L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al sesto paragrafo

“Filosofi, pastori e i disperati dei salmi in Ratzinger

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Dice Ratzinger nel sesto paragrafo della Spe Salvi:

La figura di Cristo viene interpretata sugli antichi sarcofaghi soprattutto mediante due immagini: quella del filosofo e quella del pastore.”

Il gioco non consiste nell’interpretare, ma nello spacciare.

Ratzinger parte dal presupposto che sia esistita una figura di cristo. Ma dal momento che non è mai esistita una figura di un cristo, questa va costruita e spacciata. Spacciata come una dose di eroina che deve costruire dipendenza. Il cristianesimo ruba due immagini care agli antichi: il pastore e il filosofo. Una volta rubate le trasforma nella propria ideologia e le spaccia come proprie. Solo che il filosofo è colui che gli uomini imitano per superare; non è il maestro al quale ci si sottomette. E il pastore è l’ideale di vita che, sottratta agli obblighi sociali, può dispiegarsi nell’astratto in quanto liberata dalla fatica del lavoro. I cristiani, invece, faranno del filosofo il “padrone del pensiero” a cui gli Esseri Umani si dovranno sottomettere. “Tu che mi contraddici, tu che dimostri che il mio pensiero è falso; sei forse un filosofo? Io lo sono, ho anche il diploma; ho il certificato; tu stai zitto!” Così dirà il filosofo cristiano perché non sarà MAI in grado di confrontarsi con chi non si mette in ginocchio davanti al suo dio e sarà il filosofo cristiano ad alzare i roghi e a giustificare il genocidio:

 

“Per quanto riguarda gli eretici, questi si sono resi colpevoli di un peccato che giustifica il fatto che essi vengano non solo estromessi dalla chiesa attraverso la scomunica, ma anche allontanati da questo mondo per mezzo della pena di morte. E’ certo un peccato assai più grave falsificare la fede, la quale è la vita dell’anima, piuttosto che falsificare l’oro, il quale serve alla vita materiale. Se dunque i falsari o altri malfattori sono subito e legittimamente spediti dai principi secolari dalla vita alla morte, con quanto maggior diritto gli eretici, immediatamente dopo la dimostrazione della loro eresia, possono essere non solo espulsi dalla comunità ecclesiastica, ma anche legittimamente giustiziati.” Tommaso d’Aquino Summa Teologiae.

 

Questo vero e proprio spaccio di dipendenza, di eroina, che fa Ratzinger è ben documentato dall’archeologia moderna. Leggiamo dal catalogo della mostra “La rivoluzione dell’immagine – arte paleocristiana fra Roma e Bisanzio” a proposito della statuetta “di pastore crioforo”.

“La scultura mutila e di dimensioni in origine a metà del vero, riproduce l’immagine di un giovane pastore stante, vestito di corta tunica manica cinta alla vita. Sostiene sulle spalle una pecora, trattenuta per le zampe dalla mano destra portata davanti al petto. Il braccio sinistro si allunga verso il basso, allargandosi leggermente e appoggiando la mano al baculum, l bastone nodoso portato dai pastori. La testa, imberbe ma dalla chioma fluente, si volge verso l’alto, ruotando verso la spalla destra; l’espressione trasognata è contraddistinta dagli occhi grandi dominati dalla pesante palpebra superiore. A tracolla porta la bisaccia, mentre un corto mantello si avvolge al braccio sinistro. Anche per la datazione, ancora chiaramente compresa nell’ambito della seconda metà del III secolo d.c. , si deve escludere un preciso riferimento all’ambito religioso cristiano, quanto meglio una collocazione profana in ambito decorativo privato. Più verosimilmente, infatti, si tratta di una raffigurazione che, risalendo come modello alle immagini di Hermes crioforo, deve trovare comprensione in scene di carattere agreste, bucolico, in cui il pastore rappresenta emblematicamente la felicitas pienamente raggiungibile dall’uomo solo nell’otium (ozio) a contatto della vita campestre. Questa immagine allegorica, di carattere squisitamente pagano, con la sua simbologia idilliaco-pastorale, troverà grande fortuna nell’arte figurativa paleocristiana come simbolo del ruolo salvifico del cristo, qui pastore di anime, secondo il passo di Giovanni (Gv 10, 11)”

 

Cerchiamo di capire la necessità dei cristiani di rappresentare il loro cristo inventato come un filosofo anche perché, come dei filosofi, furono rappresentati gli apostoli di Gesù. La barba era rappresentativa dei filosofi greci e rappresentava la “saggezza del tempo”, un attributo dello stesso Zeus rubato poi dai cristiani nelle rappresentazione del loro dio padrone e creatore.

