La Repubblica di Platone, l'idea di democrazia in Platone

La democrazia e l'uomo democratico

Platone (427 a.c. - 347 a.c.)

di Claudio Simeoni

La Teoria della Filosofia Aperta

 

Dittatura e democrazia

 

Che cos'è la democrazia?

La democrazia è quella forma di gestione della cosa pubblica e delle relazioni fra le persone che implica l'uguaglianza dei soggetti sotto la medesima legge e l'uguaglianza nella fruizione dei diritti nelle relazioni reciproche.

Chi è l'uomo democratico?

L'uomo democratico è colui che attribuisce a sé stesso gli stessi diritti e gli stessi doveri che riconosce a tutti gli altri soggetti nella società in cui vive. Una società è democratica quando pretende gli stessi doveri e gli stessi diritti, che attribuisce a sé stessa, ad ogni altra società con cui viene in relazione.

L'uguaglianza nei diritti e nei doveri non implica l'uguaglianza del divenuto di ogni uomo che mantiene la propria soggettività, il proprio divenuto, che lo rende diverso dagli altri uomini rispondendo, nelle sue scelte e nelle sue azioni, alla medesima legge. L'uguaglianza sta rispetto alla legge, non al divenuto dell'uomo.

Che cos'è uno Stato democratico?

E' lo Stato che attribuisce a sé stesso doveri rispetto ai cittadini a cui garantisce i diritti e la protezione dei cittadini nella fruizione delle loro libertà sociali.

Detto questo, qual è la premessa di Platone sullo Stato democratico?

Scrive Platone:

«E dunque - proseguii -, non è forse vero che il passaggio da una forma di governo oligarchica ad una democratica avviene nel modo seguente: ossia per effetto del desiderio insaziabile di quello che viene additato come bene, cioè a causa dell'imperativo ad accumulare ricchezza ad ogni costo?».

Pag. 1272

La forma naturale di governo concepita da Platone è l'oligarchia. Il padrone, per Platone, è padrone dello Stato. Lo Stato è una proprietà privata del padrone. Le persone non sono persone, ma una proprietà privata dell'oligarca.

In effetti, tutta la Repubblica di Platone altro non è che una direttiva ideologica di come il padrone deve comportarsi per fissare la sua proprietà privata. La Repubblica di Platone è un'oligarchia organizzata per tentare di fissare quella proprietà privata degli uomini che pur non essendo chiamati "schiavi" sono oggettivamente di proprietà di uno Stato di cui Platone e si erge a oligarca, a padrone.

Secondo Platone, gli schiavi desiderano appropriarsi della prosperità del padrone. Ma perché lui è diventato "padrone"? Come ha formato la sua ricchezza? In qual modo la riforma di Solone dovette intervenire per impedire ai cittadini di trasformarsi tutti in schiavi? Perché Platone è tanto preoccupato da difendere l'oligarchia se egli stesso non partecipa ai benefici dell'oligarchia?

E' una questione psicologica. Se lo schiavo legittima il padrone, legittima anche le sue aspettative, il suo desiderio, di poter un giorno diventare un padrone. Ma se lo schiavo nega al padrone il diritto di essere un padrone, nega anche a sé stesso le possibilità di trasformarsi a sua volta in un padrone.

La barriera psicologica alla democrazia è questa.

Se non metti in atto azioni ideologiche mediante le quali neghi la democrazia, sei obbligato a giustificare la democrazia e ad agire come una persona che, rivendicando i diritti che la democrazia ti garantisce, usa quei diritti e applichi a te stesso quei doveri che l'oligarca, nell'esercizio del suo potere di dominio, nega a tutti gli individui. L'oligarca separa sé stesso dalla società. Applica a sé stesso ogni forma di diritto, compresi gli atti violenti e criminali, e nega a tutti i cittadini anche i diritti vitali della semplice esistenza.

L'oligarca non è la persona ricca, come vigliaccamente afferma Platone.

L'oligarca è il despota che si separa dalla società e che usa la società come una sua personale proprietà. L'oligarca è il macellaio di Sodoma e Gomorra, l'oligarca è il Gesù che stupra i bambini pretendendo l'impunità, l'oligarca è Hitler che ordina di ammazzare tutti gli zingari nei campi di sterminio.

