Il magnificat di Maria come negazione
dell’uomo!
Celso, e il figlio del dio.
Il magnificat e il primo stato cristiano:
l’Armenia.
Il magnificat, la disperazione dei
cristiani e la loro ribellione.
Spe Salvi di Ratzinger
Commento al cinquantesimo paragrafo
Non esiste un’altra parola per definire il cinquantesimo
paragrafo dell’enciclica Spe Salvi di Ratzinger:
RETORICA!
Una retorica vuota che parte da presupposti indimostrabili
che si basano su una fede che è una credenza militarmente imposta. Senza
l’imposizione militare, che trasforma l’illazione in credenza e in fede,
l’illazioni apparirebbero per ciò che sono: affermazioni vuote.
La retorica si spinge all’esaltazione della sottomissione e
dell’accettazione. Accettazione della sottomissione santificata a maggior
gloria del padrone.
Afferma Ratzinger:
“A lei perciò ci
rivolgiamo: Santa Maria, tu appartenevi a quelle
anime umili e grandi in Israele che, come Simeone, aspettavano « il conforto
d'Israele » (Lc 2,25) e attendevano,
come Anna, « la redenzione di Gerusalemme » (Lc
2,38).”
Cominciamo a leggerci questi passi che Ratzinger cita:
“Or, ecco,
c’era in Gerusalemme un Israelita chiamato Simeone. Quest’uomo
giusto e pio, aspettava la redenzione d’Israele e lo spirito santo era su di
lui.” Luca 2, 25
E, ancora:
“Sopraggiunta
ella pure nella medesima ora, lodava dio e parlava del bambino a tutti quelli
che aspettavano la liberazione di Gerusalemme.” Luca 2, 38
La retorica di Ratzinger inizia da qui: “C’era una volta una
bambina col cappuccio rosso che andò a trovare la nonna....”
Scrive Celso a proposito della nascita di Gesù per come la
raccontavano gli ebrei d’allora in questo dialogo che riassume la polemica
giudeo-cristiana. Ricordo che Celso scrive attorno al 170 d.c.,
praticamente nello stesso periodo in cui viene scritto il vangelo di Luca:
“T’inventasti
la nascita da una vergine: in realtà tu sei originario di un villaggio della Giudea
e figlio di una donna di quel villaggio, che viveva in povertà filando a
giornata. Inoltre costei, convinta di adulterio, fu scacciata dallo sposo,
falegname di mestiere. Ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, essa ti
generò quale figlio furtivo. Spinto dalla povertà andasti a lavorare a mercede
in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe facoltà per le quali gli Egiziani
vanno famosi. Quindi ritornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse
ti proclamasti dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal falegname, che l’aveva
chiesta in moglie, perché convinta di adulterio e fu resa incinta da un soldato
di nome Pantera. Ma l’invenzione della nascita da una vergine è simile alle
favole di Danae, di Melanippe,
di Auge e di Antiope. Ma era forse una bella donna
tua madre e, appunto perché bella, a lei si unì dio, che pur non è portato ad
amare un corpo corruttibile? Non sarebbe stato neppure verosimile che dio si
fosse innamorato di lei. Ella non era donna di condizione ricca o regale, dal momento
che nessuno la conosceva, nemmeno i vicini, e, una volta venuta in odio al
falegname e ripudiata, non la salvò né la divina provvidenza né il verbo della
persuasione. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il regno di dio.” Celso “Primo discorso dell’ebreo:
critica a Gesù” tratto da Celso “Contro i cristiani” ed. Bur
Ora, cosa rende Luca più credibile di Celso?
Sappiamo che Celso è un personaggio storico, se non altro per
la testimonianza e la confutazione di Origene.
Riporta Odifreddi in “Perché non
possiamo essere cristiani”
“Un
tentativo che a partire dal 1985, è stato invece effettuato in grande stile e scientificametne dal Jesus
Seminar (“Seminario su Gesù”), un gruppo di un centinaio di titolati biblisti statunitensi che ha usato metodi antropologici,
storici e linguistici per assegnare quattro gradi di veridicità alle
affermazioni di Gesù riportate dai vangeli, dalle sicurametne
autentiche alle sicuramente apocrife. Poiché le decisioni venivano prese
votando con palline colorate, quest’impresa venne scherzosametne chiamata la “teologia delle palline”, in
contrapposizione di quella canonica senza il diminutivo. Essa ha portato alla
pubblicazione, nel 1993, di un terzo a quattro colori intitolato I cinque vangeli: cosa ha veramente detto
Gesù? (cinque, perché ai quattro canonici è stato affiancato anche il
Vangelo secondo Tommaso), seguito nel 1998 dagli Atti di Gesù: che cosa ha veramente fatto Gesù? Non
sorprendentemente, è risultato che almeno l’80% dei detti evangelici non si può
affermare l’autenticità dei fatti, la persona di Gesù è stata praticamente
ridotta a quella di un uomo nato da un padre naturale diverso da Giuseppe,
abile guaritore di malattie psicosomatiche e morto in croce come disturbatore
della quiete pubblica: il resto è favola, pure per i biblisti
(o almeno, per quelli seri).” Pag. 104-105
Appare del tutto evidente che Celso è più credibile di Luca,
a meno che Lorenzo Valla non si sbagliò nei riguardi del lascito di Costantino!
Ed è per questo che attraverso un gioco retorico ratzinger si
appresta a raccontare una favola. Si tratta di fede. Ratzinger ha diritto alla
sua fede, non ha il diritto di spacciarla, come una dose di eroina, sostenendo
una sua realtà senza essere in dovere di dimostrarla. Con la violenza può ottenere
la credenza, la fede, ma con la violenza non si può permettere che le persone
non sottopongano a critica le affermazioni retoriche, né che le affermazioni
retoriche non siano indicate come atto di truffa e di inganno.
Continua Ratzinger:
“Tu vivevi in intimo
contatto con le Sacre Scritture di Israele, che parlavano della speranza –
della promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza (cfr
Lc 1,55). Così comprendiamo il santo
timore che ti assalì, quando l'angelo del Signore entrò nella tua camera e ti
disse che tu avresti dato alla luce Colui che era la speranza di Israele e
l'attesa del mondo. Per mezzo tuo, attraverso il tuo « sì », la speranza dei
millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia.”
Chiaramente o ha ragione Celso o Ratzinger è tenuto alla
dimostrazione!
Se c’è una convinzione, questa deve essere argomentata;
quando si vuole persuadere, coinvolgendo il profondo emotivo delle persone,
allora si usa l’enfasi espressiva. Ma l’enfasi espressiva funziona solo se è
capace di richiamare alla coscienza le emozioni di persone già persuase, già
all’interno della chiesa cattolica. Persone che si identificano in quella
situazione e che si pensano delle tante madonne che “...vivevi in intimo contatto con le Sacre Scritture di Israele ...” in
cui non si parla di “speranza” come le persone pensano, ma dell’avvento di quel
“messia” che porterà la “razza eletta” o la “razza padrona” a dominare il
mondo.
Questo pensare folle è il prodotto di una follia che emerge
da un contesto sociale degradato in cui le persone inseguono le illusioni
scaturite da sollecitazioni nell’immediato senza essere in grado di fissare
nulla né nella loro memoria, né nella loro esperienza.
