La morte come terrore e la morte come felicità!

 

Perché i cristiani hanno paura della morte.

 

Il relativismo di Ratzinger applicato alla sua morte.

 

La scelta di Vincenza Santoro Galani; Marc Augé; Jean Delumeau.

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al quarantasettesimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Vai all'indice generale commento enciclica Spe Salvi di Ratzinger.

E’ simpatico Ratzinger quando per stuprare la società civile tuona contro il relativismo in funzione del suo dominio assolutista sulle persone e il loro diritto a gestire la loro vita all’interno dei principi del Dettato Costituzionale.

Poi, Ratzinger, quando si trova a giustificare il suo assolutismo, religioso, dottrinale e sociale, deve ricorrere al relativismo delle aspettative illusorie a cui ha costretto i suoi stessi sottomessi: i cristiani. L’assolutismo dei suoi vangeli e della sua bibbia lo disgusta. Vorrebbe che fosse un po’ diversa da quello che sono stati negli ultimi duemila anni. Vorrebbe che ci fossero scritte delle cose diverse per interpretarle in maniera più consona alle sue strategie di dominio sociale.

 

Per questo motivo, Ratzinger, inizia il quarantasettesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi affermando che:

 

Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza.”

 

Il fuoco rappresenta sia la vita che la conoscenza. Questo prima dell’avvento delle aberrazioni ebraiche e cristiane. Che poi si voglia attribuire ai testi cristiani significati precristiani per tentare di nobilitare ciò che è sempre stato orrore e morte, questo è un altro discorso.

 

Il 29 maggio 2008, sul settimanale l’Espresso c’è un articolo dal titolo “Mio dio che sballo” a firma di Paolino Accola in cui si legge, fra l’altro:

 

“E nel recente libro “gli antipodi della mente” Benny Shannon, della Hebrew University di Gerusalemme, ha sottolineato come piante simili all’ayahuasca venissero usate per scopi religiosi persino dagli antichi ebrei, compreso Mosé Cosa che ha scatenato le ire dei circoli cristiani ed ebrei più ortodosso costringendo lo studioso a correggere il tiro e a dichiarare, proprio pochi giorni fa, dalle colonne del “Financial Times” di non aver mai voluto intendere che Mosé fosse “fatto”, quando sul Sinai vedeva il cespuglio ardere senza consumarsi.”

 

Scandalizzai il Veneto quando circa undici anni fa affermai per radio che il patto fra il dio padrone degli ebrei e Abramo era dovuto ad un’intossicazione da oppio di qualcuno. Quel qualcuno che chiamai Abramo stesso. In realtà, l’intossicazione da oppio avvenne a molti ebrei, i loro profeti, che vivevano quel delirio di onnipotenza a Babilonia e inventarono due figure favolose quali Abramo e Mosé che, in realtà, non sono mai esistite. Personaggi come Geremia e Isaia sono personaggi che si intossicavano costantemente di oppio: le loro affermazioni sono una testimonianza dei deliri da oppio cui si sottoponevano. Per migliaia di anni le persone hanno discusso dei loro deliri, anziché discutere di che cosa aveva prodotto quei deliri e a che cosa quei deliri servivano una volta fatti passare per messaggi “profetici”.

 

Ora è Ratzinger che, costretto a fare i conti con i deliri dei suoi libri sacri, ricorre all’odiato relativismo per giocare su interpretazioni che gli consentano di non rispondere dei delitti che i deliri incitano.

“il verbo si è fatto carne” affermazione perentoria sulla quale non ci si sofferma per comprendere la stupidità e la miseria morale di una tale affermazione.

E così per Ratzinger si nasconde dietro: “Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore.”

Si vuole ignorare la stupidità e l’incongruenza di tale affermazione. Si vuole affibbiare una funzione senza dimostrare la necessità di tale funzione. Una necessità che non sia giustificazione della funzione, ma che sia esigenza soggettiva e realtà fattuale di chi, quella funzione, dovrebbe fruire.

