Selezione della percezione nella prima infanzia

Quinta parte

Claudio Simeoni

Questo è un capitolo del libro: "La formazione della percezione e la qualità dei fenomeni percepiti"

Il libro si può ordinare all'editore Youcanprint

Oppure, fra gli altri anche su:

Mondadori

Feltrinelli

Ibs

Cod. ISBN 9788891185822

 

Indice pagine sulla formazione della percezione

 

Percezione e Stregoneria - Quinta parte
Selezione della percezione nella prima infanzia

Che la scienza esca da concetti come azioni riflesse o istinto, è un'ottima cosa. Quando si ha a che fare con i viventi si ha sempre a che fare con intelligenza, volontà determinazione, scopo e coscienza. Comunque siano organizzate in ogni specifico vivente.

Si scopre che i neonati prematuri sentono il dolore come gli altri.

Giornale la Repubblica del 06 aprile 2006

"Lo studio: i neonati prematuri sentono il dolore come gli altri.

Londra I neonati prematuri sentono dolore. Uno studio ha infatti dimostrato che purtroppo non sono affatto al riparo da sofferenze, come si credeva, quando sottoposti alle tante pratiche mediche necessarie nelle terapie intensive neonatali per aiutarli a crescere. Lo hanno verificato per la prima volta i ricercatori della University College di Londra che hanno misurato risposte di dolore nel cervello di questi neonati e non, come si pensava, semplici reazioni riflesse. Lo studio è riportato su "The Journal of Neuroscience."

Qual è il problema di questi neonati? Che alla percezione del dolore, della sollecitazione alla quale sarebbero attrezzati a rispondere se fossero nella pancia della madre, ora devono reagire senza avere un mondo emotivo sul quale mettere in atto le loro azioni. In quel momento, l'azione adattativa si rivolge contro la loro percezione: adattano la percezione a vivere e ad agire in un mondo percepito come doloroso al quale non sanno reagire.

La selezione della percezione che è avvenuta in pancia della madre ora, il nuovo nato, la deve misurare con il mondo esterno.

Ed è a questo punto che inseriamo la definizione di "percezione psicofisica" come definita dal dizionario di psicologia:

"Si cerca di stabilire il rapporto esistente tra uno stimolo, definito come fenomeno fisico di intensità misurabile, e la risposta che ne consegue, data da una sensazione di determinata intensità. In questo campo si sono definite le soglie inferiori assolute date dall'intensità minima di un segnale fisico che scatena una risposta del soggetto; le soglie superiori assolute al di là delle quali non esiste più una sensazione specifica; le soglie differenziali che stabiliscono quale modificazione in più o in meno un segnale deve subire perché un soggetto lo percepisca come diverso; la costruzione di scale psicofisiche per la misurazione delle soglie regolate dalla legge di Fechner, per la quale l'intensità di una sensazione soggettiva è proporzionale al logaritmo dell'eccitatore fisico. Questa legge, valida per il rapporto fra eccitatore fisico e reazione fisiologica del recettore, trova un riscontro approssimativo per quanto concerne il rapporto tra l'intensità dell'eccitatore fisico e la sensazione psicologica e soggettiva che ne consegue. (Weber-Fechner legge di)"

Dall'Enciclopedia di Psicologia di Umberto Galimberti, ed. Garzanti 1999.

L'intensità del fenomeno che funge da stimolo è la quantità di energia con cui il fenomeno si presenta all'attenzione del soggetto e viene recepito dal soggetto quanto più quel fenomeno era atteso.

Lo stimolo esterno viene definito, in psicologia, per la sua capacità di agire e modificare un soggetto, ma in questa definizione non si tiene conto della capacità selettiva del soggetto nei confronti del fenomeno. Un fenomeno, anche carico di una forte intensità energetica, può anche essere ignorato dal soggetto. Un esempio è lo spaventapasseri in un campo. Il primo giorno spaventa gli uccelli, il secondo giorno gli uccelli lo accettano come parte dell'ambiente, il terzo giorno sono pronti a farvi il nido sopra. Il soggetto non si limita ad ignorare il fenomeno che non rientra nelle sue possibilità di percepire, ma lo relega in un rumore di fondo impedendo al fenomeno di costituire stimolo che lo induca a modificarsi.

