“La morte come concetto e uso nel cristianesimo;
come si spaccia la morte per gestire la
disperazione umana!
La MORTE e la truffa cristiana!
Spe Salvi di Ratzinger
Commento al decimo paragrafo
Nel decimo paragrafo Ratzinger, per spiegare il perché del
cristianesimo, introduce il concetto di morte.
Che cos’è la salvezza?
Da cosa essere salvati?
Che cosa terrorizza tanto il cristiano che non è in grado di
guardare tanto da confidare in un salvatore che faccia ciò che lui non è in
grado di fare?
Ed è Ratzinger a rivelarci il suo terrore: RATZINGER HA PAURA
DELLA MORTE!
Non di come può morire o della sofferenza che gli procura il
trapasso e nemmeno ha la paura del dolore empatico per il distacco da cose che
ancora avrebbe dovuto fare. La paura di quell’incompiuto che assale il
viandante che non si può fermare troppo a
lungo in un luogo e che non intraprende nessuna azione perché non sa se
potrà portarla a termine. L’incompiuto che procura dolore. “Quante cose avrei
potuto fare, ma non ho fatto!”. Il rimpianto per aver perso l’occasione della
propria esistenza. Per non aver amato abbastanza, coinvolgendo le proprie
emozioni sessuali; il rimpianto per non aver condiviso dei progetti con la
società in cui si viveva; il rimpianto per la separazione che il delirio di
onnipotenza ha imposto all’individuo che si riteneva un “eletto”, un inviato,
un creato ad immagine e somiglianza del proprio dio!
Ratzinger ha proprio paura della morte del corpo fisico. Ha
paura del nulla a cui le sue azioni lo hanno condotto. Ed è da qui che sgorga
la sua speranza di salvezza. “Se io risorgo nella carne” dice Ratzinger: “Io
vengo da un nulla e finisco in un nulla! Non ho una seconda possibilità che mi
permetta di rimediare alle mie scelte.”.
Per cui, la riflessione di Ratzinger non è sulla vita e sulla
morte, ma sul come evitare la morte del corpo fisico.
E’ il tema cristiano del perdurare nella vita fisica ad ogni
costo. Il tema di quella resurrezione della carne è la promessa del cristo Gesù
a cui i cristiani prestano fede nel loro stato di disperazione psicologica. La
vita fisica è l’unica idea di vita che ha il cristiano. La resurrezione nella
carne, tale da concedere un’altra possibilità, è la speranza che il cristiano manifesta
mediante la fede. Ma per manifestare quella speranza attraverso la fede DEVE
esistere la consapevolezza del fallimento della propria esistenza. Un
fallimento al quale non si pone mano mediante il suicidio, ma imponendosi
l’illusione di una speranza che si manifesta mediante la fede in una seconda
vita.
Dice Ratzinger:
“Abbiamo finora parlato
della fede e della speranza nel Nuovo Testamento e agli inizi del
cristianesimo; è stato però anche sempre evidente che non discorriamo solo del
passato; l'intera riflessione interessa il vivere e morire dell'uomo in genere
e quindi interessa anche noi qui ed ora. Tuttavia dobbiamo adesso domandarci
esplicitamente: la fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che
trasforma e sorregge la nostra vita? È essa per noi « performativa » – un
messaggio che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto «
informazione » che, nel frattempo,
abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni più recenti?”
Interessa il vivere e il morire dell’uomo antico, come il
vivere e morire dell’uomo d’oggi.
La morte del corpo fisico è una condizione alla quale
nessuno, apparentemente, ha dato una risposta (secondo Ratzinger) e, dal
momento che nessuno ha dato una risposta, Ratzinger ripropone la risposta
cristiana della speranza nella resurrezione della carne che manifesta mediante
la fede. La fede nella promessa di quel cristo Gesù che, secondo Ratzinger, ha
dimostrato la fattività della promessa. Proprio perché, dice Ratzinger, Gesù ha
dimostrato la fattività della promessa viene giustificata la fede nella
speranza della resurrezione dei corpi. Non mancherà l’occasione di parlare
dell’inferno e del paradiso.
In questo momento la riflessione di Ratzinger si ferma alla domanda:
il messaggio degli inizi del cristianesimo è il messaggio che ha valore ancor
oggi?
