Jean-Paul Sartre 1905 – 1980

Il rapporto fra coscienza e corpo
in l'Essere e il Nulla

Riflessioni sulle idee di Sartre.

di Claudio Simeoni

Il quinto volume della Teoria della filosofia aperta è in preparazione

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La relazione corpo e coscienza in l'Essere e il Nulla
Jean-Paul Sartre

La difficoltà che Sartre rileva, parlando del corpo, è che la sua coscienza, la sua coscienza razionale con cui descrive il mondo, non è in grado di essere emotivamente partecipe al suo corpo. Per Sartre la coscienza vive un distacco dal corpo e il corpo non è vissuto dalla coscienza, ma questa si rapporta col corpo come un uomo con il veicolo che guida.

Sartre parte dalla coscienza con cui pensa il corpo, il suo corpo. La coscienza è il soggetto che parla del corpo, ma Sartre non dice che cosa dice il corpo della coscienza, della sua coscienza, e come il corpo agisce per formare la sua coscienza e poterla trasformare in continuazione. Di fatto, Sartre separa la coscienza del corpo dalla coscienza dell'esserci per trasformarla in concetto ontico dell'essere.

Scrive Sartre:

La coscienza è rivelazione-rivelata degli esistenti e gli esistenti compaiono davanti alla coscienza sulla base del loro essere. Tuttavia la caratteristica dell'essere di un esistente è di non svelare se stesso in persona, alla coscienza; non si può spogliare un esistente del suo essere, l'essere è il fondamento sempre presente dell'esistente, lo si trova dappertutto e in nessuna parte, non c'è essere che non sia essere di una maniera d'essere e che non sia colto attraverso la maniera d'essere che a un tempo lo manifesta e lo nasconde. Tuttavia la coscienza può sempre superare l'esistente, on già in direzione del suo essere, ma verso il senso di questo essere. Per il che la si può chiamare ontico-ontologica, perché un carattere fondamentale della sua trascendenza è di trascendere l'ontico verso l'ontologico. Il senso dell'essere dell'esistente, in quanto si svela alla coscienza, costituisce il fenomeno d'essere.

Tratto da Sartre, Essere e Nulla, pag. 29

La coscienza, per Sartre, è rivelazione rivelata degli esistenti e gli esistenti compaiono davanti alla coscienza sulla base del loro essere.

La rivelazione è l'oggetto, il dio padrone che rivela gli esistenti, e gli esistenti si prostrano davanti alla sua coscienza che li rivela. Però gli esistenti non si prostrano completamente a quella coscienza, non rivelano sé stessi in persona.

Gli esistenti possono essere colti SOLO attraverso le loro azioni e definiti solo per le azioni che fanno perturbando il mondo in cui tale coscienza agisce. Tuttavia, la coscienza davanti alle azioni non mette in atto gli adattamenti soggettivi, ma mette in essere interpretazioni delle azioni e sollecita il corpo ad adattarsi non alle azioni degli esistenti, ma alle interpretazioni, più o meno fantasiose, delle azioni degli esistenti.

Secondo Sartre, la coscienza razionale può sempre trascendere il presente percepito e vissuto attraverso l'esercizio dell'immaginazione. Proietta sul presente ciò che ella immagina sia tale presente, sia quando deve descriverlo nel suo insieme che negli scopi delle azioni cui assiste. Per la coscienza razionale la realtà non è vissuta, ma immaginata. In questo senso la coscienza razionale trascende la realtà vissuta in un fantastico immaginato in cui pretende di conchiudere le risposte del soggetto di cui lei ne ha il controllo.

Come un dio padrone la coscienza, secondo Sartre, trasforma il fenomeno di essere, percepito dalla coscienza, in senso d'essere dell'esistente. In sostanza, al fenomeno percepito viene sostituito l'interpretazione del fenomeno da parte della coscienza.