 

Dalle Enneadi di Plotino ed. Bompiani, nelle pagine interne c’è un articolo “Iconografia Plotiniana” a cura di Giovanni Reale che ci permette di comprendere il grande delitto di stupro e di saccheggio dell’antichità fatto dai cristiania proposito dei ritrovamenti ad Ostia:

 

“Le operazioni di sistemazione e ultimazione degli scavi iniziati ad Ostia nel 1940, portarono alla luce, nel febbraio del 1951, la parte inferiore della testa scoperta nel 1940 accanto ai resti di un tempietto, che, verso la metà del III secolo d.c. era stato trasformato in una specie di aula con sedili collocati lungo le pareti (quindi un luogo di riunioni culturali, e forse sede di una scuola) con un’annessa scuola termale, di piccole dimensioni. Inoltre, in una vasca della stanza della zona termale, fu trovata una testa-ritratto, ben conservata, che rappresentava la stessa persona (quindi una quarta replica). Dopo queste scoperte, la stessa archeologa Calza abbracciò la tesi di L’Orange, perché trovava proprio in tali scoperte significativi appoggi della medesima. Trovava inoltre certe analogie fra il volto di queste teste-ritratto con certe rappresentazioni di apostoli cristiani e in particolare di s. Paolo, con accentuate caratteristiche spirituali ed espressione dei caratteri di una nuova comunità. In conseguenza di questo l’Orange riprese e ribadì la sua interpretazione, e approfondì quella intuizione della Calza sulle analogie fra le immagini di Plotino e alcune immagini di s. Paolo, presentando anche le più significative. Si tenga presente il fatto che in occidente quattro repliche di un volto di un privato cittadino costituiscono una eccezione, che non si può spiegare se non con una assai grande notorietà e influenza del personaggio rappresentato, quale solo Plotino ebbe all’epoca.”

 

Il furto delle rappresentazioni fatte dai cristiani non ha il significato di usare delle immagini per rappresentare la loro ideologia, ma il furto ha la funzione di nascondere la loro ideologia religiosa sotto ad immagini che, agendo nell’immaginario storico-culturale delle persone, costruivano un’idea distorta della loro ideologia al fine di renderla accettabile.

A differenza di quanto afferma Ratzinger:

 

Per filosofia allora, in genere, non si intendeva una difficile disciplina accademica, come essa si presenta oggi. Il filosofo era piuttosto colui che sapeva insegnare l'arte essenziale: l'arte di essere uomo in modo retto – l'arte di vivere e di morire.”

 

La filosofia era arte accademica e il ritrovamento di Ostia ne è la prova, come ne è la prova tutti i filosofi e le scuole che a Roma avevano sede. Dallo stoicismo di Seneca all’epicureismo di Luciano. Era arte accademica che il cristianesimo ha saccheggiato proprio per paura del confronto e, saccheggiandola, ha rubato tutte le immagini delle antiche filosofie (la vita bucolica di Virgilio, ad esempio) che potevano servirgli per sottomettere le persone alle sue dottrine: gestire la speranza mentre costruiva la disperazione. Nulla di nuovo viene portato dal cristianesimo. Non ha proprie immagini, né quello che dice è estraneo all’antica cultura. Il cristianesimo prende dall’antico e lo distorce in funzione della sottomissione che impone all’uomo.

 

Certamente gli uomini già da tempo si erano resi conto che gran parte di coloro che andavano in giro come filosofi, come maestri di vita, erano soltanto dei ciarlatani che con le loro parole si procuravano denaro, mentre sulla vera vita non avevano niente da dire.”

 

Questa di Ratzinger è solo una farneticazione al limite della demenza se non avesse lo scopo di offendere. Ipazia ringrazia.

 

Continua Ratzinger:

 

Verso la fine del terzo secolo incontriamo per la prima volta a Roma, sul sarcofago di un bambino, nel contesto della risurrezione di Lazzaro, la figura di Cristo come del vero filosofo che in una mano tiene il Vangelo e nell'altra il bastone da viandante, proprio del filosofo. Con questo suo bastone Egli vince la morte; il Vangelo porta la verità che i filosofi peregrinanti avevano cercato invano.”