A questa domanda va data una risposta che non può che essere
un’altra domanda: l’inattualità del messaggio cristiano che verifichiamo oggi
come poté imporsi dal momento che, interessando il vivere e il morire dell’uomo
in genere, appare evidente che fosse inattuale anche in relazione alle antiche
culture?
Sarà un motivo ricorrente, nel commento di questo paragrafo,
il confronto di un diverso punto di vista sulla morte che sfocia da un diverso
modo di affrontare e rappresentare la vita. Ma la prima domanda da fare: esiste
un diverso punto di vista sulla morte?
La risposta stupida è data in alcune osservazioni di
psicologia in cui si dice:
“L’uomo, infatti, a differenza di tutti i viventi, Sa di
dover morire. Su questo tema ha sempre insistito la filosofia da Anassimandro
il cui frammento recita: “Da dove gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la
distruzione secondo necessità”.”
Il logos, la parola, la ragione, ha paura della morte del
corpo fisico perché la morte pone fine alla sua esistenza. La morte è
disgregazione definitiva della ragione e della descrizione del mondo fatto
dalla ragione. Per la ragione, la morte del corpo fisico è SEMPRE E COMUNQUE IL
NULLA!
Da quando l’uomo ha ancorato la sua esistenza nella ragione,
quando la ragione ha occupato il dominio di ogni sfera emotiva, la morte del
corpo fisico determina la morte della ragione e la disperazione emotiva
dell’uomo che nella ragione aveva investito la sua esistenza. Sia nella ragione
che nei fantasmi illusori in cui la ragione rinchiudeva le pulsioni umane
sottomettendole a morali preconfezionate e a etiche che rispondevano alla
riaffermazione del dominio di agenti esterni (spesso immaginati) sull’uomo. Quel
dover essere, quel dover fare o non fare, che frapponendosi fra le pulsioni
dell’uomo e il mondo in cui viveva, lo portava all’autodistruzione della sua
ragione e, per conseguenza, della sua vita.
Non è vero che gli animali non hanno coscienza della loro
morte e della necessità di dover morire. Solo che l’assenza della ragione,
della ragione umana in particolare, non impone loro la fede nella disperazione
dell’autodistruzione. Gli animali e le piante non vivono la morte del corpo
fisico come la fine della loro esistenza, come il disgregarsi del loro essere
e, pertanto, non vivono la disperazione della loro morte. Vivendo con le
emozioni profonde, o vicino ad esse (le ragioni degli Esseri Animali) hanno
maggior consapevolezza e coscienza della morte come trasformazione. L’Essere
Umano che fa della ragione il dio della sua intelligenza, si è allontanato
dalla percezione emotiva del mondo e ha rinunciato alla coscienza delle
trasformazioni vitali; normalmente le vive con stupore miracolistico!
E’ proprio della filosofia confondere l’onnipotenza e la
superiorità della ragione rispetto a tutte quelle forme che hanno, di fatto,
prodotto ed alimentato la vita in tutti i suoi meccanismi espressivi, e sui
quali la ragione si è sovrapposta tentando di nominarle. La ragione tende a
dominare e a controllare tutto quello che l’Essere Umano, nel corso della sua
evoluzione, fin dall’inizio della diversificazione delle specie, ha prodotto
nella sua esistenza. L’esistenza, la vita, fu spinta pulsionale fondamentale
che ha prodotto il suo divenuto.
Ratzinger ha la paura della propria morte; il verme
schiacciato dall’automobile non ha paura di nascere.
Perché questa è la questione fondamentale: come l’Essere Feto
chiama la sua uscita dalla vagina di sua madre?
La chiama “morte del feto” o la chiama “nascita del bambino”?
Ed è questo punto di vista che separa il Paganesimo
Politeista dal monoteismo e sarò proprio per imporre il concetto di morte come
fine del tutto, come il nulla, che il monoteismo inizierà la sua battaglia contro
le Antiche Religioni. Per imporre la disperazione della morte è necessario
svuotare la vita del suo senso eroico, farla diventare asservimento a morali e
ad etiche estranee alla vita. In quelle morali e in quelle etiche le pulsioni
della vita si infrangono portando alla distruzione dell’individuo. Una volta
che le pulsioni si infrangono l’individuo vive il suo stato di disperazione
come manifestazione di sofferenza psichica perché, il fatto stesso di aver
rinunciato ad affrontare l’esistenza, ha costruito in lui la disperazione di
non poter essere, in assoluto, in grado di affrontare più l’esistenza e le
condizioni che gli si presentano. E ogni volta che nuove condizioni si
presentano, aumenta dentro di lui la disperazione e il bisogno di mettere in atto
difese psichiche che hanno nella speranza della fede la loro fissazione
ossessiva.