Scrive Sartre:

Il problema del corpo e dei suoi rapporti con la coscienza è spesso oscurato dal fatto che si pone in primo luogo il corpo come una certa cosa che ha le sue leggi ed è suscettibile di essere definito dal di fuori, quando si sia raggiunta la coscienza attraverso il tipo di intuizione intima che le si ritiene propria. Se, infatti, dopo aver percepito la «mia» coscienza, nella sua interiorità assoluta, e attraverso una serie di atti riflessivi, cerco di unirla a un oggetto vivente, costituito da un sistema nervoso, un cervello, delle ghiandole, degli organi digestivi, respiratori e circolatori, la cui materia stessa è suscettibile di essere analizzata chimicamente in atomi di idrogeno, di carbonio, di azoto, di fosforo ecc., vado incontro a difficoltà insormontabili: ma queste difficoltà provengono dal fatto che tento di unire la mia coscienza non al mio corpo, ma al corpo degli altri. Infatti, il corpo di cui abbiamo tentato la descrizione, non è il mio corpo quale è per me. Io non ho mai visto né vedrò mai il mio cervello né le mie ghiandole endocrine. Ma, solo per il fatto che ho visto sezionare dei cadaveri umani, poiché ho letto dei trattati di fisiologia, ho concluso che il mio corpo è esattamente costituito come quelli che mi sono stati mostrati sul tavolo di anatomia, o di cui ho osservato le riproduzioni colorate nei libri. Senza dubbio mi si può dire che i medici che mi hanno curato, i chirurghi che mi hanno operato hanno potuto fare l'esperienza diretta del corpo che io non conosco da me solo. Sono perfettamente d'accordo e non pretendo affatto di essere sprovvisto di cervello, cuore o stomaco. Ma quello che importa, innanzitutto, è di scegliere l'ordine delle nostre conoscenze: partire dalle esperienze che i medici hanno potuto fare sul mio corpo, significa partire dal mio corpo situato nel mondo, quale è per altri. Il mio corpo quale è per me non mi si rivela nel mondo.

Tratto da Sartre, Essere e Nulla, pag. 359

Perché Sartre vuole ridurre il corpo alla dimensione della coscienza razionale?

Si tratta di un approccio culturale platonico, ebreo e cristiano che tende ad occultare i meccanismi della realtà in cui si vive per rendere l'uomo angosciato.

Una recente ricerca, di cui è stata data notizia oggi (26 febbraio 2015), afferma che una grande percentuale di uomini che si fanno cogliere da esplosioni d'ira vengono spesso ricoverati per infarti. La soluzione che i ricercatori propinano al pubblico è quella di non farsi cogliere da esplosioni d'ira per non provocare attacchi di cuore. Ma che cosa sono le esplosioni d'ira? Non sono altro che percezioni emotive della realtà che incontrano violente ostruzioni da parte della coscienza e che il corpo, il cuore, non è in grado di riassorbire riequilibrando il sistema neuro-vegetativo riadattandolo per rispondere immediatamente alla sollecitazione dell'evento esterno. La coscienza, ostruendo la manifestazione emotiva in risposta alle sollecitazioni esterne, alla sollecitazione sovrappone la propria interpretazione della realtà del fenomeno che diventa dominante proprio perché il cuore non agisce attivando prontamente i meccanismi di adattamento neuro-vegetativo.

Ne segue che gli scoppi d'ira sono sintomi di un cuore che lavora in un certo modo (se volete, malato) e non viceversa. Non si tratta di impedire all'individuo di avere degli scoppi d'ira per salvare il cuore, ma di curare il cuore, riportandolo se possibile al funzionamento, proprio per impedire gli scatti d'ira. Ma gli scatti d'ira sono manifestazione della coscienza. Sono razionalizzazioni di quella che Sartre chiama "l'essere è il fondamento sempre presente dell'esistente" solo che non vengono rivelate alla coscienza, ma trasformano l'interpretazione del mondo della coscienza razionale.

E' il cuore che rivela sé stesso, la propria condizione, alla coscienza razionale che, anziché prendere atto della rivelazione, preferisce sostituirla con l'interpretazione. L'interpretazione di quanto giunge dal cuore viene ignorato e la coscienza razionale trascendendo il fenomeno, lo sostituisce e lo annulla nella sua fantasia interpretativa. La coscienza razionale interpreta i fenomeni del mondo partendo da ciò che lei crede sia il mondo e proietta la propria fede interpretando con essa i meccanismi in cui il mondo esiste.

La credenza e la fede sono il fondamento della coscienza razionale incapace di guardare ai fenomeni del mondo e, pertanto, costretta ad interpretarli in una separazione obbligata. E' come se la coscienza razionale interpretasse il mondo guardando dalle sbarre di una finestra in una cella di prigione. L'interazione con gli oggetti, soggetti del mondo, provocano alla coscienza razionale un infinito dolore, la portano alla depressione con desiderio di annullamento.