Una testimonianza ce la fornisce Celso:
“Vorrei
appunto esporre anche il modo in cui si danno oracoli in Fenicia e in
Palestina, perché io stesso li ho uditi e ne sono perfettamente informato. I
generi di profezia sono molto numerosi, ma il più perfezionato presso quella
gente è il seguente: un gran numero di individui, per altro sconosciuti, con
estrema facilità ed alla prima occasione, nei templi o fuori di essi, ed alcuni
anche questuando ed aggirandosi per città e accampamenti, si fan prendere dalle
convulsioni, come se realmente rendessero oracoli, e ciascuno di loro ha pronto
il solito discorso: “Io sono dio o il figlio di dio o lo spirito divino. Eccomi
qua: il mondo ormai va in perdizione e voi, o gente, a causa delle vostre
ingiustizie, siete spacciati, ma io voglio salvarvi. E voi mi vedrete tornare
ancora con la potenza celeste. Beato colui che ora mi venera: contro tutti gli
altri, contro le loro città e i loro campi io scaglierò il fuoco eterno e gli
uomini che non conoscono le loro pene si pentiranno in vano e gemeranno. Quelli
invece che hanno creduto in me io li custodirò per l’eternità!”. Dopo aver
brandito queste minacce, aggiungono, una via l’altra, espressioni
inintelligibili, deliranti e completamente oscure, il cui significato nessuna
persona ragionevole potrebbe scoprire, perché mancano di chiarezza e non
rappresentano un bel nulla, mentre ad ogni folle o ciurmadore
forniscono per ogni occasione il pretesto di riferire a sé stesso, a suo
piacere il loro significato. Fatto sta che quei profeti che io udii con le mie
stesse orecchie, da me messi alle strette, confessarono cosa andavano cercando,
e che inventavano parlando a caso.” Celso “Contro i cristiani”
Lo stesso dicasi per “della
promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza”. Dove tutti i soggetti
dell’affermazione appartengono alla fantasia e all’illazione: il dio padrone
che promette, Abramo e una discendenza come “razza padrona” in nome della
promessa del dio padrone.
E’ in questa espressione di odio sociale e di disprezzo nei
confronti di ogni respiro di libertà dell’uomo e delle società che Ratzinger
trova conferma della sua speranza. Proviamo a leggerci il contesto di Luca 1,
55 citato da Ratzinger:
“L’anima mia
magnifica il Signore, e lo spirito mio gioisce in dio, mio salvatore! Perché ha
rivolto i suoi sguardi all’umiltà della sua serva. Ed ecco che fin d’ora tutte
le generazioni mi chiameranno beata. Perché grandi cose ha fatto in me.
L’onnipotente il cui nome è santo. La sua misericordia si estende d’età in età
su coloro che lo temono. Ha mostrato la potenza del suo braccio, ha disperso
gli uomini dal cuore superbo. Ha rovesciato i potenti dai loro troni, e ha
esaltato gli umili. Ha saziato di beni gli affamati, e rimandato a mani vuote i
ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri, verso Abramo e la stirpe in eterno.” Luca 1, 46-55
Si tratta di un’affermazione di odio nei confronti delle
persone e delle società. Quell’odio che giustifica il genocidio, l’annientamento, la
costruzione dei campi di sterminio. Esiste solo il delirio di onnipotenza e il
disprezzo per le persone, per le società, per gli sforzi degli uomini verso
l’infinito. La necessità di umiliare per dominare. Un disprezzo che viene
sottolineato dalla disponibilità di Abramo di ammazzare suo figlio, il proprio
futuro, per soddisfare il compiacimento del delirio di onnipotenza (che nel
gesto Abramo fa proprio) del suo dio padrone. Un delirio che Luca vuole
trasferire da Abramo in Gesù. Come Abramo è pronto, per compiacere il suo
padrone, a macellare suo figlio, così la Maria di
Luca usa la sua umiltà e il suo servaggio come modello da imporre militarmente
alle persone. E lo impone militarmente là dove le minacce militari
dell’onnipotenza ricattano gli uomini che non accettano quel modello. Minaccia
di cacciarli, perché superbi; di rovesciarli e umiliarli davanti agli “umili”;
di distruggere le ricchezze e i beni sociali che le società hanno messo a
disposizione per il loro futuro.
Ciò che scrive Luca è lo stesso delirio di cui parla Celso: “Io sono dio o il
figlio di dio o lo spirito divino. Eccomi qua: il mondo ormai va in perdizione
e voi, o gente, a causa delle vostre ingiustizie, siete spacciati, ma io voglio
salvarvi. E voi mi vedrete tornare ancora con la potenza celeste. Beato colui
che ora mi venera: contro tutti gli altri, contro le loro città e i loro campi
io scaglierò il fuoco eterno e gli uomini che non conoscono le loro pene si
pentiranno in vano e gemeranno. Quelli invece che hanno creduto in me io li
custodirò per l’eternità!”
Dal delirio, segue una logica delirante!
Proviamo a leggerci un Inno Religioso in cui non esiste né il
desiderio di umiliare, né il desiderio di prevaricare o di manifestare deliri
di onnipotenza:
Inno
Omerico a Pan
Musa cantami il caro figlio di Ermes, bicorne,
dai piedi di capra, amante del frastuono, che
vaga
per le valli boscose in compagnia con le Ninfe
danzatrici:
esse amano percorrere le cime delle rupi
scoscese,
invocando Pan, il dio dei pascoli, dai capelli
lucenti,
irsuto, che frequenta tutte le alture nevose
e le cime dei monti e i sentieri pietrosi.
Si aggira in su e in giù per le fitte macchie:
ora è attratto dall'acqua di tranquilli
ruscelli,
ora si arrampica su rocce inaccessibili,
salendo sulla cima più alta, per sorvegliare le
greggi.
Spesso corre per le grandi montagne biancastre,
spesso attraversa le valli, facendo strage di
selvaggina
grazie alla vista acutissima. Solo al tramonto,
tornando da caccia, intona sulla zampogna una
dolce
melodia: non lo vince nel canto
l'uccello che a primavera effonde un lamento
con voce di miele tra i fiori e le foglie.
Allora si uniscono al suo canto le Ninfe
montane
dalla limpida voce, danzando con passi rapidi
presso la fonte
profonda, e l'eco risuona dalla vetta del
monte.
Il dio ora danza in tondo, ora entra nel mezzo,
con rapidi passi - porta sul dorso una fulva
pelle
di lince - e si esalta nel cuore a quel canto
ritmato,
sul tenero prato dove il croco e il giacinto
odoroso si mescolano all'erba, fiorendo in gran
copia.
Cantano gli DEI beati e il vasto Olimpo;
per esempio, più di ogni altro esaltano il
rapido Ermes,
dicendo com'è messaggero veloce per tutti gli
dèi,
e come arrivò nell'Arcadia ricca di fonti,
madre
di greggi, dove c'è un tempio per lui, il
signore Cillenio.
Lì pur essendo un dio pascolava le greggi
lanose
di un mortale: infatti ardeva in lui il
desiderio struggente
di unirsi in amore con la ricciuta figlia di Driope.
Ottenne le nozze fiorenti, ed essa nel palazzo
partorì
a Ermes un figlio, già subito strano a vedersi:
bicorne, dai piedi di capra, rumoroso, dal
dolce sorriso.
La madre balzò in piedi e fuggì, lasciando il
bambino:
ebbe paura infatti, quando vide il viso ferino
e barbuto.
Ma il rapido Ermes lo prese subito in braccio
e l'accolse: la gioia traboccava dal cuore del
dio.
Salì in fretta alle sedi degli immortali, con
il figlio
avvolto in una folta pelliccia di una lepre
montana;
si sedette vicino a Zeus e agli altri immortali
e mostrò suo figlio: tutti gli dei si rallegrarono
in cuore, e più di tutti il delirante Dioniso.
Lo chiamarono Pan, perché a tutti aveva
rallegrato il cuore.
Così ti saluto, signore, e ti placo col mio
canto;
e io canterò te e anche un'altra canzone.
[Inni Omerici a cura di
Giuseppe Zanetto ed. Bur]
Il dio è!
Non è perché possiede, umilia o macella le persone!
Il dio è perché vive!
Il dio è tale perché è attraversato dalle passioni della
vita, da quel moto verso l’infinito che gli consente di danzare la danza della
vita.
Invece: “Per mezzo
tuo, attraverso il tuo « sì », la speranza dei millenni doveva diventare
realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia.”
Per mezzo del delirio di onnipotenza la vita viene stuprata e
i massacri e il genocidio seguirà ai massacri e al genocidio di chi vuole umiliare
gli uomini per sottometterli.
Non più danze, né corse per valli ombrose o canti: solo il
sangue scorre a fiumi lungo il corso della storia.
Continua nel delirio Ratzinger:
“Tu ti sei inchinata davanti
alla grandezza di questo compito e hai detto « sì »: « Eccomi, sono la serva
del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc
1,38). Quando piena di santa gioia attraversasti in fretta i monti della
Giudea per raggiungere la tua parente Elisabetta, diventasti l'immagine della
futura Chiesa che, nel suo seno, porta la speranza del mondo attraverso i monti
della storia.”
