“Il cristianesimo come l’eroina per le
persone;
Anestetizzare l’uomo separandolo dal
mondo!”
Spe Salvi di Ratzinger
Commento
all'undicesimo paragrafo
Nell’undicesimo paragrafo e in quelli che seguiranno subito
dopo, c’è il tentativo di Ratzinger (il Benedetto XVI
dei cattolici) di tentare di sostanziare l’oggetto della speranza adattandolo
alle aspettative possibili nella cultura attuale.
Da un lato affronta l’infantilismo della resurrezione della
carne e del delirio dell’immortalità proprio della storia cristiana, dall’altro
canto non elimina il concetto di morte che per il cristiano è la fine di tutto.
Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) si riduce
pertanto a riprodurre, attraverso l’immaginazione, la visualizzazione di quadri
clinici patologici propri del cristiano, disarmato davanti alle condizioni e
contraddizioni dell’esistenza, in stati di angoscia, di terrore o di desiderio
di imporre il suo delirio da onnipotenza.
“Il
“Libre Vermell”, dopo le strofe sopra riportate, reca
la vignetta di uno scheletro riposto in una tomba con la scritta. “Morte,
quanto è duro pensare a te”. Seguono
sette riflessioni, e ci vien fatto di chiederci se
per caso anche queste non fossero cantate da tutti i presenti. Se è così, forse
si formavano due cori che si lanciavano a vicenda le seguenti interpellazioni:
Un vil cadavere sarai. Perché non temi il peccato?
Un vil cadavere sarai. Perché ti gonfi di superbia?
Un vil cadavere sarai. Perché hai cupidigia di ricchezza?
Un vil cadavere sarai. Perché ti vesti con lusso ostentato?
Un vil cadavere sarai. Perché corri dietro agli onori?
Un vil cadavere sarai. Perché non ti confessi e non ti penti?
Un vil cadavere sarai. Non allietarti mai alle sventure
altrui.
La “Dansa de la mort” di Monserrat veniva
dunque a congiungere tradizione popolare e stile gregoriano, e la si può
reputare un esempio del reimpiego di un rito funebre
le cui origini affondano nella notte dei tempi, inquadrato però in un insegnamento
morale mirante ad infondere nei fedeli la cura della propria salvezza. Leggendo
strofa dopo strofa, si sarà notato che ad un certo punto si fa esplicita
menzione dello spezzo del mondo, si insiste sul giudizio di dio e, infine, si
evoca il cadavere.
Come già
abbiamo fatto nelle fasi anteriori, ora è opportuno mettere in luce quella
pastorale fondata sulla paura che trovò espressione nelle danze macabre vere e
proprie. Non intendo ripetere nei suoi particolari la storia di tali danze. Mi
preme invece far risaltare le strette connessioni che mai hanno cessato di
esistere fra tali danze e la chiesa. Nel duecento si formò un ordine religioso
denominato Ordine di San Paolo, i cui membri furono designati comunemente con
l’appellativo di “fratelli della morte”. Sul loro scapolare figurava un teschio
e solevano salutarsi dicendo: “Pensa alla morte, carissimo fratello”. Quando
entravano nel refettorio, baciavano un cranio posto ai piedi di un crocifisso e
si dicevano a vicenda: “Ricordati del tuo ultimo fine e non peccherai”.
Parecchi di loro erano soliti mangiare davanti ad un cranio e un cranio
dovevano averlo tutti nella propria cameretta. Il sigillo dell’ordine
presentava un teschio con le parole: Sanctus
Paulus, eremitarum primus pater; memento mori. Il monito ci aiuta a capire
l’affermazione di Vincenzo di Beauvais il quale ci
assicura che il Versus de morte del monaco Elinando
composto verso il 1190, ebbe un vivo successo, poiché se ne dava lettura anche
nei monasteri.”
Tratto da “Il peccato e la paura” di Jean
Delumeau pag. 127-128 ed Il Mulino
Da sempre la chiesa cattolica ha giocato sulla paura della
morte. Gli altri, dice la chiesa cattolica, pensano che dopo la morte ci sia il
nulla e invece, noi, sappiamo che esiste la vita eterna. Così che sia la vita
eterna venga rappresentata con la resurrezione della carne o con la vita eterna
del paradiso o dell’inferno, o la vita eterna come reincarnazione (vedi il
vangelo di Paolo di Tarso), la paura della morte era quanto serviva alla chiesa
cattolica per produrre la sottomissione.