Il corpo, definito dal di fuori dalla coscienza, è un cadavere che viene descritto in quanto materia, ma viene ignorato in quanto somma interattiva di coscienze viventi che interagendo costruiscono un meccanismo, la coscienza razionale, con cui affrontare il mondo nella forma. Ma dal momento che il mondo della forma è un mondo estraneo alla vita in cui, comunque, la vita si sviluppa separando e riconoscendo sé stessa diversa da ciò che la circonda, la coscienza razionale è uno strumento estraneo sia al mondo in cui il corpo vive sia al corpo stesso che alla coscienza si presentano muti e silenti.

La coscienza è ciò con cui parliamo, ma non è ciò con cui viviamo. Noi vivevamo prima che la coscienza razionale fosse.

Partendo dalla nostra coscienza razionale, il corpo è muto, ma anche il mondo è muto. Lo stesso linguaggio non esprime gli oggetti che afferma, ma solo la loro forma e interpreta le loro azioni partendo da ciò che già conosce.

Proprio perché la coscienza razionale è solo uno strumento del corpo per agire in un mondo di forme, la coscienza razionale non può fare altro che interpretare le forme del mondo e ridurre le azioni del mondo alla forma che la coscienza immagina. Questa immaginazione è la trascendenza della coscienza.

Immaginare la forma. Sia il corpo come forma o insieme di forme e immaginare il mondo come insieme di forme, è una attività di trascendenza della realtà da parte della coscienza razionale rispetto alla vita che partecipa al mondo attraverso interazioni emotive espresse nelle azioni come manifestazione dei bisogni del corpo.

Nel mio piede o nel mio cervello non esiste una coscienza razionale del piede o del cervello. Pertanto la mia coscienza razionale non è in grado di rapportarsi col piede o col cervello. Per contro, il mio vicino che viene a chiedermi il sale, si esprime mediante la sua coscienza razionale e la mia coscienza razionale lo intende in quanto la sua espressione appartiene ad essa.

Il mio ginocchio non chiede il sale o lo zucchero alla mia coscienza razionale perché il mio ginocchio vive al di fuori della forma ed esisteva, come entità vivente, prima che nascesse la coscienza razionale. Nonostante ciò il mio ginocchio comunica nel corpo e alcune comunicazioni sono state accolte dalla mia coscienza, come quella del dolore al ginocchio a cui tutto me stesso deve intervenire perché il dolore al ginocchio è un dolore a tutto il corpo e lo squilibrio segnalato va riequilibrato nel più breve tempo possibile. Tuttavia, il dolore al ginocchio modifica la mia coscienza, l'ordine delle priorità e le sue idee sul mondo e sull'azione necessaria nel mondo. Il mondo si rivela alla mia coscienza solo se entra in sintonia con i meccanismi razionali conosciuti dalla mia coscienza, altrimenti io ignoro ciò che esiste nel mondo, ma soprattutto alimento la fantasia con cui la mia coscienza razionale immagina il mondo.

Scrive Sartre:

E' il principio per cui la famosa «sensazione di sforzo» di Maine de Biran non ha esistenza reale. Perché la mia mano mi rivela la resistenza degli oggetti, la loro durezza o la loro mollezza, ma non se stessa. Così io non vedo la mia mano in modo diverso da questo calamaio.

Tratto da Sartre, Essere e Nulla, pag. 360

L'azione della mano agisce sulla coscienza. Sulla consapevolezza della coscienza sul come agire nel mondo. La mia mano, nella sua azione, determina la formazione del giudizio razionale. Lo sforzo può non essere un oggetto e non avere una esistenza reale ma ha il potere di costruire la coscienza. La mano costruisce la mia coscienza, il calamaio no!

Scrive Sartre:

