Slavoj Zizek
La miseria del pensiero
filosofico occidentale
Utopia, desiderio di
libertà e fondazione del futuro
Vai all'indice su cosa distingue uno Stregone o una Strega da una persona qualsiasi.
Sul
giornale La Repubblica del 29 aprile 2009 appare un articolo di Slavoj Zizek dal titolo: “Perché
servono le utopie” che presenta un libro dal titolo “In difesa delle cause
perse”, che suona come irrisione alle aspirazioni umane ed esaltazione dell’aspirazione
delle società umane alla costruzione di campi di concentramento. Esaltazione
che trova la sua approvazione nello sterminio degli Iracheni e nella guerra di
religione in Iraq là dove afferma “ciò che hanno
sviluppato i socialdemocratici della Terza Via, come Blair.”.
Quel misto di fascismo (lui lo chiama “un minimo spirito «autoritario» di
comunità”) e il cristianesimo della miseria “che controbilanci gli eccessi del
sistema”.
Tornare
al pensiero forte? Si!
Ma
che cos’è il pensiero forte?
Non
certo la forma con cui si presenta ad una ragione onnipotente; non certo la
verità del “in verità, in verità ti dico....”
Se
non si affronta l’origine del pensiero, delle utopie, come bisogno d’esistenza
delle persone di modificazione del loro presente, tutto diventa stupido. Tutto
diventa uguale; tutto diventa forma riconducibile alla ragione, malata e
ristretta, dell’osservatore che si spaccia come giudice della storia.
Tutto
l’articolo si apre con una dichiarazione creazionista.
L’uomo,
creato dal dio padrone, si muove fra “opinione” e “saggezza”.
Per Zizek, come del resto per Ratzinger nella sua Spe Salvi, non si muove verso un futuro; immaginato o meno
che sia. L’uomo non è uscito dal brodo primordiale come tutte le altre specie;
non modifica la propria realtà sia come soggetto della Natura che come soggetto
sociale, ma si muove come un sonnambulo intontito fra opinione e saggezza!
Per Zizek nemmeno il pensiero è ciò che l’uomo deve pensare
spinto dalle proprie emozioni e dalla propria cultura, ma è ciò che “si può
pensare”.
Scrive:
Il senso
comune della nostra epoca ci dice che, rispetto alla vecchia distinzione tra doxa (opinione accidentale/empirica, Saggezza) e verità o,
ancora più radicalmente, tra conoscenza positiva empirica e fede assoluta, si
dovrebbe tracciare una linea tra ciò che si può pensare e si può fare oggi. Sul
piano del senso comune, il punto più lontano a cui si può arrivare è un
liberalismo conservatore illuminato: ovviamente non ci sono alternative
praticabili al capitalismo; allo stesso tempo, lasciata a se stessa la dinamica
capitalistica minaccia di minare le proprie fondamenta. (...)
E’
come se dicesse: gli uomini non hanno alternative al traffico di schiavi, ma
possono, al massimo, discutere sul prezzo per il quale saranno venduti.
In
questo articolo Zizek nasconde la testa e non scopre
LA GRANDE VERITA’ DELLA STREGONERIA: la storia procede per fallimenti in quanto
le illusioni della ragione veicolano le emozioni delle persone, ma rimangono
illusioni della ragione. Aspettative. Speranze illusorie in un paradiso
razionale che la ragione immagina in un suo stadio di onnipotenza.
Così,
sia i cinque gradi resoconti di Freud come gli eventi
storici Marxiani (della guerra dei contadini in Germania,
dei giacobini nella Rivoluzione francese, della Comune di Parigi, della
Rivoluzione d’ottobre, della Rivoluzione culturale cinese) sono forme nelle
quali la ragione ha incanalato forze emotive che la ragione stessa non poteva
più contenere.
La
storia non si legge per verità di ideali utopistici, ma per desideri ideali nei
quali vengono veicolate le emozioni delle persone in funzioni della
realizzazione di aspettative immaginate come modificazione del presente che
conoscono.
