Sulla Pratica

Sul rapporto fra la conoscenza e la pratica,
fra il sapere e l'azione

Sesta parte

Mao Zedong (1893 - 1976)

di Claudio Simeoni

La Teoria della Filosofia Aperta

La formazione della conoscenza

La formazione della dimensione razionale della conoscenza conduce le riflessioni di Mao Zedong.

Gli uomini davanti a quanto non conoscono sono timorosi. Esattamente come il bambino che sta crescendo e che sta esplorando un po' alla volta il mondo in cui è nato.

La differenza sostanziale fra l'adulto che affronta lo sconosciuto e il bambino è che l'adulto ha già costruito delle idee sul mondo e proietta quelle idee come possibilità rendendo lo sconosciuto fonte di timore. Il bambino sospende il giudizio perché davanti al nuovo che si presenta non ha esperienza ma solo la possibile apprensione o le aspettative dell'ambiente familiare.

Scrive Mao Zedong:

Capita spesso di sentir dire da un compagno che non ha il coraggio di accettare un lavoro: "Non mi sento sicuro di riuscirei". Perché non si sente sicuro? Perché non ha un'idea chiara e precisa del contenuto e delle condizioni di quel lavoro - non ha mai affrontato un lavoro di quel genere o l'ha affrontato di rado, e pertanto non è in grado di capire le leggi che lo regolano. Soltanto dopo che gli saranno stati spiegati dettagliatamente l'ambiente e le condizioni di lavoro, egli si sentirà più sicuro e vorrà occuparsene. Se poi quel compagno, dedicandosi per un certo periodo a questo lavoro, acquisterà esperienza e guarderà la realtà con animo aperto invece di considerare i problemi in modo soggettivo, unilaterale e superficiale, allora potrà trarre da solo le conclusioni sul modo di portarlo avanti e lavorerà con molta più risolutezza. Solo coloro che esaminano i problemi in modo soggettivo, unilaterale e superficiale, non appena arrivano in un posto, si mettono, con aria di sufficienza, a dare ordini e direttive senza considerare le circostanze, senza cercare di guardare le cose nel loro insieme (la loro storia e il loro stato attuale considerato come un tutto) e senza penetrarne l'essenza (la loro natura e il nesso interno fra una cosa e le altre). E' inevitabile che questa gente inciampi e finisca per cadere.

Succedeva agli apprendisti in fabbrica. L'operaio anziano era in possesso di tutti i dati tecnici per fare il lavoro. Sapeva dove prendere gli attrezzi. Sapeva agire quando il lavoro non era perfetto per migliorare il prodotto. Quando le macchine si fermavano sapeva come intervenire. L'apprendista in fabbrica partiva da una visione generale del lavoro per sviluppare la conoscenza nelle sue particolarità. Gli si diceva di fare un lavoro e poi lo si lasciava a risolvere i problemi a mano a mano che questi si presentavano. In questo modo l'apprendista costruiva la sua conoscenza. Una conoscenza che non consisteva solo nel lavoro che andava fatto, ma dell'intero ambiente in cui quel lavoro si svolgeva.

Lo stesso è per la vita in cui il bambino afferra gli elementi generali che si pongono alla sua attenzione, soddisfa i suoi bisogni di crescita e solo un po' alla volta approfondisce razionalmente le sue relazioni col mondo.

Questo legame con la conoscenza razionale del mondo è un progressivo emergere, un progressivo mettere in ordine ciò che le relazioni emotive mettono in evidenza nella coscienza del bambino.

L'apprendimento razionale del mondo è un continuo disvelarsi nella coscienza di interazioni emotive con le emozioni dei soggetti del mondo. Una coscienza che Mao Zedong pensa come libera da pregiudizi e libera da dati di superstizione che, al contrario, sono imposti dall'educazione cristiana nell'infanzia.

I dati di superstizione dell'educazione cristiana sull'infanzia altro non fanno che cristallizzare la coscienza dell'individuo con una serie di idee preconcette sulla realtà allontanando l'individuo dalla possibilità di analisi della realtà stessa. La cristallizzazione della coscienza porta l'individuo a sviluppare tutta una serie di fantasmi che gli impediscono di analizzare le nuove possibilità.

Il "non mi sento sicuro" di Mao Zedong diventa il "non è possibile fare così perché" e la risposta a quel perché è che quell'individuo non può modificare le sue idee mediante l'analisi del mondo perché farlo gli comporterebbe un eccessivo dolore.

