Soren Aabye Kierkegaard (1813 1855)

La vita etica - (7^ parte)

Riflessioni sulle idee di Kierkegaard.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

Scrive il Bignami di filosofia (ed.1984):

1) La vita etica comporta una scelta, ed è propria dell'uomo che si assume il compito assegnatogli nella vita, con i relativi sacrifici.

2) Se chi vive esteticamente vede dunque possibilità, "chi vive eticamente vede dappertutto compiti". Ma vedere la possibilità come un compito significa avere sovranità su sé stesso. "questo dà all'individuo etico una sicurezza che a chi vive solo esteticamente manca del tutto".

3) La vita etica è quella che comporta la famiglia, il lavoro e i rapporti sociali. Ma spesso essa conduce alla convenzionalità, a deperimento della spontaneità.

Il primo senso della vita Kierkegaard lo ritrova in quella che lui definisce la vita etica. In quel genere di vita l'Essere Umano è assoggettato ad un padrone, ad obblighi, a sacrifici il cui scopo è annientargli l'esistenza e, questo annientamento, secondo Kierkegaard, dà un senso alla vita. Nella vita etica l'Essere Umano si accolla il "dovere imposto dal Comando Sociale", non si chiede come si sia formato il Comando Sociale, non si chiede fini, qualità e modalità del dovere. Nella misura in cui quell'Essere Umano si accolla quel dovere, facendo proprio il sacrificio dell'esistenza imposto dal Comando Sociale egli, secondo Kierkegaard, vive eticamente.

Si potrebbe affermare che Kierkegaard estenda il concetto dell'eticità alla disciplina e ai compiti che un individuo si impone all'interno del Sistema Sociale. Anche il ribelle e l'anticonvenzionale può vivere una vita etica purché sia assolutamente coerente con la propria etica. In realtà Kierkegaard per eticità intende soltanto l'assoggettamento dell'individuo al dettame del Comando Sociale. L'unico dovere, portatore di eticità, è il dovere imposto dal Comando Sociale, dal padrone, dal dio padrone. La vita etica comporta la famiglia; istituto del Comando Sociale. Il lavoro; oggetto attraverso il quale il Comando Sociale si appropria del lavoro di altre mani. Tutti quei rapporti sociali che vengono determinati dal Comando Sociale attraverso il condizionamento educazionale. Dunque, la pretesa di imparzialità di giudizio si riduce ad un trucco attraverso il quale tentare di condurre il comportamento dell'Essere nello schema da lui enunciato. In tutte le enunciazioni di Kierkegaard non esiste il concetto di libertà che viene violentemente negato in quanto è negato il concetto sia di necessità che di divenire.

L'individuo etico vede compiti. Esiste un individuo che vive la vita facendo riferimento a sé stesso. E' l'Essere Umano cosciente di quanto poco tempo gli resti ancora da vivere e si preoccupa di alimentare il proprio corpo luminoso per diventare eterno. E' l'Essere Umano che vive empaticamente con i soggetti del mondo in cui vive. E' l'Essere Umano che fonde le proprie emozioni, nel veicolare il proprio desiderare, con le emozioni dei soggetti del mondo in cui vive. E' l'Essere Umano che si ribella a dettami morali imposti da soggetti al di fuori dal mondo e che pretendono di piegare le pulsioni della vita, proprie del mondo, ai propri a priori di dominio e di possesso. Il suo dover fare diventa frenetico, ma è solo rivolto a sé stesso, in funzione di sé stesso, anche se di quell'azione ne beneficia l'intera società. E non è la ricerca della famiglia e del lavoro, è la dilatazione di sé stesso nell'esistente per abbracciare e relazionarsi con tutte le Coscienze di Sé dell'esistente stesso.

Non è il caso di Kierkegaard.

Vedere compiti dappertutto è un dovere imposto dal Comando Sociale in quanto egli vede compiti che gli individui sottomessi devono soddisfare per preservare sé stesso. Il Comando Sociale vede compiti sui quali impegnare gli Esseri Umani del Sistema Sociale annientandoli per la propria gloria.

Questa è la visione che ha in mente Kierkegaard. Una visione che sviluppa fino a sfociare nella vita religiosa.

Quando Kierkegaard si chiede: che cos'è il dovere?

