Giandomenico Romagnosi (1761 - 1835)

Studiare i principi attraverso cui si applica una Costituzione

Riflessioni sulle idee di Romagnosi.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

Decima parte

La necessità dello studio dei principi attraverso cui si applica una Costituzione.

Le riflessioni di Romagnosi sono molto vicine alle riflessioni di Robespierre e le necessità di individuare le ragioni per le quali una Costituzione non solo deve essere fatta, ma fornita di grandi mezzi di difesa, sono estremamente precise. Osservazioni dettate dall'esperienza di un dispotismo che oggi vediamo ben rappresentato nelle azioni di Silvio Berlusconi, Giorgio Napolitano e Mario Monti. Azioni che alimentano la pulsione dell'attesa messianica che si trasforma in una valanga di consensi per un comico che appare come un novello "salvatore" attraverso quel meccanismo dell'inganno emotivo che davanti agli spettatori trasforma l'attore in profeta. Dove la realtà virtuale semplifica la realtà quotidiana e si trasforma in una condizione immaginifica. C'è sempre qualcuno, educato nella miracolistica cristiana, che parte per una "marcia su Roma" immaginando "mari de' tocio e montagne de' polenta" e deridendo chi cade dalle impalcature.

I problemi della gestione delle masse, quando queste sono formate da individui che hanno rinunciato ad un futuro in funzione di desideri irrealizzabili in un presente angosciante, sono una costante che si ripete ad ogni generazione.

Il "dopo avverrà"! Diventa la carota degli incapaci che "ora distruggono". Ciò che viene distrutto sono diritti sociali, diritti economici, diritti alla sopravvivenza. Diritti sacrificati in funzione di un progetto di autodistruzione collettiva a beneficio della riaffermazione di un potere di dominio illegale e impunito che fa del possesso di cittadini trasformati in schiavi la fonte della propria sopravvivenza.

Il presente quotidiano cannibalizza il futuro possibile.

Si tratta di una condizione ben presente in Giandomenico Romagnosi che a pag. 879 - 880 scrive:

La ragione costituzionale tanto sociale quanto governativa si presenta qui come una grand'arte fisico-morale, poichè sì nell'una che nell'altra si tratta di fare e non propriamente di sapere. Ma siccome è impossibile di ben operare senza ben sapere, così egli è necessario di ricercare le fonti della ragione costituzionale per assegnare i dettami pratici della medesima. Eccoci pertanto risospinti ad indagare i principii di fatto e di ragione di lei, ad esporne tutto il tenore e a dimostrarne tutta la verità. A chi non è versato nella lettura delle opere dei pubblicisti; a chi non ha posto mente alle discussioni parlamentarie di molti paesi; a chi non sono caduti sotto gli occhi molti scritti politici, ed a chi finalmente non fu dato di formarsi un certo criterio sulle cose pubbliche sembrerà non essere necessario di salire fino alle fonti della scienza della cosa pubblica per derivarne indi massime inconcusse di diritto e di politica. Io sarei ben contento di poter risparmiare ai miei lettori un lungo viaggio ed a me stesso penose disquisizioni. Ma ditemi, ne possiamo noi far di meno? Se la peste distribuisse pensioni e decorazioni, la peste avrebbe apostoli e difensori, disse taluno. I difensori del dispotismo, non hanno forse per loro scrittori, prigioni ed eserciti? Che cosa hanno per loro i difensori del popolo, fuorchè il potere della parola? So che la parola, quando possa uscire intiera e colla sua possanza, può muovere o almeno dirigere il braccio illuminando la testa; ma so del pari che il braccio, non vien diretto ad un sol punto se ad un sol punto la mente non è rivolta. Il peccato capitale della moltitudine è la discordia delle operazioni derivante dalla discordia delle opinioni. Ma come sarà mai possibile una concordia di opinioni nella moltitudine, se non vi sia concordia di opinioni fra i maestri? Ora questa concordia fra i maestri di pubblico diritto esiste forse in Europa?

