Ragione e libertà,
Fra gli Esseri Umani e nella vita della Natura.
La pratica cristiana della superstizione.
Imposizione della nevrosi e società
cristiana.
Spe
Salvi di Ratzinger
Commento al
ventitreesimo paragrafo
Fede e ragione, una contraddizione insolubile se non con la
sconfitta dell’una nei confronti dell’altra.
Dice Ratzinger:
“Sì, la ragione è il
grande dono di Dio all'uomo, e la vittoria della ragione sull'irrazionalità è
anche uno scopo della fede cristiana.”
Lo stesso dio dei cristiani è un oggetto fuori dalla ragione:
irrazionale. Un irrazionale che è partorito solo dalla patologia psichiatrica
di dipendenza degli individui. Se un oggetto è il frutto di una patologia
psichiatrica è un’idea soggettiva. Come idea soggettiva non può essere
trasmessa in quanto, nell’oggettività, non ha nessuna rappresentazione.
Pertanto, l’idea di dio, del dio padrone e creatore dei cristiani, è un’idea
irrazionale che viene oggettivata mediante la violenza con la quale si impone
la superstizione. Si impone, cioè, la credenza che quanto ricade sotto i sensi
sia legato ad un soggetto immaginato, dio, che essendo al di là dei sensi non
ha nessun elemento di rappresentazione razionale.
La fede è il prodotto della patologia. Una patologia che
immagina la soluzione delle sue inadeguatezze e che quando si impone nella
società diventa superstizione. Una superstizione che si nutre di roghi e di
omicidi perché incapace di giustificarsi razionalmente. Così Ratzinger evoca il
demonio quando le spiegazioni mettono in discussione sia il suo dio che il suo
irrazionale. Così la tempesta Katrina o lo tsunami che ha devastato l’oceano
Indiano sono opera del suo dio o del suo demonio a seconda di dove si vuole
fissare l’attenzione.
Affermare che lo scopo della fede cristiana è lo scopo della
vittoria della ragione sull’irrazionale significa voler imporre la patologia
psichiatrica a fondamento della società umana. Ciò è già avvenuto; siamo sicuri
di volerlo ancora?
“Per opera
del nemico del genere umano, un certo bambino, che era bambino per l’età ma di
costumi perversi, percorrendo città e castelli nel regno di Francia, quasi
fosse inviato da Dio, cantava alla maniera francese: “Signore Gesù Cristo,
restituisci la Santa Croce” aggiungendo poi molte altre invocazioni. E un
numero infinito di altri suoi coetanei, dopo averlo visto e udito, lo
seguivano. I quali, come infatuati da un flusso diabolico, abbandonati i padri
e le madri, le nutrici e tutti gli amici, andavano cantando allo stesso modo
del loro pedagogo. Né, cosa mirabile a dirsi, potevano trattenerli le
serrature, né la persuasione dei genitori poteva farli tornare indietro, ma
seguendo il loro maestro si dirigevano in processione, cantando in gruppi,
verso il Mediterraneo quasi volessero passare sull’altra sponda. Nessuna città,
data la loro moltitudine, poteva contenerli.” C. Pallemberg, La crociata dei
bambini.
E’ un esempio della “ragione” usata dai cristiani: “il nemico
del genere umano” è il responsabile del delirio diffuso, non le condizioni di
vita che i cristiani imponevano!
Dice Ratzinger:
“Ma quand'è che la
ragione domina veramente? Quando si è staccata da Dio? Quando è diventata cieca
per Dio? La ragione del potere e del fare è già la ragione intera? Se il
progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità,
allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere
integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede,
al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente
umana.”
Cominciamo a rispondere alle quattro domande.
Ma quand'è che la
ragione domina veramente?
Quando la ragione giustifica tutti gli oggetti che noi
affermiamo nei confronti di altre persone!
Quando si è staccata da
Dio?
