La Repubblica di Platone, forma e realtà degli Dèi

Platone (427 a.c. - 347 a.c.)

La forma come natura degli Dèi in Platone

di Claudio Simeoni

La Teoria della Filosofia Aperta

 

Platone e l'idea del dio persona

Per Platone la natura degli Dèi sta nella loro forma.

E' la forma, secondo Platone, che determina la natura degli Dèi e gli Dèi, per Platone, possono essere definiti soltanto in base alla loro forma.

Per questo motivo in Platone gli Dèi sono dei "super uomini" che mantengono la forma dell'uomo idealizzato, nella condotta e nella morale, che più piace a Platone per fissare il proprio dominio.

Forma degli Dèi e natura degli Dèi; in Platone sono la stessa cosa.

Prima di Platone, in Omero e in Esiodo, gli Dèi erano azione. Gli Dèi agivano e non veniva sottolineata la forma se non in funzione dell'agire degli Dèi. Provate a pensare ai figli di Echidna e di Tifone. Hera "dalle bianche braccia" è chiamata così non per la forma delle braccia di Hera, ma come Hera si presentava. Le "belle caviglie" o le belle forme erano più legate alle sensazioni che gli Dèi suscitavano nello spettatore, non la forma con cui si presentavano. Il cristianesimo e l'ebraismo, con Platone, assumono la forma degli Dèi nella forma dell'uomo. Il dio non è ciò che si rappresenta per come noi lo percepiamo, ma è l'uomo che, elevato all'assoluto diventa il modello del dio di Platone. Con Platone il dio è immagine e somiglianza dell'uomo, un super uomo che domina l'uomo e al quale l'uomo deve essere sottomesso. Gli Dèi in Platone non sono soggetti che agiscono, ma sono soggetti che dominano l'uomo e lo stesso atto sessuale del dio non è un rapporto con l'altro, come nel mito, ma è un atto di possesso dal quale il dio fa discendere una figliolanza destinata a dominare altri uomini.

Mentre nelle altre "dottrine", come l'Orfismo, gli Dèi continuano ad essere azione che si presenta nell'esistenza e che rivelano sé stessi nei riti, nelle azioni, in Platone gli Dèi assumono la forma umana. In Platone gli Dèi diventano i tiranni che legittimano la tirannia sociale in funzione della sottomissione al tiranno.

Come il tiranno deve poter dominare in assoluta mancanza di cambiamenti e nella semplicità, criminale e cattiva, delle azioni con cui ottiene sottomissione, così gli Dèi devono essere privati della loro natura che si rivela nel rito per diventare forme che dominano l'uomo e che lo sottomettono nel rito della sua quotidianità.

A dispetto di ciò che piace al tiranno, la mia percezione della realtà si modifica; io cresco e modifico la mia intelligenza, la mia conoscenza, le mie idee sul mondo e sulla vita. Inoltre, ogni soggetto nel mondo modifica sé stesso, la sua struttura emotiva, il suo essere nel mondo, la sua forma sia fisica che psichica.

Ciò che a me appare in una forma è ciò che io interpreto della realtà nella quale vivo. Non è la realtà, ne mai saprò qual è la realtà. Ma è la mia interpretazione della realtà che per me assume i connotati di realtà in sé nella quale metto in atto le mie strategie d'esistenza. Mettendo in atto le mie strategie d'esistenza affermo che per me quella è la realtà in sé. Che lo sia o non lo sia, a me non importa perché con quel tipo di percezione che percepisce quella realtà io costruisco le mie strategie esistenziali.

Dalle strategie esistenziali messe in atto da un individuo io sono in grado di capire, o avere un'idea, di come lui interpreta la realtà che vive.

Da come Platone descrive la natura degli Dèi rinchiudendola nella forma di una rappresentazione, io capisco che Platone non è in grado di cogliere nessuna realtà che non sia racchiusa in una forma e che, pertanto, deve essere semplice ed elementare come i confini di una forma che rientra nella sua visione.

