“Filosofi, pastori e i disperati dei
salmi in Ratzinger”
Spe Salvi
di Ratzinger
Commento al sesto paragrafo
Dice Ratzinger nel sesto paragrafo
della Spe Salvi:
“La figura di Cristo
viene interpretata sugli antichi sarcofaghi soprattutto mediante due immagini:
quella del filosofo e quella del pastore.”
Il gioco non consiste nell’interpretare, ma nello spacciare.
Ratzinger parte dal presupposto che sia
esistita una figura di cristo. Ma dal momento che non è mai esistita una figura
di un cristo, questa va costruita e spacciata. Spacciata come una dose di
eroina che deve costruire dipendenza. Il cristianesimo ruba due immagini care
agli antichi: il pastore e il filosofo. Una volta rubate le trasforma nella
propria ideologia e le spaccia come proprie. Solo che il filosofo è colui che
gli uomini imitano per superare; non è il maestro al quale ci si sottomette. E
il pastore è l’ideale di vita che, sottratta agli obblighi sociali, può
dispiegarsi nell’astratto in quanto liberata dalla fatica del lavoro. I
cristiani, invece, faranno del filosofo il “padrone del pensiero” a cui gli
Esseri Umani si dovranno sottomettere. “Tu che mi contraddici, tu che dimostri
che il mio pensiero è falso; sei forse un filosofo? Io lo sono, ho anche il
diploma; ho il certificato; tu stai zitto!” Così dirà il filosofo cristiano
perché non sarà MAI in grado di confrontarsi con chi non si mette in ginocchio
davanti al suo dio e sarà il filosofo cristiano ad alzare i roghi e a
giustificare il genocidio:
“Per quanto
riguarda gli eretici, questi si sono resi colpevoli di un peccato che
giustifica il fatto che essi vengano non solo estromessi dalla chiesa attraverso
la scomunica, ma anche allontanati da questo mondo per mezzo della pena di
morte. E’ certo un peccato assai più grave falsificare la fede, la quale è la
vita dell’anima, piuttosto che falsificare l’oro, il quale serve alla vita
materiale. Se dunque i falsari o altri malfattori sono subito e legittimamente
spediti dai principi secolari dalla vita alla morte, con quanto maggior diritto
gli eretici, immediatamente dopo la dimostrazione della loro eresia, possono
essere non solo espulsi dalla comunità ecclesiastica, ma anche legittimamente
giustiziati.” Tommaso d’Aquino Summa Teologiae.
Questo vero e proprio spaccio di dipendenza, di eroina, che
fa Ratzinger è ben documentato dall’archeologia
moderna. Leggiamo dal catalogo della mostra “La rivoluzione dell’immagine –
arte paleocristiana fra Roma e Bisanzio” a proposito
della statuetta “di pastore crioforo”.
“La scultura
mutila e di dimensioni in origine a metà del vero, riproduce l’immagine di un
giovane pastore stante, vestito di corta tunica manica cinta alla vita.
Sostiene sulle spalle una pecora, trattenuta per le zampe dalla mano destra
portata davanti al petto. Il braccio sinistro si allunga verso il basso,
allargandosi leggermente e appoggiando la mano al baculum,
l bastone nodoso portato dai pastori. La testa, imberbe ma dalla chioma
fluente, si volge verso l’alto, ruotando verso la spalla destra; l’espressione
trasognata è contraddistinta dagli occhi grandi dominati dalla pesante palpebra
superiore. A tracolla porta la bisaccia, mentre un corto mantello si avvolge al
braccio sinistro. Anche per la datazione, ancora chiaramente compresa
nell’ambito della seconda metà del III secolo d.c. , si deve escludere un
preciso riferimento all’ambito religioso cristiano, quanto meglio una
collocazione profana in ambito decorativo privato. Più verosimilmente, infatti,
si tratta di una raffigurazione che, risalendo come modello alle immagini di
Hermes crioforo, deve trovare comprensione in scene
di carattere agreste, bucolico, in cui il pastore rappresenta emblematicamente
la felicitas pienamente raggiungibile dall’uomo solo
nell’otium (ozio) a contatto della vita campestre. Questa
immagine allegorica, di carattere squisitamente pagano, con la sua simbologia idilliaco-pastorale, troverà grande fortuna nell’arte
figurativa paleocristiana come simbolo del ruolo salvifico del cristo, qui
pastore di anime, secondo il passo di Giovanni (Gv
10, 11)”
Cerchiamo di capire la necessità dei cristiani di
rappresentare il loro cristo inventato come un filosofo anche perché, come dei
filosofi, furono rappresentati gli apostoli di Gesù.
