La sofferenza come strategia di dominio sociale.

 

Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio: costruttori di sofferenza.

 

Che cos’è il terrorismo sociale?

 

Il fine del terrorismo è costringere gli uomini a soffrire.

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al trentottesimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Dice Ratzinger nel trentottesimo paragrafo dell’enciclica Spe salvi:

 

La misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana.”

 

Si sono letti trentasette paragrafi dell’enciclica Spe Salvi in cui Ratzinger ha esaltato il suo diritto a trasformare le persone in schiavi, ad angosciarle, a costruire disperazione, ad aggredire le società civili e ad offendere le persone ogni volta che nel corso della storia tentavano di uscire dal terrore e dall’orrore in cui la costruzione della città di dio dei cristiani li aveva rinchiusi. Ratzinger non ha esitato ad esaltare la positività dei campi di sterminio e dell’attività attraverso la quale imporre la disperazione agli Esseri Umani. Quella disperazione che gli permetteva di imporre loro quella speranza utile a fissare l’attività degli uomini nella disperazione quotidiana.

 

Una volta che Ratzinger si è garantito il diritto di imporre il dolore e la sofferenza deve sottomettere la società civile a tale diritto. La società civile non DEVE superare la sofferenza e il dolore, ma deve rapportarsi con esso. E’ l’esempio della guerra che Ratzinger ha dichiarato alle donne che vogliono abortire, o a coloro che vogliono mettere fine alla loro vita, o a coloro che vogliono vivere la loro vita in ossequio alle proprie pulsioni e alle proprie tendenze sessuali (è di ieri la notizia di una madre che ha accoltellato la figlia che le ha detto di amare un’altra donna). Il dolore delle donne, delle persone stanche, della sessualità impedita, della malattia imposta, dei problemi sociali imposti, attraverso la violenza che Ratzinger esercita negli asili, nelle scuole, sul territorio attraverso le parrocchie e gli oratori, deve essere accettato dalla società civile. La società civile deve accettare che Ratzinger possa imporre dolore.

Le società hanno sempre affrontato le sofferenze; le società non hanno mai accettato di subire passivamente la sofferenza. Nessuna società ha mai fatto della sofferenza un principio etico da imporre ai suoi membri né ai membri delle società che le stavano attorno. La stessa schiavitù di Roma precristiana non era mai una schiavitù con dolore o finalizzata al dolore. La schiavitù, la sottomissione, provocava dolore, ma non era finalizzata al dolore. Solo il cristianesimo fece della schiavitù un fine per imporre il dolore. Fece del dolore mezzo e fine della vita degli uomini. Solo il cristianesimo vede nella sofferenza (dell’altro) un valore morale, primo e ultimo, della sua dottrina.

Nessun’altro, prima del cristianesimo, giunse a tanta inumana perversione.

La sofferenza del cristo Gesù è usata dai cristiani per imporre la sofferenza agli Esseri Umani. Una sofferenza che veniva imposta mediante la violenza. Una violenza che assumeva e assume l’aspetto inumano nel compiacimento che il cristiano prova nel trovare cristo nella sofferenza che egli stesso provoca. Il cristiano deve provocare la sofferenza perché nella sofferenza trova il suo cristo Gesù.

 

Era l’attività della Teresa di Calcutta che Wojtyla fece santa proprio perché la sua attività era quella di provocare e mantenere la sofferenza fra le persone povere:

 

“Madre Teresa, che cosa spera di realizzare qui?”

“La gioia di amare e di essere amati”.

“Ci vogliono parecchi soldi per farlo. Vero?”

“Ci vogliono parecchi sacrifici”.

“Lei insegna ai poveri a sopportare il loro destino?”

“Secondo me è bellissimo che i poveri accettino il loro destino,che lo condividano con la passione di cristo. Penso che la sofferenza della povera gente sia di grande aiuto per il mondo”. Tratto da “La posizione della missionaria” di Christopher Hitchens ed. Minimun fax.

 

Far soffrire le persone a costo del martirio per poter gioire della sofferenza delle persone.