Non si tratta di concordia o di discordia, si tratta di centri di potere mafioso. Lobbies di potere che curano loro specifici interessi non contrastate da interessi sociali che guardano ad un futuro possibile.

I cittadini, le masse, sono le loro prede.

Prede che devono essere inconsapevoli delle leggi, delle norme, dei diritti, delle prerogative. Continuamente sotto ricatto e angosciate dalla precarietà delle loro condizioni di vita.

I cittadini di una nazione non sono economicamente o giuridicamente tutti uguali. Per educazione tendono a costituirsi in aggregati di natura economica o sociale per tutelare quelli che pensano siano i loro specifici interessi. Perdendo di vista l'insieme comune in cui i loro specifici interessi si muovono e finiscono per distruggere i loro stessi interessi.

Quando, fra il 1990 e il 2005 i commercianti e gli artigiani con le loro associazioni economiche fecero guerra agli operai e ai loro sindacati al fine di garantirsi potere politico e privilegi economici, non vollero vedere che la loro azione non avrebbe solo danneggiato gli operai come dipendenti che venivano costretti ad un precariato massiccio, ma gli stessi artigiani e gli stessi commercianti che iniziarono a fallire massicciamente fra il 2008 e il 2013 per il crollo dei consumi e della richiesta di prestazioni artigianali.

Non sono stati forse gli stessi difensori del dispotismo, da Silvio Berlusconi a Mario Monti, da Giorgio Napolitano a Beppe Grillo, che hanno istigato la distruzione della società civile attraverso scelte e propaganda messianica?

Propaganda messianica per sé stessi e propaganda apocalittica per chiunque tentasse di affrontare i problemi del paese. Il dispotismo si avvale del controllo dei mezzi di informazione che manipolano progetti e intenzioni.

Affinché il cittadino esca dalle idee indotte dalla propaganda dispotica che gioca fra messianesimo e apocalisse è necessario un grande lavoro di analisi culturale. Conoscere i dibattiti, la società in cui si vive, gli effetti di ogni scelta politica e sociale, le esperienze dei vari paesi. Quante persone, fra quelle che salgono sulle impalcature o che entrano nell'acqua per trapiantare il riso, o che si bruciano i piedi nelle fonderie, che fanno la raccolta dei pomodori, sono in grado di fare un'analisi culturale socio-economica della situazione generale della nazione in cui vivono?

La lotta impari che Giandomenico Romagnosi vede fra il potere del dispotismo che usa eserciti e galere è ben più impari se Romagnosi avesse saputo che il dispotismo disponeva e dispone di un'arma ben più micidiale: il controllo della formazione dell'infanzia. Ed è quel controllo che Reich indicherà come "peste emozionale" e che in Romagnosi vorrebbe suonare come esempio dell'assurdo:

Se la peste distribuisse pensioni e decorazioni, la peste avrebbe apostoli e difensori, disse taluno.

La peste distribuisce privilegi e regalie. La peste emozionale separa i singoli individui dalla società in cui vivono inducendoli ad anteporre un'idea personale di privilegi all'idea di una società che garantisca possibilità a tutti. Il dispotismo è separazione dell'individuo dalla società. Una società è formata da molti aggregati culturali, territoriali, economici o sociali. Quando questi aggregati diventano centri di potere antagonisti all'insieme della società diventano mezzi d'uso del dispotismo il cui unico scopo è l'annientamento dei diritti Costituzionali della società.

Scrive Giandomenico Romagnosi a pag. 880:

Quattro scuole si disputano oggidì il primato intorno alle dottrine di pubblico diritto. La prima la chiamo favolosa, la quale per dare la teoria dei pubblici diritti immaginò uomini selvaggi che si uniscono e rinunziano ad una così detta naturale indipendenza per acquistare civiltà. Questa scuola fu specialmente nel passato secolo molto in voga presso i francesi. La seconda scuola si può appellare positiva; la quale non ricorre a principii di ragione ma a quelli di fatto e fa uso di finzioni e di supposizioni per conciliare il fatto col diritto. Presso gli inglesi domina questo modo nel quale lo spirito del lettore sente costantemente un urto morale. La terza scuola si può dire trascendentale, nella quale i maestri o vi conducono fuori del mondo per trovare la pietra nascosta del diritto e poi rientrano in esso per contrastare colla politica, senza accorgersi che colle loro meschinerie trascendentali o disciolgono la scienza o la rendono insopportabile. Presso i tedeschi domina in oggi questa maniera. La quarta scuola chiamar si può la teologica, perchè fa derivare ogni ragion pubblica da Dio e però colla rivelazione partecipa colla ragione positiva, e colla natural religione partecipa colla filosofica.

