Bertrando Spaventa - 1817- 1883

Essere, nonEssere e Divenire
nella concretezza dell'idealismo

Riflessioni sulle idee di Spaventa

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185808 per il cartaceo della filosofia aperta

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana

Essere, nonEssere e Divenire nell'idealismo

Bertrando Spaventa è l'elemento centrale della filosofia italiana.

Spaventa, addestrato e condizionato come prete cattolico, è il primo filosofo italiano che studia Kant e Hegel in tedesco. Questi autori non erano ancora stati tradotti e il loro pensiero era conosciuto in maniera superficiale. L'interpretazione della filosofia di questi autori da parte di Bertrando Spaventa è un'interpretazione cristiana-cattolica e la sua interpretazione sarà il marchio cattolico che dominerà il pensiero filosofico italiano fino ad oggi. E' da osservare che molti di questi filosofi cattolici porranno il loro marchio cattolico ad ogni scuola di pensiero filosofico che, comunque nata, arriva in Italia. E' il caso di Ardigò, Gioberti e lo stesso Antonio Labriola che studia filosofia con Spaventa come Croce e Giovanni Gentile. Gramsci come filosofo è anomalo nel panorama filosofico italiano. Il suo pensiero inizierà ad essere conosciuto da alcuni intellettuali solo a partire dal 1950.

In una pagina precedente ho analizzato le sue ambiguità cattoliche nell'interpretare l'uguaglianza di Essere e Nulla in Hegel. In questa pagina analizzo l'Essere, non-Essere e divenire come interpretate da Bertrando Spaventa e le ambiguità nell'interpretazione della realtà volute da Bertrando Spaventa per imporre il dio padrone ad ogni movimento della vita.

Il movimento è trasformazione. Il movimento è l'oggetto che come forma si muove nel tempo modificando qualità della sua presenza e spazio occupato. L'oggetto che non è uguale a sé stesso né nello spazio che occupa, né nella sua realtà fisica, e nemmeno nel suo spazio psichico o nella sua conoscenza e coscienza. Siamo educati a pensare lo spazio come un'entità fisica, ma esistono spazi psichici, spazi emotivi, spazi culturali, ecc. che le trasformazioni soggettive tendono ad occupare.

E' intuitivo pensare che due corpi fisici non possano occupare lo stesso spazio nello stesso tempo, questa regola non vale quando la proiettiamo nello spazio culturale, nello spazio psichico, nello spazio emotivo, ecc. Esistono spazi di trasformazione soggettiva nel mondo, di divenire dell'Essere, che vengono occupati dalle trasformazioni che Hegel chiama dell'Essere-in-sé. Queste trasformazioni dell'Essere-in-sé vengono ottenute dal soggetto mediante le azioni che il soggetto mette in atto nel mondo e l'elaborazione psico-emotiva della sua esposizione nel mondo. Così lo spazio culturale viene occupato e dilatato nell'Essere-in-sé mediante le relazioni che il soggetto instaura con i soggetti nel mondo mediante le sue azioni. Azioni che, in questo caso, manifestano la cultura soggettiva in relazione alla cultura soggettiva degli Esseri con cui entra in relazione. Il divenire è la modificazione della cultura soggettiva e l'occupazione di un diverso spazio culturale.

Il movimento è relazione. E' relazione fra il soggetto che si muove e lo spazio in cui si muove. Il movimento è relazione fra tempo e spazio da cui si generano gli oggetti che noi consideriamo nella descrizione della nostra coscienza.

Tempo e spazio sono oggetti, consapevolezze o insieme di consapevolezze, dal cui agire emerge ciò che, rientrando nei nostri sensi, noi pensiamo come coscienza e che riconosciamo come corpo portatore di volontà e intento.

Il movimento è quanto osserviamo e possiamo descrivere razionalmente come effetto del mondo del tempo nella razionalità spaziale che riusciamo a descrivere.

Il movimento è quanto ci permette di descrivere razionalmente lo spazio che occupiamo. Lo spazio che occupiamo ci permette di delimitare razionalmente il tempo circoscrivendone l'azione nell'ambito della trasformazione soggettiva.

Tutta l'attività degli Esseri della Natura e dell'uomo, nel nostro caso, si riduce ad occupare degli spazi sempre maggiori attraverso delle trasformazioni, dei movimenti, non tutti misurabili in termini di tempo. Gli spazi psichici, gli spazi emotivi, le trasformazioni fisiologiche interne, le trasformazioni culturali, le trasformazioni della capacità di analisi del mondo sono tutti spazi che vengono occupati dagli Esseri della Natura e che non sono misurabili in termini di movimento.

Nell'analisi del pensiero delle persone si rimane perplessi quando il cristiano fondamentalista parla del "puro pensiero". Siamo in questa situazione.

Due persone se ne stanno attorno ad un tavolino e una delle due inizi a parlare riferendosi al "puro pensiero". Che cos'è il "puro pensiero"? Se le due persone sono attorno ad un tavolo in una parrocchia cattolica forse, convengono sul significato del "puro pensiero", ma dirlo a non cattolici equivale a pretendere che si convenga sul "pensiero puro" senza che il cattolico si renda conto che sta raccontando una barzelletta, un'amenità volgare, e che il suo interlocutore si sente offeso per tale approccio.

Prendiamo le categorie di come trattate da Bertrando Spaventa di Essere, non-Essere, divenire e l'Esserci.

A che cosa queste categorie si applicano?