 

Alcuni teologi recenti sono dell’avviso!

Lo dice Ratzinger.

I teologi cristiani non sono dei Teologi Pagani e non si possono permettere di essere “dell’avviso”. Se così fosse il cristianesimo non sarebbe un’ideologia assolutista, ma un’ideologia relativista. Ricordate Jacques Dupuis?

 

“L’anziano cardinale austriaco Franz Konig (ex arcivescovo di Vienna e noto esponente del progressismo cattolico) si schierò apertamente in difesa di padre Dupuis; “Sono stato affascinato dal suo libro, e trovo del tutto fuori luogo l’inchiesta della Congregazione per la dottrina della fede, Come vescovo della chiesa non posso tacere, perché il mio cuore sanguina quando vedo un danno così evidente inflitto al bene comune della chiesa di dio”. Il prefetto Ratzinger replicò dicendosi “stupefatto e rattristato” dalle parole del cardinal Konig.” Tratto da “Senza misericordia” Discepoli di verità edizioni Kaos pag. 130

 

Il libro continua affermando che Ratzinger ha mentito in quanto ha fatto pubblicare dal giornale “l’Osservatore romano” una dichiarazione diversa da quella firmata da Dupuis. In pieno stile inquisitorio Dupuis aveva firmato la dichiarazione di Ratzinger per non essere messo al rogo e Ratzinger ha falsificato la dichiarazione firmata da Dupuis per poterla esibire come trofeo!

 

La stessa cosa per De Mello nei confronti del quale Ratzinger dice: “...un progressivo allontanamento dei contenuti essenziali della fede cristiana”. La società civile impedisce all’inquisitore Ratzinger di bruciare vive le persone, ma non di censurarle.

 

Che uno come Ratzinger affermi “Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore.” Significa soltanto che non ha nessun elemento con cui giustificare il suo cristo Gesù se non ricorrendo all’eresia. Un’eresia che serve per censurare alcuni ed usare altri.

 

Dice Ratzinger: “Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità.” “Che occhi grandi hai nonna!” Siamo davanti alla patologia da onnipotenza: lui ti piega con gli occhi, pensa quanto è grande figo e onnipotente!

Nulla è sostanza, nulla è motivato e articolato, ma tutto è enfatizzato. Affermazioni prive di argomentazioni e di supporto che vengono fatte soltanto per soddisfare il desiderio soggettivo. E l’enfasi volta alla ricerca della complicità dell’interlocutore. Indubbiamente, fra cristiani che credono che il dio padrone ha creato il mondo, queste affermazioni di enfasi, hanno un loro effetto, ma, fuori dal circuito della fede, appaiono come delle offese. Delle bestemmie nei confronti del buon senso, della dignità delle persone e del Dettato Costituzionale che regola i rapporti fra le persone.

 

L’affermazione di Ratzinger “Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare.” È una vera e propria bestemmia alla vita. E’ una bestemmia contro gli Esseri Umani. Contro tutte le generazioni che fin da quando eravamo nel brodo primordiale hanno edificato, buono o cattivo che sia, il presente. Di millanteria che offende c’è solo questo patologico bisogno di riaffermazione dell’onnipotenza del dio padrone che sputa e offende gli sforzi degli Esseri Umani per affrontare il loro presente. Che sputa ed offende gli Esseri Umani quando esultano: è stata dura, ma ce l’abbiamo fatta! Alla faccia del dio padrone! Umiliare, dice il dio padrone dei cristiani e il Paolo di Tarso, umiliare, “perché nessuno si glori davanti al dio padrone!”.

 

A Ratzinger piace ridurre l’essere Umano ad escremento. Come può, altrimenti, rinchiuderlo nei campi di sterminio?

Afferma ratzinger:

 

Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo.”

