“Il cristianesimo come l’eroina per le persone;

 

Anestetizzare l’uomo separandolo dal mondo!”

L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al undicesimo paragrafo

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Nell’undicesimo paragrafo e in quelli che seguiranno subito dopo, c’è il tentativo di Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) di tentare di sostanziare l’oggetto della speranza adattandolo alle aspettative possibili nella cultura attuale.

Da un lato affronta l’infantilismo della resurrezione della carne e del delirio dell’immortalità proprio della storia cristiana, dall’altro canto non elimina il concetto di morte che per il cristiano è la fine di tutto. Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) si riduce pertanto a riprodurre, attraverso l’immaginazione, la visualizzazione di quadri clinici patologici propri del cristiano, disarmato davanti alle condizioni e contraddizioni dell’esistenza, in stati di angoscia, di terrore o di desiderio di imporre il suo delirio da onnipotenza.

 

“Il “Libre Vermell”, dopo le strofe sopra riportate, reca la vignetta di uno scheletro riposto in una tomba con la scritta. “Morte, quanto è duro pensare a te”.  Seguono sette riflessioni, e ci vien fatto di chiederci se per caso anche queste non fossero cantate da tutti i presenti. Se è così, forse si formavano due cori che si lanciavano a vicenda le seguenti interpellazioni:

Un vil cadavere sarai. Perché non temi il peccato?

Un vil cadavere sarai. Perché ti gonfi di superbia?

Un vil cadavere sarai. Perché hai cupidigia di ricchezza?

Un vil cadavere sarai. Perché ti vesti con lusso ostentato?

Un vil cadavere sarai. Perché corri dietro agli onori?

Un vil cadavere sarai. Perché non ti confessi e non ti penti?

Un vil cadavere sarai. Non allietarti mai alle sventure altrui.

La Dansa de la mort di Monserrat veniva dunque a congiungere tradizione popolare e stile gregoriano, e la si può reputare un esempio del reimpiego di un rito funebre le cui origini affondano nella notte dei tempi, inquadrato però in un insegnamento morale mirante ad infondere nei fedeli la cura della propria salvezza. Leggendo strofa dopo strofa, si sarà notato che ad un certo punto si fa esplicita menzione dello spezzo del mondo, si insiste sul giudizio di dio e, infine, si evoca il cadavere.

Come già abbiamo fatto nelle fasi anteriori, ora è opportuno mettere in luce quella pastorale fondata sulla paura che trovò espressione nelle danze macabre vere e proprie. Non intendo ripetere nei suoi particolari la storia di tali danze. Mi preme invece far risaltare le strette connessioni che mai hanno cessato di esistere fra tali danze e la chiesa. Nel duecento si formò un ordine religioso denominato Ordine di San Paolo, i cui membri furono designati comunemente con l’appellativo di “fratelli della morte”. Sul loro scapolare figurava un teschio e solevano salutarsi dicendo: “Pensa alla morte, carissimo fratello”. Quando entravano nel refettorio, baciavano un cranio posto ai piedi di un crocifisso e si dicevano a vicenda: “Ricordati del tuo ultimo fine e non peccherai”. Parecchi di loro erano soliti mangiare davanti ad un cranio e un cranio dovevano averlo tutti nella propria cameretta. Il sigillo dell’ordine presentava un teschio con le parole: Sanctus Paulus, eremitarum primus pater; memento mori. Il monito ci aiuta a capire l’affermazione di Vincenzo di Beauvais il quale ci assicura che il Versus de morte del monaco Elinando composto verso il 1190, ebbe un vivo successo, poiché se ne dava lettura anche nei monasteri.”

Tratto da “Il peccato e la paura” di Jean Delumeau pag. 127-128 ed Il Mulino

 

Da sempre la chiesa cattolica ha giocato sulla paura della morte. Gli altri, dice la chiesa cattolica, pensano che dopo la morte ci sia il nulla e invece, noi, sappiamo che esiste la vita eterna. Così che sia la vita eterna venga rappresentata con la resurrezione della carne o con la vita eterna del paradiso o dell’inferno, o la vita eterna come reincarnazione (vedi il vangelo di Paolo di Tarso), la paura della morte era quanto serviva alla chiesa cattolica per produrre la sottomissione.

 

Il primo problema di Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) è quello di spazzare via quelle credenze cattoliche nella vita eterna la cui descrizione ha cozzato contro il principio di realtà al punto tale da essere costretto a riformulare altre condizioni della vita eterna spesso in contrasto con la dottrina cattolica al punto tale che, in certe condizioni, dovrebbe essere messo al rogo come eretico.

