La Pietas di Roma Antica e la violenza cristiana!

 

Purgatorio, indulgenze ed espiazione nel cristianesimo.

 

L’ideologia del rimpianto come controllo delle persone.

 

La superstizione di Ratzinger e la superstizione dei Maccabei.

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al quarantottesimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Continua, anche in questo quaratottesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi di Ratzinger il suo tentativo di giustificare la sua paura nella morte e il suo diritto di continuare a diffondere paura per sottomettere le persone alla sua credenza.

Il discorso fatto da Ratzinger è una feroce, cattiva e perversa, manipolazione dell’antico discorso della Religione dell’Antica Roma a proposito dei Mani e dei Penati. Un discorso sugli antenati che i cristiani si sono appropriati, modificandolo in modo perverso, per dominare e stuprare gli Esseri Umani. Mettere a confronto quello che afferma Ratzinger con le Antiche Tradizioni di Roma ci permette di capire la volontà di dominio e di possesso di Ratzinger in contrapposizione alla Pietas.

 

Scrive Ratzinger nel quarantottesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi:

 

“Un motivo ancora deve essere qui menzionato, perché è importante per la prassi della speranza cristiana. Nell'antico giudaismo esiste pure il pensiero che si possa venire in aiuto ai defunti nella loro condizione intermedia per mezzo della preghiera (cfr per esempio 2 Mac 12,38-45: I secolo a.C.). La prassi corrispondente è stata adottata dai cristiani con molta naturalezza ed è comune alla Chiesa orientale ed occidentale. L'Oriente non conosce una sofferenza purificatrice ed espiatrice delle anime nell'« aldilà », ma conosce, sì, diversi gradi di beatitudine o anche di sofferenza nella condizione intermedia. Alle anime dei defunti, tuttavia, può essere dato « ristoro e refrigerio » mediante l'Eucaristia, la preghiera e l'elemosina.”

 

Dal dizionario di Antichità Classica Garzanti la parola Parentalia:

 

“Solennità pubblica, celebrata presso i romani in onore e in commemorazione dei parenti o dei cittadini defunti come estensione della parentatio o culto domestico dei defunti nel giorno anniversario della loro morte. I Parentalia duravano alcuni giorni (13-21 febbraio), di cui l’ultimo (Feralia) era il più solenne.  Sorsero anche fondazioni speciali per assicurare la loro celebrazione in onore di determinate persone defunte. Il poeta Ausonio raccolse sotto il titolo Parentalia una trentina di suoi poemetti elegiaci.”

 

E ancora, dallo steso dizionario, la parola Mani:

 

“ (lat. Manes) nelle credenze romane le anime dei morti. Sono menzionate per antifrasi con un’antica parola latina che significa “i benevolenti  (secondo Varrone da manus, equivalente di bonus). I Mani erano oggetto di culto: si offrivano loro vino, miele, latte e fiori. Erano loro dedicate in particolare due feste dette rispettivamente Rosaria (o violaria), perché in tale ricorrenza si adornavano le tombe con rose e viole, e parentalia nei giorni 13-21 febbraio. [...] Accanto al culto familiare vi era dunque un culto pubblico dei Mani, considerati divinità i cui diritti erano sacrosanti (Deorum Manium iura sancta sunto, era scritto nelle Dodici tavole).”

 

Dunque, i defunti erano onorati in quanto Dèi. In quanto coloro che, proprio perché hanno vissuto, sono diventati degli Dèi. Onorare non significava far commercio con i defunti. Significava imporre a sé stessi un comportamento onorevole che permettesse, ad ognuno di noi, di diventare un DIO!

 

I primi cristiani rubano questa tradizione all’antica religione. Non è vero quello che dice Ratzinger che fa risalire la tradizione ai Maccabei. I primi cristiani erano analfabeti e imposero le loro credenze di morte e di distruzione sopra le tradizioni antiche Romane che depredarono.

