Bertrando Spaventa - 1817- 1883

Georg Wilhelm Friedrich Hegel 1770 - 1831

L'Essere è il Nulla
da Georg Hegel a Bertrando Spaventa

Riflessioni sulle idee di Spaventa

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185808 per il cartaceo della filosofia aperta

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana

L'Essere è il Nulla fra Hegel e Spaventa nella realtà del divenire

Nel tentativo di spiegare Hegel e adattarlo alla tradizione della filosofia cattolica Spaventa è costretto ad affrontare un nodo spinoso della logica hegeliana sulla coincidenza originale fra Essere e Nulla come elemento all'origine del presente.

Bertrando Spaventa, ordinato prete cattolico a 23 anni dopo un'intensa catechizzazione, dismise l'abito da prete dopo i 30 anni. Questo suo essere prete cattolico è trasferito nella sua attività filosofica. Tutta la sua filosofia è volta a legittimare il diritto di dio in un tentativo di attualizzare la filosofia scolastica contro l'idealismo tedesco.

Dio è il momento centrale del pensiero di Spaventa. Nulla può esistere all'infuori dio.

In questa condizione Spaventa affronta la prima affermazione della logica di Hegel secondo cui. "Essere è il Nulla".

Scrive Spaventa:

1. Lo scandalo - il primo scandalo - nacque della celebre proposizione di Hegel: L'Essere è il Nulla.

Come si disse l'Essere è il Nulla? Ma dunque l'esserci, e il non esserci io, è lo stesso? l'esistere e il non esistere questo cappello, è lo stesso? Il sussistere e il non sussistere noi, è lo stesso? E così di tutto, dello stesso Dio? Si può dare uno scetticismo, un nullismo, un ateismo più nero di questo?

Hegel avea tempo a dire: "Voi non m'intendete, o mi barattate santamente le carte in mano. Io dico l'Essere, l'Essere semplicemente; e voi dite: l'Esserci, l'Esistere il Sussistere io dico l'Essere, e voi dite il qualcosa. Ora certamente il qualcosa, l'esserci, l'esistere, il sussistere, non è il Nulla; io non posso dire nello stesso tempo: questo cappello ci è e non ci è; questa camera ci è e non ci è, ecc. Ma l'essere di questo cappello, di questa camera, non è l'Essere, l'essere di cui io parlo, l'Essere semplicemente; è solo l'essere di questo cappello, di questa camera, l'essere determinato. Se io chiamo A l'essere determinato, io non posso dire A è non A, intendendo per non A l'assenza o la privazione assoluta di A; non A così contradice ad A. L'Essere di cui io parlo, invece, l'Essere, è l'essere in quanto indeterminato; è quello, che non ha altra determinazione che di non averne alcuna: è l'Indeterminato. Come l'indeterminato è identico al Nulla, è il Nulla". Così rispondeva Hegel; ma fu tempo perso. Si continuò e si continua a dire: "la Logica di Hegel comincia con questa pretesa, che l'esserci e non esserci a un tempo questo cappello, c, questa camera, sia lo stesso. Che logica!" - Questa condanna è poi divenuta popolare, e come una patente gratuita di capacità speculativa, chi si piglia l'incomodo facile di ripeterla. Io stesso ho udito un facondo oratore, in una pubblica disputa forense, in cui la logica non ci entrava per nulla, dir con molto calore e con passione: Signori, ciò che asserisce il mio avversario è assurdo, contradittorio, a meno che non si voglia affermare con Giorgio Hegel, che l'Essere sia identico al Nulla, e la contradizione l'essenza delle cose. Questo è un modo grossolano d'intendere il pensare, e quindi la Logica. E' lo stesso modo d'intendere la identità dell'Essere e del Pensare, della realtà naturale e della realtà cosciente: identità, che è il Pensare come semplice pensare. Si dice: se il Pensare è identico all'Essere; dunque io che penso la penna, sono la penna, sono questa penna, penso il cappello, e sono il cappello, questo cappello. Ora è chiaro - meno male - che io non sono né la mia penna, né il mio cappello; dunque - si conchiude con una certa aria di trionfo, appunto come quell'avvocato - quella identità è un assurdo, una contradizione. In questa e simili obiezioni si abusa del principio di contradizione. Se ne fa abuso, perché non s'intende il significato di questo principio, e quindi il suo limite. Smettiamo l'entusiasmo, e consideriamo freddamente la cosa com'è. Aristotele, da cui si ripete la enunciazione di questo principio, dice (Met. IV, 3: [p. 1005 b. 19 30]). "L'impossibilità, che una stessa cosa stia insieme e non stia in una stessa cosa e secondo lo stesso rispetto - è appunto il più fermo di tutti i principii. Giacché è impossibile, che uomo al mondo pensi che lo stesso sia e non sia. - Davvero, se i contrarii non possono stare insieme nella stessa cosa - e nella contradittoria ci sono due giudizi, l'uno contrario all'altro, si vede essere impossibile, che lo stesso uomo pensi che la stessa cosa sia e non sia; perché chi fosse in questo errore, avrebbe a un tempo i due giudizii contrarii". Lascio stare la differenza tra la esposizione aristotelica di questo principio, e quella che si trova nella logica formale.

Tratto da: Bertando Spaventa, Opere a cura di Giovanni Gentile Edizioni Sansoni Firenze 1972 da pag. 387 a pag. 389

Non è che l'esserci e il non esserci è lo stesso, ma l'Essere, inteso come assoluto universale, deve risolvere sé stesso nel divenire.

Dal momento che è un assoluto universale non ha altro modo di risolvere sé stesso se non annullando sé stesso; l'annullamento di sé stesso è il divenire dell'Essere. Distruggendo sé stesso in quanto coscienza o, se vogliamo in termini cristiani, in quanto pensiero, l'Essere pratica il proprio divenire. Mette in atto la sua volontà e veicola la sua necessità. L'Essere, inteso come universo consapevole, risolve sé stesso distruggendo il sé stesso quando non è più in grado di divenire, di trasformarsi, di dilatarsi perché mancano, per quel che lo riguarda, relazioni con il non-Essere o, se preferite, con un Essere diverso da sé.

Il cominciamento è la distruzione dell'Essere. Della sua coscienza. Del suo divenuto.

Lo scandalo per i cristiani è il riconoscimento della mancanza di coscienza, di volontà di intelligenza e di scopo nel cominciamento dell'universo che non dipende da un soggetto esterno all'universo, ma dipende dall'universo stesso, dal suo nulla, da cui germinano consapevolezze.

La qualità dell'universo in cui si è annullato l'Essere universo determina la germinazione di altre coscienze. Solo che dal momento in cui l'Essere si dissolve al momento in cui germinano le prime coscienze di sé, l'Essere che era e il Nulla che è coincidono.

