L’Enciclica Spe Salvi

di Joseph Aloisius Ratzinger

Commento al secondo paragrafo

“speranza, fede e patologia psichiatrica”

di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185815

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Scrive Ratzinger nel secondo paragrafo dell’enciclica Spe Salvi:

La fede è speranza

2. Prima di dedicarci a queste nostre domande, oggi particolarmente sentite, dobbiamo ascoltare

ancora un po' più attentamente la testimonianza della Bibbia sulla speranza. « Speranza », di fatto, è

una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole « fede » e « speranza »

sembrano interscambiabili. Così la Lettera agli Ebrei lega strettamente alla « pienezza della fede »

(10,22) la « immutabile professione della speranza » (10,23). Anche quando la Prima Lettera di

Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la

ragione – della loro speranza (cfr 3,15), « speranza » è l'equivalente di « fede ». Quanto sia stato

determinante per la consapevolezza dei primi cristiani l'aver ricevuto in dono una speranza

affidabile, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l'esistenza cristiana con la vita prima

della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni. Paolo ricorda agli Efesini come, prima

del loro incontro con Cristo, fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo » (Ef 2,12).

Naturalmente egli sa che essi avevano avuto degli dèi, che avevano avuto una religione, ma i loro

dèi si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza.

Nonostante gli dèi, essi erano « senza Dio » e conseguentemente si trovavano in un mondo buio,

davanti a un futuro oscuro. « In nihil ab nihilo quam cito recidimus » (Nel nulla dal nulla quanto

presto ricadiamo) 1 dice un epitaffio di quell'epoca – parole nelle quali appare senza mezzi termini

ciò a cui Paolo accenna. Nello stesso senso egli dice ai Tessalonicesi: Voi non dovete « affliggervi

come gli altri che non hanno speranza » (1 Ts 4,13). Anche qui compare come elemento distintivo

dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende,

ma sanno nell'insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come

realtà positiva, diventa vivibile anche il presente. Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era

soltanto una « buona notizia » – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti. Nel

nostro linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo « informativo », ma « performativo

». Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è

una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata

spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova.

 

 

Una volta accertato che Ratzinger separa la speranza dall’oggetto per cui viene esercitata e nasconde l’oggetto su cui esercitare la speranza lasciando alle persone di scegliersi soggettivamente l’oggetto sul quale riversare la speranza, ci accorgiamo che la speranza, per l’ideologia di Ratzinger, è soltanto uno stato psichico di attesa.

Dove l’oggetto che si attende viene immaginato dal soggetto che lo attende, desiderando di porre fine al suo stato (e immaginando una trasformazione della sua vita a quell’arrivo), sospendendo, di fatto, la propria vita nella speranza dell’arrivo di quell’oggetto che possa rimettere in moto la sua vita sospesa.

Si tratta, per Ratzinger, di costruire uno stato angoscioso nelle persone. Un’angoscia dalla quale le persone non sono in grado di liberarsi, imprigionate da patologie depressive rafforzate da sensi di colpa tali da ridurle alla prostrazione apatica:

 

“L’apatia, in psicologia, si riferisce all’indifferenza affettiva per situazioni che normalmente suscitano interesse o emozione. Frequentemente nelle depressioni, dove la capacità di gioire e la possibilità di qualsiasi proiezione ottimistica nel futuro sono azzerate, l’apatia è presente anche nelle schizofrenie ebefreniche dove il soggetto, assorto nei fantasmi del suo mondo interiore, dimostra una scarsissima capacità a reagire emozionalmente agli stimoli del mondo e alle relazioni interpersonali.”

 

La prostrazione apatica, impedendo all’individuo di emozionarsi interagendo con gli stimoli del mondo, gli impone di separarsi dal mondo attraverso uno stato psichico di attesa. L’attesa, per Minkowskim, è:

 

“Il fenomeno vitale che si contrappone all’attività, pur essendo situato sul suo steso piano, non è come ragione vorrebbe passività, bensì l’attesa [...] Nell’attività tendiamo verso l’avvenire, nell’attesa, invece, viviamo per così dire il tempo in senso inverso; vediamo l’avvenire venire verso di noi e attendiamo che questo avvenire divenga presente.”

 

Nel frattempo tutte le attività psico-fisiche dell’individuo si fermano nell’attesa della realizzazione di quell’evento. Tutte le attività, salvo un tipo di attività: quelle in funzione di quell’evento. Sia che accelerino l’avvento, sia che collochino la persona per attende in una migliore posizione al momento dell’avverarsi di tale evento.

