Il Giudizio Universale e la condizione di attesa.

 

Gorgia, Platone e il giudizio.

 

Vendetta e giustizia, patrimoni biologici di specie.

 

Le classi sociali determinate dal dio padrone cristiano.

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al quarantaquattresimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Ratzinger inizia il quarantaquattresimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi con una serie di affermazioni perentorie che, secondo me, vale la pena di considerarle una ad una.

 

Scrive Ratzinger:

 

La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve.”

 

Se il dio padrone dei cattolici viene considerato come elemento di realtà oggettiva, dal momento che tale realtà oggettiva non esiste, non ha nessun senso protestare contro ciò che non esiste in sé. Ma la realtà del dio padrone dei cristiani non è data da un oggetto in sé che ha creato il mondo, ma da una forma illusoria e allucinatoria prodotta dai cristiani (e prima di loro dagli ebrei, e dopo di loro dai musulmani) alla quale vengono attribuite tutte quelle direttive dottrinali (non da ultima l’esaltazione della sofferenza da diffondere fra gli Esseri Umani) che danneggiano e devastano la società civile. La descrizione biblica del dio dei cristiani legittima la patologia della distruttività del cristiano. Come il cattolico ha la necessità di costruire l’immagine della sofferenza alla quale sottomettere gli Esseri Umani così, solo processando e condannando all’infamia il dio padrone dei cristiani, il cristo Gesù dei cristiani, la vagina vergine della loro madonna, è possibile iniziare quel cammino virtuoso che libera le pulsioni emotive dell’uomo dal campo di sterminio della città di dio in cui i cristiani vogliono rinchiuderlo. E’ il dio dei cristiani che deve essere processato per delitto per impedire che tali delitti vengano riproposti nella società civile giustificati dall’Imitatio Christi o dall’imitazione delle direttive del dio della bibbia.

 

Non si protesta contro il dio padrone dei cristiani: LO SI PROCESSA PER DELITTO. Per tutti i delitti che ha commesso o che ha spinto a commettere e che sono descritti nei libri considerati “sacri” dai cristiani. Come il dio dei cristiani è una proiezione degli intendimenti degli Esseri Umani, così lo si sottomette all’arbitrio della legge umana! Per estensione, ogni cristiano è sottoposto alla stessa pena.

 

Scrive Ratzinger:

 

Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr Ef 2,12).”

 

Un mondo senza il dio dei cristiani è un mondo senza disperazione. E’ un mondo aperto al futuro per quanto dure e devastanti possono essere le contraddizioni del presente. Il dio padrone dei cristiani è usato dai cristiani per chiudere loro il futuro saccheggiando il presente. Ogni presente di ogni cultura!

E’ sufficiente considerare l’affermazione, al limite della demenza, che fa Paolo di Tarso a persone psicologicamente smarrite:

 

“... ricordatevi che allora voi eravate separati da cristo, privi del diritto di cittadinanza in Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza dio in questo mondo.” Paolo di Tarso Efesini 2, 12

 

Un po’ come gli extracomunitari oggi in Italia. Ma se lavoro duro e metto in atto strategie adeguate non ho bisogno di aderire ad una mafia o ad una ronda per riuscire ad avere il permesso di soggiorno o la cittadinanza. Lo sanno bene i cinesi, che non hanno cultura cattolica. Le persone smarrite, psicologicamente depresse o disperate, hanno bisogno di aderire ad una mafia per sentirsi più forti nei confronti dell’altro: del cittadino!

 

Un mondo senza il dio padrone dei cristiani è un mondo senza disperazione!

 

Scrive Ratzinger:

 

Solo Dio può creare giustizia.”

 

L’ingiustizia, la violenza, le devastazioni, sono portate da Ratzinger e dai cristiani che illudono chi subisce violenza, devastazione e ingiustizia, che poi ci penserò il loro dio a sanare quelle ingiustizie. Così le persone ignorano che è proprio il dio dei cristiani il mandante dell’ingiustizia.

Quando viene rubata la vita alle persone, queste non hanno più nessun futuro: gli è stata rubata la loro occasione di eternità. Non hanno una seconda occasione.