Solo
che la modificazione, che costoro introducono nel loro presente, non conduce
queste persone verso l’utopia immaginata, ma verso un altro presente in cui
sono rimossi ostacoli alle veicolazioni delle loro
emozioni propri del presente appena superato. Il presente in cui si trova a
vivere il “rivoluzionario”, che ha messo in moto le proprie emozioni
veicolandole nelle sue azioni, non è più lo stesso presente più le sue azioni,
ma è un nuovo presente in cui la percezione fra principale e secondario si
modifica introducendo nuove e diverse priorità. Così la guerra dei contadini in
Germania non porta all’ideale immaginato dai contadini, ma mette in moto
condizioni di trasformazione del loro presente che, dopo quelle rivolte, prende
strade diverse. L’abolizione della schiavitù negli USA non trasforma gli
schiavi in cittadini, ma mette in moto il processo di trasformazione sociale
che porterà i discendenti a diventare dei cittadini. Così i giacobini in
Francia. Costoro non realizzano l’utopia immaginata, ma liberano la società da
legami soffocanti. Così la Comune di Parigi, tanto criticata da Marx, veicola
le pulsioni di libertà per un diverso
futuro introducendo nel pensiero umano nuove e diverse possibilità. Così la
Rivoluzione d’ottobre e la Rivoluzione Culturale Cinese.
La
distruzione di ciò che soffoca gli individui nel presente libera le forze emotive
delle masse imprigionate in quel presente. Il nuovo presente manifesta nuove e
diverse necessità che tendono a soffocare lo sviluppo verso possibili futuri.
E’ per questo motivo che le società attuali, attraverso le loro Costituzioni,
hanno previsto strumenti con i quali modificare il presente sociale.
A
differenza di quanto immaginato da Zizek, non esiste
nessuno capace di indicare un’utopia o un diverso sole dell’avvenire. Proprio
perché non esiste un “sole dell’avvenire”, ma aspettative di liberazione umana
che ad ogni liberazione organizzano, aspettano e programmano, una nuova
liberazione; un nuovo futuro. Non esiste una meta per l’umanità, solo un
cammino. Un lungo cammino. Se per le singole persone esiste la morte del corpo
fisico che rappresenta l’Itaca del loro viaggio, per le società non esiste
un’Itaca, ma solo un viaggio che continua generazione dopo generazione.
Il
futuro sociale nasce nella forma culturale di questo presente, ma le forze che
lo rendono attivo sono le necessità emotive delle “masse” che si accumulano
come acqua su una diga di un presente che non permette loro di dispiegarsi.
Come
sta avvenendo oggi e, se vogliamo, l’apparentemente assurdo da cui nasce
l’attuale crisi economica. Le operazioni sui derivati dei truffatori hanno
innescato un processo di tracollo economico. Hanno accelerato un tracollo già
in corso. Un tracollo economico che è avvenuto all’interno di un tracollo
culturale già in essere in una zona grigia del pensiero umano là dove il
vecchio, inteso come controllo della struttura sociale, sta morendo, ma il
nuovo non si è ancora presentato.
Il
tentativo della filosofia di trasformare Marx e Freud
in verità fallimentari, non è solo ridicolo, ma è il tentativo di imporre la
visione assolutista cristiana a ciò che è la trasformazione dinamica del
presente. Indubbiamente ogni filosofo, come Marx e come Freud
nei loro campi, hanno lavorato per imporre la loro verità di critica nel
presente nei confronti della verità assoluta con la quale l’assolutismo
cristiano definiva l’uomo. Marx e Freud sono partiti
dal presupposto dell’esistenza di una “verità dell’uomo”. Le relazioni sociali
del “comunismo” come dissolvenza del capitalismo in Marx e l’uomo “sano” in Freud, erano dei modelli di verità immaginata da Marx e Freud. Ma questi modelli non erano le verità definite di
Marx e Freud erano, piuttosto, gli stimoli ideali che
li spronavano nella ricerca e nell’analisi del loro presente. Quegli stimoli
ideali furono imposti dall’educazione del loro tempo: quella cristiana o, se preferite,
quella monoteista. E’ il cammino, lo sviluppo critico nella ricerca, l’attività
con cui Marx e Freud si sono allontanati dagli
stimoli educazionalmente imposti dal cristianesimo.