Romagnosi individua quattro scuole di pensiero che disputano attorno al diritto pubblico. Grosso modo quelle quattro scuole agiscono anche oggi ed ognuna di esse ha messo a punto nuove e diverse strategie mediante le quali appropriarsi del controllo ideologico della società civile.

La "favolosa" è quella scuola secondo cui gli uomini hanno, per dirla alla Freud, barattato "un po' di libertà per un po' di sicurezza" dando origine alla società. E' la teoria del cattolicesimo francese che costruisce una sorta di "evoluzione" partendo dalla creazione di dio dell'uomo e del mondo. Questa scuola di pensiero agisce ancor oggi ed è manifestata dai politici italiani che hanno ritenuto di barattare la sicurezza del lavoro dipendente con un aumento delle assunzioni. Il risultato è la distruzione della struttura sociale mediante la distruzione della sicurezza del lavoro. E' l'ideologia di Marco Biagi, fatta propria dai politici italiani, il cui risultato è la distruzione del lavoro, trasformato in precariato assoluto, e poi dell'intera società attraverso una compressione dei consumi e delle entrate economiche dello Stato.

La scuola sociale "favolosa" indica la via dell'annientamento: se si elimino i barboni e i pezzenti, si garantisce la sicurezza. Così è stato per secoli fino al 1936 in cui, per le olimpiadi di Berlino, si rastrellarono tutti i poveri e i mendicanti inaugurando una nuova era di genocidio.

Questa scuola, che favoleggiava l'espansione del benessere sociale attraverso la distruzione della sicurezza dei diritti acquisiti dai cittadini, ha finito per fungere da grimaldello con cui disarticolare l'articolo Uno della Costituzione Italiana e, con esso, la stabilità sociale.

La scuola "positiva" che Romagnosi attribuisce alla scuola inglese è quella scuola sociale in cui si pensa che i rapporti di forza nella società coincidano con una specie di diritto naturale o diritto divino. Ciò che è, è ciò che deve essere e il sistema giuridico e Costituzionale deve sancire il presente senza prospettare una mutazione del presente e senza pretendere di individuare le cause e i rapporti che hanno costruito le relazioni sociali in questo presente.

Non è l'idea di un futuro che condiziona i costituzionalisti che agiscono nel presente, ma i costituzionalisti devono proiettare il presente a guardia di ogni futuro possibile. E' l'idea positivista che nella sua filosofia annulla la dimensione tempo e trasformazione.

L'idea positivista viene applicata ad ogni cambiamento sociale e Costituzionale. Agendo nella società civile tende a ricondurre ogni cambiamento allo stato precedente. Costringe i cittadini a grande sofferenza nel vedere negati i diritti Costituzionali acquisiti. In Italia la dimensione positivista ha agito nelle sfere Istituzionali per negare la Costituzione Italiana ai cittadini. Ad una Costituzione Democratica le Istituzioni hanno contrapposto un'interpretazione assolutista attribuendo a sé stesse i diritti Costituzionali, ma privando degli stessi i cittadini. In questo modo le Istituzioni hanno costruito una situazione di guerra civile in cui i cittadini dovevano riaffermare i diritti Costituzionali che le Istituzioni negavano loro. Col tempo, nuovi e diversi cittadini hanno occupato ruoli Istituzionali riportando la Costituzione più vicina ai cittadini pur negando, nelle situazioni contingenti, il diritto di rivendicarne i principi.

Per l'idea positivista il futuro deve essere piegato al presente perché la realtà è ciò che si pensa oggi e non nei processi dinamici di trasformazione che hanno determinato l'oggi.

