La consolazione cristiana.

 

L’empatia e la con-passione alla base delle specie nella e della Natura.

 

Cervello e basi biologiche della solidarietà.

 

“O battesimo o sterminio” di Bernardo di Chiaravalle.

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al trentanovesimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

Se a qualcuno interessa il libro in carta

lo può ordinare ad Amazon, IBS, ad ogni libreria o all'editore

 

Vai all'indice generale commento enciclica Spe Salvi di Ratzinger.

Ratzinger inizia il 39 paragrafo dell’enciclica Spe Salvi offendendo gli Esseri Umani come specie e l’Essere Natura come insieme.

L’Essere Umano non è creato ad immagine e somiglianza di un dio pazzo e cretino, ma è divenuto nel corso di milioni di anni come ogni altra specie dell’Essere Natura per adattamento soggettivo alle variabili oggettive che ha incontrato generazione dopo generazione.

L’empatia è una forza fondamentale delle relazioni sociali. Lo è stata, per la nostra specie, per milioni  e milioni di anni finché i cristiani non l’hanno aggredita distruggendo la capacità di percezione del mondo degli Esseri Umani.

 

Afferma Ratzinger:

 

Soffrire con l'altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell'amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l'abbandono dei quali distruggerebbe l'uomo stesso.”

 

L’uomo non può abbandonare le relazioni empatiche che lo legano alla specie in cui vive. Perché non si tratta di condizioni puramente psicologiche, ma di una vera e propria struttura neuronale che è propria degli Esseri della Natura come lo sono le gambe e le braccia.

Soltanto l’educazione all’obbedienza, alla sottomissione, costringe l’uomo a veicolare questa forza che lo lega ad ogni Essere Umano, più in generale ad ogni Essere della Natura, e a cortocircuitarla su sé stessa  rendendolo dipendente dall’idea del dio padrone, il padrone, il cristo Gesù.

 

L’individuo della Natura è legato agli individui della società e agli individui della Natura, qualunque sia la loro specie.

L’individuo costretto in ginocchio e stuprato emotivamente è legato al dio padrone, o al cristo Gesù, qualunque ne sia la forma con cui lo si descrive.

 

La Repubblica 22 marzo 2007:

 

“Tra gli scimpanzé l’origine dell’etica

“Lo dimostra l’osservazione dei comportamenti sociali dei primati”

Articolo di Nicholas Wade

“Alcuni scimpanzé, animali incapaci di nuotare, sono annegati nei fossati pieni d’acqua in uno zoo nel tentativo di portare soccorso ai loro simili. Alcune scimmie, alle quali era stata offerta l’opportunità di procurarsi del cibo tirando una catena che avrebbe inferto una scossa elettrica ad uno di loro, hanno preferito rimanere senza mangiare per molti giorni. Secondo i biologi questi ed altri comportamenti sono i segni precursori del senso etico umano.

Fu il biologo Edward O. Wilson oltre trent’anni fa a suggerire che “è giunto il momento di togliere temporaneamente l’etica dalla sfera di pertinenza dei filosofi per assegnarla ai biologi”. Da allora sono stati fatti molti passi in avanti. L’anno scorso Marc Hauser, un biologo dell’evoluzione che lavora ad Harvard, nel libro Moral Minds ha ipotizzato che il cervello sia fornito di un apparato adibito ad acquisire le regole morali. In un altro libro, pubblicato di recente, Primates and Philosophers, il primatologo Frans de Waal sostiene che le radici della moralità possono essere fatte risalire al comportamento sociale delle scimmie. De Waal, direttore del Living Links Center dell’università di Emory (Usa), afferma che tutti gli animali sociali per poter vivere in gruppo hanno dovuto tenere a freno o modificare il  loro comportamento. Queste coercizioni, evidenti in alcune scimmie e ancor più negli scimpanzé, costituirebbero il nucleo comportamentale attorno al quale si è poi formato il senso morale dell’uomo. Molti filosofi trovano assai arduo pensare agli animali come “esseri morali”, e in effetti De Waal non afferma questo: sostiene invece che la moralità umana sarebbe impossibile senza una sorta di presupposto emotivo di cui le società degli scimpanzé danno testimonianza.

