Messianesimo e millenarismo

 

Il cristianesimo, dall’angoscia individuale

 

all’angoscia sociale!”

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al quattordicesimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Nel commento al quattordicesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi di Ratzinger incontriamo non solo gli ideali cristiani fondati sulla distruzione delle società civili, ma troviamo anche le aspettative dei comunisti negli ultimi due secoli come aspettative di liberazione dall’orrore sociale che il cristianesimo ha costruito nella società degli uomini. Comunismo e cristianesimo sono caratterizzati dal comunicare con il desiderio di cambiare il presente delle persone, anche se questo cambiamento è descritto in maniera diversa. Entrambi mirano ad un’utopia verso la quale gli uomini tendono, la città di dio per i cristiani, il luminoso avvenire per i comunisti. Entrambi sono espressi come ideali attraverso i quali uscire dalle condizioni di miseria e di angoscia che gli uomini vivono nella loro quotidianità.

La sola differenza che esiste fra cristianesimo e comunismo (degli ultimi due secoli) è che mentre il cristianesimo è il costruttore dell’angoscia e della miseria sociale (per la maggior gloria del proprio dio) e in questa miseria sociale impone la speranza nella città di dio,  il comunismo nega che chi ha costruito la miseria e l’angoscia sia portatore di speranza di liberazione dalle condizioni attuali.

 

Dice Ratzinger:

 

“Rispetto a ciò, de Lubac, sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità, ha potuto mostrare che la salvezza è stata sempre considerata come una realtà comunitaria. La stessa Lettera agli Ebrei parla di una « città » (cfr 11,10.16; 12,22; 13,14) e quindi di una salvezza comunitaria.”

 

Che salvarsi dalla fine del mondo fosse l’intento dei cristiani, nessuno lo mette in discussione. Ciò che si censura non sono tanto le paure psicologiche dei cristiani, ma la violenza con la quale i cristiani seminano le paure nella società civile secondo il principio: “Muoia Sansone con tutti i Filistei!”. I cristiani sono terrorizzati per la fine del mondo. Questo terrore nasce dalle loro angosce nel non poter affrontare la vita. Il non poter affrontare la vita con dignità, passione e partecipazione, genera nel cristiano il terrore per aver dissipato la sua occasione di eternità. Genera l’angoscia per quella fine del mondo che il suo profeta, il Gesù di Nazareth, profetizza di lì a poco con la sua venuta con grande potenza sulle nubi.

I passi citati da Ratzinger, testualmente, dicono così:

 

“Perché egli aspettava quella città ben fondata, della quale dio è architetto e costruttore.” Ebrei 11, 10

“Ma essi anelavano ad una patria migliore, la celeste. Perciò dio stesso non si vergogna di chiamarsi loro dio, perché aveva preparato per essi una città”. Ebrei 11, 16

“Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del dio vivente, alla Gerusalemme celeste, alle miriade degli angeli...” Ebrei 12, 22

“Infatti non abbiamo quaggiù una dimora definitiva, ma siamo in cerca di quella futura.” Ebrei 13, 14

 

“Quindi” dice Ratzinger “una salvezza comunitaria!”

Ma per avere una salvezza comunitaria è necessario diffondere una disperazione comunitaria e controllare l’angoscia sociale al fine di costringere gli uomini a fissare la loro attenzione solo su quell’immaginaria salvezza costringendoli nell’angoscia in ogni momento della vita quotidiana. Infatti il cristianesimo è controllo militare della moralità personale.

 

Il cristiano è alla disperata ricerca del suo dio. Un dio che da un lato non mantiene la promessa e li costringe a vivere nell’angoscia e, dall’altro lato, il cristiano attenua quell’angoscia diffondendola in tutta la società civile. Diffonde l’angoscia affermando che tanto: “Ma essi anelavano ad una patria migliore, la celeste. Perciò dio stesso non si vergogna di chiamarsi loro dio, perché aveva preparato per essi una città”. L’ha preparata il loro dio. E dunque, che serve affrontare con coerenza e con passione le condizioni della vita quotidiana? Tutti coloro che affrontano con coerenza e con passione la vita quotidiana devono essere perseguitati perché, sicuramente, vogliono vantarsi davanti a dio. Ma il dio dei cristiani vuole la miseria, l’umiliazione nei suoi seguaci, perché loro non devono modificare la realtà della loro vita, ma devono sottomettersi all’orrore della verità che il loro dio ha rivelato. E allora, ecco la chiesa umiliare i superbi, come Giordano Bruno o Galileo Galilei: essi volevano vantarsi davanti al suo dio padrone dimostrando come le “scritture” del dio padrone contenevano tante sciocchezze. Ma alla chiesa cattolica non interessano le sciocchezze che contengono le sue scritture. Il senso della chiesa cattolica è umiliare le persone, costringerle a vivere nell’angoscia per poter gestire le loro paure inducendoli a credere che il loro dio ha preparato una città per loro, un paradiso a cui stanno giungendo, ma che quella città paradisiaca costruita dal suo dio è oltre le loro attese, sempre oltre, “Perché egli aspettava quella città ben fondata, della quale dio è architetto e costruttore”. Finché la morte del corpo fisico non arriva e distrugge quella speranza sciogliendo il disperato nel nulla in cui la speranza lo ha condotto.