Scrive Platone nella Repubblica:

«Che dire, allora, di quest' altra legge? Credi forse che Dio sia una specie di mago, capace, per il gusto di ingannarci, di comparirei dinanzi una volta in una forma, una volta nell'altra, o effettivamente modificando il suo aspetto in molti modi, oppure, al fine di trarci in inganno, suscitando l'impressione che egli sia così? O ritieni piuttosto che egli sia semplice di natura, e che si discosti dalla propria immagine meno di qualsiasi altro essere?».
«Così, sui due piedi, non saprei darti risposta», ammise.
«Allora senti questo. Non è forse necessario che se qualcosa si discosta dalla propria forma, attui tale mutamento o per causa propria o per causa d'altro?». [E]
«è necessario».
«Ma non diresti che quanto più un essere è perfetto, tanto meno tende a trasformarsi o a modificarsi per effetto di altro? E ancora non ti pare che un vivente quanto più è di sana e forte costituzione, tanto meno è suscettibile di alterazione, come ad esempio un corpo per effetto degli alimenti, delle bevande e dello sforzo, o, in genere, le piante per effetto dei raggi del sole, dei venti e di condizioni atmosferiche in pari misura avverse?». [381 A]
«Come no?».
«E allora, non è forse vero che un'anima che sia particolarmente coraggiosa e assennata è nel contempo minimamente esposta al rischio di farsi turbare e alterare da fattori esterni?».
«Sì, è vero».
«E così, se dobbiamo attenerci allo stesso criterio, anche tutti quei congegni messi insieme dall'uomo, le suppellettili, e gli abiti, se sono di buona fattura e ben rifiniti, sono assai scarsamente intaccati dal tempo e da altri agenti aggressivi».
«E così».
«Insomma, tutto ciò che sia ben fatto, o per arte o per natura, o per l'una e l'altra cosa insieme, non subisce da un altro essere che minime alterazioni» .
«Sembra di sì».
«Ma dio e la sfera del divino sono, sotto ogni profilo, le realtà più perfette».
«Altro che!».

Se c'è una cosa che offende in tutto quanto Platone ha detto, è la volontà di elevare Platone a modello di una realtà i cui aspetti sfuggono a Platone perché non rientrano nella forma.

"Credi che dio sia un mago?" chiede Platone. La domanda è "credi che io non veda ciò che è?"

"Se il dio non ci inganna; noi ci inganniamo quando percepiamo una realtà del dio o stiamo ingannando gli uomini quando affermiamo una realtà del dio che essi non percepiscono?"

Se Platone vuole affermare che "quella forma è Apollo o Zeus", perché non lo dimostra affinché la sua affermazione si distacchi dalle parole e rientri nella mia possibilità di percepire il mondo?

Se io dico: "L'Atmosfera è Zeus". Non indico una forma, indico una realtà che esiste in sé e per sé al di là di come io rappresento quella realtà come forma alla mia ragione. La realtà è l'oggetto che affermo e che rientra sotto i miei sensi, la rappresentazione è ciò che io faccio nella mia ragione. Nella ragione semplifico una realtà complessa che proprio per il fatto di essere complessa richiede una mia pratica d'esistenza che va al di là della descrizione.

In effetti, Platone, a differenza delle persone religiose, non dice: "Questo è un dio!". Non dice che "questa azione è riconducibile a questo o quel dio", ma afferma un ente che viene definito dio solo mediante parole e aggettivi che alimenta la sua fantasia. Il dio di Platone è puro desiderio patologico soggettivo idealizzato mediante attributi affermati e non dimostrati.

Una volta stabilito che la forma del dio altro non è che la forma di Platone idealizzata, attorno a quella forma idealizzata ruota tutto il discorso di Platone.

"Non è forse necessario che se Platone si discosta dalla propria forma, attui tale mutamento o per causa propria o per causa d'altro? Ma non diresti che quanto più, essendo Platone un essere perfetto, tanto meno tende a trasformarsi o a modificarsi per effetto di altro?"

Accolto il presupposto che il dio sia la proiezione idealizzata di quanto Platone pensa di sé stesso, ogni discorso logico procede in quella direzione dimostrando quel presupposto.