Le opinioni di De Waal si basano su anni di osservazioni sui primati, iniziati studiando le aggressioni tra scimmie e accorgendosi che dopo il combattimento tra due rivali gli altri scimpanzé consolano lo sconfitto. Ora, sostiene De Waal, per consolare qualcuno è necessario provare empatia e un livello di auto-consapevolezza che soltanto le grandi scimmie e gli esseri umani paiono possedere. Ma non è questa l’unica scoperta. Gli scimpanzé hanno anche uno spiccato senso dell’ordine sociale, delle regole e del comportamento, che occorre tenere “in società”. Le giovani scimmie Rhesus imparano molto presto come devono comportarsi e ogni tanto, per punizione, ricevono un morso su un dito della zampa posteriore o anteriore. Altri primati hanno uno spiccato senso di reciprocità e di giustizia, ricordano da chi hanno ricevuto favori e da chi torti. Gli scimpanzé, per esempio, sono più disposti a condividere il cibo con quelli che si sono presi cura della loro pelliccia. Le scimmie “cappuccino”mostrano disappunto se ricevono una ricompensa inferiore – per esempio un pezzo di cetriolo anziché dell’uva – rispetto a quella che riceve un partner che ha svolto uno stesso incarico. Questi comportamenti, secondo De Waal, sono i presupposti stessi della socialità. L’uomo li avrebbe solo “perfezionati”...[...]”

 

La struttura psicologico-emotiva attraverso la quale ci si lega al mondo in cui si vive, per agire in esso, è talmente antica da essere presente nella primissima forma vivente agli albori della vita. Fin dal brodo primordiale. E anche se le osservazioni scientifiche la individuano risalendo all’indietro in una ipotetica catena evolutiva scoprendola nelle varie specie animali, in realtà la capacità empatica di percezione e relazione col mondo è il fondamento dell’intelligenza. E’ la capacità empatica, al di là di come viene veicolata e diversificata dalle specie nel corso dell’evoluzione, che determina l’intelligenza e non la ragione che è solo una veicolazione secondaria, parziale e limitativa, della percezione empatica del mondo.

 

La Repubblica del 26 luglio 2002

 

Articolo di Natalie Angier

“La bontà? Un vero piacere sta scritto nel cervello

“Siamo nati per collaborare con gli altri”

I ricercatori della Emory University di Atlanta hanno disegnato con la risonanza magnetica il primo ritratto “neurale” dei buoni sentimenti.

Che cosa fa bene come il cioccolato quando si scioglie in bocca o il denaro al sicuro in banca? In questi tempi di contagiosa avarizia e di sciabole sguainate, gli scienziati hanno scoperto che il semplice coraggioso atto di collaborare con qualcuno, o di preferire la fiducia al cinismo e la generosità all’egoismo, accende nel cervello un sentimento di gioia. Studiando l’attività neuronale di 36 giovani donne – anche se con gli uomini si sarebbero ottenuti gli stessi risultati – alle prese col “dilemma del prigioniero” (gioco di laboratorio nel quale i partecipanti devono scegliere fra differenti strategie di cooperazione o di avidità come raggiungere il loro guadagno), i ricercatori hanno scoperto che quando le donne preferivano la collaborazione all’interesse personale i loro circuiti mentali si riempivano di gioia e di piacere. I ricercatori, alla Emory University di Atlanta, hanno utilizzato la risonanza magnetica per osservare quello che potrebbe essere definito il primo ritratto della bontà sul cervello. I segnali più forti, infatti, sono stati registrati in presenza di alleanze e mutua collaborazione, e nelle medesime aree cerebrali che rispondono positivamente ai dolci, a un bel viso, alla cocaina, e ad un indefinito numero di piaceri leciti ed illeciti. “E’ confortante. Questa scoperta – ha dichiarato lo psichiatra autore dell’esperimento, Gregory Berns – conferma che siamo programmati per collaborare gli uni con gli altri”.

Lo studio, tra i primi ad impiegare la tecnologia della risonanza magnetica, dimostra che la profondità e l’ampiezza dell’altruismo umano, la volontà a rinunciare al tornaconto personale a vantaggio del bene comune superando di gran lunga i comportamenti studiati in altre specie molto socializzate come gli scimpanzé e i delfini. A differenza dei test che dimostra quanto conti la minaccia della punizione nella cooperazione, le nuove scoperte provano che le persone collaborano perché così facendo si sentono meglio.  Analizzando lo scanner delle risonanze si è notato come nelle giocatrici “collaborative” si attivavano due vaste aree del cervello ricche di neuroni reattivi alla dopamina, la sostanza chimica che regola la dipendenza. La prima di queste due aree è lo stato antero-ventrale, nella zona centrale del cervello, sopra al midollo spinale. L’altra è la corteccia orbito-frontale, proprio sopra gli occhi.

