Ratzinger e la sua disperazione.
L’angoscia e il bisogno del dio padrone.
Dio come bisogno a cui l’uomo deve
sottomettersi.
Spe Salvi di Ratzinger
Commento al
trentunesimo paragrafo
Ratzinger, che vive nella disperazione, ha bisogno
di essere sorretto dalla speranza, altrimenti la disperazione lo travolge e
allora non gli rimane che un salto dalla finestra fin sul selciato.
Gli uomini non hanno bisogno della disperazione che regga
un’illusoria speranza, hanno bisogno dell’INTENTO!
Quell’INTENTO che si allontana dal loro
orizzonte quando la disperazione della dipendenza e della sottomissione si cala
nel loro cuore. Quando il padrone ruba il futuro agli Esseri Umani, li ha
privati del loro INTENTO. Li ha privati della forza pulsionale
che ha permesso loro di svilupparsi nella pancia della loro madre e di nascere
come bambini dopo la morte del feto.
Gli Esseri Umani sono abbracciati dall’Universo durante le
sue e le loro trasformazioni. Gli Esseri della Natura sono compresi nell’Universo;
lo vivono; lo respirano; sono attraversati dalle stesse forze dell’Universo;
sono collegati con tutti gli Esseri dell’Universo. Gli Esseri della Natura
respirano l’Universo: SEMPRE! Quando alziamo gli occhi al cielo in una notte
stellata; quando guardiamo con passione o con angoscia i fulmini in una
tempesta; quando assistiamo ad un tramonto o ad un’alba dietro alle montagne o
sopra un mare; si risveglia in noi un sentimento di nostalgia, un desiderio
malinconico per qualche cosa che avrebbe potuto essere e non è stato, per
qualche cosa che avremmo potuto, in quel momento, comprendere e non siamo in
grado di comprendere. Rimpiangiamo facendo correre la memoria ad un “tempo che fù”, ma non sappiamo perché!
Lo struggimento che attanaglia Ratzinger
ora, vecchio, disperato e angosciato.
Così la sua follia lo conduce ad “un dio dal volto umano” che
lo ha amato fino alla fine; i tratti di quel volto sono quelli di Ratzinger che amava sé stesso in un delirio di onnipotenza!
Quando ci separiamo dal mondo tagliamo i legami con la vita,
con tutto ciò che ha contribuito a generarci. Tronchiamo i legamenti fra gli
Dèi dentro di noi e gli stessi Dèi nel mondo in cui viviamo e una parte di noi
muore un po’ alla volta. Quel morire dentro di noi che si somatizza fisicamente
e psicologicamente manifestando lo struggimento, la nostalgia, per quello che
avrebbe potuto essere e non siamo stati in grado, per le nostre scelte, di
realizzare.
E’ necessario partire da questo per riuscire a comprendere il
trentunesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi di Ratzinger. Ratzinger sta parlando
di sé stesso. Sta parlando del suo turbamento emotivo mentre si guarda intorno
smarrito.
Ratzinger è terrorizzato e smarrito. Allora si
aggrappa all’unica cosa che per tutta la vita ha spacciato per sottomettere gli
Esseri Umani. Nemmeno gli antichi greci credevano che gli Dèi avessero “un
volto umano” pur rappresentandoli in forma umana e percependo di essi il loro
lato umano. Semele stessa si brucia alla vista di
Zeus per quello che è e non per quello che lei percepiva di Zeus. Ora Ratzinger è costretto a bere la stessa eroina, lo stesso
oppio, che per tutta la sua vita ha imposto agli Esseri Umani: lui ha bisogno
di credere che quanto spacciava fosse reale e non una truffa. Ratzinger è costretto, per placare l’angoscia, a iniettarsi
l’eroina che spacciava. Prima fingeva, fingeva proclamando l’onnipotenza di un
dio padrone di cui lui ne faceva la volontà; ora è lui il dio padrone e la sua
volontà è quella del dio padrone. E’ l’eroina della credenza che induce
sottomissione le cui doti prima Ratzinger millantava
e ora si inietta in dosi massicce.
Dice Ratzinger:
“noi abbiamo bisogno
delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono
in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse
non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia
l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo
raggiungere. Proprio l'essere gratificato di un dono fa parte della speranza.”
La vita ha le sue regole. Non è proibito violarle, ma una
volta violate si deve essere pronti a subirne le conseguenze. Ti puoi buttare
da un aereo senza paracadute, ma poi subisci le conseguenze della caduta. Se
desideri quelle conseguenze, ti butti dall’aereo. Ma se ti butti dall’aereo,
quelle sono le conseguenze. E così è per le nostre scelte nella vita. Non tutte
sono drammatiche o senza ritorno. Quasi sempre si può migliorare, tornare
indietro e cambiare, ma per farlo è necessario acquisire esperienza che entra
in ogni anfratto del nostro corpo e della nostra psiche. Bisogna vivere con
passione. Gli individui che si pensano più furbi degli altri chiudono una parte
della loro percezione alle conseguenze delle loro azioni. Così il delirio di
onnipotenza di Ratzinger è montato un po’ alla volta.
E ogni volta che cresceva impediva a Ratzinger di
prendersi nelle proprie mani la responsabilità della sua vita. Lui era
irresponsabile; lui era il dio padrone che giorno dopo giorno prendeva la forma
che la sua psiche, bisognosa di riconoscimenti dell’onnipotenza, proiettava
nella sua immaginazione.