La scuola di diritto sociale trascendentale, individuata da Romagnosi, è la scuola dello "sfascio del presente" in funzione di un immaginifico stato modello. E' la società pensata dai romantici in cui l'idealità immaginata si sovrappone alla realtà vissuta. Si tratta di un modello cristiano in cui la dimensione sociale è "voluta da dio" e agli uomini è demandato il compito di imporla negando la realtà vissuta e i suoi processi di trasformazione. I processi storici di trasformazione sociale non rientrano nella mente del dio padrone in quanto, la mente del dio padrone, è al di fuori della storia e dei processi di trasformazione vissuti dagli uomini. E' la logica secondo cui il presente Costituzionale non va salvaguardato in funzione di un futuro possibile, ma il futuro immaginato va sovrapposto al presente rompendo, di fatto, tutti i processi di trasformazione. Da qui le Costituzioni date da dio o dal re o da emissari al di fuori della società che si calano sui bisogni dei cittadini e pretendono che i cittadini si pieghino ai loro bisogni.

E' la logica dei "dieci comandamenti" in cui il padrone, con tali leggi, sancisce il suo essere il padrone delle persone e pretende che le persone violentino la loro struttura pulsionale affinché si adeguino ad essere i suoi servi.

Tutti questi modelli sono riassumibili nel quarto modello di Costituzione individuato da Romagnosi, quello teologico. Tutto deriva dal dio padrone. Come nella scuola trascendentale, solo che mentre la scuola trascendentale può comprendere enti diversi dal dio padrone, ma sempre al di fuori della società, la scuola teologica fa del dio padrone l'unico depositario della Costituzione. In sostanza, una Costituzione che sancisca la monarchia assoluta o la dittatura moderna (che sono la stessa cosa). La rivelazione di dio diventa l'idea positivista, l'idea liberale, di un presente immodificabile perché voluto da dio e comprende l'idea sociale favolistica incarnata nella città di dio o nell'utopia di Tommaso Moro.

Tutte queste scuole, questi modelli di diritto sociale, hanno un solo scopo: quello di delegittimare i cittadini. Quello di legittimare la schiavitù di questa o quella struttura istituzionale.

Questa è la realtà che stiamo vivendo oggi in Italia dove la nostra Costituzione, negata nella sua applicazione da magistrati che hanno nell'assolutismo rappresentato dal crocifisso il loro modello ideologico, viene svilita ed offesa dall'informazione e dalla propaganda politica accusata di inefficienza e di inattualità.

Scrive Giandomenico Romagnosi a pag. 879-880:

Havvene una quinta più praticata che avvertita la quale deducendo i suoi dettami dalle leggi reali e costanti della natura ed associando la religione, come sanzione, appellar si potrebbe scuola filosofica; ma essa abbisogna ancora d'esser ben sviluppata e propagata per apportare tutto il frutto di cui è feconda. Senza la storia naturale della società, senza la cognizione della politica filologia, senza la scienza della vita degli stati, non si possono stabilire i veri principii regolatori degli uomini e dei governi. Quando manchino questi lumi, egli è molto meglio far valere le inspirazioni di una buona coscienza e il senso comune dell'equità, che far giuocare le astrazioni mutilate' di una cachetica o esaltata filosofia. Havvi un gusto morale, come havvi un gusto pittorico, un gusto musicale, un gusto poetico. Le popolazioni di buon cuore e di una squisita sensibilità lo sentono senza avvertirlo. Per esso il senso pieno, morale e politico non rimane soddisfatto coi rottami o cogli scheletri creati a stento o subitaneamente da gelati o saltellanti cervelli. Uomini dotati di moral gusto non vi sanno dar ragione del loro disprezzo per tutte queste produzioni barocche; ma essi sanno guardarsi dalle illusioni e dalle stravaganze. Verrà il tempo della maturità del sapere ed allora spiccheranno quel volo che gli altri sognarono d'aver fatto.