L’attesa dell’evento è, per Ratzinger, la speranza nell’evento. Un evento che Ratzinger si guarda bene dal definire preferendo parlare dell’attesa in quanto, parlando dell’attesa, non si sbilancia nella definizione dell’evento:

 

“Secondo Filone, nella sola Alessandria viveva circa un milione di ebrei, che non sembravano aver mai abbandonato gli antichi sogni messianici. Del resto, mentre Traiano era impegnato in una campagna contro i Parti (114-117), corse rapidamente la voce che l’Impero di Roma era stato sconfitto; intanto un terribile terremoto distruggeva Antiochia e molte altre città dell’Asia Minore: gli zeloti [i cristiani, nota mia] ritennero che fosse giunto il momento di ribellarsi nuovamente. Il “re” e “messia” Luca-Andrea distrusse la capitale della Cirenaica, Cirene, facendo strage, stando a quanto si racconta, di 200000 non giudei. Sull’isola di Cipro, gli insorti rasero al suolo Salamina, sterminando 240.000 uomini.”

 

Così si stava realizzando quanto affermato nei vangeli:

 

“Imparate dal fico la similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che il figlio dell'uomo è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto ciò avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.” Matteo 24, 32-35

 

Così i cristiani procedettero ai massacri. La loro attesa stava finendo; il fico stava facendo i rami teneri e mettevano le prime foglie con l’illusione della sconfitta di Traiano e il terremoto di Antiochia. La speranza nel ritorno del messia si stava avverando: non sarebbe passata quella generazione. E’ la speranza di Ratzinger che evita di dire qual è l’oggetto in cui il cristiano sta sperando:

 

“Or, subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo, tutte le tribù della terra si batteranno il petto e vedranno il figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con gran potenza e gloria. Egli manderà i suoi Angeli che, con tromba dallo squillo potente, raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un'estremità all'altra dei cieli.” Matteo 24, 29-31

 

Per Ratzinger si tratta della distruzione della società civile e del suo trionfo in quanto rappresentate del dio in terra; dio egli stesso come Gesù che si spacciava per figlio del dio padrone e, pertanto, padrone lui stesso.

Costringere le persone all’attesa significa costringerle alla speranza.

Ma per costringere l’individuo ad esercitare la speranza è necessario imporgli uno stato psichico di attesa, di sospensione delle sue relazioni con il mondo. In secondo luogo è necessario imporgli l’oggetto per cui attendere: l’arrivo del dio padrone sulle nubi. Dopo di che è necessario coltivare e rinnovare continuamente il suo stato di attesa al fine di farlo sprofondare nelle sue emozioni e per questo l’attesa non è imposta come uno stato passivo, ma come uno stato attivo che prepari le condizioni per l’affrettarsi dell’oggetto che si sta attendendo: l’attività per la costruzione delle condizioni per il messia. L’attesa è attiva nelle distruzioni delle società al fine di diffondere la necessità degli Esseri Umani di attendere e, pertanto, costringerli a sperare nell’evento per liberarsi dalle condizioni coercitive imposte.

 

“E voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato fino alla fine, questi sarà salvo. Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra, poiché vi dico in verità: non finirete le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo.” Matteo 10, 22-23

 

Per far questo, è necessario un secondo passaggio. E’ necessario che la speranza nel raggiungimento di un oggetto (il messia) al di fuori dei sensi e delle rappresentazioni razionali diventi rappresentazione psichica nell’immaginario degli individui che non tendono più verso l’avvenire, ma speranzosi sono imprigionati nel presente.

Così l’attesa viene alimentata dalla fede che viene rappresentata nell’oggettività sotto forma di speranza.

Imporre la disperazione del futuro che per evitare il suicidio degli individui disperati e rinchiuderli nella speranza che un futuro si manifesti per modificare le costrizioni psico-emotive che impongono al soggetto la non-azione nel presente.

La disperazione davanti al mondo, negli individui, si trasforma in speranza attraverso la “fede” che gli oggetti immaginati siano reali. L’individuo disperato si chiude su sé stesso, ma anziché suicidarsi sopravvive nel suo stato di disperazione trasformando nella sua mente le sue fantasie in oggetti reali. Si tratta di uno stato psicologico infantile in cui l’individuo fissa la sua attenzione:

 

Erikson ha introdotto l’espressione “fiducia di base” per indicare la fase di sviluppo del bambino durante la quale percepisce di essere accolto e benvoluto dall’ambiente circostante acquistando quella sicurezza che gli consente, in opposizione a ciò che gli consente, in opposizione a ciò che sente come affidabile, di riconoscere il male e la negatività.”