Il bambino, fin dal primo giorno di nascita, si trova a dover fronteggiare una quantità immensa di fenomeni sconosciuti che lo travolgono.

Come si difende il bambino? Mediante il sonno. Il sonno del neonato è un modo per chiudere la propria percezione ai fenomeni del mondo, disgregare la propria coscienza e la propria attenzione e mettere ordine nei fenomeni che sono arrivati e che hanno modificato la struttura psico-fisica durante la veglia.

Il sonno è il momento di costruzione dell'individuo. Il processo di formazione e interiorizzazione della conoscenza obbedisce alla serie: tensione-accumulo-carica-scarica-rilassamento. Dove la fase del rilassamento, il sonno, determina la differenza di potenziale della conoscenza fra la situazione della conoscenza del soggetto prima che si verificasse quella specifica tensione-accumulo-carica-scarica e il soggetto che è diventato dopo il rilassamento.

Questo processo di trasformazione di sé stesso, nel neonato, è velocissimo. Il rilassamento, il sonno, determina grandi trasformazioni psico-neuronali perché il neonato non deve solo mettere a fuoco i fenomeni, ma anche l'organizzazione generale della struttura che produce i fenomeni. Nel sonno il neonato organizza le sue risposte psico-fisico-emotive ai fenomeni.

La veglia e il sonno del bambino corrispondono un po' al suo mangiare. Da sveglio assorbe fenomeni, dorme e digerisce quei fenomeni. Si sveglia, mangia fenomeni; dorme e li digerisce. In questo processo di "digestione" il neonato, ogni notte, scompone la propria coscienza e la ricompone considerando tutti i fenomeni che ha interiorizzato durante il giorno e quando ricompone la propria coscienza al mattino inizia a dare un ordine di importanza ai fenomeni. Quelli su cui deve puntare la propria attenzione e quelli che può ignorare; quelli che si presentano in maniera da non poter essere ignorati e quelli che appartengono ad un tale sconosciuto che ritiene non gli possano servire.

Il processo di disgregazione e riformazione della coscienza permette al neonato di passare dalla percezione funzionale all'età fetale ad una percezione funzionale al nuovo mondo. Il mondo si allontana dalla sua percezione empatica e si trasferisce sui sensi. Il contatto materno, con l'allattamento al seno, rende meno doloroso questo distacco.

Quello che fu il processo di selezione della percezione dei fenomeni, che ha messo in atto nella pancia della madre, viene sviluppato e riadattato ulteriormente nei primissimi giorni di vita.

Cosa caratterizzava il feto nella pancia della madre? La percezione empatica psico-emotiva del suo ambiente. Quali sono i fenomeni che entreranno maggiormente nella formazione della sua conoscenza? Quei fenomeni che si presenteranno con un carico psico-emotivo che potrà essere identificato dall'esperienza del bambino nella pancia della madre. I fenomeni provenienti dalla madre, di cui riconosce la struttura emotiva mediante la relazione empatica che ha sviluppato nella fase fetale, sono i fenomeni che entrano con più forza nella formazione della sua percezione. Il soggetto, il neonato, continua a sviluppare la sua percezione in continuazione con la percezione che ha sviluppato in età fetale. La rottura con quella continuità, come nei casi di morte della madre, non provoca solo un "dolore", ma la necessità da parte del neonato di riformulare e riallineare la propria percezione con fenomeni di cui non conosce l'origine.

Le recenti scoperte descrivono un neonato ben diverso da come lo descrive il cristianesimo. Non è l'animale da allevare come piace ai cristiani, ma è un soggetto cosciente e consapevole sul quale la società deve mettere la massima attenzione perché se è vero che l'uomo nasce, invecchia e muore, è altrettanto vero che il neonato di oggi è la società di domani.

D, donna settimanale del quotidiano La Repubblica del 20 settembre 2003

"Ma che cosa gli passa per la mente?

Scienza - Fino a pochi anni fa, i ricercatori consideravano il cervello di un neonato una tabula rasa, poi plasmata dall'esperienza. Le ultime scoperte di genetica e neuroscienza ribaltano la teoria: si viene alla luce con molte capacità programmate. E tra le più importanti c'è quella di sognare.