L'illusione illuminista si dispiega in tutta la profezia romagnosiana. Le persone non sono create, né lo studio, in quanto studio, modifica il sentimento delle persone che costituisce un legame perenne con l'oggetto della loro dipendenza emotiva. La razionalità è l'effetto della scelta delle persone, non la guida.

Non si ha un "gusto morale", né un "gusto artistico", ma si esprime il proprio divenuto mediante le proprie predilezioni che diventano "gusto" del vivere in quella società.

Anche l'idea preilluministica di "una storia naturale dell'umanità" è un'idea apriori che condiziona le scelte verso un'analisi dei principii che dovrebbero essere studiati e messi alla base delle scelte. Non esistono popolazioni di "buon cuore", ma esistono popolazioni che esprimono i loro bisogni. Non esiste un "gusto pittorico", ma esistono raffigurazioni pittoriche che attivano il sentire e le emozioni delle persone, ecc.

Le "stravaganze" sono relative a non-stravaganze che a loro volta sono stravaganze come l'imposizione di una morale del dio padrone a fondamento di decisioni Costituzionali o sociali proprie delle relazioni e dei bisogni degli uomini.

Scrive Giandomenico Romagnosi a pag. 881-882:

Ripiegando ora la nostra attenzione sull'attual nostra condizione, se da una parte siamo sollecitati ad applicare le dottrine politiche alla situazione dei popoli, dall'altro canto noi ci veggiamo costretti a dover rifare fino i primi elementi della scienza o almeno a rassicurarli contro gli urti delle controversie. I buoni non comincieranno mai ad esser forti che colla concordia delle opinioni. Questa concordia non può essere introdotta che colla forza delle dimostrazioni. La forza delle dimostrazioni poi risultando dalla certezza dei fatti e dalla evidenza delle induzioni; e questa evidenza richiedendo in prima un'accurata e lucida analisi, noi veggiamo quale incarico ci resti nella esposizione di ogni ramo dei principii della ragione costituzionale. Fra le due parti però della trattazione dei principii vi deve passare qualche differenza. Nella prima parte che riguarda la ragion pubblica sociale, pare che i pensatori abbiano portato meno luce che nella seconda. Essi si sono contentati di presentarci all'indigrosso lo stato di società, come mezzo generale di potenza e di benessere, senza far osservare che ad ogni generazione si rinnova per un atto continuo e sempre più vantaggioso. Essi inoltre non si curarono punto di minutamente indagarne le condizioni ed i limiti e sopratutto non ci fecero osservare, che il corso dei secoli non solo ne va ampliando e variando le applicazioni, ma quel che è più, rende vieppiù capaci le popolazioni ad eseguirne il tenore. Da ciò nasce il dovere nello scrittore della ragione costituzionale, di trattar questo punto con una cura speciale, ben sapendo egli che tutto l'interesse delle sue ricerche si concentra in questo punto, postochè il procurare l'esecuzione fedele del contratto dell'associazione, forma l'intento proprio d'ogni giusto governo.

Romagnosi, nelle sue argomentazioni, non tiene conto che "il cronometro della vita" scorre dentro ad ogni uomo che non vede la trasformazione del proprio presente come un progetto di futuro, ma come presenti che si susseguono a presenti dove, il presente successivo desiderato in alternativa a questo presente, emerge da una sorta di "miracolo" che lo fa apparire e non come prodotto della trasformazione del presente in cui l'individuo sta vivendo.

I "buoni" non saranno mai forti, ma saranno sacrificati in quel presente perché accorreranno a difendere le condizioni che offendono la vita delle persone. I "buoni", i "sensibili" sacrificheranno sempre sé stessi in funzione di uomini e di masse che penseranno uguali a loro e non come cannibali della loro sensibilità.

I "buoni", i "sensibili", i "disinteressati" argomenteranno le loro ragioni e verranno derisi dagli "insensibili" alle tensioni sociali e dagli "interessati" a proteggere il proprio profitto. Costoro non opporranno argomentazioni ad argomentazioni, ma derisione, calunnia e diffamazione ad ogni argomentazione ragionevole e socialmente utile.

