Estasi mistica e empatia.
I legami empatici col mondo.

Dodicesima parte

Claudio Simeoni

Questo è un capitolo del libro: "La formazione della percezione e la qualità dei fenomeni percepiti"

Il libro si può ordinare all'editore Youcanprint

Oppure, fra gli altri anche su:

Mondadori

Feltrinelli

Ibs

Cod. ISBN 9788891185822

 

Indice pagine sulla formazione della percezione

 

Percezione e Stregoneria - Dodicesima parte
Estasi nel delirio mistico ed esperienza religiosa.
I legami empatici col mondo.

Studiare la coscienza e l'esperienza dell'estasi mistica significa voler stabilire, da parte di uno sperimentatore, se quell'individuo, quella consapevolezza, fa davvero, soggettivamente, quell'esperienza o meno.

E' una pretesa assurda e irreale. Uno sperimentatore può dire che si accende questa o quell'altra area del cervello in presenza di uno stimolo, ma che cos'è quello stimolo, soggettivamente percepito, lo può dire solo il soggetto. Lo sperimentatore può solo affermare di aver assistito all'accendersi di quell'area cerebrale o di quel collegamento neuronale in presenza di un impulso o fenomeno oggettivo; nulla più.

Si aprono continuamente nuovi campi di ricerca scientifica. La percezione degli individui, anche quando esula dalla "normalità", diventa oggetto di studio, d'analisi scientifica. Si vuole indagare che cosa succede nel cervello della persona quando la persona afferma di fare o percepire cose inusuali. E quando la scienza accumula un numero di testimonianze sufficienti riconosce l'esistenza di fenomeni che lei non conosce. La scienza indaga. Solo che l'indagine della scienza consiste nell'appiattire il soggetto alla dimensione del suo conosciuto misurabile mediante i suoi attrezzi per certificare le proprie categorie mentali.

Quando le testimonianze di fenomeni e condizioni non misurabili da parte della scienza si accumulano, allora siamo in presenza delle necessità della scienza di prendere atto della presenza di uno sconosciuto che richiede di essere indagato. Come per l'empatia. L'empatia non è misurabile dalla scienza se non in maniera empirica e possibilistica. Può l'uomo percepire il mondo anche con sensi molto carenti o con sensi diversi dai cinque sensi aristotelicamente descritti? E' possibile riconoscere una realtà biologica all'insorgenza di uno stimolo che suscita empatia nel soggetto? Riconoscere basi biologiche di un'insorgenza emotiva legata ad una relazione empatica comporta innanzitutto riconoscere l'esistenza di relazioni empatiche che stimolano l'insorgenza di emozioni la cui realtà può essere individuata in una realtà biologica.

Ciò che alla scienza sfugge è sempre una vecchia questione: l'organizzazione della scienza! Organizzare la ricerca della conoscenza: il ricercatore separato dal soggetto su cui compie la ricerca.

La scienza agisce sempre su "topi da laboratorio". Analizza e seziona oggetti statici. Lo scienziato è "giudice di una situazione". Lo scienziato analizza cosa succede nel cervello in chi prova quelle sensazioni, non è lui stesso a provare quelle sensazioni. Lo scienziato pensa di provare le stesse sensazioni del soggetto in presenza di quello stimolo. Il soggetto ha tentato di spiegare ciò che lui sente in presenza di quello stimolo, ma lo scienziato appiattisce le parole su ciò che egli pensa di aver capito. Chi prova le sensazioni è un soggetto immerso nella vita, nelle contraddizioni dell'esistenza, lo scienziato si separa da queste per "poter ricercare". Trasforma sensazioni, insorgenza emotiva in parole. Le parole fissano l'insieme delle sensazioni in aggettivi e gli aggettivi escono dalla sua testa per entrare in una diversa testa nella quale assumono un diverso significato data la diversa storia esperienziale del soggetto che ascolta. Nel far questo lo scienziato studia l'empatia dell'altro. L'altro gli racconta che cos'è la sua capacità empatica e lo scienziato dice: "In questo momento vengono sollecitati questi e quei neuroni!". Però non riesce a percepire la sensazione di chi sta vivendo quelle sensazioni, quelle emozioni, quelle percezioni. Per cui non può capire la pratica d'insieme del soggetto che gli permette di innescare la propria empatia. Non conosce l'intensità della percezione empatica. Non conosce le possibilità del soggetto di usare quelle percezioni nel suo quotidiano. Può leggere su uno schermo l'accensione di un'area cerebrale, ma non conosce il suo valore emotivo. E' indubbio che cercherà di costruire una scala o di farsi dei parametri, tuttavia scale e parametri saranno configurati su ciò che lui proietta sui "topi di laboratorio" su cui sta lavorando.