Risponde in Timore e Tremore:

"Il dovere è appunto l'espressione della volontà di dio"

Non una vita religiosa qualsiasi, ma nella vita religiosa cristiana.

Per questo Kierkegaard ritiene fondamentale imporre il dovere fin dalla primissima infanzia. Come la bibbia sollecita la manipolazione mentale dei fanciulli ad opera del padre affinché i fanciulli si sottomettano alla fede nel dio padrone. Così Kierkegaard sollecita la violenza sui fanciulli per "prenderli in tempo" e piegarli alla necessità di soggettivare i doveri imposti dal Comando Sociale.

Scrive Kierkegaard in Aut-aut:

La concezione etica che è dovere di ogni uomo lavorare per vivere, ha cosi due vantaggi di fronte alla concezione estetica. In primo luogo, è in accordo colla realtà, spiega un suo aspetto essenziale e universale, mentre la concezione estetica s'appiglia a qualche cosa di casuale e non spiega nulla. In secondo luogo, essa concepisce l'uomo secondo la sua perfezione e lo vede quindi secondo la sua vera bellezza. Con questo ritengo d'aver detto tutto ciò che è necessario e sufficiente riguardo a questo argomento. Se desideri alcune osservazioni empiriche, te le do in aggiunta, non perché la concezione etica abbia bisogno di essere sostenuta in questo modo, ma perché forse ti potranno essere utili.

Un vecchio di mia conoscenza soleva dire spesso che era bene che l'uomo imparasse a lavorare per vivere; e per gli uomini vale quello che vale per i bambini, che bisogna prenderli per tempo. Non è mia opinione che sia utile ad un giovane esser subito implicato in preoccupazioni materiali. Ma che impari pure a lavorare per vivere.

Tutto ciò che noi pensiamo che sia utile, come attività, alla società in cui viviamo, diventa anche uno strumento o una pratica finalizzata ad opprimere l'uomo. Ciò che arricchisce la società, come attività dell'uomo, diventa anche uno strumento per distruggere l'uomo. Società e uomo sono due insiemi che interagiscono in funzione del proprio futuro. L'uomo costruisce la società e la società plasma l'uomo che trasforma la società. Il Comando Sociale si impossessa della società e plasma l'uomo come proprio oggetto di possesso. Il Comando Sociale, per plasmare l'uomo come un proprio oggetto di possesso, deve trasformare l'attività che arricchisce la società in strumenti di dovere a cui l'uomo deve adeguarsi.

La famiglia è uno strumento di organizzazione sociale. Quando il Comando Sociale trasforma la famiglia in uno strumento di controllo, impone al sistema sociale quello e solo quel modello di famiglia a cui costringe gli Esseri Umani ad adeguarsi. Il lavoro è un'attività atta a soddisfare i bisogni umani. Quando il Comando Sociale deve controllare le persone, altro non fa che trasformare il lavoro in un obbligo che va praticato, ma che non soddisfa i bisogni di chi lavora. Il lavoro come obbligo senza soddisfare i bisogni di chi lavora. La solidarietà è una pratica con cui la società sostiene le sue parti economiche e sociali più deboli. Quando il Comando Sociale deve controllare le persone, non fa altro che trasformare la solidarietà in carità pretendendo che l'individuo soggetto di carità ami il padrone che elargisce le briciole.

Ed è quanto fa Kierkegaard nella vita etica. Trasforma ciò che nella società è uno strumento o condizioni di vita o di relazione in "senso del dovere" in funzione del controllo del Comando Sociale, che lui identifica nel dio padrone, in contrapposizione a chi pratica una vita estetica sui quali proietta tutto il male che lui riesce a pensare.

Per questo, per Kierkegaard anche l'impegno d'amore non è espressione della pulsione dell'individuo, ma rientra nel dovere imposto che regola la relazione.