Il dio padrone non è mai esistito. Mai ha creato nulla, mai
ha manifestato una ragione. Mai esiste qualche cosa in antitesi alla ragione
nelle sacre scritture cristiane. “Credo nell’assurdo” e proprio perché è
assurdo ci credo! La patologia non può oggettivarsi al di fuori dell’individuo,
può essere compresa soltanto nelle manifestazioni dell’individuo malato: come
sintomi della malattia. La malattia manifesta come sintomo la dipendenza da
dio: dio si giustifica nella malattia da dipendenza e nel desiderio di
onnipotenza del soggetto!
Quando è diventata
cieca per Dio?
Quando, dopo l’illuminismo , la ragione ha scoperto che il concetto
cristiano di dio appartiene alla superstizione, all’irrazionale soggettivo, che
non ha rappresentazione nelle relazioni sociali, ma solo nella patologia
soggettiva.
La ragione del potere e
del fare è già la ragione intera?
Non esiste una ragione del “potere” o una ragione del “fare”,
esiste un agire che viene giustificato perché risponde a dei requisiti
razionali, oggettivi, che possono essere descritti e comunicati partendo da una
percezione comune degli oggetti e delle situazioni. E’ irrazionale quando
sull’oggettività viene proiettata un’interpretazione soggettiva che acquieti le
tensioni psichiche di un soggetto. E’ patologica e diventa superstizione quando
le tensioni psichiche da acquietare sono sintomi di alterazioni fisiche, sia
come deformazione della percezione sia come incapacità del soggetti di
veicolare le proprie emozioni.
Quando si parla di cristianesimo si parla di una pretesa
militare e terrorista di trasformare il superstizioso e l’irrazionale in
elemento oggettivo dal quale far discendere la logica razionale. La pretesa
terrorista, per il cristiano, è necessaria in quanto non è in grado di
razionalizzare o giustificare la sua fede: come si può giustificare o
razionalizzare la credenza in un dio padrone e creatore dell’universo che detta
la morale quotidiana? Si tratta di una manifestazione patologica. Una
manifestazione di quella superstizione che viene creduta perché militarmente
imposta e viene militarmente imposta soltanto perché in quel modo e solo in
quel modo, può essere creduta.
Non siamo davanti alle Antiche Religioni in cui il presente
emerge da un presente che lo ha preceduto e che continua a convivere e
interagire col nuovo emerso.
Nelle Antiche Religioni lo spazio della ragione, della descrizione
del presente, viene conquistato da Zeus combattendo le forze titaniche
dell’azione che hanno costruito il presente. Ma le forze titaniche dell’azione,
a loro volta, attraverso il Tempo, Cronos, hanno combattuto le forze della
vita: Urano Stellato. L’uno è emerso dall’altro, ma con l’altro continua a
convivere. Non esistono forze dell’azione, i Titani, senza la presenza di
Afrodite o delle Erinni, le figlie di Urano Stellato che attraverso il suo
sangue e i suoi genitali (appunto, la vita!) emergono nell’infinito mare
dell’azione che i Titani stanno costruendo. Così Zeus, la ragione, si apre uno
spazio nell’infinito mare dell’azione, della trasformazione, del tempo. Eppure,
dall’azione, dal tempo, dalla trasformazione, la sua ragione è condizionata e
condotta. Come è condizionata e condotta dalle forze dell’emozione che
costruirono la vita: Afrodite e le Erinni. Zeus, grazie alla Titanomachia
continua, controlla l’azione di queste forze nel mondo della ragione, le
razionalizza, le giustifica, mentre l’azione di queste forze modificano
continuamente la sua ragione, la sua capacità di descriver il mondo in cui la
ragione dell’individuo vive. Solo che Zeus ha fagocitato Meti, per cui non si
limita a fermare i Titani o Afrodite o le Erinni, ma le veicola nel mondo della
ragione trasformando la loro manifestazione in strumenti attraverso i quali
dilatare la ragione nell’immenso sconosciuto che la circonda. Quest’attività si
chiama sviluppo della conoscenza; si chiama conoscere; si chiama sapere ed è
alla base sia del PROGRESSO scientifico che del progresso umano, perché lo
sviluppo della conoscenza e del sapere trasforma l’uomo stesso sviluppando in
esso la capacità di sapere e conoscere ulteriore.