Un episodio sul godimento del cristiano per la sofferenza dell’altro che lo porta al “sacrificio” pur di ottenere la sofferenza del povero. Sempre per le attività della Teresa di Calcutta, che per il suo piacere sadico Wojtyla fece santa:

 

“Nel Bronx, c’era un progetto per aprire un nuovo ospizio per i poveri. Molti dei senza tetto erano malati e avevano bisogno di una sistemazione più stabile da quella offerta dal nostro dormitorio. Avevamo acquistato un grande edificio abbandonato dal comune per un dollaro. Un collaboratore si offrì di dirigere i lavori e incaricò un architetto di fare un progetto di ristrutturazione. La direttiva ministeriale imponeva l’installazione di un ascensore per i disabili. Madre Teresa non voleva saperne. Allora il Comune si offrì di coprire le spese per l’ascensore, ma la proposto fu respinta. Dopo tutte le trattative e i programmi, il progetto per i poveri fu abbandonato perché un ascensore per gli handicappati era una cosa inaccettabile.” Tratto da “La posizione della missionaria” di Christopher Hitchens ed. Minimun fax.

 

Il piacere di far soffrire le persone, i poveri non possono reagire, è fine e mezzo della religione cattolica. Far soffrire significa esercitare un diritto insindacabile di possesso delle persone che soggiacciono alla sofferenza che i cattolici impongono loro.

 

“Il grande afflusso di donazioni era considerato un segno dell’approvazione di dio nei riguardi della congregazione di madre Teresa. Ci veniva detto che ricevevamo più doni di altri ordini perché dio era soddisfatto della Madre, e perché le Missionarie della Carità erano le suore fedeli al vero spirito della vita religiosa. Il nostro conto in banca aveva già raggiunto le dimensioni di una grande fortuna e aumentava con ogni distribuzione della posta. Circa cinquanta milioni di dollari si erano accumulati in un unico conto corrente nel Bronx. [...] Quelle di noi che lavoravano regolarmente nell’ufficio sapevano che non dovevano parlare del loro lavoro. Le donazioni arrivavano in gran quantità e venivano depositate in banca, ma non avevano alcun effetto né sulla nostra vita ascetica né su quella dei poveri che cercavamo di aiutare.” Tratto da “La posizione della missionaria” di Christopher Hitchens ed. Minimun fax.

 

“Per la Madre, la cosa più importante era il benessere spirituale dei poveri. L’aiuto materiale era un mezzo per arrivare alle loro anime, di far vedere ai poveri che Dio li amava. Nelle case dei moribondi, Madre Teresa insegnava alle sorelle come battezzare di nascosto le persone che stavano morendo. Le suore dovevano chiedere ad ogni persona se voleva “un biglietto per il paradiso”. Una risposta affermativa andava interpretata come un consenso a farsi battezzare. Allora la suora non doveva far altro che fingere di rinfrescare la fronte della persona con un panno bagnato, mentre in realtà la battezzava pronunciando sotto voce le parole di rito. La segretezza era importante perché non si doveva venir a sapere che le suore di Madre Teresa battezzavano Indù e Musulmani.” Tratto da “La posizione della missionaria” di Christopher Hitchens ed. Minimun fax.

 

Questa voglia di costruire dolore rubando ai poveri la loro anima (l’unica cosa che rimaneva loro) è la misura del dolore che Ratzinger promuove nella società civile. Un dolore al quale Ratzinger chiede sottomissione.

La crudeltà di Ratzinger non ha limiti come la crudeltà e l’odio sociale della Teresa di Calcutta non hanno limiti e la cui radice è nella loro psicologia depressa e autodistruttiva.

Gli uomini sono predisposti, dalle soluzioni di specie costruite in milioni di anni, a sorreggere altri uomini per fondare assieme il loro futuro. Questa com-passione degli Esseri Umani viene rubata e stuprata dalla chiesa cattolica che intende farla funzionare per alimentare i suoi progetti distruttivi nella società civile.

 

Dice Ratzinger:

 

La società, però, non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d'altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell'altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza.”

 

La società non può accettare che la sofferenza sia l’ideale al quale tendere.