Nel suo delirio Ratzinger esalta la relazione sado-maso di dio-Maria, come è individuata in psicologia:
“W. Stekel, a proposito dei
rapporti di coppia, parla di umiliazione che un partner, entro le mura di casa,
infligge all’altro nel tentativo di contenere l’attrazione che prova per lui e
che inconsciamente teme come forma di propria debolezza o dipendenza. Il
partner umiliato entro le mura di casa è poi esaltato fuori da quelle mura nei
confronti di terzi.”
Dal Dizionario di psicologia di Umberto Galimberti
ed. Garzanti.
E si tratta del possesso nella sua espressione più sadica in
cui l’altro è ridotto a nulla. L’ideale del cristiano! In questo possesso i
cristiani riconoscono le loro pulsioni: loro possiedono! Infatti, il cristiano
no sa amare l’altro; il cristiano possiede l’altro. E ne possedere l’altro si
immagina di essere amato dal suo dio.
“Umiliare è
un’azione che reca offesa all’autostima di una persona o di un gruppo. Nei
processi educativi, dove si contrappone all’incoraggiamento, favorisce
l’insorgere di sentimenti di inferiorità. Frequente nelle depressioni,
l’umiliazione è letta dalla psicanalisi come frustrazione di aspirazioni
narcisistiche.” Dal
Dizionario di psicologia di Umberto Galimberti ed.
Garzanti.
Ed è l’ideale che Ratzinger propugna.
Questa donna, queste persone, questo popolo si è inchinato
davanti alla grandezza del compito che io, Ratzinger, gli ho dato. E ha detto
“Sì!”. Questa donna, queste persone, questo popolo ha detto: “« Eccomi, sono la serva del Signore,
avvenga di me quello che hai detto” . Si tratta dell’ideale
dell’infantilismo Narcisista:
“Rappresentata
dalle rassicurazioni circa il proprio valore che il bambino attende dai
genitori o dall’adulto o dalla società.” Dal Dizionario di psicologia di Umberto Galimberti
ed. Garzanti.
Il narcisismo del dio padrone di Ratzinger viene rassicurato,
nel suo delirio di onnipotenza, da: “«
Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
Senza questa assicurazione, il dio padrone creatore dell’universo di Ratzinger,
è nulla! Egli è solo la rappresentazione narcisistica in sé che si sostanzia
col riconoscimento del ruolo da parte della serva. La serva rende reale,
oggetto, ciò che è solo un desiderio psichico che può essere espresso dal dio
padrone, da Ratzinger, da Bagnasco, da Scola, o
dall’ultimo prete. Ma, senza la serva, resta solo un anelito, un desiderio
prodotto da una mente folle e incapace di vivere per sé, bisognosa di
riconoscimenti da parte di servi e di schiavi.
Da qui, la necessità di sottomettere espressa nel magnificat
in presenza di Elisabetta. Non è Elisabetta che si sottomette, ma il padrone,
balzando nel seno di Maria, sottomette Elisabetta
allo spirito santo. Il narcisismo si è soddisfatto: ha costretto Elisabetta a
riconoscere il potere di Maria. Elisabetta si è
sottomessa a Maria. Elisabetta è la serva di Maria grazie al potere che Maria
ha nella pancia.
Sottomissione:
“Accettazione
della supremazia o del dominio di un altro. Il termine ha rilevanza in etologia
dove i gesti di sottomissione sono descritti come inibitori delle minacce
aggressive da parte dei membri della stessa specie.” Dal Dizionario di psicologia di
Umberto Galimberti ed. Garzanti.
Ed è a questo che Ratzinger invita le persone: la
sottomissione, come per Elisabetta, che inibisce la capacità di analisi e di
critica dei suoi sottomessi; dei suoi schiavi, dei suoi credenti.
E’ interessante riprendere la tradizione di chi è “nato da un
dio” e come avveniva. Tito Livio ci parla di Scipione
l’Africano dicendo di lui:
“Riempì gli
uomini di una speranza più salda di quella ispirata dalle promesse umane.” da “La religione Romana Arcaica” di Georges Dumezil.
La speranza di Scipione non era la speranza di onnipotenza
millantata, era la speranza di superare quel momento presente in cui Roma era
minacciata da Annibale. E la speranza era la luce alla fine di quel tunnel.
Ma, com’era nato Scipione?
Proviamo a leggere la nascita di Scipione l’Africano da Silio
Italico (13, 400-413) quando Scipione scende agli Inferi e parla con la madre Pomponia che gli racconta della sua nascita:
“... Sola a
mezzo del giorno, avevo cercato riposo nel sonno, quando mi sentii d’improvviso
avvinta in una stretta che non era quella, abituale e dolce, del mio sposo.
Vidi allora, sebbene il sonno riempisse ancora i miei occhi, vidi, credimi!,
fulgente di luce, Giove. Non poté nascondermi la sua forma divina, benché
avesse assunto quella di un serpente in
immenso cerchio. Non mi fu consentito di sopravvivere alla tua nascita. Ahimé,
come mi fu doloroso d’aver reso l’ultimo respiro prima di rivelarti ciò, che tu
devi sapere...”
Silio Italico (13, 400-413) da “La religione Romana Arcaica” di Georges Dumezil.
Silio Italico nasce a Padova attorno al 25 d.c. e muore in
Campania il 101 d.c.. La tradizione della nascita
miracolosa di Scipione era già presente in Tito Livio
nato a Padova 59 a.c. e morto il 17 d.c. in cui dice che la storia di Scipione
riprende quella della nascita miracolosa di Alessandro Magno. Lo stesso Augusto
dirà di essere nato da Apollo: tutti figli di un dio.
Continua Ratzinger:
“Ma accanto alla gioia
che, nel tuo Magnificat, con le parole e col canto hai diffuso nei
secoli, conoscevi pure le affermazioni oscure dei profeti sulla sofferenza del
servo di Dio in questo mondo. Sulla nascita nella stalla di Betlemme brillò lo
splendore degli angeli che portavano la buona novella ai pastori, ma al tempo
stesso la povertà di Dio in questo mondo fu fin troppo sperimentabile.”
E l’enfasi declamatoria nasconde il messaggio di
sottomissione e di umiliazione della vita che Ratzinger propaganda.
Il Magnificat è il compiacimento per la sottomissione. E’ in
compiacimento di chi veicola le proprie pulsioni sessuali mediante il possesso
delle persone. Un possesso accettato dal soggetto posseduto nel magnificat.
Nulla appartiene a quella persona: soltanto il desiderio di essere posseduta
dal padrone. Una veicolazione inumana del “desiderio
di essere riconosciuto dall’altro” che nel cristianesimo diventa “desiderio di
essere riconosciuto dall’universo in quanto dio”.
Questa pulsione, veicolata su un altro non identificabile con
gli oggetti del mondo, diventa patologia:
“In questo
modo Lacan colloca il desiderio tra il bisogno e la
domanda distinguendolo dal primo perché
il bisogno mira a un oggetto specifico e si soddisfa con esso, e dalla seconda
perché, esigendo un riconoscimento assoluto, il desiderio cerca di imporsi
senza tener conto dell’“altro” a cui la domanda si rivolge. La nozione di
“altro”, a cui il desiderio, mediato dalla domanda, si rivolge, consente a Lacan una riformulazione della nozione di desiderio
esplicitamente mediata dalla dialettica hegeliana servo-padrone. Questa
dialettica, che in Hegel porta dalla coscienza
all’autocoscienza, si trova per Lacan in quella del
desiderio: “Il desiderio dell’altro trova il suo senso nel desiderio
dell’altro, non tanto perché l’altro detenga le chiavi dell’oggetto desiderato,
quanto perché il suo primo oggetto è di essere riconosciuto dall’altro” (1956,
p. 261). Ciò che desidera l’uomo è che l’altro lo desideri: vuole essere ciò
che manca all’altro, essere la causa del desiderio dell’altro: “Il desiderio
dell’uomo- scrive Lacan riferendosi ad Hegel – si pone nell’ambito della mediazione, è desiderio far riconoscere il proprio desiderio. Ha
per oggetto un desiderio, quello d’altri, nel senso che per l’uomo non c’è
oggetto che rappresenti immediatamente un suo desiderio; cosa che appare anche
nei suoi bisogni più primitivi, nel fatto per esempio che il suo nutrimento
stesso deve essere preparato, e che si trova in tutto lo sviluppo della sua
soddisfazione a partire dal conflitto servo e padrone attraverso tutta la dialettica
del lavoro” (1950, p. 175). Questa dialettica che porta al riconoscimento,
trova la sua espressione nel linguaggio perché, scrive Lacan,
“il desiderio è qualcosa di infinitamente più elevato di una tendenza organica,
esso è legato in primo luogo al linguaggio per il fatto che è il linguaggio che
gli fa posto, e che la sua prima manifestazione nello sviluppo dell’individuo
si manifesta al livello del desiderio di sapere”. (1966d, p. 768). Il desiderio
di essere riconosciuto dall’altro sottomette in desiderio alle condizioni
dell’altro che non è l’altro in carne e ossa, ma l’Altro che è l’universo
linguistico in cui il desiderio per esprimersi si deve inserire: “Se, in
effetti, il desiderio è, nel soggetto, questa condizione che gli è imposta dall’esistenza
del discorso di far passare il suo bisogno attraverso le sfilate del
significato, se d’altra parte bisogna
fondare la nozione dell’Altro con una A maiuscola come il luogo del
dispiegamento della parola, bisogna porre che, essendo quello di un animale in
preda al linguaggio, il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro” (1961,
p. 624).” Dal
Dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti ed.