La ragione richiede uno sforzo da parte dell’individuo. Uno
sforzo ed una disciplina in cui l’individuo impiega la sua volontà. Come un
viaggiatore che uscito dalla vagina della propria madre affronta un immenso
sconosciuto che deve svelare a mano a mano che procede nel cammino della sua
vita.
Quando Ratzinger dice: “
Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale
dell'umanità,...”
Questo è ciò che non esiste!
Non esiste una crescita morale!
Esiste una liberazione della morale dalle aberrazioni
cristiane, ma non esiste una crescita (intesa come espansione) della morale
umana. Il progresso cristiano consiste nell’imporre la depravazione agli Esseri
Umani. Quella miseria morale che li costringe a rinunciare a sé stessi per
sottomettersi ad un dio padrone che manifesta dei dictat comportamentali
inumani e perversi. Valga per tutti quell’imposizione criminale che i cristiani
hanno fatto per secoli agli uomini dell’impotenza sessuale di Paolo di Tarso
spacciando l’impotenza sessuale di Paolo di Tarso come manifestazione della
grazia del loro dio. Trasformare la morale degli Esseri Umani per farli
diventare degli “eunuchi per il regno dei cieli!”.
Eunuchi non solo come castrazione della sessualità, ma come
castrazione di tutta la struttura emotiva dell’Essere Umano al fine di
trasformarlo in un oggetto di possesso.
Quando gli Esseri della Natura vengono privati della capacità
di manifestare Afrodite e le Erinni,
vengono privati anche della loro capacità d’azione e vengono privati anche
della capacità razionale, nel caso di Esseri Umani, che si trasforma in
patologia psichiatrica che, per far sopravvivere l’individuo, deve manifestare
la fede nell’ideale della sottomissione.
Gli Esseri Umani, per progredire, devono liberarsi della
morale criminale cristiana che, privando l’uomo delle forze della vita, gli
impediscono di dispiegare sé stesso nell’oggettività in cui vive.
In questo caso non c’è “un progredire nella morale”, ma c’è
un “riappropriarsi della morale della vita” che il cristianesimo nega per
sottomettere l’Essere Umano alla malattia mentale che genera la fede come
sottomissione e distruzione di sé stesso: “allora
la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata
mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al
discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana.”
La malattia mentale dell’illusione e del credere che porta a
condannare Galileo che mette in discussione la parola del dio dei cristiani e
che ha costretto i cristiani a credere che il loro dio abbia creato la donna da
una costola del primo uomo, Adamo, senza mai chiedersi: perché? Se ti chiedi
perché, significa che non hai fede. Non vieni “salvato”. Se metti in
discussione la “parola di dio” significa che “tenti di spiegare dio” anziché
limitarti a “credere in dio”.
Chiedersi perché, fa parte delle pulsioni della vita, è una
manifestazione di Afrodite. Quando la richiesta del perché diventa forte e
ossessiva dentro all’Essere Umano perché impedita dalla morale imposta mediante
la fede, ecco ergersi le Erinni che dal cuore dell’uomo spezzano ogni legame di
fede e morale per impedire la distruzione dell’individuo.
E così quella scienza, che Francesco Bacone liberò dai
legacci della superstizione, ci fa comprendere l’assurdo della fede cristiana
attraverso l’archeologia.
Da “I
Sumeri alle radici della storia” di S. N. Kramer ed. newton:
“Essa fornisce la spiegazione di uno dei più
sconcertanti enigmi della leggenda biblica del paradiso: quello posto dal passo
in cui si vede dio formare la prima donna, la madre di tutti i viventi, da una
costola di Adamo (Genesi II, 2). Perché una costola? Se si ammette l’ipotesi di
un influsso della letteratura Sumerica – di questo poema di Dilmun e di altri
simili – sulla Bibbia, le cose si fanno chiare. Nel nostro poema una delle
parti malate del corpo di Enki è per l’appunto una “costola”. Ora, in sumerico
costola si dice: ti. La dea creata
per guarire la costola di Enki è chiamata Ninti, “La signora della costola”. Ma
la parola sumerica ti significa pure
“far vivere”. Gli scrittori Sumerici, giocando sulle parole, giunsero ad
identificare “La Signora della costola” con “la Signora che fa vivere”. Questo calembour letterario, uno dei primi in
ordine di tempo, passò nella bibbia, dove perdette naturalmente il suo valore,
poiché in ebraico i termini che significano “costola” e “vita” non hanno nulla
in comune. Questa spiegazione fu da me (S. N. Kramer) scoperta nel 1945. Più
tardi venni a conoscere che l’ipotesi cui ero giunto per conto mio era stata
suggerita trent’anni prima da un grande assirologo, il padre Vincent Scheil,
come ebbe a segnalarmi l’orientalista americano William Albright, che pubblicò
il mio lavoro. Ciò la rende ancor più verosimile.”