D'altra parte, quando tocco la mia gamba, o quando la vedo, la supero verso le mie possibilità: per infilare i pantaloni, per esempio, o per rifare la medicazione sulla mia ferita. Certo io posso, nello stesso tempo, disporre la gamba in modo da poter più comodamente «operare» su di essa. Ma questo non cambia niente al fatto che la trascendo verso la pura possibilità di «guarirmi», e che di conseguenza, le sono presente, senza che essa sia me né che io sia lei. E ciò che io faccio essere così, è la cosa «gamba», non la gamba come possibilità che io sono di camminare, di correre, o di giocare a football. Così, nella misura in cui il mio corpo indica le mie possibilità nel mondo, il fatto di vederlo, di toccarlo, significa trasformare le possibilità che sono mie in possibilità-morte. Questa metamorfosi deve implicare necessariamente una cecità completa riguardo a ciò che è il corpo in quanto possibilità vivente di correre, di ballare ecc. E, certamente, la scoperta del mio corpo come oggetto è anche una rivelazione del suo essere. Ma l'essere che mi si è così rivelato è il suo essere-per-altri. Che questa confusione porti a delle assurdità è ciò che si può chiaramente vedere a proposito del famoso problema della «visione capovolta». è nota la domanda che pongono i fisiologi: «Come possiamo raddrizzare gli oggetti che si imprimono capovolti sulla nostra retina?». è pure nota la risposta dei filosofi: «Il problema non esiste. Un oggetto è diritto o capovolto in rapporto al resto dell'universo. Percepire tutto l'universo capovolto non significa niente, perché bisognerebbe che fosse capovolto in rapporto a qualche cosa». Ma ciò che ci interessa particolarmente, è l'origine del falso problema: il fatto, cioè, che si è voluto legare la mia coscienza degli oggetti al corpo dell'altro. Ecco la candela, il cristallino che serve da lente, l'immagine capovolta sullo schermo della retina. Ma, precisamente, la retina rientra qui in un sistema fisico, è uno schermo e null'altro; il cristallino è lente e solo lente, entrambi sono omogenei, nel loro essere, alla candela che completa il sistema.

Tratto da Sartre, Essere e Nulla, pag. 360 - 361

L'esempio della retina e dell'immagine capovolta è una questione interessante. Il corpo abita e percepisce il mondo. Il corpo si relaziona col mondo. Il corpo costruisce la sua coscienza. Il corpo elabora i segnali del mondo. Il corpo, mediante l'elaborazione dei segnali del mondo, produce una coscienza funzionale ad interpretare la forma degli oggetti del mondo, ma non funzionale a percepire il corpo che vive e abita nel mondo.

E' la coscienza razionale che viene prodotta dal corpo e non è la coscienza che "abita il corpo".

Il fatto che la scienza dimostri che il meccanismo, il cadavere, della percezione delle immagini del mondo fissa sulla retina delle immagini capovolte, dal momento che noi pensiamo quelle immagini "dritte", la scienza può ipotizzare l'esistenza di un meccanismo che regoli la descrizione di quelle immagini coerenti con la forma e la loro posizione nello spazio.

Ma il meccanismo che percepisce il mondo delle immagini, l'occhio, è parte di un corpo vivente che ha modificato sé stesso in miliardi di anni e anche se nel momento stesso in cui è venuto in essere quel meccanismo del corpo che chiamiamo occhio, nel momento che questo meccanismo si è fissato nella specie, tutto il corpo di quella specie si è modificata per usare questo meccanismo in maniera coerente; altre specie della Natura lo usano con coerenze diverse. La stessa coscienza esistenziale dell'insieme vivente che chiamiamo "occhio" cambia da specie a specie per effetto dei diversi adattamenti delle specie. La coscienza razionale che descrive gli oggetti non è più la coscienza razionale che descriveva gli oggetti per quel corpo prima che nascesse questo organo, ma è una diversa coscienza che percepisce la forma, in quel modo, e regola la relazione fra un corpo, percepito come forma, e il mondo percepito come forma. Ma la coscienza della forma è cambiata ad ogni modificazioni dell'occhio e dell'insieme di cui l'occhio è parte. E così tutto il corpo, con tutti gli altri meccanismi, si adatta affinché la percezione della forma del mondo sia coerente alle necessità esistenziali del corpo.

Il sopra e il sotto non lo determina il corpo che percepisce il mondo, ma il mondo in cui il corpo è venuto in essere. La gravità terrestre è un elemento alla quale i viventi si sono adattati e attraverso la quale hanno costruito le loro strategie esistenziali e la loro coscienza razionale.