A nove mesi un bebé è in grado di riconoscere espressioni facciali o verbali di felicità, tristezza o rabbia e di riprodurle, facendole proprie. Sa modellare le emozioni su quelle altrui e reagire ai segni di rimprovero o approvazione. A un anno, guarda l'oggetto indicato da un dito, e non il dito.

"Oggi sappiamo che i bambini sanno più di quanto pensavamo fosse possibile. Hanno idee sugli altri esseri umani, sugli oggetti e sul mondo, nel momento stesso in cui nascono. Sono idee piuttosto complesse, non soltanto riflessi o reazioni a determinate sensazioni. I bambini sono come piccoli scienziati, acquisiscono nuovi dati in continuazione e scartano le teorie che non combaciano con essi. Cambia la loro comprensione sulle cause di certi fenomeni. Il che porta a domande difficili: come viene rappresentata questa comprensione della struttura causale del mondo? E attraverso quali meccanismi di apprendimento nasce la rappresentazione?"

La ricerca psicologica e neuronale sui neonati sta tentando di chiarire la complessità della mente dei neonati. La domanda è: perché la scienza deve chiarire la complessità della mente dei neonati? Chi ha imposto l'idea che la mente dei neonati fosse una tabula rasa?

Il cristianesimo ha fatto questo. E mentre il cristianesimo costringeva le persone a pensare che i bambini fossero delle tabule rase, manipolava la formazione della loro percezione dei fenomeni costringendoli alla sottomissione al loro dio padrone che chiamavano "fede".

Dal giornale La Repubblica del 08 agosto 2005

"La scienza odierna, invece, dà adesso un quadro del tutto diverso di quello che accade nel cervello e nell'animo dei neonati: padroneggiano emozioni anche molto complesse, come gelosia, simpatia e frustrazione che un tempo si riteneva imparassero verso i 2-3 anni. I neonati di quattro mesi hanno già capacità avanzate di deduzione non ché l'abilità di decifrare dei disegni anche complessi. Hanno una paletta visiva piena di sfumature che permette loro di notare anche le più piccole differenze, specialmente nei volti, una dote che gli adulti e i bambini più grandi perdono. Una delle prime emozioni che provano i bambini anche piccolissimi è l'empatia. Anzi, forse nel cervello dei neonati già esiste la capacità di preoccuparsi per gli altri. Se si sistema un neonato accanto ad un altro che sta piangendo, con ogni probabilità finirà per piangere."

"Secondo Martin Hoffman, docente di psicologia dell'università di New York, "sin dalla nascita vi è qualche primigenia forma di empatia." [...] Parte dell'empatia potrebbe essere il prodotto di un'altra precoce abilità dei neonati: la capacità di discernere le emozioni dalle espressioni del viso delle persone che li circondano."

L'empatia è un "potere di interazione soggettiva con il mondo" sviluppato nella pancia della madre ed è il primo strumento che il bambino usa per costruire le relazioni con il mondo. La capacità empatica seleziona la percezione dei fenomeni che provengono dal mondo. E li seleziona in base al "carico emotivo" di cui quei fenomeni sono portatori. I volti, i suoni delle parole, i sussulti del corpo materno, sono tutti fenomeni che portano emozioni e queste emozioni interagiscono con i bisogni del bambino che sono, a loro volta, espressione di tensioni emotive.

Quando le emozioni del soggetto incontrano emozioni, provenienti dalla sua oggettività, in sintonia e in armonia con le proprie, in quella direzione si dirige la percezione soggettiva del neonato. Il fenomeno che porta emozioni che incontrano le emozioni soggettive del neonato agendo sui suoi bisogni, le sue necessità, si fissa nella sua struttura emotiva. Si fissa prima per l'incontro emotivo e poi consentono al neonato di identificarne la forma e individuarne una provenienza capace di agire sui suoi bisogni emotivi. Crescendo, poi il bambino, identifica l'aspetto razionale, allontana dalla sua ragione la veicolazione emotiva dei fenomeni e il mondo, a poco a poco, nella sua percezione consapevole, diventa forma e descrizione.