L’impulso a collaborare è dunque innato negli Esseri Umani e rafforzato dalla piacevole sensazione  cerebrale. Ma perché? Per gli antropologi fu lo spirito di squadra e la capacità a collaborare che conferirono ai nostri antenati un vantaggio incalcolabile per la sopravvivenza. (traduzione di Anna Bissanti).”

  

Non solo si è scoperto che il senso di GIUSTIZIA è proprio di tutti i primati, ma esiste una comunicazione talmente complessa rispetto alla quale la comunicazione verbale usata dagli Esseri Umani è infantile e imprecisa. Se si è scoperto che le scimmie parlano costruendo frasi, è solo perché il costruire frasi è ritenuto, dal ricercatore, un parametro di intelligenza rispetto a sé stesso: “Analizzando per tre anni i comportamenti dei cercopitechi dal naso bianco nel Gashaka Gumti National Park in Nigeria hanno rilevato che suoni come “piau” e “hack” sono ripetuti in sequenze diverse che possono significare “andiamo via perché c’è un leopardo” o “perché c’è un’aquila”.” (fonte Il Gazzettino 19.05.2006)

Oppure:

DELFINI: Si rivolgono ai loro simili chiamandoli per nome: a ogni delfino corrisponde, infatti, un fischio caratteristico.

TOPI: Non squittiscono solo. Quando avvertono la presenza di una compagna , cantano una “serenata” di ultrasuoni, inudibile dagli uomini.

FORMICHE: L’esploratrice guida l’allieva per insegnarle dove si trova il cibo. Per andare avanti, l’allieva picchetta con le antenne zampe o addome della maestra.

BALENE: Comunicano attraverso gli ultrasuoni. A seconda della provenienza del branco , le loro frasi utilizzano un dialetto differente.

ELEFANTI: Soprattutto da cuccioli i piccoli pachidermi sono soliti giocare nelle pozze d’acqua, protetti dalla mole dei genitori.

VESPE: alcune cercano cibo e lo cedono alle altre, altre fingono di combattere senza una finalità.

POLPI: Sono stati visti giocare con pezzi di “lego”.

LEOPARDI: molte specie di felini passano i primi mesi di vita a giocare, in questo modo apprendono le tecniche da predatori.

SCIMMIE: i primati sono famosi per l’attitudine agli scherzi. I langur, scimmie del sud-est asiatico, sono tra i più giocherelloni.

TARTARUGHE: Alcuni etologi hanno osservato testuggini divertirsi con una palla. Anche altri rettili, come i varani, giocano volentieri

UCCELLI: I gabbiani amano divertirsi, ma tra gli uccelli a stupire sono i corvi, giocherelloni a dispetto della loro fama.

LINCI: Le linci, così come i gatti, non disdegnano di giocare con la loro preda che non saranno altrettanto divertite.

 

E’ una panoramica presa dalla stampa quotidiana.

Sia giocare che comunicare, al di là che l’uomo riconosca tale comunicazione (individuare la comunicazione con gli ultrasuoni è stato possibile soltanto negli ultimi decenni e anche la comunicazione chimica o olfattiva è recentissima), sono indicatori di quella veicolazione di specie della capacità empatica nelle relazioni con il mondo. Quella COM-PASSIONE che lega ogni Essere della propria specie e ogni Essere della Natura l’uno all’altro. Li LEGA, non li sottomette o li rende dipendenti! Come invece avviene attraverso la violenza con cui il cristianesimo costringe i bambini a veicolare la capacità empatica nella dipendenza dal suo dio e dalle rappresentazioni distruttive (dolore e sofferenza) imposte alla specie.

 

Una stampa che in un articolo di Teresa Bernini su Venerdì di Repubblica del 13.07.2007 ci racconta della solidarietà nella Natura:

 

“E le formiche, nel loro piccolo, hanno un grandissimo cuore.