 

Le risposte dei filosofi erano infinitamente più funzionali agli Esseri Umani che non quelle dei cristiani. Scrive Celso:

 

“E non voglio dire che chi abbraccia una buona dottrina, quando per essa corresse pericolo nel mondo, debba abbandonarla o simulare di averla abbandonata o sconfessata. Infatti nell’uomo c’è qualche cosa che è affine alla divinità e superiore alla materia, e le persone in cui questa parte di esplica aspirano rettamente con tutte le loro forze all’essere che è loro affine e bramano che si dica e si ricordi loro sempre qualche cosa che lo concerna. Ma nell’accogliere la dottrina bisogna seguire  la ragione e una guida razionale, perché chi accoglie il pensiero altrui senza questa precauzione è sicuramente passibile di inganno. I cristiani invece fanno proprio come quelli che, contro i principi della ragione, prestano fede ai sacerdoti questuanti di Cibele, agli indovini, ai vari Mitra e Sabadii e al primo venuto, comprese le apparizioni di Ecate o di altra dea o di altri demoni. Come infatti fra quelle persone spesso degli uomini scellerati trovano facile terreno nella dabbenaggine di chi si lascia facilmente ingannare e le portano dove vogliono, così succede tra i cristiani. Alcuni su ciò in cui credono non sono disposti né a dar conto né a riceverne, ma si limitano a dire: “Non indagare, ma abbi fede” e “La tua fede ti salverà”. E aggiungono: “La sapienza nel mondo è un male, la stoltezza un bene”.”

 

Il bastone i cristiani lo usano solo per picchiare le persone che non si mettono in ginocchio davanti al loro dio.

 

Cambiando i termini dell’antica rappresentazione, dice Ratzinger:

 

Lì il pastore era in genere espressione del sogno di una vita serena e semplice, di cui la gente nella confusione della grande città aveva nostalgia. Ora l'immagine veniva letta all'interno di uno scenario nuovo che le conferiva un contenuto più profondo”

 

Dove sta l’inganno? L’uomo vive l’ozio del pastore: il cristianesimo lo trasforma in pecora! L’uomo vive la sapienza del filosofo che imita e supera, il cristiano afferma che quanto dice è filosofia e stupra l’uomo affinché si sottometta a quella filosofia che egli chiama “verità”. L’uomo trova la felicità nell’ozio; il cristianesimo trasforma l’ozio in uno dei “peccati capitali” con i quali sottrarrà l’ozio agli Esseri Umani. L’uomo non è il pastore, ma pecora! Una pecora che il pastore, il buon pastore, porta al macello della vita. Così il filosofo non è più l’uomo, ma il suo padrone e l’uomo deve applicare quella verità alla quale deve essere sottomesso.

 

Dice Ratzinger:

 

« Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla ... Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me ... » (Sal 23 [22], 1.4). Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; Colui che anche sulla strada dell'ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l'ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora e darci la certezza che, insieme con Lui, un passaggio lo si trova. La consapevolezza che esiste Colui che anche nella morte mi accompagna e con il suo « bastone e il suo vincastro mi dà sicurezza », cosicché « non devo temere alcun male » (cfr Sal 23 [22],4) – era questa la nuova « speranza » che sorgeva sopra la vita dei credenti.”

 

Per capire questo passaggio di Ratzinger è necessario entrare nella psicologia di Ratzinger. Ratzinger sta morendo, disperato per aver sprecato la sua vita, e davanti a lui c’è il nulla inteso come il vuoto della disperazione. Ratzinger pensa che la sua situazione psicologica, che ha già visto in Wojtyla negli ultimi anni, sia una condizione naturale. Non si rende conto, né vuole accettare, che tale condizione psicologica lui l’ha costruita con le sue scelte. Scelta dopo scelta.

Ed è la sua disperazione che gli fa dire “Il signore è il mio pastore, nulla mi manca: in pascoli verdeggianti mi fa riposare. Mi conduce ad acque di ristoro, ricrea l’anima mia , mi guida per retti sentieri per amor del suo nome. Anche se andassi per valle tenebrosa non temo alcun male, perché tu sei con me; la tua mazza  e il tuo vincastro mi rassicurano.” Salmi 23, 1-4

 

Ma il dio di Ratzinger non è quello che si divertiva a macellare le persone?

 

“I nemici miei volgono le spalle, stramazzano e periscono dinanzi a te. Che tu mi hai reso ragione e giustizia assiso in trono qual giudice giusto. Hai represso le genti, estirpato l’iniquo, hai cancellato il loro nome per sempre. I nemici sono vinti, finiti in estrema rovina, hai distrutto le loro città, svanì con essi il loro ricordo.”  Salmi 9 (10), 4-7

“Spalancasti la via ai miei passi e non vacillarono i miei piedi. Inseguii i miei nemici e li raggiunsi, né ritornai senza averli sgominati. Li distrussi, né poterono rialzarsi, sono caduti sotto i miei piedi. Mi cingesti di forza per la pugna, piegasti davanti a me i miei assalitori. Dei miei nemici mi mostrasti il tergo e sgominasti gli odiati miei. Chiesero aiuto, ma nessuno li soccorse; al signore, ma non gli diede ascolto. Li sterminai come polvere al vento, li schiacciai come il fango nelle strade.” Salmo 18 (17) 37-43