Il fenomeno come forma entra nella percezione del neonato in un secondo tempo. Prima il fenomeno viene percepito attraverso la "capacità empatica" del neonato con cui interagisce con il mondo psico-emotivo che lo circonda. Inizialmente c'è il tentativo soggettivo, da parte del bambino, di ricercare, una volta nato, la riproduzione del mondo dell'utero materno. Nel nuovo mondo, il neonato, cerca ciò che già conosce e fissa l'attenzione su ciò che lo rimanda a sensazioni che ha già vissuto.

I neonati scorgono le emozioni espresse dalle espressioni del viso delle persone. Le espressioni vengono associate alle sensazioni che hanno provato nell'utero in quanto le espressioni del viso sono portatrici di emozioni in chi le guarda. A mano a mano che i neonati crescono l'espressione del viso assume un significato a sé separato dall'emozione che comunica. L'espressione del viso può essere recitata, ma se un attore sistematico, con la stessa frequenza della madre, invia emozioni diverse con espressione del viso uguali, il neonato tara la propria percezione su quel tipo di emozioni associandole alle espressioni del viso (la paura del clown) e alla vista di quelle espressioni manifesta reazioni diverse.

Il passaggio dalla relazione empatica delle emozioni all'associare le emozioni alle forme visive e uditive è uno dei passaggi più complessi nella formazione della coscienza e della percezione del neonato.

E' in atto un processo di separazione del bambino della primaria forma di interazione fra sé e il mondo forgiata nell'utero e i sensi stanno prendendo il sopravvento nel mediare le relazioni dell'apparato emotivo con il mondo.

La percezione del neonato viene educata a selezionare i fenomeni del mondo mediante i sensi. Per il neonato i fenomeni del mondo esistono solo se sono portatori di un carico emotivo ed interagiscono con i bisogni del neonato che cerca di comunicare col mondo mediante le sue emozioni. L'adulto non conosce i segnali emotivi del neonato e fa di tutto per costringere il neonato ad adattarsi alle categorie razionali che l'adulto conosce.

In questa fase il neonato seleziona "l'effetto finale" (o a cui rispondere mediante l'azione prima e mediante la descrizione poi) del fenomeno che percepisce. Data una percezione di fenomeni che generano nel neonato delle necessità e dei bisogni, tale percezione viene riassunta nell'elemento più semplice che, una volta manifestato, garantisce la soddisfazione della necessità e del bisogno.

Se nella pancia della madre l'immenso, per il feto, era la madre stessa, ora l'immenso è uno sconfinato che percepisce attraverso un distacco che i suoi sensi e la sue percezione deve comprendere.

La fondazione della percezione del neonato è una mediazione funzionale fra ciò che è stato, crescendo nella pancia della madre, e ciò che gli viene trasmesso, nel modo in cui gli viene trasmesso dal mondo in cui nasce e per quello che il mondo in cui nasce gli presenta.

Le recenti ricerche neurologiche hanno messo in luce come i "sensi" non siano solo cinque, ma i neurologi, seguendo le connessioni nervose e i collegamenti neuronali, hanno scomposto i sensi in una serie di "sottosensi" che ricomponendosi fra di loro attraverso un numero "infinito" di variabili dimostrano come le possibili percezioni del mondo di un soggetto mediante i sensi siano pressoché illimitate e questo senza tener conto dell'elaborazione che il soggetto fa di quanto percepisce:

Dal settimanale L'Espresso 19 maggio 2005

Uomo da 21 sensi

Di Paola Emilia Cicerone

"Cinque? I neurologi scommettono: sono molti di più. Ecco perché, seguendo gli stimoli che vanno dagli organi al cervello.

Che non ci si fermi a cinque è sicuro: forse sono una ventina, c'è chi dice molti di più. Perché l'antico schema di derivazione Aristotelica, che limita appunto a cinque il numero dei sensi con cui esploriamo il mondo esterno, vista, udito, gusto, tatto e olfatto, è tramontato per sempre. Per molti scienziati, il numero giusto è 21. Come ci si arriva? Non si parla più di vista, perché la percezione della luce è distinta da quella del colore. Mentre il gusto si divide in quattro, riconoscendo autonomia ai quattro gusti fondamentali: dolce, salato, acido e amaro. Con l'eccezione dell'umami, il gusto di glutammato tipico della cucina orientale, che è preso in considerazione solo da alcuni studi. Se il tatto resta un senso a sé, gli si affianca altri sensi collegati, ma autonomi, come la percezione del dolore, del caldo e del freddo. Portando così a 12 i tradizionali cinque sensi.