E’ il caso della formica Eciton burchiellii, oggetto di un recentissimo studio di Scott Powell e Nigel Frank dell’Università di Bristol. I due studiosi hanno infatti dimostrato la sua capacità di adottare un comportamento di totale abnegazione. L’esercito di legionarie compie spettacolari razzie, formando falangi di 200.000 combattenti (tutte femmine). E quando un percorso fra formicaio e fonte di cibo è accidentato, alcune si mettono a zerbino. Proprio così, si stendono a coprire fori e irregolarità, riempiendoli col proprio corpo, su cui le altre possono camminare, come su un ponte. Un’operazione in cui nulla è lasciato al caso. Questi animaletti hanno infatti taglie diverse e ciascun addetto alla riparazione, prima di prendere posto, verifica se la sua è quella giusta per riempire un certo vuoto. Se non lo è, si allontana e lascia il posto ad un altro. La strategia, secondo Pawell e Frank, è stata elaborata per permettere a tutto il battaglione di percorrere più velocemente le strade più impervie. Il risultato è che il bottino raccolto dalla Eciton burciellii è fino al 26 per cento in più rispetto a quello di altre specie.”

 

Se in Natura non esistessero le forze dei legamenti reciproci fra gli Esseri, le specie sociali non esisterebbero: solo i cristiani, nel loro delirio, non riconoscono le altre Specie appartenenti al loro stesso insieme evolutivo.

 

Ratzinger pone alle persone delle domande, che in realtà sono espressione della sua incapacità di presentarsi come membro della Specie Umana. Un’incapacità che lui vuole trovare in ogni altro individuo:

 

Ma ancora una volta sorge la domanda: ne siamo capaci? È l'altro sufficientemente importante, perché per lui io diventi una persona che soffre? È per me la verità tanto importante da ripagare la sofferenza? È così grande la promessa dell'amore da giustificare il dono di me stesso?”

 

Che cosa si sta chiedendo?

1°) Mette in luce la sua impossibilità, prodotta dall’educazione imposta, di essere un membro della specie umana! E’ incapace ad esserlo.

2°) Per lui l’altro non è importante perché è l’altro, con cui costruisce delle relazioni nella sua vita (come i cuccioli di Leopardo che giocano assieme per affinare le loro capacità con cui affrontare la loro vita) che deve riconoscere la sua importanza. L’altro non è relazione per la felicità, ma soltanto una relazione monetaria. Una relazione di potere sociale: se io soffro per l’altro, l’altro si deve sottomettere a me. L’altro se soffre, soffre per sé stesso. Se io sento il suo dolore, mi attivo affinché superi, per quel che posso, la sua sofferenza. Ma se la sua sofferenza è oggetto di manifestazione per costruire la mia sofferenza, l’altro diventa un nemico da abbattere. Perché non costruisce SOLO la mia sofferenza, ma la sofferenza dell’intera società civile e la mia empatia è legata all’insieme sociale al quale LUI vuole imporre la sua stessa sofferenza! E’ da lui che mi separo, non dalla costruzione del futuro della mia società.

3°) La fondazione del futuro è importante, non la verità come oggetto in sé. La fondazione del futuro è la mia verità che metto in relazione con ogni verità che ogni soggetto esprime nel mio insieme.

4°) L’amore è quanto si manifesta nel mondo in questo momento, non quanto una mia patologia proietta su un “futuro immaginato”. L’amore sono le relazioni che ho col mondo, per quello che il mondo è e non per quello che il mondo voglio o immagino che possa essere.

 

Ratzinger è incapace di vivere. E’ incapace di amare. E’ incapace di mettersi in relazione con il mondo. Sul mondo proietta soltanto l’odio del suo dio perché il mondo manifesta l’amore per la vita e non la sottomissione alla sua delirante onnipotenza.

 

Continua Ratzinger:

 

Alla fede cristiana, nella storia dell'umanità, spetta proprio questo merito di aver suscitato nell'uomo in maniera nuova e a una profondità nuova la capacità di tali modi di soffrire che sono decisivi per la sua umanità. La fede cristiana ci ha mostrato che verità, giustizia, amore non sono semplicemente ideali, ma realtà di grandissima densità. Ci ha mostrato, infatti, che Dio – la Verità e l'Amore in persona – ha voluto soffrire per noi e con noi. Bernardo di Chiaravalle ha coniato la meravigliosa espressione: Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis 29 – Dio non può patire, ma può compatire. L'uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione di Gesù.”

 

Per riuscire a comprendere l’inganno e la malafede delle affermazioni di Ratzinger voglio fermarmi su Bernardo di Chiaravalle.

Come lo definisce Friedrich Schiller?