 

Un conto è onorare chi ha costruito il nostro presente e, attraverso quell’onore, impegnarci a nostra volta a costruire un futuro migliore e un conto è la superstizione dei cristiani. Il passo citato da Ratzinger si inquadra in una cornice superstiziosa che attribuisce gli effetti del presente ad una causa esoterica. Si legge nel passo citato da Ratzinger:

 

“Allora Giuda, radunato l’esercito, lo condusse nella località di Odollam, e sopraggiunto il settimo giorno della settimana, purificatisi secondo il rito, celebrarono in quel medesimo luogo il sabato. Il giorno seguente alcuni si presentarono a Giuda, come la necessità del momento lo richiedeva, per prendere i corpi dei caduti per seppellirli con i loro parenti nelle tombe paterne. Sotto le tuniche degli uccisi trovarono degli oggetti consacrati agli idoli di Jamnia, cosa che la legge proibisce a tutti i giudei, e tutti compresero che questa era stata la causa della loro morte. Allora, benedicendo il Signore Giudice Giusto, che rende manifeste le cose occulte, si misero tutti a pregare perché fosse perdonato a quelli il delitto commesso; poi il valorosissimo Giuda esortò i suoi a conservarsi puri da ogni peccato, avendo visto con i propri occhi quanto era accaduto agli uomini che per la loro colpa erano stati uccisi. Fatta infine una colletta mandò a Gerusalemme circa 2000 dramme d’argento, affinché si compisse un sacrificio espiatorio per quel peccato, opera degna e nobile, suggerita dalla fede nella resurrezione, poiché se non avesse creduto che i morti resuscitano, sarebbe stato superfluo e vano pregare per essi. Ma credeva che quanti si addormentano nella pietà è riservata una bella ricompensa.” II Maccabei 12, 38-45

 

Sono morti perchè avevano degli oggetti consacrati ad altri Dèi e non al loro padrone solo; se non avessero avuto gli oggetti consacrati ad altri Dèi non sarebbero morti. Oggi, questa superstizione, viene giustificata con la “legge del karma”: causa effetto! Peccato che l’effetto sia reale e la causa immaginata! I sopravvissuti immaginano che i loro morti, se non avessero avuto oggetti consacrati ad altri Dèi, non sarebbero morti! Naturalmente, il racconto, omette di dire che cosa si è trovato perquisendo i vivi! Ma, nell’economia dell’uso che ne fa Ratzinger, questo non interessa: sono vivi e dunque, proprio perché sono vivi, devono essere necessariamente devoti. Io, invece, propendo che il loro comandante, il “valorosissimo Giuda” li abbia portati in una battaglia in cui hanno trovato la morte. Se non andavano in battaglia, almeno per quell’occasione, non sarebbero morti.

 

In questo racconto c’è un dare e avere: io prego e tu hai un beneficio, che poi mi restituisci per gratitudine.

 

La visione della morte degli antichi era una visione di felicità!

Ratzinger afferma che l’occidente conosce vari gradi di “beatitudine” oltre la morte del corpo fisico, è un fatto. Ma il fatto dipende dal comportamento eroico che si è messo in atto durante la vita. Si raccontava di Romolo che viene assunto fra gli Dèi e così la maggior parte degli Eroi. Il comportamento eroico, al servizio della società, porta gli Esseri Umani a trasformarsi in Dèi. Gli Dèi sono onorati perché portano benessere, non perché sono i padroni. Un comportamento onorevole nella manifestazione degli Dèi nel quotidiano, trasforma gli Esseri Umani in Dèi a loro volta.

Ciò che non succederà a Ratzinger come non è successo per Wojtyla, per la Teresa di Calcutta o per padre Pio. L’idea, nata dai filosofi greci, della separazione dell’anima dal corpo, è una semplificazione nell’impossibilità di comprendere che è IL CORPO CHE MANIFESTA, FRA LE SUE CARATTERISTICHE, QUELLA CHE NOI CHIAMIAMO ANIMA CON GLI ATTRIBUTI EMOTIVI CHE VI VENGONO ASCRITTI.

 

E’ il corpo, attraverso la sua attività nella quale manifesta gli Dèi di cui è fatto, che costruisce, plasmandolo, scelta dopo scelta, in funzione dei propri bisogni, delle proprie necessità e nelle relazioni col mondo in cui vive, il corpo luminoso che verrà partorito alla morte del corpo fisico: QUELLA DI RATZINGER E’ SOLO SUPERSTIZIONE. Una superstizione che separa l’uomo dalla società e dalla Natura per trasformarlo in bestiame senza futuro.

