“Ratzinger e “la fede come oggetto in
sé”.”
Spe Salvi
di Ratzinger
Commento al settimo paragrafo
Il settimo paragrafo, della Spe
Salvi di Ratzinger, è una disgressione
pseudo-teologica su come si deve intendere il
concetto di fede. Una disgressione il cui scopo è
quello di allontanare la realtà psicologica ed esistenziale delle persone che
manifestano la fede. Come se il concetto di “fede” fosse una manifestazione
oggettiva, un oggetto in sé, e non la manifestazione dell’individuo che
dichiara di “aver fede”.
In questo paragrafo Ratzinger
esalta l’oscurantismo. L’oscurantismo come ideologia religiosa espressa
mediante la superstizione e giustifica le peggiori perversioni che hanno
afflitto l’umanità.
Quando Ratzinger dice:
“– la fede è la « sostanza » delle cose che si sperano; la
prova delle cose che non si vedono. Tommaso d'Aquino, utilizzando la
terminologia della tradizione filosofica nella quale si trova, spiega questo
così: la fede è un « habitus », cioè una costante disposizione
dell'animo, grazie a cui la vita eterna prende inizio in noi e la ragione è
portata a consentire a ciò che essa non vede. Il concetto di « sostanza » è
quindi modificato nel senso che per la fede, in modo iniziale, potremmo dire «
in germe » – quindi secondo la « sostanza » – sono già presenti in noi le cose
che si sperano: il tutto, la vita vera. E proprio perché la cosa stessa è già
presente, questa presenza di ciò che verrà crea anche certezza: questa «cosa »
che deve venire non è ancora visibile nel mondo esterno (non « appare »), ma a
causa del fatto che, come realtà iniziale e dinamica, la portiamo dentro di
noi, nasce già ora una qualche percezione di essa.”
Nell’affermare che “– la fede è la « sostanza » delle cose
che si sperano” vuol significare
che tutto ciò in cui si spera è, di fatto, un oggetto reale; è di
per sé un oggetto reale o ha delle possibilità di essere un oggetto reale!
L’affermazione non è solo folle in sé, ma è il presupposto per l’inganno e per
la truffa delle persone.
Ratzinger non fa che riprendere la prova
ontologica dell’esistenza di dio del suo sant’Anselmo.
Ciò che è un’idea, un’illusione, fatta propria dall’individuo
mediante la “fede” nella realtà della sua illusione, dimostra l’esistenza di
un’idea, non della realtà dell’oggetto espresso nella fede e, tanto meno, della
realtà fattiva dell’idea. La fede dimostra l’esistenza di una patologia
psichica, di un bisogno psichico che la manifesta, non la realtà dell’oggetto
che la fede descrive.
Le cose che non si vedono hanno una prova della loro
esistenza mediante l’indagine. Non vedo la gravità, ma ne osservo gli effetti.
Dagli effetti deduco l’esistenza della gravità. Non vedo gli oggetti della
fede, ma osservo un individuo che manifesta la fede. Senza l’individuo che
manifesta la fede, io non vedrei la fede. Pertanto l’oggetto di indagine non è
la fede, ma l’individuo che la manifesta. Affermare che la fede è oggetto di
indagine significa affermare che la fede è un dato oggettivo, come la gravità.
Ma la gravità mette in atto un effetto che io verifico, la fede non mette in
atto nulla se non attraverso l’individuo che manifesta la fede. E’ l’individuo
che manifesta la fede, non la fede l’individuo. Pertanto, l’oggetto di indagine
della fede è l’uomo che la manifesta e l’insieme che agisce nell’uomo e che lo
spinge a manifestare la fede.
In questo si realizza la truffa e l’inganno di Ratzinger. Ratzinger manifesta
una distinzione fra il soggetto e le sue manifestazioni psichiche come se
queste potessero avvenire senza la presenza del soggetto. La fede non prova le
cose che non si vedono, ma prova che un soggetto crede che le cose che non si
vedono siano degli oggetti reali, oggetti in sé, e su quella credenza organizza
la propria vita. Quando Tommaso d’Aquino, parlando
della fede, afferma: “cioè una costante disposizione dell'animo, grazie a
cui la vita eterna prende inizio in noi e la ragione è portata a consentire a
ciò che essa non vede.”