 

Dobbiamo puntare l’attenzione sul meccanismo che Ratzinger propone: nemmeno Wanna Marchi giunse così in basso. Lei spacciava una soluzione liquida satura di sale come la prova del “malocchio che avevano le persone giocando sulla loro paura e si aspettava di avere dei soldi. Ratzinger non soltanto giustifica il dolore, ma attraverso il dolore pretende che la persona accetti la sua distruzione in funzione della sua “salvezza” senza dimostrare come o da cosa. Almeno in Wanna Marchi, l’acqua e il sale erano visibili, Ratzinger alimenta un’immaginazione malata sottoposta a depressione, sensi di colpa e disperazione.

Milioni di persone sono state penetrate dalle fiamme dei Ratzinger a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede o, se preferite, della santa inquisizione cattolica.

Tutto il pezzo sembra una giustificazione dei roghi dei quali Ratzinger porta la responsabilità civile e morale.

Che senso ha bruciare vive le persone o censurare alcuni teologi e promuoverne altri se “questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo.” E per favore, non vi venga in mente di raccontarmi che Ratzinger sta usando un linguaggio figurato!

 

Continua Ratzinger:

 

Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo.39 Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).”

 

Sono consapevole che discutere di questo significa discutere di patologia psichiatrica: che cosa una persona immagina. L’immaginazione, se viene giustificata attraverso un “atto di fede”, diventa un’offesa alla società civile quando assume un qualche carattere di pretesa oggettività che viene imposto alla società e sovrapposto alla Costituzione.

Per riuscire a capire che cosa comportano le affermazioni di Ratzinger si deve pescare alla tradizione cristiana sul giudizio universale o giudizio finale.

 

“Più impressionante è l’evocazione dell’ultimo giorno fatta da Eustache Deschamps. Il suo “Double lay de la fragilité humaine” nel complesso è una poesia mediocre, ma il talento del poeta si desta quando si mette a scrivere il “dies irae” e le pene dell’inferno dove i dannati “grideranno come dei forsennati”:

Chi potrà evitare la collera/di quel gran giorno e sopportare/così rischioso giudizio/quando arderanno e bruceranno cielo, terra e mare?.../allora i dannati patiranno ogni dolore, /gran puzzo/ e grande pianto/e stridor di denti, /angoscia e ogni tristezza, /grande tremore/ e tanti gemiti/ e urla, / fame, sete e ogni sfinimento..../ Avranno vermi e serpenti, / tutti i tormenti / saranno con loro/ senza remissione. /Tale /infatti, nello spavento, / è il giudizio di dio.” Tratto da Jean Delumeau “Il peccato e la paura” ed il mulino pag. 92

 

Seminare il terrore per la morte è una delle grandi novità portate agli uomini dal cristianesimo. Un terrore della morte che inizia fin dai primi tempi del cristianesimo. Prendendo un riassunto consistente da Jean Delumeau “Il peccato e la paura” ed il mulino pag. 93-94 possiamo comprendere il contesto culturale dal quale emergono le farneticazioni di Ratzinger:

 

“E’ da qui che vengono certe aspre sentenze di Georges Chastellain, sempre formulate sotto forma di interpellazione che il predicatore rivolge a chi lo ascolta:

“Dunque, o umana creatura,/ è il momento di tremare.../Forse dubiti che dovrai morire?... forse dubiti del giorno del giudizio?”

Quando sentiamo intonare un tal discorso, possiamo ancora parlare di “familiarità con la morte”? Sicuramente la chiesa del tempo invitava di continuo il cristiano a pensare al proprio trapasso, ma non già ad abituarsi a tale idea. Soprattutto non bisognava abituarsi ad una presenza che poteva finire per passare inosservata. La morte non doveva (o non doveva più) essere “addomesticata”. Era un passaggio pieno di perigli che si sarebbe dovuto varcare solo mantenendosi vigili per tutta la vita. Davanti alla morte bisognava aver paura, e tute le evocazioni erano utili a tal fine: quella delle ceneri, della putrefazione, dell’agonia, delle trombe del giudizio e delle pene dell’inferno. Tutto doveva servire affinché quella paura non conoscesse allentamento alcuno.