 

Dice Ratzinger. “Sottomettiti a me e aiuterai i tuoi morti!”

L’unica questione è che i morti non hanno più relazione con i viventi della Natura. Anche quelli che hanno costruito il loro corpo luminoso, partorito alla morte del corpo fisico, percepiscono il mondo in maniera tanto differente da aver cancellato ogni relazione con la vita fisica: come il bambino, diventato adulto, ha cancellato ogni relazione con la sua precedente vita fetale.

 

Dice ancora Ratzinger:

 

“Che l'amore possa giungere fin nell'aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di affetto oltre il confine della morte – questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Chi non proverebbe il bisogno di far giungere ai propri cari già partiti per l'aldilà un segno di bontà, di gratitudine o anche di richiesta di perdono?”

 

Non esiste ritorno all’utero o resurrezione; né fisicamente né negli affetti. Il rimpianto per quello che è stato è un sentimento di vuoto dato da un legame che si è spezzato. Ma il legame spezzato deve continuare ad essere spezzato perché nuovi legami possano essere costruiti nell’infinito delle trasformazioni soggettive. Finché un legame viene rimpianto, il nuovo non viene costruito.

 

Scrive Galimberti nel Dizionario di Psicologia alla parola Rimpianto:

 

“Rammarico per un’esperienza piacevole o significativa del passato non interamente vissuta e comunque irripetibile. Spesso il malessere associato a questo stato d’animo alimenta fantasie compensatorie in corrispondenza con i desideri rimasti inappagati.”

 

Così Ratzinger alimenta il rimpianto delle persone che avevano degli affetti e le costringe, mediante l’imposizione della fede, a pensare ai loro morti come se tornassero o come se fosse possibile, mediante le preghiere, costruire un legame con loro. Nel far questo, Ratzinger, ruba il futuro alle persone inchiodandole nel rimpianto che sfocia in sensi di colpa o in disperazione.

Ratzinger non ringrazia chi lo ha preceduto per aver costruito il presente in quanto, questo presente, nella sua onnipotenza, è costruito dal suo dio padrone. Le persone, per Ratzinger, sono delle marionette nelle mani del suo dio padrone e il rimpianto e il senso di colpa che impone a queste marionette gli permette di farle muovere con più facilità, a suo piacimento, sul palcoscenico della vita. I sensi di colpa, a cui Ratzinger costringe, attraverso la credenza, le persone, inducono a chiedere perdono per colpe che non sono. Ma è utile chiedere perdono: chi chiede perdono non rivendica giustizia, ma è pronto per subire ogni pena.

 

La morte del corpo fisico è una felicità dalla quale il vivente della Natura è separato, ma alla quale aspira per sigillare il suo trionfo!

 

Per questo i pagani onorano i loro morti e sono felici della loro morte: loro hanno trionfato! E il trionfo lo celebriamo nelle azioni che nella loro quotidianità hanno fatto nel manifestare gli Dèi in ogni loro azione.

 

Nel tentativo di estendere i suoi sensi di colpa e la sua disperazione, Ratzinger accusa la società di quanto egli immagina:

 

Ora ci si potrebbe domandare ulteriormente: se il « purgatorio » è semplicemente l'essere purificati mediante il fuoco nell'incontro con il Signore, Giudice e Salvatore, come può allora intervenire una terza persona, anche se particolarmente vicina all'altra? Quando poniamo una simile domanda, dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in se stessa. Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l'altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero.”

 

E perché non sviluppare il discorso dispiegandolo compiutamente?

“...dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in se stessa.” Questo i Pagani lo hanno sempre saputo! E’ il Gesù dei cristiani che separa il grano dall’olio e getta quest’ultimo nel fuoco incitando, con questo, a bruciare le persone. E’ il Gesù dei cristiani che viene descritto come vite e che getta nel fuoco tutti gli uomini che come tralci non funzionano. I Pagani hanno sempre saputo che non in funzione di qualcosa esistono gli Esseri della Natura, ma in funzione di sé stessi e, proprio per questo, ognuno di loro è legato a tutti gli altri non solo perché è divenuto per trasformazione della stessa catena di DNA, ma perché come le perle in un vaso di vetro ogni movimento dell’una influenza, inevitabilmente, il movimento di ogni altra perla.