L'oligarca non è colui che ha accumulato ricchezze monetarie, ma è colui che ha accumulato diritti sociali sottraendoli ai cittadini che ha reso in una condizione di servaggio o di schiavitù.

Quando al cittadino sono stati sottratti i diritti costruendo una tradizione per la quale l'oligarca comanda e il cittadino, trasformato in servo, obbedisce; il cittadino era consapevole di ciò a cui veniva costretto a rinunciare? E quando vi rinunciava, veniva pagato al giusto prezzo, oppure veniva ingannato? E quando veniva ingannato dall'oligarca che lo trasformava in servo, aveva o meno diritto a rivendicare le condizioni che con l'inganno era stato costretto a rinunciare?

Scrive Platone:

«Allora chi nei regimi oligarchici lascia i giovani abbandonati a se stessi, liberi e senza freni, talvolta riduce sul lastrico anche uomini di buona famiglia».
«Puoi dirlo forte!».
«Mi pare già di vederli questi sfaccendati nelle loro Città, in agguato, armati di pungiglioni, alcuni carichi di debiti, altri ormai privi di reputazione, altri ancora oppressi dall'una e l'altra condizione! Non fanno che odiare e tramare insidie ai danni di chi s'è impadronito dei loro beni e di chiunque altro, sempre in attesa di sconvolgi menti politici».
«è così».
«Dall' altra parte gli usurai li guardano di sottecchi, senza neanche dar mostra di notarli; eppure, buttandogli davanti del denaro, sono già pronti a colpire qualche altro giovane non appena abbia un punto debole, a intascare i lauti interessi generati dal capitale originario in tal modo incrementando il numero dei fuchi e dei pezzenti che ci sono in Città».

Pag. 1273

Per Platone l'oligarchia non si deve limitare a comandare e a dominare, ma deve entrare nell'animo delle persone, manipolare i giovani per adattarli alla sottomissione all'oligarca. L'oligarchia deve addestrare i giovani al regime perché se non li costringe all'obbedienza, i giovani, lasciati a sé stessi, distruggono la struttura di comando dell'oligarchia. Per questo il fascismo organizzò i "balilla".

A Platone non interessa la struttura del regime oligarchico, né che cosa implica nella società. A Platone interessa il controllo dei giovani, la manipolazione della loro struttura emotiva in funzione del dominio oligarchico. Un'educazione, che in questo caso è costrizione, che Socrate, nel Protagora di Platone, negava come possibile. Questo perché a Platone interessa negare la possibilità di educare alla libertà. A Platone interessa non fornire ai giovani quegli strumenti che consentono a loro di diventare cittadini consapevoli. A Platone interessa l'educazione che costringe le persone ad aderire ad un modello sociale imposto privandole delle loro pulsioni, dei loro desideri e dei loro progetti. I giovani devono far propri i progetti dell'oligarca, del padrone.

Per Platone non esiste un'educazione alla democrazia.

La democrazia necessita di persone che siano educate ad usare gli strumenti della democrazia che implicano cultura, impegno, con-partecipazione alla gestione di una cosa pubblica che devono sentire come loro. Le leggi di libertà devono essere usate con la consapevolezza che la libertà è un patrimonio da usare. Usare la libertà dell'uomo, del singolo soggetto, per costruire il futuro dà una sicurezza maggiore che fondare un futuro sulla costrizione. Implica una cultura e una conoscenza maggiore. Implica una continua ricerca di modificazione di un presente che non è mai fermo, ma che porta l'individuo ad esplorare continuamente nuove possibilità nella consapevolezza di vivere in uno sconosciuto che deve sempre essere esplorato e svelato alla propria coscienza.

Vivere la democrazia ed usare gli strumenti della democrazia implica agire in sé stessi, arroganti e maestosi, in una realtà di individui che arroganti e maestosi avanzano sulla via della vita: significa, appunto, essere degli Dèi che esplorano l'immenso in cui sono nati.

Mentre nel Protagora Platone inveisce contro i sofisti che vanno ad istruire i giovani sull'arte di vivere, egli vuole istruire i giovani nell'arte dell'obbedienza al padrone. Per Platone obbedire è la prima virtù alla quale i giovani vanno costretti all'interno di un regime tirannico. Obbedire al tiranno è la prima virtù che Platone intende insegnare ed imporre ai giovani.

