L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al decimo paragrafo

 La morte come concepita e usata nel cristianesimo;

come si spaccia la morte per gestire la disperazione umana!

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Nel decimo paragrafo Ratzinger, per spiegare il perché del cristianesimo, introduce il concetto di morte.

Che cos’è la salvezza?

Da cosa essere salvati?

Che cosa terrorizza tanto il cristiano che non è in grado di guardare tanto da confidare in un salvatore che faccia ciò che lui non è in grado di fare?

Ed è Ratzinger a rivelarci il suo terrore: RATZINGER HA PAURA DELLA MORTE!

Non di come può morire o della sofferenza che gli procura il trapasso e nemmeno ha la paura del dolore empatico per il distacco da cose che ancora avrebbe dovuto fare. La paura di quell’incompiuto che assale il viandante che non si può fermare troppo a  lungo in un luogo e che non intraprende nessuna azione perché non sa se potrà portarla a termine. L’incompiuto che procura dolore. “Quante cose avrei potuto fare, ma non ho fatto!”. Il rimpianto per aver perso l’occasione della propria esistenza. Per non aver amato abbastanza, coinvolgendo le proprie emozioni sessuali; il rimpianto per non aver condiviso dei progetti con la società in cui si viveva; il rimpianto per la separazione che il delirio di onnipotenza ha imposto all’individuo che si riteneva un “eletto”, un inviato, un creato ad immagine e somiglianza del proprio dio!

Ratzinger ha proprio paura della morte del corpo fisico. Ha paura del nulla a cui le sue azioni lo hanno condotto. Ed è da qui che sgorga la sua speranza di salvezza. “Se io risorgo nella carne” dice Ratzinger: “Io vengo da un nulla e finisco in un nulla! Non ho una seconda possibilità che mi permetta di rimediare alle mie scelte.”.

 

Per cui, la riflessione di Ratzinger non è sulla vita e sulla morte, ma sul come evitare la morte del corpo fisico.

E’ il tema cristiano del perdurare nella vita fisica ad ogni costo. Il tema di quella resurrezione della carne è la promessa del cristo Gesù a cui i cristiani prestano fede nel loro stato di disperazione psicologica. La vita fisica è l’unica idea di vita che ha il cristiano. La resurrezione nella carne, tale da concedere un’altra possibilità, è la speranza che il cristiano manifesta mediante la fede. Ma per manifestare quella speranza attraverso la fede DEVE esistere la consapevolezza del fallimento della propria esistenza. Un fallimento al quale non si pone mano mediante il suicidio, ma imponendosi l’illusione di una speranza che si manifesta mediante la fede in una seconda vita.

 

Dice Ratzinger:

 

“Abbiamo finora parlato della fede e della speranza nel Nuovo Testamento e agli inizi del cristianesimo; è stato però anche sempre evidente che non discorriamo solo del passato; l'intera riflessione interessa il vivere e morire dell'uomo in genere e quindi interessa anche noi qui ed ora. Tuttavia dobbiamo adesso domandarci esplicitamente: la fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita? È essa per noi « performativa » – un messaggio che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto « informazione »  che, nel frattempo, abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni più recenti?”

 

Interessa il vivere e il morire dell’uomo antico, come il vivere e morire dell’uomo d’oggi.

La morte del corpo fisico è una condizione alla quale nessuno, apparentemente, ha dato una risposta (secondo Ratzinger) e, dal momento che nessuno ha dato una risposta, Ratzinger ripropone la risposta cristiana della speranza nella resurrezione della carne che manifesta mediante la fede. La fede nella promessa di quel cristo Gesù che, secondo Ratzinger, ha dimostrato la fattività della promessa. Proprio perché, dice Ratzinger, Gesù ha dimostrato la fattività della promessa viene giustificata la fede nella speranza della resurrezione dei corpi. Non mancherà l’occasione di parlare dell’inferno e del paradiso.

In questo momento la riflessione di Ratzinger si ferma alla domanda: il messaggio degli inizi del cristianesimo è il messaggio che ha valore ancor oggi?