A me e al mio interlocutore. Non esistono altri soggetti a cui si possono applicare le categorie di cui io sto parlando a meno che non si precisi un terzo interlocutore che, non partecipando alla discussione, è spettatore muto, immoto e ininfluente. Una specie di spaventapasseri a cui uno dei due interlocutori pretende di affermare principi attribuendoli al terzo, allo spaventapasseri, affermando che "lui" ha o è una forma di "pensiero puro" che, in realtà, è solo sua testa, prodotto dall'immaginario, di chi lo afferma. Ma se sta solo nella sua testa, significa che lui sta dicendo a me che il suo è un "pensiero puro" e che io, davanti al pensiero puro, sono una merda.

Ciò che questi filosofi cristiani stanno facendo è una vera e propria violenza, un'azione di terrorismo che all'interno della filosofia consiste nell'affermare un oggetto al di fuori dei sensi senza dimostrare né l'oggettività dell'oggetto affermato né l'utilità comune ai due interlocutori sull'uso di tale oggetto posto come apriori o fondamento del discorso.

Quando i filosofi cristiani parlano dell'Essere lo fanno in un modo tale per cui non si capisce mai se parlano dell'Essere come Essere originario, il loro dio padrone, o se parlano di sé stessi in quanto Essere.

Credo che sia una questione volutamente ingannatrice generata dalla pratica dei Gesuiti per nascondere il loro dio criminale e creatore dietro la maschera filosofica costruita sul platonismo.

La tecnica sarebbe questa.

Io parlo dell'Essere, l'Essere che sono io. Ma io, secondo l'interpretazione cristiana del platonismo, sono un'idea, attraverso l'anima, emanata dall'Essere, il dio padrone, pertanto io sono l'Essere. Questo meccanismo fa il pari con l'ideologia cristiana dell'uomo creato ad immagine e somiglianza del dio padrone ed emanazione del dio padrone stesso.

Mentre io parlo di me, di uomo che vive, il cristiano parla del suo dio che si esprime mediante la mia anima e che è immutabile. Mentre io parlo di me come Essere, il cristiano parla dell'Essere onnipotente nel quale proietta sé stesso.

Si tratta di farneticazioni deliranti. Io posso parlare di quanto si esprime all'interno dei sensi e all'interno dell'esperienza del mio vissuto comune agli altri uomini, non posso chiedere al mio interlocutore di far discendere il suo discorso logico partendo dall'esistenza di Babbo Natale.

Scrive Bertrando Spaventa:

a) L'Essere. - Quando io dico: l'Essere, io non sono più coscienza o sapere volgare; ma sono pensiero, semplice pensiero: scienza, prima scienza. E perciò quando dico qui: io, lo penso, non dico l'Io, l'Io determinato, né 1'Io di Cartesio né l'Io di Fichte; dico l'Io come semplice primo pensiero. Io penso l'Essere; dico l'Io come semplice pensiero dell'Essere, l'Io come l'Essere. Nella coscienza volgare Essere è opposto ad Essere; Essere è opposto a Pensare, Realtà naturale a Realtà pensante. Io mi rappresento l'Essere. L'Essere invece - l'Essere, che è il Primo nella scienza, l'Essere che io penso e non già mi rappresento; l'Essere e non già un Essere - non è opposto al Pensare, ma solo distinto dal Pensare. Tale è l'Essere logico. L'Essere come tale è essenzialmente l'Essere logico, cioè pensato; è lo stesso Pensato; e, in quanto semplicemente l'Essere, è il Pensabile, il primo Pensabile (l'immediato in sé). L'Essere, l'Essere logico, vuol dire: distinto e non opposto al Pensare. Se è opposto, non è l'Essere, l'Essere logico. Rosmini e Gioberti fanno consistere appunto in ciò - nell'esser non opposto, ma distinto solamente dal Pensare - l'Essere logico, l'Essere ideale; cioè l'Essere; giacché l'Essere ut sic non è altro che ideale; è essenzialmente ideale. Ora questa distinzione - che, in quanto non opposizione o separazione, è identità nella differenza, unità nella distinzione - è lo stesso Pensare, l'atto, la funzione, del Pensare. In quanto tale distinzione, io come pensiero posso fare astrazione da me come pensare, come semplice atto, funzione del pensare, e fissare il pensato semplicemente. Il pensato, così, è l'Essere, il Pensabile, il primo Pensabile. Dall'Essere all'opposto, io non posso fare astrazione, perché togliendo l'Essere io non penso più; giacché pensare è pensare l'Essere. Fissando l'Essere, io non mi distinguo come pensiero dall'Essere; io mi estinguo come pensiero nell'Essere; io sono l'Essere.

Bertrando Spaventa "Opere" a cura di Giovanni Gentile Scritti filosofici, Le prime categorie della logica di Hegel Editore Sansoni 1972 da pag. 379-380

Quando dico Essere, che cosa intendo?

Intendo l'Essere nel mondo!

Intendo un soggetto che chiama sé stesso "io", quel "io sono" è la mia rappresentazione nel mondo.

Io non posso parlare di nessun altro Essere che non sia io stesso. Posso parlare di come io vivo nel mondo, di come pratico il mondo, di come percepisco la vita e le relazioni nel mondo. Ogni cosa che proietto al di fuori del sensibile è un'illazione che può diventare farneticazione quando ciò che viene immaginato è posto a fondamento di uno sviluppo logico che può intervenire nell'esistenza degli uomini.