 

“Sarà difficile scovare nella storia un altro mascalzone, uomo di mondo e religioso insieme, che nel contempo si trovi in una situazione altrettanto propizia, per giocare un ruolo di primo piano. Egli fu l’oracolo del suo tempo e infatti lo dominò, quantunque egli proprio per questo restasse solo un privato, facendo in modo che altri occupassero i primi posti. I papi erano i suoi alunni, i re le sue creature. Odiava e schiacciava il più possibile chiunque nutrisse ambizioni, promuovendo insieme la più crassa ebetudine monastica; lui stesso, d’altronde, non era che un monaco, e non possedeva nient’altro che furberia e ipocrisia...” Friedrich Schiller su Bernardo di Chiaravalle (citato in Wollschlager) . Tratto da Storia Criminale del cristianesimo di Karlheinz Deschner Tomo VI.

 

E qual era, per questo maestro del cristianesimo tanto amato da Ratzinger, il suo senso religioso della vita?

 

“Affrontare o dare la morte per cristo non è mai un delitto, bensì una gloria. Il combattente per cristo può uccidere con tranquilla coscienza e morire in pace. Se muore, egli lavora per sé medesimo; se uccide, lavora per cristo. Perciò egli porta la spada con buone ragioni. Egli è l’incaricato di dio per la punizione del male e per l’edificazione del bene. Quando uccide un malfattore, non è un assassino, bensì un uccisore del malvagio, e in lui si deve vedere il vendicatore al servizio di cristo, il difensore del popolo cristiano.” Bernardo di Chiaravalle (citato in Ronner). Tratto da Storia Criminale del cristianesimo di Karlheinz Deschner Tomo VI.

  

E il risultato di questo amore per dio di Bernardo di Chiaravalle tanto amato da Ratzinger?

 

“I Sassoni ricevettero da Bernardo permesso e benedizione per una speciale impresa: una crociata contro i Vendi Pagani, a cui si associarono reparti danesi, polacchi e movari. Sotto la parola d’ordine di Bernardo: o battesimo o sterminio!, la conseguenza fu un’atroce carneficina. In quell’impresa, il santo si distinse per l’eccellente disposizione d’animo....” Karl Kupisch Tratto da Storia Criminale del cristianesimo di Karlheinz Deschner Tomo VI.

  

Ora che abbiamo chiaro il santo cristiano tanto amato da Ratzinger e comprendiamo i fini e gli intenti di Ratzinger nel citare questo santo, capiamo come il “merito” del cristianesimo sia stata la distruzione della capacità empatica dell’uomo di legarsi al mondo e di stuprarla in un eterno infantilismo nel quale imporre la dipendenza dell’uomo dal dio padrone e dal cristo Gesù.

I massacri di Bernardo di Chiaravalle hanno costretto l’uomo a soffrire. Il dio padrone dei cristiani non può patire, per questo motivo macella gli Esseri Umani costringendoli a soffrire e a rinunciare alla loro felicità perché solo in questo modo può compiacersi nel compatirli. Per il dio padrone dei cristiani il bestiame umano ha un valore così grande che, se non accetta di essere bestiame rinunciando alle relazioni empatiche con la propria specie e con l’Essere Natura, lui li fa macellare!

Cos’è la passione di cristo che i cristiani mostrano? E’ solo una minaccia e un ricatto con finalità di terrorismo psichico nei confronti degli Esseri Umani che non vogliono mettersi in ginocchio: ti facciamo fare la stessa fine, dicono i cristiani!

E Bernardo di Chiaravalle dimostra praticamente questo principio che in Ratzinger, grazie alle società civili, è fermo ai suoi desideri e alle sue intenzioni.

 

Dice Ratzinger:

 

Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza. Certo, nelle nostre molteplici sofferenze e prove abbiamo sempre bisogno anche delle nostre piccole o grandi speranze – di una visita benevola, della guarigione da ferite interne ed esterne, della risoluzione positiva di una crisi, e così via. Nelle prove minori questi tipi di speranza possono anche essere sufficienti. Ma nelle prove veramente gravi, nelle quali devo far mia la decisione definitiva di anteporre la verità al benessere, alla carriera, al possesso, la certezza della vera, grande speranza, di cui abbiamo parlato, diventa necessaria.”

  

Ratzinger dice una falsità.

Pensa agli Esseri Umani come bestiame privo di relazioni con il mondo, privo di passioni e di desideri, e applica loro le categorie del più gretto materialismo meccanicista. L’uomo, per Ratzinger, agisce per gli altri soltanto perché viene pagato mediante la moneta della speranza. Il concetto di egoismo dell’uomo cristiano è il concetto di separazione e di dominio della società civile, o di settori di essa, cosa che non ha nulla a che vedere con l’egoismo dell’uomo che è una caratteristica positiva del suo essere persona sociale. Il cristiano riafferma il proprio benessere proprio con la menzogna e l’inganno, calpestando le persone per la “carriera”, possedendo le persone come oggetti prive di diritti, e lo fa per la disperazione del nulla angosciante in cui ha chiuso la sua vita che riempie con l’ossessione patologica di “arriverà baffone” o “arriverà il cristo con grande potenza”.