Siamo legati come corpi, gli uni agli altri e i corpi manifestano quelle pulsioni in cui si individua ciò che li anima.

Siamo legati dal Genio di Specie; che lega il Genio di ogni specie nella Natura. Noi stessi siamo strutture di Esseri Divini, i mitocondri, che formano il nostro corpo.

 

Noi come Pagani non separiamo gli individui dalla Natura, come non separiamo gli individui dalla società per rinchiuderli in un ghetto, in una setta, come fa Ratzinger pretendendo che a tale setta, i cristiani, si sottometta tutta la società. Ogni azione che viene fatta entra nelle trasformazioni dell’universo; ogni azione fatta da un soggetto dell’universo, sia che io lo descriva o non lo descriva, interviene sempre nelle mie azioni. Come la “materia scura”. Anche se la sua scoperta è recente, ciò non toglie che gli effetti che da essa emergono, al di là di come io li identifichi, intervengono SEMPRE nelle mie scelte.

 

Il fatto che i soggetti della Natura siano un insieme, non autorizza Ratzinger a ridurre alla forma degli esseri della Natura ciò che non appartiene più alla Natura in quanto emerso in una nuova dimensione di percezione. Un seme ha in potenza l’albero; ma come l’albero percepisce e vive il mondo non è lo stesso modo in cui lo vive il seme. Non autorizza Ratzinger a proiettare una dimensione umana da riprodurre in un inferno o in un paradiso di dantesca memoria o come descritto dai vari Paolo di Tarso (sia quello giunto nel medioevo che quello trovato a Nag Hammadi).

 

Dal punto di vista del cristianesimo, introdurre nella dottrina cristiana il concetto giuridico di “concorso di colpa” porta a degli sbocchi e a delle soluzioni che non piacerebbero a Ratzinger. Perché, sicuramente a Ratzinger piace far colpo sui suoi fedeli con concetti relativistici per poi aggredire le società civili nelle loro espressioni di relativismo costituzionale per imporre l’assolutismo del dio padrone! Il problema è: quante colpe ha il dio padrone dei cristiani nei peccati commessi da Ratzinger? E la cosa si chiude attorno a Ratzinger o va estesa ad ogni cristiano? E se è così, quanto inferno deve scontare il dio dei cristiani per il concorso di colpa dei cristiani in quanto peccatori?

 

“capretto, sei caduto nel latte!” dicono gli Orfici, ma pensare ai morti che ti pensano è solo un atto di superstizione di chi vuole ridurre la vita ad una forma statica ed immota e ha bisogno di rassicurazioni perché lo sconosciuto, davanti al quale ha sempre avuto paura, ora gli nega i varchi.

 

Dice ancora Ratzinger:

 

“Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene. Così la mia intercessione per l'altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la morte. Nell'intreccio dell'essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare una piccola tappa della sua purificazione. E con ciò non c'è bisogno di convertire il tempo terreno nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell'altro né è mai inutile.”

 

Ci sono molti aspetti della vita sociale e della vita civile che comportano azioni infinitamente più complesse nelle relazioni con l’altro. Il rapporto del vivo con la sua immaginazione del morto, è, in realtà, una fuga dal quotidiano, dal reale: come l’elemosina o la “carità”. E’ quella volontà del cristiano di mantenere inalterate le condizioni sociali in cui avviene miseria e disperazione per poter compiacersi ad esercitare il proprio potere e il proprio dominio sull’altro elargendo “carità” od elemosine perché “tanto i poveri li avrete sempre con voi e potrete far loro del bene ogni volta che vorrete!”. Bestiame rinchiuso nel recinto. Un bestiame composto da Esseri Viventi e da Esseri umani in questo caso. In fondo, che cosa ti costa pregare? Ti illudi che serva e nell’illusione per un attimo dissolvi le tue angosce illudendoti. Però alimenti le illusioni allontanandoti dalle contraddizioni reali la cui sfida è l’unica capace di proiettarti nell’infinito: rinuncia, dice Ratzinger. Mettiti in ginocchio e prega: tu sei utile all’altro e l’altro intercede per te. Che forti che sarete. Ma se l’altro, da morto, non esiste nell’ambito della mia percezione e non esiste il soggetto che supplico, io perdo la vita. Perdo le contraddizioni nel quotidiano, non mi attrezzo per affrontarle e mi dissolvo nel nulla dominato da un’illusione di onnipotenza di poter intervenire nei confronti di chi è morto. E in quell’illusione non costruisco le relazioni che mi rendono ricco: quella ricchezza che porto oltre la morte del corpo fisico!

