“Dalla patologia psichiatrica individuale
Alla peste emozionale;
Il cristianesimo come l’eroina per le
persone!”
Spe Salvi di Ratzinger
Commento
al dodicesimo paragrafo
Nel commentare il dodicesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi si deve ritornare ad analizzare il discorso
psicologico soggettivo di Ratzinger. Questo perché,
in questo Paragrafo, tenta di oggettivarlo facendolo diventare il fondamento
del cristianesimo.
Il desiderio di eternità nella carne è un desiderio che si
sviluppa all’interno del delirio di onnipotenza. Chi vive attraverso gli
oggetti del mondo e attraverso il loro possesso possedere gli uomini
determinando e possedendo la loro esistenza, sviluppa quell’attaccamento
alla forma fisica che gli impone di pensare la morte come una vera e propria
ossessione. Non si tratta, come falsamente affermano i buddisti, di
attaccamento al desiderio. Si tratta di attaccamento alla veicolazione
del desiderio attraverso il possesso delle persone. Il possesso delle persone
permette al desiderio, al bisogno, del soggetti di dispiegarsi. Senza il possesso
di altre persone, il soggetto è smarrito nel mondo. Il possesso si trasforma si
trasforma in angoscia per la paura di perdere il possesso. Si trasforma in
delirio di dominio delle persone che impedisce all’individuo di vivere la
propria vita nelle relazioni col mondo, ma lo costringe a frapporre, fra sé e
il mondo, altre persone per impedire che la relazione col mondo modifichi la
sua immagine patologica del mondo stesso.
Scrive Ratzinger nell’enciclica Spe Salvi:
“Desideriamo in
qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure
dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo
spinti.”
Dovrebbe imparare a parlare per sé anziché tentare di
oggettivare la sua soggettività psicologica.
Io conosco le forze della vita che mi spingono e conosco le
forze dei Titani che spingono il mio corpo fisico verso la disgregazione.
E proprio perché conosco questo, so di dover agire con
impegno e con passione combattendo ogni viltà che vorrebbe sottomettere a sé le
mie pulsioni di vita.
Non esiste una verità nella quale si è spinti, ma esiste il
traguardo della disgregazione. Sta agli Esseri della Natura, gli Esseri Umani
nel nostro caso, giungere a quel traguardo avendo accumulato Potere di Essere
sufficiente per trasformare la morte del corpo fisico in nascita del corpo
luminoso.
E’ il cristianesimo, e tutte le religioni monoteista,
buddismo compreso, che ruba questa possibilità negando la volontà soggettiva
degli Esseri della Natura e il loro diritto di veicolarla, in modo appropriato,
nell’insieme in cui sono nati.
Afferma Ratzinger:
“Non possiamo cessare
di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo
sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo. Questa « cosa » ignota è la
vera « speranza » che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa
di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi
verso il mondo autentico e l'autentico uomo. La parola « vita eterna » cerca di
dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta.”
Il cristiano si protende verso l’ignoto, indifferente a ciò
che è l’ignoto. Senza riconoscere la realtà di quell’ignoto.
L’ignoto è separato dalla persona che immagina la realtà dell’ignoto. La sua
immaginazione brama, ma ciò che il cristiano sperimenta o realizza non è ciò
che la sua immaginazione brama.
E’ l’atteggiamento dell’uomo separato dal mondo in cui vive. L’uomo
che proietta la sua immaginazione sul mondo, nella forma che desidera prima di
soddisfare il suo desiderio nella relazione con l’immenso che, l’ignoto che
percorriamo vivendo, ci presenta. L’ignoto fa paura al pavido che si rinchiude
su sé stesso, alimenta e stimola l’attività dell’uomo curioso e coraggioso
ponendogli davanti limiti da superare. Come fece la sete di conoscenza della
storia umana, come fece la ricerca scientifica con tutti i suoi errori e i suoi
fallimenti dovuti, essenzialmente, all’applicazione di idee morali
aprioristiche. Della ricerca scientifica, oggi, ne ammiriamo i successi e
teniamo presenti, come un patrimonio prezioso di esperienza, i suoi fallimenti.