Come Esseri Umani possiamo chiamare la Coscienza, pensiero. Possiamo chiamare l'essenza della coscienza, pensiero puro. Solo che lo sviluppo logico dilata la coscienza articolando, sia come qualità che come quantità, anche, in quanto Esseri Umani, quello che noi chiamiamo "pensiero", mentre il pensiero, come definizione del soggetto, è come l'anima, un oggetto statico e immodificabile. L'uomo pensa mentre lo scarafaggio non pensa; l'uomo ha una coscienza, lo scarafaggio ha una coscienza. Posso attribuire allo scarafaggio la qualità della vita e della consapevolezza di sé, ma non posso attribuire allo scarafaggio il pensiero logico umano. Questo non significa che lo scarafaggio non abbia qualcosa definibile come "pensiero logico", ma è troppo diverso come specie perché io possa immaginare che abbia un pensiero logico come io penso debba essere il "pensiero logico". Questo vale soprattutto con l'Essere. Posso parlare della sua Coscienza di sé, ma non posso parlare del suo pensiero in quanto ciò che io attribuirei come "suo pensiero" è una peculiarità dipendente dal corpo fisico e dal divenuto razionale della specie umana. Come il pensiero umano non lo attribuisco allo scarafaggio, così non lo posso attribuire all'Essere inteso come Universo consapevole.

Quando Spaventa afferma che Hegel precisa:

"Voi non m'intendete, o mi barattate santamente le carte in mano. Io dico l'Essere, l'Essere semplicemente; e voi dite: l'Esserci, l'Esistere il Sussistere io dico l'Essere, e voi dite il qualcosa. Ora certamente il qualcosa, l'esserci, l'esistere, il sussistere, non è il Nulla; io non posso dire nello stesso tempo: questo cappello ci è e non ci è; questa camera ci è e non ci è, ecc. Ma l'essere di questo cappello, di questa camera, non è l'Essere, l'essere di cui io parlo, l'Essere semplicemente; è solo l'essere di questo cappello, di questa camera, l'essere determinato. Se io chiamo A l'essere determinato, io non posso dire A è non A, intendendo per non A l'assenza o la privazione assoluta di A; non A così contradice ad A. L'Essere di cui io parlo, invece, l'Essere, è l'essere in quanto indeterminato; è quello, che non ha altra determinazione che di non averne alcuna: è l'Indeterminato. Come l'indeterminato è identico al Nulla, è il Nulla".

L'Essere Indeterminato di cui parla Hegel è l'Assoluto Universo Cosciente di sé in cui e per cui non esiste più non-Essere in quanto la presenza del non-Essere lo trasformerebbe in determinato, come il cappello. L'Essere come nulla, di cui parla Hegel, è l'assoluto consapevole dove l'assoluto consapevole non è "pensiero", ma è corpo-consapevole.

La questione è spinosa specialmente quando Hegel afferma nell'Enciclopedia delle scienze filosofiche:

Il puro essere forma il cominciamento, perché esso è così pensiero puro, come è, insieme, l'elemento immediato semplice e indeterminato; e il primo cominciamento non può essere niente di mediato e di più particolarmente determinato.

Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche ed Universale Laterza 1989 pag. 101

La difficoltà di Hegel è quella di usare termini della bibbia cristiana per far accettare il suo pensiero all'ambiente cristiano in cui opera. Il "puro pensiero" di Hegel risponde alle esigenze cristiane del Logos a fondamento del reale là dove la bibbia dice:

"Il dio dice: "Sia la luce"; e la luce fu!"

Bibbia cristiana, Genesi 1,3

Oppure nel vangelo di Giovanni:

"In principio era il verbo, e il verbo era presso dio, e il verbo era dio."

Bibbia cristiana, Vangelo Giovanni 1, 1

Oppure il concetto di Logos in Platone, fra gli Stoici, in Aristotele che non sono in grado di "pensare" nulla dell'esistente che non sia il prodotto del pensiero, cioè della parola. Anche Eraclito che alla parola, al logos, al pensiero, aggiunge il fuoco non è in grado di individuare la coscienza di sé del fuoco senza doverlo violentare in logos, pensiero, come essenza dell'esistente appiattito sulla propria condizione di uomo.

Hegel è prigioniero di questa concezione e da questi modelli parte per definire un Essere Incondizionato che non appartiene a questi modelli.

Non esiste una filosofia che comprenda l'Essere Incondizionato di cui parla Hegel. Tutte le filosofie, come sta facendo Spaventa, tentano di proiettare sull'Essere Incondizionato di Hegel ciò che loro intendono per Essere Incondizionato. E ancora, non esiste una filosofia in cui l'Essere Incondizionato o l'Essere Assoluto necessiti di divenire in quanto, in Hegel, il divenire è il centro della sua filosofia e non l'Essere Incondizionato che nella filosofia hegeliana appare come un puro accidente. Una forma del discutere priva di implicazioni in quanto, risolvendo il suo divenire nel nulla, non è chiaro qual è il divenire del nulla in cui l'Essere Incondizionato ha risolto il suo divenire.

Scrive Hegel nell'Enciclopedia delle scienze filosofiche:

Ora, questo puro essere è la pura astrazione, e, per conseguenza, è l'assolutamente negativo, il quale, preso anche immediatamente, è il niente.

Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche ed Universale Laterza 1989 pag. 102

Questo Essere Incondizionato, per Hegel, è una pura astrazione. Non è un oggetto reale, è un parto del suo "pensiero puro" che alla sua ragione appare privo di implicazioni. Un essere immaginato. Questa immaginazione di Hegel si scontra con l'immaginazione cristiana che considera il proprio dio l'assoluto, immobile, indeterminato, onnipotente e immodificabile a fronte dell'interpretazione dottrinale cattolica che, pur accettando ed usando l'interpretazione filosofica, fa di questo assoluto un dio personale che interviene mediante la provvidenza nelle azioni umane. E' come se Hegel dicesse: sia chiaro, io parlo in astratto, per ipotesi!

L'Essere di Hegel e l'Esserci di Hegel sono due cose diverse. L'Essere non è l'Esserci. Il cappello non è Essere, il cappello è Esserci. L'uomo non è l'Essere, è Esserci. Il dio dei cristiani, in questa logica, non è Essere, è Esserci, ma nel suo Esserci non può godere degli attributi assoluti che i cristiani gli attribuiscono perché ogni attributo assoluto determina l'idea dell'Essere che coincide col nulla.

Ed è affrontando questa logica che lascia i cristiani sgomenti che Spaventa scrive:

1. Lo scandalo - il primo scandalo - nacque della celebre proposizione di Hegel: L'Essere è il Nulla.

Come si disse l'Essere è il Nulla? Ma dunque l'esserci, e il non esserci io, è lo stesso? l'esistere e il non esistere questo cappello, è lo stesso? Il sussistere e il non sussistere noi, è lo stesso? E così di tutto, dello stesso Dio? Si può dare uno scetticismo, un nullismo, un ateismo più nero di questo?

Hegel non concede scappatoie: l'Essere è il Nulla! L'indeterminato è l'oggetto che comprende tutto l'esistente. Comprendendo tutto l'esistente, il divenire dell'Essere è nel Nulla che a sua volta comprende tutto l'esistente. L'uno e l'altro sono uguali nell'indeterminatezza in quanto comprendono tutto l'esistente, ma sono diversi nella qualità. L'uno, il Nulla, è il divenuto dell'Essere.

Dal punto di vista di Spaventa questo è effettivamente: "Si può dare uno scetticismo, un nullismo, un ateismo più nero di questo?".

Spaventa non coglie che Essere e Nulla in Hegel sono uguali nell'indeterminatezza, non nella qualità in cui l'Essere e il Nulla si esprimono. Hegel non vuole precisare: lui è un filosofo, non una persona religiosa. L'unità fra Essere e Nulla o niente è la verità della loro manifestazione nel loro presente e la manifestazione nel presente dell'Essere è il suo divenire nel Nulla.