Quando io dico Essere, riferendomi a me stesso, io sto tentando di descrivere il me stesso. Tentare di descrivere me stesso, il presente del mio divenuto, è un atto scientifico perché pone le basi per sviluppare, attraverso l'analisi, la descrizione del mio divenuto e le premesse per una possibile trasformazione. Se io non descrivo me stesso e non descrivo il me stesso nel mondo, non posso praticare scienza o attività scientifica perché l'attività scientifica è la descrizione del reale razionale in cui vivo.

La difficoltà di Spaventa di giustificare sé stesso come essere e l'Essere. Scrive: "Io mi rappresento l'Essere. L'Essere invece - l'Essere, che è il Primo nella scienza, l'Essere che io penso e non già mi rappresento; l'Essere e non già un Essere - non è opposto al Pensare - ma solo distinto dal Pensare". E' la difficoltà di un individuo di conciliare la proiezione nell'assoluto di sé stesso, che chiama Essere, e l'essere che definisce il sé stesso razionale che sta parlando e che mi sta chiedendo di approvare la sua proiezione fantastica. Nel proiettare sé stesso, in quanto individuo che si ritiene assoluto in quanto pensa, nella dimensione dell'Essere assoluto che Spaventa pensa di essere, avrebbe potuto dire "Io mi penso Essere in quanto mangio, defeco, ecc., ma tutte queste "sensazioni" Spaventa le riscontra comuni ad altri esseri, che ritiene inferiori, mentre ritiene che gli altri Esseri non pensano e dunque fa del pensiero la sublimazione dell'Essere Assoluto che come lui pensa e lo ha "generato" in quanto primo pensiero.

Io mi rappresento con tutto me stesso in ogni azione che faccio nel mondo meno che col pensiero. Il pensiero è chiuso dentro me stesso e non è nemmeno propedeutico all'azione. Il pensiero è l'unica mia attività che non agisce nel mondo.

Il mio essere nel mondo non può essere rappresentato dal pensiero perché il pensiero non si esprime nel mondo se non, partendo dalle farneticazioni della ragione, come intenzione del soggetto. Ma l'intenzione non è un oggetto in sé che si presenta nel mondo. L'intenzione è un oggetto che il mondo deduce partendo dalla mia azione inserita nel sistema del vissuto dei soggetti nel mondo.

Io ho un corpo e quel corpo, visto dal mio interno, pensa. Pertanto, devo presumere che ogni corpo, sia esso un animale o un vegetale, in quanto vivente, debba pensare. Se ciò non fosse, come potrei pensare che il mio interlocutore umano pensa? Lo posso dedurre dal fatto che parla; se fosse muto? Per questo non pensa?

Persone come Spaventa concentrano la loro attenzione sul pensiero, come i cristiani la concentrano sul verbo, perché sono convinti che gli animali e le piante non pensano ed elevano la loro attività di "pensare" a manifestazione dell'Essere assoluto con cui vogliono identificarsi in un delirio di esaltazione soggettiva.

Il sé stesso del cristiano viene proiettato come modello dell'Essere universale all'inizio del tempo. Il cristiano, proiettando sé stesso agli inizi dei mutamenti, all'inizio del tempo e del divenuto del mondo, deve necessariamente pensarsi con tutti gli attributi di assoluto com'egli si immagina e come, nell'immaginare sé stesso, immagina il suo dio: l'Essere.

L'Essere Assoluto, l'Essere Universo, abbiamo già visto, può occupare uno ed un solo spazio. Questo spazio è sé stesso. Ma dal momento che lo spazio di sé stesso è già occupato da sé stesso, può risolvere il proprio divenire esclusivamente con l'annullamento di tutto sé stesso. Pertanto, il concetto di Essere Assoluto e onnipotente che il cristiano proietta sull'universo partendo da sé stesso si può risolvere nel nulla di sé stesso perché solo nel nulla, l'assoluto, può divenire.

Scrive Bertrando Spaventa:

Tale è dunque l'Essere. - L'Essere è il Primo nella scienza, cioè l'assoluto Certo. è assoluto Certo quello, da cui io non posso fare astrazione; e tale è l'Essere. Io mi levo all'Essere per una risoluzione immediata, per una assoluta astrazione. Io voglio pensare: pensare puramente, veramente, scientificamente, non arbitrariamente, a mo' di oracolo. Perciò devo fare astrazione da tutto ciò che non è certo, non ancora certo scientificamente: da ogni mediato. Io devo non ammettere il mediato così, ma comprenderlo, concepirlo: comprendere la mediazione, e perciò cominciare dal cominciamento, dall'immediato; e mediare. Io dico: tutto è Essere; questo è il primo pensiero, la prima legge, la prima ragione, la prima categoria. Quindi a buon diritto è stato detto: solo così si adempie l'esigenza cartesiana: De omnibus dubitandum. lo, un ente particolare, come puro pensiero dell'Essere, divento l'Universale, l'assolutamente Universale: la potenzialità stessa della ragione.

Bertrando Spaventa "Opere" a cura di Giovanni Gentile Scritti filosofici, Le prime categorie della logica di Hegel Editore Sansoni 1972 da pag. 376-377

Il cristiano farnetica di un assoluto padrone senza il quale non è in grado di pensare il mondo perché, se pensasse il mondo senza farneticare di un padrone assoluto, il cristiano non si porrebbe davanti al mondo come il padrone del mondo.