Di fatto il discorso cristiano sulla morte non può essere disgiunto dal discorso più ampio che riguarda i “novissimi” eventi della vicenda umana. A questo riguardo bisogna, di nuovo, risalire ai padri del deserto, perché furono loro ad inculcare la sequenza cronologica che vede succedersi “morte, giudizio, inferno (o paradiso)” e ad avere formulato con forza il consiglio di meditare sulla morte per prepararsi meglio all’eternità: consiglio connesso in maniera indissolubile con l’invito al contemptus mundi. San Pacomio (morto nel 348) soleva dire ai suoi monaci della Tebaide: “Innanzi tutto, teniamo presente il nostro ultimo giorno e temiamo ad ogni istante le pene eterne”. Si è potuto dire di sant’Efrem, anche lui monaco orientale: “Capita di rado che non faccia volgere i suoi uditori al pensiero della morte e del giudizio”. Di ritorno dall’Egitto dov’era andato a cercare la saggezza presso i monaci, san Basilio (morto nel 379) venne interrogato da un intellettuale, che gli chiese: “Qual è la definizione di filosofia?” E Basilio, sulle orme di Platone, rispose. “La prima definizione di filosofia è la meditazione sulla morte”. Nel terzo grado di ascesa a dio, l’Egiziano Macario (morto nel 390) pose la riflessione sulle ultime cose, e cioè: avere continuamente il pensiero della morte; rappresentarsi la propria comparsa davanti a dio , il giudizio, le pene riservate ai malvagi e i premi dati ai santi. L’invito a meditare sui “novissimi” eventi risulta particolarmente pressante in un’esortazione che fece Evagrio (morto nel 399) ad ognuno dei suoi monaci:

“Quando te ne stai seduto nella tua cella, raccogliti in te stesso e pensa al giorno della tua morte..., ti faccia orrore la vanità di questo mondo... Pensa anche a quanti sono all’inferno... Ma ricordati anche del giorno della resurrezione; cerca di immaginare anche il giudizio terribile di dio... gemi allora sui castighi riservati ai peccatori; piangi, immergiti nelle immagini delle loro lacrime, nel timore di essere partecipe alla loro rovina; poi, pensando ai premi promessi ai giusti, allietati, e stai allegro... Che il tuo spirito non perda mai di vista quanto ti ho detto, così che tu possa almeno fuggire i pensieri cattivi.”

Sant’Agostino che fu profondamente segnato dal monachesimo e che impose al proprio clero la vita comune e la povertà, fra tanti discorsi dedicati al tema della morte, scrisse anche queste parole: “E’ grazie ad una grande misericordia che iddio ci lascia ignorare il giorno della nostra morte perché così pensando ogni giorno di poter morire, vi diate cura di conservarvi”.

I passi citati ci consentono di intravedere un filo che percorre la tradizione monastica. E’ quest’ultima, infatti, che per prima ha vissuto ed insegnato  il quotidie morior e la necessità di fare della vita una preparazione alla morte. Nel capitolo quarto della regola di san Benedetto (morto nel 543), troviamo gli incitamenti seguenti: “Temere il giorno del giudizio; aver paura dell’inferno; desiderare la vita eterna con ardore pienamente spirituale; avere ogni giorno davanti agli occhi l’eventualità della morte”. La “scala del paradiso” di san Giovanni Climaco (morto nel 600) reca al suo settimo gradino questo paragone illuminante, “Come il pane è l’alimento più necessario, così la meditazione sulla morte è l’atto più importante” e vi leggiamo anche quest’altra formula: “Come abitualmente si dice un abisso quell’acqua profonda di cui non si riesce ad arrivare al fondo (ed è perciò che le si dà questo nome), così il pensiero della morte produce in noi un abisso senza fondo di purezza  e di opere buone”.