 

Afferma Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici):

 

Qualunque cosa sant'Ambrogio intendesse dire precisamente con queste parole – è vero che l'eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi illimitato metterebbe la terra e  l'umanità in una condizione impossibile e non renderebbe neanche al singolo stesso un beneficio. Ovviamente c'è una contraddizione nel nostro atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della nostra stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo.”

 

Ambrogio nel dire che la morte è estranea alla Natura, dice una stupidaggine enorme il cui scopo è quello di truffare le persone.

Il santo cristiano Ambrogio è un criminale truffatore!

Detto questo rimane il discorso della vita eterna nella carne, proprio dei cristiani. L’hanno venduta questa favola. L’hanno venduta affermando che sarebbero rinati nella carne. Alcuni di loro, Paolo di Tarso, andava farneticando che non sarebbe morto, ma sarebbe salito al cielo con tutto il corpo. E’ un po’ difficile al giorno d’oggi riproporre tale truffa, se ne rende conto Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) che comunque se da un lato è responsabile di quella truffa, dall’altro canto non può esimersi di tenerne conto in quanto i suoi dogmi a cui si è sottomesso gli impediscono di accusare il suo Gesù di essere un truffatore oppure, come io affermo, un povero pazzo che farneticava.

Detto questo preferisco soffermarmi sulla seconda parte della citazione all’enciclica Spe Salvi riportata. Innanzi tutto che Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) parli per sé. Sì! E’ vero! Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) ha paura della morte avendo sprecato la sua esistenza al servizio della sottomissione che sottomette e non vuole morire. Non vuole morire proprio ora che è diventato quello che, nella sua immaginazione, è il padrone dei padroni. E, inoltre, chi è vuoto e ha paura di morire non è in grado di gioire per la morte delle persone che gli stanno attorno che hanno concluso, più o meno gloriosamente, il loro ciclo di vita. Posso io non gioire per il feto che muore? Posso io non gioire per il bambino che nasce? Quanto riteniamo stupido il ritorno nell’utero. Eppure, quando le persone sono psicologicamente disperate e sottoposte a sofferenza psichica notevole, tendono ad assumere la posizione “fetale”, quasi volessero ritornare nell’utero e non affrontare la realtà che tanta sofferenza procura loro. Ma non c’è nessun ritorno nell’utero; così non c’è nessuna ritorno alla vita fisica e la morte del corpo fisico si affronta con gli strumenti che si sono forgiati nel corso della nostra esistenza. La sottomissione prodotta dalla paura della morte che impedisce il peccato non fa altro che trasformare la morte del corpo fisico nel nulla come fine di tutto. Come fine dell’intera nostra esistenza.

Dopo aver premesso questo, continua Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici):

 

Dall'altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in realtà, la « vita »? E che cosa significa veramente « eternità »? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all'improvviso: sì, sarebbe propriamente questo – la « vita » vera – così essa dovrebbe essere.”

 

Tutto questo discorso attorno alla  morte è fatto per nascondere il vero discorso: il discorso attorno alla vita fatto in relazione alla nostra quotidianità.

Noi vogliamo vivere. In eterno? No! Vogliamo vivere fintanto che il nostro vivere è in grado di costruire delle relazioni emotive che ci permettono di travolgere il nostro sentimento, la nostra percezione, la nostra capacità di interagire con il mondo.

Non è la quantità che sogniamo, ma la qualità del vivere. La qualità che si manifesta attraverso le passioni della nostra vita. Gli antichi dicevano che coloro che sono amati dagli Dèi vengono premiati con una morte in giovane età! Muoiono prima che la vecchiaia renda invalide le membra. Perché, per gli antichi, la morte era più desiderabile che non l’agonia. La profezia disse che Proclo sarebbe vissuto fino a settanta anni. In realtà a settanta anni fu colto da paralisi e si trascinò agonizzante fino a settantasei anni. Fu assistito dai suoi allievi, ma Proclo era già morto alla vita a settanta anni.

Non è l’illimitato che l’uomo vuole, ma vuole vivere con passione e in questo modo diventa eterno. Il cristiano che vive per sottomissione distrugge la propria vita; distrugge la sua possibilità di eternità perché proprio desiderando la resurrezione o l’eternità nel paradiso ha dimenticato di vivere nella propria quotidianità e non ha costruito il dio che avrebbe dovuto crescere in lui.

 

Dice il dio dei cristiani:

 

“Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, avendo la conoscenza del bene e del male: che non stenda ora la sua mano e non colga dall’albero della vita, per mangiarne e vivere in eterno.” Genesi 3, 22

 

Parlare della morte senza parlare di come vivere fa parte del progetto del dio dei cristiani: impedire agli Esseri Umani di cogliere dall’albero della vita per mangiarne e vivere in eterno.