Platone afferma un'anima distinta dal corpo, ma l'affermazione è un'illazione senza fondamento dal momento che non ha mai dimostrato l'esistenza di un'anima distinta dal corpo. Platone desidera separare la sua struttura emotiva dai legami con cui il corpo la circoscrive. Per questo motivo l'anima diventa illazione di un desiderio di un corpo fallito. Il fallimento esistenziale genera l'idea delirante di eternità che Platone trasferisce nel suo concetto di anima.

Abbiamo visto uomini coraggiosi, non abbiamo mai visto anime coraggiose. Secondo l'idea di Platone, gli uomini, nelle loro imprese, possono morire, ma le anime, secondo Platone, sono eterne. E che coraggio c'è là dove l'eternità è data? Le donne e gli uomini sono coraggiosi, non le illazioni di Platone.

Secondo Platone, il dio che è ben fatto, non subisce alterazioni. Peccato che , se oggi possiamo dimostrare che fin dagli albori del tempo della vita della natura, quando la natura ancora non era, la vita sorse da quell'ipotetico brodo primordiale, trasformandosi generazione dopo generazione, modificandosi e adattandosi alle sollecitazioni esterne, anche Platone uscì dalla vagina di sua madre e si è trasformato e modificato continuamente fino a diventare quell'individuo delirante che afferma di "…non farsi turbare e alterare da fattori esterni".

Insomma, dice Platone, tutto ciò che è fatto bene non si modifica e dal momento che il dio deve essere necessariamente perfetto, un Platone perfetto, non può più modificarsi. Solo che gli Dèi nascono e dal momento che nascono sono sottoposti al mutamento. Può Platone negare che gli Dèi siano nati? E in base a quale prova empirica? Egli desidera l'eternità e l'immutabilità. Ma il desiderio di immutabilità e di eternità appartiene solo alla sfera del suo desiderio.

Scrive Platone nella Repubblica:

«Per tal motivo dio è l'essere che meno di ogni altro potrebbe assumere molte forme».
[…]
«E allora si pone la seguente alternativa: egli, rispetto a se stesso, cambierà in qualcosa di meglio e di più bello o in qualcosa di peggio e di più brutto?». [C]
«Per forza di cose, se cambiasse, egli dovrebbe mutarsi in qualcosa di peggiore. Non potremmo, infatti, sostenere che dio manchi di bellezza e di virtù».
Al che risposi: «è verissimo quel che dici. Ma se le cose stanno in questi termini, ti sembra possibile, Adimanto, che qualcuno, non importa se uomo o dio, in coscienza potrebbe in qualche modo desiderare di diventar peggiore?».
«Non può essere», ammise.
«E, di conseguenza, è pure impossibile per un dio mutar la propria natura, ma, come è evidente, ciascuno degli dèi mantiene sempre e unicamente la sua propria forma, per il semplice fatto che è in sommo grado bello ed eccellente».
«Questo - riconobbe - mi sembra del tutto necessario». [D]

Il dio è Platone e Platone non tollera di mutare la propria natura e la propria forma.

Quando io dico che l'atmosfera è Zeus, Zeus muta continuamente forma e natura mentre, ciò che è costante è l'intento che porta Zeus a persistere nella sua realtà. Che poi io percepisca la coscienza dell'Atmosfera e decida di descrivere tale coscienza con i modelli con cui rappresento l'uomo, si tratta una mia scelta con cui descrivo una realtà, la circoscrivo nel mio pensato per farla rientrare nella mia descrizione annullando tutto quanto di Zeus è ridondante rispetto alla mia vita. Zeus comprende me e io limito la realtà d Zeus per farlo entrare nella mia descrizione.

Zeus muta. Muta nella sua natura, nella sua coscienza, nella sua consapevolezza, nella sua forma e il suo mutare appartiene al divenire della vita, delle sue trasformazioni indotte dalla presenza di ogni vivente. Le sue trasformazioni sono anche le mie trasformazioni e la mia sensazione di bello è quanto io concepisco funzionale alla mia esistenza.

Platone concepisce gli Dèi come tiranni, come dei padroni della vita, ma gli Dèi sono la vita stessa che si presenta quando la forma non era e quando, ad ogni trasformazione, le specie della Natura si diversificavano.