E il divenire del nulla?

Come si risolve?

Nel processo del divenire per cui dal Nulla emergono coscienze, che Hegel chiama Esserci, determinate dalla presenza del non-Essere che relazionandosi col loro non-Essere, procedono nel divenire fino a ricostruire l'Essere incondizionato che a quel punto deve risolvere il suo divenire nel nulla.

Scrive Hegel

Reciprocamente, il niente, considerato come codesto immediato eguale a sé stesso, è il medesimo che l'essere. La verità dell'essere come del niente è perciò l'unità di entrambi. Questa unità è il divenire.

Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche ed Universale Laterza 1989 pag. 103-104.

Cosa che Hegel precisa affermando:

1) La proposizione: l'essere e il niente sono lo stesso, sembra alla coscienza rappresentativa, o all'intelletto, così paradossale, che forse non la ritiene come detta sul serio. Ed infatti, è questa una delle parti più aspre del compito del pensiero, perché essere e niente sono l'antitesi in tutta la sua immediatezza, senza che nell'uno sia già posta una determinazione che contenga la sua relazione con l'altro. Essi però contengono questa determinazione, come è stato mostrato nel paragrafo precedente: la determinazione, che è appunto la medesima in entrambi. La deduzione della loro unità è quindi del tutto analitica: come il procedere della filosofia, essendo metodico cioè necessario, non è altro se non il porre esplicitamente ciò che è già contenuto in un concetto. - Ma non meno esatta dell'unità dell'essere e del niente è anche l'affermazione, che essi sono affatto diversi: - l'uno non è ciò che è l'altro. Se non che, non essendosi qui la differenza ancora determinata, - che essere e niente sono ancora l'immediato, - essa resta, quale è in essi, l'ineffabile, la semplice intenzione.

Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche ed Universale Laterza 1989 pag. 104.

Come può un cristiano cogliere questo che alla sua ragione appare come un paradosso?

Può un cristiano continuare ad essere tale dopo che ha negato il suo dio padrone, la sua provvidenza, il suo intervento nelle faccende umane in quanto i suoi attributi assoluti hanno condotto ciò che riempiva la sua idea di dio a divenire nel niente? E come può un cristiano pensare che da quel niente, quel nulla della coscienza, possano scaturire delle Coscienze che come Esserci affermano "Io sono!"?

Essere e Nulla non è la stessa qualità! E' la stessa indeterminatezza, ma l'indeterminatezza non si esprime con la stessa qualità.

Spaventa è costretto ad ovviare a ciò che appare come un paradosso al cristianesimo con una serie di affermazioni come questa:

Ho detto più sopra: solo Rosmini ha ragione, giacché comincia dall'Essere. E infatti l'Ente possibile rosminiano non è tutto il possibile, tutto il puro possibile, ma solo il primo possibile, il primo pensabile: cioè appunto l'Essere. L'errore di Rosmini non è, come ha creduto Gioberti, di fare dell'Essere ut sic il Primo scientifico o logico, ma di fame il primo psicologico: non il primo Pensabile, ma il primo Conoscibile. Gli hegeliani potranno far poco conto dell'Ente di Rosmini, e notando specialmente la mancanza di una propedeutica scientifica, dire che egli salta immediatamente dall'attualità così varia e molteplice della coscienza al primo possibile, all'Indeterminato. Io mi contento di notare in lui un altro salto, meno lecito e più pericoloso del primo: cioè da questo stesso Indeterminato al conoscere come atto della psiche, alla percezione intellettiva, al primo giudizio: Questo è. Avuto l'Essere, Rosmini l'unisce immediatamente colla sensazione, considerata come un dato primitivo, e questo connubio egli chiama la prima cognizione. - D'altra parte, Gioberti - che taccia Rosmini di nullismo, perché comincia dall'Essere come primo possibile e non già dall'Ente concreto e creante - se avesse egli cominciato davvero, e non invece cominciato dove si ha da finire, cioè dallo Spirito come assoluta rivelazione di se stesso; se invece di donare a noi altri giovani, sitibondi della Idea e già disgustati del fango del sensualismo e del nudo pane, non sempre fresco, dell'empirismo, quella formula che avevamo già imparata, senza comprenderla, nel catechismo, tanto usata e abusata e messa in giro dovunque e in ogni regione e stagione da' suoi seguaci: se invece di tutto ciò, Gioberti avesse voluto fare una Logica, un'antologia, una Scienza dell'Ente, appunto del suo Ente concreto e creante, non avrebbe potuto cominciare che così, da questa miseria, da questa magna parvitas: l'Essere. E questa necessità - poco importa che i suoi eredi privilegiati non se ne siano accorti - è ammessa più o meno esplicitamente, da lui stesso, quando distingue: sebbene con falso nome, i due Primi, cioè il Primo ut sic e l'Ultimo ut sic; e dice che il vero Primo - cioè non più il semplice Primo, il Cominciamento, ma il Principio, l'atto Assoluto - è la loro unità organica, e non si può pensare (e di questo si tratta: di pensarlo, e non già di presupporlo), se non si dissolve quest'atto e non si comincia da un punto in esso, che non risulta da altro e da cui tutto risulta: cioè dall'Essere. Gioberti che dà tutto all'intuito - al primo pensiero - non solo l'Intelligibile puro, ma lo stesso Atto creativo, dice in un momento di schietta ingenuità, così frequente, a dir vero, nelle opere postume: l'intuito ci dà l'Ente semplicemente, la riflessione ci dà l'Ente intelligibile e intelligente , (Prot., ediz. Torino, Botta, II, 419). Ora cos'è l'Ente semplicemente, non ancora intelligente e né meno intelligibile? Non altro che il primo intelligibile, l'Essere rosminiano, il Nulla. Ho citato questi due nostri filosofi, non perché la primalità dell'Essere avesse bisogno di essere autorizzata estrinsecamente, ma per notare che si può essere italiano, e cominciare dall'Essere, senza pericolo di rinnegare la tanto preziosa sapienza de' nostri maggiori: spesso preziosa meno a quegli che più mostrano di averla in pregio. Dichiarato così I'Essere come Primo, ecco in qual modo io intendo la deduzione delle prime categorie. Per procedere col maggior rigore possibile, devo ripetere, epilogando, le cose principali dette innanzi.

Tratto da: Bertando Spaventa, Opere a cura di Giovanni Gentile Edizioni Sansoni Firenze 1972 da pag. 377 a pag. 378

Rosmini parte dall'Essere come il suo dio padrone e non può risolvere l'Essere nel nulla perché altrimenti ridurrebbe a nulla il suo dio padrone. Quando Spaventa afferma che l'Essere di Rosmini è "solo il primo possibile" ignora che il "primo possibile" non è il "primo pensabile", ma è il primo che Rosmini vuole mettere a fondamento come padrone del presente di cui lui è la voce e il maggiordomo.

Lasciamo che i cattolici si disputino sui loro errori. Secondo Spaventa Rosmini ha fatto dell'Essere il primo psicologico e in questo ha sbagliato. Secondo Gioberti, Rosmini ha fatto dell'Essere il primo scientifico. Un cattolico può far conto delle farneticazioni di Rosmini e del suo Ente, ma sta di fatto che le affermazioni di Rosmini sono illogiche rasentano il criminale: se dal nulla emerge un primo Esserci o Ente, nulla vieta che dal nulla emergano infiniti Esseri e infiniti Enti. Spaventa furbescamente, e un po' criminalmente, gioca sulla parola per anteporre all'Essere di Hegel che diviene nel nulla, l'Ente e l'Essere di Gioberti e di Rosmini dal quale ha inizio, secondo i cristiani, tutto il processo della loro creazione.