Come fa notare Umberto Galimberti nel suo ultimo libro “L’ospite inquietante – Il nichilismo e  i giovani” editore Feltrinelli:

 

“A differenza del piacere sessuale che è intenso, attivo e produttivo, il piacere dell’eroina è anestetico. Chi lo cerca non vuol sentire di più, ma sentir di meno, non vuole partecipare più intensamente alla vita, ma prendervi parte il meno possibile. Come i martiri, come gli eremiti che dicono no al mondo perché nel mondo non scorgono alcun senso e alcuna traccia di salvezza, così gli eroinomani si sottraggono alla vita quotidiana perché la successione dei giorni propaga solo quella noia senza speranza che ispessisce l’aria che si respira fino al soffocamento. Di qui la ricerca spasmodica di tutto ciò che può anestetizzare.”

 

Ed è il senso delle parole di Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) in armonia con gli intendimenti del dio padrone dei cattolici e degli ebrei espressi nella bibbia. Anestetizzare la capacità degli Esseri Umani di trovare piacere nelle condizioni e contraddizioni della vita; educarli al terrore e all’angoscia; anestetizzarli attraverso la separazione dal mondo imponendo la speranza in una vita eterna. E in questo processo di anestetizzazione c’è la distruzione dell’uomo nel suo cammino verso un infinito, verso un futuro che vede chiuso e che lo angoscia. Ci sono dei momenti di “saudade”, momenti di struggimento, per ciò che avrebbe potuto essere e che la speranza nella fede ha distrutto impedendo che sia.

 

Scrive Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici):

 

A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo « vita », in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – « la vita beata », la vita che è semplicemente vita, semplicemente « felicità ». Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera.”

 

Per riuscire a capire che cosa intende Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) con queste affermazioni è utile soffermarci ancora sul libro di Umberto Galimberti “L’ospite inquietante – Il nichilismo e  i giovani” editore Feltrinelli:

 

“Quando alla vita si è detto no, senza neppure bisogno di dirlo perché è la vita stessa a non essere mai sorta COME UNA PASSIONE, allora si cerca un piacere anestetico più forte, che vuol dire cercare un modo qualsiasi per non esserci.

I ricettori che l’eroina impregna fanno già da sé il lavoro anestetico, ma se questo non basta perché la vita oltrepassa i nostri limiti fisiologici di sopportazione, non resta che aiutare i nostri ricettori a renderci più insensibili a tutto ciò che non si ha più voglia di sentire, né di vedere, né di sopportare.

Il problema allora non è quello di far sapere ai giovani che, per evitare terribili conseguenze, bisogna saper rinunciare al piacere che l’eroina indubbiamente dà, perché chi inizia a bucarsi non ha in vista quel piacere, ma proprio quelle terribili conseguenze a cui desidera arrivare anestetizzando. Il no alla vita non è ciò che si trova alla fine di un percorso intrapreso per la ricerca del piacere, ma è ciò che si trova all’inizio del percorso, ciò che da subito ci si ripropone di raggiungere nel modo più possibile anestetizzato.”

 

Galimberti chiarisce esattamente che cosa serve a Ratzinger, traducendo esattamente il suo pensiero. Proviamo a riscrivere l’ultimo paragrafo di Galimberti col senso che Ratzinger sottolinea nella lettera indirizzata a Proba:

 

“Il problema non è far sapere alla vedova [e ai cristiani] che per evitare le terribili conseguenze della preghiera bisogna saper rinunciare al piacere che l’abbandono all’indifferenza nei confronti della vita ti da. Perché chi inizia a pregare non ha in vista il premio chiesto, ma le terribili conseguenze del distacco dalle proprie responsabilità. Il no alla vita non è ciò che si trova alla fine dell’assuefazione all’eroina della sottomissione mediante la preghiera, ma la sottomissione mediante la preghiera è la fuga dal mondo, dalla vita, ciò che ci si proponeva quando ci si è messi a pregare.”

 

La felicità come separazione di sé dagli affanni della vita in contrapposizione alla felicità di chi vive con passione la vita; come dice Umberto Galimberti:

 

““Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte” scrive Nietzsche. Ma allora bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità. Non il dolore come caparra della vita eterna, ma il dolore come inevitabile contrappunto della vita, come fatica del quotidiano, come oscurità dello sguardo che non vede vie d’uscita. Eppure la cerca, perché sa che il buio della notte non è l’unico colore del cielo.”

 

E’ Agostino che ruba il futuro eterno della vedova Proba!

La preghiera che separa l’uomo dalla vita è ciò che soddisfa l’imperativo del dio dei cristiani. Impedisce all’uomo: “ ... di stendere la sua mano e di cogliere dall’albero della vita, per mangiarne e vivere in eterno.” Il crimine dei cristiani nei confronti dell’umanità!

