“Messianesimo e
millenarismo
Il cristianesimo, dall’angoscia individuale
all’angoscia sociale!”
L'enciclica Spe Salvi di Ratzinger
Commento
al quattordicesimo paragrafo
Nel commento al quattordicesimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi di Ratzinger
incontriamo non solo gli ideali cristiani fondati sulla distruzione delle società
civili, ma troviamo anche le aspettative dei comunisti negli ultimi due secoli
come aspettative di liberazione dall’orrore sociale che il cristianesimo ha
costruito nella società degli uomini. Comunismo e cristianesimo sono
caratterizzati dal comunicare con il desiderio di cambiare il presente delle
persone, anche se questo cambiamento è descritto in maniera diversa. Entrambi
mirano ad un’utopia verso la quale gli uomini tendono, la città di dio per i
cristiani, il luminoso avvenire per i comunisti. Entrambi sono espressi come
ideali attraverso i quali uscire dalle condizioni di miseria e di angoscia che
gli uomini vivono nella loro quotidianità.
La sola differenza che esiste fra cristianesimo e comunismo
(degli ultimi due secoli) è che mentre il cristianesimo è il costruttore
dell’angoscia e della miseria sociale (per la maggior gloria del proprio dio) e
in questa miseria sociale impone la speranza nella città di dio, il comunismo nega che chi ha costruito la
miseria e l’angoscia sia portatore di speranza di liberazione dalle condizioni
attuali.
Dice Ratzinger:
“Rispetto a ciò, de Lubac, sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua
vastità, ha potuto mostrare che la salvezza è stata sempre considerata come una
realtà comunitaria. La stessa Lettera agli Ebrei parla di una « città »
(cfr 11,10.16; 12,22; 13,14) e quindi di una salvezza
comunitaria.”
Che salvarsi dalla fine del mondo fosse l’intento dei
cristiani, nessuno lo mette in discussione. Ciò che si censura non sono tanto
le paure psicologiche dei cristiani, ma la violenza con la quale i cristiani
seminano le paure nella società civile secondo il principio: “Muoia Sansone con
tutti i Filistei!”. I cristiani sono terrorizzati per la fine del mondo. Questo
terrore nasce dalle loro angosce nel non poter affrontare la vita. Il non poter
affrontare la vita con dignità, passione e partecipazione, genera nel cristiano
il terrore per aver dissipato la sua occasione di eternità. Genera l’angoscia
per quella fine del mondo che il suo profeta, il Gesù
di Nazareth, profetizza di lì a poco con la sua venuta con grande potenza sulle
nubi.
I passi citati da Ratzinger,
testualmente, dicono così:
“Perché egli aspettava quella città ben fondata,
della quale dio è architetto e costruttore.” Ebrei 11, 10
“Ma essi anelavano ad una patria migliore, la
celeste. Perciò dio stesso non si vergogna di chiamarsi loro dio, perché aveva
preparato per essi una città”. Ebrei 11, 16
“Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla
città del dio vivente, alla Gerusalemme celeste, alle miriade degli angeli...”
Ebrei 12, 22
“Infatti non abbiamo quaggiù una dimora definitiva,
ma siamo in cerca di quella futura.” Ebrei 13, 14
“Quindi” dice Ratzinger “una
salvezza comunitaria!”
Ma per avere una salvezza comunitaria è necessario diffondere
una disperazione comunitaria e controllare l’angoscia sociale al fine di
costringere gli uomini a fissare la loro attenzione solo su quell’immaginaria
salvezza costringendoli nell’angoscia in ogni momento della vita quotidiana. Infatti
il cristianesimo è controllo militare della moralità personale.
Il cristiano è alla disperata ricerca del suo dio. Un dio che
da un lato non mantiene la promessa e li costringe a vivere nell’angoscia e,
dall’altro lato, il cristiano attenua quell’angoscia
diffondendola in tutta la società civile. Diffonde l’angoscia affermando che
tanto: “Ma essi anelavano ad una patria migliore, la
celeste. Perciò dio stesso non si vergogna di chiamarsi loro dio, perché aveva
preparato per essi una città”. L’ha preparata il loro dio. E dunque, che
serve affrontare con coerenza e con passione le condizioni della vita
quotidiana? Tutti coloro che affrontano con coerenza e con passione la vita quotidiana
devono essere perseguitati perché, sicuramente, vogliono vantarsi davanti a
dio. Ma il dio dei cristiani vuole la miseria, l’umiliazione nei suoi seguaci,
perché loro non devono modificare la realtà della loro vita, ma devono
sottomettersi all’orrore della verità che il loro dio ha rivelato. E allora,
ecco la chiesa umiliare i superbi, come Giordano Bruno o Galileo Galilei: essi volevano vantarsi davanti al suo dio padrone
dimostrando come le “scritture” del dio padrone contenevano tante sciocchezze.