Al contrario, Platone attribuisce a Protagora e ai sofisti una volontà di truffa perché insegnerebbero ai giovani l'arte di vivere nella loro società. Un vivere per sé stessi e non la virtù del vivere per obbedienza e sottomissione.

L'idea di Platone si trasferisce nei vangeli e viene riprodotta nella parabola del "figliol prodigo" nella quale il padre, che ha fallito nell'imporre la virtù dell'obbedienza al figlio, lo manda privo di capacità di affrontare le condizioni del mondo verso un fallimento esistenziale finendo per celebrare il suo trionfo sul figlio, che ritorna sottomesso e deferente, uccidendo il vitello grasso con cui celebrare la sua vittoria.

I figli, privati di mezzi psico-emotivi nell'affrontare le condizioni dell'esistenza, sono quelli che Platone definisce democratici in antitesi a quelli obbedienti e sottomessi all'oligarca che fungono da esercito di sterminatori pronti ad obbedire agli ordini.

Infatti, il padre del figliuol prodigo dice al figlio obbediente che non vale nulla. Lui deve solo obbedire e obbedendo potrà ereditare il suo titolo da oligarca, da padrone. Intanto il padre festeggia la sua vittoria su un figlio che ha lascito senza strumenti con cui affrontare le condizioni e le contraddizioni della sua esistenza.

Per Platone il mondo è diviso in ricchi e in poveri. Un mondo in cui i ricchi comandano e i poveri sono costretti alla sottomissione ai ricchi. Dove Platone non si chiede da dove venga la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri, ma attribuisce la povertà all'ignavia dei poveri nella società.

Per Platone i ricchi sono ricchi per volontà di dio, al di là di come giustifica la formazione della ricchezza, e i democratici altro non sono che i poveri che anelano ad appropriarsi della ricchezza dei ricchi.

Il denaro ad usura è il metodo con cui Platone giustifica la formazione della ricchezza, ma affinché ci sia il denaro ad usura è necessario che le merci corrispondano a quel denaro e questo lo può fare solo uno Stato diverso dall'oligarca o diverso dagli interessi degli usurai o dei banchieri.

Nel 594 Solone fece la riforma dello Stato perché con il sistema ad usura, dei banchieri, elevato a legge, tutta la popolazione si stava trasformando in schiavi e non c'era una società nella quale vivere, ma sono un caravanserraglio di individui padroni di schiavi.

E' proprio del tiranno Platone raccontare come dall'oligarchia nasce la repubblica, col terrore degli oligarchi, e non come dalla Democrazia si instauri l'assolutismo oligarchico.

Noi conosciamo il passaggio da una monarchia parlamentare all'assolutismo oligarchico fascista e dall'assolutismo monarchico fascista alla Costituzione Democratica.

A Platone non interessa, a Platone interessa salvaguardare e giustificare il suo regime assolutista che si erge a "padrone di uomini".

Pag. 1273 – 1274 (riferimento)

Platone non concepisce una società di uomini, ma concepisce solo una società divisa in classi. Lui, l'oligarca, il padrone, che con i filosofi dominano gli uomini; i guardiani, i reggitori che mettono in atto azioni di violenza contro gli uomini; i contadini e gli artigiani che mantengono i filosofi e i reggitori; gli schiavi che mantengono tutti.

La democrazia è vista da Platone come il pericolo. Il pericolo che gli uomini, il cui unico scopo è quello di vivere, pretendano di vivere senza oppressione. Senza una morale. Con regole che rispettino i loro corpi e i loro desideri.

L'idea di Platone è chiara: chi comanda, il ricco, è l'oligarca e chi è comandato e deve obbedire è democratico perché si vuole impossessare delle ricchezze dell'oligarca.

Chi è comandato, i poveri, sono individui dalla vita disordinata. Non sanno amministrare i loro beni, sono neghittosi nel corpo e nell'animo, deboli e imbecilli sia di fronte ai piaceri che ai dolori.