Fu un duro lavoro, sia di Marx che di Freud. Un
lavoro che ALTRI presero, sintetizzarono e lo inserirono nel loro quotidiano:
nella loro verità. Solo che la verità in cui inserirono il lavoro di Marx o di Freud non
comprendeva il lungo cammino di critica e di analisi di Marx e Freud. Nelle loro verità il lavoro di Marx e Freud appariva più come un escamotage con cui superare
razionalmente le lacune della loro educazione cattolica.
Marx
e Freud hanno sì aggiunto il nuovo nella società, ma
non hanno distrutto il vecchio. Il vecchio, l’educazione monoteista si è
imposta sugli individui e ha tentato di fagocitare il lavoro di Freud e di Marx. Questi lavori non erano punti d’arrivo di
un cammino dal quale si doveva proseguire, ma erano punti d’arrivo di ogni
cammino: manifestazione di verità che venivano innestate nella verità
cristiana, nel monoteismo, finendo per fallire. Solo che il fallimento non fu
del lavoro di Marx e di Freud, ma in coloro che tentarono
di coniugare Marx e Freud alla verità cristiana
ignorando che la verità cristiana distrugge ogni respiro di libertà dell’uomo
anche appropriandosi di strumenti culturali come quelli forniti da Marx o da Freud.
Marx
e Freud non sono partiti dal presupposto che l’uomo,
la sua percezione e il suo essere al mondo, è forgiato fin da quando è in
pancia della madre. Da qui il fallimento. Ma non di Marx o di Freud, ma del tentativo del cristianesimo di fagocitare
Marx e Freud: ecco, vedete, dice il cristiano, Marx e
Freud non funzionano.
La
lettura razionale della realtà attraverso la critica, sia di Marx che di Freud, giunge all’uomo quando è già adulto. Quando la sua
struttura psico-emotiva è stata completamente
assoggettata alla patologia da dipendenza che lo rende inadeguato ad affrontare
il suo presente e lo sollecita a cercare forme continue di dipendenza. Il
subconscio di Freud non è il magazzino delle pulsioni
infantili, ma è il magazzino del possibile negato dall’educazione che ha inciso
il profondo psico-emotivo dell’individuo. La critica
sociale ed economica di Marx, per l’individuo cristiano, non è la critica ad un
presente sociale che deve essere modificato, ma è la brutta copia del messianesimo del suo padrone che invita le persone a dare
la ricchezza al padrone perché per individui e società non c’è più nessun
futuro. Sta arrivando la fine del mondo.
Il
successo e la gloria stanno in Marx e Freud; il
fallimento sta nei loro interpreti che, lungi dal calpestare i loro maestri per
salire la scala della conoscenza, usano i loro maestri per riaffermare il
predominio dell’educazione cristiana e della verità della creazione del dio
padrone.
Non
esiste nessun “Libro nero del comunismo”. Semmai esiste il libro nero della veicolazione delle pulsioni emotive di una libertà
immaginata all’interno della coercizione emotiva cristiana ( o le varie veicolazioni coloniali che l’hanno riprodotta). Non esiste
nessun libro nero della Psicanalisi; semmai esiste il libro nero degli
psicanalisti che hanno tentato di usare Freud
all’interno di un uomo definito nelle categorie creazioniste
cristiane.
Le
macerie della psicanalisi e le macerie del marxismo, non sono della psicanalisi
e del marxismo, ma sono le macerie di chi ha preteso di veicolare psicanalisi e
marxismo all’interno dell’ideologia cristiana. Come la questione del razzismo
che ha usato studi Darwiniani per giustificare le razze
con l’evoluzione. E’ il cristianesimo che ha tentato di far accettare il
razzismo ai non cristiani usando, in un certo periodo storico, i dati raccolti
dagli evoluzionisti darwiniani. Non è Darwin che ha
fallito, ma il cristianesimo quando ha tentato di giustificare la superiorità
della “razza bianca” attraverso il darwinismo.