Per arrivare a 12 basta aggiungere il senso dell'equilibrio (d'altronde, non l'abbiamo sempre chiamato così?) e la propriocezione che ci consente di valutare, anche a occhi chiusi, attraverso una serie di recettori posti nei muscoli e nelle articolazioni, la nostra posizione nello spazio e i nostri movimenti, anche se in questo caso si parla più specificamente di cinestesia. E poi i sensori interni che permettono al nostro organismo, anche se non ne siamo sempre coscienti, di monitorare parametri biologici, come la pressione sanguigna, l'ossigeno presente nel sangue, l'acidità del liquido cerebro spinale e la presenza di aria nei polmoni. Ma anche valori specifici relativi al contenuto di glucosio nel sangue e alla pressione osmotica nel plasma, che siamo abituati a percepire più banalmente come fame e sete.

Complicato? Neanche troppo, se si pensa che i ricercatori più radicali arrivano ad elencare una trentina di sensi, dando autonomia alla percezione di alcuni colori come rosso, blu o verde e distinguendo fra le diverse modalità tattili e i diversi tipi di movimento. E c'è anche chi sostiene che ciascun tipo di recettore olfattivo (ce ne sono circa 2mila) dia origine ad un senso a sé. Persino il sesto senso, per anni una fola da creduloni, è stato riabilitato: secondo uno studio realizzato dalla Washington University di St. Louis e pubblicato su "Science", l'elaborazione inconscia di informazioni che ci aiuta a prendere decisioni apparentemente immotivate, ma corrette, attiverebbe una specifica area cerebrale: la corteccia cingolata anteriore.

Oggi gli specialisti non studiano i singoli sensi, ma le loro articolazioni. Partendo dalla natura, chimica, meccanica o luminosa, dello stimolo, o dai recettori cerebrali interessati. La base è comune: "E' sempre un'area cerebrale ben precisa, il talamo, che riceve tutte le informazioni dai recettori e le trasmette alla corteccia cerebrale primaria, e da qui alla corteccia secondaria", spiega Raffaella Rumiati, responsabile del dipartimento di Neuroscienze cognitive alla Sissa (scuola internazionale di studi superiori avanzati) di Trieste. E' qui che il percorso di articola in aree specializzate, in cui diverse popolazioni di neuroni si occupano di aspetti diversi. (troncato)

E questo per parlare di come un soggetto percepisce il mondo partendo non dal soggetto che percepisce ed elabora, ma partendo dalle possibilità del soggetto umano di percepire mediante lo studio delle connessioni neuronali e la percezione soggettiva di una descrizione della realtà. Dove infinite combinazioni sono possibili, ma la percezione soggettiva seleziona in base al proprio divenuto, alle condizioni che ha affrontato e alle proprie predilezioni.

Poi, quando andiamo ad affermare quanto un soggetto deve selezionare dal mondo e agire in esso, scopriamo che:

Dal settimanale D donna di La Repubblica 28 maggio 2005

Neuroscienze Nuove ricerche indagano sul ruolo dell'inconscio nelle decisioni di ogni giorno: dallo shopping al partner giusto, nelle nostre scelte c'è molto di più di quanto pensiamo. Secondo i neuroscienziati siamo consapevoli solo del 5% della nostra attività cognitiva ed è per questo che la maggior parte delle nostre decisioni, emozioni e azioni, dipende per il 95% dall'attività cerebrale che va al di là della nostra coscienza. (solo primi riassunti dell'articolo)

Noi, spesso, troppo spesso, non abbiamo il controllo razionale di quello che facciamo. Obbediamo a stimoli profondi che si presentano alla coscienza e guidano le nostre decisioni, mentre percepiamo e giudichiamo il mondo seguendo stimoli di desiderio che abbiamo selezionato in anni "dimenticati".