Il cadavere, il corpo dell'altro, non è il mio corpo che ha prodotto la mia coscienza e la mia coscienza, come strumento del corpo, è trasformata continuamente dalle attività del mio corpo. Dalla sua azione. Dalle sue relazioni: il corpo non usa la coscienza razionale nell'orgasmo dell'atto sessuale. Il corpo non usa la coscienza razionale quando deve scegliere ed agire nell'impellenza del momento. Per un attimo, un solo attimo, la coscienza esistenziale che il corpo ha forgiato fin da quando essere unicellulare si muoveva nel brodo primordiale, prende il sopravvento e cancella la coscienza razionale. In quel momento la coscienza razionale è sospesa ed entrate nella vita, nel corpo cosciente. Solo che quell'entrare nella vita è tanto estraneo alla coscienza razionale che la coscienza razionale non è in grado di fermare quella percezione in una forma e, pertanto, si ferma alla sensazione dell'estasi emotiva.

Quando io affermo il corpo come oggetto, è solo perché, educazionalmente, sono stato indotto a costruire una gerarchia in cui la coscienza razionale ha preso il predominio su di me e distinguo la coscienza razionale con cui parlo dal corpo che esprime la mia vita. Educazionalmente ci si è separati dal corpo al punto tale da non permettere l'arrivo alla coscienza di sensazioni che non siano riferibili o alle forme del mondo o a oggetti della sua fantasia con cui risolve le condizioni del mondo che non rientrano nelle forme (tipo, il dio creatore). Quando affermo il corpo come oggetto, il corpo non parla più alla coscienza e anche quando il corpo invia segnali la coscienza non si turba né si modifica per rispondere a quei segnali. Da qui l'insorgenza di adattamenti del corpo che vengono identificati in stati psichici come nevrosi, psicosi, depressione, paranoie e forme schizoidi in cui l'idea di una realtà immaginata si sostituisce all'analisi della realtà vissuta non solo mediante la forma, ma soprattutto con un corpo che percepisce ed elabora le sollecitazioni del mondo.

La coscienza razionale non è più lo strumento costruita dal corpo pronta a modificarsi per rispondere alle sollecitazioni del corpo e del suo abitare il mondo, ma come un parassita, la coscienza razionale ha invaso ogni anfratto del corpo, ha preso il possesso delle sue membra e dei suoi organi che ora devono obbedire alla forma imposta dalla coscienza razionale e dai fantasmi che ha costruito per spiegare i meccanismi del mondo e della vita. Così la gamba non è più un organo con cui palpare il mondo e scambiare sensazioni, ma è l'organo per camminare. Lo stomaco serve a digerire e il cervello nello stomaco non viene più ascoltato. Il cervello non è il soggetto che si plasma alle sollecitazioni del mondo ma viene fissato nella forma in cui la coscienza razionale pensa debba essere per garantire il proprio dominio sul corpo. La coscienza esistenziale viene silenziata, costretta nel profondo, annichilita.

Così la coscienza razionale, che quand'eravamo bambini si modificava continuamente alla modificazione del corpo e all'acquisizione di esperienza, diventa il dominatore del corpo che impedisce ogni trasformazione possibile obbligando il corpo ad aderire alle sue "verità", alle sue fantasie di una realtà immaginata, finendo per far ammalare il corpo rendendo difficoltoso e inappropriato il suo abitare il mondo.

Scrive Sartre:

Abbiamo dunque deliberatamente scelto il punto di vista fisico, cioè il punto di vista del di fuori, dell'esteriorità, per studiare il problema della visione; abbiamo considerato un occhio morto in mezzo a un mondo visibile per renderei conto della visibilità di questo mondo. Perché meravigliarci, poi, che a questo oggetto la coscienza, che è interiorità assoluta, rifiuti di lasciarsi legare? I rapporti che io stabilisco tra un corpo di un altro e l'oggetto esteriore sono dei rapporti realmente esistenti, ma hanno come essere l'essere del per-altri; presuppongono un centro di riferimento intramondano, la cui conoscenza è una proprietà magica della specie dell' «azione a distanza». Fin dal principio, si pongono nella prospettiva di altri-oggetto. Se dunque vogliamo riflettere sulla natura del corpo, bisogna stabilire un ordine delle nostre riflessioni che sia conforme all'ordine dell' essere: non possiamo continuare a confondere i piani ontologici, e dobbiamo esaminare successivamente il corpo come essere-per-sé e come essere-per-altri; e per evitare delle assurdità del genere della «visione capovolta», entreremo nell' ordine di idee che questi due aspetti del corpo, essendo su due piani d'essere differenti e non comunicanti, sono irriducibili. Tutto l'es- sere-per-sé deve essere corpo, e tutto deve essere coscienza: non può essere unito a un corpo. Similmente l'essere-per-altri è tutto corpo; non ci sono «fenomeni psichici» da unire al corpo; non c'è niente dietro il corpo. Ma il corpo è tutto «psichico». Sono questi i due modi d'essere del corpo che studieremo ora.