E qui troviamo un’altra affermazione demenziale di Ratzinger. E’ demenziale affermare che. “...tutto ciò che possiamo sperimentare o
realizzare non è ciò che bramiamo.”.
Sappiamo perfettamente che ogni spinta del desiderio e del
bisogno non ci conduce alla “verità” nella pace da desideri o da bisogni. Ma
sappiamo che agendo per soddisfare bisogni e desideri, superiamo il momento
presente pronti ad affrontare i momenti seguenti, più forti e più attrezzati,
che gli altri e successivi bisogni e desideri presenteranno. Ma se gli uomini
rifuggiranno dal soddisfare i loro bisogni e i loro desideri nel momento
presente solo perché pensano che quella soddisfazione non è “ciò che loro
bramano” non solo non riusciranno a mettere in atto la relazione di crescita accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento, ma non
saranno nemmeno in grado di presentarsi forti e attrezzati al momento seguente.
Non ottemperando all’azione di accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento,
non saranno nemmeno in grado di riprodurre quel meccanismo dove fra carica e
scarica si trova quella differenza di potenziale psichico-emotivo
che viene soggettivato nel momento del rilassamento e
che agisce per costruire il Potere di Essere dell’individuo. Quel Potere di
Essere con cui l’individuo si presenta davanti alla vita. Ratzinger
vuole evitare che l’individuo attrezzi sé stesso e allora si inventa quel “...
non è ciò che bramiamo” proprio per fermare la costruzione del Potere di essere
nell’individuo che E’ ESATTAMETNE CIO’ CHE BRAMIAMO
COME ESSERI DELLA NATURA: costruire noi stessi nei mutamenti e nelle
trasformazioni.
Quando si costruisce l’impotenza degli individui con cui
affrontare la loro esistenza, si costruisce la disperazione. Ma la disperazione
non è una NON-costruzione, ma è una costruzione dell’animo ottenuta mediante la
sequenza di scelte che l’individuo fa obbedendo a idee aprioristiche imposte a
monte della possibilità di veicolare in maniera coerente nel mondo in cui è
nato i suoi bisogni e le sue necessità. Necessità e bisogni che, obbedendo ad
una morale coercitiva, anziché spingere la persona a accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento,
la sottrae in quanto la trasformazione che produrrebbe andrebbe ad affrontare quell’ignoto psichico che la morale dell’individuo vieta imponendo,
conseguentemente, sensi di colpa.
La paura, moralmente imposta, sostituisce alle trasformazioni
possibili, delle trasformazioni immaginarie. “Perché rivendicare i diritti? Se
fossimo in tanti, allora si lo si potrebbe fare, ma che vuoi, che rivendichiamo
i diritti Costituzionali che siamo solo in quattro gatti?” la “parola “vita
eterna”.” Fa parte di questo immaginario che serve per far tacere la
disperazione per non aver veicolato i propri desideri e i propri bisogni della
relazione accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento
e non essere più attrezzati a sufficienza per affrontare il nuovo. Se ti trovi
nell’acqua in mezzo al mare, o sai nuotare o non sai nuotare. Ma per imparare a
nuotare dovevi impararlo prima di trovarti in mezzo al mare. Ora, fai quello
che puoi.
Ratzinger con la speranza disarma le persone,
le porta alla disperazione imponendo loro un immaginario che acquieti la loro
disperazione: la speranza.
Ma il fine di Ratzinger non è
quello di indicare una meta, ma disarmare le persone perché non si trasformino.
E non si trasformino non tanto in vista di una meta, che viene chiamata
“verità” che può essere più o meno funzionale al divenire dell’individuo, ma in
funzione del cammino, della vita stessa!
E quando Ratzinger si accorge che
il suo gioco per imporre la disperazione alle persone è scoperto, afferma:
“Necessariamente è una
parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi
l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla
vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è
spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un
verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di
uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in
qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni
del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la
totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità.”
Non crea confusione. E’ un gioco di illusioni, come il gioco
degli scattolettisti sul ponte dell’Accademia Venezia
che tentano di truffare i passanti. E’ chiarissima, sia come uso che come fine
per cui viene usata. In palio c’è la possibilità dell’uomo di gestire la
propria esistenza che l’individuo, davanti al gioco delle tre scatole fatto da Ratzinger, punta SPERANDO di indovinare la scatola sotto la
quale si nasconde la pallina che puntualmente Ratzinger
fa sparire.