La spiritualità cistercense non mancò di adottare la meditazione sui “novissimi” eventi, e sebbene san Bernardo non abbia personalmente dato un’importanza capitale al pensiero della morte, tuttavia le generazioni venute dopo di lui tennero presenti sul tema alcune sentenze particolarmente eloquenti che era dato incontrare in un sermone rivolto ai suoi monaci. “ Che cosa sono i “novissimi”? – chiedeva loro il santo – dato che si dice che , se gli hai sempre presenti non peccherai mai?  Sono la morte, il giudizio, la geenna. Che cosa c’è di più orribile della morte? Che cosa c’è di più terribile del giudizio? Ed è chiaro che non si possa immaginare nulla di più insopportabile della geenna. Di che cosa avrà mai paura uno che non trema, non è spaventato , non è sconvolto di paura al pensiero di una cosa simile?”.”

Jean Delumeau “Il peccato e la paura” ed il mulino pag. 93-94

 

 

Non esisteva la paura della morte prima dell’arrivo dei cristiani. La morte parte della vita al punto che Epicuro afferma: "Quando noi siamo, la morte non è; e quando è la morte, noi non siamo!"

 

Né gli Orfici avevano paura della morte.

Nelle laminette Orfiche si legge:

Laminetta d'oro di Petelia

Troverai a sinistra delle case di Ade una fonte,

e accanto ad essa eretto un bianco cipresso:

a questa fonte non avvicinarti neppure.

Ma ne troverai un'altra, la fredda acqua che scorre

dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi i custodi.

Di': “Son figlio della Terra e del cielo stellato:

urania è la mia stirpe, e ciò sapete anche voi.

Di sete son arsa e vengo meno: ma datemi presto

la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne”.

Ed essi ti daranno da bere dalla fonte divina;

e dopo di allora con gli altri eroi sarai sovrana.

 

A Mnemosyne è sacro questo (testo): (per il mystes), quando

sia sul punto di morire [...]

in margine[...] la tenebra che tutt'intorno si stende

Trad. G. Pugliese Carratelli

 

Potremmo continuare con gli epigrammi votivi dall’Antologia Palatina, come, ad esempio:

 

“Anche te ha perduto, Cleanoride,

il desiderio della terra natia,

quando t’affidasti al turbine invernale

di Noto: la stagione ti aveva dubbioso

indugiato, ma poi gli umidi fiotti

travolsero la tua giovinezza fiorente.”

 

E si potrebbe continuare attraversando tutte le antiche religioni.

Ratzinger, dunque, esprime una patologia di terrore della morte come è stato educato. Sa del suo fallimento e lo teme. Per questo si affida al giudizio del suo dio, come ultima risorsa si è affidato all’illusione!

E i Pagani Politeisti?

Qual è l’atteggiamento nei confronti della morte dei Pagani Politeisti?

Vale la pena di riprendere un mio scritto in cui si parla della morte. La morte come momento felice. Qualcuno può aver paura di “come morirà”. Ma non della morte. I cristiani sono specialisti nel torturare a morte le persone anticipando la loro idea di dolore, fuoco infernale e stridor di denti. Loro, i cristiani, incutono terrore alle persone, ma la morte in sé non incute nessun terrore. La morte, in sé, è l’apoteosi del piacere della vita: la morte e l’unico istante della vita che possiamo chiamare, a pieno titolo: FELICITA’!

da:

http://www.federazionepagana.it/mortefelice.html

 

LA MORTE

E’

LA FELICITA’ UMANA

La morte del corpo fisico è l’unico momento in cui si esprime la felicità umana.

Tutta la vita dell’individuo è tesa verso la morte del corpo fisico.

La morte del corpo fisico è il traguardo che l’individuo deve raggiungere.

La morte del corpo fisico è il fine e la giustificazione della nascita di un individuo.

La morte del corpo fisico è la felicità dell’individuo.

Il dolore della vita, il dolore che la vita ha messo a fondamento delle trasformazioni degli individui, nella morte del corpo fisico si scioglie e si annulla.

Il trionfo dell’individuo c’è solo al momento della morte del corpo fisico.