Scrive Kierkegaard in Aut-aut:

La pigrizia e la viltà in lui trovarono questa saggezza accettabilissima: è un abito comodo con cui rivestirsi, e non disdicevole agli occhi degli uomini. Ma quando l'ha considerata più a fondo, vi ha visto dentro l'ipocrisia, la frenesia del piacere nelle vesti dell'umiltà, la bestia da preda vestita da pecora, e ha imparato a disprezzarla. Ha compreso che è offensivo, e perciò non bello, voler amare una persona seguendo le forze oscure nel proprio essere, e non seguendo la coscienza; voler amare in modo che si possa pensare la possibilità della fine di questo amore, e che poi si osi dire: io non ci posso fare nulla, i sentimenti non sono in potere dell'uomo. Ha capito che è offensivo, e perciò brutto, voler amare con una parte dell'anima, e non con tutta l'anima; far del proprio amore un momento, e ciononostante prendere tutto l'amore di un altro; voler essere in un certo grado, un mistero e un segreto. Ha compreso che sarebbe brutto se avesse cento braccia per poterne in una volta abbracciare molte; egli ha un petto solo e desidera abbracciare solo una donna. Ha compreso che sarebbe un'offesa volersi legare a un'altra persona come ci si lega alle cose finite e casuali, condizionatamente, perché si possa, qualora si mostrassero delle difficoltà, togliersi d'impiccio. Egli non crede che sia possibile che colei ch'egli ama possa cambiarsi se non in meglio; e se questo dovesse succedere, egli crede nella potenza della relazione perché tutto ritorni ad essere come prima. Riconosce che quello che l'amore esige è come la tassa del tempio, un'imposta sacra che si paga con una moneta siffatta che tutta la ricchezza del mondo non basta a far da contrappeso se il conio è falso.

Tutto l'individuo Kierkegaard deve essere sottomesso alle categorie imposte dal dio padrone, con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima. Per questo Kierkegaard immagina un impossibile amore al di fuori dei dettami di controllo del suo dio padrone disprezzando chiunque non pratichi l'amore secondo le necessità di controllo del dio padrone. La morale del dio padrone diventa lo spartiacque fra un comportamento approvato e un comportamento censurabile "la bestia vestita da pecora".

Così costruirono la "famiglia dei ruoli" in cui le donne vennero ammazzate e i figli bastonati perché il dio padrone rese le decisioni degli uomini indissolubili mentre le loro pulsioni li spingevano alla libertà. Dire che tutti i morti ammazzati nelle famiglie tradizionali sono stati ammazzati dal dio padrone e da Kierkegaard stesso che non ne ha criticato la pretesa, non è dire un paradosso, ma assegnare le responsabilità pratiche delle illusioni che si proiettano sul mondo:

"Ha compreso che sarebbe un'offesa volersi legare a un'altra persona come ci si lega alle cose finite e casuali, condizionatamente, perché si possa, qualora si mostrassero delle difficoltà, togliersi d'impicci."

E' vero, non ti togli d'impicci andandotene, ma ti togli d'impicci gettando la moglie dalla finestra.

Questa è la via etica di Kierkegaard.

Per un falso senso di rispetto, la filosofia ritiene di dover discutere pacatamente con chi auspica comportamenti criminali mentre censura le vittime dei crimini a meno che quelle vittime non si comportino come dei supplicanti davanti al dio padrone. Mentre il senso etico di Kierkegaard va a costruire i campi di sterminio della vita affinché le categorie imposte dai vari Comandi Sociali, che egli identifica col dio padrone, siano "rispettate" e fatte proprie dai cittadini resi schiavi obbedienti, chi dovrebbe criticare Kierkegaard non si identifica con coloro che vengono costretti ad essere schiavi obbedienti né sbava di rabbia per la violenza subita. Domani, un marito accoltellerà la moglie perché costei brama migliori relazioni sessuali: il filosofo ritiene questo assolutamente legittimo ed oggetto di discussione pacata!

vai indice del sito

Nel 1995 (mese più, mese meno) mi sono posto questa domanda: se io dovessi confrontarmi con i filosofi e il pensiero degli ultimi secoli, quali obiezioni e quali argomenti porterei? Parlare dei filosofi degli ultimi secoli, significa prendere una mole di materiale immenso. Allora ho pensato: "Potrei prendere la sintesi delle loro principali idee, per come hanno argomentato e argomentare su come io mi porrei davanti a quelle idee." Presi il Bignami di filosofia per licei classici, il terzo volume, e mi passai filosofo per filosofo e idea per idea. Non è certo un lavoro accademico né ha pretese di confutazione filosofica, però mi ha permesso di sciacquare molte idee generate dalla percezione alterata nel fiume del pensiero umano.

Vai all'indice della Filosofia Aperta

Marghera, 22 luglio 2012

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.