Eterno è una parola che indica staticità. Come tutti gli
aggettivi assoluti con cui i cristiani definiscono il loro dio, ha lo scopo di
introdurre un concetto di assoluto là dove la vita manifesta limiti e
condizioni. Si tratta di un modo psicologico con cui truffare le persone
sollecitando la loro immaginazione una volta che si è staccata l’intelligenza
dalla vita quotidiana e dalle sue relazioni.
Ratzinger ribadisce la sua paura. La paura
della morte non è disgiunta dalla paura dell’ignoto. Una Paura che si presenta
come fobia al limite del delirio religioso.
Scrive il dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti:
“G. Jervis precisa: “la
fobia è il tentativo di costruire una difesa contro la propria ansia
allontanandone ostinatamente l’occasione di manifestarsi con uno scongiurante e
precipitoso atteggiamento di rifiuto che non fa che evocare continuamente il
fantasma: la difesa ossessiva è invece il tentativo di costruire una serie di
barriere magiche fra sé e l’ansia, un labirinto di scongiuri, una struttura di
comportamenti meticolosamente controllati, utili ad allontanare all’infinito il
momento del non-controllo, il rischio della crisi.” (1975, pag. 269)”
E ancora:
“La condizione fobica rivela solitamente una
condizione di dipendenza infantile e quindi di non raggiunta autonomia che si manifesta
nella paura di agire e quindi nell’immobilismo. Così il timore di luoghi aperti
o di allontanarsi dall’ambiente noto (agorofobia)
manifesta una situazione psicologica di insicurezza da far risalire ad una
condizione di dipendenza dalla famiglia e ai sensi di colpa riguardanti la
propria autonomia.”
E ancora:
“La fobia è il risultato di un cattivo
apprendimento che produce una risposta inadatta e sproporzionata alla
situazione reale.”
Noi, dice Ratzinger, non vogliamo
perdere lo stato attuale, non vogliamo affrontare l’ignoto. Dice Galimberti “uno scongiurante e precipitoso atteggiamento di
rifiuto che non fa che evocare continuamente il fantasma”. Già il fantasma che
nell’ignoto si nasconde e, allora, dice Ratzinger,
possiamo uscire col nostro pensiero. E, per pensiero, si riferisce alla propria
immaginazione angosciata che proietta la difesa dall’ansia attraverso
l’evocazione delirante della speranza con cui alimenta psicologicamente il
proprio oggetto immaginato. La difesa dall’ansia viene messa in atto attraverso
quel “labirinto di scongiuri, una struttura di comportamenti meticolosamente
controllati, utili ad allontanare all’infinito il momento del non controllo”
che sono tutte quelle pratiche religiose cristiane che allontanano l’individuo dalla
realtà in cui vive.
Nella situazione evocata da Ratzinger
si sottolinea come sia necessario inchiodare le persone in una situazione di
dipendenza infantile al fine di costringerle nell’immobilismo della speranza
nella fede. Il cristianesimo non è una religione, ma è un sistema superstizioso
di difesa da una situazione psicologica di insicurezza imposta attraverso
l’organizzazione familiare come intesa dal cristianesimo. Questo è il motivo
per cui Ratzinger minaccia la società civile Italiana
se non impone militarmente la famiglia come lui la intende.
Come la famiglia cristiana impone la dipendenza infantile
alle persone impedendo loro di diventare adulti? Mediante “un cattivo
apprendimento che produce [nei bambini] una risposta inadatta e sproporzionata
alla situazione reale” proprio perché, la sollecitazione delle risposte,
vengono imposte a bambini talmente piccoli da non aver capacità critica nei
confronti dei fenomeni ai quali sono costretti a rispondere. Dalla selezione
dei fenomeni inviati ai bambini e dal carico di energia che trasmettono (senso
di urgenza, senso di paura, senso di intimidazione, ecc.) la famiglia
cristiana, imposta da Ratzinger, disarma
psicologicamente i bambini davanti alla vita.