E vinceranno gli "insensibili" e gli "interessati" a discapito delle società. Esattamente per lo stesso motivo per cui una motosega vince in pochi minuti su un albero pluricentenario. Gli "insensibili" e gli "interessati" agiranno per annientare ogni trasformazione possibile in quella generazione e renderanno la generazione successiva priva del patrimonio culturale applicato nella prassi capace di rendere consapevoli i popoli del beneficio di scelte proposte dalle persone socialmente "sensibili" e "disinteressate". Creeranno problemi ed angosce sociali in soccorso delle quali accorreranno i cittadini "sensibili" e "disinteressati". Per quell'accorrere saranno ammazzati, torturati, messi nelle condizioni di non poter più progettare un futuro. Non ci sarà forza della dimostrazione che emerge dai fatti perché gli "interessati" e gli "insensibili" annienteranno le persone socialmente impegnate prima che queste mettano in moto i fatti e prima che i risultati diventino patrimonio sociale. Applicando questa ferocia e questa violenza gli "asociali" annienteranno ogni anelito di libertà nella società e chiameranno i paladini in difesa della società civile "criminali".

Scrive ancora Romagnosi a pag. 382:

Subalterne e direi quasi instrumentali divengono dunque le ricerche riguardanti le guarentigie governative; ed in queste hanno luogo piuttosto i principii della meccanica politica, che quelli della giustizia e della libertà. Ciò non è ancor tutto. Se la necessità di evitare le cattive costituzioni ci obbliga a studiare i principii; se la discordia delle scuole ci sforza ad analizzarli lucidamente e a dimostrarli solidamente, la necessità di consolidare la riforma politica ci obbliga ad inspirarli con tutta la estensione e a radicarli con tutta la forza, altrimenti noi fabbricheremo sull'arena. E per verità studiando bene i risultati d'una società costituita e governata secondo le regole della giustizia, noi troveremo che il vero punto di consistenza di tutta la macchina costituzionale riposa sullo stato del popolo preso in complesso. Ora si può agevolmente dimostrare, che questo stato sarà tanto più perfetto quanto meno sarà artificiale, tanto più potente quanto meno vi concorrerà il governo, tanto più unito quanto più sarà spontaneo, tanto più solido quanto meno obbligato. La sorte della libertà verrà allora riposta, dirò così, in seno del fato e la sussistenza del governo diverrà salda quanto le leggi del fato medesimo. Come il potere d'ogni privato dev'essere temperato ed aiutato dal potere pubblico del principe, così pure il potere del principe dev'essere temperato ed aiutato da quello di tutta la nazione. Ma se il potere della nazione riposa sulle sue basi naturali, se egli influisca o riagisca giusta le leggi sue naturali, ne verrà che tutto lo stato starà, agirà e sarà tutelato colla possanza tutta della natura.

Si può studiare qualunque società ed enunciare principi che in questo momento storico appaiono i più utili, ma le società si trasformano e gli uomini, a cui applichiamo quei principi delle nuove Costituzioni, sono gli uomini educati in situazioni sociali diverse. Costoro tenderanno a ripristinare il vecchio e il nuovo costituirà uno stridere fra chi vorrebbe affermare i nuovi principi e gli interessi personali di chi vede nei vecchi principi una garanzia per il suo potere.

Radicare i principi equivale a trasferirli nelle dinamiche educative nella primissima infanzia, ma dove sta quel vecchio avvinghiato al crocifisso pronto a trasferire la sua esperienza di errori e di mancanze ai lattanti? Quel vecchio esalterà il crocifisso e la sua grandezza perché deve giustificare il fallimento della sua esistenza. Nel giustificare il fallimento della sua esistenza trasferisce alle nuove generazioni i presupposti per altri fallimenti. Il fallimento si radica perché la sua radicalizzazione giustifica i falliti. Le cose positive vengono conquistate a forza e non hanno tempo di radicarsi perché, per farlo, servono molte generazioni e la disgregazione dei processi di costruzione sociale impediscono la fissazione di nuovi principi sociali o di Costituzioni funzionali all'uomo.