A questa domanda va data una risposta che non può che essere un’altra domanda: l’inattualità del messaggio cristiano che verifichiamo oggi come poté imporsi dal momento che, interessando il vivere e il morire dell’uomo in genere, appare evidente che fosse inattuale anche in relazione alle antiche culture?

 

Sarà un motivo ricorrente, nel commento di questo paragrafo, il confronto di un diverso punto di vista sulla morte che sfocia da un diverso modo di affrontare e rappresentare la vita. Ma la prima domanda da fare: esiste un diverso punto di vista sulla morte?

La risposta stupida è data in alcune osservazioni di psicologia in cui si dice:

 

“L’uomo, infatti, a differenza di tutti i viventi, Sa di dover morire. Su questo tema ha sempre insistito la filosofia da Anassimandro il cui frammento recita: “Da dove gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità”.”

 

Il logos, la parola, la ragione, ha paura della morte del corpo fisico perché la morte pone fine alla sua esistenza. La morte è disgregazione definitiva della ragione e della descrizione del mondo fatto dalla ragione. Per la ragione, la morte del corpo fisico è SEMPRE E COMUNQUE IL NULLA!

Da quando l’uomo ha ancorato la sua esistenza nella ragione, quando la ragione ha occupato il dominio di ogni sfera emotiva, la morte del corpo fisico determina la morte della ragione e la disperazione emotiva dell’uomo che nella ragione aveva investito la sua esistenza. Sia nella ragione che nei fantasmi illusori in cui la ragione rinchiudeva le pulsioni umane sottomettendole a morali preconfezionate e a etiche che rispondevano alla riaffermazione del dominio di agenti esterni (spesso immaginati) sull’uomo. Quel dover essere, quel dover fare o non fare, che frapponendosi fra le pulsioni dell’uomo e il mondo in cui viveva, lo portava all’autodistruzione della sua ragione e, per conseguenza, della sua vita.

Non è vero che gli animali non hanno coscienza della loro morte e della necessità di dover morire. Solo che l’assenza della ragione, della ragione umana in particolare, non impone loro la fede nella disperazione dell’autodistruzione. Gli animali e le piante non vivono la morte del corpo fisico come la fine della loro esistenza, come il disgregarsi del loro essere e, pertanto, non vivono la disperazione della loro morte. Vivendo con le emozioni profonde, o vicino ad esse (le ragioni degli Esseri Animali) hanno maggior consapevolezza e coscienza della morte come trasformazione. L’Essere Umano che fa della ragione il dio della sua intelligenza, si è allontanato dalla percezione emotiva del mondo e ha rinunciato alla coscienza delle trasformazioni vitali; normalmente le vive con stupore miracolistico!

E’ proprio della filosofia confondere l’onnipotenza e la superiorità della ragione rispetto a tutte quelle forme che hanno, di fatto, prodotto ed alimentato la vita in tutti i suoi meccanismi espressivi, e sui quali la ragione si è sovrapposta tentando di nominarle. La ragione tende a dominare e a controllare tutto quello che l’Essere Umano, nel corso della sua evoluzione, fin dall’inizio della diversificazione delle specie, ha prodotto nella sua esistenza. L’esistenza, la vita, fu spinta pulsionale fondamentale che ha prodotto il suo divenuto.

Ratzinger ha la paura della propria morte; il verme schiacciato dall’automobile non ha paura di nascere.

Perché questa è la questione fondamentale: come l’Essere Feto chiama la sua uscita dalla vagina di sua madre?

La chiama “morte del feto” o la chiama “nascita del bambino”?