E poi c'è l'invidia. Quando i poveri si trovano a fianco a fianco con i ricchi si accorgono che i ricchi sono deboli, grassi, non hanno la capacità di lavorare e allora i poveri si sentono in diritto di sopraffarli.

Allora i poveri chiamano in aiuto i democratici e i ricchi gli oligarchi e ne nasce una lotta intestina che, a parere di Platone, permette alla democrazia di insinuarsi nella società e, quando i poveri hanno la meglio, tendono a costruire una nazione di uguali contro la nazione divisa in caste e privilegi, propria dei ricchi.

A Platone i poveri fanno schifo, ma abbinare la democrazia alla povertà permette a Platone, l'oligarca, di legittimare il possesso delle persone da parte dell'oligarca, di Hitler, di Gesù, del dio padrone. Platone non sa che farsene della democrazia.

La democrazia rende uno Stato potente nella misura in cui le persone di quello Stato vengono educate ad usare gli strumenti della democrazia. Uno Stato diventa debole quando in una democrazia si educano i cittadini ad idealizzare l'oligarca e il possesso di ricchezze finalizzate al possesso degli individui.

Scrive Platone:

«Ma - seguitai - torniamo a trattare del modo in cui l'uomo da oligarchico si trasforma in democratico. A me pare che il più delle volte la trasformazione avvenga così».
«Come?».
«Quando capita che un giovane, allevato nel modo che si diceva, e cioè senza una vera educazione e all'insegna dell' avarizia, trova gusto al miele dei fuchi, e condivide la compagnia di questi esseri focosi e terribili, capaci di suscitare infiniti piaceri di ogni genere e tipo, allora puoi ritenere che questo sia l'inizio della sua trasformazione: il suo temperamento oligarchico lascia il posto a quello democratico».
«è proprio inevitabile che così avo venga», disse.
«Del resto, se lo Stato modificava la sua struttura quando giungevano aiuti dall'estero all'opposizione - e s'intende che l'alleanza è fra gente della stessa tendenza politica - , perché non dovrebbe fare altrettanto anche il giovane, allorché alla parte del suo temperamento che è all'opposizione vengono in aiuto dall'esterno certi tipi di desideri che le sono affini e congeneri?».
«Senza dubbio».

Pag. 1276

Il racconto di Platone corrisponde al racconto della Torre di Babele di biblica memoria. Gli uomini che decidono di dare la scalata all'oligarca, al dio padrone che, irritato, li disperde.

E' l'oligarca che si trasforma in democratico, non il democratico in oligarca. Gli uomini non erano tutti uguali fintanto che si sviluppa la diversità, gli uomini sono sotto all'oligarca, al padrone, fintanto che non succedono avvenimenti dai quali nasce l'uomo democratico.

Noi viviamo in una situazione di democrazia formale che è venuta ad imporsi su un sistema oligarchico di monarchia-fascista, monarchia cattolica. Se il passaggio dall'assolutismo alla democrazia formale ci è evidente e l'affermazione di Platone appare a prima vista non priva di logica, in realtà è sia illogica che irrazionale.

L'uomo non è creato da un dio padrone. L'uomo non ha un'anima di proprietà del dio padrone. L'uomo diviene nella natura ed ogni soggetto è uguale fin da quando divenne nel brodo primordiale. Fin da quando si muoveva nelle steppe o nelle savane percorrendo in centinaia di migliaia di anni la superficie della Terra. Poi, solo poi, da relazioni democratiche si costituì una gerarchia che pretese di dominare gli altri uomini. Gli uomini furono, in qualche modo, derubati della libertà di essere sé stessi. Da uomini che vivevano per sé divennero uomini che vivevano per altri diversi da sé. Ritornare ad essere uomini che vivono per sé è l'imperativo pulsionale dell'uomo democratico che, non conoscendo un sistema attraverso il quale vivere per sé, tende, essenzialmente, a riprodurre il regime precedente cercando di sostituirsi alla gerarchia di dominio che ha conosciuto fin dalla sua nascita.

La logica di Platone non solo inverte il processo del divenire dell'uomo nella storia, ma fa di peggio. La logica di Platone si inserisce in una dimensione creazionista che giustifica sia la gerarchia che la schiavitù dell'uomo da parte dell'oligarca.