L’uomo sociale agisce per la società proprio perché agisce per sé stesso; agisce per sé stesso e arricchisce la società. E’ quel “potere di Essere” incomprensibile al cristiano che ritenendosi creato ad immagine e somiglianza del suo dio, nulla può l’uomo aggiungere o togliere alla sua creazione.

 

Per il resto il Ratzinger-dio si compiace delle sofferenze degli uomini, le auspica, le desidera, le eleva ad ideale, solo perché non le può imporre con la violenza. Come i Vendi furono macellati da Bernardo di Chiaravalle, così furono perseguitati anche dal nazismo. E questo macello è esaltato da Ratzinger che vede nella sofferenza dei Vendi la con-solatio del suo dio.

 

Davanti a queste prospettive c’è da rabbrividire.

Specialmente se teniamo presente l’Essere Umano e il suo divenuto come Essere della Natura che Ratzinger tanto aborrisce:

 

“Così il cervello è programmato per fare di noi dei Robin Hood

 

Che fare del bene al prossimo faccia bene ance a noi stessi l’avevamo in qualche modo intuito. Fare regali, volontariato, beneficienza comporta sacrificio ma spesso regala in cambio felicità. Oggi diverse ricerche hanno provato a dare una spiegazione scientifica a questa intuizione. La bontà, rivelano, ha effettivamente una radice biologica, che si trova ben piantata nelle profondità del cervelloumano. Il primo studio, pubblicato su Science è firmato dall’economista Wiliam Harbaugh e dallo psicologo cognitivista Ulrich Mayr, entrambi dell’università dell’Oregon. I risultati rappresentano uno smacco per le teorie economiche tradizionali, perché dimostrano come la generosità disinteressata non sia un atteggiamento irrazionale. Anzi, spendere soldi senza guadagnarci niente rende più felici. Purché, naturalmente, l’investimento vada in una buona causa.

[...]

“La sensazione di piacere dipende da due nuclei basali che si trovano in quello che un tempo si chiamava cervello primitivo e cioè nella parte più profonda dell’encefalo” spiega Sandro Sorbi, ordinario di neurologia dell’università di Firenze. “Si tratta del nucleo caudato e dell’accumbens, entrambi legati al sistema limbico, ovvero al complesso delle strutture cerebrali che partecipano alla formazione egli istinti, delle emozioni, dei comportamenti, attraverso la via mesolimbica. E’ proprio questa fibra che regola i meccanismi di gratificazione e piacere. Attivando quelle aree si ottengono quindi sensazioni positive che vengono archiviate dalla memoria. In questo modo orienteremo anche i nostri comportamenti futuri sulla base di questi ricordi. E’ una scoperta recente: fino a dieci anni fa si pensava che i due nuclei fossero responsabili solo delle capacità motorie. Così si scopre che mangiare un pezzo di cioccolato o dare l’obolo producono sensazioni di appagamento molto simili. E per quanto riguarda la beneficenza, va sottolineato che l’azione gratifica in sé, anche se nessuno è presente ad osservarla ed elogiarla. “Pagare i tributi, invece non ci dà altrettanta consolazione perché non sappiamo se i soldi saranno davvero ben impiegati” precisa Mayr.”

 

Dall’articolo apparso su Salute di Repubblica del 13 luglio 2007 a firma di Rosanna Campisi

 

Come si può notare le affermazioni di Ratzinger sono inumane. Estranee alla società degli Esseri Umani e legate al desiderio espresso da Bernardo di Chiaravalle: o battesimo o sterminio!

 

 

Dice ancora Ratzinger:

 

Anche per questo abbiamo bisogno di testimoni, di martiri, che si sono donati totalmente, per farcelo da loro dimostrare – giorno dopo giorno. Ne abbiamo bisogno per preferire, anche nelle piccole alternative della quotidianità, il bene alla comodità – sapendo che proprio così viviamo veramente la vita. Diciamolo ancora una volta: la capacità di soffrire per amore della verità è misura di umanità. Questa capacità di soffrire, tuttavia, dipende dal genere e dalla misura della speranza che portiamo dentro di noi e sulla quale costruiamo. I santi poterono percorrere il grande cammino dell'essereuomo nel modo in cui Cristo lo ha percorso prima di noi, perché erano ricolmi della grande speranza.”