Le cause della sofferenza devono essere individuate e rimosse. Nessuna società umana ha mai fatto la guerra alle persone sofferenti. Al contrario, ogni società ha sempre favorito tutti coloro che rimuovono la sofferenza dall’insieme civile e sociale. La felicità è l’ideale a cui le persone nelle società tendono e questa felicità, se non fosse per il cristianesimo, sarebbe l’ideale per il quale gli Esseri Umani agiscono.

Nessuna società sostiene il sofferente affinché continui a soffrire. Nessuna società ha la sofferenza come ideale. Ogni società ha come ideale il superamento della sofferenza. E anche la nostra società ci riuscirebbe se i cristiani non movessero guerra agli Esseri Umani affinché continuino a soffrire. Basti pensare alla guerra fatta dai cattolici contro la "dolce morte" o contro tutte quelle terapie (come la somministrazione della morfina) a malati terminali che potessero lenire il loro dolore e la loro sofferenza. E solo perché i cattolici si dilettavano della sofferenza di quelle persone.

Non c’è nessun senso nella sofferenza se non la volontà di dominio delle persone imponendo loro la sofferenza.

Nessuno accetta l’altro che ti impone la sua sofferenza: si chiama CRIMINE!

 

Sicuramente la sofferenza crea aspettative, che Ratzinger chiama speranza, nell’uomo per il suo superamento. Ma le aspettative nel superamento della sofferenza si trovano soltanto nelle azioni umane che affrontano le cause della sofferenza. Esculapio affrontò le situazioni che portavano sofferenza e morte fra le persone con gravi ferite. Messe a dormire nel tempio si liberavano i serpenti di Esculapio che succhiando loro il sangue miracolosamente guarivano le ferite. La saliva del serpente di Esculapio era ricca di quel fattore di crescita per il quale Rita Levi di Montalcini ebbe il premio nobel. Non “miracolo” dal nulla, ma attenta ed appassionata osservazione del mondo in cui si viveva finalizzata a superare la sofferenza che attraversa gli uomini.

Non come la Teresa di Calcutta che faceva del piacere sadico della sofferenza dei poveri la sua gratificazione erotica.

Non esiste un cammino di maturazione nelle persone sofferenti. Solo il desiderio di farla finita con la sofferenza. Anche buttandosi dalla finestra!

 

Dice Ratzinger:

 

Accettare l'altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c'è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell'amore. La parola latina consolatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine. Ma anche la capacità di accettare la sofferenza per amore del bene, della verità e della giustizia è costitutiva per la misura dell'umanità, perché se, in definitiva, il mio benessere, la mia incolumità è più importante della verità e della giustizia, allora vige il dominio del più forte; allora regnano la violenza e la menzogna.”

 

Accettare l’altro che soffre assumendo la sofferenza a valore sociale, equivale ad un atto di eversione e di terrorismo sociale. Equivale a distruggere le società civili e i fondamenti etici e morali. Significa togliere il senso umano allo sviluppo scientifico per ridurlo a mera tecnica che costruisce bombe.

L’accettazione della sofferenza, in quanto sofferenza, e la relativa violenza psico-emotiva che viene messa in atto per imporre la sofferenza nella società, vanno trattati come atti di terrorismo. Il terrorismo più violento e destabilizzante a cui le società sono sottoposte.

E’ il caso di Madre Teresa di Calcutta e la sua attività di terrorismo internazionale del quale si è servito e si serve il Vaticano, la chiesa cattolica e i cristiani, per destabilizzare le società civili.

 

Scrive il Corriere della Sera del 25 agosto 2007:

 

““Non trovo Cristo”

Mezzo secolo di dubbi sulla fede

Nelle lettere di Madre Teresa i tormenti più intimi

“C’è un buio terribile in me, ed è così da sempre”