 

Per un cristiano non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell’altro manipolandone le emozioni. Troppo spesso i cristiani hanno condotto guerre di devastazione emotiva e offese profonde per costringere l’altro all’umiliazione e, quando l’altro si ribellava lo criminalizzavano, come Paolo VI, Giovanni XXIII, Wojtyla, Ratzinger, e quanti li hanno preceduti. E poi sterminavano gli uomini o stupravano i bambini perché non accettavano di farsi abbastanza umiliare e possedere da loro “con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima”. Gli uomini non conoscono la magia; Ratzinger conosce la magia nera! E RATZINGER SA, “Non è mai troppo tardi per...” PRATICARLA E DISTRUGGERE GLI UOMINI.

 

Conclude il quarantottesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi Ratzinger scrivendo:

 

Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me. Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.”

 

Per comprendere questo discorso di Ratzinger è necessario mettere in ordine tre cose. Innanzi tutto l’affermazione del Catechismo della chiesa cattolica citata. Il secondo aspetto sono gli elementi storico-giustificativi della nascita dell’idea del purgatorio e, in terzo luogo, l’uso delle indulgenze e del beneficio economico e militare che la chiesa cattolica traeva dall’uso delle indulgenze. Non si tratta soltanto di un potere economico, ma del potere vero e proprio: chi è impegnato a chiedere pregando, convinto di ottenere qualche cosa, non rivendica per giustizia per la miseria nella quale è costretto a vivere.

 

Dice la chiesa cattolica nel Catechismo al numero 1032:

 

“Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la sacra scrittura già parla (2 mac. 12, 46). Fin dai primi tempi, la chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché purificati possano giungere alla visione beatifica di dio. La chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti”. A tal proposito, il catechismo della chiesa cattolica cita il Concilio di Lione e il loro santo Crisostomo: “rechiamo loro soccorso e commemoriamoli: Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere.”

 

Come si nota, la chiesa cattolica afferma che da sempre ha usato terrorizzare le persone con la morte evocando spettri terrifici che prendevano forma nelle torture dei tribunali dell’inquisizione e nei massacri messi in atto dalla chiesa cattolica. Da sempre la paura della morte, imposta dalla chiesa cattolica, è stato il metodo di gestione militare dei suoi fedeli.

 

Scrive la Storia delle Religioni a cura di Giovanni Filoramo alla voce Purgatorio:

 

“L’idea del purgatorio ebbe in seno al cristianesimo una lenta evoluzione, alla quale contribuirono sia la religiosità popolare sia le riflessioni dei teologi che si rifacevano come base scritturistica soprattutto al testo (II Mac., 2, 43-46). Il purgatorio era la destinazione dei cristiani che si erano macchiati di peccati leggeri, detti “veniali” (dal latino venia, “perdono”), o che avevano confessato le loro colpe senza aver avuto il tempo di compiere un successivo atto di riparazione o di penitenza. Il periodo di permanenza nel purgatorio dipendeva dall’entità dei peccati, ma poteva essere abbreviato dall’azione dei vivi : la chiesa, infatti, accolse e diffuse l’idea  che i “suffragi” (le “raccomandazioni”) dei vivi – cioè le preghiere, le elemosine e le messe, compiute in nome di un defunto – avessero il potere di abbreviare la sua permanenza in purgatorio. Si riteneva anche che nei giorni, nelle settimane o al massimo nei mesi immediatamente successivi alla morte, il defunto ricevesse da dio il permesso di uscire dal purgatorio e di apparire brevemente ai parenti per sollecitare il loro aiuto: in questo periodo i suffragi erano molto più efficaci, ma la loro utilità era grande in qualsiasi momento. Molti fedeli, non potendo escludere di trovarsi al momento della morte in una condizione di peccato, e non essendo certi dell’impegno dei parenti, si premunivano in anticipo lasciando alla chiesa lasciti espressamente riservati ai suffragi a proprio favore. [...] la durata della pena da scontare in purgatorio divenne oggetto di misurazioni e di calcoli, come molti aspetti della vita terrena. Naturalmente solo dio sapeva con esattezza la sua durata, ma gli uomini, aiutati dalla chiesa, potevano computare gli effetti precisi dei loro suffragi in termini di giorni, mesi e anni condonati alle anime del purgatorio.”