 

Ed è questo punto di vista che separa il Paganesimo Politeista dal monoteismo e sarò proprio per imporre il concetto di morte come fine del tutto, come il nulla, che il monoteismo inizierà la sua battaglia contro le Antiche Religioni. Per imporre la disperazione della morte è necessario svuotare la vita del suo senso eroico, farla diventare asservimento a morali e ad etiche estranee alla vita. In quelle morali e in quelle etiche le pulsioni della vita si infrangono portando alla distruzione dell’individuo. Una volta che le pulsioni si infrangono l’individuo vive il suo stato di disperazione come manifestazione di sofferenza psichica perché, il fatto stesso di aver rinunciato ad affrontare l’esistenza, ha costruito in lui la disperazione di non poter essere, in assoluto, in grado di affrontare più l’esistenza e le condizioni che gli si presentano. E ogni volta che nuove condizioni si presentano, aumenta dentro di lui la disperazione e il bisogno di mettere in atto difese psichiche che hanno nella speranza della fede la loro fissazione ossessiva.

 

Dice Ratzingernell’Enciclica Spe Salvi:

 

“Nella ricerca di una risposta vorrei partire dalla forma classica del dialogo con cui il rito del Battesimo esprimeva l'accoglienza del neonato nella comunità dei credenti e la sua rinascita in Cristo. Il sacerdote chiedeva innanzitutto quale nome i genitori avevano scelto per il bambino, e continuava poi con la domanda: « Che cosa chiedi alla Chiesa? » Risposta: « La fede ». « E che cosa ti dona la fede? » « La vita eterna ». Stando a questo dialogo, i genitori cercavano per il bambino l'accesso alla fede, la comunione con i credenti, perché vedevano nella fede la chiave per « la vita eterna ». Di fatto, oggi come ieri, di questo si tratta nel Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di socializzazione entro la comunità, non semplicemente di accoglienza nella Chiesa. I genitori si aspettano di più per il battezzando: si aspettano che la fede, di cui è parte la corporeità della Chiesa e dei suoi sacramenti, gli doni la vita – la vita eterna. Fede è sostanza della speranza. Ma allora sorge la domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.”

 

Ratzinger omette tutto l’aspetto della costruzione della disperazione. Ratzinger non dice come ha costruito la disperazione nei genitori o nei nonni del battesimando. I nonni e i genitori del battesimando vivono la disperazione per il fallimento della loro esistenza. Anziché affrontare con coraggio il loro fallimento preoccupandosi affinché al loro figlio sia evitata una tale sciagura, rinnovano la disperazione nel loro figlio perché questo concede loro quel ristoro dal fallimento: “Se io spero” dicono “non sono un fallito e dal momento che non riesco a vedere altro che la mia speranza, come potrei trasferire qualche cosa a mio figlio che io non vedo o che io non sono in grado di considerare nella realtà nella quale vivo?” Il fallimento dell’esistenza si cristallizza nelle persone attraverso la speranza imposta per fede! La speranza, imposta per fede, si cala nelle persone in modo tale da impedire alle persone di chiedersi: “C’era qualche cosa di diverso che io potevo fare? C’era una scelta diversa che io avrei potuto fare?”.

Ratzinger omette la sua costruzione della disperazione e fa apparire la disperazione delle persone come oggetto in sé e non come divenuto delle persone attraverso scelte che lui stesso, e per estensione ogni cattolico, ha imposto mediante la truffa, la violenza, la calunnia e la diffamazione dell’esistente. E’ come la parabola del “Buon samaritano” tutta centrata sui ladri che rapinano il malcapitato e lo bastonano per rapinarlo. Sono i ladri e i rapinatori che giustificano l’azione del “buon samaritano”, ma in una società in cui non ci sono ladri e rapinatori, la morale della parabola del buon samaritano, prevede di trasformare le persone in ladri e in rapinatori per consentire ai buoni samaritani di mantenere una società in cui il furto e la rapina siano delle costanti di rappresentazione sociale.

 

Il prete cattolico chiede ai genitori: “Che cosa chiedi alla chiesa?”

Non rispondono benessere per la vita del bambino. Ai genitori cattolici non interessa il benessere del loro figlio. Ai genitori cattolici non interessa se il loro figlio sarà coraggioso nella sua esistenza. Il genitore cattolico deve uccidere il divenire di suo figlio. Trasformarlo in un disperato che, incapace di vivere nelle norme e nelle regole sociali, aggredisca la società civile o sia sottomesso alla violenza cattolica che nella società civile si esprime.