L'idea di perfezione che Platone trasferisce al dio considerandolo la forma più perfetta, pertanto immutabile, viene trasferita nei processi di evoluzionismo positivista in cui i positivisti pensavano che il divenuto delle specie andasse dal "più basso" (non si sa bene rispetto a quale criterio se non per aver stabilito aprioristicamente che l'uomo, la specie meno adatta alla sopravvivenza, fosse l'obbiettivo dell'evoluzione) fino a scalare una sorta di scala gerarchica delle specie e giungere alle forme "perfette" di cui l'uomo è il modello e Platone il modello immutabile del dio. Oggi sappiamo che la costante è la formazione della coscienza, la trasformazione di ogni possibile essere in un dio eterno, al di là della forma e della specie in cui la coscienza diviene.

Scrive Platone nella Repubblica:

Ed io così continuai: «Non venga allora, caro amico, un qualche poeta a narrarci che gli dèi, assumendo l'aspetto di stranieri girovaghi; / trasformandosi in ogni guisa, si aggirano per le città; né qualcun altro a raccontarci favole su Proteo e Tetide, o a presentarci in tragedia o in altra forma letteraria un'Era di aspetto insolito, quasi fosse una sacerdotessa questuante per le alme figlie d'lnaco, fiume argivo": [E] Ma neppure tutte le altre frottole dello stesso genere dovranno propinarci. E che la smettano una buona volta di indurre le madri a spaventare i figli, a forza di racconti malsani, secondo i quali gli dèi vagherebbero nelle notti, rivestendo le spoglie varie e mutevoli di viandanti. In tal modo eviterebbero di dire empietà sugli dèi, e in pari tempo di rendere sempre più paurosi i figli».
«Davvero lo eviterebbero», ribadì lui.
«Ma non potrebbe darsi - aggiunsi - che questi stessi dèi, che per quanto li riguarda non possono mutarsi, facciano, però, in modo di mostrarsi a noi in molte e svariate forme, tanto per ingannarci e farci vittime di un qualche incantesimo?».
«Non è da escludere», ammise.
«E che? - gli obiettai -. Potrebbe un dio volere trarre in inganno o con le parole o coi fatti, mettendoci innanzi un fantasma?».
«Non saprei», rispose.
«Ma come - dissi -, non sai che tutti, dèi o uomini che siano, per così dire avversano la vera menzogna?».
«Che cosa intendi?», domandò.
«Questo - gli risposi -: che nessuno sopporterebbe d'essere coscientemente ingannato su quello che è il fondamento del suo essere e sui principi primi per importanza; anzi la cosa che teme di più è proprio d'essere tratto in fallo su tali punti».
«Neppur ora riesco a capire», confessò.
«Perché sei convinto che io stia parlando di chissà che. In verità voglio dire solo che non c'è uomo che accoglierebbe, ed anzi tutti vivamente detesterebbero la condizione di chi, nella propria coscienza, si inganna riguardo all'essere delle cose e persevera in tale errore e in tale ignoranza, e qui, nel suo intimo, accoglie e si tien stretta la falsità».
«Certamente», ammise.

Nel pensiero di Platone l'ignoranza consiste nell'affermare che la forma dell'apparire delle cose coincida con la cosa in sé.

Se io dico che Afrodite è l'emozione che Urano Stellato cala fra gli Esseri della Natura, ne segue che l'emozione Afrodite non ha forma né nessuna verità data dalla forma. Ha una rappresentazione che io faccio in base alle mie predilezioni con cui veicolo le mie emozioni che identifico nell'insorgere di Afrodite dentro di me. Incontro Afrodite nelle relazioni che costruisco col mondo in cui vivo.

Come mi appare Afrodite? Come appare ad ogni vivente nella natura qualsiasi sia la specie da cui è divenuto?

Platone sembra disprezzare l'immenso dell'esistenza per volerlo ridurre alla sua dimensione. La sua dimensione è la dimensione dell'immenso che, ridotto alla forma, viene circoscritto nei mutamenti.