Dice Ratzingernell’Enciclica Spe Salvi:
“Nella ricerca di una
risposta vorrei partire dalla forma classica del dialogo con cui il rito del
Battesimo esprimeva l'accoglienza del neonato nella comunità dei credenti e la
sua rinascita in Cristo. Il sacerdote chiedeva innanzitutto quale nome i
genitori avevano scelto per il bambino, e continuava poi con la domanda: « Che
cosa chiedi alla Chiesa? » Risposta: « La fede ». « E che cosa ti dona la fede?
» « La vita eterna ». Stando a questo dialogo, i genitori cercavano per il
bambino l'accesso alla fede, la comunione con i credenti, perché vedevano nella
fede la chiave per « la vita eterna ». Di fatto, oggi come ieri, di questo si
tratta nel Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di
socializzazione entro la comunità, non semplicemente di accoglienza nella
Chiesa. I genitori si aspettano di più per il battezzando: si aspettano che la
fede, di cui è parte la corporeità della Chiesa e dei suoi sacramenti, gli doni
la vita – la vita eterna. Fede è sostanza della speranza. Ma allora sorge la
domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte
persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro
una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente,
e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo.
Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un
dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere
sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla
fine insopportabile.”
Ratzinger omette tutto l’aspetto della costruzione della
disperazione. Ratzinger non dice come ha costruito la disperazione nei genitori
o nei nonni del battesimando. I nonni e i genitori del battesimando vivono la
disperazione per il fallimento della loro esistenza. Anziché affrontare con
coraggio il loro fallimento preoccupandosi affinché al loro figlio sia evitata
una tale sciagura, rinnovano la disperazione nel loro figlio perché questo
concede loro quel ristoro dal fallimento: “Se io spero” dicono “non sono un
fallito e dal momento che non riesco a vedere altro che la mia speranza, come
potrei trasferire qualche cosa a mio figlio che io non vedo o che io non sono
in grado di considerare nella realtà nella quale vivo?” Il fallimento
dell’esistenza si cristallizza nelle persone attraverso la speranza imposta per
fede! La speranza, imposta per fede, si cala nelle persone in modo tale da
impedire alle persone di chiedersi: “C’era qualche cosa di diverso che io
potevo fare? C’era una scelta diversa che io avrei potuto fare?”.
Ratzinger omette la sua costruzione della disperazione e fa
apparire la disperazione delle persone come oggetto in sé e non come divenuto
delle persone attraverso scelte che lui stesso, e per estensione ogni
cattolico, ha imposto mediante la truffa, la violenza, la calunnia e la
diffamazione dell’esistente. E’ come la parabola del “Buon samaritano” tutta
centrata sui ladri che rapinano il malcapitato e lo bastonano per rapinarlo.
Sono i ladri e i rapinatori che giustificano l’azione del “buon samaritano”, ma
in una società in cui non ci sono ladri e rapinatori, la morale della parabola
del buon samaritano, prevede di trasformare le persone in ladri e in rapinatori
per consentire ai buoni samaritani di mantenere una società in cui il furto e
la rapina siano delle costanti di rappresentazione sociale.
Il prete cattolico chiede ai genitori: “Che cosa chiedi alla
chiesa?”
Non rispondono benessere per la vita del bambino. Ai genitori
cattolici non interessa il benessere del loro figlio. Ai genitori cattolici non
interessa se il loro figlio sarà coraggioso nella sua esistenza. Il genitore
cattolico deve uccidere il divenire di suo figlio. Trasformarlo in un disperato
che, incapace di vivere nelle norme e nelle regole sociali, aggredisca la
società civile o sia sottomesso alla violenza cattolica che nella società
civile si esprime.
I genitori cattolici, per il loro figlio, chiedono la
sottomissione che chiamano fede. E la chiedono perché la sottomissione, secondo
Ratzinger, permette la vita eterna. Permette quello che la disperazione dei
genitori, costruita da Ratzinger, ha prodotto per fissarsi in loro: speranza
attraverso la fede nell’assurdo!
