LA PATERNITA’ DI DIO
DIO PROVVIDENZA E IL
COMPLESSO DI EDIPO
Psicanalisi, psichiatria e
Stregoneria
Quarta parte
Vai all'indice su libido e realtà delle Streghe e degli Stregoni.
““Noi comprendiamo che il primitivo
ha bisogno di un dio creatore del mondo, capo della sua tribù e suo
protettore personale. Questo dio ha il suo posto dietro agli antenati
scomparsi, dei quali la tradizione ha conservato un qualche ricordo. L’uomo
nelle epoche tarde, quello del nostro tempo per esempio, si comporta allo
stesso modo. Anch’egli è infantile e, anche nell’età
adulta, ha bisogno di protezione. Anche egli sente di
non poter fare a meno dell’aiuto del suo dio”. (Sul rapporto tra civiltà,
linguaggio e paternità) Queste righe condensano l’argomento del libricino L’avvenire di una illusione
che Freud ha consacrato al problema nel 1927.
In quest’opera Freud
analizza ciò che può essere assunto nell’espressione <<i bisogni
religiosi>> dell’uomo. Questi bisogni non sono, come tali, innati: risultano da dinamismo pulsionale
del soggetto. La loro verità, nella prospettiva psicanalitica, si misura con il
loro legame con i dinamismi originari. Questi bisogni religiosi prolungano le
pulsioni prime, nel movimento della loro ricerca originale, ma al di là delle loro possibilità. Per cui
non hanno altra verità che quella del loro punto di partenza. Con
linguaggio popolare diremo che le verità religiose, inventate per i bisogni
della causa in questione – e cioè per soddisfare le
pulsioni primarie – non sono che illusioni e sublimazioni compensatorie.
Se l’uomo fosse capace di dare una risposta positiva
alle richieste delle sue pulsioni, si accontenterebbe e non cercherebbe di
andare oltre. Ma dinanzi al fallimento della sua
ricerca originale, egli postula l’esigenza di un supermondo ove trovare la
soddisfazione di ciò cui manca quaggiù. Possiamo riassumere il pensiero
freudiano in questi termini: l’uomo passa alla dimensione verticale, quella del
cielo, perché i suoi desideri non si realizzano sul piano che costituisce la
loro sede e la loro meta, sul piano orizzontale delle relazioni umane.” Huber Vergote/Piron
in “La psicanalisi scienza dell’uomo”
Sì! Freud quando pensava ai “primitivi” vedeva sé stesso privo
della conoscenza che attribuiva a sé stesso. Per riuscire a comprendere il
bisogno che rende Freud tanto comprensivo è
necessario comprendere il concetto di morte.
Umberto
Galimberti venti anni fa scrisse “Il corpo” e a
proposito della morte in opposizione alla vita nei “primitivi”:
“La morte, infatti, non è l’opposto della vita, ma un suo
aspetto che inizia con la nascita e mai l’abbandona. L’opposizione è una nostra
costruzione, e il fantasma della morte è il prezzo che paghiamo per vivere la
vita come valore assoluto. I primitivi non si concedevano a questa
opposizione, non perché erano “animisti” come
noi oggi i definiamo, ma perché, nel loro pensiero simbolico, non
privilegiavano né l’uno né l’altro termine, perché semplicemente non facevano
questa distinzione.”
Ed è proprio del cristianesimo, afferma Umberto Galimberti
in “Il corpo”:
“Caduta la speranza [ del cristiano in Paolo di Tarso,
nota mia] di una soluzione pura e semplice ella morte
attraverso l’assunzione immediata in cielo, il cristianesimo pose l’eternità
differita a fondamento della sua economia
politica della salvezza individuale, mediante l’accumulo di opere di bene
con relativo bilancio finale e sue equivalenze. Ma proprio qui dove si interrompe lo scambio simbolico e si da inizio al processo
di accumulazione, la morte, da “grande nemica”, diventa la grande alleata del
“Vivente”, il cui regno passa veramente al di là della morte, davanti alla
quale ognuno di trova solo.