Tratto da Sartre, Essere e Nulla, pag. 361 – 362

Sartre non ha scelto il punto di vista fisico, ma ha scelto la coscienza pensante per analizzare il corpo fisico. Ha scelto il punto di vista della parola che descrive anziché il punto di vista del corpo che vive.

La coscienza razionale pensa il corpo come un cadavere da sezionare e la sezionatura del cadavere lo chiama corpo. Solo che la coscienza razionale è separata dal corpo in quanto il corpo non parla alla coscienza razionale e la coscienza razionale non può rispondere al corpo.

L'affermazione di Sartre secondo cui la coscienza è l'interiorità assoluta, va condannata come affermazione aberrante. Falsa. Ripugnante.

L'interiorità assoluta di un corpo è il corpo.

L'interiorità assoluta di un corpo non sono le gambe; non è il cuore; non è il cervello; ma il corpo nel suo insieme che risponde alle sollecitazioni del mondo e sollecita il mondo a rispondere alle sue sollecitazioni.

Se l'occhio parlasse alla coscienza, la coscienza non sarebbe separata dall'occhio. Ma l'occhio agisce nelle immagini e la coscienza nelle parole. Solo quando le immagini vengono descritte nella forma, allora entrano nella coscienza. Ma nella coscienza entrano le immagini, non l'occhio o le sue cellule che si riproducono nelle loro strategie d'esistenza esercitando la loro coscienza esistenziale.

Dopo di che io posso osservare mediante la coscienza le relazioni fra il corpo di un altro e un oggetto e, come il dio padrone seduto sulla montagna, emettere il giudizio sulla relazione fra i due corpi che sono altro da me. Relazione che individuo mediante la forma e sui quali proietto la mia fantasia non per descrivere le azioni che vengono messe in atto nella relazione, ma per significare quella relazione. Io, con la coscienza razionale, dio-giudice spettatore di un mondo dal quale sono separato.

Quando si parla del proprio corpo vivente, non esistono piani ontologici perché ciò che io come corpo mi rappresento nel mondo sono tutto ciò che sono qualunque azione una qualunque parte del mio corpo compia.

Il corpo vivente è sempre un essere per sé.

Non può essere altro che un essere per sé se non quando un dio padrone lo riduce alla schiavitù trasformandolo in oggetto di possesso.

Sartre dice che per non incorrere in fraintendimenti quando io parlo del mio corpo tutto deve essere corpo e tutto deve essere coscienza mentre, quando parlo del corpo di altri, parlo solo del corpo perché non c'è nessuna relazione con i suoi fenomeni psichici. Quando parlo di me tutto il corpo è coscienza e la coscienza è il corpo, mentre devo pensare al corpo di altri come un corpo fisico anche se ogni corpo è psichico.

Io penso me stesso il giorno in cui sono uscito dalla vagina di mia madre e la coscienza razionale non era. Avevo la coscienza del corpo vivente. Il corpo esprime una coscienza come espressione della necessità di espansione, ma quella coscienza non è presa in esame da Sartre perché a lui non interessa il corpo vivente cosciente, a lui interessa la coscienza razionale che fissa la separazione fra sé e il corpo.

Se Sartre fosse stato torturato, avrebbe provato l'esperienza del ritrarsi della coscienza razionale. La tortura del corpo annulla la coscienza razionale e ciò che affiora è il corpo vivente. Quel corpo vivente che per affrontare il mondo ha costruito, attraverso il proprio abitare il mondo, la coscienza razionale allo stesso modo con cui per defecare costruisce le condizioni affinché nasca la flora batterica. La tortura modifica la coscienza razionale. La destruttura rendendola incapace di controllare il corpo sofferente. Ciò che è destrutturato mediante la tortura non si può più ricomporre. Quella coscienza razionale muore. Solo quando si modifica la situazione oggettiva e la tortura cessa, la coscienza esistenziale del corpo inizia a ricostruire una nuova e diversa coscienza razionale. Il corpo vivente è un corpo vivente al di là della coscienza razionale. Il corpo vivente genera continuamente una nuova coscienza razionale ad ogni esperienza vissuta; ad ogni sonno; ad ogni insorgenza emotiva. Ad ogni destrutturazione cella coscienza, questa muore e viene ricostruita: dopo ogni mattino al risveglio, dopo ogni amplesso e dopo ogni coinvolgimento emotivo del corpo nelle relazioni col mondo. Così il neonato diventa bambino, fanciullo ed adulto.