Il primo problema di Ratzinger (il
Benedetto XVI dei cattolici) è quello di spazzare via quelle credenze
cattoliche nella vita eterna la cui descrizione ha cozzato contro il principio
di realtà al punto tale da essere costretto a riformulare altre condizioni
della vita eterna spesso in contrasto con la dottrina cattolica al punto tale
che, in certe condizioni, dovrebbe essere messo al rogo come eretico.
Afferma Ratzinger (il Benedetto XVI
dei cattolici):
“Qualunque cosa sant'Ambrogio intendesse dire precisamente con queste
parole – è vero che l'eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi
illimitato metterebbe la terra e
l'umanità in una condizione impossibile e non renderebbe neanche al
singolo stesso un beneficio. Ovviamente c'è una contraddizione nel nostro
atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della nostra
stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non
vuole che moriamo.”
Ambrogio nel dire che la morte è estranea alla
Natura, dice una stupidaggine enorme il cui scopo è quello di truffare le
persone.
Il santo cristiano Ambrogio è un
criminale truffatore!
Detto questo rimane il discorso della vita eterna nella
carne, proprio dei cristiani. L’hanno venduta questa favola. L’hanno venduta
affermando che sarebbero rinati nella carne. Alcuni di loro, Paolo di Tarso,
andava farneticando che non sarebbe morto, ma sarebbe salito al cielo con tutto
il corpo. E’ un po’ difficile al giorno d’oggi riproporre tale truffa, se ne rende
conto Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) che
comunque se da un lato è responsabile di quella truffa, dall’altro canto non
può esimersi di tenerne conto in quanto i suoi dogmi a cui si è sottomesso gli
impediscono di accusare il suo Gesù di essere un
truffatore oppure, come io affermo, un povero pazzo che farneticava.
Detto questo preferisco soffermarmi sulla seconda parte della
citazione all’enciclica Spe Salvi riportata. Innanzi
tutto che Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici)
parli per sé. Sì! E’ vero! Ratzinger (il Benedetto
XVI dei cattolici) ha paura della morte avendo sprecato la sua esistenza al
servizio della sottomissione che sottomette e non vuole morire. Non vuole
morire proprio ora che è diventato quello che, nella sua immaginazione, è il
padrone dei padroni. E, inoltre, chi è vuoto e ha paura di morire non è in
grado di gioire per la morte delle persone che gli stanno attorno che hanno
concluso, più o meno gloriosamente, il loro ciclo di vita. Posso io non gioire
per il feto che muore? Posso io non gioire per il bambino che nasce? Quanto
riteniamo stupido il ritorno nell’utero. Eppure, quando le persone sono
psicologicamente disperate e sottoposte a sofferenza psichica notevole, tendono
ad assumere la posizione “fetale”, quasi volessero ritornare nell’utero e non
affrontare la realtà che tanta sofferenza procura loro. Ma non c’è nessun
ritorno nell’utero; così non c’è nessuna ritorno alla vita fisica e la morte
del corpo fisico si affronta con gli strumenti che si sono forgiati nel corso
della nostra esistenza. La sottomissione prodotta dalla paura della morte che
impedisce il peccato non fa altro che trasformare la morte del corpo fisico nel
nulla come fine di tutto. Come fine dell’intera nostra esistenza.
Dopo aver premesso questo, continua Ratzinger
(il Benedetto XVI dei cattolici):
“Dall'altra, tuttavia,
non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la
terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo
veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda
più profonda: che cosa è, in realtà, la « vita »? E che cosa significa
veramente « eternità »? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all'improvviso:
sì, sarebbe propriamente questo – la « vita » vera – così essa dovrebbe
essere.”
Tutto questo discorso attorno alla morte è fatto per nascondere il vero
discorso: il discorso attorno alla vita fatto in relazione alla nostra
quotidianità.
Noi vogliamo vivere. In eterno? No! Vogliamo vivere fintanto
che il nostro vivere è in grado di costruire delle relazioni emotive che ci
permettono di travolgere il nostro sentimento, la nostra percezione, la nostra
capacità di interagire con il mondo.