La disperazione si materializza, “Infatti non abbiamo quaggiù una dimora definitiva, ma siamo in cerca di quella futura.” In una continua attesa di un futuro che non si presenta.

 

Scrive Marc Augé nel suo “Genio del Paganesimo” individuando il meccanismo della promessa di salvezza nella Lettera agli Ebrei:

 

“L’iscrizione sulla terra dei segni della salvezza costituisce il secondo parametro della visione profetica, e quest’ultima è difficilmente separabile dal terzo parametro, quello rappresentato dall’iscrizione della scadenza del tempo vissuto dagli individui. Due dimensioni complementari della promessa profetica: l’immanenza e l’imminenza. La promessa escatologica deve avere una scadenza concreta e misurabile. Il profetismo predice su tempi brevi e non parla che della vita terrena; i segni che lo circondano o che esso diffonde sono essi stessi altrettante prove del carattere letteralmente tangibile del suo messaggio: il profeta cura i mali del corpo come se essi non fossero per loro essenza diversi dai mali dello spirito. Il profeta è lui stesso segno, segno tra i segni che si iscrivono sulla terra e che egli insegna a leggere agli altri. Egli annuncia meno di quanto già non realizzi e testimoni: la sua parola è già di per sé un segno.

Norman Cohn mette bene in risalto come i libri profetici dell’Antico Testamento evochino, in seguito al giorno di collera di Yahweh e al giudizio finale nei confronti dei miscredenti e dei nemici di Israele, la rinascita di un mondo pieno di realtà i cui splendori sensibili, lungi dall’essere cancellati o spiritualmente trascesi, saranno esaltati e moltiplicati. L’avvenire come un ricordo d’infanzia o di poeta: una vita più bella e un sole più caldo di oggi. La nuova Gerusalemme sarà la ricostruzione di quella Antica. Il mondo fisico sarà, sull’immagine di quello morale, più puro: la luna avrà lo splendore del sole e lo splendore del sole sarà sette volte più intenso. La promessa della profezia è un mondo ancora più concreto, più reale, più ricco:

 

“Ci sarà abbondanza d’acqua e foraggio per le greggi e mandrie, abbondanza di grano, vino, pesce e frutta per gli uomini; uomini, greggi e mandrie si moltiplicheranno in misura straordinaria. Liberati dal male e dal dolore di ogni sorta, alieni dall’iniquità e osservanti alla legge di Jahveh ora scritta nei loro cuori, gli appartenenti al popolo eletto vivranno sereni e felici. (trad. it. P.23)”

 

Quanto ai testi apocalittici diffusi fra la massa della popolazione, essi composero uno scenario destinato ad avere un lungo avvenire, il quale annunciava da un lato un aumento, nell’immediato, dei mali del tempo (nel caso specifico sotto la forma del dominio e della dittatura stranieri), e dall’altro la venuta imminente di un messia vendicatore che avrebbe instaurato un regno universale dal quale sarebbero stati banditi il dolore, la malattia, la sofferenza e la fame. Questo schema era abbastanza pregnante da durare fino al II secolo d.c., fino al momento della scomparsa di Israele come nazione: sembra che gli ebrei si siano gettati nel 70 d.c. in una guerra senza speranza contro i romani perché attendevano da un momento all’altro l’arrivo del Messia.