La coscienza razionale è funzionale a definire il mondo mediante la forma e la descrizione. Forma e descrizione che nella specie umana si riassumono nella parola. Il corpo che ha prodotto la coscienza razionale non l'ha prodotta mediante le parole, ma l'ha prodotta mediante la percezione del mondo al quale ha adattato ogni tensione, ogni pulsione, ogni relazione fra cellula e cellula e ha organizzato quella coscienza in modo tale da servirgli da strumento con cui abitare il mondo. Uno strumento che obbedisce alle sollecitazioni del corpo che percepisce il mondo e modifica le proprie pulsioni sia in funzione delle sollecitazioni del mondo sia in funzione di propri bisogni per esistere nel mondo.

La coscienza razionale umana, traducendo tutto in parole, tende ad annullare tutta la comunicazione del corpo verso di lei per imporre al corpo la propria visione della realtà. Una realtà alla quale costringe il corpo ad adeguarsi.

Quando la comunicazione fra corpo e coscienza si annulla, la coscienza razionale cessa di modificarsi. Cessa di adattarsi alle nuove percezione della realtà e le necessità espresse dal corpo nella percezione della realtà cortocircuitano su sé stesse producendo bisogni insoddisfatti e portando il corpo ad ammalarsi. Il corpo, che ha prodotto la coscienza razionale, muore per l'attività di dominio che la coscienza razionale esercita sul corpo impedendogli di inviarle segnali ai quali dovrebbe rispondere riadattandosi e modificandosi.

Il corpo continua a modificare la propria coscienza razionale usando il sonno e l'amplesso sessuale che portano alla disgregazione della coscienza e alla successiva riaggregazione su un diverso piano di esperienza e conoscenza.

Se si prende a martellate un corpo vivente, si modifica la sua coscienza. Si modifica il suo modo di guardare il mondo rispetto a prima che venisse preso a martellate. Ma le martellate non vengono date allo spirito, ma al corpo fisico che non si limita a "essere unito a un corpo", ma è il corpo che usa la coscienza razionale. L'approccio fra coscienza razionale e corpo vanno invertiti. L'accento va messo sul corpo che abita il mondo e non sulla coscienza che è un prodotto del corpo che abita il mondo.

L'affermazione di Sartre:

Tutto l'essere-per-sé deve essere corpo, e tutto deve essere coscienza: non può essere unito a un corpo. Similmente l'essere-per-altri è tutto corpo; non ci sono «fenomeni psichici» da unire al corpo; non c'è niente dietro il corpo. Ma il corpo è tutto «psichico». Sono questi i due modi d'essere del corpo che studieremo ora.

Merita una riflessione particolare.

Il mio corpo è divenuto senza coscienza razionale per oltre un miliardo di anni di trasformazioni della specie cui appartengo. Dunque, io non posso pensare che esista un corpo e una coscienza con cui considero me stesso. Indubbiamente io ho la coscienza razionale di me stesso, ma la coscienza razionale di me stesso è innestata, germina, si produce, da un'altra coscienza propria del corpo e che non ha nulla di razionale. Una coscienza che agisce nel mondo rispondendo alle azioni del mondo, una coscienza che costruisce relazioni emotive con ogni soggetto vivente del mondo. Tutte relazioni che la coscienza razionale può intuire, ma non definire. Il sentimento che emerge dentro di me e che giunge come tensione o come sensazione alla coscienza razionale e che la coscienza razionale cerca di interpretare proiettando su di esso il proprio conosciuto, non nasce dal nulla, ma asce da relazioni intime che il mio corpo intrattiene con i soggetti che agiscono e usano le loro emozioni nel mondo e dalle quali la mia coscienza razionale è separata.