Non è la quantità che sogniamo, ma la qualità del vivere. La
qualità che si manifesta attraverso le passioni della nostra vita. Gli antichi
dicevano che coloro che sono amati dagli Dèi vengono premiati con una morte in
giovane età! Muoiono prima che la vecchiaia renda invalide le membra. Perché,
per gli antichi, la morte era più desiderabile che non l’agonia. La profezia
disse che Proclo sarebbe vissuto fino a settanta
anni. In realtà a settanta anni fu colto da paralisi e si trascinò agonizzante
fino a settantasei anni. Fu assistito dai suoi allievi, ma Proclo
era già morto alla vita a settanta anni.
Non è l’illimitato che l’uomo vuole, ma vuole vivere con
passione e in questo modo diventa eterno. Il cristiano che vive per
sottomissione distrugge la propria vita; distrugge la sua possibilità di
eternità perché proprio desiderando la resurrezione o l’eternità nel paradiso
ha dimenticato di vivere nella propria quotidianità e non ha costruito il dio
che avrebbe dovuto crescere in lui.
Dice il dio dei cristiani:
“Ecco, l’uomo
è diventato come uno di noi, avendo la conoscenza del bene e del male: che non
stenda ora la sua mano e non colga dall’albero della vita, per mangiarne e
vivere in eterno.” Genesi 3, 22
Parlare della morte senza parlare di come vivere fa parte del
progetto del dio dei cristiani: impedire agli Esseri Umani di cogliere
dall’albero della vita per mangiarne e vivere in eterno.
Come fa notare Umberto Galimberti
nel suo ultimo libro “L’ospite inquietante – Il nichilismo e i giovani” editore Feltrinelli:
“A
differenza del piacere sessuale che è intenso, attivo e produttivo, il piacere
dell’eroina è anestetico. Chi lo cerca non vuol sentire di più, ma sentir di
meno, non vuole partecipare più intensamente alla vita, ma prendervi parte il
meno possibile. Come i martiri, come gli eremiti che dicono no al mondo perché
nel mondo non scorgono alcun senso e alcuna traccia di salvezza, così gli
eroinomani si sottraggono alla vita quotidiana perché la successione dei giorni
propaga solo quella noia senza speranza che ispessisce l’aria che si respira
fino al soffocamento. Di qui la ricerca spasmodica di tutto ciò che può
anestetizzare.”
Ed è il senso delle parole di Ratzinger
(il Benedetto XVI dei cattolici) in armonia con gli intendimenti del dio
padrone dei cattolici e degli ebrei espressi nella bibbia. Anestetizzare la
capacità degli Esseri Umani di trovare piacere nelle condizioni e
contraddizioni della vita; educarli al terrore e all’angoscia; anestetizzarli
attraverso la separazione dal mondo imponendo la speranza in una vita eterna. E
in questo processo di anestetizzazione c’è la
distruzione dell’uomo nel suo cammino verso un infinito, verso un futuro che
vede chiuso e che lo angoscia. Ci sono dei momenti di “saudade”,
momenti di struggimento, per ciò che avrebbe potuto essere e che la speranza
nella fede ha distrutto impedendo che sia.
Scrive Ratzinger (il Benedetto XVI
dei cattolici):
“A confronto, ciò che
nella quotidianità chiamiamo « vita », in verità non lo è. Agostino, nella sua
ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante
e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – «
la vita beata », la vita che è semplicemente vita, semplicemente « felicità ».
Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera.”
Per riuscire a capire che cosa intende Ratzinger
(il Benedetto XVI dei cattolici) con queste affermazioni è utile soffermarci
ancora sul libro di Umberto Galimberti “L’ospite
inquietante – Il nichilismo e i giovani”
editore Feltrinelli:
“Quando
alla vita si è detto no, senza neppure bisogno di dirlo perché è la vita stessa
a non essere mai sorta COME UNA PASSIONE, allora si cerca un piacere anestetico
più forte, che vuol dire cercare un modo qualsiasi per non esserci.
I
ricettori che l’eroina impregna fanno già da sé il lavoro anestetico, ma se
questo non basta perché la vita oltrepassa i nostri limiti fisiologici di
sopportazione, non resta che aiutare i nostri ricettori a renderci più
insensibili a tutto ciò che non si ha più voglia di sentire, né di vedere, né
di sopportare.