Se il cristianesimo si trascina dietro un
fascio di sofferenza, di solitudine e di mortificazione è perché nell’economia
della salvezza la santificazione si ottiene con il sacrificio del corpo che
sarà valutato nel giorno della sua morte. Negata come grande
mietitrice, la morte ricompare nel cristianesimo in un modo più terribile, come
soglia del giudizio; un giudizio che,
quotidianamente anticipato nel corso della vita, non consente a questa di
esprimersi se non come angoscia di morte. Ineluttabilità del simbolico. Là infatti dove la vita non è restituita alla morte, ma, da questa
separata, è elevata a valore assoluto, ebbene, proprio allora la morte diventa
l’equivalente generale della vita, ciò che quotidianamente la percorre.”
Una
volta separata la morte dalla vita ed imposta la sofferenza di
ogni attimo presente in funzione della morte come sofferenza assoluta
che porta al giudizio capace di incutere l’infinito terrore, Salvatore Natoli, nel suo “L’esperienza del dolore”, ci parla di come
l’ebreo e il cristiano vivono l’angoscia della morte. Natoli
ci parla della dose di
eroina con cui il cristiano attenua la sua angoscia:
“YHWH o della capacità di
sperare. In questo caso, non si tratta di quella comune speranza di cui , in generale e per lo più, gli uomini sono dotati, ma di
una speranza senza limiti, incondizionata: una speranza dove l’umanamente
insperabile diventa possibile e come tale si fa speranza assoluta. Lascio qui da parte la vexata quaestio se sia la capacità umana di
sperare la matrice originaria ed originante di YHWH o, al contrario, YHWH sia
colui che in sé e per sé esiste e da cui scaturisce ogni cosa e, perciò, sia
anche colui da cui all’uomo giungono in uno esistenza e speranza infinita. tra i due fronti del riduzionismo e della teologia
fondamentale, così opposti eppure così speculari, preferisco imboccare la via
dell’esperienza. In tal caso YHWH non può essere meglio considerato che a
partire dall’esperienza storica in cui originariamente e dapprima si fa
manifesto: la tradizione ebraico-cristiana. Sotto quest’aspetto, YHWH indubbiamente esiste: gli compete
l’esistenza almeno per quel tanto che è contenuto nell’esperienza. E’ evidente
che ogni giudizio d’esistenza va calibrato attraverso la misura e le forme
dell’esperienza e perciò è altrettanto evidente che per esplicare
il senso dell’esistenza di YHWH bisogna comprendere il modo d’esperienza
attraverso cui essa giunge a manifestazione. Accedere all’esperienza di dio
attraverso l’indagine dei mondi storici in cui se ne fa esperienza non dimette
la legittimità e l’importanza di un approccio al divino in termini
classicamente ontologici-metafisici. D’altra parte
non si possono neppure delegittimare gli approcci di tipo antropologico-psicologico,
notando però come queste posizioni spartiscono con l’onto-teologia
un termine comune: il riduzionismo.”
Speranza
imposta dalla credenza nell’esistenza del dio-padre-padrone
che concede speranza là dove l’unica possibilità per l’uomo è la disperazione
che Freud ne “L’avvenire di
un’illusione” mostra di conoscere molto bene per averla sperimentata. Ma non è il “primitivo” che ha bisogno del “dio creatore”
bensì l’uomo attuale. L’uomo educato dall’ebraismo e dal
cristianesimo che non è in grado di concepire l’esistenza in maniera diversa se
non in un’opposizione fra la vita e la morte. Un’opposizione che Natoli risolve con la realtà del dio padrone data dalla
descrizione della speranza che il dio padrone impone come lenitivo alla
disperazione angosciosa che viene imposta all’uomo. La
realtà del dio padrone, dice Natoli, nasce
dall’esperienza con cui l’orrore educazionale si è
imposto sugli uomini e col quale gli uomini hanno dovuto fondare la loro
esperienza nel corso della loro vita.