Gli antichi avevano ben chiara la relazione esistente fra la
vita e la ragione che tentava di descrivere la vita: gli ebrei e i cristiani,
nò!
Per loro tutto era forma, tutto era ciò che comprendevano (e
la loro capacità di comprensione implodeva su sé stessa anziché espandersi) e
ciò che non comprendevano non esisteva nascondendo la loro incapacità di
comprendere dietro la patologia psichiatrica della fede: cioè,
dell’accettazione passiva mediante sottomissione a qualunque assurdo il loro
padrone presentava loro.
Dice Ratzinger:
“Solo così diventa una
ragione veramente umana.”
Solo nella follia, nella patologia psichiatrica da dipendenza
e nell’esaltazione da onnipotenza, la ragione diventa veramente umana.
Altrimenti, come può Ratzinger dominare gli Esseri Umani?
Costringerli a sottomettere la loro vita all’assurdo? Come potrebbe annientare
la loro esistenza impedendo loro di espandersi nell’infinito da cui sono
circondati? Il dio di Ratzinger è logos, parola, descrizione, aggettivi; non è
emozione (ti), non è Afrodite, non è azione, né mutamento. Tanto più la parola
è misera di contenuti, tanto più la parola necessita di fede per imporsi
sull’uomo. Tanto più la parola manifesta conoscenza, scienza, tanto minore è la
necessità di fede in cui chiudere lo sconosciuto.
Dice Ratzinger:
“Diventa umana solo se
è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se
guarda oltre se stessa. In caso contrario la situazione dell'uomo, nello
squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una
minaccia per lui e per il creato. Così in tema di libertà, bisogna ricordare
che la libertà umana richiede sempre un concorso di varie libertà”
La volontà è il fondamento della vita. E’ la forza con cui il
soggetto manifesta l’emozione nella sua oggettività. Così, come risultato della
Titanomachia di Zeus, la volontà si trasferisce nella ragione diventando la
forza che spinge la ragione a dilatarsi nella sua oggettività. Dilata la
descrizione, la conoscenza, la scienza, al fine di fornire all’individuo dei
migliori strumenti con cui affrontare la sua realtà. La ragione non può
guardare oltre sé stessa. La ragione può dilatarsi comprendendo nella sua
descrizione una quantità maggiore dello sconosciuto che la circonda, sia
attraverso lo sviluppo scientifico che attraverso la sedimentazione
dell’esperienza nell’individuo oppure, può chiudersi su sé stessa facendo della
superstizione come fede i limiti invalicabili del mondo descritto.
Dal momento che la ragione, e non la fede, è lo strumento col
quale noi comunichiamo agli altri Esseri Umani e che con gli altri Esseri Umani
costruiamo le relazioni, in quelle relazioni vanno veicolate le pulsioni di
vita relative alle relazioni con gli Esseri Umani. Non si tratta di una volontà
finalizzata a reprimere le pulsioni, ma una volontà che manifesta le pulsioni e
che la ragione, nelle relazioni con gli Esseri Umani, veicola. Non è un
“giudizio del cuore”, ma una manifestazione delle emozioni nelle relazioni con
e nel mondo in cui viviamo. E’ la capacità di veicolare Afrodite, madre e
signora delle emozioni, che determina la libertà dell’uomo in tutti gli ambiti
in cui esercita la sua azione o scioglie i legamenti delle costrizioni che gli
impediscono di agire.
La libertà umana è cosa diversa dalla libertà dell’uomo nella
società. La libertà della specie nella Natura è cosa diversa sia dalla libertà
dell’uomo nella società che dalla libertà dell’uomo in sé.