 

 

L’idea della Resurrezione della Carne non era gestibile da parte della chiesa cattolica e nemmeno l’idea dell’imminente fine del mondo. Lo stesso inferno e paradiso erano troppo drastici, serviva una via di mezzo per poter ricattare le persone nella loro quotidianità. Non tutti erano santi, non tutti erano destinati all’inferno, ma tutti potevano essere comperati e venduti a beneficio della chiesa cattolica.

 

Il controllo militare messo in atto dalla chiesa cattolica passava per il commercio delle indulgenze del purgatorio. A tal proposito qualche idea ci viene data da Karlheinz Deschner nel suo “La chiesa che mente” editore Massari:

 

Deschner, sulle indulgenze pag.111-112

 

“Ben presto, le modeste indulgenze del passato sembravano non avere più alcuna attrattiva. Così vennero sempre più dilatate. Una preghiera per il re di Francia, che sotto Innocenzo IV comportava dieci giorni di indulgenza, appena cento anni dopo- sotto Clemente VI (1342-1353) – faceva fruttare ormai cento giorni. E dove il legato papale Peraudi all’inizio del XVI secolo, per ogni reliquia della chiesa palatina di Wittenberg (dove ce n’erano notoriamente a migliaia) aveva elargito cento giorni di indulgenza, ora papa Leone X moltiplicava senz’altro i 100 per ogni particola in 100 anni. E per ciascuna reliquia nelle chiese di Halle giunse ad aggiudicare 4000 anni. In definitiva, si mise in moto così un processo effettivamente inflazionario. Le grazie si fecero sempre più grandi. Da un obolo di indulgenza valido per pochi giorni si pervenne – tramite documenti autentici o falsificati – fino a 1000, 12.000, 48.000, addirittura a 100.000 anni e poi a 158.790, 186162, 186.093 anni, secondo un libro di preghiere inglese, fu data un’indulgenza di un milione di anni.

Un manuale per le indulgenze, pubblicato a Roma nel 1491, così argomenta:

 

“Le indulgenze che si ottengono nella chiesa del Laterano, sono così numerose, che solo dio conosce il loro numero. Nel giorno in cui in Laterano si espongono le teste degli apostoli Pietro e Paolo, i romani guadagnano 3.000 anni, gli abitanti delle regioni attorno a  Roma 6.000 anni, tutte le altre popolazioni ben 12.000 anni di remissione. Allorché papa Gregorio I consacrò la chiesa del Laterano, approvò tante indulgenze quante sono le gocce che cadono in una pioggia che duri tre giorni e tre notti. Chiunque, con pia devozione, salga i gradini di sa Pietro, ottiene, per ogni gradino 1.000 anni di indulgenze; nella medesima basilica si ottengono 4.000 anni di indulgenze presso l’altare sotto cui riposano i corpi degli apostoli e 14.000 anni all’altare maggiore del coro, dove nel contempo si può liberare un’anima dal purgatorio. Nella chiesa di Maria Maggiore si ottengono 12.000 anni di remissione, durante tutte le feste mariane; nella chiesa di san Sebastiano si ottengono 48.000 anni di indulgenze; in quella di Aracoeli 60.000 anni, mentre nella chiesa di santa Maria del Popolo l’indulgenza sale a 555.293 anni e 285 giorni.”