La barba era rappresentativa dei filosofi greci e rappresentava la “saggezza
del tempo”, un attributo dello stesso Zeus rubato poi dai cristiani nelle
rappresentazione del loro dio padrone e creatore.
Dalle Enneadi di Plotino ed. Bompiani, nelle
pagine interne c’è un articolo “Iconografia Plotiniana”
a cura di Giovanni Reale che ci permette di comprendere il grande delitto di
stupro e di saccheggio dell’antichità fatto dai cristiania proposito dei
ritrovamenti ad Ostia:
“Le
operazioni di sistemazione e ultimazione degli scavi iniziati ad Ostia nel
1940, portarono alla luce, nel febbraio del 1951, la parte inferiore della
testa scoperta nel 1940 accanto ai resti di un tempietto, che, verso la metà
del III secolo d.c. era stato trasformato in una specie di aula con sedili
collocati lungo le pareti (quindi un luogo di riunioni culturali, e forse sede
di una scuola) con un’annessa scuola termale, di piccole dimensioni. Inoltre,
in una vasca della stanza della zona termale, fu trovata una testa-ritratto,
ben conservata, che rappresentava la stessa persona (quindi una quarta
replica). Dopo queste scoperte, la stessa archeologa Calza abbracciò la tesi di
L’Orange, perché trovava proprio in tali scoperte
significativi appoggi della medesima. Trovava inoltre certe analogie fra il
volto di queste teste-ritratto con certe rappresentazioni di apostoli cristiani
e in particolare di s. Paolo, con accentuate caratteristiche spirituali ed
espressione dei caratteri di una nuova comunità. In conseguenza di questo l’Orange riprese e ribadì la sua interpretazione, e
approfondì quella intuizione della Calza sulle analogie fra le immagini di
Plotino e alcune immagini di s. Paolo, presentando anche le più significative.
Si tenga presente il fatto che in occidente quattro repliche di un volto di un
privato cittadino costituiscono una eccezione, che non si può spiegare se non
con una assai grande notorietà e influenza del personaggio rappresentato, quale
solo Plotino ebbe all’epoca.”
Il furto delle rappresentazioni fatte dai cristiani non ha il
significato di usare delle immagini per rappresentare la loro ideologia, ma il
furto ha la funzione di nascondere la loro ideologia religiosa sotto ad
immagini che, agendo nell’immaginario storico-culturale delle persone, costruivano
un’idea distorta della loro ideologia al fine di renderla accettabile.
A differenza di quanto afferma Ratzinger:
“ Per filosofia allora,
in genere, non si intendeva una difficile disciplina accademica, come essa si
presenta oggi. Il filosofo era piuttosto colui che sapeva insegnare l'arte
essenziale: l'arte di essere uomo in modo retto – l'arte di vivere e di
morire.”
La filosofia era arte accademica e il ritrovamento di Ostia
ne è la prova, come ne è la prova tutti i filosofi e le scuole che a Roma
avevano sede. Dallo stoicismo di Seneca
all’epicureismo di Luciano. Era arte accademica che il cristianesimo ha
saccheggiato proprio per paura del confronto e, saccheggiandola, ha rubato
tutte le immagini delle antiche filosofie (la vita bucolica di Virgilio, ad
esempio) che potevano servirgli per sottomettere le persone alle sue dottrine:
gestire la speranza mentre costruiva la disperazione. Nulla di nuovo viene
portato dal cristianesimo. Non ha proprie immagini, né quello che dice è
estraneo all’antica cultura. Il cristianesimo prende dall’antico e lo distorce
in funzione della sottomissione che impone all’uomo.
