Giandomenico Romagnosi (1761 - 1835)

Il concetto di anima e corpo

Riflessioni sulle idee di Romagnosi.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

Il concetto di anima e corpo in Romagnosi
Quarta parte

Il concetto anima-corpo è il concetto con cui ci si è dovuti confrontare da Platone fino ad oggi. La distinzione anima-corpo ha caratterizzato lo sviluppo di tutta la filosofia occidentale finendo per costruire e legittimare condizioni di miseria esistenziale e culturale dei popoli. Romagnosi descrive un uomo sociale consapevole del suo ruolo di cittadino. Un uomo sociale teso verso quei principi di uguaglianza sociale che le Costituzioni, descritte dal Romagnosi, indicano.

Per Romagnosi il corpo dell'uomo è il corpo che abita la società. E' il corpo del cittadino che vive la società. Non è un corpo passivo che riceve l'anima dal dio padrone e, per conseguenza, non è un corpo passivo che riceve direttive e ordini dal dio padrone o da un qualche padrone di turno.

La separazione anima-corpo è la separazione fra padrone-schiavo. Il padrone anima il corpo sociale. Il padrone (i re, i nobili, l'aristocrazia, i filosofi, il clero, i banchieri, ecc.) rappresentano l'anima mentre, gli schiavi, il corpo sociale, (i plebei, i servi della gleba, i proletari, i sottoproletari, i professionisti, gli imprenditori ecc.) obbediscono come un corpo che riceve l'anima.

Questa costruzione sociale Platonica si è sviluppata in due direzioni. Una per legittimare il controllo dell'uomo inteso come individuo religioso sottomesso alla morale e alla psiche imposta all'anima; l'altra ,nella direzione dell'uomo sociale inteso come padrone o schiavo a seconda del ruolo che ricopriva nella società.

L'idea religiosa che distingue il corpo dall'anima è la stessa idea sociale che distingue padrone da schiavo. Mettere in discussione i ruoli sociali padrone-schiavo o detentore di potere sociale (dio padrone) e servo sottomesso, significa mettere in discussione la distinzione anima-corpo inventata dall'aristocratico antidemocratico Platone.

Romagnosi con le sue idee precede i moderni studi della filosofia che non separano l'anima dal corpo, ma che considerano, quanto viene attribuito all'anima, attributi del corpo vivente in contrapposizione al cadavere che manca di tali attributi.

Scrive Romagnosi riflettendo su sé stesso:

Studiando sé stesso, e fissando l'esame su'l me interiore, l'uomo scopre in questo me tre funzioni massime psicologiche. Queste sono: il conoscere, il volere e l'eseguire. Egli sente di possederle in proprio, e quindi le riguarda come attributi proprj di sé medesimo. Le dice poi essenziali, perché mancando di alcuna d'esse non esisterebbe più un me che intende, vuole ed eseguisce, ma bensì un essere di diversa natura. Queste tre funzioni generali sono tre modi d'essere di una sola ed individua sostanza, perocché l'io pensante sente d'essere un solo ed individuo ente senziente, volente ed operante. Al non essere non possiamo attribuire veruna facultà. Ora siccome io sento di pensare, di volere e di operare; così conchiudo esistere in me un che reale che compie tutto questo. Dall'altra parte poi sento di essere uno; e però conchiudo che questo che reale è un solo ed individuo ente, una sola e individua sustanza, e non una pluralità di sustanze. Ciò è sinonimo di semplice, spirituale, indivisibile, indistruttibile, ecc.

Io sono uno! Dice il Romagnosi.

Conoscere, volere ed eseguire sono propri della mia coscienza senziente, volente ed operante. Proprio perché la mia coscienza vuole, conosce ed agisce, io sono reale. Io sono un solo individuo. Un solo ente. Una sola sostanza. Non sono una pluralità divisibile come vorrebbero i cristiani che dividono gli uomini in servi e padroni o come vorrebbe Platone che intende privarmi delle mie peculiarità per attribuirle ad una fantasiosa "anima". Io e ciò che mi anima non siamo due cose diverse, ma io sono proprio perché sono animato in queste specificità che si manifestano nell'uomo sociale.