Lo scienziato ha accumulato una serie di testimonianze che dimostrano che esiste quella sensazione, ma non sa che cosa sia. Però, dimostra che quando il soggetto ha quella sensazione, qualcosa succede nel suo cervello. Lo scienziato non sa che cosa succede nella sua mente, nella sua coscienza, nella modificazione della sua capacità di percezione nel mondo. Lo scienziato registra. Non sa come quella specifica sensazione si può esprimere in quell'individuo, mentre non si esprime in maniera coerente, nello stesso modo, in tutti gli altri individui.

A volte, anche se il ricercatore definisce l'oggetto della sua ricerca, non sa nemmeno quale sia:

Dal giornale La Repubblica del 23 marzo 2003

"Ora studiamo le basi nervose dell'empatia

Roma – "Gli ultimi anni hanno visto progressi enormi nel campo delle neuroscienze, ma il mistero resta". Salvatore Aglioti è neuropsicologo all'Università la Sapienza di Roma, "Quanto più si progredisce, tanto più aumentano i misteri, perché cresce la complessità delle funzioni che è possibile studiare".

D. – Che cosa è cambiato in questi anni nello studio del cervello?

R. – "L'armamentario strumentale delle neuroscienze si è affinato al punto tale che oggi, per la prima volta nella storia dell'uomo, è possibile studiare con approcci scientifici dei soggetti che una volta erano proibiti, come la coscienza e certi aspetti complessi delle emozioni. Le neuroscienze hanno iniziato a porsi problemi che una volta rientravano nel dominio della filosofia o della psichiatria fenomenologica".

D. – Qual è una delle frontiere delle neuroscienze cognitive?

R. – "Un settore di frontiera è senz'altro quello della così detta "social cognitive neuroscience", neuroscienza sociocognitiva, in cui si inizia a studiare che cosa accade nel cervello di una persona quando entra in contatto col cervello di un altro. Facciamo un esempio: A e B sono uno di fronte all'altro e stanno parlando, quando A gira gli occhi in una certa direzione. A quel punto B inizia a tendere lo sguardo nella stessa direzione e poi comincia a formulare delle ipotesi sul perché A ha girato gli occhi, e quindi su che cosa c'è nella mente di A. In pratica si tratta di studiare il modo in cui interpretiamo gli stati mentali degli altri analizzando i loro comportamenti. Si cominciano a studiare, ad esempio, le basi nervose dell'empatia.

D. – Si parla anche si studi sulle basi biologiche dell'esperienza religiosa.

R. - "Con mille cautele, ma la comunità delle neuroscienze ha cominciato a chiedersi se ad un'esperienza religiosa corrisponde all'attivazione di determinate aree del cervello. E di fatto, corrisponde, sebbene non si possa parlare di rapporto causa-effetto, ma solo di correlazione. Ci sono dati che suggeriscono che, indipendentemente dalle credenze religiose individuali, la stimolazione di certe aree del cervello fa provare sensazioni che ricordano, dal punto di vista fenomenologico, le esperienze dei grandi mistici del passato".

D. – La coscienza: perché viene definita come "l'ultimo mistero"?

R. – "Perché non si sa neanche come studiarla, in che termini parlarne. Nello studio dell'universo ci sono mille cose non scoperte, ma il paradigma è chiaro. Nel caso della Coscienza non si sa nemmeno che cos'è!"

Entrare in contatto empatico con manifestazioni emotive di un altro soggetto o vivere un delirio mistico portano ad attivare aree precise del cervello. La scienza può leggere l’attivazione delle aree del cervello, ma da quell’attivazione non può distinguere se si tratta di empatia con i soggetti del mondo o deliri mistici. Può leggere l’attivazione dell’area cerebrale quando noi siamo in sintonia con qualcuno, spostiamo lo sguardo, mettiamo attenzione in cose diverse, sincronizziamo la nostra attenzione, o, addirittura, quando sintonizziamo il nostro corpo e la nostra psiche su quella di un altro o quella degli oggetti del mondo che ci circondano; oppure quando manifestiamo malattie psichiatriche o singoli sintomi delle stesse.

Quando abbiamo un'esperienza religiosa, mediante un trasporto emotivo, nella quale entriamo in sintonia con emozioni che vengono definite come "il sacro" che ci circondano e che fanno vibrare il sacro dentro di noi, il ricercatore vede attivarsi delle connessioni cerebrali. Questo accendersi delle connessioni neuronali, non sono l'esperienza mistica, è l'accendersi di connessioni neuronali la cui accensione indica un effetto (o l'effetto provoca l'accensione), ma l'effetto non è necessariamente quanto descrive la coscienza ragionale dell'individuo che riduce l'esperienza vissuta al proprio conosciuto mediante l'educazione religiosa.

Vedere la madonna, Gesù, san Antonio, non è un'esperienza mistica, è un delirio prodotto da sintomi di malattia psichiatrica anche se non sono allo stadio di debilitazione fisica.