La vita scioglie ogni legamento ed ogni costrizione. Le
condizioni in cui la vita si dispiega determinano condizioni e limiti nel suo
divenire. Questa relazione dialettica, sconosciuta nel cristianesimo, è la
forza della vita che spazza via le costrizioni morali della sottomissione
cristiana. Che la vita subisca le condizioni in cui si manifesta è un fatto;
che la vita accetti e si sottometta alle condizioni è un’aberrazione! La vita
agisce per spezzare ogni condizione e ogni limite. Se ciò non fosse, Fanete
dalle ali d’oro che per primo uscì dall’uovo primordiale, non avrebbe mai
spiccato il suo volo verso l’infinito dei mutamenti.
La vita non è un oggetto separato dall’insieme da cui il
singolo vivente è germinato. Solo la fede costringe il singolo cristiano a
pensarsi ad immagine e somiglianza del suo dio. La vita del singolo individuo
non è disgiunta dalla vita del Sistema Sociale in cui vive; non è disgiunta
dalla Specie cui appartiene, non è disgiunta dalla Natura; non è disgiunta dai
suoi processi di trasformazione e divenire; non è disgiunta dal Pianeta; non è
disgiunta dall’Essere Sole!
Per cui, il mio benessere non può prescindere dal benessere
sociale; il benessere degli Esseri Umani non può prescindere dal benessere
della Natura; il benessere della Natura non può prescindere dal benessere del
Sole o dal benessere della Terra.
E così la mia libertà non può prescindere dalla libertà degli
Esseri Umani; la libertà della mia specie non può prescindere dalla libertà di
tutte le specie della Natura; la libertà della Natura non può prescindere dalla
libertà della Terra e del Sole.
E come gli equilibri sono manifestazione di Madre Temi, le
spinte per ripristinare e ricomporre gli equilibri dopo ogni azione e dopo ogni
stimolo sono manifestazione dentro agli Esseri di Madre Demetra.
Il cristiano si separa dal mondo. Egli è cosa diversa dal
mondo. Egli si immagina onnipotente, dalla “libertà” infinita che esercita
mediante la fionda o la megabomba. Il cristiano si immagina il padrone degli
Esseri Umani, come il suo dio. Il cristiano immagina l’uomo padrone della
Natura (genesi 1,28). In diritto di saccheggiarla. Eccolo, allora, mettere i
paletti, “il concorso delle varie libertà”, perché il cristiano, ritenendosi il
padrone con licenza di saccheggio, è sottoposto ad una gerarchia piramidale di
padroni, tutti con licenza di distruzione e di saccheggio, al cui vertice c’è
Ratzinger quale rappresentante del suo dio onnipotente: l’unico uomo a cui
tutti gli imperatori baciano i piedi!
Dice Ratzinger:
“Questo concorso,
tuttavia, non può riuscire, se non è determinato da un comune intrinseco
criterio di misura, che è fondamento e meta della nostra libertà. Diciamolo ora
in modo molto semplice: l'uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di
speranza. Visti gli sviluppi dell'età moderna, l'affermazione di san Paolo
citata all'inizio (cfr Ef 2,12) si rivela molto realistica e
semplicemente vera. Non vi è dubbio, pertanto, che un « regno di Dio »
realizzato senza Dio – un regno quindi dell'uomo solo – si risolve
inevitabilmente nella « fine perversa » di tutte le cose descritta da Kant:
l'abbiamo visto e lo vediamo sempre di nuovo.”
Qual è il “comune
intrinseco criterio di misura”? Ratzinger ha un solo concetto di “libertà”
legato all’unico concetto che ha dell’uomo inteso come oggetto di proprietà del
suo dio. Libertà, per Ratzinger, è il diritto del suo dio di possedere gli
uomini. Libertà, per Ratzinger è il diritto del suo dio di macellare le persone
senza dover rispondere a regole o a sanzioni: libertà di violare ogni legge,
ogni norma, ogni condizione morale. Lui è il padrone; libero di saccheggiare e
distruggere. Libertà, per Ratzinger è il suo diritto a possedere le persone.