Afrodite assume tutte le forme che ogni singolo vivente riesce a pensare l'afrodite per se stesso.

Qual è la forma di Afrodite?

Afrodite non ha forma perché la vita non può essere circoscritta in una forma. Solo il poeta che tenta di esprimere il respiro emotivo che sorge da sé nelle relazioni col mondo è in grado di trasmettere un'ide di un immenso ridotto alla dimensione del singolo Essere Umano. Afrodite non ha forma perché, se Afrodite avesse forma, la vita non sarebbe.

Gli Dèi assumono ogni forma che io voglio che assumano per rappresentarli alla mia ragione. Gli Dèi sono e, mentre sono, io sono e con le mie forze interpreto il mondo in cui vivo. In quell'interpretazione ci sono gli Dèi che di volta in volta mi rappresento in maniera diversa a seconda delle mie strategie di vita.

Gli Dèi assumono gli aspetti in cui io li colgo nelle loro azioni nella vita. Gli Dèi non mi ingannano con il loro aspetto, io sono colui che li guarda ed io sono colui che coglie la loro presenza nella vita. Io sono colui che li descrive, descrizione dopo descrizione, e li colloco nel mio pensato. Come li colloco nel mio pensato riguarda me solo. Platone, al contrario, non solo colloca una forma di Dèi nel suo pensato, ma pretende che il suo pensato sia "Il pensato" a cui ogni uomo si deve attenere.

Gli Dèi sono nati, dunque, gli Dèi mutano. Nel mutare modificano le condizioni del loro esistere. Il mutare degli Dèi non dipende solo dagli Dèi, ma da ogni Essere Vivente nella Natura che agendo nel mondo modifica gli Dèi che quel mondo formano.

Non riuscire a capire il mutamento e le trasformazioni degli Dèi è la miseria culturale di Platone che, fermo all'assolutismo con cui il tiranno domina la città, fa del tiranno il modello al quale vuole piegare la realtà degli Dèi. Non sono i poeti che ingannano gli uomini, ma è Platone che impone il suo ignorare le trasformazioni della vita a tutti gli uomini che devono, secondo lui, far proprio quell'ignorare.

E per quale motivo gli Dèi non dovrebbero trarci in inganno? Non ci trae in inganno il truffatore che ci spinge ad investire il nostro denaro in prodotti finanziari? Non ci trae in inganno il ragno mentre tesse la sua tela? Perché gli Dèi non dovrebbero trarci in inganno? Trarre in inganno degli uomini per conseguire un loro obbiettivo? Non siamo noi forse Esseri Umani che, costruendo loro stessi, tendono a trasformarsi a loro volta in Dèi?

Ingannare, raggirare, creare trappole, non ha nulla a che fare con la menzogna che viene giuridicamente determinata dal tiranno che non vuole che i suoi schiavi lo ingannino. La menzogna, sia come reato che come peccato (cristiani), è la colpa attribuita dal padrone agli schiavi. Dal tiranno ai suoi sudditi. Non è menzogna l'arte dell'agguato del leone, non è menzogna la rete del ragno. Non c'è menzogna nel progettare il proprio futuro perché aggredire l'oggettività è arte del costruttore che modifica la realtà in cui vive: appunto, Atena.

Nessuno accetta di essere ingannato, tuttavia la vita stesa è fatta di inganni, di trappole, di sfide alle quali dobbiamo rispondere se non vogliamo soccombere. L'inganno è parte della vita. Fa parte delle contraddizioni dell'esistenza. Solo il padrone, il tiranno, Platone, aborre l'inganno perché come un cieco si muove in un mondo emotivo, fatto da Dèi, in continua trasformazione. E Platone ha paura del mondo emotivo.

L'infamia di Platone consiste in questo: aver negato le condizioni divine del divenire della vita per tentare di diventarne il padrone.

Si tratta della stessa infamia del cristianesimo.

Lusiana, 09 luglio 2017

 

Nota: Il testo da cui son state tratte le citazione è Platone "Tutti gli scritti" a cura di Giovanni Reale ed. Bompiani 2014 traduzione de La Repubblica a cura di Roberto Radice. da pag. 1128 -

 

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.