E la speranza nella fede dell’assurdo è quella spasmodica
ricerca di vita eterna, quel ritorno alla carne, il cui desiderio nasce
nell’uomo soltanto quando ha sprecato la sua esistenza inseguendo illusioni che
la violenza educazionale gli ha imposto. La reincarnazione è un’altra risposta
alla stessa disperazione esistenziale.
Si chiama: MARCHIARE I FIGLI!
Dove il marchio non è di natura fisica come la circoncisione
o l’infibulazione, ma è di natura
emotiva attraverso l’imposizione di categorie morali il cui scopo è quello di
bloccare la manifestazione delle pulsioni di vita nel mondo ad opera del
bambino. Lo stesso blocco pulsionale che è stato imposto ai genitori e ai nonni
che fanno del bambino una bestia. Una bestia non tanto per la considerazione
del genitore, ma per la mancanza nel genitore cattolico della consapevolezza
che il bambino cresce e forgia sé stesso attraverso le relazioni con il mondo e
che LUI è il responsabile degli imput che fornisce al bambino nel cercare le
soluzioni alle contraddizioni e le risposte ai fenomeni che dal mondo giungono
a lui. Per il genitore cristiano il
bambino è solo un animale da allevare. Sarà poi il suo dio a concedergli la
grazia e quei “doni” che altro non saranno che le attitudini che, nonostante
tutto, il bambino tenderà a manifestare e affinare nel corso della crescita.
Noi non dobbiamo chiederci quanto è abile o dotato quel bambino o quell’adulto
nell’affr4ontare la sua vita, ma dobbiamo chiederci: quanto sarebbe stato abile
se fosse stato fornito di strumenti psico-emotivi adeguati per affrontare la
sua esistenza? Quanto sarebbe stata ricca la società civile se gli uomini, anziché
costretti alla disperazione nell’attesa della resurrezione fossero stati spinti
per vivere con passione e determinazione emotiva la loro esistenza. Se avessero
vissuto con intensità l’attimo presente.
Ratzinger, nel dire:
“Stando a questo
dialogo, i genitori cercavano per il bambino l'accesso alla fede, la comunione
con i credenti, perché vedevano nella fede la chiave per « la vita eterna ». Di
fatto, oggi come ieri, di questo si tratta nel Battesimo, quando si diventa
cristiani: non soltanto di un atto di socializzazione entro la comunità, non
semplicemente di accoglienza nella Chiesa. I genitori si aspettano di più per
il battezzando: si aspettano che la fede, di cui è parte la corporeità della
Chiesa e dei suoi sacramenti, gli doni la vita – la vita eterna.”
Non fa altro che descrivere la qualità della truffa che il
cristianesimo ha messo in atto nella società civile.
Attraverso la fede, dice Ratzinger, io vi vendo la vita
eterna!
Non è forse Ratzinger che, dopo aver terrorizzato le persone
per secoli, decide, un giorno, di eliminare il Limbo perché, dal punto di vista
dello spaccio dell’eternità dato dal suo dio, gli è improduttivo? Eppure un
Ratzinger prima di lui, ne aveva affermato l’esistenza: chi dei due ha mentito?
La menzogna, fatta per la gloria di dio, non è censurata nel cristianesimo. E’
Paolo di tarso che santifica la menzogna a maggior gloria del suo dio. Dice
Ratzinger, nell’enciclica Spe Salvi, che con il battesimo i genitori non si
aspettano SOLTANTO un atto di socializzazione. Non si aspettano che con
quell’atto il loro figlio sia accolto nella comunità, ma si aspettano
qualcos’altro!
Davvero? Con i roghi che bruciavano gli eretici o gli
accusati costretti a recitare a memoria il credo i genitori si aspettavano
qualche cosa di diverso che non salvare il loro figlio dal rogo o dalle
vessazioni che la società controllata militarmente dal cristianesimo gli
imponeva?