Afrodite è potente nell’individuo quando è giovane. Eros si
manifesta con tensioni specifiche e l’individuo lo veicola nelle sue azioni e
nelle sue scelte. A mano a mano che il corpo cresce, si forma, deperisce e
degenera, Eros deve essere veicolato in maniera diversa, ma sempre l’individuo
manifesta Eros nel suo quotidiano. E quando l’individuo è anziano l’Eros, anche
se continua a manifestarsi attraverso la sessualità delle persone, si manifesta
essenzialmente nel pensiero astratto che RIELABORA in maniera magica le
esperienze della vita. Solo che per rielaborare le esperienze della vita è
necessario aver vissuto. Se hai vissuto soltanto per mettere in ginocchio le
persone somatizzerai soltanto l’ideale della sottomissione. Da qui gran parte
delle malattie mentali in età avanzata. Malattie che risolvono la loro
elaborazione nella disperazione psicologica manifestata attraverso la speranza
di una seconda possibilità sia come reincarnazione sia come un’altra vita oltre
la morte fisica.
La gratificazione di una vita è data dall’aver vissuto. Ed è
proprio per aver vissuto nella Natura, che la morte del corpo fisico si può
trasformare in nascita del corpo luminoso. Separarsi da ciò che ha manifestato
la vita crea solo angoscia e struggimento.
Afferma Ratzinger:
“Dio è il fondamento
della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano
e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme. Il
suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai;
il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge.”
Dio è manifestazione patologica dell’angoscia delle persone.
Le persone psicologicamente disturbate trovano la giustificazione dei loro
disturbi nella volontà di dio o nella necessità di obbedire alla volontà del
loro dio. Il dio dei cristiani non da speranza, illude le persone mantenendole
nell’angoscia; giustificando l’angoscia; facendo persistere l’angoscia nella
speranza di uscire dall’angoscia.
Il regno del dio dei
cristiani è nell’immaginario illusorio dei cristiani. Un immaginario che
giustifica le loro attese chiudendo il loro futuro nella vita pratica. Un
immaginario che giustifica le loro perversioni inumane. Un immaginario che
hanno realizzato fin da quando l’Armenia divenne la prima nazione cristiana che
fece dei massacri e del genocidio attività di evangelizzazione dell’umanità. Le
stragi per l’evangelizzazione che hanno visto nella soluzione finale del
nazismo in Germania e nel genocidio del Ruanda due momenti che hanno
caratterizzato il XX secolo. Quanto era amato il dio dei cristiani quando i
cristiani giravano le chiavette del gas per spazzare via questi “perfidi
giudei”; quanto era amato il dio dei cristiani quando Seromba, dopo il
macello dei Tutsi “avrebbe anche detto: «Levatemi di
qui questa immondizia», riferendosi ai cadaveri dei civili massacrati”. Quanto
amore per dio! Si, il regno di del dio dei cristiani era nel campo di sterminio
nazista!
Dice Ratzinger:
“Solo il suo amore ci dà la
possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere
lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il
suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo
vagamente intuiamo e, tuttavia, nell'intimo aspettiamo: la vita che è «
veramente » vita. Cerchiamo di concretizzare ulteriormente questa idea in
un'ultima parte, rivolgendo la nostra attenzione ad alcuni « luoghi » di
pratico apprendimento ed esercizio della speranza.”
Ha ragione Ratzinger; c’era una grande sobrietà nei campi di sterminio
nei quali il suo dio trionfava. C’è una grande sobrietà nell’individuo che vive
l’angoscia nei confronti del mondo. E’ sobrio perché ha paura di tutto. Solo il
suo dio lo rassicura mentre aspetta la sua morte. L’intuizione le persone
avrebbero dovuto dispiegarla nella loro quotidianità affrontando e risolvendo i
problemi con la loro intelligenza e la loro intuizione, invece l’hanno
rinchiusa dentro alla patologia della loro immaginazione che le ripara
dall’angoscia nei confronti del mondo esterno.
A questo
punto, come dice Ratzinger, non ci resta che volgere
il nostro sguardo sui luoghi e sulle tecniche per privare gli Esseri Umani del
loro futuro, impedire loro di aprirsi al mondo. Le tecniche “i luoghi”
attraverso i quali si costruisce la disperazione che il cristiano gestisce a
maggior gloria del suo dio nella distruzione dell’uomo:
“Ecco, l’uomo
è diventato come uno di noi, avendo la conoscenza del bene e del male: che non
stenda ora la sua mano e non colga dall’albero della vita per mangiarne e
viverne in eterno.” Genesi 3, 22
Ratzinger è riuscito a materializzare dentro di sé il desiderio del
suo dio.
Non ha colto
dall’albero della vita, non ne ha mangiato, né potrà vivere in eterno
completando la trasformazione che l’opportunità della sua vita gli ha
presentato.
Marghera, 18 Marzo 2008
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
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Scrive Ratzinger nel
trentunesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:
31. Ancora: noi abbiamo bisogno delle
speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno,
ci mantengono in cammino. Ma senza la grande
speranza, che deve superare tutto il resto, esse non
bastano. Questa grande speranza può essere
solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e
donarci ciò che, da soli, non possiamo
raggiungere. Proprio l'essere gratificato di un dono fa parte
della speranza. Dio è il fondamento della
speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede
un volto umano e che ci ha amati sino alla
fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme. Il suo
regno non è un aldilà immaginario, posto in
un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là
dove Egli è amato e dove il suo amore ci
raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di
perseverare con ogni sobrietà giorno per
giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un
mondo che, per sua natura, è imperfetto. E
il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che
esiste ciò che solo vagamente intuiamo e,
tuttavia, nell'intimo aspettiamo: la vita che è « veramente
» vita. Cerchiamo di concretizzare
ulteriormente questa idea in un'ultima parte, rivolgendo la nostra
attenzione ad alcuni « luoghi » di pratico
apprendimento ed esercizio della speranza.
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