I genitori cattolici, per il loro figlio, chiedono la sottomissione che chiamano fede. E la chiedono perché la sottomissione, secondo Ratzinger, permette la vita eterna. Permette quello che la disperazione dei genitori, costruita da Ratzinger, ha prodotto per fissarsi in loro: speranza attraverso la fede nell’assurdo!

 

E la speranza nella fede dell’assurdo è quella spasmodica ricerca di vita eterna, quel ritorno alla carne, il cui desiderio nasce nell’uomo soltanto quando ha sprecato la sua esistenza inseguendo illusioni che la violenza educazionale gli ha imposto. La reincarnazione è un’altra risposta alla stessa disperazione esistenziale.

 

Si chiama: MARCHIARE I FIGLI!

Dove il marchio non è di natura fisica come la circoncisione o l’infibulazione,  ma è di natura emotiva attraverso l’imposizione di categorie morali il cui scopo è quello di bloccare la manifestazione delle pulsioni di vita nel mondo ad opera del bambino. Lo stesso blocco pulsionale che è stato imposto ai genitori e ai nonni che fanno del bambino una bestia. Una bestia non tanto per la considerazione del genitore, ma per la mancanza nel genitore cattolico della consapevolezza che il bambino cresce e forgia sé stesso attraverso le relazioni con il mondo e che LUI è il responsabile degli imput che fornisce al bambino nel cercare le soluzioni alle contraddizioni e le risposte ai fenomeni che dal mondo giungono a  lui. Per il genitore cristiano il bambino è solo un animale da allevare. Sarà poi il suo dio a concedergli la grazia e quei “doni” che altro non saranno che le attitudini che, nonostante tutto, il bambino tenderà a manifestare e affinare nel corso della crescita. Noi non dobbiamo chiederci quanto è abile o dotato quel bambino o quell’adulto nell’affr4ontare la sua vita, ma dobbiamo chiederci: quanto sarebbe stato abile se fosse stato fornito di strumenti psico-emotivi adeguati per affrontare la sua esistenza? Quanto sarebbe stata ricca la società civile se gli uomini, anziché costretti alla disperazione nell’attesa della resurrezione fossero stati spinti per vivere con passione e determinazione emotiva la loro esistenza. Se avessero vissuto con intensità l’attimo presente.

 

Ratzinger, nel dire:

 

Stando a questo dialogo, i genitori cercavano per il bambino l'accesso alla fede, la comunione con i credenti, perché vedevano nella fede la chiave per « la vita eterna ». Di fatto, oggi come ieri, di questo si tratta nel Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di socializzazione entro la comunità, non semplicemente di accoglienza nella Chiesa. I genitori si aspettano di più per il battezzando: si aspettano che la fede, di cui è parte la corporeità della Chiesa e dei suoi sacramenti, gli doni la vita – la vita eterna.”

 

Non fa altro che descrivere la qualità della truffa che il cristianesimo ha messo in atto nella società civile.

Attraverso la fede, dice Ratzinger, io vi vendo la vita eterna!

Non è forse Ratzinger che, dopo aver terrorizzato le persone per secoli, decide, un giorno, di eliminare il Limbo perché, dal punto di vista dello spaccio dell’eternità dato dal suo dio, gli è improduttivo? Eppure un Ratzinger prima di lui, ne aveva affermato l’esistenza: chi dei due ha mentito? La menzogna, fatta per la gloria di dio, non è censurata nel cristianesimo. E’ Paolo di tarso che santifica la menzogna a maggior gloria del suo dio. Dice Ratzinger, nell’enciclica Spe Salvi, che con il battesimo i genitori non si aspettano SOLTANTO un atto di socializzazione. Non si aspettano che con quell’atto il loro figlio sia accolto nella comunità, ma si aspettano qualcos’altro!

Davvero? Con i roghi che bruciavano gli eretici o gli accusati costretti a recitare a memoria il credo i genitori si aspettavano qualche cosa di diverso che non salvare il loro figlio dal rogo o dalle vessazioni che la società controllata militarmente dal cristianesimo gli imponeva?