Scrive
Slavoj Zizek sulle “cause
perse”:
Ciò che
sta dietro di esso implica un Salto di Fede, una fede nelle Cause perse, Cause
che, dall’interno dello spazio della saggezza scettica, non possono che
apparire folli. E questo libro parla dall’interno di questo Salto di Fede. Ma
perché? Il problema, ovviamente, è che in un tempo di crisi e rotture, la
stessa saggezza empirica scettica, costretta nell’orizzonte della forma
dominante del senso comune, non può fornire delle risposte, e dunque si deve
rischiare un Salto di Fede. Questo passo è il passo da «io dico la verità» a
«la verità stessa parla (in/attraverso di me)» (come nel «mathema»
lacaniano del discorso dell’analista, in cui l’agente
parla da una posizione di verità), sino al punto in cui posso dire, come Meister Eckhart, «è vero, e la
verità stessa lo dice». Sul piano della conoscenza positiva, ovviamente, non è
mai possibile raggiungere la verità o essere sicuri di averlo fatto - ci si può
solo approssimare senza fine, poiché il linguaggio è in ultima istanza autoreferenziale, non c’è modo di tracciare una linea
definitiva di separazione tra sofismi, esercizi sofistici, e la Verità stessa
(questo è il problema di Platone). La scommessa di Lacan
è, in questo senso, la stessa di Pascal: la scommessa
della Verità. Ma in che modo? Non correndo appresso a una verità «oggettiva»,
ma basandosi sulla verità riguardo alla posizione da cui si parla.
Povero
Pirrone. La saggezza scettica deve guidare le persone
per individuare il terrore che le circonda. Lo scetticismo ci permette di
distinguere l’apparenza con cui viene presentato un principio dalla sostanza
dottrinale del principio stesso. Qui, invece, Slavoj Zizek, invoca lo scetticismo come negazione dell’ideale
possibile rispetto alla devastazione emotiva che il presente induce nelle
persone. Rimane la domanda: che cos’è la follia?
Il
presente che chiude in sé stesso e nella sua staticità il divenuto umano o le
tensioni dell’uomo che lo spinge in un mutamento che, nella ragione può essere
rappresentato come un ideale “utopico”?
Cos’è
la follia?
L’accettazione
del campo di sterminio con il suo filo spinato; o è la volontà dell’uomo di
tagliare quel filo spinato immaginando, utopisticamente, mondi meravigliosi
oltre quel filo spinato?
A
differenza di quanto citato in Meister Eckhart “è vero, e la verità stessa
lo dice”; è vero, ciò che immagino, perché il mio desiderio di esprimermi nel
mondo auspicando il cambiamento del presente che crea angoscia, mi spinge verso
quella descrizione utopica che la mia ragione ha elaborato data la mia cultura
in questo presente. Ma se la mia visione utopica è solo immaginazione che si
dissolve una volta che si misura con l’esperienza, il mio desiderio di
cambiamento per uscire dall’angoscia dello stato presente, è il motore reale
che spinge le mie azioni. E’ oggetto in sé. Rappresenta tutto il mio essere e
la mia potenza nel mondo del mutamento, del tempo. L’angoscia è oggetto reale
che ha spinto il mio desiderio all’azione: al di là che la mia capacità di
analisi critica del presente ne ha individuato più o meno compiutamente il suo
fondamento oggettivo. Così, anche la descrizione utopica di un “diverso e
immaginato futuro” diventa reale in quanto oggetto a cui le azioni, spinte
dalla necessità desiderante dei soggetti, tendono per uscire da un presente
angoscioso.
Non esiste un “modello di uomo” o un “modello di società”;
esiste un desiderio di un uomo più attrezzato o di una società più rispondente
alle necessità degli uomini del momento.