Per l'uomo sano è più facile mettere in atto comportamenti autolesionisti della sua salute che agire in funzione di un benessere che è stato abituato a pensare come "dono del suo dio padrone". L'uomo che vive una situazione fisica di benessere non immagina né il malessere che procura a sé stesso con comportamenti inappropriati, né la qualità della sua esistenza nel momento in cui il benessere che vive cessa per le sue scelte e le sue azioni.

Cosa significa correre in automobile e rompersi la colonna vertebrale?

Una persona che sta sulla sedia a rotelle perché si è rotta la spina dorsale sa che cosa hanno implicato le scelte che ha fatto, ma prima che corresse con l'automobile viveva una sorta di delirio da benessere che lo hanno preparato all'autolesionismo perché incapace di definire le conseguenze delle sue scelte.

Lo sconosciuto del mondo in cui viviamo bussa sempre alle porte della nostra coscienza, sia che noi lo affrontiamo con coraggio, sia che noi lo viviamo con paura e apprensione.

Esaminare i problemi e le conseguenze dell'azione è un comportamento razionale che evita comportamenti distruttivi, ma quando la cristallizzazione della coscienza è stata costruita nell'infanzia e l'arroganza dell'onnipotenza prende il cristiano educato ad essere nelle grazie del suo dio padrone, allora l'individuo antepone sé stesso alla realtà in cui vive. Non agisce in funzione della realtà nella quale si muove, ma pretende che la realtà si adegui a sé stesso.

Il cristiano ha fissato la sua coscienza nella convinzione che l'uomo sia stato creato dal suo dio padrone. L'uomo è ciò che è perché il dio padrone lo ha creato in questo modo. Al contrario, il non cristiano pensa che l'uomo sia il prodotto dell'adattamento soggettivo alle condizioni che ha incontrato nella vita. Per questo il cristiano deve piegare la creazione del suo dio padrone al suo volere piegando l'uomo all'obbedienza mentre il non cristiano agirà sulle condizioni oggettive favorendo nuovi e diversi adattamenti degli uomini che quelle condizioni vivono.

Il cristiano è arrogante: "dio ha creato l'uomo".

E in questa arroganza vive una vita fatta da guerra santa dopo guerra santa fino alla totale distruzione di sé stesso. E' tanto preso nel far del male alla vita delle altre persone in nome del suo dio padrone e della sua morale che non si avvede che sta distruggendo la propria vita. Non è importante se quella guerra santa lo porta a macellare gli infedeli o le persone che divorziano o la donna che vuole abortire. Per l'arroganza del cristiano è sempre una guerra santa fatta di violenza, torture e bombe perché violentare gli uomini per la gloria del suo dio padrone è l'unica condizione di relazioni sociali che conosce.

Il fallimento della razionalità dell'uomo c'è quando l'uomo sostituisce con la fede e la credenza l'analisi della realtà in cui vive. Forse la sua analisi del mondo è monca e la sua critica del reale timorosa, ma meglio la costruzione di un giudizio su un'analisi monca e su una critica timorosa che un giudizio senza analisi e senza critica del presente. Il giudizio del presente costruito su dati di fede è un giudizio arrogante che antepone la persona di fede alla realtà vissuta.

Scrive Mao Zedong:

Di conseguenza, il primo passo nel processo della conoscenza è il contatto con le cose del mondo esterno: la fase della percezione. Il secondo è la sintesi dei dati forniti dalla percezione, la loro sistemazione e la loro elaborazione: la fase dei concetti, dei giudizi e delle deduzioni. Ma soltanto se i dati forniti dalla percezione sono molto ricchi (e non frammentari e incompleti) e corrispondono alla realtà (non sono cioè frutto di un inganno dei sensi), è possibile, sulla loro base, elaborare giusti concetti e trarre giuste conclusioni logiche. Ci sono qui due punti importanti che bisogna mettere particolarmente in rilievo. Il primo, di cui abbiamo già parlato ma del quale vogliamo riparlare, è il problema della dipendenza della conoscenza razionale dalla conoscenza percettiva. Chi ritiene che la conoscenza razionale possa non provenire dalla conoscenza percettiva è un idealista. La storia della filosofia conosce una cosiddetta scuola "razionalista" che ammette soltanto la realtà della ragione e nega quella dell'esperienza, ritenendo sicura soltanto la ragione e non l'esperienza percettiva; l'errore di questa scuola consiste nel capovolgere i fatti. I dati della ragione sono attendibili proprio perché hanno origine dai dati della percezione, altrimenti sarebbero come un fiume senza sorgente, come un albero senza radici, sarebbero qualcosa di soggettivo, di spontaneo, di inattendibile. Circa l'ordine nel processo della conoscenza, l'esperienza percettiva occupa il primo posto, e noi sottolineiamo l'importanza della pratica sociale in questo processo, proprio perché solo la pratica sociale può dare origine alla conoscenza umana e permettere all'uomo di ricevere dal mondo oggettivo esterno l'esperienza percettiva. Per un uomo che chiude gli occhi, si tura le orecchie e si isola completamente dal mondo oggettivo esterno non si può nemmeno parlare di conoscenza. La conoscenza ha inizio con l'esperienza: questo è il materialismo della teoria della conoscenza. Il secondo punto è la necessità di approfondire la conoscenza, la necessità di passare dalla fase della conoscenza percettiva a quella della conoscenza razionale: questa è la dialettica della teoria della conoscenza". Ritenere che la conoscenza possa fermarsi alla fase inferiore, alla fase della percezione, e che solo la conoscenza percettiva sia attendibile e non lo sia quella razionale, significa ricadere nell'errore dell'''empirismo'', errore ben conosciuto nella storia. L'errore di questa teoria sta nel non ammettere che i dati della percezione, pur essendo il riflesso di certe realtà del mondo oggettivo esterno (non parlo dell'empirismo idealistico che riduce l'esperienza alla cosiddetta introspezione), sono tuttavia soltanto unilaterali e superficiali, riflettono le cose in modo incompleto e non ne rispecchiano l'essenza. Per riflettere completamente una cosa nella sua totalità, per riflettere la sua essenza e le sue leggi interne, è necessario, operando con la mente, sottoporre i ricchi dati della percezione a una elaborazione - eliminare la pula e scegliere il grano, scartare il falso e conservare il vero, procedere dall'uno all'altro e dall'esterno all'interno - al fine di formare un sistema di concetti e teorie; è necessario, cioè, il salto dalla conoscenza percettiva alla conoscenza razionale. Dopo questa elaborazione, la conoscenza non diventa meno completa o meno attendibile. Al contrario, tutto ciò che nel corso del processo della conoscenza viene scientificamente elaborato sulla base della pratica, riflette, come dice Lenin, le cose oggettivamente esistenti in modo più profondo, più verace, più completo. I fautori del praticismo volgare, invece, danno importanza all'esperienza ma disdegnano la teoria, e di conseguenza sono incapaci di vedere l'insieme del processo oggettivo, mancano di un chiaro orientamento e di ampie prospettive e, compiaciuti, si accontentano dei loro successi casuali e delle loro vedute ristrette. Se costoro dirigessero la rivoluzione, la condurrebbero in un vicolo cieco.

Tutto questo discorso di Mao Zedong ha lo scopo di mettere in evidenza l'emersione nella coscienza di tutte le pulsioni generate dalle sensazioni emotive delle relazioni con il mondo e della necessità della coscienza di razionalizzare quelle sensazioni per verificarne l'autenticità nella pratica dell'esistenza.

L'esperienza della specie umana inizia circa quattro miliardi di anni fa.

La trasformazione delle specie, il divenuto dell'uomo, altro non è che un adattamento soggettivo a tutti i dati di esperienza vissuti dalla specie umana.

Il mondo razionale è un effetto del mondo emotivo in cui noi siamo immersi. Tuttavia il mondo razionale è il mondo in cui noi costruiamo la nostra vita, la nostra esistenza e quella che Mao Zedong chiama "teoria" o "teorizzare" altro non è che la progressiva elaborazione dei dati dell'esperienza per collocarli nella ragione e nella definizione del mondo in cui viviamo.

Elaborare scientificamente significa chiedersi il perché delle cose.

Significa permettere alla ragione di definire e descrivere razionalmente il mondo in cui la ragione sta vivendo pur consapevole che quella descrizione non definisce assolutamente il mondo, ma lo mette in ordine per consentire alla ragione stessa di fagocitare il nuovo, trasformazione dopo trasformazione.

L'esperienza nasce con un corpo che abita il mondo e la coscienza altro non è che razionalizzazione dell'esperienza di un corpo che abita il mondo e che a quel mondo si adatta trasformandosi continuamente.

Questo vale soprattutto per le questioni religiose che sono a monte della formazione dell'esperienza tendendo ad imporsi come idee aprioristiche nella prima infanzia.