L'oligarca si inserisce nella dimensione del dio padre. Il dio padre-padrone che domina i giovani allo stesso modo in cui il padre del figliol prodigo domina sia il figlio che pretende di emanciparsi dal padre, sia il figlio che, obbediente, si sottomette al padre. Nella parabola del figliol prodigo il padrone trionfa sul figlio che tenta di emanciparsi e disprezza il figlio che ha sempre obbedito: lui è il padrone, l'oligarca, a cui tutti devono obbedire e chi non si adegua deve fallire.

Scrive Platone:

«A lungo andare, poi, prendono possesso della fortezza dell'anima, rendendosi conto che essa è vuota di nozioni, di studi elevati, e di validi ragionamenti, i quali, nella mente degli uomini prediletti dagli dèi, costituiscono i più strenui guardiani e difensori»!
«Certo, e di gran lunga!», disse. «A tal punto vengono a galla opinioni e discorsi del tutto infondati e falsi che, sostituendosi a quelli veri, ne prendono il posto».
«Non c'è il minimo dubbio», amo mise lui.
«E quest'uomo non torna forse dai famosi Lotofagi, a condividerne la casa? E se dai suoi parenti giungesse qualche altro sostegno alla parte parsimoniosa della sua anima, quei tali discorsi campati per aria chiuderebbero i passaggi delle mura regali che hanno in sé, e impedirebbero l'arrivo dei soccorsi. D'altra parte non danno neppure accoglienza ai saggi consigli dei cittadini anziani, anzi, siccome alla fine della battaglia sono proprio questi vani discorsi ad uscir vincitori, senza tenerne alcun conto, finisce che mettono al bando il pudore, chiamandolo stoltezza, che espellono la temperanza coprendola di insulti e dandole il nome di viltà; e così pure danno il benservito all'equilibrio e alla parsimonia nelle spese presentandoli come spilorceria e rozzezza, grazie anche alla complicità di molti insidiosi desideri».
«Proprio così».
«E dopo che hanno svuotato e ripulito l'anima di chi è [E] in loro potere e iniziato ai loro misteri, ecco che introducono la sopraffazione e l'anarchia, la dissolutezza e l'impudenza, agghindate di splendenti corone e con gran seguito, e così plaudendole e blandendole, chiamano buone maniere la prepotenza, libertà l'anarchia, [561 Al munificenza la dissolutezza, coraggio la sfrontatezza».
«Non è forse questo - domandai- il modo in cui un giovane da una formazione che fa leva sui desideri necessari passa alla più totale libertà e rilassatezza nel concedersi a desideri non necessari e niente affatto utili?».
«Non c'è il minimo dubbio», rispose.

Pag. 1277

Per Platone democrazia e dittatura non sono una questione di relazioni sociali, ma sono espressioni dell'animo umano.

Per Platone essere democratico è una questione di controllo delle pulsioni soggettive, non una questione di modo di relazionarsi fra uomini.

La "fortezza dell'anima" altro non è che la rivendicazione della libertà di essere sottomesso all'oligarca, al padrone, al padre.

I validi ragionamenti si oppongono ai ragionamenti falsi, ma Platone evita di definire la differenza fra vero e falso al punto tale che è vero solo ciò che conviene all'oligarca e falso ciò che non conviene al potere dell'oligarca.

I falsi discorsi mettono al bando il pudore, chiamandolo stoltezza, come se il controllo delle attività sessuali che Platone vuole impedire per mettere in atto il contro sulla struttura motiva degli individui, avesse un qualche aspetto di legittimità e non fosse stato condannato all'infamia dalla storia (la liberazione dalla coercizione sessuale è stata una delle rivoluzioni sociali degli ultimi 50 anni).

E dopo che hanno svuotato e ripulito l'anima dall'obbedienza e dalla sottomissione, dice Platone, vengono iniziati ai misteri per essere introdotti alla sopraffazione e all'anarchia, alla dissolutezza e all'impudenza chiamando buone maniere la prepotenza contro la prepotenza dell'oligarca. Chiamano libertà la distruzione della morale imposta dall'oligarca e chiamano coraggio la sfida all'autorità che li vorrebbe schiavi.

Come si figura Platone l'uomo democratico come Pericle?