“Certamente gli uomini
già da tempo si erano resi conto che gran parte di coloro che andavano in giro
come filosofi, come maestri di vita, erano soltanto dei ciarlatani che con le
loro parole si procuravano denaro, mentre sulla vera vita non avevano niente da
dire.”
Questa di Ratzinger è solo una
farneticazione al limite della demenza se non avesse lo scopo di offendere. Ipazia ringrazia.
Continua Ratzinger:
“Verso la fine del
terzo secolo incontriamo per la prima volta a Roma, sul sarcofago di un
bambino, nel contesto della risurrezione di Lazzaro, la figura di Cristo come
del vero filosofo che in una mano tiene il Vangelo e nell'altra il bastone da
viandante, proprio del filosofo. Con questo suo bastone Egli vince la morte; il
Vangelo porta la verità che i filosofi peregrinanti avevano cercato invano.”
Le risposte dei filosofi erano infinitamente più funzionali
agli Esseri Umani che non quelle dei cristiani. Scrive Celso:
“E non
voglio dire che chi abbraccia una buona dottrina, quando per essa corresse
pericolo nel mondo, debba abbandonarla o simulare di averla abbandonata o
sconfessata. Infatti nell’uomo c’è qualche cosa che è affine alla divinità e
superiore alla materia, e le persone in cui questa parte di esplica aspirano
rettamente con tutte le loro forze all’essere che è loro affine e bramano che
si dica e si ricordi loro sempre qualche cosa che lo concerna. Ma
nell’accogliere la dottrina bisogna seguire
la ragione e una guida razionale, perché chi accoglie il pensiero altrui
senza questa precauzione è sicuramente passibile di inganno. I cristiani invece
fanno proprio come quelli che, contro i principi della ragione, prestano fede
ai sacerdoti questuanti di Cibele, agli indovini, ai
vari Mitra e Sabadii e al primo venuto, comprese le
apparizioni di Ecate o di altra dea o di altri
demoni. Come infatti fra quelle persone spesso degli uomini scellerati trovano
facile terreno nella dabbenaggine di chi si lascia facilmente ingannare e le
portano dove vogliono, così succede tra i cristiani. Alcuni su ciò in cui
credono non sono disposti né a dar conto né a riceverne, ma si limitano a dire:
“Non indagare, ma abbi fede” e “La tua fede ti salverà”. E aggiungono: “La
sapienza nel mondo è un male, la stoltezza un bene”.”
Il bastone i cristiani lo usano solo per picchiare le persone
che non si mettono in ginocchio davanti al loro dio.
Cambiando i termini dell’antica rappresentazione, dice Ratzinger:
“ Lì il pastore era in
genere espressione del sogno di una vita serena e semplice, di cui la gente
nella confusione della grande città aveva nostalgia. Ora l'immagine veniva
letta all'interno di uno scenario nuovo che le conferiva un contenuto più
profondo”
Dove sta l’inganno? L’uomo vive l’ozio del pastore: il
cristianesimo lo trasforma in pecora! L’uomo vive la sapienza del filosofo che
imita e supera, il cristiano afferma che quanto dice è filosofia e stupra
l’uomo affinché si sottometta a quella filosofia che egli chiama “verità”.
L’uomo trova la felicità nell’ozio; il cristianesimo trasforma l’ozio in uno
dei “peccati capitali” con i quali sottrarrà l’ozio agli Esseri Umani. L’uomo
non è il pastore, ma pecora! Una pecora che il pastore, il buon pastore, porta
al macello della vita. Così il filosofo non è più l’uomo, ma il suo padrone e
l’uomo deve applicare quella verità alla quale deve essere sottomesso.