Solo gli Esseri Umani, condannando per delitto il dio dei cristiani, possono riportare Dike fra gli Esseri Umani.

 

Scrive Ratzinger:

 

E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa”

 

Affermazioni perentorie senza nessuna dimostrazione oggettiva. La dimostrazione oggettiva sono i testi sacri che i cristiani chiamano “la parola del loro dio e gli scritti sacri su ispirazione dello spirito santo”. Capisco che la fede nel dio padrone dà la certezza che sbattere le teste dei bambini di Babilonia sulle pietre è un atto di giustizia fatto dal dio dei cristiani! Io lo chiamo delitto. Sia per il cristiano che ne riafferma il principio chiamandolo “sacro” il principio, sia per il dio dei cristiani come mandante!

 

Dice Ratzinger:

 

L'immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un'immagine terrificante, ma un'immagine di speranza; per noi forse addirittura l'immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un'immagine di spavento? Io direi: è un'immagine che chiama in causa la responsabilità. Un'immagine, quindi, di quello spavento di cui sant'Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell'amore.  Dio è giustizia e crea giustizia. È questa la nostra consolazione e la nostra speranza.”

 

L’immagine del “giudizio universale” è generata dall’angosciosa attesa imposta alle persone che vengono costrette a rinunciare al loro futuro. Attesa! Attesa angosciosa! Un’attesa angosciosa, soggettiva e personale, che coinvolgendo un numero significativo di individui all’interno della società civile, trasferisce, di fatto, l’attesa angosciosa in una società che rinuncia ad affrontare il futuro inchiodata nel presente in attesa del “giudizio universale”. Poi, non arriva il giudizio universale, arriva la grande contraddizione che produce un grande saccheggio sociale e al quale la società non era attrezzata per farvi fronte. E dopo il grande saccheggio e la grande devastazione (la peste in passato, le guerre mondiali del secolo scorso, il colonialismo, il massacro degli Africani, degli Indios, ecc.) mentre la società civile cerca un’altra via per aprirsi al futuro i cristiani cercano di reimporre, riformulandoli, i dogmi di morte che avevano favorito o promosso la grande devastazione.

 

Scrive Galimberti nel suo dizionario di psicologia alla parola attesa:

 

“... E. Minkowski individua nell’ansia il contrario dell’attività, pur essendo situato sul suo stesso piano, non è come ragione vorrebbe la passività, bensì l’attesa [...] nell’attività tendiamo verso l’avvenire, nell’attesa, invece, viviamo per così dire il tempo in senso inverso; vediamo l’avvenire venire verso di noi e attendiamo che questo avvenire [IL GIUDIZIO UNIVERSALE, in questo caso, nota Claudio Simeoni] divenga presente”. (1933, p. 88-89). Per questo l’attesa è ansiosa. [...] quelle che V. E. Frankl chiama ansia d’attesa che sospende l’attività [la partecipazione attiva alla società civile, nota mia Claudio Simeoni] in cui abitualmente si esprime la vita. Di qui il suo carattere penoso che non ha il suo opposto nell’attesa gradevole, ma nell’attività che è in grado di esprimersi in una temporalità che non ci sorprende. Là invece dove la temporalità è imprevedibile, dove nessuna esperienza del passato interviene a ridurre lo spazio dell’ “ancora e nonostante tutto possibile” e perciò del “sempre incombente”, assistiamo ad un’esistenza che si restringe nel tentativo di esporre il minimo di sé alla minaccia dell’imprevisto [l’arrivo del giudizio universale nell’attesa della resurrezione della carne porta al restringimento dell’esistenza. Nota Claudio Simeoni].”