Garzanti al vocabolo Desiderio.
In questo caso, l’altro del cristiano, a cui la domanda del
desiderio si rivolge, è il suo dio padrone. Attraverso il desiderio del
cristiano rivolto a Maria, impone a Maria di rivolgere il suo desiderio nei confronti del dio
padrone perché così il cristiano soddisfa il suo desiderio nei confronti del
dio padrone: l’omosessualità del cristiano, trova soddisfazione e viene
occultata nel desiderio di Maria di soddisfare il
proprio desiderio del dio padrone che deve necessariamente desiderare Maria in modo che il desiderio del cristiano sia
soddisfatto dal desiderio del dio padrone di possederlo! In sostanza, il
cristiano si fa Maria per desiderare di possedere il
dio padrone dal quale è posseduto nel suo farsi Maria.
Per questo Maria deve essere serva e non donna. In
quanto serva permette al cristiano di identificarsi nella sua relazione con il
padrone e può così costringere le persone a dipendere da tale relazione
facendola propria assumendo, nei loro confronti, il ruolo di dio padrone. La
donna, che alimenta la libido, la sessualità, con la sua avvenenza, allontana
l’uomo dalla relazione omosessuale col dio padrone dei cristiani e, pertanto, è
nemica del cristiano che la reprime aggredendo la sua sessualità per ridurla a
serva. Viene descritto un dio padrone “macio”. Macio dal punto di vista della distruttività, quello
davanti al quale Maria è rapita e sottomessa. Un atto
di macismo che può essere apprezzato solo all’interno
di una relazione omosessuale: “ha mostrato la potenza del suo braccio, ha
disperso gli uomini dal cuore superbo”. Solo il distruttore, per
l’omosessualità passiva, è sessualmente interessante. L’uomo costruttore è un
nemico perché guarda al futuro e solo la donna può agire con lui progettando un
futuro. Il distruttore, invece, chiude la porta al futuro perché tutto si
conchiude nel presente. E devono essere uomini dal cuore superbo, coloro che
vengono annientati, visto che non hanno accettato la relazione di dipendenza
omosessuale con lui. E, dunque, colui che ha accettato la relazione omosessuale
con lui deve compiacersi della manifestazione di macismo
che fissa ulteriormente la relazione desiderata. Per questo motivo il dio dei
cristiani è un distruttore, a differenza degli Dèi degli Antichi che si
preoccupavano di mettere gli Esseri Umani nelle condizioni di arricchirsi
(insegnavano l’agricoltura, la lavorazione dei metalli, il vantaggio di un
sistema giuridico, ecc.).
Questo perché nel cristianesimo la ricchezza è riservata a
pochi che si ritengono padroni, mentre nelle Antiche Religioni la ricchezza era
riservata all’intera società.
Afferma Ratzinger:
“Il vecchio Simeone ti
parlò della spada che avrebbe trafitto il tuo cuore (cfr
Lc 2,35), del segno di contraddizione
che il tuo Figlio sarebbe stato in questo mondo. Quando poi cominciò l'attività
pubblica di Gesù, dovesti farti da parte, affinché potesse crescere la nuova
famiglia, per la cui costituzione Egli era venuto e che avrebbe dovuto
svilupparsi con l'apporto di coloro che avrebbero ascoltato e osservato la sua
parola (cfr Lc 11,27s).
Nonostante tutta la grandezza e la gioia del primo avvio dell'attività di Gesù
tu, già nella sinagoga di Nazaret, dovesti
sperimentare la verità della parola sul « segno di contraddizione » (cfr Lc 4,28ss).
Così hai visto il crescente potere dell'ostilità e del rifiuto che
progressivamente andava affermandosi intorno a Gesù fino all'ora della croce,
in cui dovesti vedere il Salvatore del mondo, l'erede di Davide, il Figlio di
Dio morire come un fallito, esposto allo scherno, tra i delinquenti.
Accogliesti allora la parola: « Donna, ecco il tuo figlio! » (Gv 19,26). Dalla croce ricevesti una nuova
missione. A partire dalla croce diventasti madre in una maniera nuova: madre di
tutti coloro che vogliono credere nel tuo Figlio Gesù e seguirlo. La spada del
dolore trafisse il tuo cuore. Era morta la speranza?”
Per comprendere quanto questa truffa ha danneggiato gli
Esseri Umani e le società leggiamoci “Il sogno di Scipione” (l’Emiliano) che
conclude il De Repubblica di Cicerone (6, 13) tratto da “La religione Romana
Arcaica” di Georges Dumezil:
“Ma affinché
tu, Africano, sia più ardente nel difendere la Repubblica, persuaditi
bene di questo: tutti coloro che hanno salvaguardato, soccorso, accresciuto la
patria, vedono riservato a loro nel cielo un posto determinato nel quale godono
felicemente della vita eterna. Poiché di tutto ciò che accade sulla terra nulla
è più gradito al dio sovrano che governa l’universo, dei gruppi e delle società
degli uomini uniti nel diritto, che chiamiamo città; coloro che delle città
assumono su di sé la direzione e la salvezza, provengono da questi luoghi e qui
ritornano.”
Questo è quanto ci racconta Cicerone.
Io, invece, voglio sapere come è morta la passione per la
vita degli Esseri Umani. Confrontare ciò che afferma Cicerone con un po’ di
cronaca relativa al primo stato cristiano della storia. L’Armenia!
Come divenne uno stato cristiano?
“La
cristianizzazione degli Armeni avvenne ad opera di
Gregorio che, convertitosi a Cesarea, cominciò a predicare la nuova religione
attorno al 280 d.c., dopo la riconquista dell’Armenia
ad opera di Tiridate III. A tal fine egli seppe
guadagnarsi i favori prima della sorella del re, Chosroviducht,
e successivamente, quelli di Tiridate stesso, secondo
un modello di procedere tipico degli uomini di chiesa che amano agire dietro le
sorelle, le mogli, le concubine dei principi, riuscendo, in tal modo, a
manipolare meglio questi stessi e poi a “convertire” il resto dei sudditi.” .””
Storia dell’Armenia tratta da “Storia criminale del cristianesimo” di Karlheinz Deschner ed. Ariele
Tomo 1
Come fu costruita la disperazione cristiana che “nata” da Maria fu la dannazione dei popoli?
“E’ certo,
comunque, che l’assurgere del cristianesimo a religione di Stato si accompagnò
immediatamente all’inizio delle persecuzioni contro i Pagani.