Dice Ratzinger:
“« Il Signore è il mio
pastore: non manco di nulla ... Se dovessi camminare in una valle oscura, non
temerei alcun male, perché tu sei con me ... » (Sal
23 [22], 1.4). Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa
per la valle della morte; Colui che anche sulla strada dell'ultima solitudine,
nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per
attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della
morte, l'ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora e darci la certezza
che, insieme con Lui, un passaggio lo si trova. La consapevolezza che esiste
Colui che anche nella morte mi accompagna e con il suo « bastone e il suo
vincastro mi dà sicurezza », cosicché « non devo temere alcun male » (cfr Sal 23 [22],4)
– era questa la nuova « speranza » che sorgeva sopra la vita dei credenti.”
Per capire questo passaggio di Ratzinger
è necessario entrare nella psicologia di Ratzinger. Ratzinger sta morendo, disperato per aver sprecato la sua
vita, e davanti a lui c’è il nulla inteso come il vuoto della disperazione. Ratzinger pensa che la sua situazione psicologica, che ha
già visto in Wojtyla negli ultimi anni, sia una
condizione naturale. Non si rende conto, né vuole accettare, che tale condizione
psicologica lui l’ha costruita con le sue scelte. Scelta dopo scelta.
Ed è la sua disperazione che gli fa dire “Il signore è il mio
pastore, nulla mi manca: in pascoli verdeggianti mi fa riposare. Mi conduce ad
acque di ristoro, ricrea l’anima mia , mi guida per retti sentieri per amor del
suo nome. Anche se andassi per valle tenebrosa non temo alcun male, perché tu
sei con me; la tua mazza e il tuo
vincastro mi rassicurano.” Salmi 23, 1-4
Ma il dio di Ratzinger non è quello
che si divertiva a macellare le persone?
“I nemici
miei volgono le spalle, stramazzano e periscono dinanzi a te. Che tu mi hai
reso ragione e giustizia assiso in trono qual giudice giusto. Hai represso le
genti, estirpato l’iniquo, hai cancellato il loro nome per sempre. I nemici
sono vinti, finiti in estrema rovina, hai distrutto le loro città, svanì con
essi il loro ricordo.” Salmi 9 (10), 4-7
“Spalancasti
la via ai miei passi e non vacillarono i miei piedi. Inseguii i miei nemici e
li raggiunsi, né ritornai senza averli sgominati. Li distrussi, né poterono
rialzarsi, sono caduti sotto i miei piedi. Mi cingesti di forza per la pugna,
piegasti davanti a me i miei assalitori. Dei miei nemici mi mostrasti il tergo
e sgominasti gli odiati miei. Chiesero aiuto, ma nessuno li soccorse; al
signore, ma non gli diede ascolto. Li sterminai come polvere al vento, li
schiacciai come il fango nelle strade.” Salmo 18 (17) 37-43
“Raggiunga la
tua mano i tuoi nemici, la tua destra sorprenda quanti ti odiano. Ponili come
in una fornace ardente al tuo apparire, o signore, consumali nella tua ira, il
fuoco li divori. Disperdine la prole sulla terra e la semenza di mezzo ai
mortali. Intentarono contro di te del male, escogitarono inganno: non
prevarranno; tu farai loro volgere le spalle, contro di essi tenderai il tuo arco.”
Salmo 21 (20), 9-13
“Splendente
di luce sei venuto o potente dai monti eterni; i forti furono spogliati, furono
vinti dal sonno e caddero le forze dei guerrieri. Dio di Giacobbe, dalla tua
minaccia furono storditi cavalli e cavalieri.” Salmo 76 (75) 4-7
Il dio dei salmi non è quello che tiene ferme le persone per
poterle ammazzare? Come può, dunque Ratzinger pensare
che chi è stato tenuto fermo per tutta la vita affinché coltivi la disperazione
non sia proprio lui? Ratzinger? Quella disperazione
che ora, vecchio e prossimo alla morte. lo attanaglia? E mentre urla disperato
la sua fiducia, la sua fede, in una speranza, in realtà sta manifestando la
disperazione nella quale ha condotto la sua esistenza. Ha perso l’occasione
della sua vita e, dal momento che ha perso l’occasione della sua vita, allora che
la perdano anche le altre persone! L’illusione della sicurezza è la speranza di
Ratzinger con la quale placa e nasconde la
disperazione per il fallimento della sua esistenza.