 

Ciò che dice Ratzinger è al di fuori del consesso umano per chiudersi all’interno delle relazioni nella setta cristiana. Una setta separata dalla società civile i cui membri, tutti che si identificano col dio padrone che ama ognuno di loro più di ogni altro membro della setta e che al dio padrone vuole dimostrare quanto è sottomesso, sono in conflittualità perenne. Ognuno di loro scala la gerarchia per compiacere il suo dio schiacciando e dominando gli altri membri della setta. Una setta, quella cristiana e cattolica in particolare, che può attenuare la sua conflittualità interna esportando la guerra all’esterno; all’intera società civile.

Esportare ed imporre la sofferenza alla società civile al fine di minarne le fondamenta e, nello stesso tempo, offrire in sacrificio al proprio padrone, che può essere il dio rappresentato dalla gerarchia, il dolore che ha imposto alla societ.

Ratzinger dice di aver bisogno di martiri. Ma per avere i martiri è necessario aggredire la società civile. Così il missionario cristiano che porta violenza agli induisti e viene da questi fermato, per Ratzinger, è un martire di cui egli ha bisogno. Esattamente come Bernardo di Chiaravalle aveva bisogno del genocidio dei Vendi per essere assunto alla gloria degli altari. Ed è attraverso la capacità del cristiano di soffrire, come la Madre Teresa di Calcutta nella sua depressione, che si genera la propensione del cristiano ad imporre sofferenza e dolore alla società. E’ in gloria alla sofferenza del cristo dei cristiani che centinaia di milioni di persone sono state costrette alla sofferenza e al dolore!

Se nell’azione del cristo Gesù descritta dai cristiani si può leggere l’odio per l’uomo, nella crocifissione di Inanna si scorge il comportamento divino dell’uomo:

 

DISCESA AGLI INFERI DI INANNA!

 

Dal “grande alto” ella volse la mente verso

il “grande basso”,

la Dea, dal “grande alto”, volse la

mente verso il “grande basso”,

Inanna, dal “grande alto” volse la mente

al “grande basso”.

La mia Signora abbandonò il cielo, abbandonò la terra,

e discese nell'inferno,

Inanna abbandonò il cielo, abbandonò la terra,

e discese nell'inferno,

abbandonò le regioni di cui era sovrana,

e discese nell'inferno.

Dice egli alla pura Inanna:

“Vieni, Inanna, entra.”

 

Nel varcare la prima porta,

la shugurra, la corona che le cingeva

il capo, le venne tolta.

“Che significa questo?”

“Eccezionalmente, o Inanna, le leggi

dell'inferno sono state perfezionate,

o Inanna, non discutere le leggi dell'inferno.”

 

Nel varcare la seconda porta,

la verga lapislazzuli le fu tolta.

“Che significa questo?”

“Eccezionalmente, o Inanna, le leggi

dell'inferno sono state perfezionate,

o Inanna, non discutere le leggi dell'inferno.”

 

Nel varcare la terza porta,

i piccoli lapislazzuli che le cingevano il collo

le furono tolti.

“Che significa questo?”

“Eccezionalmente, o Inanna, le leggi

dell'inferno sono state perfezionate,

o Inanna, non discutere le leggi dell'inferno.”

 

Nel varcare la quarta porta,

le pietre che scintillavano sul suo seno le furono tolte.

“Che significa questo?”

“Eccezionalmente, o Inanna, le leggi

dell'inferno sono state perfezionate,

o Inanna, non discutere le leggi dell'inferno.”

 

Nel varcare la quinta porta,

l'anello d'oro che aveva al dito le fu tolto.

“Che significa questo?”

“Eccezionalmente, o Inanna, le leggi

dell'inferno sono state perfezionate,

o Inanna, non discutere le leggi dell'inferno.”

 

Nel varcare la sesta porta,

il corsaletto che le copriva il seno le fu tolto.

“Che significa questo?”

“Eccezionalmente, o Inanna, le leggi

dell'inferno sono state perfezionate,

o Inanna, non discutere le leggi dell'inferno.”

 

Nel varcare la settima porta,

tutti gli indumenti che la coprivano le furono tolti.

“Che significa questo?”

