un adattamento
dei soggetti, ma non necessariamente ne aumenta la conoscenza.
La
conoscenza dell’ambiente che noi vediamo riassunta nell’uomo di Similaun verrà completamente dimenticata nel medioevo.
Alcune persone ne conserveranno delle tracce, ma queste tracce saranno
sottratte alla società civile per diventare strumento di potere e di dominio
nelle mani di alcuni.
Questa sintesi della storia del Veneto precristiano
è a cura di Claudio Simeoni, Meccanico, Apprendista
Stregone e Guardiano dell’Anticristo.
Parto
da questo punto di vista per cercare di mappare il
susseguirsi delle civiltà e delle culture che hanno attraversato il Veneto. Se
i veneti avessero lavorato la pietra come gli egiziani, forse qualche cosa
sarebbe rimasto delle loro antiche vestigia. Ma i veneti non lavorarono la
pietra e anche se qua e là troviamo alcuni resti megalitici dei quali possiamo
intuire la funzione, quella cultura ci è sconosciuta. I veneti e le popolazioni
alpine usarono il legno per le loro costruzioni. Il legno si deteriora.
Tuttavia possiamo comprendere che la conoscenza degli antichi abitanti del
Veneto non era inferiore a quella egiziana; diversa, ma non inferiore.
L’età
attribuita all’uomo di Similaun ci dice che era in
grado di tramandare cultura alle nuove generazioni: poteva progettare un futuro
sociale!
Partendo
da questo punto di vista possiamo tracciare una mappa della civiltà del Veneto.
Quanto questa civiltà era diffusa? I ritrovamenti archeologici ce lo dimostrano.
La storia dei Veneti la inizio dal Paleolitico quando i Veneti, come i popoli
Europei, Africani, Asiatici, forgiarono le civiltà attraverso la pietra
scheggiata. La storia dei Veneti ha fine con l’avvento del cristianesimo. Con l’avvento
del cristianesimo il popolo Veneto non ha più una storia. Infatti, non esiste
più la storia del popolo Veneto, ma esiste la storia del dio padrone che detta
legge e morale ai Veneti distruggendo la loro possibilità di costruire il loro
futuro. Con l’avvento del cristianesimo cessa la storia della civiltà per
iniziare la storia del dominio del padrone. Le chiese cristiane non sono come i
Templi antichi. Non sono costruite dalla popolazione per forgiare il proprio
futuro, ma sono costruite dal padrone per sancire il proprio dominio sugli
uomini e sulle popolazioni. Un dominio che con l’avvento del cristianesimo
diventerà la schiavitù dei corpi e delle anime in funzione della costruzione
della sofferenza sociale. E’ per questo che guardiamo con affetto alla storia
passata. Nulla era santo, nulla era gratuito, ma su ogni azione aleggiava il
respiro di libertà. Non una libertà astratta, ma la libertà intesa come
possibilità di un futuro.
Gli Dèi di Montorio Veronese e la Religione dei Veneti
NOTA:
lo so che alcune epoche si sovrappongono, ma l’uso di termini diversi mi ha
convinto a costruire schede e mappe umane diverse. Si tratta di una scelta in
base al materiale che sono riuscito a procurarmi.
Quando
noi pensiamo agli Esseri Umani nelle varie culture o nelle varie epoche
storiche, dobbiamo pensarli come Esseri che cercavano il piacere. Individui che
agivano in funzione del loro benessere. Quando a questi individui si presentava
il dolore ( o una situazione di sofferenza) immediatamente si generava in loro
la necessità di superare il dolore per ripristinare il benessere e favorire la
ricerca del piacere. All’interno di questo contesto possiamo capire l’abilità
nel lavorare la pietra scheggiata. Perché lavorare la pietra? Per essere
favoriti nelle relazioni fra sé e il mondo in cui vivevano. Perché adottare il
rame? Per essere favoriti nel mondo in cui vivevano. E’ il piacere che guida
gli Esseri Umani. La ricerca del piacere e del benessere.
Ogni
cultura che ci ha preceduto era una cultura tesa alla ricerca del piacere
all’interno delle condizioni sia psichiche che oggettive nella quale è
divenuta.