La famiglia cristiana costruisce delle persone angosciate,
fobiche, pronte a “modo presagire che
l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma
qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia
e noi abbracciamo la totalità.”
Così si proteggono dall’angoscia che il cristiano ha imposto
loro!
Afferma Ratzinger per acquietare
l’angoscia con cui attende l’evento della sua morte:
“Sarebbe il momento
dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima
e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo
momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità
dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia.”
La disperazione che manifesta l’angoscia anela al momento in
cui sarà liberata dalla paura dell’ansia.
Un diverso rapporto con il mondo avrebbe liberato Ratzinger dall’angoscia e avrebbe dispiegato il suo
potenziale psichico attraverso una continua manifestazione del suo bisogno e
del suo desiderio attraverso un continuo “respiro della vita”: accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento. Quella
manifestazione di Ares dentro agli Esseri della
natura che, portandoli fuori dalle contraddizioni della loro quotidianità, li
trasforma in un continuo divenire verso l’eternità. Ma non c’è attesa per
qualche cosa che deve arrivare per liberare l’individuo in quanto la
liberazione dell’individuo è gesto nel quotidiano, è un agire continuo nel
quale l’individuo mette le sue emozioni, i suoi bisogni e quella tensione
soggettiva che manifestandosi negli oggetti del presente gli consente di
fondare il futuro. Un futuro che vede quando questo, attraverso le sue scelte e
le sue azioni, si presenta come un presente dal quale l’individuo, girandosi
indietro, scorge il cammino delle scelte nelle quali ha costruito le sue trasformazioni.
Quel cammino, proprio perché è fatto da accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento
è il suo viaggio verso Itaca. Dove Itaca non è un’illusione di forma o di
speranza (né una VERITA’ come oggetto in sé), ma è il luogo psichico nel quale
giunge scelta dopo scelta. C’è anche l’Itaca della disperazione in cui
l’individuo fa riposare le proprie angosce nel momento della sua distruzione
costruita nel suo processo di separazione dal mondo fisico in una disperata
fuga nell’illusione dell’immaginazione. L’immaginazione, da strumento d’uso
dell’individuo, è diventata il rifugio nel quale nascondersi fuggendo dalla
realtà. Una realtà dalla quale l’individuo è fuggito rifugiandosi nella
descrizione della sua ragione che, attraverso l’immaginazione, ha rimpicciolito
giorno dopo giorno.
L’immenso mare del nulla che Ratzinger
ha costruito distruggendo la propria vita e giustificando tale distruzione
attraverso la speranza in un immaginario padrone che cala con la violenza nella
psiche di ogni individuo.
Quando Ratzinger afferma: “Possiamo soltanto cercare di pensare che
questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella
vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia.”
Non fa altro che compiacersi dell’apatia che è riuscito ad
ottenere distruggendo l’individuo. Lo stato psicologico della persona staccata
dal mondo, che non ha più voglia di vivere e che si rinchiude nel suo mondo
immaginario, è ben conosciuto in psicologia:
“Il termine apatia ha un significato negativo e si
riferisce all’indifferenza affettiva per situazioni che normalmente suscitano
interesse o emozione. Frequente nelle depressioni, dove la capacità di gioire e
la possibilità di qualsiasi proiezione ottimistica nel futuro sono azzerate,
l’apatia è frequente anche nelle schizofrenie ebefreniche
dove il soggetto, assorto nei fantasmi del suo mondo interiore, dimostra una
scarsissima capacità di reagire emozionalmente agli
stimoli del mondo esterno e alle relazioni interpersonali. L’apatia può
manifestarsi anche in soggetti sani che vivono a lungo una situazione routinaria o frustrante, in persone che hanno appena
vissuto un forte stato d’ansia, di eccitamento o una forte crisi affettiva, e
infine nei soggetti dalla prolungata residenza in ospedali, manicomi, prigioni
o altri tipi di istituzioni che riducono lo scambio col mondo esterno [vedi gli
effetti della struttura della famiglia cristiana che Ratzinger
vuole imporre e mantenere nella società civile]”
La persona apatica diventa feroce solo quando difende
l’immaginazione interiore nella quale si separa dal mondo, appunto, quella
superstizione cristiana della speranza attraverso la fede che contribuisce a
separare l’individuo dalla società riducendolo a bestia obbediente.