La naturalità di una legge o di una costituzione è percepita solo se coincide con la manipolazione mentale subita nell'infanzia. Solo che una Costituzione o una legge che soddisfi la manipolazione dell'infanzia è destinata a costruire conflitto sul lato pratico perché, pur soddisfacendo le esigenze patologiche di chi è educato nell'infanzia, non obbliga le persone ad ottemperare ai doveri né indica la qualità dei doveri in funzione dell'uomo, ma in funzione di una riaffermazione del condizionamento educazionale prodotto nell'infanzia.

La spontaneità è data da giochi di bimbi. Bambini che imitano l'attività degli adulti e gli adulti, nei loro giochi distruttivi, riproducono le dinamiche dei giochi della loro infanzia. Adulti mai cresciuti che vivono in una perenne nostalgia di un'infanzia idealizzata, si dimenticano di trasmettere ai bambini giochi diversi da quelli che loro stessi vogliono fare. La naturalità è la distruzione dell'uomo perché non esiste una naturalità, ma solo un condizionamento educazionale imposto con tanta violenza da apparire all'adulto una condizione naturale. Un condizionamento educazionale che riproduce sé stesso attraverso adulti che impongono ai bambini come devono essere bambini.

Non ci sarà nessun discorso, nessuna dimostrazione, nessun ragionamento, che potrà modificare la condizione soggettiva del condizionamento educazionale subito se non il conflitto violento che mettendo in rilievo la struttura emotiva dell'individuo in condizioni conflittuali e nel tempo, può rimuovere alcune delle condizioni educazionali radicate nell'infanzia.

I poteri, all'interno della Costituzione, devono essere equilibrati nel senso che ad ogni potere è necessario porre un limite invalicabile sia nei confronti della società che nei confronti di altri poteri. Per quanto arguto può essere un Costituzionalista, la retorica sofistica dell'interpretazione di chi dispone di potere sufficiente rimuove attraverso la retorica ogni ostacolo per riaffermare il suo diritto alla supremazia delle persone qualunque sia il principio annunciato che sottragga le persone alla sua proprietà. Fa in modo, comunque, di trasformare i cittadini da fruitori di quei diritti costituzionali, in oggetti di possesso ricondotti sotto il tallone della dittatura che la sua retorica riafferma.

Scrive Romagnosi a pag. 882-883

Il potere della nazione che forma la consistenza del temperato governo non acquista questa qualità se non vien atteggiato in guisa da far prestare dal popolo una facile obbedienza ed una opportuna resistenza. Ora nel governo temperato ciò fare sicuramente non si può senza la sana opinione pubblica e propriamente col retto senso politico. Questo senso politico facendo conoscere ad un popolo i suoi diritti e i suoi doveri lo rende irritabile all'aspetto di qualunque lesione od opposizione alle sue giuste pretese, come lo rende pieghevole alla coscienza di ciò che deve al suo governo. Ma il senso politico è assai più elevato che il semplice senso morale privato. Egli è più sociale che personale, più artificiale che naturale. Egli può quindi essere facilmente soffocato e molto più facilmente depravato. Serva di solenne esempio la troppo invalsa opinione della legittimità delle famiglie regnanti, almeno sul modo di acquistare il dominio. A chi conosce i veri principii del pubblico diritto, a chi non è indifferente alla sorte delle nazioni, è cosa ributtante il veder trattare della successione del principato colle massime dei privati patrimonii. Frugare gli archivii per verificare vincoli e rimotissime parentele, o fatti di occupazioni avvenute molti secoli fa, o clausole equivoche di obliati trattati e quindi intimare ad un popolo la servitù da una data famiglia, non fu forse fino al dì d'oggi uno studio massimo del diritto positivo dei gabinetti? I popoli imbevuti e idolatri del diritto di essere occupati, come i patrimonii, non si sono forse immolati a tante guerre ed a tante vicende, come se la loro esistenza avesse dovuto unicamente dipendere da un albero genealogico? Le guerre della legittimità hanno fatto spargere più sangue in Europa che le altre tutte prese insieme. Ma se le nazioni avessero riguardato il principato, non come una proprietà personale, ma come un uffizio nazionale, avrebbero esse subìto tante catastrofi e tanta servitù? Se poi proseguono ad essere imbevute delle vecchie opinioni, potranno esse mai venire in libertà e mantenervisi ? E' dunque necessario che il senso politico dapprima venga inspirato ingenuo e dappoi mantenuto intiero. Ma fino a che la filosofia non l'abbia illuminato e la comune convinzione non l'abbia radicato, non avverrà mai ch'egli esca ingenuo e venga propagato intiero. Ora affinchè venga illuminato dalla filosofia, fa d'uopo d'analisi e di dimostrazione. La consistenza quindi dell'ordine costituzionale dovrà in molta parte ripetersi dalla esposizione ragionata dei primi prìncipii del diritto pubblico sociale di cui ragioniamo.