Non si tratta nemmeno di dire "la mia coscienza", "il mio agire" o "il mio sentire", ma si tratta di dire "sono consapevole", "agisco", "sento e percepisco". Dire "la mia coscienza" significa affermare la "coscienza che dio ha dato a me". Una coscienza che non esprime me stesso, ma esprime la volontà di dio attraverso me. Io vengo depersonalizzato. Esattamente come lo schiavo sociale che viene depersonalizzato in quanto oggetto d'uso del padrone.

Continua Romagnosi nelle sue riflessioni attorno all'anima:

Ecco l'idea dell'anima. Questa idea è dedutta da fatti indubitati quanto la mia stessa esistenza; talché il sentimento complessivo di questi fatti è inseparabile dal concetto unìvoco della mia esistenza. Questa idéa mi somministra un'essenza logica pari a quella d'ogni altro oggetto. Tu definisci l'anima non in conseguenza della cognizione della di lei intima realtà, ma bensì della cognizione delle di lei costanti e certe operazioni (1). In questa guisa ci formiamo il concetto delle forze conosciute dalla natura. Quando nominiamo la forza motrice, l'attrattiva, la ripulsiva, esprimiamo noi forse che cosa siano in sé stesse? No certamente: altro non diciamo, se non che esiste una forza che fa muovere, una forza che avvicina, una forza che allontana, senza saper dire che cosa intrinsecamente siano in sé medesime. Un che incognito sta sotto di questi concetti. Lo stesso avviene rispetto alla cognizione dell'anima nostra. Un che incognito sta sotto di quell'io unico ed individuo, il quale pensa, vuole ed eseguisce; e però io non posso definirlo se non mediante il concetto delle sue operazioni da me conosciute.

L'idea dell'anima, dice Romagnosi, è dedotta da fatti indubitabili. Fatti che rientrano sotto i nostri sensi. Ma sotto i nostri sensi ci sono i fatti, non la loro deduzione: l'anima. Noi immaginiamo che i fatti siano manifestazione di un oggetto che chiamiamo anima, ma nell'attribuire tali fatti a tale oggetto priviamo l'oggetto, il corpo, che sta sotto i nostri sensi, delle sue peculiarità d'azione che si manifestano e che rientrano sotto i sensi. In sostanza, neghiamo una parte della realtà oggettiva per attribuire i fenomeni a cause fantasiose ed immaginate come l'anima.

C'è un qualche cosa di incognito, sconosciuto, che sta sotto il concetto di anima che noi proiettiamo al posto del concetto di "io unico" come soggetto che pensa, agisce vuole, desidera, ecc. Come io posso definire il soggetto, l'individuo se non attraverso le sue azioni o le descrizioni che egli ne fa del suo sentire, percepire, concepire il mondo in cui vive? Un corpo unico che vive. Un unico soggetto che agisce nella società: il cittadino!

Scrive, parlando del corpo, Romagnosi:

Conosciamo forse meglio quel che incognito che sta fuori di noi, cui chiamiamo corpo nostro, e così pure li altri corpi? - Se noi non li possiamo conoscere che per via di un modo d'essere del nostro io pensante, egli è per sé evidente che possiamo conoscere ancor meno l'intima natura dei corpi, che quella dell'io nostro pensante. Logica dunque sarà necessariamente l'essenza da noi assegnabile ai corpi.

Noi non possiamo conoscere gli altri corpi se non come proiezione della conoscenza che noi abbiamo del nostro corpo. Noi diciamo "nostro corpo" distinguendo "noi che pensiamo" dal corpo che "pensa". Il "me" non è identificato col corpo che pensa perché l'azione del pensare è un'azione del corpo che diventa oggetto in sé, fenomeno in sé, che si proietta come proprietà del corpo nel mondo. Il mio corpo pensa e proietta il suo pensare come oggetto in sé che assume una propria personalità nel mondo in cui la sua azione rappresenta il corpo pensante.