Ora, io non posso pensare che il corpo che mi sta davanti, come dice Sartre, sia solo un corpo fisico. Devo pensarlo come una consapevolezza d'insieme che agisce nel mondo e che attraverso le sue azioni manifesta un complesso pulsionale con cui io mi relaziono. Che la mia coscienza razionale tenti di vedere l'altro come un corpo fisico privo della sua coscienza è una scelta della mia coscienza razionale, ma le sollecitazioni che alla coscienza razionale giungono dalla mia coscienza esistenziale dicono che quando io assito o vivo o mi relaziono con un corpo nel mondo costruisco delle relazioni emotive il cui risultato giunge alla coscienza razionale. Che poi la mia coscienza razionale sia agile e pronta ad adattarsi e modificarsi in base alle sollecitazioni di quel segnale o sia rigida nel suo tentativo di dominio su di me e annulli quel segnale, lo ignora o lo cancelli interpretandolo con le sue fantasie, è una questione che appartiene al mio personale divenuto.

Ma io non percepisco l'altro solo come corpo, ma come agente che agisce nel mondo in cui vivo.

Lo schema proposto da Sartre non è diverso dalla proposta dell'ideologia delirante di Platone. Io sono dio, dice Platone, coscienza e corpo che parlano del demiurgo perché il demiurgo, il creatore del mondo, è ciò che io voglio che sia. Tu, scarafaggio della vita, dice Platone, sei solo corpo. Certo, dice Platone, come scarafaggio io ti concedo l'anima, ma io sono la coscienza che pensa il demiurgo creatore dell'universo e dunque io sono corpo e coscienza mentre tu sei solo corpo a cui ho concesso l'anima: ti ho concesso di essere un "corpo psichico" ma per quel che mi riguarda sei solo carne con cui gli avvoltoi possono pasteggiare.

In questo schema Sartre ha riproposto il meccanismo del delirio di onnipotenza in cui la coscienza razionale che descrive il mondo è la padrona del mondo e tutto il mondo un gradino sotto a tale coscienza.

Uscire dallo schema proposto da Sartre (perché è di Sartre che stiamo parlando) si chiama "Toglierci dal centro del mondo" e consiste nell'iniziare a spostare l'attenzione dalla forma del corpo che abbiamo davanti alle azioni per spostarla poi alla relazione emotiva.

La cosa che più colpisce è che se io penso all'altro come corpo e non come sistema pulsionale, lo penso come cadavere e non come corpo vivente. Se penso all'albero come forma ho un atteggiamento nei confronti dell'albero, ma se penso all'albero come coscienza, come corpo pulsionale, cambio il mio atteggiamento razionale nei confronti dell'albero. Apro, di fatto, la mia coscienza razionale alle sollecitazioni provenienti dalla mia coscienza esistenziale che attraverso il mondo emotivo e il mondo del tempo comunica attraverso input alla mia coscienza razionale costringendola a modificarsi comprendendo e fagocitando quegli input.

Ovvio che in campo filosofico io debbo argomentare la relazione fra coscienza esistenziale e coscienza razionale, ma non posso negare la coscienza esistenziale se non negando aprioristicamente la vita stessa.

Alla fin fine, io sono ciò che faccio. E ciò che faccio è attività di un corpo che agisce nel mondo attraverso una coscienza che adatta sé stessa all'agire del corpo. Se mi rinchiudo nella coscienza razionale, posso non vedere l'agire del mio corpo e costringere l'agire del mio corpo entro schemi morali o etici, entro modelli definiti dalla coscienza razionale, in cui circoscrivere preventivamente la mia azione. Ma nel far questo cambio la relazione fra corpo e coscienza razionale. Uccido, di fatto, la mia coscienza esistenziale per sottometterla alla forma e in quel momento il mio corpo risponde con la malattia mentale e con le malattie psicosomatiche fino alla sua distruzione.

Questi sono i presupposti della relazione fra corpo e coscienza che utilizzerò per commentare le idee di Sartre. Anche se Sartre dice che "tutto il corpo è psichico" di fatto separa il psichico dal corpo in una prospettiva in cui il corpo è un cadavere e procede separando il mezzo d'azione, la coscienza razionale, le gambe, il cuore, il cervello, dal corpo stesso. Come se il corpo fosse creato dal dio padrone e non fosse divenuto per trasformazione e sedimentazione in miliardi di anni.

Marghera, 27 febbraio 2016

NOTA: utilizzato:

Jean Paul Sartre, L'Essere e il Nulla editore il Saggiatore 2002

vai indice del sito

La Religione Pagana

riflette sul

pensiero filosofico che

costruisce schiavitù o libertà

Quinto volume della

Teoria della Filosofia Aperta

Vai all'indice della Filosofia Aperta

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.