Gregorio, con
la protezione e il sostegno del sovrano, attuò, insieme al suo esercito di
monaci, la distruzione sistematica dei templi Pagani, edificando al loro posto
chiesa cristiane dotate di cospicui beni fondiari. Ad Aschtischat
(l’antica Artaxata), un importante centro dedicato al
culto degli Dèi Pagani, il “mitico Gregorio” rase al suolo il tempio di Wahagn (Ercole), quello di Astlik
(Venere) e di Anahit, innalzando sulle loro rovine
una grandiosa chiesa cristiana, nuovo “santuario nazionale” dell’Armenia, e un
palazzo. Gregorio divenne arcivescovo, la carica più importante del regno dopo
quella di sovrano, e si fregiò del titolo di “catholicos”,
titolo presto assunto anche dagli arcivescovi della Persia, dell’Etiopia, della
penisola iberica, dell’Albania e che, in origine, indicava il detentore di una
carica di prestigio nell’ambito dell’amministrazione finanziaria.” .”” Storia
dell’Armenia tratta da “Storia criminale del cristianesimo” di Karlheinz Deschner ed. Ariele
Tomo 1
La distruzione dei templi fu la chiusura verso il futuro. L’Armenia
non ebbe più un futuro da costruire, ma poteva esistere solo saccheggiando il
suo presente. Per i cristiani era necessario costruire la disperazione sociale,
solo così potevano imporre la speranza nel loro dio padrone.
Ratzinger dice: “La
spada del dolore trafisse il tuo cuore. Era morta la speranza?”
Gli Armeni non ebbero più futuro.
Procedettero macellando e macellando.
“E’ il
bizantino Fausto che intorno al 400
redasse una prolissa storia dell’Armenia, dedicò numerosi capitoli della sua
opera al racconto delle guerre intrapprese da questo
regno, registrando ben 29 vittorie in 34 anni. Se prestiamo fede alle parole di
Fausto, i Persiani attaccarono ripetutamente con 180.000 uomini, poi con
400.000, poi con 800.000, 900.000, fino ad arrivare a 5 o 5 milioni di soldati.
E per quanto i cristiani furono spesso costretti a combattere in rapporto di
uno contro dieci o persino di uno contro 100, riuscirono, comunque ogni volta
ad avere la meglio sulla schiacciante superiorità dei Persiani, non risparmiando
neppure donne e bambini... “In ogni caso – scriveva nel 1978 Mesrob Krikonian, rappresentante
di primo piano della chiesa apostolica armena – il cristianesimo rivestì una
grande importanza per l’Armenia e per tutti gli armeni
sparsi per il mondo, in quanto fu in grado di conferire alla cultura di questo
paese un volto nuovo...” Fausto non si stancò di ripetere: “Gli armeni passarono le truppe persiane a fil
di spada”, “non risparmiarono nessuno”, “né uomini, né donne”; “annientarono le
milizie persiane”, “provocarono un bagno di sangue”. Questo è il volto nuovo di
cui parla Mesrob Krikorian...?
Immediatamente tornano alla mente i racconti contenuti nell’Antico Testamento
sui massacri e i saccheggi compiuti dagli Israeliti al tempo della conquista
della Terra Promessa. “Gli armeni fecero
un’incursione nei territori dei Persiani”. “Si impossessarono di un immenso
bottino, tesori, armi, gioielli, diventando smisuratamente ricchi e degni di
lode”. Misero la terra dei nemici “a ferro e fuoco”.” .”” Storia dell’Armenia
tratta da “Storia criminale del cristianesimo” di Karlheinz
Deschner ed. Ariele Tomo 1
Con l’avvento del cristianesimo a ferro e fuoco fu messo il
cuore degli Esseri Umani. Le società civili vennero distrutte. La miseria divenne
una colpa e ancor oggi il cattolicesimo impone leggi per criminalizzare le
persone deboli ed indifese e vuole le persone forti in diritto di commettere
crimini sottraendole alla legge o facendo leggi a protezione del loro diritto
di commettere crimini!
“Nel nome di
dio cadevano i martiri di queste guerre,
e la chiesa, nella figura del patriarca Wrthanes,
figlio del “grande Gregorio” si adoperava per rassicurare e, nel contempo,
esaltare e incitare gli animi alla lotta. Se vi era stata qualche dolorosa
perdita, soprattutto “tra i membri dell’alta aristocrazia”, Wrthanes
confortava il re e le sue truppe e “tutti coloro che – racconta Fausto, al
solito straordinariamente prolisso – con grande tristezza, amare lacrime,
spirito affranto, dolore immenso, smisurati lamenti, si mostravano
demoralizzati confrontando il numero dei morti con quello dei superstiti”.
Era giunto il
momento per il clero d’imbastire il ritornello che avrebbe risuonato invariato
per secoli: “Cercate conforto in cristo: coloro che sono morti, infatti, si
sono sacrificati per la patria, la chiesa e il premio della religione. Hanno
dato la vita perché la propria terra non venisse conquistata, le chiese
profanate, i martiri oltraggiati, i servi di dio non cadessero nelle mani degli
empi e degli scellerati, la santa fede non fosse annientata, e alla progenie di
Satana, finalmente imprigionata, non fosse consentito in alcun modo di correre
a idolatrare qualche divinità... Non piangiamo i nostri eroi ma rendiamogli
onore per i loro meriti, facciamo in modo che ognuno conservi in eterno il
ricordo della virtù dei nostri caduti, celebrandoli con feste che siano
espressione del nostro orgoglio e della nostra gioia....” .”” Storia
dell’Armenia tratta da “Storia criminale del cristianesimo” di Karlheinz Deschner ed. Ariele
Tomo 1
Macellare; macellare in nome ed in onore del cristo Gesù. In
cosa consiste la speranza secondo Ratzinger se non nella sua speranza di
continuare a macellare gli Esseri Umani? E cosa successe in Armenia? Forse la
“speranza” cristiana aveva preso forma dall’orrore imposto dalla Maria?
“Anno dopo
anno, decennio dopo decennio, solo campagne militari. Alla fine subentrò la
stanchezza, il desiderio di pace, si sperò nel sostegno del proprio patriarca.
Egli ben sapeva che si combatteva ormai da trent’anni
senza tregua, trent’anni trascorsi tra spade,
pugnali, lance giavellotti, immensi sacrifici. “Non possiamo più resistere, non
possiamo combattere più a lungo ; è meglio per noi fare atto di sottomissione
al re di Persia...”
Ma ora era
patriarca Nerse I (364-372/373). Egli si mostrò tutt’altro che disposto a seguire il precetto evangelico:
“Beati gli uomini di pace...” [sbaglia Deschner: Nerse era un uomo di pace, erano i Persiani che non
volevano farsi macellare. E lui, che cosa poteva fare per diffondere la
speranza cristiana se non ordinare di macellarli? Poveretto, non aveva
alternativa, la fede cristiana mica è un fatto privato. Nota mia Claudio Simeoni] Sebbene senza approvazione del sovrano, Nerse continuò a predicare la guerra. Con ammirazione
Fausto riconosceva al patriarca, salito ai vertici delle gerarchie militari e
di corte, l’“aspetto di un guerriero”, “un’invidiabile destrezza nell’esercizio
delle armi” e, con entusiasmo raccontava la sua attività di promozione del cristianesimo.
“La luce della chiesa risplende in tutta la sua pienezza, le proporzioni degli
edifici ecclesiastici brillano nella loro perfezione, cresce il numero delle
cerimonie, s’ingrossano le file dei servi del signore. Sorgono ovunque nuove
chiese, più numerose divengono le schiere dei monaci...: nessuno, in tutta
l’Armenia, può competere con lui”.
Un degno
figlio della sua chiesa, dunque. Quando gli Armeni
cominciarono a desiderare la pace, egli non pensò affatto di assecondare la
loro richiesta. Il re Arsace volle continuare la
guerra per non incorrere nel peccato, come si affrettò a giustificarlo Nerse, definito nel Lexikon Fur Theologie und Kirche
“restauratore della vita religiosa in Armenia”. “Così facendo mostrate di
volervi rendere schiavi dei Pagani, di voler rinunciare alla vostra vita in
cristo, di voler sacrificare i capi che dio vi ha dato, per servire gli
stranieri e la loro empia religione... Anche se Arsace
fosse mille volte malvagio, egli è, comunque, un fedele di dio, anche se è un
peccatore, egli è, comunque, il vostro re, anche se, come avete detto in mia
presenza, sono ormai tanti anni che combattete per voi, per le vostre vite,i
vostri figli, le vostre mogli e, ciò che
più conta, per la vostra chiesa e per la devozione che nutrite verso nostro
signore Gesù cristo. Del resto, dio vi ha sempre donato la vittoria in suo
nome. E voi volete ora servire la religione degli empi, invece di cristo nostro
creatore... Probabilmente dio, adirato dal vostro comportamento, vi renderà in
eterno schiavi dei Pagani, non solleverà mai più da voi il giogo ella
schiavitù...”.