Si può verificare che la fede sia una costante delle persone
costrette a credere, ma diventa illegittimo, pretestuoso e falsamente ipocrita,
affermare che grazie a ciò la vita eterna prende inizio in noi. Innanzi tutto perché
la “vita eterna” è un atto di fantasticheria, un’immaginazione, propria di chi
impone la fede come manifestazione della disperazione che induce alla fede, in
secondo luogo, la speranza nella fede prodotta dalla ragione, è un atto di
immaginazione col quale la ragione impedisce all’individuo di affrontare
coerentemente la sua esistenza. I fantasmi della ragione sono immaginazioni,
che assumo anche il carattere di allucinazioni, pseudo
allucinazioni e illusioni, nelle quali manifestare una coerenza fideistica che impedisca alla ragione la descrizione
compiuta del mondo risolvendo le contraddizioni della vita nell’immaginazione
stessa e nei suoi fantasmi.
Quando Anselmo afferma che dio è: “Ciò di cui nulla di più
grande può essere pensato, non può esistere solo nell’intelletto....” Infatti
non esiste solo nell’intelletto, ma nell’immaginazione frutto di un bisogno
patologico. Dove l’individuo, davanti alle difficoltà della propria vita,
immagina un soggetto immenso ed onnipotente che affronti o gli permetta di
affrontare tutte quelle condizioni davanti alle quali egli è un incapace e un
incompetente. Immaginazione di un fantastico in cui gli uomini e gli asini
volano, in cui Gesù scende dalle nuvole con grande
potenza, in cui un dio pazzo crea il cielo e la terra e tanti bambini che
annuiscono stupiti dicendo: “Sì, buana!”.
Indubbiamente la ragione non percepisce le forze psichiche
del profondo che bussano alla sua porta. La ragione non vede le forze Titaniche
che hanno costruito la vita, le trasformazioni, e hanno manifestato le specie.
Zeus, dopo la Titanomachia, ha separato con “bronzee
porte” il suo regno, della ragione e della forma dall’Ampio Tartaro in cui i
Titani si agitano per costruire continuamente nuova vita e per spingere la vita
alle trasformazioni, La ragione non può penetrare quelle “bronzee porte” né
entrare nel Tartaro senza subire l’oblio delle acque dello Stige.
Per questo la ragione umana vive questa sorta di delirio di onnipotenza
pensandosi un “intelletto superiore” ad immagine di un intelletto superiore e
assoluto che chiama “dio padrone e creatore”. Poi, l’Università di Tokyo
verifica la capacità intellettiva di studenti universitari e delle scimmie e si
accorge che la capacità delle scimmie è, sotto molti aspetti, superiore a
quella degli Esseri Umani (il termine “molti aspetti” è una resistenza
psicologica della mia ragione).
Definire la fede come sostanza significa definire il prodotto
della patologia psichiatrica soggettiva di un individuo elemento oggettivo
proprio ed esterno alla specie umana. La fede ha una sua ragione di essere
soltanto all’interno di un circuito di persone che “credono” ponendo le loro
aspettative all’interno del medesimo oggetto. Ma quando quelle aspettative sono
manifestate fuori dal circuito fideistico, fuori
dalla chiesa cattolica, nella società civile, immediatamente le manifestazioni
di fede appaiono per ciò che sono, manifestazione patologica psichiatrica di
individui che incapaci di relazionarsi col mondo si separano da esso costruendo
un’illusione dalla quale far discendere la loro descrizione del mondo. E la
loro ragione si piega con tanta forza a tale illusione da non riuscire più a
cogliere nulla che non sia relativo alla riaffermazione di quell’illusione.
La ragione del cristiano non può più affrontare nulla senza che l’idea di dio
sia il fondamento del suo agire, delle sue idee, dello sviluppo “logico” della
sua vita. Tutto ciò che contrasta con l’idea di dio viene scartata, eliminata,
emotivamente cancellata e, quando non è possibile, violentemente contrastata.