I genitori si aspettano, col battesimo, che sia garantita al loro figlio la violenza con cui imporgli la fede. Una sottomissione nella fede che gli garantisca la resurrezione: la vita eterna! Il che equivale a dire che il Feto non deve rispondere ai suoi bisogni e immettere le sue tensioni nel mondo che lo comprende, perché solo non vivendo gli è assicurata la vita. Dal punto di vista della NATURA, è un ragionamento illogico, stupido, se non avesse delle finalità truffaldine. E se è stupido nei riguardi del feto, perché non dovrebbe essere anche per gli Esseri Umani di questa specie che, ammalata di onnipotenza, si pensa di essere uguale ad un dio padrone?

 

Per il cattolico la fede è la stessa cosa della fede nel cartomante o la fede nei tarocchi o negli astrologi. Non cambia nulla. La fede viene imposta dal cattolicesimo attraverso la patologia e giustificata con la promessa di una vita eterna, di una resurrezione nella carne, dal suo cristo Gesù. Come se Proserpina non ritornasse ad ogni primavera, ad ogni vita; come se Isthar non tornasse dallo scuro, Osiride non risorgesse e Dioniso non tornasse sempre a nuova vita. Ma, con il cristianesimo siamo alla truffa. Non modelli che rappresentano il divenire degli individui, manifestazioni divine del presente nelle sue infinite trasformazioni. Siamo davanti alla promessa della resurrezione della carne che viene venduta come la panacea riparatrice della truffa attraverso la quale si è imposta la disperazione. Non si tratta solo della vendita delle indulgenze, si tratta della vendita della vita eterna in cambio di sottomissione assoluta!

 

Ma allora sorge la domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.”

 

Una volta imposta la truffa si dà per scontato che venga accettata e, come se l’interlocutore non fosse in grado di distinguerne le conseguenze, ci si chiede se i truffati vogliono davvero la vita eterna. Ma la vita eterna è già insita nella vita stessa. Ciò che non è insito nella vita stessa è la vita infinita nella carne. Ed è la fine della vita fisica che terrorizza coloro che sono stati privati delle passioni da dispiegare nella loro esistenza. Loro sono stati derubati della loro vita e, dopo essere stati derubati, gli si chiede se desiderano una seconda possibilità!

E’ la truffa ratzingeriana che iniziata col cattolicesimo ha attraversato tutta la storia.

E allora che senso ha sapere se il disperato vuole mettere fine alla sua disperazione con una seconda possibilità?

L’interesse sta nel fatto che, in questo caso, il disgraziato può essere usato come arma o per la distruzione della società civile o, ancora, per imporre alla società civile delle scelte ineluttabili.

La promessa della “vita eterna”, la resurrezione della carne, viene ottenuta grazie al saccheggio che si mette in atto nella società civile affinché altre persone siano costrette ad invocare la “vita eterna” promessa dal cristo Gesù.

 

Ed è la consapevolezza di questo scambio che allontana le persone dal cristianesimo. La truffa si manifesta e per l’accettazione della truffa le persone non sono disposte a distruggere la società civile. Le persone consapevoli della truffa messa in atto dal cristianesimo produce l’angoscia di Ratzinger:

 

Ma allora sorge la domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.”

 