Questo è il concetto di “misura” di Ratzinger che completa affermando: “Diciamolo ora in modo molto semplice:
l'uomo ha bisogno di Dio”. L’uomo, per Ratzinger, ha bisogno del padrone e
lui rappresenta il padrone che possiede gli uomini!
Si tratta della riaffermazione della società schiavista.
Riaffermazione del modello sociale cristiano in contrapposizione al modello
sociale delle Costituzioni occidentali. Come ha esaltato gli effetti della
società schiavista in Bakita o nella prigionia di Paolo di Tarso, così ne
riafferma i valori affermando, in modo del tutto arbitrario, che l’uomo ha
bisogno del padrone altrimenti non ha speranza quando è evidente che è la
disperazione della dipendenza che induce la farneticazione nello sperare
anziché modificare le condizioni nel presente.
La fine perversa è la fine della perversione!
Infatti alla citazione di Kant:
“La fine di tutte le
cose” di Immanuel Kant a cura di Andrea Tagliapietra e traduzione di Elisa
Tetamo, edizione Bollate e Boringhieri:
“Dovesse mai
accadere che il cristianesimo cessasse di essere amabile (la qual cosa potrebbe
certo capitare se invece di conservare il suo spirito mite venisse munito delle
armi di un’autorità dispotica che si impone con l’imperio [ci si chiede dove
Kant sia vissuto visto di quanto sangue grondano le mani dei cristiani, del dio
della bibbia, del Gesù di Nazareth e della storia del cristianesimo! Nota mia,
Claudio Simeoni] ), allora poiché nelle cose morali non vi è posto per la
neutralità (e ancor meno per la conciliazione fra principi contrapposti), il
rifiuto e l’avversione nei suoi confronti diverrebbe il modo di pensare
dominante fra gli uomini e l’Anticristo,
in ogni caso ritenuto il precursore del giorno del giudizio,
comincerebbe il suo pur breve regno (presumibilmente fondato sulla paura e
sull’egoismo). Ma allora, essendo il cristianesimo senza dubbio destinato ad
essere la religione universale del mondo, non essendo favorito dalla sorte nel
diventarlo, subentrerebbe la fine (capovolta) di tutte le cosa da un punto di
vista morale.”
Non può altro che realizzarsi la fine dell’ossessione
cristiana, proprio perché il cristianesimo non è ciò che la patologia di Kant
immaginava. “subentra la fine di tutte le cose” dove, per tutte le cose,
significa LA FINE DELL’ODIO CHE IL CRISTIANESIMO IMPONE NELLA SOCIETA’ DEGLI
ESSERI UMANI.
Esiste solo un assoluto. E l’assoluto è il divenire umano
nella Natura dopo che la società degli Esseri Umani ha messo a proprio
fondamento quelle leggi “umane” che le Costituzioni occidentali hanno
decretato, ma che il terrore educazionale cristiano impedisce di realizzare.
Non esiste una città di dio da realizzare, né col padrone, né
con padroni diversi. Non esiste una “città di dio”, perché la società schiavista
è estranea al consesso umano, è una perversione e deve essere ridotta nel
cestino delle immondizie della storia in cui viene determinata “la fine di
tutte le cose perverse”.
Riafferma Ratzinger: “Visti
gli sviluppi dell'età moderna, l'affermazione di san Paolo citata all'inizio
(cfr Ef 2,12) si rivela molto realistica e semplicemente vera.”
E
allora proviamo a leggerci il passo citato da Ratzinger:
“Ricordatevi, dunque, che nel passato voi, pagani – che eravate tali
di nascita, denominati prepuzio da coloro che si chiamano circoncisione,
operazione fatta sulla carne! – ricordatevi che allora voi eravate separati da
Cristo, privi del diritto di cittadinanza in Israele, estranei ai patti della
promessa, senza speranza e senza dio in questo mondo.” Efesini 2, 11-12
Questo marchiare il bestiame è il desiderio di riaffermazione
di Ratzinger sugli individui che, privati della loro libertà, diventano i suoi
schiavi marchiati. Marchiati nella carne o nell’anima, è lo stesso! Essi, come
schiavi, devono riconoscere la marchiatura e considerare, rivendicandolo, il
loro ruolo di oggetti posseduti dal dio padrone.