Freud comprende l’infantilismo della credenza religiosa in
quanto, quell’infantilismo, è il suo
infantilismo. E’ il suo bisogno di credere nell’esistenza di un dio creatore. Ma nessun uomo primitivo; nessun individuo ha mai pensato il
dio padrone e creatore prima dell’avvento dell’ebraismo e del cristianesimo.
Quella figura del dio creatore che si impone alla
struttura psichica dell’individuo al punto tale che l’individuo non è in grado
di pensare il mondo se non in funzione di creazione operata dal dio padrone,
non è mai esistita prima dell’ebraismo e del cristianesimo.
La
manipolazione mentale che l’individuo subisce gli impedisce di fondare il
proprio futuro. Il bisogno religioso è il bisogno di relazione empatica fra l’individuo e il mondo in cui l’individuo
vive. Relazioni che impongono all’individuo un
processo di trasformazione soggettiva, sia psichica che fisica, di
trasformazione e di adeguamento di sé stesso per affrontare e supportare le
relazioni empatiche fra sé e il mondo in cui vive.
Quando l’individuo subisce sollecitazioni emotive con il mondo in cui vive, ma
non è in grado di percepire e selezionare gli stimoli, né di dare loro una
risposta adattativa adeguata, l’individuo si ritira
dal mondo. Si ritira in sé stesso elaborando un mondo immaginario in cui
immagina di ricevere stimoli e sensazioni che lui è in grado di descrivere e ai
quali desidera dare delle risposte che possano soddisfare i suoi bisogni
psichici. Bisogni psichici che vengono veicolati solo
all’interno della manipolazione mentale che ha subito e alla quale si è
adattato. Questi stimoli immaginati diventano i suoi “bisogni religiosi”;
prodotti dalla sua immaginazione per poter soddisfare i desideri che la
manipolazione mentale gli ha imposto. Ed è in questo
modo che si genera: “Con linguaggio popolare diremo
che le verità religiose, inventate per i bisogni della causa in questione – e cioè per soddisfare le pulsioni primarie – non
sono che illusioni e sublimazioni compensatorie.”.
Se
l’educazione subita dal bambino non lo chiudesse al futuro e lo attrezzasse
psicologicamente per affrontare la realtà nella quale dovrà crescere e vivere,
“Se l’uomo fosse capace di dare una risposta positiva alle richieste delle sue pulsioni, si
accontenterebbe e non cercherebbe di andare oltre.” il
bambino avrebbe un approccio diverso con la religione. Non sarebbe più
“illusioni e sublimazioni compensatorie”, ma un
processo di modificazione soggettiva per affrontare al meglio la realtà nella
quale sarà costretto a vivere.
Si comprende, in quest’ottica, come
l’esigenza di un “supermondo” gestito dal dio padrone e capace di determinare
la sua vita sia un’esigenza dell’immaginazione per impedire alla
patologia la distruzione dell’individuo. L’individuo si chiude in una
dimensione immaginaria perché reso incapace di gestire e veicolare
i propri desideri nella realtà quotidiana.
“Le frustrazioni che mortificano i desideri umani sono di due
specie: le pulsioni sono inibite dalla società e la natura oppone ai desideri
la legge della necessità. Per ognuna di queste ferite affettive, la religione
propone il compenso di una felicità sovrumana. Seguiamo il pensiero di Freud quale egli lo esprime
ne
L’avvenire di una illusione: essa rimane una validissima critica di ogni feticismo religioso.