Il primo pensiero di Spaventa è l'Essere. Non sé stesso come Essere che pensa, ma sé stesso come un Ente particolare, come puro pensiero, diventa l'Universale, l'assolutamente Universale. Questo delirio Spaventa lo chiama: la potenzialità della ragione.

Spaventa costringe il suo interlocutore a parlare del suo delirio. Spaventa costringe l'individuo a discutere di Spaventa Assoluto Essere Universale. Quale margine di discussione può esserci?

Mentre io penso all'Essere come il soggetto che abita il mondo e che germina da quello che per lui è un nulla, Spaventa pensa a sé stesso come padrone degli uomini che definisce Essere Universale con cui si identifica.

Scrive Bertrando Spaventa:

b) Il Non essere. - Ora questo estinguersi del pensare nell'Essere, è la contradizione dell'Essere. E questa contradìzione è la prima scintilla della dialettica. L'Essere si contradice, perché questo estinguersi del Pensare nell'Essere - e solo così è possibile l'Essere - è un non estinguersi: è distinguersi, è vivere. Pensare di non pensare, fare astrazione dal pensare, cioè fissar l'Essere, è pensare è astrazione, cioè pensare. L'Essere è l'Astratto, l'assoluto Astratto. Per avere l'Astratto, solo l'Astratto, io fo astrazione dall'astrazione, cioè sono astrazione, assoluta astrazione. Prima io era l'assoluto Astratto; ora sono l'assoluta astrazione, e non già il semplice assoluto Astratto. Così l'Essere, l'Essere logico (l'Astratto) nega se stesso. Prima io era l'Essere; ora dunque io sono il Non Essere; sono l'Essere che è il Non Essere.

Si noti: Non Essere non vuoI dire l'annullamento dell'Essere, proprio il Niente; ma la negazione dialettica dell'Essere, l'inveramento dell'Essere, più che il semplice Essere; non l'Essere, che si annulla, ma che s'invera. è il Pensare che dice: io non sono semplicemente l'Essere, ma più che l'Essere; non sono solo l'Astratto, questo caput mortuum, ma l'astrazione; l'atto dell'astrarre.

Bertrando Spaventa "Opere" a cura di Giovanni Gentile Scritti filosofici, Le prime categorie della logica di Hegel Editore Sansoni 1972 pag. 380

Il non-Essere è ciò che non è me!

L'"io sono" ha dei confini. I confini dell'"io sono" è il mio corpo. Il non-Essere è ciò che non è il mio corpo. E' la negazione di me stesso in quanto fuori dal mio corpo non c'è il me stesso. E' ciò che Hegel chiama l'Essere determinato. Io sono determinato nel corpo e nella psiche, ma sono l'assoluto divenuto di me stesso: io sono l'Essere!

Pensare il non-me-stesso è il supremo pensiero di me-stesso. E' portare l'azione nel mondo che non è me-stesso. In quell'azione io esalto me-stesso perché nel mondo io agisco e l'azione costruisce il mio pensiero: io penso il mondo perché agisco nel mondo. Se non agissi nel mondo, nel non-Essere, io non penserei me stesso.

Mangiare il non-me-stesso è il supremo mangiare per me-stesso. Io mangio ciò che non è il mio corpo. Io mangio ciò che nego di me stesso in quanto fuori del mio corpo non è me-stesso, ma è altro da me.

Anche nella visione contraddittoria del neo-platonismo, le idee che escono dall'Uno per tornare all'Uno, entrano in un non-Essere per tornare nell'Uno, l'Essere. Se non vi fosse un non-Essere, le idee non si potrebbero staccare dall'Essere, entrare in corpi e tornar nell'Essere. Ma dal momento che questo è il movimento Platonico, l'Essere, da cui emergono le idee, l'Uno, non è più lo stesso quando l'idea è emersa e non è più lo stesso quando l'idea, modificatasi dall'esperienza del dopo, ritorna nell'Essere, nell'Uno. C'è una trasformazione continua dell'idea dell'Uno che lo priva di tutti gli attributi assolutistici cristiani. Ma dal momento che io sono l'Essere, io agisco, e dunque penso, in un mondo in cui metto in atto azioni di trasformazione continua adattandomi alle condizioni del mondo e preparandomi a nuove modificazioni del mondo a cui tendo ad adattarmi per sopravvivere. Per questo la dottrina dei neoplatonici è un falso: gli attributi assoluti che loro attribuiscono al loro Uno, si scontra con la trasformazione dell'idea che esce e dell'idea che torna e che uscendo e tornando modifica continuamente l'Uno dimostrando che gli attributi dei neoplatonici sono degli eufemismi vuoti di contenuto.

Il non-Essere è il soggetto d'insieme oggettivo la cui esistenza certifica e consente l'esistenza dell'Essere. Senza il non-essere, l'Essere non avrebbe ritagliato lo spazio occupato dalla propria dimensione e non avrebbe potuto agire per modificare sé stesso.

Il non-Essere è l'oggettività "creatrice" dell'Essere quale io sono. Io non mi astraggo da me stesso, ma sono sempre me stesso anche quando vado al gabinetto e nel mettere in atto l'azione di andare al gabinetto elaboro il pensiero e penso astraendo l'azione che sto facendo. Io sono sempre me stesso che agisce nel non me stesso. In questo modo, agendo nel non me stesso, modifico il me stesso perché sono in funzione del me stesso che devo diventare per affrontare un non me stesso che sta agendo.