Marghera, 09 dicembre 2007
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
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e-mail: claudiosimeoni@libero.it
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Dice il sesto paragrafo della Spe
Salvi di Ratzinger:
6. I sarcofaghi degli inizi del
cristianesimo illustrano visivamente questa concezione – al cospetto
della morte, di fronte alla quale la
questione circa il significato della vita si rende inevitabile. La
figura di Cristo viene interpretata sugli
antichi sarcofaghi soprattutto mediante due immagini: quella
del filosofo e quella del pastore. Per
filosofia allora, in genere, non si intendeva una difficile
disciplina accademica, come essa si presenta
oggi. Il filosofo era piuttosto colui che sapeva
insegnare l'arte essenziale: l'arte di
essere uomo in modo retto – l'arte di vivere e di morire.
Certamente gli uomini già da tempo si erano
resi conto che gran parte di coloro che andavano in
giro come filosofi, come maestri di vita,
erano soltanto dei ciarlatani che con le loro parole si
procuravano denaro, mentre sulla vera vita
non avevano niente da dire. Tanto più si cercava il vero
filosofo che sapesse veramente indicare la
via della vita. Verso la fine del terzo secolo incontriamo
per la prima volta a Roma, sul sarcofago di
un bambino, nel contesto della risurrezione di Lazzaro,
la figura di Cristo come del vero filosofo
che in una mano tiene il Vangelo e nell'altra il bastone da
viandante, proprio del filosofo. Con questo
suo bastone Egli vince la morte; il Vangelo porta la
verità che i filosofi peregrinanti avevano
cercato invano. In questa immagine, che poi per un lungo
periodo permaneva nell'arte dei sarcofaghi,
si rende evidente ciò che le persone colte come le
semplici trovavano in Cristo: Egli ci dice
chi in realtà è l'uomo e che cosa egli deve fare per essere
veramente uomo. Egli ci indica la via e
questa via è la verità. Egli stesso è tanto l'una quanto l'altra,
e perciò è anche la vita della quale siamo
tutti alla ricerca. Egli indica anche la via oltre la morte;
solo chi è in grado di fare questo, è un
vero maestro di vita. La stessa cosa si rende visibile
nell'immagine del pastore. Come nella
rappresentazione del filosofo, anche per la figura del pastore
la Chiesa primitiva poteva riallacciarsi a
modelli esistenti dell'arte romana. Lì il pastore era in
genere espressione del sogno di una vita
serena e semplice, di cui la gente nella confusione della
grande città aveva nostalgia. Ora l'immagine
veniva letta all'interno di uno scenario nuovo che le
conferiva un contenuto più profondo: « Il
Signore è il mio pastore: non manco di nulla ... Se dovessi
camminare in una valle oscura, non temerei
alcun male, perché tu sei con me ... » (Sal
23 [22], 1.4).
Il vero pastore è Colui che conosce anche la
via che passa per la valle della morte; Colui che anche
sulla strada dell'ultima solitudine, nella
quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me
guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha
percorso questa strada, è disceso nel regno della morte,
l'ha vinta ed è tornato per accompagnare noi
ora e darci la certezza che, insieme con Lui, un
passaggio lo si trova. La consapevolezza che
esiste Colui che anche nella morte mi accompagna e
con il suo « bastone e il suo vincastro mi
dà sicurezza », cosicché « non devo temere alcun male »
(cfr Sal 23 [22],4) – era questa la nuova «
speranza » che sorgeva sopra la vita dei credenti.
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