Le persone sono consapevoli che SOLO rifiutando la fede e vivendo con intensità emotiva, con passione, possono costruire un futuro oltre la morte del corpo fisico. La distruzione di questa possibilità li porta alla disperazione. La questione posta da Ratzinger, quando ripulita dall’odio della patologia psichiatrica di Ratzinger, suona in questo modo: “Le persone rifiutano la fede semplicemente perché rifiutano di rimanere delle disperate; perché si rifiutano di vivere nell’angoscia. Perché sono consapevoli che soltanto vivendo senza angoscia si può costruire ciò che al momento della morte del corpo fisico si può partorire.” Continuare a vivere in eterno, senza fine, una vita fisica, come proposto dal cristianesimo, si rivela una truffa: è come promettere all’Essere feto di vivere in eterno nel grembo di sua madre. Il vivere in eterno e la noia del vivere in eterno diventa insopportabile nella mente malata di Ratzinger soltanto perché la vita, per Ratzinger, deve essere vissuta senza passioni, senza travolgimenti emotivi, senza trasformazioni e senza divenire è il NON-VIVERE che il cristianesimo impone alle persone. Ciò che è noioso non è il vivere, è la staticità apatica emotiva che il cristianesimo impone agli esseri Umani. Tale apatia, in ogni dimensione e in ogni contesto della vita, risulta non soltanto noiosa, ma angosciante. Come il prigioniero, in una cella d’isolamento, privato di ogni stimolo emotivo che gli può arrivare dal mondo esterno.

L’immagine della galera, come abbiamo visto, è un’immagine cara a Ratzinger e alla sua concezione sociale in quanto la noia apatica può costruire nelle persone quell’angoscia che le costringe, inevitabilmente, a rinchiudersi su sé stesse e a sviluppare quella patologia che le porta alla disperazione e, per conseguenza, a lenire il dolore attraverso la speranza in una fede che è, sostanzialmente, la modificazione del proprio stato presente.

 

E’ con un esempio di follia innaturale e inumana che Ratzinger chiude il decimo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi:

 

È precisamente questo che, per esempio, dice il Padre della Chiesa Ambrogio nel discorso funebre per il fratello defunto Satiro: « È vero che la morte non faceva parte della natura, ma fu resa realtà di natura; infatti Dio da principio non stabilì la morte, ma la diede quale rimedio [...] A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita aveva perduto. L'immortalità è un peso piuttosto che un vantaggio, se non la illumina la grazia ». Già prima Ambrogio aveva detto: « Non dev'essere pianta la morte, perché è causa di salvezza... ».”

 

La morte del corpo fisico è l’essenza stessa della vita. La vita ha il suo senso nella morte. Perché la vita è trasformazione e ad ogni trasformazione, ogni soggetto della Natura, muore e rinasce.

La vita ha il suo trionfo proprio nella morte del corpo fisico, come il bambino ha il suo trionfo proprio nella morte del feto. Solo che il bambino che nasce eredita la forza con la quale il feto si è costruito, come il feto ha risposto agli stimoli ambientali, le sue strategie di adattamento, le condizioni, più o meno favorevoli, che ha percepito negli stimoli ambientali. Così la morte del corpo fisico diventa un piacere quando la si affronta con il tesoro che si è accumulato nel corso di tutta l’esistenza attraverso le proprie strategie di vita, le proprie determinazioni, la manifestazione delle proprie passioni, la veicolazione delle proprie emozioni e le relazioni che si sono costruite con i fenomeni emotivi che dal mondo giungono verso di noi. Quando il tesoro è ricco, la morte del corpo fisico è un trionfo, quando il tesoro è povero la morte è un traguardo, quando la sottomissione nella fede, che ha manifestato la speranza prodotta dalla disperazione dell’incapacità di padroneggiare le condizioni della propria esistenza, la morte del corpo fisico può essere solo fine delle sofferenze, attesa come liberazione dall’angoscia pur contribuendo essa stessa ad alimentare la situazione angosciante nell’individuo.

 

“Se si continua ad evocare la morte in termini terroristici, che cosa accade delle pene infernali e delle incertezze nell’aldilà? I giansenisti rimproveravano ai gesuiti l’uso volgare della paura della morte e di quel che la segue allo scopo di ottenere facili conversioni.” Tratto da La morte e l’Occidente di Michel Vovelle ed. Laterza marzo 2000 pag. 334

 

Ed è questa condizione che Ratzinger intende introdurre citando Ambrogio a proposito di quell’aberrazione secondo cui la morte non faceva parte della Natura. E’ proprio la morte l’essenza della vita. Cià che non fa parte della Natura è il terrore e l’angoscia nei confronti della morte tanto da sacrificare i propri figli condannandoli alla fede nella disperazione. L’angoscia e la disperazione nei confronti della morte è imposta educazionalmente.