Ciò che Ratzinger contesta in
Lutero è la razionalità della relazione fra l’individuo e il mondo.
Scrive Ratzinger:
“. A Lutero, al quale la Lettera agli Ebrei non era
in se stessa molto simpatica, il concetto di « sostanza », nel contesto della
sua visione della fede, non diceva niente. Per questo intese il termine ipostasi/sostanza
non nel senso oggettivo (di realtà presente in noi), ma in quello
soggettivo, come espressione di un atteggiamento interiore e, di conseguenza,
dovette naturalmente comprendere anche il termine argumentum
come una disposizione del soggetto.”
Se un individuo afferma che le emozioni sono manifestazione
dell’individuo avrà delle relazioni diverse, davanti alla vita, che non chi
ritiene che gli individui siano manifestazione delle loro emozioni (della loro
anima; involucro dell’anima). Se la fede è un oggetto in sé, manifestazione del
dio padrone dentro gli uomini, gli uomini devono essere costretti alla
schiavitù nei confronti della fede e non sono i costruttori o i fautori della
loro fede. Da qui Ratzinger procede per sviluppare
ulteriormente il concetto di schiavitù che diventa schiavitù con tutto il loro
cuore e con tutta la loro anima dal momento che la fede, oggetto con cui il dio
padrone Ratzinger riduce alla schiavitù gli
Esseri Umani, viene dal dio padrone stesso imposta agli esseri Umani. La fede,
per Ratzinger, legittima il suo possesso degli uomini
in quanto gli uomini hanno fede nella sua speranza perché tale speranza gli è
stata imposta dal suo dio padrone. Dal momento che la speranza nella fede viene
imposta attraverso condizioni materiali che distruggono la vita fisica, va da
sé che la schiavitù che Ratzinger propone al Sistema
Sociale è quella schiavitù totale alla quale chiede alla società civile di sottomettersi
e di accettarla come condizione naturale imposta dal suo dio. Da qui le
affermazioni di Ratzinger di quel “diritto Naturale”
che altro non è che il suo diritto a sottomettere gli uomini al suo diritto di
stuprarli privandoli dell’autodeterminazione di sé stessi, salvo alimentare il
loro desiderio di sottomettersi a lui, come nel caso di Giuseppina Bakhita.
Al contrario in Lutero, stando a quello citato, dal momento
che la fede è manifestazione dell’individuo, l’individuo può scegliere come
dove e quando costruire la propria credenza al di là che questa credenza sia
più o meno patologica, ma comunque deve essere giustificata in quanto scelta
dell’individuo nella sua esistenza. In Ratzinger non
c’è giustificazione razionale della fede in quanto questa è imposta dal suo dio
padrone e, per Ratzinger, il dio padrone, egli
stesso, non si discute.
Ratzinger esalta la patologia psichiatrica
come oggetto in sé. Egli dice: “..questa «cosa » che deve venire non è
ancora visibile nel mondo esterno (non « appare »), ma a causa del fatto che,
come realtà iniziale e dinamica, la portiamo dentro di noi, nasce già ora una
qualche percezione di essa.”
Da un lato contesta Paolo di Tarso che parla della speranza
quando dice:
“Or, la speranza che si vede non è più speranza:
infatti chi spera in ciò che vede?” Romani 8, 25
Paolo di Tarso non dice che è invisibile, ma dice che
l’oggetto della speranza è visibile.
Pertanto, da un lato esiste la truffa. Sia la truffa di Paolo
di Tarso che parla di oggetto della speranza visibile, sia la truffa e
l’inganno di Ratzinger che parla di una speranza in
qualcosa di invisibile che enuncia come oggetto reale. Si chiama truffa questo
gioco retorico. E il truffare ha come oggetto la struttura psico-emotiva
dlele persone nelle quali si vuole costruire
dipendenza e sottomissione ad una speranza per la quale le persone sono
invitate a rinunciare alla loro azione nella vita e nella quotidianità.