Scrive Platone:

«Ora, io mi figuro che un tipo siffatto vada spendendo soldi, fatiche e tempo per i piaceri non necessari, non meno che per quelli necessari. Tuttavia, se la fortuna lo assiste e non si lascia andare alla pazza gioia, ma col passare degli anni, superata la fase acuta delle passioni riacquista un po' della virtù che aveva perduto, non consegnandosi totalmente ai desideri sopraggiunti, allora può trascorrere la vita in equilibrio fra un piacere e l'altro, affidando la guida di sé, per così dire, al primo piacere che il caso gli mette innanzi, fino a che non se ne sia totalmente saziato, per poi passare ad un altro, senza tralasciarne nessuno, dato che li coltiva tutti allo stesso modo».
«Esattamente».
«Ma il discorso veritativo - seguitai -, quello non l'accoglie né lo fa entrare nella sua fortezza; anzi, se qualcuno gli ricordasse che certi piaceri vengono da desideri buoni e leciti, e altri da desideri illeciti, e che i primi vanno coltivati e tenuti in pregio, mentre i secondi vanno repressi e tenuti a freno, egli a ognuna di queste considerazioni risponderebbe con un cenno di diniego, affermando che tutti i desideri sono uguali e degni di uguale considerazione».

Pag. 1277 – 1278

Per Platone la democrazia è dissolutezza. Una dissolutezza che, prima della democrazia, era appannaggio dell'oligarca e che ora, nella democrazia, è appannaggio di tutti i cittadini.

La dissolutezza è propria del dio padrone dei cristiani. La dissolutezza è propria di Gesù o di Socrate. Sono individui dissoluti che portano al fallimento delle società in nome dell'ideologia assolutista. "Il padrone, solo il padrone, il padrone!", questo è quanto proclamano. Gli altri sono i "dissoluti", i "farisei", i cittadini ignoranti che Socrate offende ed ingiuria.

Il discorso veritiero è il discorso del padrone. Che forse Platone ha accennato a qualche esempio di discorso veritiero? Che forse Gesù ha fatto una qualche dimostrazione al di fuori della farneticazione del suo "In verità, in verità, vi dico….". Che forse Socrate ha portato qualche cosa agli uomini al di fuori dell'arroganza con la quale affermava di essere il più saggio degli uomini perché lo aveva detto il dio al suo amico che però era morto?

I panegirici di Platone hanno il solo scopo di legittimare il dominio dell'uomo sull'uomo e chi legge Platone e si immedesima nel dominatore, si compiace nel calunniare e diffamare l'altro, il democratico, che avanza per costruire una società nella quale le leggi siano uguali per tutti gli individui.

La democrazia sposta le priorità educative rispetto all'oligarchia. Mentre in un regime oligarchico l'educazione dei ragazzi ha come fine quello di ottenere l'obbedienza e la sottomissione alla morale imposta dall'oligarca, dal padre, dal padrone, dal dio padrone; nella democrazia l'educazione dei ragazzi ha come fine quello di fornire loro i mezzi e i sistemi con cui costruire le relazioni fra loro, nella società e col mondo esterno. In democrazia i ragazzi devono essere responsabili delle loro scelte mentre, nell'oligarchia, i ragazzi devono obbedire.

La virtù, per Platone, consiste nell'obbedienza all'oligarca.

Come per Gesù e il dio degli ebrei che spinge Abramo a sacrificare Isacco per dimostrargli di essere assolutamente obbediente.

In democrazia il valore è la critica, la capacità d'analisi attraverso la quale costruire le proprie idee sul mondo e sulla vita.

Avere i mezzi per costruirsi le idee sul mondo e sulla vita è un modo di essere democratico contro l'obbedienza acritica che è il modo di essere in un regime oligarchico. E' l'obbedienza acritica che fa funzionare le camere a gas, non la critica e l'analisi proprie dell'uomo democratico.

Lusiana, 05 agosto 2017

 

Nota: Il testo da cui son state tratte le citazione è Platone "Tutti gli scritti" a cura di Giovanni Reale ed. Bompiani 2014 traduzione de La Repubblica a cura di Roberto Radice (il numero di pagina alla citazione si riferisce a questo testo).

 

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.