Londra – Cristo, ripeteva, è ovunque: “Nei nostri cuori, nei poveri che incontriamo, nel sorriso che offriamo e in quello che riceviamo”. Colui che non abbandona, che riempie il vuoto. Diceva sempre così, agli altri, rassicurando chi più dubitava. Ma per lei, Madre Teresa di Calcutta, Cristo era egli steso il vuoto, “Gesù, l’Assente”, colui che sempre tace. Per oltre metà della sua vita, un solo grido: “Mi hai respinto, mi hai gettato via,  non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio, ma non c’è Alcuno che risponda. Nessuno, nessuno.  Sola... Dov’è la mia fede... Perfino quaggiù nel profondo, null’altro che vuoto e oscurità – Mio Dio – come fa male questa pena sconosciuta... Per che cosa mi tormento? Se non c’è alcun Dio non c’è neppure l’anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero... Io non ho alcuna Fede, nessun amore, nessun zelo. La salvezza delle anime non mi attrae, il Paradiso non significa nulla... Io non ho niente, neppure la realtà della presenza di Dio”. E si riferiva alla presenza divina più misteriosa, quella dell’ostia consacrata nell’Eucaristia, il perno della fede cattolica: ne parlava così, lei che era conosciuta come la piccola donna con la fede più grande del mondo. Spiegava agli altri, Madre Teresa: “La mia anima è in uno stato di perfetta gioia e di pace”. Ma quella stessa anima, nei suoi pensieri più intimi, e anche nei giorni in cui meritava con la sua fede il premio Nobel per la Pace, la descriveva poi come “un blocco di ghiaccio”, abbandonata in una “terribile oscurità”, “nell’aridità spirituale”, fra “le torture della solitudine”: che però mai la piegarono fino a farle abbandonare la sua missione.”

 

E come poteva abbandonare la sua missione se l’unico piacere della sua vita lo traeva dal potere che esercitava mantenendo i sofferenti nella sofferenza?

Come poteva abbandonare quella missione quando l’unico fremito erotico consisteva nel piacere di far soffrire i poveri?

 

Lo stesso discorso vale per Padre Pio: il suo piacere di imporre la sofferenza per il gusto di imporre la sofferenza alle persone:

 

“Scopriremo che quando una sua figlia spirituale lo informa di essere malata di cancro, di soffrire orribilmente, lui risponde così: “Figliola mia, so che soffri. Ma se ti dicessi che Gesù si compiace di questo tuo soffrire, non saresti per questo contenta e anche disposta a soffrire ancora di più per meglio piacergli? Ebbene, da parte di dio ti dico che il tuo soffrire è voluto da Gesù per il tuo perfezionamento, che egli gode a tenerti sulla croce insieme a lui: dunque, rassicurati e chiedi a Gesù di ben soffrire quello che egli vuole che tu soffra”. La figliola spirituale accetta di buon grado il consiglio, rivolge soltanto un’ultima preghiera a Padre Pio: gli chiede se per caso può intercedere presso Gesù, affinché egli possa mutare le sue sofferenze da fisiche a spirituali. E Padre Pio gli risponde di no, meglio lasciare che: “Gesù ti volti e ti rivolti quando gli pare e piace”, e poi, “se le piaghe non basteranno allora vorrà dire che faremo piaghe su piaghe”.” Tratto da “La posizione della missionaria” di Christopher Hitchens ed. Minimun fax.

 

Ed è lo stesso ed identico concetto di piacere di imporre la sofferenza manifestato da Madre Teresa di Calcutta:

 

“Allora il dialogo: il povero sta per morire e siccome muore da malato, soffre orribilmente, rantola e si contorce (tutto è filmato dalla cinepresa). Madre Teresa, in piedi di fronte a lui, gli tiene la mano (e volge lo sguardo dritto in camera); prima descrive la malattia di quel povero: un cancro allo stato terminale, poi dice (al povero): stai soffrendo come cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando. E il povero risponde: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi.” Tratto da “La posizione della missionaria” di Christopher Hitchens ed. Minimun fax.

 

La parola latina “consolatio” non viene usata per indicare il mantenimento dell’individuo nella sofferenza, ma per costruire una via di fuga, anche se psicologica, alla sofferenza. La “consolatio” latina non è la consolazione cristiana che, ammantata da atteggiamenti pietistici servono allo spettatore per compiacersi della sofferenza di chi non si può difendere. Filosofia non consola Boezio, ma attraverso il disquisire, fa evadere la sua mente dalla prigionia facendogli percorrere strade e grandi distese emotive che le sbarre della prigione non possono chiudere. La “consolatio” come evasione o come strategia attuata nel presente per modificarlo. La “consolatio” non ha nulla a che vedere con il “pat! pat!” che il padrone del cane (o del povero) fa sulla sua testa compiacendosi dell’obbedienza del cane (o del povero).