L'esperienza religiosa è l'esperienza umana dell'abitare il mondo. E' l'esperienza umana della formazione della propria coscienza. La formazione della consapevolezza di essere un soggetto nel mondo e di legare le proprie emozioni al mondo in cui si vive.

La qualità di quel legame va costruito mediante l'esperienza. L'esperienza religiosa della sottomissione ad una verità imposta o l'esperienza religiosa di una ricerca di libertà nella quale veicolare le proprie pulsioni emotive. Le due condizioni sono antitetiche: chi vive per fede nega la critica al presente. Chi nega la critica al presente nega le possibilità di trasformazione dell'uomo. Chi alimenta la critica del presente e vive per trasformazione è intollerante ad ogni verità che racchiuda in sé stessa le proprie trasformazioni soggettive.

L'elaborazione scientifica altro non è che l'elaborazione razionale della percezione soggettiva.

Se una persona afferma "Gesù è buono" la bontà di Gesù è determinata dalla percezione soggettiva di una stimolazione che una persona ha avuto nell'infanzia. Questo dato condiziona la sua coscienza ponendosi in maniera aprioristica al suo agire nel mondo. Fintanto che questa persona vive in un ambiente che assume come dato aprioristico "Gesù è buono" la persona fa di quella percezione un dato della coscienza. Poi arriva qualcuno che afferma "Gesù è malvagio". O la persona analizza la questione raccogliendo dati e mettendo in atto un'azione di analisi critica, oppure nasce un conflitto in cui uno dei due deve soccombere.

L'idealismo criticato da Mao è quello dettato dalla fede che rinuncia all'analisi della realtà. La somma di dati acquisiti dalla manipolazione mentale subito nell'infanzia che il soggetto trasforma come fossero dati di realtà separano la sua azione dal mondo. E' la visione esistenzialista che proietta sul mondo la propria psiche come se fosse la realtà del mondo. L'introspezione ha la funzione di piegare la realtà del mondo alla dimensione del proprio desiderio psichico. Per il soggetto che crede, il mondo è la verità ontologica che immagina. La separazione dell'uomo dal mondo nasce dalla mancanza di critica del mondo e dalla rinuncia di modificare continuamente la propria coscienza rinchiudendola in dogmi predefiniti per difendere una forma statica di sé stesso.

Un'altra critica rivolta da Mao è a tutti coloro che fanno della pratica il fondamento del proprio agire, ma non sottopongono la pratica a verifica riproducendo la pratica senza tener conto delle varianti che si presentano. Agiscono in maniera antiscientifica. Mettere in atto un'azione per veicolare le proprie emozioni costruisce un'esperienza: quali sono le risposte del mondo? L'azione e le risposte del mondo devono elaborare un percorso di analisi perché questo consente di veicolare ulteriormente le proprie pulsioni nel mondo evitando le risposte distruttive dal mondo.

Se io sono indotto, fin dall'infanzia, ad agire in funzione dell'idea della presenza di un paradiso e di un inferno e non verifico se quelle idee, messe a fondamento della mia azione, sono funzionali o meno non basta che io neghi l'idea di paradiso o di inferno, ma devo rimuovere fini, scopi ed effetti legati all'imposizione dell'idea aprioristica di paradiso e inferno. In sostanza devo costruire una diversa teoria dell'esistenza che possa rimuovere e sostituire dentro di me l'idea aprioristica di paradiso e inferno. In caso contrario, se non elaboro una diversa teoria scientifica, i meccanismi dentro di me che agiscono giustificati da paradiso e inferno, cercano altre giustificazioni per mantenere costante il controllo delle mie azioni.

Scrive Mao Zedong:

La conoscenza razionale dipende dalla conoscenza percettiva, e la conoscenza percettiva deve svilupparsi in conoscenza razionale - ecco la teoria dialettico-materialistica della conoscenza. In filosofia, sia il "razionalismo" che l'''empirismo'' non comprendono il carattere storico o dialettico della conoscenza e, sebbene ciascuna di queste dottrine contenga un aspetto della verità (mi riferisco al razionalismo e all'empirismo materialistico, non idealistico), tuttavia dal punto di vista della teoria della conoscenza considerata nel suo insieme, sia l'una che l'altra sono sbagliate. Il movimento dialettico-materialistico della conoscenza, che va dalla conoscenza percettiva alla conoscenza razionale, ha luogo sia nel processo della conoscenza del piccolo (per esempio, la conoscenza di una cosa o di un lavoro) che nel processo della conoscenza del grande (per esempio, la conoscenza di una società o di una rivoluzione).