Al fondo del proprio cuore ogni uomo è ribelle alla società a causa
delle restrizioni che essa fatalmente gli impone. Essa rimane al servizio
dell’individuo; ma poiché ne mortifica i desideri e le libertà, deve difendersi
contro di lui. Freud non crede che la società sia
capace di riconciliarsi pienamente con l’uomo.” Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi
scienza dell’uomo”
Le
frustrazioni sono imposte al bambino al momento della nascita. La capacità di
percezione del bambino, nel momento stesso in cui nasce, si trova a vivere in
un mondo confuso in cui i fenomeni che egli percepisce, per come li percepisce,
non corrispondono alla realtà. Gli presentano una realtà distorta. Il bambino
percepisce un flusso emotivo proveniente dagli Esseri Umani della società che
non corrisponde alla razionalità in cui dovrebbe vivere. Per contro non è in
grado di percepire le ragioni razionali in quanto la
razionalità della descrizione del mondo è quella che egli deve costruire un po’
alla volta.
Le
inibizioni iniziano fin dal primo istante di vita. Fin dal
momento in cui le esigenze di relazione parentale
della società separano il bambino dall’ambiente relazionale che egli ha
praticato per nove mesi. Fin dal primo istante della sua nascita
l’ambiente sociale in cui il bambino è nato gli impone i propri ritmi, le
proprie scelte, i propri atteggiamenti, senza sostanziarli di contenuto. Se la
scienza oggi ha compreso come il bambino al momento della nascita
sia un universo di conoscenza che ha costruito nella pancia della madre, la
società degli Esseri Umani se ne “sbatte” di comprendere e di alimentare quella
conoscenza per farla sfociare nel mare razionale della descrizione del mondo. La società in cui il bambino vive agisce per annullare, deridere,
rendere inutile e superflua la capacità emotiva del bambino di percepire il
mondo. Considerando il bambino una tabula rasa (dal
punto di vista della ragione lo è salvo la capacità di percepire i fenomeni
tridimensionali mediante i sensi), lo tratta come un incapace, un incompetente,
un sottomesso, un dipendente, un inadeguato, un sottoprodotto sociale, al quale
vanno imposte delle “regole” e bastonato fintanto che non soggettiva la
ragione, la razionalità, imparando a “spiegarsi” all’interno della dimensione
razionale socialmente imposta. “Non capisci niente!” dice la madre al
bambino di un anno e mezzo.
La
società non inibisce le pulsioni del bambino: inibisce il bambino nel suo
bisogno fondamentale di crescere e dilatarsi nel mondo in cui è nato. Il
bambino è oggetto di aggressione sistematica. Viene aggredito nei suoi bisogni fondamentali fin dal primo
istante di vita. Quando il bambino, fin dal primo giorno della
sua esistenza, presenta alla società umana il genio che egli è manifestando le
tensioni che lo spingono a diventare il genio che sarà come patrimonio
fondamentale della specie; la società reagisce imponendogli di essere, di
rappresentarsi, di considerarsi, come un povero “deficiente” di fronte
all’intero sistema sociale. La società lo umilia per insegnarli che
nessuno “si deve vantare davanti al dio padrone”. Anche
quando il dio padrone è rappresentato dalla società nel suo insieme.
Queste
ferite sono provocate dalla religione monoteista e dal cristianesimo in
particolare. Affermare che. “Per ognuna di queste
ferite affettive, la religione propone il compenso di una felicità sovrumana.” Questa affermazione permette a A. Vergote di glissare la
questione fondamentale: non è la società che vuole frustrare e mortificare il
bambino, ma la religione cristiana e, più in generale, il monoteismo. La
società ha bisogno di individui adeguati ad affrontare
sia i problemi sociali che fondare un futuro migliore di quello che hanno
incontrato nascendo. Una società ha bisogno di “soldati” pronti, “operai”
attenti, “dirigenti” consapevoli; il cristianesimo, NO! Il cristianesimo non
tollera che in una società i cittadini siano attenti e
consapevoli. Il cristianesimo desidera che la società sia formata da individui
angosciati così che egli può promettere la speranza dell’“oltremondo”
gestito dal suo dio padrone. Un “oltremondo” in cui viene annullata l’angoscia attraverso l’intervento del dio
padrone.