Ma alla chiesa cattolica non interessano le sciocchezze che contengono le sue
scritture. Il senso della chiesa cattolica è umiliare le persone, costringerle
a vivere nell’angoscia per poter gestire le loro paure inducendoli a credere
che il loro dio ha preparato una città per loro, un paradiso a cui stanno
giungendo, ma che quella città paradisiaca costruita dal suo dio è oltre le
loro attese, sempre oltre, “Perché egli aspettava
quella città ben fondata, della quale dio è architetto e costruttore”.
Finché la morte del corpo fisico non arriva e distrugge quella speranza
sciogliendo il disperato nel nulla in cui la speranza lo ha condotto.
La disperazione si materializza, “Infatti
non abbiamo quaggiù una dimora definitiva, ma siamo in cerca di quella futura.”
In una continua attesa di un futuro che non si presenta.
Scrive Marc Augé
nel suo “Genio del Paganesimo” individuando il meccanismo della promessa di
salvezza nella Lettera agli Ebrei:
“L’iscrizione sulla terra dei segni della salvezza
costituisce il secondo parametro della visione profetica, e quest’ultima
è difficilmente separabile dal terzo parametro, quello rappresentato
dall’iscrizione della scadenza del tempo vissuto dagli individui. Due
dimensioni complementari della promessa profetica: l’immanenza e l’imminenza.
La promessa escatologica deve avere una scadenza concreta e misurabile. Il profetismo predice su tempi brevi e non parla che della
vita terrena; i segni che lo circondano o che esso diffonde sono essi stessi
altrettante prove del carattere letteralmente tangibile del suo messaggio: il
profeta cura i mali del corpo come se essi non fossero per loro essenza diversi
dai mali dello spirito. Il profeta è lui stesso segno, segno tra i segni che si
iscrivono sulla terra e che egli insegna a leggere agli altri. Egli annuncia
meno di quanto già non realizzi e testimoni: la sua parola è già di per sé un
segno.
Norman Cohn
mette bene in risalto come i libri profetici dell’Antico Testamento evochino,
in seguito al giorno di collera di Yahweh e al giudizio
finale nei confronti dei miscredenti e dei nemici di Israele, la rinascita di
un mondo pieno di realtà i cui splendori sensibili, lungi dall’essere
cancellati o spiritualmente trascesi, saranno esaltati e moltiplicati.
L’avvenire come un ricordo d’infanzia o di poeta: una vita più bella e un sole
più caldo di oggi. La nuova Gerusalemme sarà la ricostruzione di quella Antica.
Il mondo fisico sarà, sull’immagine di quello morale, più puro: la luna avrà lo
splendore del sole e lo splendore del sole sarà sette volte più intenso. La
promessa della profezia è un mondo ancora più concreto, più reale, più ricco:
“Ci sarà abbondanza d’acqua e foraggio per le
greggi e mandrie, abbondanza di grano, vino, pesce e frutta per gli uomini;
uomini, greggi e mandrie si moltiplicheranno in misura straordinaria. Liberati
dal male e dal dolore di ogni sorta, alieni dall’iniquità e osservanti alla
legge di Jahveh ora scritta nei loro cuori, gli
appartenenti al popolo eletto vivranno sereni e felici. (trad. it. P.23)”
Quanto ai testi apocalittici diffusi fra la massa
della popolazione, essi composero uno scenario destinato ad avere un lungo
avvenire, il quale annunciava da un lato un aumento, nell’immediato, dei mali
del tempo (nel caso specifico sotto la forma del dominio e della dittatura
stranieri), e dall’altro la venuta imminente di un messia vendicatore che
avrebbe instaurato un regno universale dal quale sarebbero stati banditi il
dolore, la malattia, la sofferenza e la fame. Questo schema era abbastanza
pregnante da durare fino al II secolo d.c., fino al
momento della scomparsa di Israele come nazione: sembra che gli ebrei si siano
gettati nel 70 d.c. in una guerra senza speranza contro i romani perché
attendevano da un momento all’altro l’arrivo del Messia.