 

Il giudizio universale è un’immagine che riduce la responsabilità dell’individuo in quanto terrorizzato nella sua necessità di esporsi nella vita. Terrorizzato nella sua azione, sottoposto ad un giudizio arbitrario e terrifico di chi gli imputa colpa attraverso categorie arbitrarie che vedono ogni azione dell’individuo, e la sua stessa vita, una colpa da censurare aprioristicamente. Nessuna categoria, nessuna certezza davanti al terrore del dio padrone. Come è bene espresso nel Vangelo del Fariseo e del peccatore: nonostante abbia rispettato le regole, il dio padrone disprezza il Fariseo e i suoi sforzi di rispettare le regole. Il dio padrone esalta il peccatore perché, in quanto peccatore, lo può ricattare in qualunque momento. Il Fariseo, che ha seguito le regole, è aperto al futuro e può chiedere al dio padrone di rendere omaggio al suo impegno.

 

Si compiace il dio padrone delle paure che impone agli Esseri Umani. Le paure, i terrori imposti dalla chiesa cattolica, trovano posto nell’amore del suo dio padrone. I sensi di colpa, la depressione, l’angoscia, che viene imposta agli uomini, come dice Ratzinger “ha la sua collocazione nell'amore. “. La chiesa cattolica crea l’ingiustizia in nome del delirio sadico del suo dio padrone e giustifica l’ingiustizia alla quale obbliga gli Esseri Umani alla “consolazione e la nostra speranza” nella giustizia che creerebbe chi ordina di sbattere la testa dei bambini sulle pietre.

Mentre Ratzinger si ritiene beato nello sbattere la testa dei bambini della Babilonia di turno sulle pietre, ritiene che questa sua attività sia: “Dio è giustizia e crea giustizia.” E’ lo stesso meccanismo psicologico di chi usava i campi di sterminio: per loro, usare le camere a gas per sterminare zingari ed ebrei era considerato un atto di giustizia. Mica si ritenevano degli assassini!

 

Afferma Ratzinger:

 

Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto

collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel suo romanzo « I fratelli Karamazov ». I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato.”

 

Grazia!

Non stiamo parlando delle Grazie, le greche Cariti.

Se parlassimo delle Grazie, dovremmo ricorrere al culto Beota e tradurre i loro nomi come “Ornamento”, “Gioia”, “Abbondanza”. Se dovessimo ricorre al culto di Laconia dovremmo chiamarle con i nomi: “Implorata” e “Splendida”. Se andiamo ad Atene dovremmo chiamarle col nome di “Crescente” e “Colei che precede”. L’origine del termine Cariti ha la stessa radice del verbo rallegrarsi. I latini le chiamavano: “Bellezza” “Grazia” e “Ringraziamento”.

Se parlassimo degli Dèi, parleremmo di azioni e di stati d’animo che l’individuo proietta nel mondo in cui vive sollecitato dai fenomeni che da quel mondo giungono a lui.

 

Col termine “grazia”, usato dai cristiani, stiamo parlando di qualcosa di estremamente volgare. Stiamo parlando di un atteggiamento che troviamo spesso nelle organizzazioni mafiose. Stiamo parlando di “incorrere o cercare di entrare nelle grazie, nei favori, del dio padrone” o, se preferite, nei confronti del mafioso di turno.

Col termine grazia i cristiani intendono la sottrazione dell’individuo dal suo essere soggetto di diritto per costringerlo a diventare un soggetto di carità che deve supplicare i favori del proprio padrone.

I favori del padrone, Ratzinger, li chiama “giustizia”. La nostra Costituzione e la società civili li chiamano in maniera diversa.

 

E da che cosa Ratzinger pensa di avere i favori? “Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto”. Il giusto collegamento interiore in cui può essere visto Giustizia e Grazia: entrare nelle grazie del dio padrone imponendo sofferenza agli Esseri Umani. Essere premiati dal dio padrone, come il dio padrone premia il peccatore. Questo “premio”, che Ratzinger spera di ricevere per aver diffuso la sofferenza e la sottomissione, lui la chiama GIUSTIZIA!

Mentre, Dostoëvskij nel suo romanzo “I fratelli Karamazov”, protesta contro il dio padrone che premia il delinquente e snobba il Fariseo ligio alle regole e attento al prossimo, Ratzinger riafferma il diritto all’arbitrio del dio padrone in quanto, altrimenti, egli, Ratzinger, si sentirebbe già escluso dal premio che giustifica il suo attuale stato di sofferenza psicologica per aver perso l’occasione della propria esistenza.