I genitori si aspettano, col battesimo, che sia garantita al
loro figlio la violenza con cui imporgli la fede. Una sottomissione nella fede
che gli garantisca la resurrezione: la vita eterna! Il che equivale a dire che
il Feto non deve rispondere ai suoi bisogni e immettere le sue tensioni nel
mondo che lo comprende, perché solo non vivendo gli è assicurata la vita. Dal
punto di vista della NATURA, è un ragionamento illogico, stupido, se non avesse
delle finalità truffaldine. E se è stupido nei riguardi del feto, perché non
dovrebbe essere anche per gli Esseri Umani di questa specie che, ammalata di
onnipotenza, si pensa di essere uguale ad un dio padrone?
Per il cattolico la fede è la stessa cosa della fede nel
cartomante o la fede nei tarocchi o negli astrologi. Non cambia nulla. La fede
viene imposta dal cattolicesimo attraverso la patologia e giustificata con la
promessa di una vita eterna, di una resurrezione nella carne, dal suo cristo
Gesù. Come se Proserpina non ritornasse ad ogni primavera, ad ogni vita; come
se Isthar non tornasse dallo scuro, Osiride non risorgesse e Dioniso non
tornasse sempre a nuova vita. Ma, con il cristianesimo siamo alla truffa. Non
modelli che rappresentano il divenire degli individui, manifestazioni divine
del presente nelle sue infinite trasformazioni. Siamo davanti alla promessa
della resurrezione della carne che viene venduta come la panacea riparatrice
della truffa attraverso la quale si è imposta la disperazione. Non si tratta
solo della vendita delle indulgenze, si tratta della vendita della vita eterna
in cambio di sottomissione assoluta!
“Ma allora sorge la
domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte
persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro
una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente,
e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo.
Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un
dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere
sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla
fine insopportabile.”
Una volta imposta la truffa si dà per scontato che venga
accettata e, come se l’interlocutore non fosse in grado di distinguerne le
conseguenze, ci si chiede se i truffati vogliono davvero la vita eterna. Ma la
vita eterna è già insita nella vita stessa. Ciò che non è insito nella vita
stessa è la vita infinita nella carne. Ed è la fine della vita fisica che
terrorizza coloro che sono stati privati delle passioni da dispiegare nella
loro esistenza. Loro sono stati derubati della loro vita e, dopo essere stati
derubati, gli si chiede se desiderano una seconda possibilità!
E’ la truffa ratzingeriana che iniziata col cattolicesimo ha
attraversato tutta la storia.
E allora che senso ha sapere se il disperato vuole mettere
fine alla sua disperazione con una seconda possibilità?
L’interesse sta nel fatto che, in questo caso, il disgraziato
può essere usato come arma o per la distruzione della società civile o, ancora,
per imporre alla società civile delle scelte ineluttabili.
La promessa della “vita eterna”, la resurrezione della carne,
viene ottenuta grazie al saccheggio che si mette in atto nella società civile
affinché altre persone siano costrette ad invocare la “vita eterna” promessa
dal cristo Gesù.
Ed è la consapevolezza di questo scambio che allontana le
persone dal cristianesimo. La truffa si manifesta e per l’accettazione della
truffa le persone non sono disposte a distruggere la società civile. Le persone
consapevoli della truffa messa in atto dal cristianesimo produce l’angoscia di
Ratzinger:
“Ma allora sorge la
domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte
persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro
una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente,
e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo.
Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un
dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre,
senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine
insopportabile.”
Le persone sono consapevoli che SOLO rifiutando la fede e
vivendo con intensità emotiva, con passione, possono costruire un futuro oltre
la morte del corpo fisico. La distruzione di questa possibilità li porta alla
disperazione. La questione posta da Ratzinger, quando ripulita dall’odio della
patologia psichiatrica di Ratzinger, suona in questo modo: “Le persone
rifiutano la fede semplicemente perché rifiutano di rimanere delle disperate;
perché si rifiutano di vivere nell’angoscia. Perché sono consapevoli che
soltanto vivendo senza angoscia si può costruire ciò che al momento della morte
del corpo fisico si può partorire.” Continuare a vivere in eterno, senza fine,
una vita fisica, come proposto dal cristianesimo, si rivela una truffa: è come
promettere all’Essere feto di vivere in eterno nel grembo di sua madre. Il
vivere in eterno e la noia del vivere in eterno diventa insopportabile nella
mente malata di Ratzinger soltanto perché la vita, per Ratzinger, deve essere
vissuta senza passioni, senza travolgimenti emotivi, senza trasformazioni e
senza divenire è il NON-VIVERE che il cristianesimo impone alle persone. Ciò
che è noioso non è il vivere, è la staticità apatica emotiva che il
cristianesimo impone agli esseri Umani. Tale apatia, in ogni dimensione e in
ogni contesto della vita, risulta non soltanto noiosa, ma angosciante. Come il
prigioniero, in una cella d’isolamento, privato di ogni stimolo emotivo che gli
può arrivare dal mondo esterno.