Tutto il paragrafo viene usato da Ratzinger
per giustificare la coercizione emotiva, la manipolazione mentale, imposta alle
persone affinché l’accettino come elemento naturale della loro esistenza. La
privazione delle persone della loro capacità di azione nel mondo è giustificata
da Ratzinger attraverso una condizione naturale del
“portarla dentro di noi” evitando di assumersi la responsabilità di “averla
imposta dentro di noi” e di pagare le conseguenze del crimine che ha commesso
privando le persone degli strumenti con cui affrontare in maniera consapevole
la loro esistenza.
Marghera, 17 dicembre 2007
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
TORNA ALL'INDICE DEI TESTI DEL SITO
7.
Dobbiamo ancora una volta tornare al Nuovo Testamento. Nell'undicesimo capitolo
della Lettera
agli
Ebrei (v.1) si trova una sorta di definizione della fede che
intreccia strettamente questa virtù
con la
speranza. Intorno alla parola centrale di questa frase si è creata fin dalla
Riforma una disputa
tra
gli esegeti, nella quale sembra riaprirsi oggi la via per una interpretazione
comune. Per il
momento
lascio questa parola centrale non tradotta. La frase dunque suona così: « La
fede è
hypostasis delle
cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono ». Per i Padri e per i
teologi
del
Medioevo era chiaro che la parola greca hypostasis
era da tradurre in latino con il termine
substantia. La traduzione latina del testo, nata nella Chiesa antica,
dice quindi: « Est autem fides
sperandarum substantia rerum,
argumentum non apparentium » – la fede è la « sostanza » delle
cose
che si sperano; la prova delle cose che non si vedono. Tommaso d'Aquino,4 utilizzando la
terminologia
della tradizione filosofica nella quale si trova, spiega questo così: la fede è
un «
habitus
», cioè una costante
disposizione dell'animo, grazie a cui la vita eterna prende inizio in noi e
la
ragione è portata a consentire a ciò che essa non vede. Il concetto di «
sostanza » è quindi
modificato
nel senso che per la fede, in modo iniziale, potremmo dire « in germe » –
quindi secondo
la «
sostanza » – sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto, la vita
vera. E proprio
perché
la cosa stessa è già presente, questa presenza di ciò che verrà crea anche
certezza: questa «
cosa »
che deve venire non è ancora visibile nel mondo esterno (non « appare »), ma a
causa del
fatto
che, come realtà iniziale e dinamica, la portiamo dentro di noi, nasce già ora
una qualche
percezione
di essa. A Lutero, al quale la Lettera agli Ebrei non era in se stessa
molto simpatica, il
concetto
di « sostanza », nel contesto della sua visione della fede, non diceva niente.
Per questo
intese
il termine ipostasi/sostanza non nel senso oggettivo (di realtà presente
in noi), ma in quello
soggettivo,
come espressione di un atteggiamento interiore e, di conseguenza, dovette
naturalmente
comprendere
anche il termine argumentum come una
disposizione del soggetto. Questa
interpretazione
nel XX secolo si è affermata – almeno in Germania – anche nell'esegesi
cattolica,
cosicché
la traduzione ecumenica in lingua tedesca del Nuovo Testamento, approvata dai
Vescovi,
dice: « Glaube
aber ist: Feststehen in dem, was man erhofft, Überzeugtsein von dem, was man nicht
sieht » (fede
è: stare saldi in ciò che si spera, essere convinti di ciò che non si vede).
Questo in se
stesso
non è erroneo; non è però il senso del testo, perché il termine greco usato (elenchos) non ha il
valore
soggettivo di « convinzione », ma quello oggettivo di « prova ». Giustamente
pertanto la
recente
esegesi protestante ha raggiunto una convinzione diversa: « Ora però non può
più essere
messo in
dubbio che questa interpretazione protestante, divenuta classica, è
insostenibile ».5 La fede
non è
soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono
ancora totalmente
assenti;
essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa
realtà presente
costituisce
per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro
il presente
il
futuro, così che quest'ultimo non è più il puro «
non-ancora ». Il fatto che questo futuro esista,
cambia
il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose
future si riversano in
quelle
presenti e le presenti in quelle future.
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!