 

La grazia del dio padrone non ha nulla a che vedere con le grazie, quelle antiche divinità che, espresse dalle azioni umane, permettevano all’Essere Umano di costruire le relazioni divine col mondo che lo circondavano e costruire il suo infinito dei mutamenti. Un infinito dei mutamenti che è negato al cristiano alla cui disperazione è concessa solo l’illusione della “resurrezione nella carne”, quel ritorno nell’utero della vita conosciuta che diventa una seconda possibilità dopo il suo fallimento.

 

Dice ratzinger:

 

Vorrei a questo punto citare un testo di Platone che esprime un presentimento del giusto giudizio che in gran parte rimane vero e salutare anche per il cristiano. Pur con immagini mitologiche, che però rendono con evidenza inequivocabile la verità, egli dice che alla fine le anime staranno nude davanti al giudice. Ora non conta più ciò che esse erano una volta nella storia, ma solo ciò che sono in verità. « Ora [il giudice] ha davanti a sé forse l'anima di un [...] re o dominatore e non vede niente di sano in essa. La trova flagellata e piena di cicatrici provenienti da spergiuro ed ingiustizia [...] e tutto è storto, pieno di menzogna e superbia, e niente è dritto, perché essa è cresciuta senza verità. Ed egli vede come l'anima, a causa di arbitrio, esuberanza, spavalderia e sconsideratezza nell'agire, è caricata di smisuratezza ed infamia. Di fronte a un tale spettacolo, egli la manda subito nel carcere, dove subirà le punizioni meritate [...] A volte, però, egli vede davanti a sé un'anima diversa, una che ha fatto una vita pia e sincera [...], se ne compiace e la manda senz'altro alle isole dei beati ».”

 

Riporto da un sito dell’università di Bari la parte finale del Gorgia di Platone citata da Ratzinger:

 

“Al tempo di Chronos e nei primi anni del regno di Zeus, si veniva giudicati, per stabilire se la nostra vita ci meritava il premio delle Isole dei beati o il castigo del Tartaro, quando si era ancora vivi. I morituri venivano condotti davanti a giudici viventi, i quali emanavano le loro sentenze il giorno del loro trapasso. Ma Plutone e gli altri che avevano in cura l'amministrazione delle Isole dei beati si lamentavano con Zeus, perché i giudici inviavano loro persone immeritevoli. Zeus si rese conto che i giudici emanavano sentenze ingiuste, perché erano viventi che esaminavano dei viventi. Se viene giudicato da vivo, il candidato all'aldilà è vestito; molti che hanno un'anima malvagia sono rivestiti di bei corpi, di nobiltà, ricchezza e prestigio sociale. Per questo, numerosi testimoni si presentano a dichiarare che è vissuto giustamente. Anche i giudici sono vivi, e giudicano vestiti; la loro anima è velata dagli occhi, dagli orecchi e da tutto l'insieme del corpo, e dunque vengono ingannati da questo apparato, cui essi stessi partecipano. La morte era una esperienza disponibile: ogni libertà morale e di giudizio era annullata in una società totale, e totalmente esteriore. Per questo, Zeus stabilì che gli uomini non conoscessero l'ora della loro morte, e fossero giudicati da morti, nudi, e nudi e morti dovessero essere anche i giudici, anime di fronte ad anime. Eaco giudica chi viene dall'Europa, Radamanto chi viene dall'Asia, e Minosse funge da giudice d'appello. L'anima e il corpo, separati, conservano ciascuno le proprie qualità e i segni delle attività compiute, che il giudice, senza gli ingombri del corpo e del vestito, può accertare direttamente. Il giudice vede l'anima senza sapere a quale corpo appartiene, e se è flagellata, contorta e piena di cicatrici a causa della sua malvagità, l'avvia in prigione, dove patirà i dovuti castighi. In questo modo il giudice è messo, letteralmente, in condizione di amministrare la giustizia senza guardare in faccia nessuno.”

