“Dalla patologia psichiatrica individuale

 

Alla peste emozionale;

 

Il cristianesimo come l’eroina per le persone!”

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al dodicesimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Nel commentare il dodicesimo paragrafo dell’Enciclica Spe Salvi si deve ritornare ad analizzare il discorso psicologico soggettivo di Ratzinger. Questo perché, in questo Paragrafo, tenta di oggettivarlo facendolo diventare il fondamento del cristianesimo.

Il desiderio di eternità nella carne è un desiderio che si sviluppa all’interno del delirio di onnipotenza. Chi vive attraverso gli oggetti del mondo e attraverso il loro possesso possedere gli uomini determinando e possedendo la loro esistenza, sviluppa quell’attaccamento alla forma fisica che gli impone di pensare la morte come una vera e propria ossessione. Non si tratta, come falsamente affermano i buddisti, di attaccamento al desiderio. Si tratta di attaccamento alla veicolazione del desiderio attraverso il possesso delle persone. Il possesso delle persone permette al desiderio, al bisogno, del soggetti di dispiegarsi. Senza il possesso di altre persone, il soggetto è smarrito nel mondo. Il possesso si trasforma si trasforma in angoscia per la paura di perdere il possesso. Si trasforma in delirio di dominio delle persone che impedisce all’individuo di vivere la propria vita nelle relazioni col mondo, ma lo costringe a frapporre, fra sé e il mondo, altre persone per impedire che la relazione col mondo modifichi la sua immagine patologica del mondo stesso.

 

Scrive Ratzinger nell’enciclica Spe Salvi:

 

Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti.”

 

Dovrebbe imparare a parlare per sé anziché tentare di oggettivare la sua soggettività psicologica.

Io conosco le forze della vita che mi spingono e conosco le forze dei Titani che spingono il mio corpo fisico verso la disgregazione.

E proprio perché conosco questo, so di dover agire con impegno e con passione combattendo ogni viltà che vorrebbe sottomettere a sé le mie pulsioni di vita.

Non esiste una verità nella quale si è spinti, ma esiste il traguardo della disgregazione. Sta agli Esseri della Natura, gli Esseri Umani nel nostro caso, giungere a quel traguardo avendo accumulato Potere di Essere sufficiente per trasformare la morte del corpo fisico in nascita del corpo luminoso.

E’ il cristianesimo, e tutte le religioni monoteista, buddismo compreso, che ruba questa possibilità negando la volontà soggettiva degli Esseri della Natura e il loro diritto di veicolarla, in modo appropriato, nell’insieme in cui sono nati.

 

 

Afferma Ratzinger:

 

Non possiamo cessare di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo. Questa « cosa » ignota è la vera « speranza » che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l'autentico uomo. La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta.”

 

Il cristiano si protende verso l’ignoto, indifferente a ciò che è l’ignoto. Senza riconoscere la realtà di quell’ignoto. L’ignoto è separato dalla persona che immagina la realtà dell’ignoto. La sua immaginazione brama, ma ciò che il cristiano sperimenta o realizza non è ciò che la sua immaginazione brama.

E’ l’atteggiamento dell’uomo separato dal mondo in cui vive. L’uomo che proietta la sua immaginazione sul mondo, nella forma che desidera prima di soddisfare il suo desiderio nella relazione con l’immenso che, l’ignoto che percorriamo vivendo, ci presenta. L’ignoto fa paura al pavido che si rinchiude su sé stesso, alimenta e stimola l’attività dell’uomo curioso e coraggioso ponendogli davanti limiti da superare. Come fece la sete di conoscenza della storia umana, come fece la ricerca scientifica con tutti i suoi errori e i suoi fallimenti dovuti, essenzialmente, all’applicazione di idee morali aprioristiche. Della ricerca scientifica, oggi, ne ammiriamo i successi e teniamo presenti, come un patrimonio prezioso di esperienza, i suoi fallimenti.

E qui troviamo un’altra affermazione demenziale di Ratzinger. E’ demenziale affermare che. “...tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo.”.

Sappiamo perfettamente che ogni spinta del desiderio e del bisogno non ci conduce alla “verità” nella pace da desideri o da bisogni. Ma sappiamo che agendo per soddisfare bisogni e desideri, superiamo il momento presente pronti ad affrontare i momenti seguenti, più forti e più attrezzati, che gli altri e successivi bisogni e desideri presenteranno. Ma se gli uomini rifuggiranno dal soddisfare i loro bisogni e i loro desideri nel momento presente solo perché pensano che quella soddisfazione non è “ciò che loro bramano” non solo non riusciranno a mettere in atto la relazione di crescita accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento, ma non saranno nemmeno in grado di presentarsi forti e attrezzati al momento seguente. Non ottemperando all’azione di accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento, non saranno nemmeno in grado di riprodurre quel meccanismo dove fra carica e scarica si trova quella differenza di potenziale psichico-emotivo che viene soggettivato nel momento del rilassamento e che agisce per costruire il Potere di Essere dell’individuo. Quel Potere di Essere con cui l’individuo si presenta davanti alla vita. Ratzinger vuole evitare che l’individuo attrezzi sé stesso e allora si inventa quel “... non è ciò che bramiamo” proprio per fermare la costruzione del Potere di essere nell’individuo che E’ ESATTAMETNE CIO’ CHE BRAMIAMO COME ESSERI DELLA NATURA: costruire noi stessi nei mutamenti e nelle trasformazioni.