Esiste un percorso di libertà continua come rimozione di
ostacoli angoscianti per la vita. Questo percorso può essere descritto, sia
pure come miseria del pensiero umano, come verità dopo verità. Un percorso di
ricerca del vero. Solo che la ricerca del vero un processo di vita delle
società umane che si dispiegano in un campo di sterminio entro un campo di
sterminio. Dove, rotto un reticolato, se ne presenta un altro da rompere.
E qual è la soluzione usata in questo passo da Slavoj Zizek? “Non correndo appresso a una verità «oggettiva», ma basandosi
sulla verità riguardo alla posizione da cui si parla.”
Però non affronta la realtà angosciante nel presente. Non
censura le farneticazioni di Platone o di Pascal che
sono gli strumenti con cui il presente angoscia gli uomini sbarrando il proprio
futuro, ma censura, proprio attraverso lo sbarramento di quel futuro, chi è
ancora in grado di indicare vie per tagliare il filo spinato del campo di
sterminio in cui il cristianesimo, con Platone e Pascal,
hanno chiuso l’uomo.
In
questa affermazione Slavoj Zizek
si fa dio! Qual è la posizione di cui parla Slavoj Zizek? La verità oggettiva ed angosciante del presente! Un’angoscia
che la ragione non comprende. Perché è percezione emotiva; perché percepita ed
elaborata attraverso meccanismi di conoscenza della realtà che la ragione
ignora. L’angoscia, così elaborata, emerge nella ragione e spinge la ragione a
lavorare con l’immaginazione. E l’immaginazione riproduce la situazione
angosciante affinché all’uomo il cammino resti sbarrato. Il presente angoscia?
Ed ecco i cristiani elaborare il messianesimo come
fine del mondo e il giudizio universale; Platone che elabora la sua Repubblica;
Agostino che elabora la sua ideale “Città di dio”; Tommaso Campanella la sua “Città
del Sole”; Tommaso Moro la sua “Utopia”. E’ la solita verità con cui il dio
padrone vuole ordinare la vita dell’uomo secondo i propri dogmi e la propria
gloria: cambia il colore del filo spinato del campo di sterminio, ma resta un
campo di sterminio entro il quale far funzionare le camere a gas della verità
dei vicari di cristo. Solo il Marxismo o Freud non
elaborano una VERITA’, ma indicano i punti fragili del filo spinato che ci
circonda per poterlo tagliare. Per questo motivo i cristiani li hanno adottati
costruendo cumuli di macerie che non dipendono da Marx o da Freud,
ma dall’uso cristiano di Marx e Freud. Altri soggetti,
a differenza di Marx e Freud, i cristiani non hanno
mai potuto usarli: Robespierre, Napoleone, Nietzsche,
Lorenz, Darwin.
La
loro critica rispetto al cristianesimo o all’oggettività in sé era troppo forte
per poterli usare, vennero confinati nella cultura e fu impedito, per quanto fu
possibile ai cristiani, che il loro pensiero si calasse fra gli uomini
contribuendo alla cultura capace di guidare le loro scelte.
Non
si tratta di “cause perse”, ma di movimento dell’uomo verso il futuro. Un
futuro che non è mai perso, ma che, al contrario, è il trionfo della specie.
Perché
l’elaborazione del Codice Civile ha emancipato l’uomo dall’assolutismo del dio
padrone. Ma senza le teste tagliate da Robespierre, gli uomini sarebbero ancora
sotto la dittatura del dio padrone. Robespierre ha combattuto per “una causa
persa”, ma l’umanità ha tagliato la testa al dio padrone emancipando l’uomo
dall’assolutismo cristiano. Se oggi parliamo di libertà di stampa e di libertà
di espressione, lo dobbiamo alla “causa persa” di Robespierre. Non è auspicabile tagliare le
teste, pur tuttavia, l'effetto di quelle teste tagliate hanno liberato l'uomo
dall'oppressione assoluta del dio padrone che, ancora oggi, per quanto ciò non sia auspicabile
solo in Italia uccide cento persone al mese sui posti di lavoro. E tutto per tentare
di riaffermare il suo dominio nonostante le teste che Robespierre ha tagliato.