 

Scrive Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici):

 

“Verso nient'altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo

propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di toccarla non la raggiungiamo veramente. « Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare », egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo. Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa realtà deve esistere. « C'è dunque in noi una, per così dire, dotta ignoranza » (docta ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo questa « vera vita »; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti.”

 

Con la preghiera il cristiano si separa dal mondo. Si è incamminato per separasi dal mondo. Si è incamminato per allontanarsi dalle responsabilità che il mondo gli costringe ad affrontare. Ma non sa che cosa desidera. Perché quello che da cui lui è scappato era la vita e tutto il suo sentimento viene travolto dalla “saudade”, dal rimpianto triste di ciò da cui si è allontanato. Desiderio bello che accompagna Afrodite, per il cristiano è un estraneo da fuggire. Ma Desiderio bello che accompagna Afrodite alimenta quell’osare nella vita a cui il cristiano ha rinunciato anestetizzandosi dal pericolo di mettere in discussione la sua angoscia. L’angoscia sopravvive nel cristiano perché il cristiano la alimenta con la sua immaginazione che ancora nell’assurdo: l’assurdo della sua immaginazione deve vivere, altrimenti la sua angoscia non si giustifica. Non si giustifica la sua fuga dal mondo che, negata attraverso la preghiera ossessiva o l’assunzione di eroina, si ripresenta sempre nella sua angoscia prodotta dalla sua rinuncia.

La “dotta ignoranza” di Ratzinger (il Benedetto XVI dei cattolici) altro non è che la forma con cui la patologia psicotica si presenta alla ragione:

 

“Psicosi – Termine psichiatrico, adottato anche dalla psicoanalisi, per indicare condizioni psicologiche le cui caratteristiche consentono di differenziare le psicosi dalle nevrosi e dalle psicopatie. Dette caratteristiche che possono manifestarsi in modo acuto o cronico, temporaneo o permanente, reversibile o irreversibile, si esprimono in una perdita più o meno totale della capacità di comprendere il significato della realtà in cui si vive e di mantenere fra sé e la realtà un rapporto di sintonia sufficiente a consentire un comportamento autonomo e responsabile nell’ambito culturale in cui si vive.” (Dal dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti ed. Garzanti).

 

La perdita di capacità, più o meno totale, della capacità di comprendere il significato della realtà in cui il cristiano vive lo porta a considerare un dato di realtà infinita ciò che invece è delirio di onnipotenza. Nel delirio di onnipotenza la fantasia del cristiano si materializza rendendo, l’oggetto a cui il suo delirio si riferisce (dal suo rapporto con dio, Gesù, i santi o quant’altro), oggetto reale dal quale far prescindere la logica razionale con la quale descrive il mondo che lo circonda.

 

La sensazione di un qualche cosa che sfugge e che non è determinato come oggetto del nostro desiderio, altro non è che la forza di Demetra che agisce dentro ad ogni Essere della Natura. Quel cercare all’infinito Persefone. Il desiderio di Persefone che non si realizzerà mai, né mai tutto, dopo l’avvenimento potrà essere come prima. Quel “potere” che si chiama LIBERTA’. Il potere che spinge ogni Essere a prescindere dalla realtà, reale o fantastica che sia, in cui l’essere della Natura la veicola. A prescindere dalla cultura nella quale il singolo individuo la veicola. A prescindere dalle fantasie della patologia psichiatrica in cui l’individuo la veicola. La libertà spinge ogni Essere della Natura sta al contesto culturale, al contesto di specie, al contesto del singolo individuo sostanziare quella spinta nella vita quotidiana per far sorgere la vita come passione o per anestetizzarsi in un delirio psicotico che lo separa dalle forze del suo divenuto.

Marghera, 30 dicembre 2007

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

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e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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11. Qualunque cosa sant'Ambrogio intendesse dire precisamente con queste parole – è vero che

l'eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi illimitato metterebbe la terra e l'umanità in

una condizione impossibile e non renderebbe neanche al singolo stesso un beneficio. Ovviamente

c'è una contraddizione nel nostro atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della

nostra stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che

moriamo. Dall'altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e

anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente?

Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in

realtà, la « vita »? E che cosa significa veramente « eternità »? Ci sono dei momenti in cui

percepiamo all'improvviso: sì, sarebbe propriamente questo – la « vita » vera – così essa dovrebbe

essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo « vita », in verità non lo è. Agostino,

nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di

tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – « la vita beata », la vita che è

semplicemente vita, semplicemente « felicità ». Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella

preghiera. Verso nient'altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice

anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo

propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di

toccarla non la raggiungiamo veramente. « Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare »,

egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo.

Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa realtà deve esistere. « C'è dunque in noi una, per così

dire, dotta ignoranza » (docta ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa vorremmo

veramente; non conosciamo questa « vera vita »; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa

che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti.

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