Nel corso del medioevo la tradizione apocalittica presenta aspetti assai compatibili. Il tema del Millennio, del nuovo regno terreno del cristo durerà mille anni, mostra bene che i fedeli dei movimenti messianici riponevano le loro speranze innanzi tutto in un miglioramento della vita terrena. I temi complementari dell’anticristo e del rex justus o dell’Imperatore degli Ultimi Giorni (o Nuova Età dell’Oro) si situavano ugualmente nella prospettiva di un prossimo avvenire – al punto da presentarsi a un’utilizzazione politica. Si attivava così un meccanismo, di cui è facile e al tempo stesso notevole constatare come esso abbia il suo equivalente diretto nell’Africa del Novecento, che potrebbe essere definito come revivescenza della speranza. I segni annunciatori dei tempi nuovi che un periodo di infelicità deve inaugurare, sono proprio quelli che, in altri tempi, venivano considerati come segni nefasti: guerra, siccità, carestia, o ancora “un’accresciuta peccaminosità generale” (ibd., p. 44).

In secondo luogo, allorché muoiono o il signore tirannico, assimilato all’anticristo, o il rex justus troppo rapidamente assimilato all’imperatore dell’Età dell’Oro, questi si vedono ricondotti al rango di precursori e, come nota Cohn, l’attesa riprende “più forte di prima”. Infine, per i gruppi salvazionisti cui diedero vita nell’Europa settentrionale del medioevo gli esclusi dalle campagne e dalle attività artigianali, la vita quotidiana costituiva di per sé una specie di segno e di promessa: i loro capi, essi credevano, possedevano poteri taumaturgici più che umani.

Se volgiamo lo sguardo all’Africa nel periodo iniziale della colonizzazione europea, constatiamo che movimenti apparentemente analoghi a quelli descritti da Norman Cohn sono comparsi lì abbastanza rapidamente. Sotto una forma o sotto un’altra, movimenti di questo tipo hanno continuato a vedere la luce fino ad oggi. Alcuni di essi testimoniano una certa fedeltà intellettuale al fondatore scomparso, che essi continuano a rivendicare; altri sorgono senza rivendicare una discendenza locale ben definita; tutti sono più o meno segnati dagli insegnamenti o dal linguaggio della Bibbia. E’ noto che l’Africa non detiene il monopolio di questo genere di movimenti (ne sono una testimonianza sufficiente le opere di Worsley per la Melanesia e quelle di Muhlmann e di Lanternari, le quali prendono in considerazione non soltanto l’Africa, ma l’America, la Nuova Guinea, la Polinesia, l’India e l’Indonesia), in essa però, sono presenti in maniera esemplare.

Quresta esemplarità deriva soprattutto dall’atteggiamento dei profeti i quali assegnano alle loro promesse una scadenza imminente e assai concreta. Se essi prendono a prestito i loro atteggiamenti dalla Bibbia (o da ciò che essi hanno ritenuto del suo insegnamento presso i missionari, quando non sanno leggere) pretendono anche che il tempo della Bibbia ricominci, questa volta, per i neri: credono all’imminenza di questo rinnovamento e attribuiscono ad esso caratteri assai materiali.”

 

Tratto da “Il Genio del Paganesimo” di Marc Augé ed. Bollate Boringhieri pag. 277-279

 

Si tratta di socializzare la disperazione e privatizzare i guadagni!

Lo stesso meccanismo con cui si danneggia economicamente la società civile, si usa per danneggiarla emotivamente. Dove il fallimento emotivo che genera la patologia psichiatrica dell’angoscia viene esteso all’intero tessuto sociale per reggere la speranza generata dalla disperazione.

Così i movimenti millenaristici, profetici, messianici, hanno il loro rinnovamento in Ratzinger che rende reale la “città di dio” e, al di là di dove pone la “città di dio”, ha sempre la funzione di generare l’illusione della speranza mentre costruisce una realtà di disperazione nel presente quotidiano degli uomini.

 

Dice Ratzinger riprendendo il tema del messianesimo e del millenarismo:

 

“Babele, il luogo della confusione delle lingue e della separazione, si rivela come espressione di ciò che in radice è il peccato. E così la « redenzione » appare proprio come il ristabilimento dell'unità, in cui ci ritroviamo di nuovo insieme in un'unione che si delinea nella comunità mondiale dei credenti. Non è necessario che ci occupiamo qui di tutti i testi, in cui appare il carattere comunitario della speranza. Rimaniamo con la Lettera a Proba in cui Agostino tenta di illustrare un po' questa sconosciuta conosciuta realtà di cui siamo alla ricerca.”