 

Non c’è nulla di verità in tutto questo. Non c’è nulla che conduca al vero.

Il fatto che Platone avesse in sé il concetto di immortalità dell’anima e il concetto, di al di là come proiezione dell’al di qua, non dà un parametro su cui convenire la “rendono con evidenza inequivocabile la verità” al contrario, sottolineano un relativismo concettuale legato ad un insieme filosofico che ha il suo fallimento nella realizzazione della Repubblica come i cristiani hanno il loro fallimento nella realizzazione della città di dio.

L’errore sta nel soggetto esterno: giudice e padrone!

A differenza del cristianesimo che chiama genocidio e ingiustizia “amore del suo dio”, Platone si sforza di determinare categorie di uguaglianza. Categorie nelle quali, comunque, anche nel Gorgia, si rappresentano delle categorie di virtus e di uguaglianza.

Il problema della giustizia viene esposto da Platone, discusso, sottoposto ad analisi: quando mai i cristiani sottopongono ad analisi l’ordine di genocidio del loro dio padrone?

Io posso discutere con un Platonico perché le sue categorie appartengono al relativismo culturale manifestato dal suo tempo; per i cristiani debbo essere bruciato sul rogo se non accetto l’ordine del loro dio di “ammazzare chi non lo adora!”. Si tratta della differenza che esiste fra relativismo Platonico e assolutismo cristiano! Un relativismo che arriva a dire:

 

“Gli uomini agiscono per degli scopi, che devono essere dei beni per loro: ad esempio, chi beve una medicina amara, lo fa in vista di un bene, la sua salute. Le azioni che compiono per ottenere questi beni sembrano loro buone. Ma una azione che sembra buona, cioè in grado di realizzare il bene cui è finalizzata, può non essere l'azione più adatta per conseguire il bene che l'agente si prefigge. In questo caso, l'agente fa ciò che gli sembra bene, ma non fa ciò che desidera. Usando una distinzione prodotta dalla filosofia analitica (E. Anscombe), possiamo dire che, in questo caso, l' oggetto reale della sua azione non si identifica con il suo oggetto inteso. Ciò che l'azione effettivamente realizza è diverso da ciò che l'agente aveva in mente di ottenere. Questo avviene quando un agente, pur avendo il potere di agire, manca di conoscenza sulla vera natura della sua azione.”

 

Ancora una volta Ratzinger proclama l’assolutismo del suo dio in disprezzo del relativismo ed usa riflessioni relativiste per tentare di imporre il suo assolutismo come verità indiscutibile.

E’ quasi impossibile discutere di religione con i cristiani finché hanno piantato in testa il concetto di dio padrone delle loro emozioni e delle loro idee che chiamano buone, non perché sono sottoposte a misura, ma perché sono espressione del loro dio padrone.

 

Continua Ratzinger concludendo il quarantaquattresimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi:

 

Gesù, nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31), ha presentato a nostro ammonimento l'immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall'opulenza, che ha creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell'altro, dell'incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del destino definitivo dopo il Giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra altre, nel giudaismo antico, quella cioè di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui la sentenza ultima manca ancora.”

 

Che il cristianesimo attivi il desiderio di vendetta come “consolatio” per le persone che subiscono ingiustizia non è mai stato messo in discussione.

Non è il dio padrone che consola le persone che subiscono angherie e ingiustizie, ma è il cristianesimo che nel mantenere le ingiustizie e le angherie alimenta stimoli e aspettative nell’individuo vessato con una promessa di una futura vendetta, che attraverso l’illusione accarezza le sue aspettative, per quando non potrà più pretenderla:

 

Scrive il giornale La Repubblica del 19.01.2005:

 

“L’esperimento:

QUANTO GODIAMO QUANDO SOFFRE CHI CI E’ ANTIPATICO

Roma – Veder soffrire gli altri può dare veramente soddisfazione. Un gruppo di ricercatori britannici dell’Università College of London ha per la prima volta osservato questo piacere, usando la tecnica della risonanza magnetica sul cervello di un gruppo di volontari. Alcuni attori, impegnati nel ruolo di cattivi li avevano ingannati durante un gioco inventato per l’esperimento, spiega Nature. E quando i truffatori sono stati sottoposti a scosse elettriche leggermente dolorose, il cervello dei volontari si è acceso di piacere. Ma mentre le donne mostravano di provare un po’ di pena, dal cervello degli uomini non è emerso altro che soddisfazione.”