Non c’è giustizia nella sofferenza. Nella sofferenza c’è solo l’ingiustizia di chi sta soffrendo. Sempre e comunque. Anche nella carcerazione. Perché una società che ricorre alla carcerazione è una società che non è in grado di gestire il futuro dei suoi figli. Anche quando una società è costretta a ricorrere alla carcerazione, è la società nel suo insieme che non è stata in grado di fornire strumenti alle persone per aprirsi un futuro, ma le ha relegate in un ristretto psico-emotivo dal quale esse hanno tentato di uscire con la violenza.

Non è il benessere personale e l’incolumità personale più importante della giustizia, ma è il contrario. Io non ho benessere personale e incolumità fisica perché un sistema sociale collettivo si regge sull’ingiustizia. Fa della violenza e della prevaricazione nei confronti dei più debole metodo, mezzo e fine, con cui agire.

 

Su un punto ha ragione Ratzinger. Là dove vigeva la legge del più forte, come nelle attività di Padre Pio o della Teresa di Calcutta, là “regnano la violenza e la menzogna” nei confronti delle persone povere ed indifese. Là regna il piacere di far del male ad imitazione del dio padrone dei cristiani, sia Teresa di Calcutta che Padre Pio, ad imitazione del quale affermano di parlare. Padre Pio e Madre Teresa sono coloro che mandano il diluvio universale, quelli che sfracellano la testa dei bambini di Babilonia sulle pietre. E lo fanno alimentando la sofferenza e la disperazione fra i poveri.

 

E, infine, conclude Ratzinger il trentottesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi:

 

La verità e la giustizia devono stare al di sopra della mia comodità ed incolumità fisica, altrimenti la mia stessa vita diventa menzogna. E infine, anche il « sì » all'amore è fonte di sofferenza, perché l'amore esige sempre espropriazioni del mio io, nelle quali mi lascio potare e ferire. L'amore non può affatto esistere senza questa rinuncia anche dolorosa a me stesso, altrimenti diventa puro egoismo e, con ciò, annulla se stesso come tale.”

 

E’ il “rispetto dell’altro” che manca sia a Ratzinger che al suo dio padrone, al cristo Gesù, a Madre Teresa di Calcutta a Padre Pio. L’altro è una bestia, un oggetto senza diritti. E questo è il senso stesso dell’INGIUSTIZIA. Non può esservi giustizia se non si processa e non si condanna il dio padrone dei cristiani per le sue atrocità. Non c’è giustizia se non si condanna Ratzinger, Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio, per le loro atrocità.

L’ingiustizia è l’atto di violenza con cui si trasformano le persone in oggetti di possesso prive di diritti e prive del riconoscimento dell’altro uguale a sé!

 

Scrive La Repubblica del 09 luglio 2007:

“India, cristiani nel mirino è guerra alle conversioni

Rischia il carcere chi fa proselitismo”

Articolo di Federico Rampini

“... non aiutano a placare queste fobie l’esibizione denaro e le conversioni di massa praticate con scenografia grandiosa da alcune chiesa protestanti. Nella campagna più remota del Tamil Nadu, a due ore di strada da Coimbatore, tra i villaggi di casupole che in questa stagione sprofondano nella melma dei monsoni, ho visto apparire di colpo, come un Ufo, un complesso di palazzine nuovissime e lussuose della chiesa mormone, finanziate dagli Stati Uniti. Nove mesi fa nell’Uttar Pradesh i pastori pentecostali hanno organizzato in sei villaggi le celebrazioni solenni di 350 conversioni. Non era la prima volta e come sempre la reazione a queste operazioni spettacolari è stata dura. “Non credo che si siano convertiti liberamente – ha tuonato il leader Indù Srikant Shukla – quei contadini innocenti sono stati costretti dai missionari cristiani”. I bracci più estremi del nazionalismo ormai rispondono con gli stessi metodi. Il movimento Arya Samaj, che predicava di “tornare alle radici”, nello stesso Uttar Pradesh ha organizzato una cerimonia solenne di riconversione all’induismo di duecento contadini che in passato avevano aderito alla chiesa pentecostale.”