Non esiste nessun nesso fra Gioberti, Rosmini da un lato e Hegel dall'altro: si sta parlando di due cose diverse e l'atto di Spaventa rasenta la condizione criminale dell'inganno.

Dal nulla di Hegel emergono gli Esserci. Non un Esserci che procede creando il presente che viene spacciato per l'Essere di Rosmini o l'Ente di Gioberti. Da quel nulla emergono un infinito numero di Esserci. Un infinito numero di Esseri determinati che intrattengono delle relazioni con il Nulla da cui sono germinati e che, rispetto alla loro coscienza che nell'Esserci proclama "Io sono", è il non-Essere in cui quegli Esserci divengono e si espandono costruendo le loro relazioni.

L'Essere di Rosmini non costruisce delle relazioni. L'Essere di Rosmini è lo specchio di Rosmini: è il padrone del mondo, il creatore del mondo, ciò da cui tutto il mondo procede.

E questo vale anche per l'Ente di Gioberti dove l'Ente crea l'Esistente, non costruisce relazioni col non-Essere.

Si tratta del conflitto fra idealisti in cui alla libertà di Hegel che non pone condizioni morali all'Esserci in quanto l'Esserci è germinazione della Coscienza di Sé dal nulla inconsapevole, si oppone lo schiavismo cattolico di Rosmini e Gioberti che impongono catene all'Esserci germinato imponendogli di pensarsi creato da un Essere padrone o da un Ente padrone in quanto creatore del mondo. Mentre Hegel svincola l'Esserci da condizioni impositive morali, Rosmini, Gioberti e Spaventa si preoccupano di ripristinare le catene e la schiavitù dell'uomo rendendolo dipendente dalla creazione dell'Ente.

Nell'esaltazione di Rosmini, che secondo Spaventa risolverebbe la contraddizione hegeliana in termini cristiani, Spaventa non si rende conto il "primo possibile" non è l'Essere di Hegel, ma un Esserci che per continuare ad esistere deve costruire delle relazioni col non-Essere, che ancora è nulla, e il divenire che ne segue modifica continuamente l'Essere rosminiano che perde tutti i caratteri di assoluto, con cui i cristiani dipingono il loro dio criminale, per inserirlo nel divenire.

Seguendo la filosofia di Hegel il fatto stesso che il dio dei cristiani intervenga nelle faccende umane costruisce una relazione fra il suo Esserci e il non-Essere che, in questo caso, sono le faccende umane. Ne consegue che dopo l'intervento di dio nelle faccende umane l'Esserci di dio non è più l'Esserci di dio di prima dell'intervento nelle azioni umane. L'Esserci di dio è diventato nulla e si è ricostruito in un diverso Esserci. Se il dio ei cristiani cambia, perde tutti i caratteri di assoluto.

Hegel sembra rispondere proprio alle obiezioni dei cristiani quando scrive nell'Enciclopedia delle scienze filosofiche:

2) Non ci vuole una grande spesa di spirito per volgere in ridicolo la proposizione che l'essere e il nulla sono il medesimo, o per accampare una serie di assurdità, asserendo falsamente che sieno conseguenze e applicazioni di quel detto: per es., che, secondo esso, è tutt'uno che la mia casa, le mie sostanze, l'aria da respirare, questa città, il sole, il diritto, lo spirito, Dio, siano o non siano. In siffatti esempi vengono, da una parte, introdotti surrettiziamente fini particolari, l'utilità che qualche cosa ha per me; e poi si domanda se a me sia indifferente che la cosa utile sia o non sia. In verità, la filosofia è appunto quella dottrina, che libera l'uomo da un'infinita moltitudine di scopi e mire finite, e lo fa verso di esse indifferente, in modo che per lui è il medesimo che quelle cose sieno o non sieno. Ma, in generale, quando il discorso concerne un contenuto, è posta con ciò una connessione con altre esistenze, con altri scopi ecc., che sono presupposti validi; e da tali presupposti dipende, se l'essere o il non essere di un determinato contenuto sia o non sia lo stesso. In questi casi, viene sostituita una differenza, piena di contenuto, alla differenza, vuota, dell'essere e del niente. Per un'altra parte, si tratta di scopi essenziali, di esistenze assolute e idee, che vengono poste sotto la determinazione dell'essere o del non essere. Tali oggetti concreti sono qualcosa di ben diverso che non un semplice essere e non essere. Povere astrazioni, come l'essere e il niente, - le più povere che possano mai darsi, dacché sono soltanto le determinazioni iniziali, - si mostrano del tutto inadeguate alla natura di quegli oggetti: il contenuto vero è assai di là da codeste astrazioni e dalla loro antitesi. Allorché in generale un qualcosa di concreto è stato sostituito all'essere o al niente, l'irriflessione fa poi al solito suo: prende una cosa affatto diversa e ne parla come se fosse quella di cui si discorre; - e qui si discorre invece soltanto dell'essere e niente astratti.

3) è facile dire che non si riesce a comprendere l'unità dell'essere e del niente. Ma il concetto di quella unità è stato esposto nei paragrafi precedenti, e altro non è se non ciò che si è esposto: comprenderlo non significa altro che concepire il già detto. Se non che, per comprendere, si suol intendere qualcosa di più di ciò che è propriamente il concetto: si richiede una coscienza più varia e ricca, una rappresentazione, per modo che quel concetto sia messo innanzi come un fatto concreto, con cui il pensiero, nel suo esercizio ordinario, abbia maggior familiarità. In quanto il non poter comprendere esprime soltanto la mancanza d'abitudine a fissare concetti astratti, senz'alcun miscuglio sensibile, e a cogliere proposizioni speculative, non c'è altro da dire se non che il modo del saper filosofico è certamente diverso dal modo del sapere al quale si è abituati nella vita ordinaria; come è diverso anche da quello, che domina in altre scienze. Ma, se il non comprendere significa soltanto che l'unità dell'essere e del niente non si può rappresentare, l'affermazione è così poco esatta che, anzi, ognuno ha infinite rappresentazioni di quella unità. Che non si abbia tale rappresentazione, può voler dire soltanto che non si sa il concetto presentato in essa, e non si conosce la rappresentazione come esempio di quel concetto. L'esempio, che si offre più prossimo, è il divenire. Ognuno ha una rappresentazione del divenire, e vorrà anche ammettere che è una rappresentazione: ammetterà inoltre, che quando la si analizza, vi appare contenuta non solo la determinazione dell'essere, ma anche quella di ciò che è l'altro di esso, del niente; inoltre ancora, che queste due rappresentazioni si trovano indivise in quell'unica rappresentazione; cosicché il divenire è unità dell'essere e del niente. Un esempio, parimente alla portata di tutti, è quello del cominciamento: la cosa nel suo cominciamento non è ancora, ma questo non è solo il niente della cosa: vi è già colà dentro il suo essere. Il cominciamento medesimo è anche divenire, ed esprime già il riguardo al processo ulteriore. Si potrebbe, per accomodarsi al più ordinario andamento delle scienze, dar principio alla logica con la rappresentazione del cominciamento meramente pensato, cioè del comincia mento come cominciamento, e analizzare questa rappresentazione: così forse si accetterebbe più facilmente, come risultato dell'analisi, l'affermazione: che l'essere e il niente si mostrano inseparabilmente congiunti in uno.