Il percorso della formazione della conoscenza razionale è individuato da Mao nel passaggio fra la conoscenza emotiva, la conoscenza con cui la vita affronta il mondo, alla razionalizzazione della realtà specifica della specie.

Va da sé che nella coscienza razionale non può intervenire l'intera percezione emotiva del mondo e nemmeno può intervenire tutto il bagaglio delle trasformazioni soggettive messe in atto dalle singole azioni. Noi non possiamo pretendere che il tutto abiti la nostra coscienza razionale. Noi dobbiamo agire affinché ciò che abita la nostra coscienza razionale sia elaborazione scientifica del nostro vissuto, della nostra esperienza, del nostro corpo che abita il mondo.

Noi siamo esperienza di un corpo vivente che abita il mondo fatto da corpi animati da emozioni.

Non siamo né "tabule rase" e nemmeno un insieme di idee aprioristiche come imposto da Platone. Non siamo creati da un dio padrone, ma siamo divenuti come soggetti nella Natura per emozione, azioni ed esperienze che ci hanno indotto ad adattarci. Per continuare a divenire dobbiamo mettere in atto altre azioni di adattamento in relazione alle condizioni che incontriamo.

La capacità di trasformare l'esperienza in scienza, in teoria, ci permette di elaborare ulteriormente nuove esperienze costruendo un noi stessi agile ed attento nelle condizioni della nostra vita.

L'esperienza e le nostre pulsioni ci dicono che noi esistiamo per trasformarci. Possiamo anche non pensare dove o in cosa ci trasformiamo, ma non possiamo prescindere dal fatto che la nostra vita è una continua trasformazione e che la morte consiste nella fine dei processi di trasformazione della vita che stiamo vivendo.

Detto questo, il movimento della conoscenza va dalla conoscenza emotiva alla conoscenza razionale che elabora la percezione e si apre a nuove conoscenze emotive che vanno ulteriormente elaborate. Questo percorso, che noi iniziamo fin da quando siamo nella pancia di nostra madre, continua fino al giorno in cui il nostro corpo muore a meno che non abbiamo ucciso la nostra coscienza prima di allora sottomettendola ad una verità "rivelata" che imprigiona le trasformazioni in sé stessa.

Scrive Mao Zedong:

Ma il movimento della conoscenza non si conclude qui. Se il movimento dialettico-materialistico della conoscenza si fermasse alla fase della conoscenza razionale, non sarebbe stata trattata che la metà del problema e, dal punto di vista della filosofia marxista, nemmeno la metà più importante. La filosofia marxista sostiene che il problema più importante non è comprendere le leggi del mondo oggettivo per essere in grado di spiegarlo, ma valersi della conoscenza di tali leggi per trasformare attivamente il mondo. Per il marxismo, la teoria è importante, e questa importanza è espressa perfettamente nelle parole di Lenin: "Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Ma il marxismo attribuisce grande valore alla teoria proprio e solo perché essa può guidare razione.

Per movimento rivoluzionario Mao Zedong intende un continuo cambiamento del presente in cui il soggetto vive. Un continuo cambiamento del soggetto nel mondo in cui vive.

Il comunismo per Mao Zedong non è ciò che per comunismo pensa il cristianesimo. Il cristianesimo pensa il comunismo come una società idealizzata, dall'Utopia di Moro alla Città del Sole di Campanella che altro non erano che imitazioni della Repubblica di Platone o della società di Atlantide.

Mao Zedong per comunismo intende il cambiamento del presente.

E' la modificazione del presente che viene chiamata rivoluzione non i mezzi che sono necessari per cambiare quello specifico presente.

E l'uomo che si modifica in Mao Zedong è l'uomo che trasforma la conoscenza emotiva in conoscenza razionale ed elabora scientificamente la sua conoscenza razionale trasformando continuamente il proprio abitare il mondo affinché nuova conoscenza emotiva possa affluire alla sua coscienza e poterla trasformare in conoscenza razionale.

Marghera 31 marzo 2017

NOTA: Le citazioni del "Sulla Pratica" sono tratte da Mao Tse Tung "Opere scelte" Vol 1 Casa Editrice in lingue estere - Pechino 1969

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Claudio Simeoni

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Guardiano dell'Anticristo

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.