E’ necessario costringere le persone alla disperazione, alla paura della morte, per costringerle a piangere la morte di altre persone per rinnovare l’angoscia per la loro stessa morte. Una volta che le persone vedono (relazione empatica di specie) nella morte e nella distruzione (e soprattutto nelle misere e atroci condizioni nelle quali è avvenuta la morte dell’altro) la propria disperazione, allora il cristiano si appropria di quell’angoscia e mentre le persone sono angosciate. spaccia la sua dose di eroina: la speranza attraverso la coercizione della fede di un dopo morte che per il cristiano non esiste in quanto la speranza nella fede distrugge la possibilità di trasformare la morte del corpo fisico in nascita del corpo luminoso!

 

Ed è questa la perdita che ci fa piangere la morte dell’altro!

Aveva una possibilità di eternità mediante la sua vita e l’ha sprecata attraverso l’abbandono nella sottomissione. Anziché vivere con passione, si è sottomesso ad una morale che lo ha prima ridotto all’angoscia e al terrore, costretto a sottomettersi ad una fede manifestata da una speranza il cui scopo era quello di portarlo all’autodistruzione.

 

Questo fa piangere i disperati che vivono nell’angoscia: fa stringere i pugni di rabbia alle persone che vivono con passione.

La vita degli uomini è ridotta alla miseria proprio per imporre loro la sottomissione che impedisce loro di trasformare la morte del corpo fisico in nascita del corpo luminoso attraverso l’imposizione della fede in un padrone: E IL DIO PADRONE PORTA IL BESTIAME UMANO LUNGO LA STRADA DEL MACELLO DELLA LORO VITA!

Marghera, 27 dicembre 2007

TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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La vita eterna – che cos'è?

10. Abbiamo finora parlato della fede e della speranza nel Nuovo Testamento e agli inizi del

cristianesimo; è stato però anche sempre evidente che non discorriamo solo del passato; l'intera

riflessione interessa il vivere e morire dell'uomo in genere e quindi interessa anche noi qui ed ora.

Tuttavia dobbiamo adesso domandarci esplicitamente: la fede cristiana è anche per noi oggi una

speranza che trasforma e sorregge la nostra vita? È essa per noi « performativa » – un messaggio

che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto « informazione » che, nel frattempo,

abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni più recenti? Nella ricerca di una

risposta vorrei partire dalla forma classica del dialogo con cui il rito del Battesimo esprimeva

l'accoglienza del neonato nella comunità dei credenti e la sua rinascita in Cristo. Il sacerdote

chiedeva innanzitutto quale nome i genitori avevano scelto per il bambino, e continuava poi con la

domanda: « Che cosa chiedi alla Chiesa? » Risposta: « La fede ». « E che cosa ti dona la fede? » «

La vita eterna ». Stando a questo dialogo, i genitori cercavano per il bambino l'accesso alla fede, la

comunione con i credenti, perché vedevano nella fede la chiave per « la vita eterna ». Di fatto, oggi

come ieri, di questo si tratta nel Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di

socializzazione entro la comunità, non semplicemente di accoglienza nella Chiesa. I genitori si

aspettano di più per il battezzando: si aspettano che la fede, di cui è parte la corporeità della Chiesa

e dei suoi sacramenti, gli doni la vita – la vita eterna. Fede è sostanza della speranza. Ma allora

sorge la domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte persone

rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non

vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo

scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna

che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza

un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile. È

precisamente questo che, per esempio, dice il Padre della Chiesa Ambrogio nel discorso funebre per

il fratello defunto Satiro: « È vero che la morte non faceva parte della natura, ma fu resa realtà di

natura; infatti Dio da principio non stabilì la morte, ma la diede quale rimedio [...] A causa della

trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto

insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita

aveva perduto. L'immortalità è un peso piuttosto che un vantaggio, se non la illumina la grazia ».

Già prima Ambrogio aveva detto: « Non dev'essere pianta la morte, perché è causa di salvezza... ».

 

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