 

Quando questo stato infantile non trova le risposte adeguate, consentendo al bambino di attrezzarsi per affrontare in maniera consapevole il mondo e il futuro, si ha:

 

“La presenza di circostanze traumatiche [compresa anche la violenza e l’approvazione dell’ambiente che lo costringono a pregare, nota mia] in questo periodo può incidere sulla fiducia di base con conseguenti ripercussioni a sfondo depressivo o nevrotico-impulsivo nella psicologia dell’adulto.”

 

Il conflitto viene mantenuto in essere mediante la fede in oggetti sui quali si trasferisce quella fiducia che, situazioni traumatiche infantili hanno negato nel quotidiano [spesso protratte nel tempo], vengono rappresentati e resi reali nella propria immaginazione. L’individuo non ha fiducia nel mondo, ma ha fede in qualche cosa che colloca al di fuori del mondo. Questo transfert si stabilizza soltanto se l’oggetto della fede è un oggetto approvato dalla società e dall’ambiente. Così, la persona che non ha fiducia nel mondo e non mette in atto strategie di vita e azioni nel mondo in cui vive, giustifica il suo ritrarsi psicologico e spesso fisico dal mondo, con la fede in oggetti esterni al mondo: dio, Gesù, la madonna o quant’altro. Dove la realtà dell’oggetto è solo nella sua immaginazione a giustificazione della sua separazione dal mondo:

 

“La medicalizzazione non giova alla risoluzione del conflitto nevrotico perché, essendo questo radicato nella contraddizione che esiste tra le istanze individuali di libertà e le regole di convenienza, che per il singolo individuo non possono che essere repressive, il conflitto non può essere risolto se non attraverso l’atto esistenziale della scelta.”

 

Da qui la scelta di rifugiarsi nell’attesa come impedimento psico-fisico all’azione sorretta dalla speranza della modificazione radicale del presente che deve arrivare, diventa atto di fede che blocca l’individuo nella sua azione verso il futuro. Per contro, apre all’individuo tutte quelle possibilità d’azione che l’oggetto della sua fede gli indica al fine di diffondere quel bisogno di speranza che la sua disperazione nel presente gli impone  placando così la sua paura dell’ansia.

 

Questo meccanismo di infantilismo che permane in età adulta è quello che fa dire a Ratzinger: “« Speranza », di fatto, è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole « fede » e « speranza » sembrano interscambiabili.”

Cosa diversa è il concetto di speranza e di fede in età antica. Dove gli oggetti della speranza erano gli oggetti che coinvolgevano gli individui e per i quali gli individui mettevano in atto le loro azioni per costruire il loro futuro e fede era il legame che univa le intenzioni dei soggetti con l’obiettivo che si prestavano a raggiungere. Per il cristianesimo fede e speranza sono stati psico-patologici che una volta imposti agli individui impediscono loro di affrontare il loro futuro diventando massa di un gregge definito dalla comune attesa della “redenzione” con conseguente catastrofe della società nella quale vivono.

Fede e catastrofismo sono ben rappresentati in Paolo di Tarso che al venir meno della realizzazione della speranza sta attendendo la fine della disperazione che lo attanaglia.

Eccolo Paolo di tarso proclamare la speranza, la sua speranza, mentre soddisfa la sua attesa imponendo ad altri l’attesa attraverso l’imposizione della sua speranza:

 

"Ecco, io vi svelo un mistero: noi non morremo tutti, ma tutti saremo trasformati, in un attimo, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba. Squillerà, infatti la tromba e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. Perché è necessario che questo corpo corruttibile si rivesta d'incorruzione e che il nostro corpo mortale si rivesta di immortalità. Quando questo corpo corruttibile avrà rivestito l'incorruzione e questo corpo mortale avrà rivestito l'immortalità, allora avrà compimento la parola che fu scritta: "La morte è stata assorbita nella vittoria. O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo pungiglione?". Il pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge. Ma sia ringraziato Iddio, che ci da la vittoria mediante il Signor nostro Gesù Cristo!" I Corinti 15, 53-57

 

E quando il suo spacciare speranza si rivela falso, gioco di imbonitore e truffatore, eccolo puntare il dito contro coloro che ha truffato imponendo loro l’attesa, l’inattività, per vendere speranza che illude mediante la fede:

 

"Or dunque, tutte le volte che voi mangerete di questo pane e bevete di questo calice, celebrerete la morte del Signore, finché egli venga. Perciò, chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ognuno, dunque, esamini sé stesso, e così mangi di quel pane e beva di quel calice; perché chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore, mangia e BEVE LA PROPRIA CONDANNA. Per questo vi sono tra di voi molti ammalati ed infermi, e parecchi sono morti. Se invece ci esaminassimo da noi , non saremmo giudicati. Ma se ci giudica il Signore, ci corregge, affinché non siamo condannati con il mondo." I Corinti 11, 26-31