 

Quando la durata d’una indulgenza sembrava un po’ eccessiva (come i 48.000 anni per la chiesa di san Sebastiano a Roma), il manualetto romano in lingua tedesca ammoniva minaccioso: “Che nessuno dubiti di questa indulgenza che la nobile chiesa promulga:chi ne dubita, si macchia di peccato gravissimo”.

Si era completamente privi di scrupoli, escogitando incessantemente nuovi metodi per dissanguare i credenti. Per esempio, i papi assicuravano spesso, con le loro bolle, che l’indulgenza appena approvata non sarebbe mai stata abrogata. Ciò nonostante, alla prossima occasione, mostravano di essersene scodati, e con nuove bolle dichiaravano non più valide le altre indulgenze, quantunque fosse stato espressamente garantito che non sarebbero mai state soppresse.

Questa reiterata abrogazione di precedenti indulgenze – sempre ricorrente dal XIII secolo in poi – irritava i fedeli ancora di più che le tariffe stesse. E si capisce, giacché per le vecchie costoro avevano già pagato. Proprio per questo si sentiva, d’altronde, la necessità di nuove indulgenze! Ecco allora la “sospensione” – così  suonava il termine peculiare dell’operazione – in seguito alla quale si conferivano quelle nuove, si pagava e si incassava daccapo: ritmica cadenza di questo tipo di “devozione.”.”

 

Come si nota in questo quarantottesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi, Ratzinger rinnova il delirio cattolico. Lo rinnova nella sua angoscia e nella sua disperazione.

Quando Ratzinger dice: “Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza?” in realtà intende: “Avrò distrutto a sufficienza la società civile per essere assunto alla gloria del mio padrone? Cosa posso fare per distruggere le persone nella società civile, imporre loro l’angoscia, i sensi di colpa, la disperazione, al fine di costringerli alla speranza che li porta fuori dalla disperazione in cui ho voluto costringerli per la gloria del mio dio padrone?”

Le risposte della società civile a Ratzinger risiedono nella Costituzione della Repubblica e nella direzione in cui conduce lo spirito Costituente che aborrisce un dio padrone che pretende di trasformare le persone in oggetti di proprietà.

Marghera, 01 giugno 2008

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

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Scrive Ratzinger nel quarantottesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:

48. Un motivo ancora deve essere qui menzionato, perché è importante per la prassi della speranza

cristiana. Nell'antico giudaismo esiste pure il pensiero che si possa venire in aiuto ai defunti nella

loro condizione intermedia per mezzo della preghiera (cfr per esempio 2 Mac 12,38-45: I secolo

a.C.). La prassi corrispondente è stata adottata dai cristiani con molta naturalezza ed è comune alla

Chiesa orientale ed occidentale. L'Oriente non conosce una sofferenza purificatrice ed espiatrice

delle anime nell'« aldilà », ma conosce, sì, diversi gradi di beatitudine o anche di sofferenza nella

condizione intermedia. Alle anime dei defunti, tuttavia, può essere dato « ristoro e refrigerio »

mediante l'Eucaristia, la preghiera e l'elemosina. Che l'amore possa giungere fin nell'aldilà, che sia

possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di

affetto oltre il confine della morte – questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità

attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Chi non proverebbe il bisogno

di far giungere ai propri cari già partiti per l'aldilà un segno di bontà, di gratitudine o anche di

richiesta di perdono? Ora ci si potrebbe domandare ulteriormente: se il « purgatorio » è

semplicemente l'essere purificati mediante il fuoco nell'incontro con il Signore, Giudice e Salvatore,

come può allora intervenire una terza persona, anche se particolarmente vicina all'altra? Quando

poniamo una simile domanda, dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in

se stessa. Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni

sono concatenate una con l'altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene

salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio,

opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene. Così la mia

intercessione per l'altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la

morte. Nell'intreccio dell'essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare

una piccola tappa della sua purificazione. E con ciò non c'è bisogno di convertire il tempo terreno

nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai

troppo tardi per toccare il cuore dell'altro né è mai inutile. Così si chiarisce ulteriormente un

elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente

anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me.40 Da cristiani non

dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci

anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della

speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.

 

 

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