Scrive Bertrando Spaventa:

c) Il Divenire. - L'Essere si contradice, perché in quanto Essere si mostra Non Essere (in quanto astratto si mostra astrazione; in quanto Essere si mostra Pensare); in quanto è l'Essere che è il Non Essere. Non sono due esseri: l'Essere che è l'Essere, e l'Essere che è il Non Essere; ma è l'Essere che è il Non Essere; è Non Essere, in quanto è l'Essere. Se fossero due Esseri, non ci sarebbe contradizione. La contradizìone è, che sono uno Essere, lo stesso Essere. - Sono Uno; e nondimeno distinti, differenti. Identità e differenza: questa è la contradizione. La contradizione, ripeto, è l'Essere che è il Non Essere. - è una contradizione immanente nell'Essere. Se poni qui l'Essere, e lì il Non Essere, non hai la con tradizione. Questa con tradizione immanente, cioè l'unità nella differenza di Essere e Non Essere, è ciò che è stato detto la inquietezza dell'Essere. Questa inquietezza è lo stesso Non Essere, in quanto, distinto dall'Essere, si considera uno coll'Essere; è lo stesso Non Essere, che, in quanto negazione dialettica dell'Essere e non già annullamento, ha inverato l'Essere. Inverando l'Essere, lo contiene in sé, e si distingue da esso. Come tale unità nella distinzione esso è la verità di sé e dell'Essere. Il Non Essere ut sic non è l'inquietezza; l'inquietezza ci è, in quanto io dico: l'Essere che è Non Essere. Dicendo così, io dico: unità e differenza, unità nella differenza. Dico unità, perché dico l'Essere - non un Essere, un altro Essere - è Non Essere. Dico differenza, perché Essere e Non Essere sono differenti. Quindi dico: l'Essere che è Non Essere, l'Essere che non è; non già l'Essere che non è affatto, che è assolutamente nulla, ma l'Essere che non è solamente, ma è e, in quanto è, non è: l'Essere che fluisce. Perciò dico Divenire. Il Divenire è l'inquietezza dell'Essere: l'Essere che, in quanto è, non è. Il Divenire è l'Essere che è Non Essere, l'Essere che è Pensare, il Pensato che è Pensare (l'Astratto che è Astrazione). Io penso l'Essere; e in quanto penso l'Essere, sono il Pensare, sono il Non Essere; in quanto astraggo da me come astrazione, sono astrazione. Ma il Pensare io non lo penso, non lo penso come pensare, lo penso solo di nuovo come pensato. Io non posso afferrare me stesso come Pensare, come Non Essere; mi afferro come Essere: come Pensare sono l'Essere che è il Non Essere. Questo dire: io sono il Pensare, e non potermi afferrare come Pensare - questa inquietezza, quest'Essere che è la stessa inquietezza - questo è il Divenire (Io non posso afferrar l'atto come atto - come energia, come direi, agens; l'atto afferrato non è più atto: è Actum). Essere e Non Essere, in quanto inverati nel Divenire, non sono più quel che erano prima di essere inverati; ma sono ciascuno quella stessa unità nella differenza che è il Divenire, e in quanto tale unità, sono davvero, cioè atualmente, distinti. In quanto veramente uno e distinti, si dicono appunto inverati; cioè momenti del divenire. L'Essere come momento è l'Essere che diviene: il cominciare, il nascere (il distinguersi); il Non Essere come momento è il Non Essere che diviene: il cessare, il perire (l'estinguersi). Così il Divenire stesso è il cominciare che, cessa, e il cessare che comincia; il nascere che perisce, e il perire che nasce (il distinguersi che si estingue, e l'estinguersi che si distingue). Eterno perire, eterno nascere. Questo eterno perire che è eterno nascere, questo eterno nascere che è eterno perire, è il Pensare. - Penso, cioè nasco come pensare; ma non posso afferrar me stesso come pensare, ma solo come pensato, e perciò perisco come pensare. Perendo come pensare, penso; e perciò nasco come pensare. E cosi sempre.

Bertrando Spaventa "Opere" a cura di Giovanni Gentile Scritti filosofici, Le prime categorie della logica di Hegel Editore Sansoni 1972 da pag. 381-382

Quando Spaventa parla di Essere come quiete e di non-Essere come inquietezza, non parla di Essere e non Essere, ma delle modalità espressive della contraddizione che per gli eraclitei si identificava con contesa furente e amicizia (inquietezza e quiete) mentre per gli orfici in armonia e peitò (persuazione). Non sta parlando della realtà del'Essere e del non-Essere e della relazione che intercorre date le condizioni della loro esistenza.

Io sono oggettivamente differente dal non-Essere perché se non fossi differente dal non-Essere non potrei sviluppare me stesso nel non-Essere. Io mi espando nel non-Essere. Espando il mio corpo perché fagocito parte del non-Essere. Espando la mia cultura perché fagocito parte della cultura manifestata dal non-Essere. Espando e modifico la mia psiche e la mia struttura emotiva perché costruisco relazioni nel non-Essere.