L’immagine della galera, come abbiamo visto, è un’immagine
cara a Ratzinger e alla sua concezione sociale in quanto la noia apatica può
costruire nelle persone quell’angoscia che le costringe, inevitabilmente, a
rinchiudersi su sé stesse e a sviluppare quella patologia che le porta alla
disperazione e, per conseguenza, a lenire il dolore attraverso la speranza in
una fede che è, sostanzialmente, la modificazione del proprio stato presente.
E’ con un esempio di follia innaturale e inumana che
Ratzinger chiude il decimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi:
“È precisamente questo
che, per esempio, dice il Padre della Chiesa Ambrogio nel discorso funebre per
il fratello defunto Satiro: « È vero che la morte non faceva parte della
natura, ma fu resa realtà di natura; infatti Dio da principio non stabilì la
morte, ma la diede quale rimedio [...] A causa della trasgressione, la vita
degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto
insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte
restituisse ciò che la vita aveva perduto. L'immortalità è un peso piuttosto
che un vantaggio, se non la illumina la grazia ». Già prima Ambrogio aveva
detto: « Non dev'essere pianta la morte, perché è causa di salvezza... ».”
La morte del corpo fisico è l’essenza stessa della vita. La
vita ha il suo senso nella morte. Perché la vita è trasformazione e ad ogni
trasformazione, ogni soggetto della Natura, muore e rinasce.
La vita ha il suo trionfo proprio nella morte del corpo
fisico, come il bambino ha il suo trionfo proprio nella morte del feto. Solo
che il bambino che nasce eredita la forza con la quale il feto si è costruito,
come il feto ha risposto agli stimoli ambientali, le sue strategie di adattamento,
le condizioni, più o meno favorevoli, che ha percepito negli stimoli
ambientali. Così la morte del corpo fisico diventa un piacere quando la si
affronta con il tesoro che si è accumulato nel corso di tutta l’esistenza
attraverso le proprie strategie di vita, le proprie determinazioni, la
manifestazione delle proprie passioni, la veicolazione delle proprie emozioni e
le relazioni che si sono costruite con i fenomeni emotivi che dal mondo
giungono verso di noi. Quando il tesoro è ricco, la morte del corpo fisico è un
trionfo, quando il tesoro è povero la morte è un traguardo, quando la
sottomissione nella fede, che ha manifestato la speranza prodotta dalla
disperazione dell’incapacità di padroneggiare le condizioni della propria
esistenza, la morte del corpo fisico può essere solo fine delle sofferenze,
attesa come liberazione dall’angoscia pur contribuendo essa stessa ad
alimentare la situazione angosciante nell’individuo.
“Se si
continua ad evocare la morte in termini terroristici, che cosa accade delle
pene infernali e delle incertezze nell’aldilà? I giansenisti rimproveravano ai
gesuiti l’uso volgare della paura della morte e di quel che la segue allo scopo
di ottenere facili conversioni.” Tratto da La morte e l’Occidente di Michel
Vovelle ed. Laterza marzo 2000 pag. 334
Ed è questa condizione che Ratzinger intende introdurre
citando Ambrogio a proposito di quell’aberrazione secondo cui la morte non
faceva parte della Natura. E’ proprio la morte l’essenza della vita. Cià che
non fa parte della Natura è il terrore e l’angoscia nei confronti della morte
tanto da sacrificare i propri figli condannandoli alla fede nella disperazione.
L’angoscia e la disperazione nei confronti della morte è imposta
educazionalmente.
