La vita eroica nell’Iliade e nell’Odissea.

 

La vita appassionata come eroismo religioso.

 

 

Rassegnazione e sofferenza come offerta al dio padrone.

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al quarantesimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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La vita è rappresentata da due grandi storie: l’Iliade e l’Odissea.

Nell’Iliade la vita è rappresentata come una battaglia delle forze della vita, gli Dèi, che invitano l’Essere Umano a prendere parte allo scontro, mentre nell’Odissea la vita è rappresentata come un viaggio che ha come meta Itaca o, se preferiamo, la morte del corpo fisico.

 

In queste due storie si rappresenta il comportamento della quotidianità umana. C’è sempre un Ettore e un Achille che si scontrano sui posti di lavoro, in famiglia, nelle contese politiche, c’è sempre un Apollo furioso o una Atena che progetta. In ogni azione quotidiana ci sono gli Dèi che agiscono. Ogni nostra azione esprime e manifesta un Dio. Sia esso un Titano o un Dio Olimpo. Se poi, nell’esprimere quel Dio, impegniamo le nostre emozioni, la nostra intelligenza, la nostra volontà, allora non ci limitiamo più ad esprimere “quel Dio”, ma diventiamo noi stessi “quel Dio”.

 

Questo vale anche per chi intende la vita come un viaggio: ogni giorno incontriamo una maga Circe, i Ciclopi, le Sirene o siamo costretti a passare tra una Scilla e un Cariddi.

 

La vita come un comportamento eroico che vede, in ogni momento, manifestare la nostra volontà, la nostra intelligenza, le nostre emozioni, le nostre passioni. Un’attività di determinazione di noi stessi atta a costruire il DIO che potremmo diventare come Esseri della Natura.

 

Su questa pulsione “archetipa” si inseriscono le affermazioni di Ratzinger nel quarantesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi.

 

Dice Ratzinger:

 

Vorrei aggiungere ancora una piccola annotazione non del tutto irrilevante per le vicende di ogni giorno. Faceva parte di una forma di devozione, oggi forse meno praticata, ma non molto tempo fa ancora assai diffusa, il pensiero di poter « offrire » le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso.”

 

Fa parte dello stupro della vita messo in atto dai cristiani: non attrezzano le persone per poter combattere con dignità ed onore la loro battaglia sotto le mura di Ilio, né attrezzano i loro figli per condurre la barca della loro vita fra i marosi di Scilla e Cariddi. Ma li educano all’obbedienza, alla sottomissione, all’umiltà passiva davanti alle traversie della vita. Li educano al dolore. Un dolore da accettare e da imporre a propria volta. Un’angoscia da accettare e da imporre a propria volta. E così l’accettazione dell’angoscia che viene imposta diventa quel sacrificio al loro dio padrone che il cristiano chiede che gli venga ripagato con la vita eterna. Solo che se il cristiano conoscesse la sua dottrina saprebbe che chiedere al suo dio di ripagare la sua sofferenza espressa da una fede è un atto di “superbia” che il suo dio condanna alla pena eterna. Una trappola retorica, da un lato non può fare nulla per costringere il suo dio a rispondergli perché sarebbe un atto di arroganza, dall’altro lato è costretto alla sofferenza e all’angoscia in quanto immagina che il suo dio ami la sua sofferenza e la sua angoscia, ma soprattutto immagina che il suo dio ami l’angoscia e la sofferenza che impone alla società civile.

 

La vita quotidiana è comunque un viaggio verso Itaca o una battaglia sotto Ilio.

Per il cristiano Bernardo di Chiaravalle è: o battesimo o sterminio!

E dopo aver subito il battesimo per paura dello sterminio al cristiano non resta altro che sottomettersi alla sofferenza e offrire la sofferenza al suo dio:

 

“Scopriremo che quando una sua figlia spirituale lo informa di essere malata di cancro, di soffrire orribilmente, lui risponde così: “Figliola mia, so che soffri. Ma se ti dicessi che Gesù si compiace di questo tuo soffrire, non saresti per questo contenta e anche disposta a soffrire ancora di più per meglio piacergli? Ebbene, da parte di dio ti dico che il tuo soffrire è voluto da Gesù per il tuo perfezionamento, che egli gode a tenerti sulla croce insieme a lui: dunque, rassicurati e chiedi a Gesù di ben soffrire quello che egli vuole che tu soffra”. La figliola spirituale accetta di buon grado il consiglio, rivolge soltanto un’ultima preghiera a Padre Pio: gli chiede se per caso può intercedere presso Gesù, affinché egli possa mutare le sue sofferenze da fisiche a spirituali. E Padre Pio gli risponde di no, meglio lasciare che: “Gesù ti volti e ti rivolti quando gli pare e piace”, e poi, “se le piaghe non basteranno allora vorrà dire che faremo piaghe su piaghe”.” Tratto da “La posizione della missionaria” di Christopher Hitchens ed. Minimun fax.