 

La vendetta, la rivalsa, la ricerca di giustizia, è un elemento biologico fondamentale della specie cui apparteniamo e di tutte le specie di mammiferi che si sono evoluti vivendo in branco o in società (come preferite).

La rivalsa è un piacere che la chiesa cattolica, attraverso alcuni racconti dei vangeli, veicola al di fuori delle relazioni reali e li inchioda sull’idealizzazzione di una situazione immaginata che funge da narcotico nei confronti delle pulsioni di vita delle persone. Così i poveri Lazzari, costretti alla sofferenza dalla chiesa cattolica, anziché mettere in atto azioni virtuose per modificare la realtà nella quale vivono accettano tale realtà nell’attesa che un padrone, che si è compiaciuto delle loro sofferenze, conceda loro quella vendetta che sognano. Il pensiero di quel momento costruisce un compiacimento psicologico che blocca ogni genere di azione del soggetto al fine di modificare la situazione e consente, ai ricchi Epuloni di turno, di continuare a godere della sofferenza che impongono ai poveri Lazzari di turno.

Quando, e ogni tanto succede, i poveri Lazzari realizzano di essere stati truffati, la loro reazione è sempre violenta e devastatrice: come quella che hanno subito.

Questa aspettativa agisce su un meccanismo biologico preciso di rivalsa.

Ma Ratzinger si affretta a consolare il ricco Epulone: “Guarda che Gesù parlava di una situazione transitoria, non del giudizio definitivo!” E con questo consola sé stesso, Ratzinger, il ricco che fa del male alle persone per il piacere di far loro del male aggredendo la società civile: il ricco epulone per eccellenza!

In realtà il cristiano ricco, che danneggia la società civile, ha ben altro in cui confidare:

 

“Gesù, riprendendo la parola, disse loro: “Figliuolo, quanto è difficile per un ricco entrare nel regno di dio per coloro che confidano nelle ricchezze! E’ più facile ad un cammello passare per la cruna di un ago, che ad un ricco entrare nel regno di dio”. Essi rimasero ancor più stupiti, dicendo fra di loro. “E chi si può salvare?” Gesù fissandoli conchiuse: “Questo è impossibile agli uomini, ma non a dio; perché tutto è possibile a dio”. Marco 10, 24-27

 

L’ammonimento del ricco Epulone, per la chiesa cattolica e per Ratzinger, non vale per il ricco, ma servono soltanto per impedire al povero di uscire dalla sua condizione:

 

Doveri verso l’autorità – Ognuno sia soggetto alle autorità superiori; poiché non c’è un’autorità che non venga da dio, e quelle che esistono sono costituite da dio. Perciò chi si oppone all’autorità resiste all’ordine stabilito da dio; e coloro che resistono attirano la condanna sopra sé stessi. I magistrati non son di timore per le buone azioni, ma per le cattive. Vuoi tu non aver paura dell’autorità? Diportati bene e riceverai la sua approvazione. Essa è infatti ministra di dio per il tuo bene. Se invece agisci male, temi; non per nulla essa porta la spada: è infatti ministra di dio, esecutrice di giustizia contro chi fa il male. E’ necessario, quindi, che siate soggetti, non solo per paura della punizione, ma anche per motivo di coscienza. Per questo dovete anche pagare le imposte: perché sono pubblici funzionari di dio, addetti interamente a tale ufficio. Rendete a tutti quanto è dovuto: a chi l’imposta, l’imposta; a chi la gabella, la gabella; a chi la riverenza, la riverenza; a chi l’onore, l’onore.” Paolo di Tarso, lettera ai Romani 13, 1-7

 