 

Ratzinger non fa altro che ricollocare, nella Babele e nella “confusione delle lingue come confusione di ciò che in radice è il peccato” quello che Augé descrive come il momento fondante dell’attesa messianica:

 

“I segni annunciatori dei tempi nuovi che un periodo di infelicità deve inaugurare, sono proprio quelli che, in altri tempi, venivano considerati come segni nefasti: guerra, siccità, carestia, o ancora “un’accresciuta peccaminosità generale” (ibd., p. 44).”

 

Dal momento che Ratzinger, almeno per i paesi occidentali, non può evocare un sistema di disperazione sociale nel quale creare angoscia, pesca da un panorama illusorio (la presenza del peccato) una “confusione babelica” nella quale la “redenzione” ricostruirebbe una sorta di agognata unità!

 

Il delirio messianico viene riprodotto dal delirio ratzingeriano come manifestazione del suo bisogno di dominio sociale. Un bisogno di dominio sociale che vede nel delirio di onnipotenza la sua radice. Tutto è riconducibile ad una patologia psichiatrica individuale che viene oggettivata ed estesa sull’intera società e riconosciuta, proprio come patologia psichiatrica, dalle norme sociali (Costituzioni Occidentali) che separano il lecito, la norma di uguaglianza Costituzionale, dall’illecito, le pretese di dominio e la libertà di violare le norme Costituzionali per imporre il dominio. Un dominio che si concretizza con quella “comunità mondiale dei credenti” che aggredendo le società civili, non solo fino ad oggi ha distrutto migliaia di comunità distruggendone le condizioni di vita (valgano come esempio i 200milioni di individui venduti come schiavi dai cristiani), ma che continua, sorretta da una esaltazione mistica delirane, ad aggredire le società civili e le Costituzioni occidentali nel tentativo di imporre l’assolutismo, quella verità messianica della speranza, che può essere imposta soltanto attraverso la distruzione delle condizioni di vita degli uomini nel quotidiano.

La “comunità dei credenti”, in quest’ottica, diventa una vera e propria organizzazione di destabilizzazione sociale ponendosi al di fuori delle comunità nazionali e al di fuori delle norme sociali che le comunità nazionali esprimono. Come ai tempi di Paolo di Tarso i cristiani erano “morti alla legge”, cioè estranei alla legge e alla società civile, così Ratzinger sta riprendendo questo tema del cristianesimo per rivendicare la sua libertà a delinquere in una società che, venendo meno al patto sociale dovrebbe, secondo Ratzinger, permettere ai cristiani di violare le leggi in funzione dell’imposizione della loro VERITA’.

In quest’ottica suona come una minaccia alla società civile il passo citato da Ratzinger:

 

“Infatti non abbiamo quaggiù una dimora definitiva, ma siamo in cerca di quella futura.” Ebrei 13, 14

 

Che non è una riflessione rivolta all’interno dei cristiani, ma è un’imposizione violenta agli Esseri Umani affinché vivano nella precarietà, nell’ansia e nell’angoscia sotto il dominio della verità manifestata da Ratzinger che impedisce loro di aprirsi al futuro.

 

Dice Ratzinger:

 

“Lo spunto da cui parte è semplicemente l'espressione « vita beata [felice] ». Poi cita il Salmo 144 [143],15: «Beato il popolo il cui Dio è il Signore ». E continua: « Per poter appartenere a questo popolo e giungere [...] alla vita perenne con Dio, “il fine del precetto è l'amore che viene da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera” (1 Tim 1,5) ».11 Questa vita vera, verso la quale sempre cerchiamo di protenderci, è legata all'essere nell'unione esistenziale con un « popolo » e può realizzarsi per ogni singolo solo all'interno di questo « noi ». Essa presuppone, appunto, l'esodo dalla prigionia del proprio « io », perché solo nell'apertura di questo soggetto universale si apre anche lo sguardo sulla fonte della gioia, sull'amore stesso – su Dio.”

 

E nel dirlo non fa altro che riaffermare le condizioni descritte da Marc Augé in quella riaffermazione del messianesimo che è il reale fondamento del cristianesimo.

La vita beata, il diritto all’ozio, che il cristianesimo ha trasformato da ideale dell’Antica Roma a peccato capitale da perseguire e ora ritorna come anelito del disperato. Se le persone non hanno un cuore puro, una coscienza buona e una fede sincera, COME POSSONO ESSERE RIDOTTE A BESTIAME? Se sono attente a ciò che danneggia la loro vita, se sono attente a costruire il loro futuro, se sospendono il giudizio nei confronti di un’illusione patologica che rischia di piantarsi come un coltello nelle loro emozioni, COME POSONO ESSERE RIDOTTE A BESTIAME?