4) è ancora da osservare che l'espressione: essere e niente sono il medesimo, o: l'unità dell'essere e del niente ed egualmente tutte le altre simili unità, del soggetto dell'oggetto ecc., a ragione destano scandalo, perché si commette con esse una stortura e una falsità: l'unità vien messa in rilievo, e, quanto alla diversità, c'è senza dubbio (perché, ad es., l'essere e il niente sono ciò di cui si pone l'unità), ma non è espressa e riconosciuta; si astrae da essa soltanto in modo indebito; sembra che non vi si faccia attenzione. In realtà, una determinazione metafisica non si può esattamente esprimerla nella forma di una tale proposizione: l'unità dev'esser colta nella diversità insieme esistente e posta. Il divenire è la vera espressione del risultato di essere e niente come l'unità di essi: e non è soltanto l'unità dell'essere e del niente, ma è l'irrequietezza in sé, - l'unità, che non è solo, come relazione a sé stessa, senza movimento, ma che mediante la diversità dell'essere e del niente, che è in quello, è in sé contro sé stessa. - L'essere determinato, per contrario, è questa unità, o il divenire in questa forma dell'unità; perciò l'essere determinato è unilaterale e finito. L'antitesi è come se fosse sparita: è contenuta nell'unità solo implicitamente, ma non è posta nell'unità.

Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche ed Universale Laterza 1989 da pag. 104 a pag. 107.

Sulla definizione che Essere è Nulla si trova tutta la filosofia del XIX e del XX secolo.

E' imperativo per i cristiani risolvere la contraddizione posta da Hegel. Se non la risolvono annullano il loro dio nella vita degli uomini e la loro morale non solo è artificiosa, ma dimostra di essere quell'esercizio di imposizione schiavista che tende a distruggere il divenire dell'uomo. Nella catena di eventi dall'Esserci che si relaziona col non-Essere e che risolve la relazione in un divenire che modifica sia l'Esserci che il non-Esserci, la morale cristiana, imposta fin dall'infanzia, impedisce all'Esserci uomo di relazionarsi i maniera consapevole sia con il non-Essere che lo circonda sia con sé stesso, trasformando il non-Essere con cui si relaziona da oggetto di analisi e di critica in illusione farneticante, modifica i dati e le modalità di relazione in sfavore dell'Esserci uomo.

Hegel accusa i suoi detrattori di non saper pensare per concetti astratti. Di essere indotti a pensare sempre in concreto. Il dio dei cristiani, per i cristiani, è un oggetto concreto che agisce nella realtà quotidiana e determina il divenire dell'uomo. Hegel non si rende conto che tasto ha toccato. Se l'Esserci germina dal nulla, il dio dei cristiani non determina nulla, ma se una morale di un nulla agisce come oggettività, come non-Essere, sul divenire dell'Esserci nell'età infantile, distrugge tutte le capacità dell'individuo nel suo abitare il mondo, nel suo Esserci, rendendolo incapace di adattarsi nella relazione fa sé stesso e il mondo; fra il suo esserci e il non-Essere in cui dovrebbe costruire il suo divenire.

Le implicazioni sono all'attenzione del cristiano che vede il pericolo dell'abbandono dell'orrore che impone mediante il suo dio. Non è all'attenzione di chi dovrebbe liberarsi dalla morale e dalla coercizione del dio dei cristiani perché, essendo addestrato a pensare il mondo in relazione al dio padrone dei cristiani, non è in grado di pensar il mondo e la realtà in cui vive senza il dio dei cristiani. Senza cioè un oggetto reale con cui identificare l'astratto Essere di Hegel e senza riuscire ad immaginare un Nulla che esiste e che è pieno di qualità senza manifestare pensiero o Coscienza. Eppure Gaia era conosciuta dai Greci.

Le implicazioni arrivano in quel momento in cui mi trovai sospeso nella Nera Notte e le voci si muovevano verso il luogo di convergenza mentre le trasformazioni nell'Essere erano cessate. Quella mia visione, oltre trent'anni orsono, la descrissi in questo modo:

La Coscienza era Totale.
Ogni molecola, nel più infimo movimento era contemporaneamente Coscienza di Sé e Coscienza del Se.
Ogni infinita porzione di molecole possedeva, nel medesimo tempo, la Coscienza di Sé e del Se suoi e quelli dell'Universo intero, sia nella sua totalità sia nell'infinita individualità delle sue molecole.
L'Universo nel suo insieme era Coscienza Totale di Sé; egli era il Se!
Nel medesimo tempo egli era consapevole e cosciente di ogni Sé di cui egli era la Coscienza Risultante.
Il fluire dell'Energia Vitale era sempre più lento e faticoso.
La trasformazione dei Sé non esisteva più. Tutto diventava statico. Così il Sé Universale comprese che se voleva continuare ad esistere doveva trasformarsi. Ogni molecola comprese che se voleva continuare ad esistere doveva trasformarsi.
Il momento era giunto.
Il cammino della trasformazione era intrapreso.
Ogni Coscienza, ogni particella di materia ed energia, da distanze inimmaginabili del Cosmo, intraprese, dapprima lentamente, poi, via via sempre più velocemente, il viaggio verso il Centro di Convergenza.
Un numero infinito di volte l'Universo era giunto alla Totalità della Coscienza di Sé. Il raggiungimento della Coscienza di Sé gli permetteva di ricordare e rivivere la Coscienza di Sé di migliaia di Universi precedenti.
Quando l'Universo sviluppa questa Consapevolezza è giunto il momento della propria Rinascita.
Dopo miliardi di anni al Centro di Convergenza la pressione divenne fortissima finché si produsse il Grande Botto.
La Coscienza di Sé Universo cessò di esistere e l'universo, come noi lo conosciamo, prese a poco a poco forma.
Lentamente, la materia e l'energia cominciarono ad espandersi.

Tratto da: me stesso e le mie visioni, Claudio Simeoni il Libro dell'Anticristo, parte prima, cap. primo, L'Universo.

Hegel parla dell'Essere come un oggetto astratto della filosofia, io parlo dell'Essere come un oggetto reale della trasformazione da cui germina questo presente. Un oggetto reale che chiamo Universo!

Un presente che deve liberarsi dai legami criminali di un dio padrone che tende ad imporre all'uomo una serie di legami morali per impedirgli i processi di adattamento e condizionare il suo divenire in funzione della sua distruzione.

L'Universo è lo stesso universo, prima del grande botto e dopo il grande botto. E' lo stesso Universo e non è lo stesso universo.

Dipende da ciò che vogliamo considerare per determinare l'uguaglianza o la diversità. L'Universo del prima del grande botto non è in grado di generare coscienza; l'universo dopo il grande botto genera coscienze e consapevolezze. Così l'Essere indeterminato di Hegel, proprio per la sua universalità, non è in grado di costruire delle relazioni e di praticare un divenire diverso perché tutto è conchiuso in sé stesso.

Il divenire in Nulla dell'Universo è l'unica possibilità dell'Universo di fondare la propria rinascita: la rinascita della propria coscienza e della propria consapevolezza.