E
quando la persona è una bestia obbediente, l’obbedienza viene soggettivata dalla bestia che si compiace:
“Così lo esprime Gesù
nel Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e
nessuno vi potrà togliere la vostra gioia » (16,22). Dobbiamo pensare in questa
direzione, se vogliamo capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa
aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo.”
Ma
dove è inserito questo versetto che Ratzinger cita?
Non è
un discorso a sé o in sé, ma è inserito in un esempio che dovrebbe far
riflettere le persone che non sono angosciate per la propria morte:
Proviamo
a leggere Giovanni:
“In verità, in verità vi dico:
voi piangerete e gemerete e il mondo godrà; voi sarete nell’afflizione, ma la
vostra tristezza sarà mutata in letizia. La donna quando dà alla luce, è nel
dolore perché è giunta la sua ora; ma quando il bambino è nato, non ricorda più
l’angoscia per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi ora siete
nella tristezza, ma io vi vedrò di nuovo e ne gioirà il vostro cuore, e nessuno
vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno voi non mi interrogherete più
su nulla.” Giovanni 16, 20-22
Tre sono
i passaggi che il Gesù di Ratzinger
manifesta:
1)
afferma una situazione angosciosa immaginaria;
2)
usa come esempio una sfida per la vita fatta da una donna (ricordo il disprezzo
di Gesù e della chiesa cattolica nei confronti delle
donne) in funzione della vita che Gesù nega;
3) L’uscita
dalla situazione angosciosa è data da lui che rappresenta la gioia dell’incontro
per tutti coloro in cui ha costruito l’angoscia e la paura;
Di
tutte e tre queste situazioni Ratzinger omette la
prima, la costruzione dell’angoscia e della paura nelle persone, e omette la
seconda dell’esempio che fa: la donna che affronta la vita con coraggio (spesso
si moriva di parto) per affrontare il quotidiano e porre le basi per il futuro.
Di
questi due aspetti omessi, la costruzione dell’angoscia e della paura nelle
persone, il primo viene omesso da Ratzinger e
nascosto dietro la promessa della gioia dell’incontro con il padrone Gesù, mentre il secondo esempio viene censurato in toto in quanto, se le persone affrontano con coerenza le
sfide della loro esistenza (e le donne sono sempre costrette a farlo). spazzano
via quell’angoscia e quella paura che è il fondamento
del potere di Ratzinger e del ricatto a cui il suo Gesù sottopone l’umanità!
Gli
Esseri Umani ridotti a bestie: privati della capacità di affrontare la vita (il
dolore del parto) per fissare l’immaginazione della loro angoscia in un
criminale come Gesù (che Ratzinger
rappresenta in terra) che promette di liberarli dall’angoscia.
Marghera, 03 gennaio 2008
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
TORNA ALL'INDICE DEI TESTI DEL SITO
12. Penso che
Agostino descriva lì in modo molto preciso e sempre valido la situazione
essenziale
dell'uomo, la
situazione da cui provengono tutte le sue contraddizioni e le sue speranze.
Desideriamo
in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure
dalla
morte; ma
allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo
cessare
di
protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo
sperimentare o
realizzare
non è ciò che bramiamo. Questa « cosa » ignota è la vera « speranza » che ci
spinge e il
suo essere
ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli
slanci
positivi o
distruttivi verso il mondo autentico e l'autentico uomo. La parola « vita
eterna » cerca di
dare un nome
a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola
insufficiente che
crea
confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e
questo ci fa paura; «
vita » ci fa
pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che,
tuttavia, è
spesso allo
stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la
desideriamo,
per l'altro
non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla
temporalità
della quale
siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un
continuo
susseguirsi
di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in
cui la
totalità ci
abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi
nell'oceano
dell'infinito
amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo
soltanto
cercare di
pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi
nella
vastità
dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo
esprime Gesù nel
Vangelo di
Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi
potrà togliere
la vostra gioia
» (16,22). Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa
mira
la speranza
cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo.
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!