Ma gli armeni non vollero più combattere. Fausto racconta di
accese rimostranze, grida, tumulti, seguiti all’appello alla guerra del
patriarca. Ognuno si allontanò “dirigendosi verso casa, intenzionati a non
ascoltare oltre queste parole.”” Storia dell’Armenia tratta da “Storia
criminale del cristianesimo” di Karlheinz Deschner ed. Ariele Tomo 1
Parafrasando Giovanni, è da dire: “Donna, ecco ciò che tuo
figlio produrrà!” Anche se sappiamo che quanto iniziò in Armenia è il
fondamento della dottrina cristiana scaturita dal delirio di onnipotenza di
folli che anelavano a controllare la loro setta e poi, date le circostanze
della storia, estesero quella follia a tutto il genere umano.
E’ la sottomissione del magnificat che impone sottomissione e
odio a tutta l’umanità.
Continua Ratzinger:
“Il mondo era rimasto
definitivamente senza luce, la vita senza meta? In quell'ora,
probabilmente, nel tuo intimo avrai ascoltato nuovamente la parola dell'angelo,
con cui aveva risposto al tuo timore nel momento dell'annunciazione: « Non
temere, Maria! » (Lc
1,30). Quante volte il Signore, il tuo Figlio, aveva detto la stessa cosa
ai suoi discepoli: Non temete! Nella notte del Golgota,
tu sentisti nuovamente questa parola. Ai suoi discepoli, prima dell'ora del
tradimento, Egli aveva detto: « Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo » (Gv 16,33). « Non sia turbato il vostro cuore
e non abbia timore » (Gv 14,27). « Non
temere, Maria! » Nell'ora di Nazaret
l'angelo ti aveva detto anche: « Il suo regno non avrà fine » (Lc 1,33). Era forse finito prima di
cominciare?”
No! Non era finito prima di cominciare: il massacro della
piccola guarnigione Romana a Gerusalemme, non era finito prima ancora di
cominciare, ma continua ancor oggi per il delirio di dominio dei cristiani.
Come disse l’ultimo Hierophante di Eleusi dopo aver subito l’assalto dei cristiani: una nube
nera ha ricoperto la terra. L’ideologia del cristo Gesù aveva definitivamente
spento la luce della vita negli Esseri Umani. Aveva condannato gli Esseri Umani
all’inferno nella loro esistenza: nella loro quotidianità!
“Quante volte il
Signore, il tuo Figlio, aveva detto la stessa cosa ai suoi discepoli: Non
temete”, QUESTO E’ CIO’ CHE VOI DOVRETE INCITARE
A FARE ALL’UMANITA’. Costringere gli Esseri Umani a soffrire sulla croce, come
io vi ho insegnato!
Si tratta dell’unico esoterismo
contenuto nei vangeli: l’umanità come agnello sacrificale da bruciare e da offrire
in olocausto al dio padrone.
Riporta Ratzinger: “ «
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv
14,27).”, ma a che cosa si riferisce?
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore
nell’eseguire l’ordine:
“Essendo
costituito nella suddetta carcere il detto giorno et condennato dal ufitio della santa
Inquisitione alla morte Bartolomeo di Giovanni Bartoccio da Città di Castello per eretico pertinace et ustinato, quale perseverando
nella sua pessima ostinatione, non gli valse persuasione
di theologhi ne di dottori, ma sempre più ostinato si
dimostrò, al fine fu condotto in Ponte, dove di nuovo fu combattuto, ma non si
potendo far profitto nessuno, fu abruciato vivo,
presenti quasi tutto il popolo di Roma.
Adì, 25
maggio 1569?” Tratto da “Il santo rogo e le sue vittime” a cura di Gianni olmi
ed. Stampa alternativa
E ancora:
“Essendo
costituito nella suddetta carcere il detto giorno et condennato a morte per l’ufitio
della santa Inquisitione, don Francesco di Galeazzo Venicellario de la Chiarella diocesi de Milano, sacerdote
apostata del ordine minore, chiamato altramente frate
Jacomo, quale stando ostinato, et
non volendo mai con persuazione ridursi alla santa
confessione, al fine la nostra compagnia si risolvé
mandare per il padre Pistoia scapucino et altri theolohi zocholanti et di quelli del Jesus, quali disputarono con il detto ostinato sopra la sua
opinione sino alle 13 hore. Al fine con l’aiuto dello
spirito santo si ridusse con grande umiltà a confessarsi et
domandar perdono a dio de li soi peccati. Non fece
testamento, ne lassò memoria alcuna presenti li sotto
scritti testimonii.
Confortatori
della notte:
Messer
Bastiano Caccini
Messer Agniolo de Orso
Messer Mariotto de Rossi
Messer
Gian Battista Italiani
Poi fu
menato in Ponte, dove fu appiccato e poi abruciato.
Per Monte
Zazera provveditore – Antonio Strambi scrivano
Adì 25
maggio 1569” Tratto da “Il santo rogo e le sue vittime” a cura di Gianni olmi
ed. Stampa alternativa
Anche se ha cambiato nome, l’ufficio della “santa Inquisizione”
è lo stesso ufficio retto da Ratzinger. C’è forse differenza nella comprensione
dei vangeli da parte dell’Inquisizione del 1569 e quelle di Ratzinger?
Proviamo a leggerne un esempio:
“Dopo uno
scambio epistolare con la Congregazione dottrinaria [santa Inquisizione], padre
Schillebeeckx nel settembre del 1984 fu convocato in
Vaticano, e interrogato dal cardinale prefetto ratzinger in forma “riservata”.
Tornato in Olanda, dopo che settimane dopo padre Schillebeeckx,
nel corso di un’intervista radiofonica, rivelò di essere stato interrogato dal
prefetto dottrinario, e criticò ancora il cardinale Ratzinger per le sue
posizioni sulla Teologia della liberazione: “Nessun Teologo della liberazione
si riconosce nella caricatura che ne ha fatto la Congregazione per la dottrina
della fede [santa Inquisizione]... Ratzinger fa confusione fra la sua teologia
personale e quella del ministero. Nella Teologia della liberazione c’è
ottimismo di chi lotta contro le oppressioni e le ingiustizia, mentre Ratzinger
è legato ad una concezione del mondo dove il male, il peccato, hanno una parte
rilevante”. Padre Schillebeeckx fu raggiunto da una Notificazione della Congregazione ratzingeriana datata 15 settembre 1986. C’era scritto che
il teologo olandese manifestava in alcune sue opere una concezione del
sacerdozio “in disaccordo con l’insegnamento della chiesa su punti importanti”,
per cui l’ex Sant’Uffizio ne informava
ufficialmente e pubblicamente i fedeli.
Padre Schillebeeckx non si lasciò intimidire: accusò
la Curia romana di tradire lo spirito del Concilio Vaticano II puntando ad una
restaurazione preconciliare, e accusò la
Congregazione ratzingeriana di autoritarismo.” Tratto
da Discepoli di verità “Senza misericordia” ed Kaos
Lui, grazie alle democrazie occidentali, non fu “menato in
Ponte dove sarebbe stato abruciato vivo”.
Però, è Ratzinger che interpreta correttamente gli
insegnamenti dei vangeli, « Non sia
turbato il vostro cuore e non abbia timore » (Gv
14,27).”, ed infatti, l’unico turbamento di Ratzinger, è quello di non
poter ottemperare agli insegnamenti dei vangeli e di non poter bruciare vive le
persone come padre Schillebeeckx e le altre decine
che nel corso della sua carriera ha condannato.