La difficoltà interpretativa del cristiano, come necessità di imporre il proprio padrone a guardia del presente, è espressa da Spaventa nel commentare le obiezioni ad Hegel di Trendelenburg (da pag. 392 a pag. 396):

2. Ma se sono solamente identici, non altro che identici, l'Essere e il Nulla, come si va avanti? Come è possibile il Divenire, se l'Essere e il Nulla non sono differenti? Qui incomincia la vera difficoltà, e quindi un'altra specie di obiezione, che davvero ha un valore scientifico. Il difficile non è ammettere la identità di Essere e Nulla, se ambedue sono l'Indeterminato: ma vedere e definire la loro differenza, senza di cui non è possibile il Divenire. - La più parte de' vecchi Hegeliani ha inteso poco la difficoltà di questa posizione. Trendelenburg fu davvero il primo a tirarci su l'attenzione di amici e nemici; ma più di questi che di quelli. "Il puro Essere, egli dice, è quiete; il Nulla è parimente quiete. Come nasce dalla unità di queste due immobili rappresentazioni il mobile divenire? Fin qui il movimento, senza di cui il divenire non sarebbe che essere, non è né anche adombrato. Se dunque ha da esser posta la loro unità, il pensiero non può far altro immediatamente, che trovare una unione che sia anche quiete. Ora se il pensiero da quella unità deriva qualcos'altro, è chiaro che esso aggiunge quest'altro e intrude tacitamente il movimento, per portare Essere e Nulla nel flusso del divenire. Dal puro Essere, dichiarato una astrazione, e dal puro Nulla, dichiarato parimente astrazione, non può d'improvviso nascere il divenire: questa concreta intuizione, che governa vita e morte". Trendelenburg ha ragione. Finché si dice: l'Essere è l'Indeterminato, il Nulla è l'Indeterminato , non si può avere quella unità che è il Divenire; ci bisogna la differenza. Trendelenburg dice: questa differenza è intrusa; giacché si trasporta nel pensiero puro la intuizione, e così si ha il divenire, ma si esce dalla logica. - è ciò vero? Trendelenburg di certo non ha scoperto lui che, per aver il divenire, ci vuole la differenza. Prima di lui lo ha detto Hegel stesso (e si capisce immediatamente che la cosa deve essere così); giacché esige non solo la identità di Essere e Nulla, ma la differenza; e perciò dice: Divenire. " Il Divenire è solo in quanto Essere e Nulla sono distinti" (Log.). Ma come e perché la differenza (posta la identità)? Questa è la quistione; e questo non si vede chiaro. Hegel dice: "la differenza di Essere e Nulla è assolutamente vuota, ineffabile: è semplice opinione (Meinung); e nondimeno è assolta". - Come va questo? Vuota differenza vuol dire una differenza, che non è differenza; giacché la differenza suppone una certa determinazione in quelle cose che sono differenti: le quali se sono vuote assolutamente, cioè l'Indeterminato, non hanno in che differire. "Tutte le vacche sono nere nella notte"; la notte del pensiero è appunto il vuoto, l'Indeterminato. - Come dunque la differenza può essere assoluta? Non può essere né meno semplice, immediata differenza. Hegel dice: "il divenire" (si noti bene) "è il primo pensiero concreto, e quindi il primo concetto. Il concetto dell'Essere è solo il Divenire, non può essere che il Divenire: Essere e Nulla, invece, sono due astrazioni". In questo luogo di Hegel è implicita la soluzione della difficoltà. Ci hanno badato poco. Infatti, cosa vuol dire: il primo pensiero concreto? il concetto dell'Essere è il Divenire? l'Essere e Nulla sono due Astratti? "L'Essere, dice Hegel, è pura, vuota intuizione; e tale è anche il Nulla come (semplicemente) identico all'Essere". - L'intuizione, la pura intuizione qui è quel che dice Gioberti, cioè il pensare senza apprensione di sé; il pensare che si estingue nel suo oggetto ideale, nell'Essere: quel che io ho chiamato l'Astratto come semplice, puro Astratto. - Il pensare, fissando l'Essere, fa astrazione dal pensare e così è astrazione, cioè pensare. In quanto l'astrazione, cioè l'Astratto che è l'Astrazione, esso è il concetto dell'Essere, il Non Essere, il Divenire. La differenza, dunque, o meglio, l'unità nella differenza, e non già la contradizione, è il pensare stesso. Questo è il Non Essere, il Divenire. Hegel dice: vuota differenza. E ha ragione. La differenza è vuota, perché così l'Astratto come l'Astrazione, cioè così l'Essere come il Non Essere, sono qui l'Indeterminato, quello che non ha altra determinazione come Astratto e come Astrazione, che di non averne nessuna. E dice: assoluta differenza; ed ha anche ragione, perché tale è la differenza tra l'Astratto e l'Astrazione, tra l'Essere e il concetto dell'Essere. Ho detto: la difficoltà è la differenza e non già la identità di Essere e Nulla. Ciò, enunciato generalmente e senz'altro, non par vero; anzi non è vero. Quindi pare che la seconda obiezione non sia seria, e che la sola seria sia la prima. Infatti, quello che si sa immediatamente, che tutti ammettono senza, dirò così, né anche pensarci, si è, che l'Essere non è il Nulla, l'è non è il Non è, il Sì non è il No: cioè, quello che è immediatamente evidente, è appunto l'assoluta differenza. In questa immediata evidenza consiste l'ineffabilità, come dice Hegel, della differenza; io so di certo - colla massima certezza - che l'Essere non è lo stesso che il Nulla, e pure non so vedere né dire, non so esporre né a me stesso né altrui, la ragione o il perché di questa differenza: non so dirlo, perché esso è il perché di tutti i perché, la ragione di ogni ragione, il principio di tutti i principii: ogni perché lo presuppone. Al contrario, colla stessa certezza, colla stessa immediata evidenza, io rigetto la identità di Essere e Nulla, dell'E' e del Non E', del Sì e del No; le due evidenze sono una e medesima evidenza. - Tutto ciò è dunque vero: ma d'altra parte non è meno vero ciò che dice Trendelenburg, cioè che la difficoltà sta nell'ammettere la differenza; quello appunto che il pensiero comune ammette senza difficoltà, anzi necessariamente. Come, dunque, la stessa cosa, cioè l'evidenza immediata della differenza, può essere insieme vera e non vera? è facile vedere, che Trendelenburg ha ragione, in quanto piglia, dirò così, il pensiero hegeliano nella posizione in cui lo trova: Hegel fa consistere l'Essere e il Nulla nella indeterminatezza, e da ciò conchiude la loro identità; dunque, dice Trendelenburg, essi non sono altro che identici, non possono essere per nulla differenti. Giacché, in che l'Indeterminato, la quiete, si distinguerebbe dallo stesso Indeterminato, dalla stessa quiete? D'altra parte il pensiero comune si trincea nella sua naturale posizione, nella evidenza immediata dell'assoluta differenza di è e Non è - e dice: Essere e Nulla non possono essere per nulla identici. Ecco come io sciolgo - forse dovrei dire, taglio - questo nodo.

Tratto da: Bertando Spaventa, Opere a cura di Giovanni Gentile Edizioni Sansoni Firenze 1972 da pag. 392 a pag. 396.

Trendelenburg dice che "il puro Essere è quiete". La quiete è la morte dell'Essere. Non si può vivere nella quiete, ma la quiete è l'immagine della non-vita.