Il non-Essere non è un Essere, ma è tutto ciò che non è l'Essere inteso come soggetto che proclama "io sono". Lo scarabeo che spinge la sua pallina di cacca in cui ha messo il suo uovo, è l'Essere che si sta relazionando con il non-Essere: ciò che non è lui. Io che litigo col vicino di casa, sono l'Essere che si relaziona col non-Essere. Se anziché parlare io, parlasse il mio vicino di casa, direbbe che lui è l'Essere che si relaziona col non-Essere. In questa relazione costruiscono il loro divenire. Lo scarabeo modifica il suo mondo provvedendo per il futuro; il mondo di cacca modifica lo scarabeo costringendolo ad adattarsi; io mi modifico per l'azione del mio vicino e il mio vicino si modifica in relazione a me: il futuro è un divenire di ogni soggetto che interviene nelle relazioni; che contiene la relazione; il mutamento prodotto dalla relazione che modifica lo spazio psichico, lo spazio culturale, lo spazio emotivo, lo spazio fisico del divenire dell'insieme in cui viviamo e agiamo.

Il cristiano ha difficoltà a pensare il mondo senza l'Essere assoluto che provvede a lui. Lui non è il soggetto che agisce nel mondo, è lo schiavo, il servo, della provvidenza del suo dio padrone ed esige che il mondo si prostri davanti a tale esigenza. Il cristiano non concepisce l'esistenza di un divenire come prodotto dalle sue azioni, dalle sue scelte. Non concepisce che il suo pensiero è il risultato delle sue azioni adattative nel mondo nella relazione fra la sua struttura pulsionale e il mondo che lo circonda. Un mondo formato da un infinito numero di soggetti che con i loro intenti, i loro bisogni, i loro tempi e le loro modalità d'azione agiscono nei suoi confronti costringendolo a scelte adattative che lo trasformano continuamente.

Io posso constatare come io, in quanto Essere, mi dilati nel non-Essere attraverso le relazioni che intrattengo con soggetti o con il non-Essere inteso come insieme di soggetti diversi da me. Tutto il mondo è composto da soggetti e tutti, tranne io, sono diversi da me.

Io mi dilato nel non-Essere.

Dilatandomi, espandendomi nel non-Essere, io divengo, modificazione dopo modificazione, attraverso le relazioni che intrattengo. Io non mi modifico perché io ho deciso di modificarmi, ma io agisco nel mondo perché necessito delle relazioni nel mondo. Come io guido e gestisco le mie relazioni, imprimo la direzione, per quanto l'oggettività e il mio divenuto consente, nella quale mi modifico.

Questo è il mio divenire che può essere inteso come nascere, ma non è intendibile come perire. Si può intendere come nascita, in quanto io sono nato, ma non posso intenderlo come perire perché io non sono perito, ma sto vivendo. Io vedo altri morire e questo mi dà la misura del mio tempo di vita, ma non vivo il loro perire e, pertanto, posso immaginare il perire solo secondo la mia esperienza che proietto su quanto vedo.

Esiste il non-Essere in quanto io sono germinato dal non-Essere. Non-Essere perché non è me e io ho costruito ciò che definisco me separandomi dal non-me che chiamo non-Essere perché non è me.

Io agisco nel mondo, per questo penso a come e perché ho agito nel mondo. Se io non agissi nel mondo non penserei perché il pensiero è il riflesso dell'azione che risponde ai bisogni dell'esistenza nel non-Essere separato da me. Io penso perché ho agito. Se io non avessi agito non penserei. Se non agiscono non ho bisogno di pensare perché non si è espressa la pulsione che mi ha spinto all'azione generando quella che io chiamo vita distinta dalla non vita.

Pertanto, il non-Essere non pensa me, il non-Essere agisce su di me. Il non-Essere agendo su di me pensa me. Io, a mia volta, agendo sul non-Essere penso alla mia azione nel non-Essere perché l'azione nel non-Essere ha modificato me e, modifìcandomi mi costringe a ridefinirmi, anche in quanto pensato, nella modificazione che la mia azione ha prodotto in me (o di me).

Il divenire è la modificazione dell'Essere, in quanto io, nel Non-Essere in quanto oggettività, anche se formata da un infinito numero di soggetti. Divenire è trasformarsi. Dove il divenuto dopo la trasformazione riformula il sé stesso che è diventato da un sé stesso da cui è partito per modificarsi in risposta alle sollecitazioni del non-Essere in cui vive.

Io non penso a me stesso in quanto Essere come lo intende Spaventa, ma agisco in quanto Essere nel non-Essere e in quanto agisco penso alla modificazione che ha prodotto il mio agire. L'agire è l'azione che sospende il pensiero della ragione perché nel momento stesso in cui io penso l'agire, l'agire è cessato. Io penso di descrivere e giustificare l'agire solo dopo che l'azione si è esaurita. Solo cessando di pensare io posso agire e nell'agire modificare me stesso che produce il pensiero di come io mi sono modificato dopo aver agito.

Nelle antiche religioni Dèi e uomini si distinguevano fra mortali e immortali, ma entrambi nascevano ed entrambi si trasformavano: Esseri che divenivano per trasformazioni successive nel non-Essere.

L'Essere, io in quanto Essere, non mi contraddico. Vivo la contrapposizione fra il non-Essere che agisce nei miei confronti e io che, come Essere, mi adatto e mi modifico per rispondere alle contraddizioni del mondo. E' una contraddizione in quanto contrapposizione di forze in squilibrio che cercano un equilibrio come modificazione di sé stesse, ma non si contraddicono, si contrappongono in conflitti che sono continui squilibri e continua ricerca di equilibrio relazionale. In questo modo fondano il reciproco divenire.