Il
problema allora non è quello di far sapere ai giovani che, per evitare
terribili conseguenze, bisogna saper rinunciare al piacere che l’eroina
indubbiamente dà, perché chi inizia a bucarsi non ha in vista quel piacere, ma
proprio quelle terribili conseguenze a cui desidera arrivare anestetizzando. Il
no alla vita non è ciò che si trova alla fine di un percorso intrapreso per la
ricerca del piacere, ma è ciò che si trova all’inizio del percorso, ciò che da
subito ci si ripropone di raggiungere nel modo più possibile anestetizzato.”
Galimberti chiarisce esattamente che cosa serve
a Ratzinger, traducendo esattamente il suo pensiero.
Proviamo a riscrivere l’ultimo paragrafo di Galimberti
col senso che Ratzinger sottolinea nella lettera
indirizzata a Proba:
“Il problema non è far sapere alla vedova [e ai cristiani]
che per evitare le terribili conseguenze della preghiera bisogna saper
rinunciare al piacere che l’abbandono all’indifferenza nei confronti della vita
ti da. Perché chi inizia a pregare non ha in vista il premio chiesto, ma le
terribili conseguenze del distacco dalle proprie responsabilità. Il no alla
vita non è ciò che si trova alla fine dell’assuefazione all’eroina della
sottomissione mediante la preghiera, ma la sottomissione mediante la preghiera
è la fuga dal mondo, dalla vita, ciò che ci si proponeva quando ci si è messi a
pregare.”
La felicità come separazione di sé dagli affanni della vita
in contrapposizione alla felicità di chi vive con passione la vita; come dice
Umberto Galimberti:
““Tutto
quello che non mi fa morire, mi rende più forte” scrive Nietzsche.
Ma allora bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore.
Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo
stesso titolo della felicità. Non il dolore come caparra della vita eterna, ma
il dolore come inevitabile contrappunto della vita, come fatica del quotidiano,
come oscurità dello sguardo che non vede vie d’uscita. Eppure la cerca, perché
sa che il buio della notte non è l’unico colore del cielo.”
E’ Agostino che ruba il futuro eterno della vedova Proba!
La preghiera che separa l’uomo dalla vita è ciò che soddisfa
l’imperativo del dio dei cristiani. Impedisce all’uomo: “ ... di stendere la
sua mano e di cogliere dall’albero della vita, per mangiarne e vivere in
eterno.” Il crimine dei cristiani nei confronti dell’umanità!
Scrive Ratzinger (il Benedetto XVI
dei cattolici):
“Verso nient'altro ci
siamo incamminati – di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice anche:
guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa
vorremmo
propriamente. Non
conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di
toccarla non la raggiungiamo veramente. « Non sappiamo che cosa sia conveniente
domandare », egli confessa con una parola di san Paolo (Rm
8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo. Tuttavia, nel non sapere
sappiamo che questa realtà deve esistere. « C'è dunque in noi una, per così
dire, dotta ignoranza » (docta ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa
vorremmo veramente; non conosciamo questa « vera vita »; e tuttavia sappiamo,
che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci
sentiamo spinti.”
Con la preghiera il cristiano si separa dal mondo. Si è
incamminato per separasi dal mondo. Si è incamminato per allontanarsi dalle
responsabilità che il mondo gli costringe ad affrontare. Ma non sa che cosa
desidera. Perché quello che da cui lui è scappato era la vita e tutto il suo
sentimento viene travolto dalla “saudade”, dal
rimpianto triste di ciò da cui si è allontanato. Desiderio bello che accompagna
Afrodite, per il cristiano è un estraneo da fuggire. Ma Desiderio bello che
accompagna Afrodite alimenta quell’osare nella vita a
cui il cristiano ha rinunciato anestetizzandosi dal pericolo di mettere in
discussione la sua angoscia. L’angoscia sopravvive nel cristiano perché il
cristiano la alimenta con la sua immaginazione che ancora nell’assurdo:
l’assurdo della sua immaginazione deve vivere, altrimenti la sua angoscia non
si giustifica. Non si giustifica la sua fuga dal mondo che, negata attraverso
la preghiera ossessiva o l’assunzione di eroina, si ripresenta sempre nella sua
angoscia prodotta dalla sua rinuncia.