Ed è proprio per questo che l'Essere risolve il proprio stato di quiete nel Nulla.

Un Nulla in cui, annullando l'Essere, permette la rinascita nel divenire dell'Essere stesso.

Non c'è nessun movimento verso l'esterno perché non esiste un esterno che possa essere definito come non-Essere. C'è un movimento verso l'interno. Interno all'Essere che non può essere distinto dall'Essere e che porta l'Essere dallo stato di Coscienza allo stato di inconsapevolezza. Nel nulla sparisce il "pensiero", per dirla alla cristiana, la Coscienza e la consapevolezza di sé per dirla alla Pagana.

Trendelenburg pensa solo ad un aggiungere. Afferma che:

"Ora se il pensiero da quella unità deriva qualcos'altro, è chiaro che esso aggiunge quest'altro e intrude tacitamente il movimento, per portare Essere e Nulla nel flusso del divenire."

La sua ossessione per aggiungere qualche cosa a qualche cosa a cui nulla può essere aggiunto lo rende cieco davanti al fatto che per aggiungere qualità al tutto quantitativo è necessario sostituire la qualità che determina il tutto quantitativo per mettere nel divenire il tutto quantitativo e raggiungere la qualità sottratta. Dal momento che la qualità sottratta viene annullata nel nulla di quella qualità, il divenire che riforma quella qualità la riforma in maniera diversa e l'Essere, che emerge alla fine delle trasformazioni dell'emergere consapevole da quel nulla, non è più l'Essere che è divenuto nel Nulla, ma un diverso Essere Indeterminato, qualitativamente diverso, che risolverà il suo divenire in un nuovo e diverso Nulla indeterminato.

Il dio padrone e assoluto annebbia il cervello di Trendelenburg che non vede soluzioni nel commentare ciò che appare in termini cristiani come paradosso hegeliano. Il cristianesimo appare un non-senso nella premessa della logica di Hegel e Trendelenburg non è in grado di uscire da questa palude.

Hegel dice: "il divenire" (si noti bene) "è il primo pensiero concreto, e quindi il primo concetto. Il concetto dell'Essere è solo il Divenire, non può essere che il Divenire: Essere e Nulla, invece, sono due astrazioni".

Là dove nel Libro dell'Anticristo è scritto:

Così il Sé Universale comprese che se voleva continuare ad esistere doveva trasformarsi.

Doveva cessare di esistere diventando nulla. L'unico pensiero dell'Essere è il divenire e la soluzione nel divenire è l'unica azione dell'Essere che in mancanza di non-Essere viene intrapresa in sé stesso.

Ciò che per Bertrando Spaventa è astrazione che permette la realtà del suo dio; in Hegel è lettura di una realtà a fondamento del divenire che genera il presente vissuto e che viene enunciata da Hegel come astrazione.

Trendelenburg e Spaventa devono risolvere questa contraddizione in nome dell'Essere da identificare col loro dio padrone:

Come, dunque, la stessa cosa, cioè l'evidenza immediata della differenza, può essere insieme vera e non vera? è facile vedere, che Trendelenburg ha ragione, in quanto piglia, dirò così, il pensiero hegeliano nella posizione in cui lo trova: Hegel fa consistere l'Essere e il Nulla nella indeterminatezza, e da ciò conchiude la loro identità; dunque, dice Trendelenburg, essi non sono altro che identici, non possono essere per nulla differenti. Giacché, in che l'Indeterminato, la quiete, si distinguerebbe dallo stesso Indeterminato, dalla stessa quiete? D'altra parte il pensiero comune si trincea nella sua naturale posizione, nella evidenza immediata dell'assoluta differenza di E' e NonE' - e dice: Essere e Nulla non possono essere per nulla identici. Ecco come io sciolgo - forse dovrei dire, taglio - questo nodo.

Che ne è dell'Ente che crea l'esistente se l'esistente emerge per geminazione dal nulla?

Eppure Trendelenburg e Spaventa sapevano che:

Aristofane - Gli Uccelli

In principio c'era il Caos e la Notte e il buio Erebo e il vasto Tartaro;
non esisteva la terra, né l'aria, né il cielo. Nel seno sconfinato di Erebo
la Notte dalle ali di tenebra generò per prima un uovo pieno di vento.
Col volgere delle stagioni, da questo sbocciò Eros, fiore del desiderio:
sul dorso splendevano ali d'oro ed era simile al rapido turbine dei venti.
Congiunto di notte al Caos alato nella vastità del Tartaro,
egli covò la nostra stirpe, e questa fu la prima che condusse alla luce.
Neppure la stirpe degli immortali esisteva prima che Eros mescolasse insieme ogni cosa.
Quando l'uno con l'altro si accoppiarono, nacquero il cielo e l'oceano
e la terra, e la stirpe immortale degli dèi beati...

Tratto da: "Le religioni dei Misteri" a cura di Paolo Scarpi ed. Fondazione Lorenzo Valla.

Non è il pensiero comune che si trincera dietro all'evidenza immediata, ma è il pensiero cristiano che non può ammettere la non esistenza del suo dio padrone assoluto da cui tutto deve procedere e di cui i filosofi cristiani si fanno voce, morale, dovere e dominio sugli Esseri Umani.

La condizione logica del divenire dell'Essere nel Nulla fa procedere Hegel nel discorso logico. Una volta annullata la coscienza dell'Essere nel Nulla, dal Nulla possono emergere le Coscienze le cui trasformazioni possono ricostruire l'Essere, l'indeterminato, l'Universo.

L'Essere e il Nulla diventa il meccanismo del divenire della coscienza. Il meccanismo del divenire della vita. Ogni volta che un oggetto entra in relazione e costruisce una contraddizione fra sé e il non-sé, fra sé stesso come Essere che ci è, Esserci, l'Esserci si annulla. L'Essere o quella parte di Essere che ci è che entra in relazione si annulla, diventa un nulla e germina subito dopo in una diversa condizione di Esserci. Che non è più l'Esserci che ha preceduto la relazione, ma è un Esserci diverso a cui qualche cosa è stato modificato. Il fatto che la modificazione possa apparire come un guadagno o come una sottrazione, ciò dipende dai vari punti di vista che facciamo nostri. Due Esserci che entrano in relazione emergono dal nulla provocato dalla relazione come due Esserci differenti da quando sono entrati nella relazione. Quanto differenti o come ne emergono, dipende dalla relazione e dalla qualità che hanno vissuto.