Il bambino fa tutta questa operazione di selezione della percezione nei primissimi mesi di vita fin dal primo istante in cui esce dalla vagina di sua madre! Divide il percepito fra ciò che entra nella coscienza razionale e ciò che rimane nel suo corpo e che alla coscienza ragionale arriva come desiderio, sensazione e possibilità. Il percepito che non arriva alla coscienza guida le azioni dell'individuo solo che la coscienza razionale lo ignora. Il conflitto adolescenziale è spesso dovuto a questo: ciò che le coscienze razionali del mondo chiedono e pretendono e ciò che la percezione profonda stimola nell'adolescente.

La scienza neuronale e la psicologia individuano collegamenti e connessioni sia fisiche che psichiche fra le azioni che facciamo e l'accensione di aree del cervello in cui avviene la decisione. Si stabilisce che cosa si attiva quando percepiamo aspetti del mondo, ma la scienza non è, almeno per ora, capace di seguire le scelte soggettive per cui un tipo di percezione viene fissata nell'individuo anziché un altro tipo di percezione leggermente diversa. La scienza non è in grado di vedere i processi adattativi messi in atto dall'individuo nel corso degli anni e che l'individuo concretizza nelle sue "idee sul mondo", nelle sue "scelte", nelle sue "decisioni", nelle sue "predilezioni".

Sta di fatto che si assiste a tutta una serie di scelte soggettive da parte del neonato il cui scopo è fissare la propria attenzione su una "gamma" di fenomeni che entrano nella sua percezione e che poi vengono ulteriormente selezionati per costruire la sua Coscienza.

Un "sistema educativo" deve aver cura di rivolgere al neonato input, informazioni, fenomeni, capaci di stimolarlo in una direzione che lo conduca allo sviluppo. In modo che gli sia ottimale per lo sviluppo della sua percezione e l'uso opportuno della sua attenzione.

La percezione viene costruita dal soggetto; l'attenzione viene costruita dal soggetto; la coscienza sia esistenziale che razionale, viene costruita dal soggetto; gli adulti, per favorire lo sviluppo devono proporre fenomeni imitativi (parleremo dei neuroni specchio) mediante azioni che supportino emozioni capaci di entrare in sintonia con i bisogni di crescita del neonato. Gli adulti devono vivere in maniera coerente e nel loro modo di vivere coerente devono coinvolgere il neonato e non separarlo come se fosse diverso da loro e aspettare che diventi come loro per coinvolgerlo.

Questa necessità è sempre stata alla base della ricerca della moderna pedagogia il cui scopo era teso ad assicurare alla società civile individui più coscienti, più ricchi di stimoli, più consapevoli al fine di arricchire la società stessa.

L'errore di tutti i sistemi pedagogici fu quello di considerare il bambino soggetto diverso, separato, dall'adulto e dalla società. Un soggetto su cui agire per ottenere un risultato senza considerare che il soggetto ha una capacità personale di elaborazione di tutti i fenomeni che dal mondo giungono a lui. Così l'educatore pensa che imponendo al bambino di fare questa o quella cosa riesce ad ottenere un risultato che lui immagina. Invece, il soggetto a cui impone quegli obblighi sotto forma di fenomeno, la inserisce in un insieme soggettivo che produce risposte diverse dalle attese dell'educatore.

Il bambino diventa l'oggetto del discutere di ogni sistema pedagogico. E questo fu l'errore e la base del fallimento di ogni sistema pedagogico. Non che non venissero, di volta in volta, migliorati degli aspetti nell'educazione del bambino, ma il risultato non soddisfaceva mai le premesse dalle quali la strategia pedagogica prendeva il via.

Il motivo è semplice: non si può intervenire nella formazione della percezione del bambino agendo sul bambino stesso. Questo perché l'adulto non è più in grado di valutare la carica emotiva della sua azione nei confronti del bambino e il bambino darà una lettura soggettiva dell'azione dell'adulto partendo da categorie di valutazione della carica emotiva manifestata che l'adulto ha dimenticato!

Quando un adulto manda un segnale al bambino si illude che il bambino interpreti il segnale con le sue stesse intenzioni e col suo stesso significato. Il segnale esce dalla sua testa, dalla sua struttura emotiva, ed entra in una diversa struttura emotiva che a quel segnale attribuisce significati diversi. E' il problema che evidenziava una ricerca nel 2003.