“Raggiunga la tua mano i tuoi nemici, la tua destra sorprenda quanti ti odiano. Ponili come in una fornace ardente al tuo apparire, o signore, consumali nella tua ira, il fuoco li divori. Disperdine la prole sulla terra e la semenza di mezzo ai mortali. Intentarono contro di te del male, escogitarono inganno: non prevarranno; tu farai loro volgere le spalle, contro di essi tenderai il tuo arco.” Salmo 21 (20), 9-13

“Splendente di luce sei venuto o potente dai monti eterni; i forti furono spogliati, furono vinti dal sonno e caddero le forze dei guerrieri. Dio di Giacobbe, dalla tua minaccia furono storditi cavalli e cavalieri.” Salmo 76 (75) 4-7

 

Il dio dei salmi non è quello che tiene ferme le persone per poterle ammazzare? Come può, dunque Ratzinger pensare che chi è stato tenuto fermo per tutta la vita affinché coltivi la disperazione non sia proprio lui? Ratzinger? Quella disperazione che ora, vecchio e prossimo alla morte. lo attanaglia? E mentre urla disperato la sua fiducia, la sua fede, in una speranza, in realtà sta manifestando la disperazione nella quale ha condotto la sua esistenza. Ha perso l’occasione della sua vita e, dal momento che ha perso l’occasione della sua vita, allora che la perdano anche le altre persone! L’illusione della sicurezza è la speranza di Ratzinger con la quale placa e nasconde la disperazione per il fallimento della sua esistenza.

Marghera, 09 dicembre 2007

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

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e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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Dice il sesto paragrafo della Spe Salvi di Ratzinger:

6. I sarcofaghi degli inizi del cristianesimo illustrano visivamente questa concezione – al cospetto

della morte, di fronte alla quale la questione circa il significato della vita si rende inevitabile. La

figura di Cristo viene interpretata sugli antichi sarcofaghi soprattutto mediante due immagini: quella

del filosofo e quella del pastore. Per filosofia allora, in genere, non si intendeva una difficile

disciplina accademica, come essa si presenta oggi. Il filosofo era piuttosto colui che sapeva

insegnare l'arte essenziale: l'arte di essere uomo in modo retto – l'arte di vivere e di morire.

Certamente gli uomini già da tempo si erano resi conto che gran parte di coloro che andavano in

giro come filosofi, come maestri di vita, erano soltanto dei ciarlatani che con le loro parole si

procuravano denaro, mentre sulla vera vita non avevano niente da dire. Tanto più si cercava il vero

filosofo che sapesse veramente indicare la via della vita. Verso la fine del terzo secolo incontriamo

per la prima volta a Roma, sul sarcofago di un bambino, nel contesto della risurrezione di Lazzaro,

la figura di Cristo come del vero filosofo che in una mano tiene il Vangelo e nell'altra il bastone da

viandante, proprio del filosofo. Con questo suo bastone Egli vince la morte; il Vangelo porta la

verità che i filosofi peregrinanti avevano cercato invano. In questa immagine, che poi per un lungo

periodo permaneva nell'arte dei sarcofaghi, si rende evidente ciò che le persone colte come le

semplici trovavano in Cristo: Egli ci dice chi in realtà è l'uomo e che cosa egli deve fare per essere

veramente uomo. Egli ci indica la via e questa via è la verità. Egli stesso è tanto l'una quanto l'altra,

e perciò è anche la vita della quale siamo tutti alla ricerca. Egli indica anche la via oltre la morte;

solo chi è in grado di fare questo, è un vero maestro di vita. La stessa cosa si rende visibile

nell'immagine del pastore. Come nella rappresentazione del filosofo, anche per la figura del pastore

la Chiesa primitiva poteva riallacciarsi a modelli esistenti dell'arte romana. Lì il pastore era in

genere espressione del sogno di una vita serena e semplice, di cui la gente nella confusione della

grande città aveva nostalgia. Ora l'immagine veniva letta all'interno di uno scenario nuovo che le

conferiva un contenuto più profondo: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla ... Se dovessi

camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me ... » (Sal 23 [22], 1.4).

Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; Colui che anche

sulla strada dell'ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me

guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte,

l'ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora e darci la certezza che, insieme con Lui, un

passaggio lo si trova. La consapevolezza che esiste Colui che anche nella morte mi accompagna e

con il suo « bastone e il suo vincastro mi dà sicurezza », cosicché « non devo temere alcun male »

(cfr Sal 23 [22],4) – era questa la nuova « speranza » che sorgeva sopra la vita dei credenti.

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