Ciò che la coscienza razionale descrive è la razionalizzazione dell'insorgenza emotiva entro i parametri dell'educazione imposta.

Questo fiume di emozioni che fuoriesce dai nostri sentimenti e avvolge il mondo circostante è un atto di magia. Un atto di magia che si fissa nell'individuo trasformandone il modo attraverso il quale guardare e rapportarsi col mondo. Le risposte del mondo sono costituite da emozioni, un fiume di emozioni che avvolge i nostri sentimenti e che ci chiede di costruire delle relazioni attraverso le quali l'individuo modifica il proprio modo di guardare il mondo.

La scienza dice di poter capire che ad un'esperienza corrisponde l'attivazione di aree precise del cervello, ma la scienza afferma anche che se si attivano quelle aree del cervello non si ha necessariamente quell'esperienza: se mangio cioccolato o ho l'idea del sesso (o della cocaina) si attivano quei neuroni, ma se si attivano quei neuroni: io sto necessariamente mangiando cioccolato, facendo sesso o usando cocaina? Tuttavia si produce qualche cosa nell'individuo: un'altra esperienza psichica. C'è una correlazione fra l'attivazione di quell'area cerebrale e l'esperienza mistica o l'esperienza di sincronicità col mondo, ma, dice la scienza, è necessaria l'esperienza mistica o la sincronicità col mondo perché questa si fissi nell'individuo. Non basta attivare la medesima area per ottenere il medesimo effetto.

Dice la scienza: "Ci sono dati che suggeriscono che, indipendentemente dalle credenze religiose individuali, la stimolazione di certe aree del cervello fa provare sensazioni che ricordano, dal punto di vista fenomenologico, le esperienze dei grandi mistici del passato"." "Fa provare sensazioni che ricordano...". Ma se l'individuo prova l'esperienza dei "mistici", certamente attiva quell'area cerebrale solo che, in più, fagocita quell'esperienza che egli stesso ha cercato, coltivato, imposto, attraverso la sua azione. Se si attiva l'area si ha la sensazione, ma se si ha l'esperienza questa si fissa in noi attivando l'area.

E' proprio delle malattie mentali attivare nel cervello situazioni che provocano esperienze mistiche: nevrosi, schizofrenia, paranoia, psicosi, ecc. Non è necessario arrivare alla patologia del delirio per attivare aree cerebrali che evocano l'esperienza mistica, sono sufficienti le idee dominanti di tipo religioso in cui l'individuo riversa le proprie aspettative e le proprie emozioni. Non c'è nulla di mistico nella relazione dell'individuo con sé stesso. L'individuo che si emoziona in sé stesso evocando la forma del dio onnipotente nella quale identifica sé stesso, non ha nulla di mistico, ma molto di fallimento esistenziale. L'onnipotente sé stesso invade la sua coscienza razionale con un fiume di emozioni bloccate in sé stesse incapaci di cercare relazioni nel mondo del proprio quotidiano.

La veicolazione delle emozioni in sé stessi, in una forma di delirio, o la veicolazioni di emozioni nel mondo determinano la differenza fra colui che ha avuto mille illusioni allucinatorie e l'uomo religioso.

L'uomo religioso ha fagocitato la propria esperienza nella relazione fra sé e il mondo circostante. Ha trasformato quest'esperienza in conoscenza da trasmettere, ha trasformato sé stesso in un mondo che si trasforma; chi prova allucinazioni trasmetterà soltanto le sensazioni allucinatorie che ha provato e girerà farneticando "In verità, in verità vi dico…"

Eppure, probabilmente, entrambi hanno attivato la stessa area cerebrale!

Pagina scritta dicembre 2006

Presentate ogni giovedì in Radio Gamma5 dal giorno 07 dicembre 2006 (questa febbraio 2007, presenti in prima stesura sul sito federazionepagana.it).

Revisionata 21 gennaio 2015 (la pagina è stata quasi completamente riscritta)

Indice di "la formazione della percezione e la qualità dei fenomeni percepiti"

 

 

 

 

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Membro fondatore
della Federazione Pagana

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e-mail: claudiosimeoni@libero.it

Foto scattate alla Biennale di Venezia

La percezione

La percezione è il modo con cui selezioniamo e facciamo nostri i fenomeni provenienti dal mondo. La percezione cresce e si modifica nell'individuo in base alle sue scelte in relazione alle sollecitazioni che riceve dal mondo. Sia da parte della Natura che da parte della società. Come la percezione dei fenomeni del mondo può essere ridotta, rispetto ad un ipotetico modello desunto dalla media sociale, così può essere ampliata in quantità e qualità anche se i limiti rimangono quelli del divenuto della specie umana. Mentre il cristianesimo riduce la percezione dell'uomo alla parola con cui il suo dio padrone ha "creato" il mondo, la Stregoneria tende ad ampliare la percezione rendendola uno strumento attivo nella pratica dell'abitare il mondo da parte dell'uomo.