E’ necessario costringere le persone alla disperazione, alla
paura della morte, per costringerle a piangere la morte di altre persone per
rinnovare l’angoscia per la loro stessa morte. Una volta che le persone vedono
(relazione empatica di specie) nella morte e nella distruzione (e soprattutto
nelle misere e atroci condizioni nelle quali è avvenuta la morte dell’altro) la
propria disperazione, allora il cristiano si appropria di quell’angoscia e
mentre le persone sono angosciate. spaccia la sua dose di eroina: la speranza
attraverso la coercizione della fede di un dopo morte che per il cristiano non
esiste in quanto la speranza nella fede distrugge la possibilità di trasformare
la morte del corpo fisico in nascita del corpo luminoso!
Ed è questa la perdita che ci fa piangere la morte dell’altro!
Aveva una possibilità di eternità mediante la sua vita e l’ha
sprecata attraverso l’abbandono nella sottomissione. Anziché vivere con
passione, si è sottomesso ad una morale che lo ha prima ridotto all’angoscia e
al terrore, costretto a sottomettersi ad una fede manifestata da una speranza
il cui scopo era quello di portarlo all’autodistruzione.
Questo fa piangere i disperati che vivono nell’angoscia: fa
stringere i pugni di rabbia alle persone che vivono con passione.
La vita degli uomini è ridotta alla miseria proprio per
imporre loro la sottomissione che impedisce loro di trasformare la morte del
corpo fisico in nascita del corpo luminoso attraverso l’imposizione della fede
in un padrone: E IL DIO PADRONE PORTA IL BESTIAME UMANO LUNGO LA STRADA DEL
MACELLO DELLA LORO VITA!
Marghera, 27 dicembre 2007
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
TORNA ALL'INDICE DEI TESTI DEL SITO
La vita eterna – che cos'è?
10. Abbiamo finora parlato della fede e
della speranza nel Nuovo Testamento e agli inizi del
cristianesimo; è stato però anche sempre
evidente che non discorriamo solo del passato; l'intera
riflessione interessa il vivere e morire
dell'uomo in genere e quindi interessa anche noi qui ed ora.
Tuttavia dobbiamo adesso domandarci
esplicitamente: la fede cristiana è anche per noi oggi una
speranza che trasforma e sorregge la nostra
vita? È essa per noi « performativa » – un messaggio
che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è
ormai soltanto « informazione » che, nel frattempo,
abbiamo accantonata e che ci sembra superata
da informazioni più recenti? Nella ricerca di una
risposta vorrei partire dalla forma classica
del dialogo con cui il rito del Battesimo esprimeva
l'accoglienza del neonato nella comunità dei
credenti e la sua rinascita in Cristo. Il sacerdote
chiedeva innanzitutto quale nome i genitori
avevano scelto per il bambino, e continuava poi con la
domanda: « Che cosa chiedi alla Chiesa? »
Risposta: « La fede ». « E che cosa ti dona la fede? » «
La vita eterna ». Stando a questo dialogo, i
genitori cercavano per il bambino l'accesso alla fede, la
comunione con i credenti, perché vedevano
nella fede la chiave per « la vita eterna ». Di fatto, oggi
come ieri, di questo si tratta nel
Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di
socializzazione entro la comunità, non
semplicemente di accoglienza nella Chiesa. I genitori si
aspettano di più per il battezzando: si
aspettano che la fede, di cui è parte la corporeità della Chiesa
e dei suoi sacramenti, gli doni la vita – la
vita eterna. Fede è sostanza della speranza. Ma allora
sorge la domanda: Vogliamo noi davvero
questo – vivere eternamente? Forse oggi molte persone
rifiutano la fede semplicemente perché la
vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non
vogliono affatto la vita eterna, ma quella
presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo
scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a
vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna
che un dono. La morte, certamente, si
vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza
un termine – questo, tutto sommato, può
essere solo noioso e alla fine insopportabile. È
precisamente questo che, per esempio, dice
il Padre della Chiesa Ambrogio nel discorso funebre per
il fratello defunto Satiro: « È vero che la
morte non faceva parte della natura, ma fu resa realtà di
natura; infatti Dio da principio non stabilì
la morte, ma la diede quale rimedio [...] A causa della
trasgressione, la vita degli uomini cominciò
ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto
insopportabile. Doveva essere posto un
termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita
aveva perduto. L'immortalità è un peso
piuttosto che un vantaggio, se non la illumina la grazia ».
Già prima Ambrogio aveva detto: « Non
dev'essere pianta la morte, perché è causa di salvezza... ».
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!