Conclude Ratzinger questo escursus
di esaltazione retorica del cinquantesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi:
“No, presso la croce,
in base alla parola stessa di Gesù, tu eri diventata madre dei credenti. In
questa fede, che anche nel buio del Sabato Santo era certezza della speranza,
sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della risurrezione ha
toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a
diventare famiglia di Gesù mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla
comunità dei credenti, che nei giorni dopo l'Ascensione pregavano unanimemente
per il dono dello Spirito Santo (cfr At 1,14)
e lo ricevettero nel giorno di Pentecoste. Il « regno » di Gesù era diverso da
come gli uomini avevano potuto immaginarlo. Questo « regno » iniziava in quell'ora e non avrebbe avuto mai fine. Così tu rimani in
mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere,
sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare,
brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!”
In questo Ratzinger esala la sua disperazione: ci aveva
promesso un regno e invece quel regno non esiste! Ma noi, dice Ratzinger, non
siamo certo stati ingannati nella nostra fede. Dunque, non è il regno che non
esiste, ma noi che non sappiamo come andarci. E il grido di Ratzinger, il
disperato, che ingannato ha usato l’inganno subito per ingannare nella sua
disperazione. Nel momento in cui la sua vita termina, urla il suo dolore: “Così tu rimani in mezzo ai discepoli come
la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria,
Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te.
Indicaci la via verso il suo regno!”.
Ratzinger dice: “Abbiamo sbagliato tutto! Abbiamo immaginato,
ma non era così!” Come se l’oggetto immaginato, il regno del dio padrone, non
fosse stata un’allucinazione, un delirio collettivo, che si è concretizzato,
nella realtà, con l’inferno sociale della costruzione cristiana che solo la
rivoluzione Illuminista ha iniziato a cancellare dalla faccia della terra.
Come ci raccontano le Antiche Religioni, LA VITA RISORGE
SEMPRE nel suo eterno corso verso l’infinito
Ma nessuna di queste divinità, né le condizioni oggettive che
le portarono a venire in essere, fu mai messa in bocca una dichiarazione tanto
terrificante che il cristianesimo chiama, magnificat!
“L’anima mia
magnifica il Signore, e lo spirito mio gioisce in dio, mio salvatore! Perché ha
rivolto i suoi sguardi all’umiltà della sua serva. Ed ecco che fin d’ora tutte
le generazioni mi chiameranno beata. Perché grandi cose ha fatto in me.
L’onnipotente il cui nome è santo. La sua misericordia si estende d’età in età
su coloro che lo temono. Ha mostrato la potenza del suo braccio, ha disperso
gli uomini dal cuore superbo. Ha rovesciato i potenti dai loro troni, e ha
esaltato gli umili. Ha saziato di beni gli affamati, e rimandato a mani vuote i
ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri, verso Abramo e la stirpe in eterno.” Luca 1, 46-55
Mai, una tale aberrazione fu imposta agli Esseri Umani e
spesso i cristiani stessi vengono invasi dalla paura da tanto orrore. E da quell’orrore cercano la fuga. Una fuga che un tempo ebbe
l’odore dell’olocausto. L’odore dei roghi su cui bruciavano le persone che
cercavano diverse verità. Li chiamavano ERETICI. Oggi, ha più il sapore della
disperazione, della depressione, del senso di colpa del cristiano per aver
rinunciato a vivere.
C’è un romanzo di Barbara Alberti
“Vangelo secondo Maria”, in cui si descrive la
ribellione di Maria al volere del dio padrone. Questa
situazione, che riprendo dal libro di Barbara Alberti,
descrive molto bene la situazione conflittuale che vive il cristiano e che è
evidente nelle farneticazioni di Ratzinger. Quello che ricopio dal libro dell’Alberti inizia all’interno del dialogo dell’angelo che
parla con Maria svelando la sua relazione con dio e
il rapporto di dio con gli uomini che è alla base dell’ideologia religiosa
cristiana:
“Ironico
sorride. Il gioco delle sue ali eleganti si beffa della mia pochezza. “So
quello che ti turba. Ascoltami”
Nei suoi
occhi zampillano fontane di trasparenti paradisi. Questo principe è seccato
d’essere inviato a messaggero di una contadina. Ma conosce il suo mestiere e si
finge cortese. “Non affannarti in pensieri: è inutile. Tu ti stupisci che dio
t’abbia scelta, come se non conoscesse le tue ribellioni. Ragazza, dio non è un
sacerdote di campagna dalla mente ristretta come Eliashib.
Il suo intendimento è vasto, il suo sguardo vede lontano. Sei robusta e
coraggiosa: questo ci basta. Nel disegno immenso di dio, la tua piccola rivolta
è segnata, ma è già stata calcolata ai nostri fini. Quanto a Giuseppe, la sua
empietà è come quella dei bambini: dio ne sorride. Ci vuol altro che la tua
innocente alchimia, perché egli si senta minacciato. La scelta di Giuseppe fu
voluta: perché vecchio, e onesto. Un perfetto padre putativo. Il gigante che
proteggerà il dio giovinetto”.
“Angelo,
“ dissi “mi dici il vero?”
Si fece
impaziente.
“Ti basta
sapere che ciò che ti è accaduto da quando sei nel mondo era previsto, perché
arrivassi ad essere il vaso di dio. Pensa a Emmanuel che hai nel grembo, il
resto non conta. Ma ricorda che ogni tuo gesto è stato contato.”
Avevo un
nodo in gola, ma simulavo sicurezza; non volevo dargli soddisfazione.
Mentre
stava per andarsene lo afferrai per un’ala e – aspetta, dissi, guardandolo bene
negli occhi, come per smascherarlo “qual è il meccanismo che ti permette di
volare?”
“L’unico
meccanismo è il volere di dio” disse lui, beffardo. E volò via.
Quando
l’angelo se ne fu andato, da regina in gloria mi ritrovai ciò che ero: una
ragazzina stuprata!
L’angelo
si portò via la mia vita, già tessuta da altri.
Un
vecchio straccio.
Non più corse
né alberi, per Maria.
Ella gira
tutto il giorno attorno al pozzo, incatenata ad un solo pensiero: Tutto era previsto.
Dunque,
tutto gli appartiene. E a me non resta niente? E le mie prime scoperte, allora?
E quell’improvvisa felicità, durante il Kippur? E lo sbadiglio, e lo sgomento? E la gioia
d’apprendere, e il desiderio? Tutto nel disegno, tutto – nella grande trappola?
Scavo con
furia nella memoria dei giorni meno importanti per scoprirvi qualche cosa che
possa essere sfuggito a dio, che solo a me appartenga: una fresca bevuta, o un
solitario turbamento.
Che posso
fare, io, con una bacchetta di giunco in mano?
Jahve siede sul diluvio
Siede Jahve re eterno.
Di
ragionare con lui nemmeno se ne parla:
“Orsù,
venite e discutiamo”
Dice Jahve
“Ma se vi
ostinate e vi ribellate
Sarete
divorati a fil di spada.”
E se
anche, nonostante ciò, io decidessi di dar battaglia a dio, Giobbe ha già detto
tutto, sullo spinoso argomento. “Lotterebbe egli con me nella grandezza del suo
potere? No, mi darebbe ascolto.”
Dio non
m’ha privata solo della fuga, che quella, l’avrei buttata all’aria per
Giuseppe, come chi ridendo getta l’oro.
Ogni
gesto del passato, comandato dal suo volere vola via in un vento amaro, perde
di senso.
Maria non ha più nulla, Maria non è più nulla.
Morrò
soffocata, se non riesco ad indovinare nell’onnipotenza di dio uno spiraglio,
anche minimo, il quale mi mostri, che ancora esiste Maria.
Comincia
una sorda lotta: uscire dal disegno.
Ieri,
tornando con un’anfora dal fiume, d’un tratto feci un saltello, improvviso
anche per me; sperando d’aver sorpreso in velocità il pensiero di dio. Sperando
che almeno quel piccolo salto possa restare fuori dal grande disegno.” Dal romanzo “Vangelo secondo Maria” di Barbara Alberti,
Arnoldo Mondadori Editore
Questa è la disperazione del cristiano: il suo dio non
obbedisce a regole. Non ha regole per sé, solo il suo capriccio di danneggiare
gli Esseri Umani. E i cristiani vivono questo peso che produce in loro la
malattia. Da un lato le pulsioni della vita spingono perché diventino i
protagonisti della loro esistenza, dall’altro, il magnificat, impone loro la
sottomissione al macismo onnipotente del loro dio
padrone che determina le loro vite.