Se
oggi i bambini non vengono sfruttati in fabbrica, lo dobbiamo alla “causa persa”
di Marx. Se oggi l’uomo non viene bruciato vivo perché posseduto dal demonio,
lo dobbiamo alla “causa persa” di Freud. Se oggi
iniziamo a razionalizzare rispetto e deferenza per la Natura, lo dobbiamo alla “causa
persa” di Lorenz. Se oggi riteniamo ridicolo ed
offensivo il dio dei cristiani che si presenta come creatore e padrone del
mondo (con i suoi vicari) lo dobbiamo alla “causa persa” di Darwin.
Vale sempre
la pena “combattere” per la libertà dell’uomo perché se è vero che ciò che noi
immaginiamo, razionalizzando, del possibile risultato, la realtà ci dice che
nel “combattere” rimuoviamo degli ostacoli allo sviluppo umano nel presente che
diventano importanti per la costruzione del futuro.
Per
questo motivo Slavoj Zizek
dice stupidaggini affermando, in sostanza, che il dio padrone vince sempre e
che non c’è futuro fuori dal dio padrone:
Commentando
la crescente risonanza del pensiero di Badiou, Alain Finkelkraut lo ha
recentemente definito «la filosofia più violenta, sintomatica di un ritorno di
radicalità e della crisi dell’antitotalitarismo»: un’onesta e sorpresa
ammissione di fallimento del lungo e arduo lavoro di tutti i difensori
«antitotalitari» dei diritti umani, che hanno combattuto contro «i vecchi
paradigmi estremisti», dai nouveaux philosophes francesi ai sostenitori di una «seconda
modernità». Ciò che sarebbe dovuto essere morto, liquidato, del tutto
screditato, sta ritornando per vendicarsi. Questa disperazione è comprensibile:
com’è possibile che questo genere di filosofia stia ritornando nella sua forma
più violenta? La gente non ha ancora capito che il tempo di queste pericolose
utopie è finito? La nostra proposta è di rovesciare la prospettiva: come
affermerebbe Badiou nella sua originale maniera
platonica, le idee vere sono eterne, sono indistruttibili, fanno sempre ritorno
ogni qual volta vengano proclamate morte. Questo è sufficiente a Badiou per affermare nuovamente queste idee in maniera
chiara, e il pensiero antitotalitario si mostra in tutta la sua miseria per ciò
che realmente è, un esercizio sofistico privo di valore, una pseudo-teorizzazione delle paure e degli istinti di
sopravvivenza più meschini e opportunisti, un modo di pensare che non solo è
reazionario ma anche profondamente reattivo nel senso nietzschiano
del termine.
La
violenza non sta in chi taglia il filo spinato del campo di sterminio che lo
angoscia, ma nella pretesa del dio padrone, attraverso i suoi vicari, di
chiudere il divenire umano nel campo di sterminio.
La
violenza non sta nelle teste tagliate di Robespierre, ma nei milioni di persone
condannate all’angoscia da coloro le cui teste furono tagliate da Robespierre.
La
violenza non sta nei comunardi di Parigi, ma nella violenza delle condizioni di
vita che venivano imposte ai cittadini.
In
ogni episodio della storia noi possiamo scegliere un punto di vista anziché un
altro, ma il punto di vista che scegliamo ci stimola a tagliare il filo spinato
del campo di sterminio del presente, oppure, alimenta quel filo spinato
affinché quel presente non si apra ai futuri possibili.
Quando
le emozioni degli uomini spingono “desiderio bello” verso l’Afrodite del futuro
immaginato, non vanno verso una festa, ma sono gli occhi e lo spirito delle
sorelle di Afrodite, le Erinni, che emergono dentro di loro e non esiste utopia
che tenga o li contenga.
Dopo,
il presente non sarà mai più lo stesso.
Marghera, 07 maggio 2009
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