Il momento della morte dell’individuo è il suo momento di verità. E’ il momento in cui l’individuo riassume l’intera propria esistenza. La morte è disperazione solo per chi ha vissuto da disperato, al di là di come ha tappato le proprie orecchie alla propria disperazione.

Eppure la morte è attesa da molti con terrore, come un momento da allontanare il più possibile. Altri la cercano affannosamente per alleviare le proprie angosce.

Terrore nei confronti della morte o ricerca spasmodica. Due estremi dell’umano fallimento nella ricerca della felicità.

Il terrore per la morte o la sua ricerca come estremo rimedio è manifestazione del fallimento dell’esistenza umana.

Quando non si pensa alla morte come momento di felicità significa che la vita è stata vissuta in modo disperato ed ossessivo.

La morte vissuta come disperazione per la fine della vita fisica; la morte vissuta con terrore per il dolore che implica il morire.

La morte vissuta come ansia: e dopo?

La morte vissuta serenamente da chi, obbediente e sottomesso, estende la sua obbedienza e la sua sottomissione oltre la soglia della morte stessa.

Mai la morte vissuta come momento di felicità.

Mai la morte vissuta come “un buon compimento di vita”.

Eppure la morte è il momento più felice della vita umana; il suo trionfo.

E allora, PERCHE’ LE PERSONE TEMONO LA MORTE?

Cito da Marc Augé "Il genio del Paganesimo" a proposito del discorso sulla morte come felicità:

 

"Il potere, qualunque sia la sua forza, non può niente contro colui che accetta di morire. Quanto a colui che esercita il potere ed eventualmente il diritto di vita e di morte, egli non può niente contro la propria morte; anch'essa sfugge al suo potere e lo mette in discussione più di qualsiasi altra cosa. Morte ed individualità sono legate così intimamente che il potere, per suggerire di non essere puramente individuale, nega simbolicamente la morte di colui che lo esercita." p. 288 edizione Bollati- Boringhieri

 

Augé si dimentica il terrore educazionalmente indotto nei confronti della morte che può giocare sull'imprinting di specie che spinge gli individui a diventare dei costruttori nella società prima che la morte ponga fine alle loro trasformazioni.

Non le persone temono la morte, ma i padroni delle persone temono che le persone vivano la morte come momento felice.

Si nasce soli e si muore soli!

E, come diceva Quasimodo:

“Ognuno è solo sul cuor della terra,

trafitto da un raggio di sole,

ed è subito sera.”

Questo pathos, che le poche righe trasmettono, è il terrore degli individui che gestiscono il potere di possesso delle persone: per loro è già sera e vivono l’angoscia di perdere ciò che li rendeva onnipotenti.

La nascita viene celebrata come il trionfo della madre.

La madre come “padrona” del nuovo nato.

La morte appartiene solo al nuovo nato.

Come il corpo dovrebbe appartenere solo al nuovo nato.

La morte scioglie i legamenti che l’Essere Natura ha imposto all’individuo.

La morte scioglie i legamenti che la società impone sull’individuo.

La morte libera dalle costrizioni.

La morte è l’unico trionfo individuale della persona.

La morte appartiene solo alla persona, come il corpo appartiene solo alla persona.

Siate felici nel morire.

Nessuna catena e nessun obbligo vi lega oltre la morte del corpo fisico!

La morte si affronta per come si è vissuto: con impegno e passione!

I Pagani Politeisti fanno della morte la signora della loro esistenza.

Una signora da affrontare con la stessa passione con la quale sono vissuti.

La morte è, dunque, l’unica vera e completa felicità dell’esistenza umana in cui tutto è effimero nelle trasformazioni, nel mutamento, nella tensione del bisogno e nella soddisfazione del medesimo.

Tutta la vita umana è ricerca di libertà; solo la morte è la verità in cui quella libertà si risolve.

 

Tratto da: http://www.federazionepagana.it/mortefelice.html

E il testo è mio, Claudio Simeoni.