 

Imporre sensi di colpa per continuare a spacciare speranza. Ma quando anche in lui si dispiega la disperazione:

 

“Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio: per Gesù Cristo, Signore nostro! Dunque, io stesso, con la mente servo della legge di Dio, ma con la carne servo della legge del peccato.” Romani 7, 24-25

 

E non è forse, dopo duemila anni, la disperazione psico-emotiva di tale Teresa di Calcutta che dopo essersi illusa spacciando fede, illusione e speranze che imponeva mediante la violenza a persone indifese arriva a scrivere (nei suoi diari segreti):

 

“Cristo, ripeteva, è ovunque: “Nei nostri cuori, nei poveri che incontriamo, nel sorriso che offriamo e in quello che riceviamo”. Colui che non abbandona, che riempie il vuoto. Diceva sempre così, agli altri, rassicurando chi più dubitava. Ma per lei, Madre Teresa di Calcutta, Cristo era egli steso il vuoto, “Gesù, l’Assente”, colui che sempre tace. Per oltre metà della sua vita, un solo grido: “Mi hai respinto, mi hai gettato via,  non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio, ma non c’è Alcuno che risponda. Nessuno, nessuno.  Sola... Dov’è la mia fede... Perfino quaggiù nel profondo, null’altro che vuoto e oscurità – Mio Dio – come fa male questa pena sconosciuta... Per che cosa mi tormento? Se non c’è alcun Dio non c’è neppure l’anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero... Io non ho alcuna Fede, nessun amore, nessun zelo.”

 

Ed è la stessa disperazione psico-emotiva che attraversa Ratzinger. Una disperazione che placa seminando disperazione affinché gli individui siano bloccati nell’attesa, nella sua stessa attesa, e sottomessi a lui in quanto rappresentante del dio padrone.

Ed è a questo punto che Ratzinger inizia ad affrontare il presente sociale che il cristianesimo inizia a devastare per imporre quella speranza che ferma le persone nella loro attività volta a fondare il loro futuro. Le affermazioni di Ratzinger sono gratuitamente offensive proprio per giustificare il progetto di distruzione psico-emotiva delle persone. Per giustificare la violenza con cui il cristianesimo costruisce la distruzione della capacità propositiva delle persone.

Dice Ratzinger: “Naturalmente egli sa che essi avevano avuto degli dèi, che avevano avuto una religione, ma i loro dèi si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza.”

Gli Dèi erano gli uomini stessi e la loro tensione verso il futuro. Per qualunque futuro l’uomo avrebbe agito sempre avrebbe trovato gli Dèi al suo fianco. Gli Dèi non dicevano all’uomo che cosa egli avrebbe o non avrebbe dovuto fare, ma qualunque progetto l’uomo avesse messo in atto per costruire il futuro, gli Dèi erano con lui.

Gli Dèi non giocano con la patologia psichiatrica, non separano gli uomini dalla loro società né, tanto meno, dalla Natura dalla e nella quale sono divenuti. Gli Dèi non sono il frutto della patologia psichiatrica, ma sono il sostrato del reale esistente. Solo che il reale esistente manifesta gli Dèi e non è un oggetto posseduto dagli Dèi. Non c’è, nelle Antiche Religioni, un dio padrone che chiede agli Esseri Umani di mettersi in ginocchio in quanto egli è il padrone, ma anche quando nelle società esistono rapporti di lavoro schiavisti, gli Dèi indicano agli uomini la necessità di rompere le catene; la necessità della libertà.

Gli Dèi antichi non sono speranza patologica, ma sono azioni tese verso il futuro.

Nelle Antiche Religioni non c’era un futuro che doveva realizzarsi affinché gli Esseri Umani si mettessero in moto, ma proprio perché gli Esseri Umani agivano il futuro si realizzava.

Gli Esseri Umani, delle Antiche religioni, sottovalutarono gli idioti.