Per Ratzinger, marchiare gli Esseri Umani come bestiame da
rinchiudere nel campo di sterminio che chiama “la città di dio” è una
condizione realistica.
Le Costituzioni occidentali dicono qualche cosa di diverso!
La società schiavista e gli Esseri Umani ridotti in
schiavitù, per le Costituzioni occidentali è il massimo della perversione, del
male e dell’orrore!
Questo delirio viene concluso da Ratzinger in un’apoteosi
delirante:
“Ma non vi è neppure
dubbio che Dio entra veramente nelle cose umane solo se non è soltanto da noi
pensato, ma se Egli stesso ci viene incontro e ci parla. Per questo la ragione
ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e
fede hanno bisogno l'una dell'altra per realizzare la loro vera natura e la
loro missione.”
Cosa dissolve il dubbio?
L’allucinazione patologica? O l’esperienza dei conflitti
libidici che si risolvono con le fantasie deliranti?
Freud e la psicanalisi, confermate dalla scienza neuronale,
dimostrano il desiderio di dipendenza che, costruito nella prima infanzia, si
fissa attraverso l’educazione impedendo all’individuo un’esistenza autonoma
dalla sottomissione alla fede. Scrive Freud in Toteme e Tabù:
“Devo
questa espressione “onnipotenza dei pensieri”, ad un mio intelligentissimo
paziente che soffriva di rappresentazioni ossessive, il quale riuscì a dar
prova, dopo che fu guarito con la psicanalisi, delle sue doti e del suo buon
senso. Egli si era forgiata questa espressione per spiegare tutti gli strani e
preoccupanti fenomeni che parevano essersi accaniti contro di lui e gli altri
che soffrivano dello stesso male. Gli bastava pensare ad una persona, e, come
se l’avesse evocata, questa gli venne incontro. Se improvvisamente chiedeva
della salute di un conoscente da molto tempo dimenticato, veniva a sapere che
questi era morto proprio allora, così da lasciargli pensare d’aver ricevuto un
messaggio telepatico. Se inveiva con un’imprecazione neppure concepita contro
un estraneo, poteva aspettarsi che questi moriva dopo poco. Egli stesso,
durante la terapia poté chiarirmi in che modo era sorta l’apparenza
ingannatrice e come avesse contribuito egli stesso a rinvigorire le sue
superstizioni. Tutti i malati ossessivi sono superstizioni [tutti i
superstiziosi sono malati ossessivi, sia pur in diverso grado: nota Claudio
Simeoni] e in genere contro la loro stessa convinzione.
Nella
nevrosi ossessiva ci appare chiarissimo il perpetuarsi dell’onnipotenza dei
pensieri; qui i risultati di questo primitivo modo di pensare sono assai
prossimi alla coscienza. Ma dobbiamo evitare di riconoscere in ciò una
caratteristica particolare a questa nevrosi, in quanto l’indagine
psicoanalitica la rivela in tutte le altre nevrosi. In tutte le nevrosi non è
determinante, nella formazione dei sintomi, la realtà dei fatti, ma quella del
pensiero. I nevrotici vivono in un particolare mondo, in cui, come ho già
detto, ha corso solo la “valuta nevrotica”; per loro, solo ciò che è pensato
intensamente, rappresentato con passione, ha un effetto, e ha scarsa importanza
la concordanza con la realtà esteriore. Durante i suoi attacchi, l’isterico
produce e fissa per mezzo di sintomi avvenimenti che si sono verificati solo
nella sua fantasia; benché sia vero che, in definitiva, essi si collegano a
fatti reali o su questi furono edificati. Nello stesso modo, male si
comprenderebbero i rimorsi dei nevrotici se li si volesse ricollegare a
effettivi reati. Un nevrotico ossessivo può essere tormentato da un senso di
colpa appena giustificato in un omicida; mentre egli, fin dalla propria
infanzia, si è comportato nei riguardi del suo prossimo nel modo più riguardoso
e scrupoloso. Eppure il suo rimorso è giustificato; esso si fonda sugli intensi
e frequenti desideri di morte che inconsciamente si agitano in lui contro il
suo prossimo. Esso è giustificato se vengono considerati i pensieri inconsci e
non i fatti reali. L’onnipotenza dei pensieri, la sopravvalutazione dei
processi psichici nei confronti della realtà, mostrano così una limitata
partecipazione alla vita affettiva del nevrotico e a tutto ciò che ne deriva.”