Scrive Hegel sull'Essere determinato:

89. Nel divenire, l'essere come tutt'uno col niente, il niente tutt'uno con l'essere, sono soltanto evanescenti; il divenire coincide, mediante la sua contradizione in sé, con l'unità, nella quale entrambi sono tolti: il suo risultato è quindi l'essere determinato. Una volta per sempre, bisogna ricordare, a proposito di questo primo esempio, ciò che fu detto nel P. 82 e nella osservazione annessa: che ciò solo che può produrre un progresso e uno svolgimento nel sapere, è il fissare i risultati nella loro verità. Quando in un qualsiasi oggetto o concetto vien mostrata la contradizione (- e non vi ha nulla in cui non si possa e debba mostrar la contradizione, cioè le determinazioni opposte; - l'astrarre dell'intelletto è il violento afferrarsi a una determinazione, uno sforzo per oscurare e allontanare la coscienza dell'altra determinazione che colà si trova), - quando, dico, una tale contradizione è riconosciuta, si suol trarne la conclusione: dunque, questo oggetto è niente; come Zenone per primo mostrò del movimento, che esso si contradice e perciò non è; o come gli antichi riconobbero quali determinazioni false le due specie del divenire, il nascere e il morire, con l'espressione che l'uno, cioè l'assoluto, non nasce e non muore. Questa dialettica si arresta semplicemente al lato negativo del risultato; ed astrae da ciò che realmente si ha innanzi, un risultato determinato, qui un puro niente, ma un niente che include l'essere, ed egualmente un essere che include in sé il niente. Così 1) l'essere determinato è l'unità dell'essere e del niente, nella quale è sparita l'immediatezza di queste determinazioni, e, nella loro relazione, la loro contradizione, - un'unità, nella quale esse sono soltanto momenti; 2) poiché il risultato è la contradizione superata, esso si trova nella forma di semplice unità con sé; o anche come un essere, ma 'un essere con la negazione o la determinatezza: è il divenire, posto nella forma di uno dei suoi momenti, dell'essere.

90. L'essere determinato è l'essere con un determinato carattere, che è immediato, ossia è, semplicemente: la qualità. L'essere determinato, riflesso in sé in questo suo carattere, è qualcosa che è là, l'alcunché. - Bisogna indicare ora in modo soltanto sommario le categorie, che si svolgono nell'essere determinato.

91. La qualità, - come determinazione che semplicemente è, di fronte alla negazione contenuta in essa, ma da essa distinta, - è realtà. La negazione, - non più come il niente astratto, ma come un essere determinato e un alcunché, - è soltanto forma per questo alcunché; è l'esser altrimenti. La qualità, poiché questo esser altrimenti è la sua propria determinazione" ma distinta dapprima da essa, - è l'esser per un altro, - un'espansione dell'essere determinato, dell'alcunché. L'essere della qualità come tale, di fronte a questo riferimento ad altro, è l'essere a sé.

Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche ed Universale Laterza 1989 da pag. 108 a pag. 109.

Gli antichi possono dire che l'Assoluto non nasce e non muore, ma se l'assoluto è una loro farneticazione, la farneticazione muore col farneticante.

Il fatto che l'assoluto non esista e il mondo debba essere pensato senza un assoluto, angoscia sia gli stoici che i cristiani. L'Essere determinato emerge dal Nulla ed è una frazione di quel Nulla generatosi in cui l'Essere è divenuto cessando di essere consapevole: è morto!

Ogni Essere che emerge dal nulla è un Essere determinato. E' un Esserci che diviene e si trasforma.

Scrivevo nel Libro dell'Anticristo quando l'Universo divenne nulla:

L'Energia Vitale compressa iniziò a dilatarsi. Dapprima lentamente poi sempre più velocemente. Masse stellari si raggruppavano e s'allontanavano l'una dall'altra. Lo spazio sembrava inghiottirle. Distanze enormi venivano superate dall'Energia Vitale e dalle sue vibrazioni. Le più grandi concentrazioni di Energia Vitale presero Coscienza della propria esistenza imparando a percorrere il proprio sentiero comunicando fra loro.
Ed ebbero bisogno delle singole stelle.
Anche queste, a poco a poco, ebbero Consapevolezza di Sé e iniziarono a percorrere il proprio sentiero. Quando le stelle compresero le leggi che regolano il pulsare e i movimenti dell'Energia Vitale compresero come da esse troppa Energia Vitale inutilizzata veniva dispersa nello spazio. Il meccanismo apparve in tutta la sua chiarezza: l'Energia Vitale di un Essere, per quanto gigantesco questo fosse, non poteva essere dispersa all'infinito nello spazio. Il tributo che le stelle avrebbero pagato era il collasso prematuro.
Nessun Essere, per quanto grande, può chiudersi in se stesso; l'Energia Vitale ristagnerebbe trasformandosi in Energia di Morte disperdendosi nello spazio finché quest'ultima non trova una forza sufficiente per rimetterla in movimento. Dal momento in cui l'Energia di Morte inizierà ad accumularsi nell'Essere costui avrà un solo desiderio: costringere il maggior numero di Esseri possibile ad ammalarsi di Energia di Morte. Questo bisogno crescerà via via che la concentrazione di Energia di Morte s'accumulerà dentro di lui.

Tratto da: me stesso e le mie visioni, Claudio Simeoni il Libro dell'Anticristo, parte prima, cap. secondo, l'Essere.

Il divenire è sempre il divenire della Coscienza e della Consapevolezza. E' un divenire la cui necessità è la qualità intrinseca della materia: la consapevolezza.

Questa necessità di consapevolezza risponde alla necessità della materia e dell'energia e la coscienza che si forma articolandosi avviene quando un Esserci emerge dal Nulla e risponde alle sollecitazioni dell'Intento, di Fanes, di Eros che dispiega le sue ali d'oro della vita, sommando alla tensione che lo ha portato a riconoscere sé stesso la sua volontà di espansione nel non-Essere.

L'Essere che emerge dal nulla non crea. A differenza di quanto sostengono le farneticazioni cristiane, nessuno crea. L'Essere che emerge dal nulla modifica le condizioni in cui esiste attraverso le relazioni col non-Essere. La sua indeterminatezza è consapevolezza dei suoi limiti e l'Intento alimenta la sua volontà di garantirsi migliori condizioni d'esistenza (e di permanenza nell'esistenza) in relazione al non-Essere che interpreta come privo della sua stessa consapevolezza fintanto che il non-Essere non si presenta a lui nella forma di diversi Esserci manifestando nei suoi confronti la loro volontà di esistenza e di migliori condizioni di permanenza in esistenza.

Questa relazione dialettica modifica le condizioni che permettono il venir in essere di altri soggetti che emergono dal Nulla in cui l'Essere indeterminato ha risolto il proprio divenire.

Il movimento è quello dell'Essere-Nulla-Essere per diventare ancora Nulla da cui germinano gli Esseri determinati che tendono all'indeterminatezza dell'Essere.

Il tentativo di Bertrando Spaventa di porre la provvidenza del suo dio padrone, sia con Rosmini che con Gioberti, dietro le attività dell'Essere e le relazioni dialettiche del divenire degli Esseri che emergono dal Nulla non è solo patetico, ma è criminale.

Questo ha significato la legittimazione della violenza sugli Esseri Umani per privarli di tutte le loro possibilità di risolvere le loro contraddizioni individuale fra loro, come tanti singoli Esseri e il non-Essere, sia sociale che universale, che hanno vissuto. Privare gli Esseri umani delle loro specificità per affrontare la loro contraddizione fra Essere e non-Essere significa aver volto a favore del non-Essere, il non-Essere-Umano, la contraddizione. Aver sfavorito gli Esseri umani nel loro commino di trasformazione per costruire l'Essere, la Coscienza Universo, a cui, con tutto l'universo, anche gli Esseri Umani potranno partecipare a costruire fondando il loro divenire nell'infinito dei mutamenti.

Marghera, 13 aprile 2014

Nota

Le citazioni sono tratte da:

Bertando Spaventa, Opere a cura di Giovanni Gentile Edizioni Sansoni Firenze 1972

Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche ed Universale Laterza 1989

"Le religioni dei Misteri" a cura di Paolo Scarpi ed. Fondazione Lorenzo Valla.

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.