Proprio perché il "penso" si proietta nel mondo come oggetto in sé, carico di tutte le specificità del corpo pensante, io posso "pensare" (inteso come "immaginare") che gli altri corpi proiettino il loro "penso" nel mondo. Da cui deduco che gli altri individui della società, come me, pensano a loro volta. In questo immaginare il pensato di un altro corpo si nasconde l'inganno dell'impressione che precede l'analisi. Io penso che l'altro pensi ciò e come io penso. Pensando un'indipendenza del pensiero dal corpo non sono in grado di inserire nell'impressione immediata che il corpo che mi sta di fronte ha un diverso vissuto e, il diverso vissuto, lo ha portato ad elaborare una diversa descrizione del mondo che esprime attraverso il suo pensiero rendendo, ciò che lui pensa, diverso da quello che io immagino che egli possa pensare vista l'espressione fenomenica del suo pensiero.

Distinguere l'anima dal corpo importa l'idea che il pensiero sia diverso dall'esperienza del corpo. Quest'idea tende a rendere uguale il pensiero delle persone e il loro modo di pensare viene distinto in "intelligente", "stolto", "cretino", "saggio", ecc. Dal momento che il pensiero è espressione del corpo che vive e che lo manipola mediante l'esperienza, i fenomeni del pensiero di altri corpi che mi giungono è il prodotto delle relazioni di quei corpi col mondo in cui vivono e, dunque, tale pensiero deve essere analizzato in quanto è il prodotto di una diversa esperienza.

Nell'idea religiosa cristiana il pensiero umano, manifestazione dell'anima, deve essere ricondotto sotto la morale del dio padrone e creatore altrimenti l'individuo commette peccato contro il loro dio padrone. Nel cristianesimo le anime, padrone dei corpi e i corpi schiavi delle prerogative di "purezza" e "nobiltà" dell'anima di dio, violentano i corpi in funzione dell'uso di questi da parte del padrone.

Romagnosi afferma che è logico assegnare la funzione dell'io pensante (e desiderante) ai corpi e non attribuirlo a cause fantasiose.

Scrive Romagnosi:

Ma quale sarà il carattere veramente distintivo dei corpi, o sia della materia, a fronte dello spirito e del non materiale? - La pluralità di sustanza compresa in un solo concetto. Ciò che distingue l'uno dal numero, distingue pure il semplice dal composto: al primo appartiene l'unità semplice; al secondo l'unità complessa. Quando divido, distruggo la data personalità, e fo nascere altre personalità; così pure quando unisco l'uno con un altro uno o con un dato numero, io tolgo all'uno la personalità semplice ed individua, e fo succedere una personalità complessa e collettiva. Allora l'oggetto acquista il nome di aggregato, mentre prima aveva il nome di individuo semplice ed uno; allora contrapongo il semplice al composto, il singolare al plurale. Ecco in quale maniera io posso distinguere il materiale dal non materiale.

Romagnosi non può negare il concetto di anima. Non appartiene al suo tempo. Romagnosi deve solo neutralizzare il concetto di anima nei suoi effetti sociali.

Dato per scontato la distinzione anima-corpo, Romagnosi risolve la questione affermando: "La pluralità delle sostanze [anima-corpo] viene compresa in un solo concetto".

Dividere, dice Romagnosi, comporta la nascita di soggetti diversi da quello che è stato diviso e aggregare comporta un soggetto diverso da ciò che è stato aggregato. L'individuo sociale, che sia un aggregato anima-corpo, poco importa. Io ho l'individuo sociale e lo distinguo dall'insieme che non è quell'individuo sociale. Lo distinguo come individuo, ma non separo gli "aggregati" che lo portano ad essere un individuo sociale nella ricerca di una specificità comune a tutti gli individui sociali qual può essere il concetto immaginario di anima. Quanto il corpo manifesta sono, per Romagnosi, altrettante qualità.

Scrive Romagnosi:

Le qualità apparenti dei corpi non costituiscono propriamente l'ultima e vera essenza logica dei medesimi. Queste qualità agli occhi della filosofia non sono che altre tante vesti esterne, sotto le quali sta la nozione generale della materia. Che cosa importa ch'essa si manifesti per lo più sotto di queste vesti, quando noi sapiamo che appartengono alla materia co'l diritto stesso che le appartengono i colori, i suoni, li odori, il caldo ed il freddo? Noi vogliamo sapere quale sia l'ultimo carattere essenziale logico di questa materia; e noi non possiamo trovarne altro, fuorché quello della pluralità di sustanze incognite, compresa in un solo concetto, cui noi chiamiamo aggregato. A questo concetto diamo un'unità individua imprestata dall'intelletto umano, come prestiamo alle superficie geometriche una continuità intellettuale, la quale sapiamo non esistere in natura.