Costruisci la miseria negli uomini, costruisci l’impossibilità e l’incapacità degli uomini ad uscire da quella miseria e allora: “Questa vita vera, verso la quale sempre cerchiamo di protenderci, è legata all'essere nell'unione esistenziale con un « popolo » e può realizzarsi per ogni singolo solo all'interno di questo « noi ».”

E la miseria ha vinto sull’uomo perché si è fissata nell’ideale della disperazione e diffusa in tutta la società che è ferma in ogni prospettiva futura perché è bloccata nella speranza di:

 

“Ma essi anelavano ad una patria migliore, la celeste. Perciò dio stesso non si vergogna di chiamarsi loro dio, perché aveva preparato per essi una città”. Ebrei 11, 16

 

E’ l’inganno del messianesimo, della fine dei tempi che per gli uomini ingannati è la fine delle loro tribolazioni. Un inganno che Ratzinger rinnova per rinnovare il suo dominio sulla società degli Esseri Umani. Uomini che si trovano ingannati, derubati, offesi, nelle loro aspettative e così Ratzinger può: “Essa presuppone, appunto, l'esodo dalla prigionia del proprio « io », perché solo nell'apertura di questo soggetto universale si apre anche lo sguardo sulla fonte della gioia, sull'amore stesso – su Dio.”

Imporre quel desiderio di fuggire dal proprio io offeso che può essere superato solo combattendo il messianesimo di Ratzinger e riscattando il diritto dell’uomo di fondare il proprio futuro usando la propria volontà per liberarsi dall’ossessione e dall’angoscia che Ratzinger impone. La prigione dell’io è quello stato psichico che invoca aiuto. Tenere le persone nello stato psichico di richiesta di aiuto è proprio dell’attività di Ratzinger che finisce per estendere questa condizione all’intera società civile trasformandola in un immenso campo di sterminio. In queste condizioni l’uomo supplica qualsiasi cosa, supplica anche la speranza nel bisogno dell’intervento del dio padrone di Ratzinger:

 

“Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del dio vivente, alla Gerusalemme celeste, alle miriade degli angeli...” Ebrei 12, 22

 

Così la Gerusalemme celeste diventa un campo di sterminio. Un campo di sterminio altrettanto feroce, ma dominato da un guardiano buono che attenui, secondo le farneticazioni di Ratzinger, le angosce e le paure che, il campo di sterminio costruito da Ratzinger nella quotidianità degli Esseri Umani, costruisce, conserva e preserva.

Marghera, 15 gennaio 2008

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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14. Rispetto a ciò, de Lubac, sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità, ha potuto

mostrare che la salvezza è stata sempre considerata come una realtà comunitaria. La stessa Lettera

agli Ebrei parla di una « città » (cfr 11,10.16; 12,22; 13,14) e quindi di una salvezza comunitaria.

Coerentemente, il peccato viene compreso dai Padri come distruzione dell'unità del genere umano,

come frazionamento e divisione. Babele, il luogo della confusione delle lingue e della separazione,

si rivela come espressione di ciò che in radice è il peccato. E così la « redenzione » appare proprio

come il ristabilimento dell'unità, in cui ci ritroviamo di nuovo insieme in un'unione che si delinea

nella comunità mondiale dei credenti. Non è necessario che ci occupiamo qui di tutti i testi, in cui

appare il carattere comunitario della speranza. Rimaniamo con la Lettera a Proba in cui Agostino

tenta di illustrare un po' questa sconosciuta conosciuta realtà di cui siamo alla ricerca. Lo spunto da

cui parte è semplicemente l'espressione « vita beata [felice] ». Poi cita il Salmo 144 [143],15: «

Beato il popolo il cui Dio è il Signore ». E continua: « Per poter appartenere a questo popolo e

giungere [...] alla vita perenne con Dio, “il fine del precetto è l'amore che viene da un cuore puro, da

una coscienza buona e da una fede sincera” (1 Tim 1,5) ».11 Questa vita vera, verso la quale sempre

cerchiamo di protenderci, è legata all'essere nell'unione esistenziale con un « popolo » e può

realizzarsi per ogni singolo solo all'interno di questo « noi ». Essa presuppone, appunto, l'esodo

dalla prigionia del proprio « io », perché solo nell'apertura di questo soggetto universale si apre

anche lo sguardo sulla fonte della gioia, sull'amore stesso – su Dio.

 

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