Scrive Bertrando Spaventa:

d) L'Esserci. - Il Divenire, questa immanente contradizione dell'Essere, non è la vera unità dell'Essere e del Non Essere; è unità solamente come distinzione, nella distinzione. L'unità come distinzione, nella distinzione, è l'unità che, in quanto nasce, perisce come unità; e, in quanto perisce, nasce. In questo perpetuo flusso, l'unità è solo l'istante. Il Divenire - quella unità che il Divenire deve essere - è come una perpetua esigenza non mai adempita. Come si risolve questa contradizione? Qual è la vera unità? Non bisogna dimenticare che il divenire qui non è il divenire materiale, naturale, rappresentato, ma il Divenire logico. Ora nel pensare, nel semplice Pensare, fin qui noi non abbiamo trovato un punto fermo. Noi abbiam detto: l'Essere, e l'Essere si è contradetto; e quindi abbiam detto: Non Essere. Il Non Essere, in quanto uno e distinto dall'Essere, è la eterna contradizione aperta, evidente, immanente dell'Essere. - Perché si è contradetto l'Essere? l'Essere logico? Ossia: perché il Pensare contradice a se stesso dicendo: l'Essere? Perché, mentre dice di estinguersi nell'Essere, pensa e perciò è Non essere (si distingue dall'Essere); mentre dice di estinguersi come astrazione nell'astratto, è l'astrazione, il pensare, e perciò non il semplice Astratto. Quindi è Essere e Pensare, Astratto e Astrazione: Unità e differenza, Unità nella Differenza; unità che perisce perpetuamente come unità. Questa contradizione si contradice, e perciò è la soluzione della contradizione. L'Essere si contradice, perché è l'astrazione dall'astrazione, cioè astrazione. Non Essere, non semplice Astratto. E il Divenire si contradice, perché, in quanto estinzione che è distinzione, è la estinzione stessa della estinzione in cui esso consiste; è il divenire che si estingue eternamente come divenire; il divenire che non diviene; il passare che non passa, ma è eternamente passato, eternamente divenuto. In altri termini il divenire si contradice, perché è l'Astrazione dall' Astraente, e perciò l'Astraente stesso. L'Astraente non è il semplice Astratto; non è la semplice Astrazione; non è l'Essere semplicemente, né il Pensare semplicemente. Cos'è? I Chi dice Astraente, dice deliberare, risolversi (volere: qui, quel volere che è il pensare come semplice pensare). Io penso semplicemente, cioè astraggo, astraggo assolutamente, perché mi risolvo di astrarre. L'astraente astrae da tutto quel che non è lui; e casi è l'Astratto, l'Astrazione, l'Astraente. Così non è solo l'Essere, né semplicemente il Non Essere, ma l'Essere per sé, mediante sé: l'Essere che si è posto, che piglia posto, che si fa posto; che è là: l'Essere che non è più il Divenire, ma il Divenuto; Divenuto per sé stesso: l'Esserci.

Bertrando Spaventa "Opere" a cura di Giovanni Gentile Scritti filosofici, Le prime categorie della logica di Hegel Editore Sansoni 1972 da pag. 382-384

Da quando in qua il divenire materiale è un divenire illogico? Se è divenuto e si manifesta significa che ha attraversato dei mutamenti costruendo il suo stesso divenire. Semmai è Spaventa che non è in grado di cogliere i processi logici in cui è divenuto il presente materiale.

L'Esserci è un escamotage della contraddizione logica del cristianesimo. L'Essere, il soggetto che agisce nel mondo, non è distinto dall'Esserci che indica l'essere che agisce nel mondo. La diversità è dovuta all'ideologia religiosa cristiana che dovendo a tutti i costi sottomettere la vita ad un assoluto padrone, strappa alla vita il suo Essere nel mondo, la sua azione nel mondo, la sua trasformazione nel mondo per sottomettere il suo abitare il mondo ad un criminale che si erge a padrone della vita e che delega criminali a dominare la vita stessa. Il cristiano che denigra l'uomo riducendolo ad oggetto di possesso del suo dio padrone, deve distinguere il proprio dio padrone che indica come Essere, dallo schiavo che domina e che indica con l'Esser-ci.

L'Esser-ci è l'esercizio della mia volontà in quanto Essere nella relazione col non-Essere e i soggetti che compongono il non- Essere con cui vengo in relazione. L'Esser-ci è la mia volontà che si esprime nella relazione: io sono l'Essere. Non lo sono come proiezione di un ideale immaginato del tipo "io penso l'Essere e dunque il mio pensiero puro è l'Essere", ma io sono l'Essere in quanto corpo che abita il mondo. In quanto divenuto da Esseri che generazione dopo generazione hanno forgiato le mie possibilità d'esistenza, le mie condizioni d'azione, che rappresentano il mio Essere. Un Essere nel mondo in cui, con le mie azioni, manifesto il Potere della mia esistenza. E' la mia intelligenza che si dispiega, il mio divenuto che si esprime, il mio desiderio pulsionale che si veicola.

L'Esser-ci è una necessità della struttura di pensiero cristiana che prevede un Essere immoto e onnipotente per cui il cristiano non è un Essere, ma solo un'idea del suo padrone che chiama Essere. Da qui la necessità del cristiano di trasformare la sua realtà da idea del suo padrone ad un Esser-ci come presenza nel mondo, che rientrando nei suoi sensi non può essere ignorata, ma che vuole distinta da sé stesso che non si riconosce come Essere.