Nel corso del medioevo la tradizione apocalittica
presenta aspetti assai compatibili. Il tema del Millennio, del nuovo regno
terreno del cristo durerà mille anni, mostra bene che i fedeli dei movimenti
messianici riponevano le loro speranze innanzi tutto in un miglioramento della
vita terrena. I temi complementari dell’anticristo e del rex justus o dell’Imperatore degli Ultimi
Giorni (o Nuova Età dell’Oro) si situavano ugualmente nella prospettiva di un
prossimo avvenire – al punto da presentarsi a un’utilizzazione politica. Si
attivava così un meccanismo, di cui è facile e al tempo stesso notevole
constatare come esso abbia il suo equivalente diretto nell’Africa del
Novecento, che potrebbe essere definito come revivescenza
della speranza. I segni annunciatori dei tempi nuovi che un periodo di
infelicità deve inaugurare, sono proprio quelli che, in altri tempi, venivano
considerati come segni nefasti: guerra, siccità, carestia, o ancora
“un’accresciuta peccaminosità generale” (ibd., p.
44).
In secondo luogo, allorché muoiono o il signore
tirannico, assimilato all’anticristo, o il rex justus troppo rapidamente assimilato all’imperatore
dell’Età dell’Oro, questi si vedono ricondotti al rango di precursori e, come
nota Cohn, l’attesa riprende “più forte di prima”.
Infine, per i gruppi salvazionisti cui diedero vita
nell’Europa settentrionale del medioevo gli esclusi dalle campagne e dalle
attività artigianali, la vita quotidiana costituiva di per sé una specie di
segno e di promessa: i loro capi, essi credevano, possedevano poteri
taumaturgici più che umani.
Se volgiamo lo sguardo all’Africa nel periodo
iniziale della colonizzazione europea, constatiamo che movimenti apparentemente
analoghi a quelli descritti da Norman Cohn sono comparsi lì abbastanza rapidamente. Sotto una forma
o sotto un’altra, movimenti di questo tipo hanno continuato a vedere la luce
fino ad oggi. Alcuni di essi testimoniano una certa fedeltà intellettuale al
fondatore scomparso, che essi continuano a rivendicare; altri sorgono senza
rivendicare una discendenza locale ben definita; tutti sono più o meno segnati
dagli insegnamenti o dal linguaggio della Bibbia. E’ noto che l’Africa non
detiene il monopolio di questo genere di movimenti (ne sono una testimonianza
sufficiente le opere di Worsley per la Melanesia e
quelle di Muhlmann e di Lanternari,
le quali prendono in considerazione non soltanto l’Africa, ma l’America, la
Nuova Guinea, la Polinesia, l’India e l’Indonesia), in essa però, sono presenti
in maniera esemplare.
Quresta esemplarità deriva
soprattutto dall’atteggiamento dei profeti i quali assegnano alle loro promesse
una scadenza imminente e assai concreta. Se essi prendono a prestito i loro
atteggiamenti dalla Bibbia (o da ciò che essi hanno ritenuto del suo
insegnamento presso i missionari, quando non sanno leggere) pretendono anche
che il tempo della Bibbia ricominci, questa volta, per i neri: credono
all’imminenza di questo rinnovamento e attribuiscono ad esso caratteri assai
materiali.”
Tratto da “Il Genio del Paganesimo” di Marc
Augé ed. Bollate Boringhieri
pag. 277-279
Si tratta di socializzare la disperazione e privatizzare i
guadagni!
Lo stesso meccanismo con cui si danneggia economicamente la
società civile, si usa per danneggiarla emotivamente. Dove il fallimento
emotivo che genera la patologia psichiatrica dell’angoscia viene esteso
all’intero tessuto sociale per reggere la speranza generata dalla disperazione.
Così i movimenti millenaristici,
profetici, messianici, hanno il loro rinnovamento in Ratzinger
che rende reale la “città di dio” e, al di là di dove pone la “città di dio”,
ha sempre la funzione di generare l’illusione della speranza mentre costruisce
una realtà di disperazione nel presente quotidiano degli uomini.
Dice Ratzinger riprendendo il tema
del messianesimo e del millenarismo:
“Babele, il luogo della
confusione delle lingue e della separazione, si rivela come espressione di ciò
che in radice è il peccato. E così la « redenzione » appare proprio come il
ristabilimento dell'unità, in cui ci ritroviamo di nuovo insieme in un'unione
che si delinea nella comunità mondiale dei credenti. Non è necessario che ci
occupiamo qui di tutti i testi, in cui appare il carattere comunitario della
speranza. Rimaniamo con la Lettera a Proba in cui Agostino tenta di
illustrare un po' questa sconosciuta conosciuta realtà di cui siamo alla
ricerca.”