Quando
leggiamo la moderna ricerca neurologica e psicoanalitica, scopriamo che i
meccanismi dell’uomo e della vita in generale rispondono a:
“Secondo uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della
University of California, pubblicato sulla rivista Annals
of Neurology, il piacere o la percezione di una
verità attiverebbero la stessa area del cervello: quella vetromediale
della corteccia prefrontale. In sostanza il cervello
codificherebbe un’ informazione come vera se la sensazione che il corpo ne ha
ricevuto è positiva. Come dire: si crede in qualche cosa solo se è in grado di
gratificare. Ma qual è la genesi del piacere? “E’ ai miliardi di cellule della
corteccia cerebrale che si devono le sensazioni piacevoli. Ad attivarle sono le
informazioni provenienti dai sensi, oppure le emozioni. Così, quando si ascolta
una particolare musica o si assaporano i cibi preferiti, dalle orecchie o dal
palato partono gli impulsi piacevoli che arrivano alla corteccia cerebrale”,
spiega il professor Alberto Oliverio, docente di psicobiologia
all’università La Sapienza di Roma. Che prosegue: “Questi “messaggi” gradevoli
coinvolgono il sistema limbico e l’ippocampo che, a
loro volta, stimolano la produzione di sostanze diverse, come le endorfine o
l’adrenalina, che apportano uno stato di eccitazione definito,
convenzionalmente, piacere”.”
Queste
affermazioni vengono fatte su Salute di Repubblica il 15 maggio del 2008. Lo
stesso meccanismo conduceva l’uomo antico all’interno della società in cui
viveva. Conduceva l’uomo del paleolitico nelle relazioni con il mondo in cui
viveva. Ottenere piacere nelle relazioni con il mondo era lo scopo della vita
dell’uomo. Uno scopo che ha portato le società a trasformarsi nel corso dei
millenni finché qualcuno non scoperse che poteva dominare gli Esseri Umani
imponendo loro il principio del dolore; la sofferenza con cui gratificare il
proprio piacere del dominio. Ed è proprio nell’imposizione della sofferenza
agli Esseri Umani che si trova la fine delle antiche civiltà. La sofferenza è
lo spartiacque fra l’antico e la civiltà attuale. E’ il dolore che caratterizza
la città di dio che ha nell’elevazione a divino da imitare della sofferenza del
cristo il modello da imporre agli Esseri Umani.
Ebraismo
prima e cristianesimo poi, rappresentano una rottura della storia dell’umanità:
per la prima volta la sofferenza diventa misura della vita dell’uomo. Così ci
troviamo a stupirci della grande cultura esistente in epoca paleolitica e
neolitica confrontata con l’ignoranza nei confronti del mondo imposta dal
cristianesimo nella sua città di dio. L’uomo cristiano non coltiva la
conoscenza, ma confida nella conoscenza di dio e nella sua magnanimità.
Tuttavia, l’uomo cristiano ha la necessità di impedire alle società di aprirsi
verso il futuro e coltiva l’intelligenza, la cultura, attraverso la quale
chiudere il futuro sociale. A questa violenza si contrappongono i bisogni
fondamentali degli Esseri Umani, il loro divenuto nella continua ricerca del
piacere. Così, nella sofferenza imposta dal cristianesimo, si mette in moto
l’immane lotta del Prometeo dentro ogni Essere Umano che, nonostante tutto,
continua ad agire per costruire il futuro sociale. La sofferenza viene imposta
alle persone meno attrezzate, socialmente più deboli, mentre la società mette
in atto strategie per costruire un proprio futuro.
Solo
che questa è la condizione di oggi: del divenuto sociale nell’orrore imposto
dal cristianesimo. Una società costretta alla sofferenza in cui gli uomini tentano, comunque, la loro
sopravvivenza. Questa è la condizione che viviamo oggi: NON ERA LA CONDIZIONE
DEGLI ANTICHI!
E’
questa condizione che spinge i ricercatori a pensare agli Antichi come a dei
primitivi. E’ la condizione psicologica di chiusura al futuro che pota i
ricercatori a credere che gli antichi fossero chiusi al futuro. Non
progettassero il loro futuro. Poi, succede, che alcune scoperte illuminano il
loro “buio dell’ignoranza”.
La
domanda che ci dobbiamo porre è: PERCHE’ SI DEVE
PENSARE AGLI ANTICHI COME A DEGLI IDIOTI?
Perché
si deve coniugare un primitivismo immaginario con un infantilismo voluto ed
imposto ai bambini?
Come
ci stanno ingannando quando parlano di “primitivi”?
Perché
non dobbiamo pensare agli Antichi come profondi scienziati della realtà in cui
vivevano?
Forse
perché qualcuno o qualche cosa non desidera che noi si abbia la sensazione di essere
stati derubati di una realtà che avrebbe potuto essere e che, invece, è stata
cancellata.
N.B.
in tutte le schede storiche, per tracciare una mappa mi sono servito del Testo
Le Zone Archeologiche del Veneto a cura del Ministero dei Beni del 1987.
Marghera 22.07.2008
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