 

Quando si costruisce l’impotenza degli individui con cui affrontare la loro esistenza, si costruisce la disperazione. Ma la disperazione non è una NON-costruzione, ma è una costruzione dell’animo ottenuta mediante la sequenza di scelte che l’individuo fa obbedendo a idee aprioristiche imposte a monte della possibilità di veicolare in maniera coerente nel mondo in cui è nato i suoi bisogni e le sue necessità. Necessità e bisogni che, obbedendo ad una morale coercitiva, anziché spingere la persona a accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento, la sottrae in quanto la trasformazione che produrrebbe andrebbe ad affrontare quell’ignoto psichico che la morale  dell’individuo vieta imponendo, conseguentemente, sensi di colpa.

La paura, moralmente imposta, sostituisce alle trasformazioni possibili, delle trasformazioni immaginarie. “Perché rivendicare i diritti? Se fossimo in tanti, allora si lo si potrebbe fare, ma che vuoi, che rivendichiamo i diritti Costituzionali che siamo solo in quattro gatti?” la “parola “vita eterna”.” Fa parte di questo immaginario che serve per far tacere la disperazione per non aver veicolato i propri desideri e i propri bisogni della relazione accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento e non essere più attrezzati a sufficienza per affrontare il nuovo. Se ti trovi nell’acqua in mezzo al mare, o sai nuotare o non sai nuotare. Ma per imparare a nuotare dovevi impararlo prima di trovarti in mezzo al mare. Ora, fai quello che puoi.

Ratzinger con la speranza disarma le persone, le porta alla disperazione imponendo loro un immaginario che acquieti la loro disperazione: la speranza.

Ma il fine di Ratzinger non è quello di indicare una meta, ma disarmare le persone perché non si trasformino. E non si trasformino non tanto in vista di una meta, che viene chiamata “verità” che può essere più o meno funzionale al divenire dell’individuo, ma in funzione del cammino, della vita stessa!

E quando Ratzinger si accorge che il suo gioco per imporre la disperazione alle persone è scoperto, afferma:

 

Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità.”

 

Non crea confusione. E’ un gioco di illusioni, come il gioco degli scattolettisti sul ponte dell’Accademia Venezia che tentano di truffare i passanti. E’ chiarissima, sia come uso che come fine per cui viene usata. In palio c’è la possibilità dell’uomo di gestire la propria esistenza che l’individuo, davanti al gioco delle tre scatole fatto da Ratzinger, punta SPERANDO di indovinare la scatola sotto la quale si nasconde la pallina che puntualmente Ratzinger fa sparire.

Eterno è una parola che indica staticità. Come tutti gli aggettivi assoluti con cui i cristiani definiscono il loro dio, ha lo scopo di introdurre un concetto di assoluto là dove la vita manifesta limiti e condizioni. Si tratta di un modo psicologico con cui truffare le persone sollecitando la loro immaginazione una volta che si è staccata l’intelligenza dalla vita quotidiana e dalle sue relazioni.

 

Ratzinger ribadisce la sua paura. La paura della morte non è disgiunta dalla paura dell’ignoto. Una Paura che si presenta come fobia al limite del delirio religioso.

 

Scrive il dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti:

 

“G. Jervis precisa: “la fobia è il tentativo di costruire una difesa contro la propria ansia allontanandone ostinatamente l’occasione di manifestarsi con uno scongiurante e precipitoso atteggiamento di rifiuto che non fa che evocare continuamente il fantasma: la difesa ossessiva è invece il tentativo di costruire una serie di barriere magiche fra sé e l’ansia, un labirinto di scongiuri, una struttura di comportamenti meticolosamente controllati, utili ad allontanare all’infinito il momento del non-controllo, il rischio della crisi.” (1975, pag. 269)”

 

E ancora:

 

“La condizione fobica rivela solitamente una condizione di dipendenza infantile e quindi di non raggiunta autonomia che si manifesta nella paura di agire e quindi nell’immobilismo. Così il timore di luoghi aperti o di allontanarsi dall’ambiente noto (agorofobia) manifesta una situazione psicologica di insicurezza da far risalire ad una condizione di dipendenza dalla famiglia e ai sensi di colpa riguardanti la propria autonomia.”