Ratzinger non fa altro che ricollocare, nella
Babele e nella “confusione delle lingue come confusione di ciò che in radice è
il peccato” quello che Augé descrive come il momento
fondante dell’attesa messianica:
“I segni
annunciatori dei tempi nuovi che un periodo di infelicità deve inaugurare, sono
proprio quelli che, in altri tempi, venivano considerati come segni nefasti:
guerra, siccità, carestia, o ancora “un’accresciuta peccaminosità generale” (ibd., p. 44).”
Dal momento che Ratzinger, almeno
per i paesi occidentali, non può evocare un sistema di disperazione sociale nel
quale creare angoscia, pesca da un panorama illusorio (la presenza del peccato)
una “confusione babelica” nella quale la “redenzione” ricostruirebbe una sorta
di agognata unità!
Il delirio messianico viene riprodotto dal delirio ratzingeriano come manifestazione del suo bisogno di
dominio sociale. Un bisogno di dominio sociale che vede nel delirio di
onnipotenza la sua radice. Tutto è riconducibile ad una patologia psichiatrica
individuale che viene oggettivata ed estesa sull’intera società e riconosciuta,
proprio come patologia psichiatrica, dalle norme sociali (Costituzioni
Occidentali) che separano il lecito, la norma di uguaglianza Costituzionale,
dall’illecito, le pretese di dominio e la libertà di violare le norme
Costituzionali per imporre il dominio. Un dominio che si concretizza con quella
“comunità mondiale dei credenti” che aggredendo le società civili, non solo
fino ad oggi ha distrutto migliaia di comunità distruggendone le condizioni di
vita (valgano come esempio i 200milioni di individui venduti come schiavi dai
cristiani), ma che continua, sorretta da una esaltazione mistica delirane, ad
aggredire le società civili e le Costituzioni occidentali nel tentativo di
imporre l’assolutismo, quella verità messianica della speranza, che può essere
imposta soltanto attraverso la distruzione delle condizioni di vita degli
uomini nel quotidiano.
La “comunità dei credenti”, in quest’ottica,
diventa una vera e propria organizzazione di destabilizzazione sociale
ponendosi al di fuori delle comunità nazionali e al di fuori delle norme
sociali che le comunità nazionali esprimono. Come ai tempi di Paolo di Tarso i
cristiani erano “morti alla legge”, cioè estranei alla legge e alla società
civile, così Ratzinger sta riprendendo questo tema
del cristianesimo per rivendicare la sua libertà a delinquere in una società
che, venendo meno al patto sociale dovrebbe, secondo Ratzinger,
permettere ai cristiani di violare le leggi in funzione dell’imposizione della
loro VERITA’.
In quest’ottica suona come una
minaccia alla società civile il passo citato da Ratzinger:
“Infatti non abbiamo quaggiù una dimora definitiva,
ma siamo in cerca di quella futura.” Ebrei 13, 14
Che non è una riflessione rivolta all’interno dei cristiani,
ma è un’imposizione violenta agli Esseri Umani affinché vivano nella
precarietà, nell’ansia e nell’angoscia sotto il dominio della verità
manifestata da Ratzinger che impedisce loro di
aprirsi al futuro.
Dice Ratzinger:
“Lo spunto da cui parte
è semplicemente l'espressione « vita beata [felice] ». Poi cita il Salmo 144
[143],15: «Beato il popolo il cui Dio è il Signore ». E continua: « Per poter
appartenere a questo popolo e giungere [...] alla vita perenne con Dio, “il
fine del precetto è l'amore che viene da un cuore puro, da una coscienza buona
e da una fede sincera” (1 Tim 1,5) ».11 Questa
vita vera, verso la quale sempre cerchiamo di protenderci, è legata all'essere
nell'unione esistenziale con un « popolo » e può realizzarsi per ogni singolo
solo all'interno di questo « noi ». Essa presuppone, appunto, l'esodo dalla
prigionia del proprio « io », perché solo nell'apertura di questo soggetto
universale si apre anche lo sguardo sulla fonte della gioia, sull'amore stesso
– su Dio.”
E nel dirlo non fa altro che riaffermare le condizioni
descritte da Marc Augé in
quella riaffermazione del messianesimo che è il reale
fondamento del cristianesimo.
La vita beata, il diritto all’ozio, che il cristianesimo ha
trasformato da ideale dell’Antica Roma a peccato capitale da perseguire e ora
ritorna come anelito del disperato. Se le persone non hanno un cuore puro, una
coscienza buona e una fede sincera, COME POSSONO ESSERE RIDOTTE A BESTIAME? Se
sono attente a ciò che danneggia la loro vita, se sono attente a costruire il
loro futuro, se sospendono il giudizio nei confronti di un’illusione patologica
che rischia di piantarsi come un coltello nelle loro emozioni, COME POSONO
ESSERE RIDOTTE A BESTIAME?