Gli idioti, coloro che non partecipavano alla vita pubblica, alla vita politica, al benessere della società, ma per un motivo o per un altro erano esclusi. Le Antiche Società non presero in considerazione che potessero trovare l’unità nella loro disperazione esistenziale e compromettere l’intera società. Non venne mai preso in considerazione che la loro disperazione potesse essere un’arma per condurre tutta la società alla disperazione. Scrive Celso dell’attività dei cristiani a Roma:

 

“Più assennati sono quei cristiani che fanno le seguenti prescrizioni: “Nessuno che sia istruito si accosti, nessuno che sia sapiente, nessuno che sia saggio (perché tutto ciò è ritenuto male presso di loro); ma chi sia ignorante, chi sia stolto, chi sia incolto, chi sia di spirito infantile, questi venga fiducioso!”. E infatti che persone del genere siano degne del loro dio, essi lo ammettono apertamente proprio in quanto vogliono e possono convertire solo gli sciocchi, gli ignobili, gli insensati, gli schiavi, le donnette e i ragazzini. Come potrebbe altrimenti ritenersi un male, infatti, l’essere istruito ed esperto nelle migliori dottrine ed essere ed apparire intelligenti?”

 

Solo che Celso non conosceva la manipolazione mentale che può coinvolgere chiunque è fermo nell’attesa e che può riempire quell’essere fermo dell’illusione fissata come speranza di modificazione messianica del presente e agire, per difendersi dall’ansia, seminando nella società ansia d’attesa per evitare la paura dell’inutilità della sua attesa. Chi è saggio, intelligente, istruito, manifesta delle qualità progettuali nel proprio presente e non è possibile piegarlo ad una speranza nell’attesa che blocchi la sua progettualità nel suo presente. Fu questa l’azione dei cristiani che, sviluppatasi per decenni, portò alla fine di Roma: non c’era più tensione verso il futuro. Tutto è disperazione, come quella di Paolo di Tarso, la Teresa di Calcutta, Wojtyla o Ratzinger stesso. Una disperazione che si disseta seminando disperazione nella società civile.

 

Ciò che dice l’epitaffio, citato da Ratzinger, si riferiva alla vita fisica degli individui. Dal nulla abbiamo manifesto la nostra consapevolezza e nel nulla la nostra consapevolezza fisica finirà. Ma fra i due nulla c’è il nostro vivere, la nostra gloria nel progettare, nel nostro presente, il nostro futuro. Nel cristianesimo la disperazione si chiama speranza e non esiste un futuro, ma solo disperazione dell’impossibilità umana di determinare sé stessi.

Quando Ratzinger cita Paolo di Tarso in “Voi non dovete « affliggervi come gli altri che non hanno speranza » (1 Ts 4,13).”

Lo fa ben sapendo che gli altri non si affliggevano! Non c’era l’afflizione fra chi non era cristiano, ma le persone diventavano cristiane proprio perché erano afflitte. Nella loro afflizione cercavano quella speranza che riempisse la loro attesa. Ma le persone che erano in attesa non erano le persone che agivano per il benessere della città, che si contendevano come fazioni politiche o sociali, come scuole filosofiche che dibattevano i rispettivi principi dottrinali. La menzogna di Ratzinger consiste nel proiettare la disperazione dei cristiani sull’intera società. Ma ciò non era.

Solo per i disperati che diventavano cristiani il futuro era disperato, angosciante. Per gli altri il futuro era certo: una vita da vivere appieno! Ma la disperazione venne riempita dal messianesimo che nelle illusioni dei cristiani doveva mettere fine a quel presente. La “buona novella” fu che finalmente anche i disperati ebbero un obbiettivo: la distruzione della loro società. La distruzione della tensione delle persone per costruire il futuro, per costruire il benessere sociale o, comunque, per proteggere la società dalle contraddizioni che sarebbero arrivate. Eccolo Luca-Andrea mentre scatenare i massacri alla notizia che Tiberio era stato confitto dai Parti. Ha ragione Ratzinger, quelli erano contenuti fino ad allora ignoti. Infatti il vangelo cambiò la vita nel senso che distrusse le antiche civiltà per diffondere la patologia da dipendenza nelle persone. Ancorarle ad un infantilismo dal quale ci vollero secoli per far riemergere una linea psico-sociale che tendesse ad organizzare gli Esseri Umani per affrontare il loro futuro.

 

Ed è chiaro il riferimento di Ratzinger alla patologia psichiatrica quando dice “La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata”

E non sta intendendo la capacità degli Esseri Umani di costruire il loro futuro, ma intende gli Esseri Umani fermi nell’attesa della venuta di quella verità che dovrebbe liberarli da un presente angosciante. La patologia psichiatrica, la malattia da dipendenza psico-emotiva, è la buona novella di Ratzinger.

Vedremo nel commento agli altri paragrafi le conseguenze sociali e personali delle imposizioni militari della dipendenza psico-emotiva che i cristiani, col loro odio, imposero alla società civile.

Commento al secondo paragrafo dell’enciclica di RatzingerSpe Salvi”.

Marghera, 01 dicembre 2007

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

 

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