 

E ancora:

 

“La fobia è il risultato di un cattivo apprendimento che produce una risposta inadatta e sproporzionata alla situazione reale.”

 

Noi, dice Ratzinger, non vogliamo perdere lo stato attuale, non vogliamo affrontare l’ignoto. Dice Galimberti “uno scongiurante e precipitoso atteggiamento di rifiuto che non fa che evocare continuamente il fantasma”. Già il fantasma che nell’ignoto si nasconde e, allora, dice Ratzinger, possiamo uscire col nostro pensiero. E, per pensiero, si riferisce alla propria immaginazione angosciata che proietta la difesa dall’ansia attraverso l’evocazione delirante della speranza con cui alimenta psicologicamente il proprio oggetto immaginato. La difesa dall’ansia viene messa in atto attraverso quel “labirinto di scongiuri, una struttura di comportamenti meticolosamente controllati, utili ad allontanare all’infinito il momento del non controllo” che sono tutte quelle pratiche religiose cristiane che allontanano l’individuo dalla realtà in cui vive.

Nella situazione evocata da Ratzinger si sottolinea come sia necessario inchiodare le persone in una situazione di dipendenza infantile al fine di costringerle nell’immobilismo della speranza nella fede. Il cristianesimo non è una religione, ma è un sistema superstizioso di difesa da una situazione psicologica di insicurezza imposta attraverso l’organizzazione familiare come intesa dal cristianesimo. Questo è il motivo per cui Ratzinger minaccia la società civile Italiana se non impone militarmente la famiglia come lui la intende.

Come la famiglia cristiana impone la dipendenza infantile alle persone impedendo loro di diventare adulti? Mediante “un cattivo apprendimento che produce [nei bambini] una risposta inadatta e sproporzionata alla situazione reale” proprio perché, la sollecitazione delle risposte, vengono imposte a bambini talmente piccoli da non aver capacità critica nei confronti dei fenomeni ai quali sono costretti a rispondere. Dalla selezione dei fenomeni inviati ai bambini e dal carico di energia che trasmettono (senso di urgenza, senso di paura, senso di intimidazione, ecc.) la famiglia cristiana, imposta da Ratzinger, disarma psicologicamente i bambini davanti alla vita.

La famiglia cristiana costruisce delle persone angosciate, fobiche, pronte a “modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità.”

Così si proteggono dall’angoscia che il cristiano ha imposto loro!

 

Afferma Ratzinger per acquietare l’angoscia con cui attende l’evento della sua morte:

 

Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia.”

 

La disperazione che manifesta l’angoscia anela al momento in cui sarà liberata dalla paura dell’ansia.

Un diverso rapporto con il mondo avrebbe liberato Ratzinger dall’angoscia e avrebbe dispiegato il suo potenziale psichico attraverso una continua manifestazione del suo bisogno e del suo desiderio attraverso un continuo “respiro della vita”: accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento. Quella manifestazione di Ares dentro agli Esseri della natura che, portandoli fuori dalle contraddizioni della loro quotidianità, li trasforma in un continuo divenire verso l’eternità. Ma non c’è attesa per qualche cosa che deve arrivare per liberare l’individuo in quanto la liberazione dell’individuo è gesto nel quotidiano, è un agire continuo nel quale l’individuo mette le sue emozioni, i suoi bisogni e quella tensione soggettiva che manifestandosi negli oggetti del presente gli consente di fondare il futuro. Un futuro che vede quando questo, attraverso le sue scelte e le sue azioni, si presenta come un presente dal quale l’individuo, girandosi indietro, scorge il cammino delle scelte nelle quali ha costruito le sue trasformazioni. Quel cammino, proprio perché è fatto da accumulo-tensione-carica-scarica-rilassamento è il suo viaggio verso Itaca. Dove Itaca non è un’illusione di forma o di speranza (né una VERITA’ come oggetto in sé), ma è il luogo psichico nel quale giunge scelta dopo scelta. C’è anche l’Itaca della disperazione in cui l’individuo fa riposare le proprie angosce nel momento della sua distruzione costruita nel suo processo di separazione dal mondo fisico in una disperata fuga nell’illusione dell’immaginazione. L’immaginazione, da strumento d’uso dell’individuo, è diventata il rifugio nel quale nascondersi fuggendo dalla realtà. Una realtà dalla quale l’individuo è fuggito rifugiandosi nella descrizione della sua ragione che, attraverso l’immaginazione, ha rimpicciolito giorno dopo giorno.

L’immenso mare del nulla che Ratzinger ha costruito distruggendo la propria vita e giustificando tale distruzione attraverso la speranza in un immaginario padrone che cala con la violenza nella psiche di ogni individuo.