Il senso politico, inteso come senso della cosa pubblica, è un senso molto più labile che non il saccheggio della cosa pubblica in funzione dell'interesse privato. I bambini sono sottoposti all'idea secondo cui il dio padrone cristiano saccheggia la società degli uomini per garantirsi i propri privilegi e ovunque si volge la testa si osserva come il principio del saccheggio della cosa pubblica in funzione di privilegi privati sia, di fatto, l'attività principale che si svolge nella società civile.

La ricerca ossessiva di legittimità, osserva Romagnosi, è una ricerca ossessiva di patenti di privilegi contro la generalità della popolazione. Un tentativo di rivendicare diritti su altre presone. Lo facevano i nobili ai tempi di Romagnosi in quel tentativo di restaurazione della monarchia assoluta seguito al periodo napoleonico e lo fanno oggi i banchieri, il clero, gli imprenditori e i controllori delle Istituzioni al fine di garantirsi privilegi mentre le società civili agonizzano davanti ad un futuro economico-sociale che viene loro negato.

L'integrità dell'uomo politico è pura e semplice illusione a meno che l'integrità non sia imposta mediante una struttura di pene giuridiche comminate ai politici in modo veloce e con pene infinitamente più severe che non quelle comminate a barboni, o a coloro delle classi sociali prive di potere nella società. Non può esistere l'integrità dell'uomo politico perché il cristianesimo è una cultura di prevaricazione di odio sociale che non processa il criminale in croce, il suo Gesù, come mandante dei crimini, ma lo assolve a prescindere, al fine di mantenere la giustificazione a tutti i crimini futuri.

Solo le persone sensibili, che vivono la società civile come propria, fondendo con essa i loro bisogni e le loro aspirazioni possono intendere una "filosofia" "illuminata", ma costoro vanno sempre verso l'annientamento sacrificando sé stessi per il bene comune e finendo, con scelte apparentemente generose, per favorire gli interessi di "squali sociali" e di "vampiri sociali" che sostituendo la calunnia, la diffamazione e l'ingiuria alla dimostrazione delle loro asserzioni, finiscono per garantirsi quelle posizioni di potere sociale indipendentemente e a prescindere dalla società civile che diviene, in questo modo, una loro preda.

Questi "squali sociali" non hanno nessun senso di "servizio sociale", ma hanno l'unico obbiettivo di trasformare i cittadini in pecore di un gregge che loro, come "buoni pastori", ad imitazione del criminale stupratore di bambini in croce, portano al macello della vita. Non è il buon senso, né le dimostrazioni, che possono garantire una corretta gestione della società civile, ma l'inversione dei parametri del Codice Penale: pene assolute per chi usa le Istituzioni in maniera impropria e considerazione per i cittadini che tendono a sopravvivere in condizioni di vita atroci da loro imposte.

Nota: Le citazioni di Giandomenico Romagnosi sono tratte da "Della Costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa" (La scienza delle costituzioni) edito dalla Reale Accademia d'Italia tomo II 1937. Il brano commentato è l'appendice chiamata "Teoria Speciale", da pag. 859 a pagina 974 (nello specifico 879-883).

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I problemi sociali della restaurazione monarchica del 1830 e i problemi della restaurazione monarchica 2013.

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Marghera, 31 marzo 2013

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.