“Schiavi, obbedite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne, non solo quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con sincerità di cuore, per timore del signore. tutto quello che fate, fatelo di cuore, come per il signore e non per gli uomini, sapendo che riceverete in ricompensa l’eredità dalle mani stesse di dio. E’ a cristo signore che voi servite. Chiunque, invece, commette ingiustizia, commetterà secondo l’ingiustizia commessa: non vi sarà accettazione di persone.” Paolo di Tarso, lettera ai Colossesi 3, 22-25

 

“Servi siate sottomessi con ogni rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli che sono buoni o ragionevoli, ma anche a quelli di carattere intrattabile. poiché piace a dio che si sopportino afflizioni per riguardo verso di lui, quando si soffre ingiustamente. infatti che gloria vi è nel sopportare di essere battuti, quando si ha mancato? Ma se voi, pur avendo agito rettamente, sopportate sofferenze, questo è gradito davanti a dio. Anzi è appunto a questo che voi siete stati chiamati, perchè Cristo pure ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme.” I Pietro 2, 18-21

 

Il racconto del vangelo del ricco Epulone e del povero Lazzaro non ha la funzione di ammonire il ricco, ma quella di impedire al povero di rivendicare giustizia come del resto è ben rappresentato nelle citazioni sopra riportate di Paolo di Tarso e di Pietro. Ratzinger non è diventato “papa” cattolico con l’uso dei suoi intrallazzi al limite del lecito morale (spesso superandolo), ma lo è diventato perché il dio padrone ha voluto che lui lo diventasse. E il povero africano bastonato dai picchiatori razzisti di turno non è stato bastonato da persone educate in quel modo, ma per volontà di dio. Per i cristiani è dio che termina le relazioni sociali. Così il re è re per volontà di dio!

Ratzinger, con queste affermazioni, sta prendendo in giro le persone.

Avesse la dignità di non offendere l’intelligenza delle persone!

Marghera, 25 maggio 2008

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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Scrive Ratzinger nel quarantaquattresimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:

44. La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo

senza speranza (cfr Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa.

L'immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un'immagine terrificante, ma un'immagine di

speranza; per noi forse addirittura l'immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche

un'immagine di spavento? Io direi: è un'immagine che chiama in causa la responsabilità.

Un'immagine, quindi, di quello spavento di cui sant'Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua

collocazione nell'amore.  Dio è giustizia e crea giustizia. È questa la nostra consolazione e la nostra

speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo

sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto

collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una

spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso

valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel

suo romanzo « I fratelli Karamazov ». I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno

indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. Vorrei a questo punto citare

un testo di Platone che esprime un presentimento del giusto giudizio che in gran parte rimane vero e

salutare anche per il cristiano. Pur con immagini mitologiche, che però rendono con evidenza

inequivocabile la verità, egli dice che alla fine le anime staranno nude davanti al giudice. Ora non

conta più ciò che esse erano una volta nella storia, ma solo ciò che sono in verità. « Ora [il giudice]

ha davanti a sé forse l'anima di un [...] re o dominatore e non vede niente di sano in essa. La trova

flagellata e piena di cicatrici provenienti da spergiuro ed ingiustizia [...] e tutto è storto, pieno di

menzogna e superbia, e niente è dritto, perché essa è cresciuta senza verità. Ed egli vede come

l'anima, a causa di arbitrio, esuberanza, spavalderia e sconsideratezza nell'agire, è caricata di

smisuratezza ed infamia. Di fronte a un tale spettacolo, egli la manda subito nel carcere, dove subirà

le punizioni meritate [...] A volte, però, egli vede davanti a sé un'anima diversa, una che ha fatto una

vita pia e sincera [...], se ne compiace e la manda senz'altro alle isole dei beati ».36 Gesù, nella

parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31), ha presentato a nostro

ammonimento l'immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall'opulenza, che ha

creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri

materiali, la fossa della dimenticanza dell'altro, dell'incapacità di amare, che si trasforma ora in una

sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del

destino definitivo dopo il Giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra altre, nel

giudaismo antico, quella cioè di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui

la sentenza ultima manca ancora.

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!