 

---- traggo dalla cronaca su internet del 29 maggio 2008-----

 

E’ di oggi la notizia:

 

“Modena, 29 maggio 2008 - E' quello di Vincenza Santoro Galani, 70 anni, il primo caso modenese di applicazione della norma, vigente dal 2004, sul testamento biologico, che consente di rifiutare le cure e morire come si desidera.

La donna è morta l'altro giorno nell'ospedale di Baggiovara secondo le sue volontà: il magistrato Guido Stanzani le ha infatti concesso il permesso il 9 maggio scorso, dopo aver stabilito che il rifiuto di terapie intensive, anche salvavita, può essere espresso dall'amministratore di sostegno che affianca il paziente. 

Pertanto, quindici giorni fa, il giudice ha emesso il decreto, raro, con il quale l'amministratore di sostegno della signora Vincenza, che è il marito, è stato autorizzato a negare ai sanitari il consenso necessario per praticare la ventilazione forzata ma anche a chiedere ai medici le cure palliative più efficaci per non fare soffrire la moglie.

La paziente, originaria di Foggia, ma residente a Sassuolo, da tre mesi era ricoverata all'ospedale nel reparto di neurologia, affetta da Sla (sclerosi laterale amiotrofica). Una malattia che, lo si sapeva, non le dava scampo: lei ha comunicato a marito a ai figli l'intenzione di non essere sottoposta a tracheotomia qualora il suo stato fosse peggiorato. Una prospettiva che avrebbe consentito il collegamento al polmone artificiale, non certo la guarigione, e dunque solo un prolungamento delle sofferenze.

 Il quadro clinico è rapidamente peggiorato, ma la donna ha visto rispettate le proprie volontà. Un primo caso che potrebbe suonare come una speranza per i tanti Welby che ci sono in Italia: il testamento biologico c'è già, è una realtà.

-- Fine testo prelevato da Internet---

 

Appare evidente che non aveva paura della morte. La morte la rendeva felice, come fine delle sofferenze. Se la vita non è ricerca della felicità o costruzione delle “buone condizioni di vita”, la vita non è.

La disperazione della morte si trova anche in quel tentativo di restauro delle parti fisiche che il tempo trasforma. Quel lifting cercato con ansia e apprensione al quale le persone disperate si sottopongono nell’illusione di fermare le trasformazioni del proprio corpo; illudendosi di fermare la morte consapevoli del fallimento nella loro esistenza. Mentre il Pagano vive il pensiero della morte come il traguardo della propria esistenza vivendo con passione ogni singolo istante ed evocandola se le condizioni della vita lo rendono necessario; il cristiano vive quel momento col terrore. Un terrore che prende forma nelle ansie indotte dalla sua dottrina (paura di dio, paura dell’inferno, paura del giudizio, ecc.), ma che in realtà è manifestata dall’intuizione profonda del proprio fallimento esistenziale. Ansie che tenta di esorcizzare, come fa Ratzinger nel quarantasettesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi.

Le persone sanno che cosa c’è oltre la morte del corpo fisico. Sanno che le attende la felicità. Sempre, sia che siano in questo momento disperate, sia che siano gloriose e impegnate. Solo chi è vissuto sottomettendo le persone vive una situazione di disperazione: per questo Wojtyla è morto disperato; per questo motivo Ratzinger ha paura e sogna il suo cristo Gesù che gli dia una seconda possibilità.

Solo all’interno di questo contesto, solo all’interno di una vita disperata, possiamo capire il senso espresso da Ratzinger nel quarantasettesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi: SOLO SUA E’ LA DISPERAZIONE!

Marghera, 30 maggio 2008

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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Scrive Ratzinger nel quarantasettesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso,

il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si

fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare

veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota

millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro

essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana

mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un

dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di

essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la

compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra

sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità

e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel

momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male

nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la

« durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche

di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno

– è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo.39 Il

Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che

rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda

circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura

giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo

ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con

fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12).

Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al

Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).

 

 

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!