Le qualità dei corpi non sono l'essenza intima dei corpi. Sono delle vesti esterne. La filosofia tratta le qualità dei corpi come delle manifestazioni dei corpi, non come l'essenza del corpo. Queste qualità, dice Romagnosi, noi sappiamo che appartengono alla materia allo stesso modo che alla materia appartengono i colori e le sensazioni di caldo e freddo.

Questo aggregato, circoscritto attraverso l'intelletto umano, noi lo chiamiamo "individuo". Lo circoscriviamo allo stesso modo in cui circoscriviamo delle figure geometriche. Separiamo il soggetto che chiamiamo individuo dal mondo in cui vive che consideriamo diverso e separato dall'individuo.

In questo modo Romagnosi supera la contraddizione corpo-anima senza entrare in conflitto con la distinzione Platonica di anima-corpo. In questo modo l'individuo sociale, il servo, diventa il CITTADINO!

Un'unità funzionale il cui corpo abita il mondo in cui vive. Un corpo che sente, agisce, pensa, desidera e progetta.

A Romagnosi non resta altro che opporsi a chi vuole dividere il corpo dall'anima del singolo individuo e scrive:

Allorché pertanto fu detto che l'estensione, la figura e la solidità formano l'essenza dei corpi, noi dobbiamo intendere che il concorso di queste tre qualità forma l'essenza delle apparenze esterne dei corpi visibili e tangibili, ma non mai della materia in generale. Ma dall'altra parte noi abbisogniamo di sapere quale sia l'ultimo definitivo carattere commune della materia anche non visibile né tangibile, in contraposto allo spirito, e nell'ignoranza dell'intima realità delle cose. Dunque fa d'uopo trovare quest'ultimo e definitivo carattere commune, rispettando i confini delle nostre cognizioni. Dunque che cosa resta? - Che la sola pluralità delle sustanze, compresa sotto di un solo individuo concetto, può formare la nozione essenziale e distinta della materia quale può essere da noi conosciuta. Dire di più è temerità; dire a seconda delle prime apparenze è illusione: le essenze logiche escludono ogni carattere che non sia stabile e commune.

Dobbiamo trovare il carattere, l'elemento intimo, della materia anche non visibile e non tangibile che si contrappone allo spirito nell'intima realtà delle cose. Ma, fintanto che non lo troviamo, che cosa ci resta?

Ci resta il singolo individuo che comprende una pluralità di qualità che possiamo chiamare "sostanze".

Dire di più, dice Romagnosi, è temerarietà.

Ci possiamo anche inventare il concetto di anima dividendo le qualità umane, ma non possiamo dimostrare che esista la possibilità di dividere le qualità umane mantenendo l'unità della coscienza e della consapevolezza dell'individuo.

Dividere l'individuo in anima e corpo è un'illusione che, per giunta, ha delle finalità criminali in quanto depersonalizzano la persona e rende quel corpo oggetto di stupro ad opera dell'anima. Come l'inquisizione cristiana che stuprava i corpi con la scusa di salvarne l'anima. Si potevano stuprare e distruggere i corpi se quanto era attribuito all'anima, che secondo i cristiani sarebbe sopravvissuta alla morte, fosse stato attribuito come qualità al corpo?

Allo stesso modo una società che non divide l'anima individuale dal corpo, non può dividersi in padroni e schiavi; in due diverse entità sociali. Si chiama CITTADINO, qualunque ruolo abbia l'individuo nella società, con gli stessi principi di uguaglianza, nei diritti e nei doveri, dello stesso dio padrone cristiano.

Il concetto di uguaglianza, oggi accolto nella Costituzione della Repubblica Italiana e nelle Costituzioni Occidentali, ha la sua origine nel concetto di unità dell'individuo manifestato da Romagnosi e tradotto dallo stesso in termini sociali.

Nota: Giandomenico Romagnosi "Scritti Filosofici" Volume I Gnoseologia Psicologia Morale a cura di Sergio Moravia Editore Casa Editrice Ceschina 1974 Pag. 121-122-123.

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Marghera, 23 gennaio 2013

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

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e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.