 

Ciò che i cristiani rubano a queste persone è la loro vita e il loro futuro. Interrompono i processi di trasformazione sociale in corso per costringerli sotto la loro verità.

Così li privano del passato dal quale sono divenuti e chiudono loro il futuro attraverso l’imposizione della verità ideologica il cui scopo è trasformarli in poveri e miserabili. Povertà fisica che induce la povertà dello spirito. Quella sottrazione alla cultura che inducendo l’uomo alla disperazione ne favorisce i processi psichici che lo costringono alla sottomissione.

“Tu” dice Ratzinger “devi amarmi. E mi dimostri il tuo amore quando ti lasci potare e ferire. Non puoi amarmi se non c’è da parte tua la rinuncia dolorosa a te stesso, altrimenti sei un egoista!”

Dove sta l’atto criminale e inumano di Ratzinger?

Sta nel fatto che Ratzinger impone questo a persone povere, indifese, malate e disperate, dopo aver prodotto in loro la povertà, l’impossibilità di difendersi, le malattie e la disperazione, come regola e norma della loro vita.

Se Ratzinger non è un individuo immorale e criminale, perché non va dal suo dio a dirgli:

“Tu devi amarmi. E mi puoi dimostrare il tuo amore quando ti lasci potare e ferire senza pretendere nulla. Non mi stai amandomi se non rinunci a pretendere l’impunità in quanto dio padrone, se non rinuncia a te stesso. Se non rinunci a te stesso sei solo un egoista!”

 

07/05/2008 12:03 da Televideo Rai pag 164

Culture

USA, MORTA LA PALADINA DEI MATRIMONI MISTI

E' morta in Virginia, a 68 anni,Mildred Loving,la donna di colore che negli anni Sessanta sfidò il divieto di matrimoni misti. Mildred sposò Richard Loving,un bianco, nel 1958. Subito dopo le nozze, i due furono arrestati, perché una legge del 1924 proibiva i matrimoni misti. Evitarono la condanna lasciando la Virginia e si trasferirono a Washington,dove cominciarono la loro battaglia legale. Il caso "Loving contro Virginia" passò alla storia quando nel 1967 la Corte Suprema riconobbe la legittimità del matrimonio,dichiarando incostituzionale la legge della Virginia che vietava le unioni tra persone di razze diverse.

 

Questa donna è degna di venerazione, perché ha rifiutato la sofferenza della separazione fra sé e la società in cui viveva. Nel suo “rinunciare alla separazione” ha aperto prospettive future per la società in cui viveva. Sta a quella società coglierle, MA LEI LO HA FATTO! NON SI E’ SOTTOMESSA NELLA SOFFERENZA IMPOSTA.

Marghera, 15 maggio 2008

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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Scrive Ratzinger nel trentottesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:

38. La misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col

sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i

sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga

condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana. La società, però, non può

accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò

e, d'altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell'altro se egli personalmente non riesce

a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di

speranza. Accettare l'altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza,

cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale

c'è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell'amore. La parola latina consolatio,

consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine,

che allora non è più solitudine. Ma anche la capacità di accettare la sofferenza per amore del bene,

della verità e della giustizia è costitutiva per la misura dell'umanità, perché se, in definitiva, il mio

benessere, la mia incolumità è più importante della verità e della giustizia, allora vige il dominio del

più forte; allora regnano la violenza e la menzogna. La verità e la giustizia devono stare al di sopra

della mia comodità ed incolumità fisica, altrimenti la mia stessa vita diventa menzogna. E infine,

anche il « sì » all'amore è fonte di sofferenza, perché l'amore esige sempre espropriazioni del mio

io, nelle quali mi lascio potare e ferire. L'amore non può affatto esistere senza questa rinuncia anche

dolorosa a me stesso, altrimenti diventa puro egoismo e, con ciò, annulla se stesso come tale.

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!