 

Ed è lo stesso ed identico concetto di piacere di imporre la sofferenza manifestato da Madre Teresa di Calcutta:

 

“Allora il dialogo: il povero sta per morire e siccome muore da malato, soffre orribilmente, rantola e si contorce (tutto è filmato dalla cinepresa). Madre Teresa, in piedi di fronte a lui, gli tiene la mano (e volge lo sguardo dritto in camera); prima descrive la malattia di quel povero: un cancro allo stato terminale, poi dice (al povero): stai soffrendo come cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando. E il povero risponde: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi.” Tratto da “La posizione della missionaria” di Christopher Hitchens ed. Minimun fax.

  

Afferma concludendo il quarantesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi Ratzinger:

 

In questa devozione c'erano senz'altro cose esagerate e forse anche malsane, ma bisogna domandarsi se non vi era contenuto in qualche modo qualcosa di essenziale che potrebbe essere di aiuto. Che cosa vuol dire « offrire »? Queste persone erano convinte di poter inserire nel grande com-patire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far parte in qualche modo del tesoro di compassione di cui il genere umano ha bisogno. In questa maniera anche le piccole seccature del quotidiano potrebbero acquistare un senso e contribuire all'economia del bene, dell'amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se una tale cosa non potrebbe ridiventare una prospettiva sensata anche per noi.”

 

E’ insana l’accettazione della sofferenza per la sofferenza!

E’ insana la superstizione relativa alla credenza del dio padrone e creatore che si compiace della sofferenza delle persone.

E’ insana l’esaltazione della sofferenza del cristo Gesù con cui giustificare le sofferenze e le difficoltà nella vita che si impongono agli Esseri Umani.

E’ insana l’esaltazione della vagina vergine della madonna dei cristiani alla quale si sottomette la sessualità dei ragazzi creando dei disastri sociali.

 

C’è certamente del bene in una persona che soffre in duri allenamenti per ottenere dei risultati in una gara sportiva: ma sono i risultati il senso glorioso della sua sofferenza, non nella sofferenza in sé stessa.

Ottenere un risultato nelle difficoltà significa dire: “Accidenti, era dura, credevo impossibile, ma ho stretto i denti e ho usato la mia intelligenza per impiegare razionalmente le mie energie. Ci sono riuscito: SONO STATO BRAVO!”. Così dice Inanna nella sua discesa agli Inferi: “Ho viaggiato nell’oscuro, ho perso i poteri della vita ma ho viaggiato nella conoscenza soffrendo. Sono morta, ma ora torno alla luce con una maggiore conoscenza!” Era la Conoscenza il senso del sacrificio di Inanna, non la sofferenza e proprio perché Lei è andata alla ricerca della conoscenza nei profondi inferi ha costruito le condizioni perché dagli inferi vengono liberate le forze della Conoscenza nella società umana: “tutti quelli che erano morti la precedono!”.

E così Ratzinger al comportamento eroico che un individuo può impiegare nella sua quotidianità per costruire il dio che cresce dentro di lui impiegando volontà, intelligenza, emozioni, intento, contrappone l’individuo passivo e sottomesso che offre la sua sofferenza a maggior gloria del suo dio padrone. All’individuo che agisce per il bene della società risolvendo i problemi che si presentano, Ratzinger contrappone l’individuo passivo che fa dei problemi che incontra sofferenza da offrire al proprio dio padrone.

 

Socialmente, QUALE DEI DUE COMPORTAMENTI E’ CORRETTO?

 

“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Art. 3 comma 2 Costituzione della Repubblica Italiana.

 

“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” Art. 4 comma 2 Costituzione della Repubblica Italiana.

 

E l’accettazione della sofferenza concorre soltanto ad impedire alla società di aprirsi verso il futuro.

Marghera, 16 maggio 2008

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Claudio Simeoni

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Scrive Ratzinger nel quarantesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:

 40. Vorrei aggiungere ancora una piccola annotazione non del tutto irrilevante per le vicende di

ogni giorno. Faceva parte di una forma di devozione, oggi forse meno praticata, ma non molto

tempo fa ancora assai diffusa, il pensiero di poter « offrire » le piccole fatiche del quotidiano, che ci

colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un

senso. In questa devozione c'erano senz'altro cose esagerate e forse anche malsane, ma bisogna

domandarsi se non vi era contenuto in qualche modo qualcosa di essenziale che potrebbe essere di

aiuto. Che cosa vuol dire « offrire »? Queste persone erano convinte di poter inserire nel grande

com-patire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far parte in qualche modo del

tesoro di compassione di cui il genere umano ha bisogno. In questa maniera anche le piccole

seccature del quotidiano potrebbero acquistare un senso e contribuire all'economia del bene,

dell'amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se una tale cosa non potrebbe

ridiventare una prospettiva sensata anche per noi.

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