Vite che non sono nulla. Non appartengono a persone. Sono
oggetti da sbattere e da usare per ogni uso e consumo nei progetti del loro
dio. Progetti del loro dio che sono anche i progetti della chiesa cattolica di
Ratzinger che, però, della violenza e del terrore che ha imposto nella sua vita
è egli stesso una vittima sacrificata. Ratzinger non ha più futuro. Per tutta
la vita ha recitato il magnificat e lo ha imposto a persone indifese e, ora,
urla la sua disperazione: “Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere,
sperare ed amare con te.” E non può fare nemmeno come queste due suore che
oggi hanno urlato la loro ribellione al magnificat di Ratzinger:
2008-06-08
11:22
DUE SUORE DI CLAUSURA SI
INCATENANO DAVANTI A PIAZZA SAN PIETRO
ROMA - Due
monache di clausura, cacciate alcuni anni fa dal monastero di S.Maria del Carmine di Camerino (Macerata), si sono
incatenate questa mattina in Piazza Pio XII, lo slargo antistante la basilica
di S.Pietro. Le due religiose, suor Albina Locantore, 73 anni, di Pisticci
(Matera), e suor Teresa Izzi, 79 anni, di Fondi
(Latina), si sono incatenate alla base di un lampione della piazza, sedute su
due sedie, mostrando cartelli su cui è scritto: "Santità, non siamo né
prostitute, né violente, né ladre, né malate di mente". E su un altro:
"Santità, ci hanno cacciate e denunciate, vergogna!". Le due suore
sostengono di aver lasciato il monastero per due mesi per motivi di salute e
non essere state riammesse al loro rientro in convento. (fonte Ansa)
Aveva previsto, il loro dio padrone, quel gesto?
Come queste due suore, i cristiani sono in trappola. HANNO
RINUNCIATO A TRASFORMARSI IN DEI SOTTOMETTENDOSI e rinunciando a determinare la loro
esistenza. E per acquietare la loro disperazione hanno diffuso sottomissione e
morte nelle società civili. Oggi i roghi non bruciano più le persone, ma non
per volontà di Ratzinger, per volontà di una società civile che ai Ratzinger si
è ribellata.
“Ecco, l’uomo
è diventato come uno di noi, avendo la conoscenza del bene e del male: che non
stenda ora la sua mano e non colga dall’albero della vita, per mangiarne e
vivere in eterno.” Genesi 3, 22
Tutto è compiuto: Ratzinger non ha colto dall’albero della
vita. Non ha esercitato la conoscenza fra ciò che è bene e ciò che è male,
anteponendo al suo scegliere la proiezione mentale che lui faceva nell’identificarsi
col suo dio padrone.
Ratzinger non ha futuro oltre la morte del corpo fisico.
Ora, facciamo in modo che Ratzinger non semini la
disperazione nella società civile. Facciamo in modo che non impedisca agli Esseri Umani di stendere la
loro mano e cogliere dall’albero della vita attraverso il loro comportamento
eroico nella loro quotidianità, in risposta alle loro pulsioni e predilezioni.
“Si narra
che, mentre la pira ardeva, una nuvola si sia posta sotto il corpo di Eracle e, tra rombi di tuono, lo abbia trasportato in
cielo. Qui egli ricevette l’immortalità, si riconciliò con Era, e ne sposò la
figlia Ebe...” Apollodoro “I miti Greci”
II 7, 160
Marghera, 08 giugno 2008
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 041933185
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Scrive Ratzinger nel
cinquantesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:
che, come Simeone, aspettavano « il conforto
d'Israele » (Lc 2,25) e attendevano,
come Anna, « la
redenzione di Gerusalemme » (Lc 2,38). Tu vivevi in intimo contatto con le
Sacre Scritture di
Israele, che parlavano della speranza – della
promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza (cfr
Lc 1,55). Così comprendiamo il santo timore che
ti assalì, quando l'angelo del Signore entrò nella
tua camera e ti disse che tu avresti dato
alla luce Colui che era la speranza di Israele e l'attesa del
mondo. Per mezzo tuo, attraverso il tuo « sì
», la speranza dei millenni doveva diventare realtà,
entrare in questo mondo e nella sua storia.
Tu ti sei inchinata davanti alla grandezza di questo
compito e hai detto « sì »: « Eccomi, sono
la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto
» (Lc 1,38).
Quando piena di santa gioia attraversasti in fretta i monti della Giudea per
raggiungere
la tua parente Elisabetta, diventasti
l'immagine della futura Chiesa che, nel suo seno, porta la
speranza del mondo attraverso i monti della
storia. Ma accanto alla gioia che, nel tuo Magnificat,
con le parole e col canto hai diffuso nei
secoli, conoscevi pure le affermazioni oscure dei profeti
sulla sofferenza del servo di Dio in questo
mondo. Sulla nascita nella stalla di Betlemme brillò lo
splendore degli angeli che portavano la
buona novella ai pastori, ma al tempo stesso la povertà di
Dio in questo mondo fu fin troppo
sperimentabile. Il vecchio Simeone ti parlò della spada che
avrebbe trafitto il tuo cuore (cfr Lc 2,35), del
segno di contraddizione che il tuo Figlio sarebbe stato
in questo mondo. Quando poi cominciò
l'attività pubblica di Gesù, dovesti farti da parte, affinché
potesse crescere la nuova famiglia, per la
cui costituzione Egli era venuto e che avrebbe dovuto
svilupparsi con l'apporto di coloro che
avrebbero ascoltato e osservato la sua parola (cfr Lc 11,27s).
Nonostante tutta la grandezza e la gioia del
primo avvio dell'attività di Gesù tu, già nella sinagoga
di Nazaret,
dovesti sperimentare la verità della parola sul « segno di contraddizione » (cfr Lc
4,28ss). Così hai visto il crescente potere
dell'ostilità e del rifiuto che progressivamente andava
affermandosi intorno a Gesù fino all'ora
della croce, in cui dovesti vedere il Salvatore del mondo,
l'erede di Davide, il Figlio di Dio morire
come un fallito, esposto allo scherno, tra i delinquenti.
Accogliesti allora la parola: « Donna, ecco
il tuo figlio! » (Gv 19,26). Dalla
croce ricevesti una
nuova missione. A partire dalla croce diventasti
madre in una maniera nuova: madre di tutti coloro
che vogliono credere nel tuo Figlio Gesù e
seguirlo. La spada del dolore trafisse il tuo cuore. Era
morta la speranza? Il mondo era rimasto
definitivamente senza luce, la vita senza meta? In quell'ora,
probabilmente, nel tuo intimo avrai
ascoltato nuovamente la parola dell'angelo, con cui aveva
risposto al tuo timore nel momento
dell'annunciazione: « Non temere, Maria! » (Lc 1,30). Quante
volte il Signore, il tuo Figlio, aveva detto
la stessa cosa ai suoi discepoli: Non temete! Nella notte
del Golgota, tu
sentisti nuovamente questa parola. Ai suoi discepoli, prima dell'ora del
tradimento,
Egli aveva detto: « Abbiate coraggio! Io ho
vinto il mondo » (Gv 16,33). « Non sia
turbato il vostro
cuore e non abbia timore » (Gv 14,27). « Non temere, Maria!
» Nell'ora di Nazaret l'angelo ti aveva
detto anche: « Il suo regno non avrà fine »
(Lc 1,33). Era forse finito prima di
cominciare? No,
presso la croce, in base alla parola stessa di
Gesù, tu eri diventata madre dei credenti. In questa fede,
che anche nel buio del Sabato Santo era
certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di
Pasqua. La gioia della risurrezione ha
toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli,
destinati a diventare famiglia di Gesù
mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla comunità dei
credenti, che nei giorni dopo l'Ascensione
pregavano unanimemente per il dono dello Spirito Santo
(cfr At 1,14)
e lo ricevettero nel giorno di Pentecoste. Il « regno » di Gesù era diverso da
come gli
uomini avevano potuto immaginarlo. Questo «
regno » iniziava in quell'ora e non avrebbe avuto
mai fine. Così tu rimani in mezzo ai
discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza.
Santa Maria, Madre
di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la
via verso il suo regno! Stella del mare,
brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!