Costruisci la miseria negli uomini, costruisci
l’impossibilità e l’incapacità degli uomini ad uscire da quella miseria e
allora: “Questa vita vera, verso la
quale sempre cerchiamo di protenderci, è legata all'essere nell'unione
esistenziale con un « popolo » e può realizzarsi per ogni singolo solo
all'interno di questo « noi ».”
E la miseria ha vinto sull’uomo perché si è fissata
nell’ideale della disperazione e diffusa in tutta la società che è ferma in
ogni prospettiva futura perché è bloccata nella speranza di:
“Ma essi anelavano ad una patria migliore, la
celeste. Perciò dio stesso non si vergogna di chiamarsi loro dio, perché aveva
preparato per essi una città”. Ebrei 11, 16
E’ l’inganno del messianesimo,
della fine dei tempi che per gli uomini ingannati è la fine delle loro
tribolazioni. Un inganno che Ratzinger rinnova per
rinnovare il suo dominio sulla società degli Esseri Umani. Uomini che si
trovano ingannati, derubati, offesi, nelle loro aspettative e così Ratzinger può: “Essa
presuppone, appunto, l'esodo dalla prigionia del proprio « io », perché solo
nell'apertura di questo soggetto universale si apre anche lo sguardo sulla
fonte della gioia, sull'amore stesso – su Dio.”
Imporre quel desiderio di fuggire dal proprio io offeso che può
essere superato solo combattendo il messianesimo di Ratzinger e riscattando il diritto dell’uomo di fondare il
proprio futuro usando la propria volontà per liberarsi dall’ossessione e
dall’angoscia che Ratzinger impone. La prigione
dell’io è quello stato psichico che invoca aiuto. Tenere le persone nello stato
psichico di richiesta di aiuto è proprio dell’attività di Ratzinger
che finisce per estendere questa condizione all’intera società civile
trasformandola in un immenso campo di sterminio. In queste condizioni l’uomo
supplica qualsiasi cosa, supplica anche la speranza nel bisogno dell’intervento
del dio padrone di Ratzinger:
“Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla
città del dio vivente, alla Gerusalemme celeste, alle miriade degli angeli...”
Ebrei 12, 22
Così la Gerusalemme celeste diventa un campo di sterminio. Un
campo di sterminio altrettanto feroce, ma dominato da un guardiano buono che
attenui, secondo le farneticazioni di Ratzinger, le
angosce e le paure che, il campo di sterminio costruito da Ratzinger
nella quotidianità degli Esseri Umani, costruisce, conserva e preserva.
Marghera, 15 gennaio 2008
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
TORNA ALL'INDICE DEI TESTI DEL SITO
14. Rispetto a ciò, de Lubac,
sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità, ha potuto
mostrare che la salvezza è stata sempre
considerata come una realtà comunitaria. La stessa Lettera
agli Ebrei parla
di una « città » (cfr 11,10.16; 12,22; 13,14) e
quindi di una salvezza comunitaria.
Coerentemente, il peccato viene compreso dai
Padri come distruzione dell'unità del genere umano,
come frazionamento e divisione. Babele, il
luogo della confusione delle lingue e della separazione,
si rivela come espressione di ciò che in
radice è il peccato. E così la « redenzione » appare proprio
come il ristabilimento dell'unità, in cui ci
ritroviamo di nuovo insieme in un'unione che si delinea
nella comunità mondiale dei credenti. Non è
necessario che ci occupiamo qui di tutti i testi, in cui
appare il carattere comunitario della
speranza. Rimaniamo con la Lettera a Proba in cui Agostino
tenta di illustrare un po' questa
sconosciuta conosciuta realtà di cui siamo alla ricerca. Lo spunto da
cui parte è semplicemente l'espressione «
vita beata [felice] ». Poi cita il Salmo 144 [143],15: «
Beato il popolo il cui Dio è il Signore ». E
continua: « Per poter appartenere a questo popolo e
giungere [...] alla vita perenne con Dio,
“il fine del precetto è l'amore che viene da un cuore puro, da
una coscienza buona e da una fede sincera” (1
Tim 1,5) ».11 Questa vita vera, verso la quale
sempre
cerchiamo di protenderci, è legata
all'essere nell'unione esistenziale con un « popolo » e può
realizzarsi per ogni singolo solo
all'interno di questo « noi ». Essa presuppone, appunto, l'esodo
dalla prigionia del proprio « io », perché
solo nell'apertura di questo soggetto universale si apre
anche lo sguardo sulla fonte della gioia,
sull'amore stesso – su Dio.
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!