La “dotta ignoranza” di Ratzinger
(il Benedetto XVI dei cattolici) altro non è che la forma con cui la patologia
psicotica si presenta alla ragione:
“Psicosi
– Termine psichiatrico, adottato anche dalla psicoanalisi, per indicare
condizioni psicologiche le cui caratteristiche consentono di differenziare le
psicosi dalle nevrosi e dalle psicopatie. Dette caratteristiche che possono
manifestarsi in modo acuto o cronico, temporaneo o permanente, reversibile o
irreversibile, si esprimono in una perdita più o meno totale della capacità di
comprendere il significato della realtà in cui si vive e di mantenere fra sé e
la realtà un rapporto di sintonia sufficiente a consentire un comportamento
autonomo e responsabile nell’ambito culturale in cui si vive.” (Dal dizionario
di Psicologia di Umberto Galimberti ed. Garzanti).
La perdita di capacità, più o meno totale, della capacità di
comprendere il significato della realtà in cui il cristiano vive lo porta a
considerare un dato di realtà infinita ciò che invece è delirio di onnipotenza.
Nel delirio di onnipotenza la fantasia del cristiano si materializza rendendo,
l’oggetto a cui il suo delirio si riferisce (dal suo rapporto con dio, Gesù, i santi o quant’altro),
oggetto reale dal quale far prescindere la logica razionale con la quale
descrive il mondo che lo circonda.
La sensazione di un qualche cosa che sfugge e che non è
determinato come oggetto del nostro desiderio, altro non è che la forza di Demetra che agisce dentro ad ogni Essere della Natura. Quel
cercare all’infinito Persefone. Il desiderio di Persefone che non si realizzerà mai, né mai tutto, dopo
l’avvenimento potrà essere come prima. Quel “potere” che si chiama LIBERTA’. Il
potere che spinge ogni Essere a prescindere dalla realtà, reale o fantastica
che sia, in cui l’essere della Natura la veicola. A prescindere dalla cultura
nella quale il singolo individuo la veicola. A prescindere dalle fantasie della
patologia psichiatrica in cui l’individuo la veicola. La libertà spinge ogni
Essere della Natura sta al contesto culturale, al contesto di specie, al
contesto del singolo individuo sostanziare quella spinta nella vita quotidiana
per far sorgere la vita come passione o per anestetizzarsi in un delirio
psicotico che lo separa dalle forze del suo divenuto.
Marghera, 30 dicembre 2007
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
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11. Qualunque cosa sant'Ambrogio
intendesse dire precisamente con queste parole – è vero che
l'eliminazione della morte o anche il suo
rimando quasi illimitato metterebbe la terra e l'umanità in
una condizione impossibile e non renderebbe
neanche al singolo stesso un beneficio. Ovviamente
c'è una contraddizione nel nostro
atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della
nostra stessa esistenza. Da una parte, non
vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che
moriamo. Dall'altra, tuttavia, non
desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e
anche la terra non è stata creata con questa
prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente?
Questo paradosso del nostro stesso
atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in
realtà, la « vita »? E che cosa significa
veramente « eternità »? Ci sono dei momenti in cui
percepiamo all'improvviso: sì, sarebbe
propriamente questo – la « vita » vera – così essa dovrebbe
essere. A confronto, ciò che nella
quotidianità chiamiamo « vita », in verità non lo è. Agostino,
nella sua ampia lettera sulla preghiera
indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di
tre consoli, scrisse una volta: In fondo
vogliamo una sola cosa – « la vita beata », la vita che è
semplicemente vita, semplicemente « felicità
». Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella
preghiera. Verso nient'altro ci siamo
incamminati – di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice
anche: guardando meglio, non sappiamo
affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo
propriamente. Non conosciamo per nulla
questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di
toccarla non la raggiungiamo veramente. «
Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare »,
egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è
questo.
Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa
realtà deve esistere. « C'è dunque in noi una, per così
dire, dotta ignoranza » (docta
ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa
vorremmo
veramente; non conosciamo questa « vera vita
»; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa
che noi non conosciamo e verso il quale ci
sentiamo spinti.
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