Per noi pagani, parlare di Essere è già definire un corpo che esprime intelligenza, scopo, intento e azione con cui abita il mondo indipendentemente dalla qualità e dal modo con cui pensa il mondo. Il pensare il mondo dell'Essere Serpente è uguale al modo di pensare il mondo dell'Essere Umano. Siamo noi che siamo separati dal serpente e che non riconoscendolo nella nostra forma non lo riconosciamo nemmeno nella sua intelligenza. Partendo da questo non posso nemmeno sapere che il mio interlocutore umano pensa. Chi mi dice, al di là della mia esperienza, che la persona con la quale sto parlando è in grado di capire il significato delle parole che dico, di pensare in astratto, di analizzare la realtà in cui sta vivendo: esattamente come per il serpente, l'albero, lo scarafaggio, io non posso sapere razionalmente cosa gli passa per la testa. Io non vivo il pensiero del mio interlocutore umano che deduco solo per analogia al mio pensiero e lo deduco in base alle sue azioni.

Non è un Esser-ci nel mondo, ma io sono l'Essere che abita il mondo e il fatto che io, nell'agire abitando il mondo, lo pensi anche, è assolutamente indifferente perché il pensiero non precede l'azione, ma ne è il suo riflesso parziale e indistinto. La pulsione spinge all'azione, l'intelligenza mediante l'esperienza media la veicolazione della pulsione nel mondo e il pensiero, a posteriori, a malapena la definisce.

Il teologo cristiano che si spaccia per filosofo non concepisce la trasformazione del soggetto nel suo abitare il mondo in quanto il soggetto, per il cristiano, è creato dal suo dio e dunque non ha un divenire perché non esiste una trasformazione della creazione del suo dio padrone.

Spaventa non capisce che il corpo si sedimenta, si adatta alle sollecitazioni del mondo, la cultura si adegua e si amplia, la struttura psichica si trasforma nelle relazioni, la struttura emotiva si plasma e tutto è trasformazione e divenire dell'Essere, che ogni soggetto della Natura è in una trasformazione che ha attraversato miliardi di anni. La fissità mentale nella teologia cristiana trasformata in filosofia impedisce a Spaventa di osservare l'ovvio, il banale, la realtà in cui vive e, impaurito da questa, si rifugia nella certezza della creazione del suo dio padrone che lo rassicura dal dover impegnare la propria struttura emotiva nella risoluzione dei problemi quotidiani.

Io sono un Essere determinato: non sono un Essere Assoluto. Io divengo, mi trasformo, forgio il futuro; l'Essere Assoluto risolve il proprio divenire nel nulla. Anche il mio Essere determinato, immagino, si risolva nel nulla, ma le pulsioni che mi spingono a vivere e a modificarmi in un continuo divenire dicono che devo modificarmi. Poi, al momento della morte, vedremo questo nulla in cui risolvo la mia vita come, sembra, ultima trasformazione del mio corpo che abita il mondo. Dal momento che l'Essere indeterminato risolve sé stesso nel nulla: come il nulla risolve sé stesso mediante il divenire? Diventando Essere indeterminato e, per farlo, passa attraverso il divenire di Esseri determinati che costruendo il loro divenire portano il nulla a divenire nell'Essere indeterminato.

Io sono me stesso perché sono divenuto e il divenire è la pulsione che emerge dal mio divenuto nelle condizioni soggettive ed oggettive in cui la pulsione di vita si può esprimere per spingere in un nuovo e diverso divenire.

Il cristiano risolve la sua vita nella creazione immutabile del suo dio padrone. Per questo il cristiano stupra bambini: i bambini non hanno divenire, possono solo realizzare la creazione del dio padrone e la violenza che viene esercitata nei loro confronti non può, nella loro testa malata, modificare la creazione del loro dio padrone. Per i cristiani loro non partecipano al divenire del Nulla nell'Essere indeterminato.

Per i cristiani gli uomini non hanno divenire, hanno solo sottomissione al loro dio padrone. I cristiani discutono di questioni riguardanti il dominio del loro dio, non della vita degli uomini. Bertrando Spaventa deve ristabilire questa gerarchia e piega le categorie della logica hegeliana alle sue necessità di dominio sull'uomo. Bertrando Spaventa ha bisogno di un padrone da mettere a guardia del divenire dell'uomo. Io sono divenuto. Sono il risultato delle trasformazioni che da due miliardi di anni la Natura ha messo in atto. Le trasformazioni che la mia specie ha messo in atto nella Natura. Io sono un divenuto che in questo momento rappresento me stesso. Il mio Essere! IO SONO L'ESSERE. Tutto il resto, davanti a me, è non-Essere. Domani, dopo altre trasformazioni, sarò un altro me stesso che in quel presente chiamerò Essere in quanto domani, se non verrà posto fine alla mia vita, "Io sono" e, dunque, sono l'Essere che si rappresenta nel mondo. E il mio Essere nel mondo è risposta alle sollecitazioni di ogni Essere che agisce nel mondo.

Marghera, 17 aprile 2014

Nota

Le citazioni sono tratte da:

Bertando Spaventa, Opere a cura di Giovanni Gentile Edizioni Sansoni Firenze 1972

vai indice del sito

La Religione Pagana

riflette sul

pensiero filosofico che

costruisce schiavitù o libertà

Terzo volume della

Teoria della Filosofia Aperta

Vai all'indice della Filosofia Aperta

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.