Dal giornale La Repubblica del 03 marzo 2003

"Da bimbi timidi ad adulti ansiosi tutta colpa di un malinteso:

Articolo (più completo di quanto esposto) di Carlo Brambilla

Milano Per i bambini più timidi, candidati ad essere adulti ansiosi, c'è una strana espressione negli occhi di chi li guarda. Qualche cosa di indecifrabile nel volto. Che fa loro sbagliare giudizio sulle reali intenzioni degli altri. Scambiare uno stato d'animo per un altro. E rendere difficili, qualche volta impossibili, le normali relazioni umane, fatte anche di linguaggi non verbali. E' li che si nasconde il segreto della timidezza: in un malinteso. Una difficoltà psicologica che ha una parziale base genetica e neurofunzionale. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell'Università Vita-Salute San Raffaele, coordinato dallo psicologo clinico Marco Battaglia, dopo un lavoro durato tre anni, su un campione di 150 scolari italiani.

[...]

"Per molto tempo gli psicologi clinici hanno ipotizzato che il mondo interiore delle persone afflitte da ansia sociale dipendesse da aspettative negate rispetto al giudizio degli altri. Il risultato di questo studio suggerisce invece che vi possa essere una difficoltà nell'elaborazione della comunicazione interpersonale."

[...]

... psicoterapie mirate che aiutino i bambini più timidi ad interpretare correttamente le espressioni del volto di chi li circonda. Ridiscutere i significati del linguaggio non verbale. Rielaborare le istanze affettive. E farsi più coraggio."

Il problema dei segnali non verbali è molto più complesso. Non si tratta solo di come viene lanciato il segnale non verbale, ma del carico emotivo che il segnale porta rispetto alle emozioni che attraversano il bambino in quel momento. Il segnale non verbale è ancora un tipo di comunicazione razionale che tenta di trasmettere uno stato emotivo senza l'uso della verbalizzazione. E' un linguaggio molto legato al divenuto della specie.

Cosa arriva al bambino quando, rovesciato un bicchiere di latte, si trova travolto dall'urlo della madre? Molti di quei segnali nella specie stanno ad indicare, più o meno: "Il leone ti sta mangiando!". Il terrore assale il bambino che vede la sua struttura emotiva sconquassata per aver versato un bicchiere di latte. Gli adulti non hanno la misura della comunicazione emotiva, pensano che le parole siano la forma più alta di comunicazione e spesso chiedono al bambino ragioni o spiegazioni di quello che fa come se gli impulsi della struttura emotiva, alle quali il bambino risponde, potessero essere verbalizzati.

I messaggi non verbali sono importanti per i soggetti di questa ricerca che hanno fra i sette e i nove anni, ma sono fondamentali, rispetto ai messaggi verbali per bambini neonati.

Le recenti scoperte hanno messo in luce come siano importanti quelli che vengono definiti "neuroni specchio".

Dal giornale La Repubblica 16 dicembre 2005

"Scoperto il segreto delle emozioni

Ecco il "neurone specchio": così condividiamo i sentimenti

[...]

il meccanismo della simulazione che scattava nel cervello della scimmia era determinato a un gruppo di cellule nervose cui venne assegnato il nome di "neuroni specchio". "All'inizio prosegue Gallese pensavamo che la loro attivazione dipendesse dall'osservazione di un movimento altrui. Poi, passando agli studi sull'uomo, abbiamo capito che il meccanismo riguardava anche le emozioni e le sensazioni tattili provate dagli altri. Ci basta percepire un sentimento su un volto o accorgerci che la mano di un altro viene sfiorata per simulare una situazione corrispondente all'interno del nostro cervello. Sono i neuroni specchio che si attivano, esattamente nelle stesse aree cerebrali di chi vive l'esperienza in prima persona". Questo meccanismo è comune a tutti gli individui, sia pure con un'intensità che varia da persona a persona. Ma nei dieci bambini autistici studiati da Mirella Dapretto con la tecnica della risonanza magnetica i neuroni specchio si sono dimostrati pigri ben oltre i limiti della normalità. "Questo sostiene la psichiatra americana potrebbe spiegare il perché del deficit sociale che caratterizza gli autistici. I nostri risultati, insieme a quelli ottenuti in precedenza da altri ricercatori, ci portano a descrivere la malattia come un cattivo funzionamento dei neuroni specchio"."