“Eccezionalmente, o Inanna, le leggi

dell'inferno sono state perfezionate,

o Inanna, non discutere le leggi dell'inferno.”

 

INANNA E' CROCIFISSA:

RITORNO ALLA VITA DI INANNA

LA RESURREZIONE DI INANNA

INANNA RISORGE E LIBERA LE ANIME DAGLI INFERI

 

Trascorsi tre giorni e tre notti,

Ninshubur, il messaggero di Inanna,

il messaggero dalle buone parole,

il portatore di parole consolatrici, riempì il cielo di lamenti,

pianse nel tempio delle assemblee,

corse attraverso la casa degli dei...

 

Si vestì di un unico indumento, come un povero,

e verso Ekur, la casa di Enlil, tutto solo diresse i suoi passi

[...]

Contro il cadavere appeso ad un palo essi diressero il

terrore dei raggi di fuoco,

sessanta volte il cibo della vita, sessanta volte

l'acqua della vita, essi vi spruzzarono sopra,

Inanna si alzò.

Inanna ritorna dall'inferno,

gli Anunnaki fuggirono,

e tutti quelli che erano discesi tranquillamente all'inferno;

quando Inanna ritorna dall'inferno,

tutti i morti la precedono.

---

N.B. Il testo di Inanna è preso da “Le grandi esperienze religiose” edito da Edipem

 

 

L’uomo affronta sacrifici, ma questi non sono per il dolore o in funzione del dolore. Sono per la sua vita. Per i suoi interessi. I suoi interessi che sono gli interessi della società. Che sono gli interessi della Natura. Che sono gli interessi dell’universo. Non si tratta del sacrificio per il sacrificio o del dolore per il dolore. Una scelta di vita che non viene fatta in funzione della gloria di un dio padrone nella speranza della gratificazione, ma viene fatta in funzione della società degli Esseri Umani dove il “sé” e gli “altri” sono quell’uno che ci fa dire: NOI!

Marghera, 16 maggio 2008

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

TORNA ALL'INDICE DEI TESTI DEL SITO

 

Scrive Ratzinger nel trentanovesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:

39. Soffrire con l'altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa

dell'amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di

umanità, l'abbandono dei quali distruggerebbe l'uomo stesso. Ma ancora una volta sorge la

domanda: ne siamo capaci? È l'altro sufficientemente importante, perché per lui io diventi una

persona che soffre? È per me la verità tanto importante da ripagare la sofferenza? È così grande la

promessa dell'amore da giustificare il dono di me stesso? Alla fede cristiana, nella storia

dell'umanità, spetta proprio questo merito di aver suscitato nell'uomo in maniera nuova e a una

profondità nuova la capacità di tali modi di soffrire che sono decisivi per la sua umanità. La fede

cristiana ci ha mostrato che verità, giustizia, amore non sono semplicemente ideali, ma realtà di

grandissima densità. Ci ha mostrato, infatti, che Dio – la Verità e l'Amore in persona – ha voluto

soffrire per noi e con noi. Bernardo di Chiaravalle ha coniato la meravigliosa espressione:

Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis 29 – Dio non può patire, ma può compatire. L'uomo

ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l'uomo,

in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione di

Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione;

da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio e così

sorge la stella della speranza. Certo, nelle nostre molteplici sofferenze e prove abbiamo sempre

bisogno anche delle nostre piccole o grandi speranze – di una visita benevola, della guarigione da

ferite interne ed esterne, della risoluzione positiva di una crisi, e così via. Nelle prove minori questi

tipi di speranza possono anche essere sufficienti. Ma nelle prove veramente gravi, nelle quali devo

far mia la decisione definitiva di anteporre la verità al benessere, alla carriera, al possesso, la

certezza della vera, grande speranza, di cui abbiamo parlato, diventa necessaria. Anche per questo

abbiamo bisogno di testimoni, di martiri, che si sono donati totalmente, per farcelo da loro

dimostrare – giorno dopo giorno. Ne abbiamo bisogno per preferire, anche nelle piccole alternative

della quotidianità, il bene alla comodità – sapendo che proprio così viviamo veramente la vita.

Diciamolo ancora una volta: la capacità di soffrire per amore della verità è misura di umanità.

Questa capacità di soffrire, tuttavia, dipende dal genere e dalla misura della speranza che portiamo

dentro di noi e sulla quale costruiamo. I santi poterono percorrere il grande cammino dell'essereuomo

nel modo in cui Cristo lo ha percorso prima di noi, perché erano ricolmi della grande

speranza.

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!