Tratto da Totem e Tabù di Sigmund Freud
L’ossessione del dio padrone che entra nelle cose umane.
L’ossessione di essere il dio padrone che agisce sulle cose umane!
E l’ossessione viene chiamata da Ratzinger: fede!
La fede ossessiva che deve essere imposta all’uomo al fine di
far prigioniera la ragione attraverso i sensi di colpa imposti al suo profondo
psichico.
La fede è l’ossessione che, imposta alla ragione, la
imprigiona nella gabbia della superstizione. Dell’oscurantismo.
Quell’oscurantismo che la Rivoluzione Francese rimosse nelle società degli
Esseri Umani e la Psicanalisi individuò nel profondo psichico dell’uomo che il cristianesimo
violentava per imporre la dipendenza ossessiva.
La patologia imposta dai cristiani mediante la violenza
esercitata col monopolio dell’educazione costruisce nell’individuo quella
sindrome da onnipotenza che negando le dinamiche dei fatti e della realtà si
ripiega sul pensiero ossessivo che viene riproposto come oggettività sociale.
E’ in questa ossessione di onnipotenza che rivela, di fatto,
l’impotenza di Ratzinger e dei cristiani di affrontare coerentemente la propria
quotidianità. Così, nel suo delirio di onnipotenza Ratzinger immagina un dio
creatore e padrone dell’universo che: “Egli
stesso ci viene incontro e ci parla”. Ma è solo manifestazione delirante!
Povero mondo: quanti dolori ancora ti procureranno i
cristiani e il loro bisogno di imporre ossessione ai bambini indifesi!
Marghera, 01 Marzo 2008
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
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Apprendista Stregone
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Scrive Ratzinger nel ventitreesimo
paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi:
23. Per
quanto riguarda i due grandi temi « ragione » e « libertà », qui possono essere
solo
accennate
quelle domande che sono con essi collegate. Sì, la ragione è il grande dono di
Dio
all'uomo, e
la vittoria della ragione sull'irrazionalità è anche uno scopo della fede
cristiana. Ma
quand'è che
la ragione domina veramente? Quando si è staccata da Dio? Quando è diventata
cieca
per Dio? La
ragione del potere e del fare è già la ragione intera? Se il progresso per essere
progresso
ha bisogno
della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare
deve altrettanto
urgentemente
essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della
fede, al
discernimento
tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana. Diventa umana
solo
se è in grado
di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre
se stessa. In
caso
contrario la situazione dell'uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e
mancanza di giudizio
del cuore,
diventa una minaccia per lui e per il creato. Così in tema di libertà, bisogna
ricordare che
la libertà
umana richiede sempre un concorso di varie libertà. Questo concorso, tuttavia,
non può
riuscire, se
non è determinato da un comune intrinseco criterio di misura, che è fondamento
e meta
della nostra
libertà. Diciamolo ora in modo molto semplice: l'uomo ha bisogno di Dio,
altrimenti
resta privo
di speranza. Visti gli sviluppi dell'età moderna, l'affermazione di san Paolo
citata
all'inizio
(cfr Ef 2,12) si rivela molto realistica e semplicemente vera. Non vi è
dubbio, pertanto, che
un « regno di
Dio » realizzato senza Dio – un regno quindi dell'uomo solo – si risolve
inevitabilmente
nella « fine perversa » di tutte le cose descritta da Kant: l'abbiamo visto e
lo
vediamo
sempre di nuovo. Ma non vi è neppure dubbio che Dio entra veramente nelle cose
umane
solo se non è
soltanto da noi pensato, ma se Egli stesso ci viene incontro e ci parla. Per
questo la
ragione ha
bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede
hanno
bisogno l'una
dell'altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione.
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!