Segnale esterno, comunicazione non verbale, assimilazione del segnale esterno, interpretazione soggettiva del segnale, risposta di adattamento al segnale esterno. L'adulto che lancia un segnale verbale al neonato, il neonato assimila la parte emozionale del segnale recependo soggettivando un significato estraneo alla verbalizzazione fatta dall'adulto. Il bambino impara la comunicazione verbale associandola ad una comunicazione emotiva estranea alle intenzioni della verbalizzazione. Cosa comunica l'adulto che ha perso la memoria della comunicazione non verbale e ha perso la memoria della trasmissione delle emozioni sia attraverso i suoni che lo sguardo, il tatto e le espressioni mimiche? Come può il bambino essere consapevole che l'adulto è ignorante nella comunicazione non verbale, unica comunicazione che egli conosce avendone imparato i rudimenti nella pancia della madre?

Spesso le pretese dell'adulto che il bambino impari la comunicazione verbale mi sembrano come quell'Indios che rinfaccia a Cristoforo Colombo che "Io ho imparato la tua lingua, ma tu non hai imparato la mia!"

L'apprendimento della percezione infantile, come ho tentato di illustrare, passa per un notevole numero di vie diverse dalla comunicazione verbale e tutte impregnate di un carico emotivo. L'individuo adulto, quando analizza, continua a vedere delle situazioni statiche, ma non riesce a cogliere i processi di mutamento. Il ricercatore neurologo vede certamente la differenza cerebrale del neonato di pochi giorni dal bambino di un anno, ma non coglie le "forze intime" del mutamento sia come adattamento soggettivo, sia come segnali che giungono al bambino e le interpretazioni del bambino per mettere in atto quegli e solo quegli adattamenti. Il neurologo vede un cervello adattato, non i meccanismi dell'adattamento.

In questa situazione il bambino inizierà a perdere la comunicazione emotiva, in quanto non è più direttamente funzionale, e la comunicazione verbale inizia ad invadere tutte le sue aree del pensiero. La comunicazione emotiva continuerà, comunque, a guidare le sue azioni e le sue scelte; amore e passioni ricadranno più nella sfera delle emozioni che non nel campo della razionalità.

Avremo in questo modo un individuo che avrà coperto la sua capacità di percezione emotiva mediante la percezione della ragione e dovrà tradurre ogni percezione emotiva in comunicazione verbale. Spiegarla e giustificarla.

E' nella nascita e nei primi mesi di vita che il bambino inizia a formare il subconscio non solo come lo intendeva Freud, magazzino di esperienze rimosse, ma anche come lo intendeva Janet. Come strutture psichiche di interpretazione diverse della realtà che agiscono dentro l'individuo come vere e proprie personalità dissociate tenute lontane dalla coscienza razionale. Quell'area in cui le emozioni e le relazioni emozionali, che l'individuo ha avuto con il mondo, si accumulano frenando la crescita (problemi psicosomatici) o non ostacolando e favorendo la crescita (problemi psicosomatici molto ridotti o "psicosomatismo espansivo").

Pagine scritte nel novembre 2006

Presentate ogni giovedì in Radio Gamma5 dal giorno 07 dicembre 2006 (presenti in prima stesura sul sito federazionepagana.it).

Revisionata 13 gennaio 2015

Indice di "la formazione della percezione e la qualità dei fenomeni percepiti"

 

 

 

 

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Claudio Simeoni

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La percezione

La percezione è il modo con cui selezioniamo e facciamo nostri i fenomeni provenienti dal mondo. La percezione cresce e si modifica nell'individuo in base alle sue scelte in relazione alle sollecitazioni che riceve dal mondo. Sia da parte della Natura che da parte della società. Come la percezione dei fenomeni del mondo può essere ridotta, rispetto ad un ipotetico modello desunto dalla media sociale, così può essere ampliata in quantità e qualità anche se i limiti rimangono quelli del divenuto della specie umana. Mentre il cristianesimo riduce la percezione dell'uomo alla parola con cui il suo dio padrone ha "creato" il mondo, la Stregoneria tende ad ampliare la percezione rendendola uno strumento attivo nella pratica dell'abitare il mondo da parte dell'uomo.