 

Quando Ratzinger afferma: “Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia.”

 

Non fa altro che compiacersi dell’apatia che è riuscito ad ottenere distruggendo l’individuo. Lo stato psicologico della persona staccata dal mondo, che non ha più voglia di vivere e che si rinchiude nel suo mondo immaginario, è ben conosciuto in psicologia:

 

“Il termine apatia ha un significato negativo e si riferisce all’indifferenza affettiva per situazioni che normalmente suscitano interesse o emozione. Frequente nelle depressioni, dove la capacità di gioire e la possibilità di qualsiasi proiezione ottimistica nel futuro sono azzerate, l’apatia è frequente anche nelle schizofrenie ebefreniche dove il soggetto, assorto nei fantasmi del suo mondo interiore, dimostra una scarsissima capacità di reagire emozionalmente agli stimoli del mondo esterno e alle relazioni interpersonali. L’apatia può manifestarsi anche in soggetti sani che vivono a lungo una situazione routinaria o frustrante, in persone che hanno appena vissuto un forte stato d’ansia, di eccitamento o una forte crisi affettiva, e infine nei soggetti dalla prolungata residenza in ospedali, manicomi, prigioni o altri tipi di istituzioni che riducono lo scambio col mondo esterno [vedi gli effetti della struttura della famiglia cristiana che Ratzinger vuole imporre e mantenere nella società civile]”

 

La persona apatica diventa feroce solo quando difende l’immaginazione interiore nella quale si separa dal mondo, appunto, quella superstizione cristiana della speranza attraverso la fede che contribuisce a separare l’individuo dalla società riducendolo a bestia obbediente.

E quando la persona è una bestia obbediente, l’obbedienza viene soggettivata dalla bestia che si compiace:

 

Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia » (16,22). Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo.”

 

Ma dove è inserito questo versetto che Ratzinger cita?

Non è un discorso a sé o in sé, ma è inserito in un esempio che dovrebbe far riflettere le persone che non sono angosciate per la propria morte:

Proviamo a leggere Giovanni:

 

“In verità, in verità vi dico: voi piangerete e gemerete e il mondo godrà; voi sarete nell’afflizione, ma la vostra tristezza sarà mutata in letizia. La donna quando dà alla luce, è nel dolore perché è giunta la sua ora; ma quando il bambino è nato, non ricorda più l’angoscia per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi ora siete nella tristezza, ma io vi vedrò di nuovo e ne gioirà il vostro cuore, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno voi non mi interrogherete più su nulla.” Giovanni 16, 20-22

 

Tre sono i passaggi che il Gesù di Ratzinger manifesta:

 

1) afferma una situazione angosciosa immaginaria;

2) usa come esempio una sfida per la vita fatta da una donna (ricordo il disprezzo di Gesù e della chiesa cattolica nei confronti delle donne) in funzione della vita che Gesù nega;

3) L’uscita dalla situazione angosciosa è data da lui che rappresenta la gioia dell’incontro per tutti coloro in cui ha costruito l’angoscia e la paura;

 

Di tutte e tre queste situazioni Ratzinger omette la prima, la costruzione dell’angoscia e della paura nelle persone, e omette la seconda dell’esempio che fa: la donna che affronta la vita con coraggio (spesso si moriva di parto) per affrontare il quotidiano e porre le basi per il futuro.

Di questi due aspetti omessi, la costruzione dell’angoscia e della paura nelle persone, il primo viene omesso da Ratzinger e nascosto dietro la promessa della gioia dell’incontro con il padrone Gesù, mentre il secondo esempio viene censurato in toto in quanto, se le persone affrontano con coerenza le sfide della loro esistenza (e le donne sono sempre costrette a farlo). spazzano via quell’angoscia e quella paura che è il fondamento del potere di Ratzinger e del ricatto a cui il suo Gesù sottopone l’umanità!

Gli Esseri Umani ridotti a bestie: privati della capacità di affrontare la vita (il dolore del parto) per fissare l’immaginazione della loro angoscia in un criminale come Gesù (che Ratzinger rappresenta in terra) che promette di liberarli dall’angoscia.

Marghera, 03 gennaio 2008

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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12. Penso che Agostino descriva lì in modo molto preciso e sempre valido la situazione essenziale

dell'uomo, la situazione da cui provengono tutte le sue contraddizioni e le sue speranze.

Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla

morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo cessare

di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o

realizzare non è ciò che bramiamo. Questa « cosa » ignota è la vera « speranza » che ci spinge e il

suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci

positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l'autentico uomo. La parola « vita eterna » cerca di

dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che

crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; «

vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è

spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo,

per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità

della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo

susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la

totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano

dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto

cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella

vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel

Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere

la vostra gioia » (16,22). Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo capire a che cosa mira

la speranza cristiana, che cosa aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo.

 

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