E’
proprio per l’educazione che ha ricevuto che non permette a Freud
di distinguere fra esigenze e azioni della società da esigenze e azioni della
religione cristiana. La religione monoteista, per Freud,
è la società. Ed è questa identità che fa dire a Vergote “Essa rimane al servizio
dell’individuo; ma poiché ne mortifica i desideri e le libertà, deve difendersi
contro di lui. Freud non crede che la società sia
capace di riconciliarsi pienamente con l’uomo.”
La
società cura il futuro dei bambini; la religione cristiana ne stupra il futuro.
Se alla religione cristiana viene permesso dalla
società di stuprare il futuro dei bambini, la responsabile dello stupro dei
bambini e delle conseguenti inibizioni come incapacità di veicolare le loro
pulsioni, non è imputabile all’attività della società, ma alla religione
cristiana che con la sua violenza continua ad imporsi nella e sulla società
civile. Questa pavidità della società, che permette
le atrocità del cristianesimo, induce l’individuo a ribellarsi. Il
cristianesimo fa sì che questa ribellione non sia diretta contro chi stupra il futuro dei bambini (e dell’individuo che si
ribella), ma contro aspetti specifici della società, siano essi politici od
economici, al fine di salvaguardarsi il diritto di continuare a stuprare il
futuro dei ragazzi.
E in questo sta la debolezza degli psicoanalisti: l’incapacità di
individuare cause e meccanismi perché coinvolti personalmente in quelle cause e
in quei meccanismi. Quelle cause e quei meccanismi, convengono loro. Gli
psicoanalisti sono complici di quelle cause e di quei meccanismi.
“Diversamente da Rousseau, egli sostiene
che le pulsioni aggressive, distruttrici, sono congenite all’uomo. La tesi marxista di un’armonia finale, che riassorbirebbe tutti i
conflitti nel riconoscimento spontaneo dell’uomo da parte dell’uomo, perpetua,
per uno psicanalista, il vecchio sogno narcisistico aureolto
da un’armonia piena e indifferenziata, quale sussisteva nel seno della dualità
madre-figlio. La necessaria rottura di questo doppio legame inaugura una
discordanza definitiva.
L’uomo vuole la società e la chiama all’esistenza; essa costituisce
la sua opera etica ed essa lo definisce nella sua stessa umanità. Quella
società egli se la impone contro le sue stesse pulsioni, come l’unico mezzo per
equilibrarle. La sofferenza narcisistica delle privazioni e il movimento
interiore della rivolta saranno dunque eterni quanto l’uomo e quanto la
società.” Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo”
Quando l’individuo adulto, educato cristianamente, si
volge all’indietro; la misura con cui giudica il mondo è la verità
dell’educazione che ha soggettivato.
La
libido è l’energia della vita. La vita si esprime attraverso la libido.
La
libido viene veicolata dall’individuo in ogni istante
della propria esistenza nelle relazioni con il mondo. La libido soggettiva si
alimenta nelle relazioni con il mondo in cui il soggetto vive. Il mondo si
nutre della manifestazione libidica dell’individuo
nel mondo. Questa relazione, che è la relazione della vita della Natura, viene interrotta quando, il cristiano, ossessionato, ferma
la manifestazione libidica all’interno delle
relazioni sessuali che deve controllare e assoggettare in funzione della morale
imposta dal suo dio padrone.
La
repressione libidica dell’individuo non avviene nel fanciullo, ma nel neonato fin dai primi istanti della sua
vita. Consiste nella separazione del neonato dalla società civile. La società
civile non interagisce con il neonato né lo integra come parte delle sue
scelte, ma lo separa considerandolo cosa diversa da sé. Un soggetto non sociale
a cui la società, caritatevole, si dedica pretendendo che il neonato si adegui
alle sue imposizioni.
Nei
primissimi giorni di vita la libido si esprime nel neonato mediante la sua
attività di “CONOSCERE IL MONDO E STRUTURARSI PER INTERAGIRE CON IL MONDO”. In
sostanza, la libido si manifesta con la tensione di espansione
della conoscenza e adattamento strutturale del soggetto nel mondo in cui è
nato. La scienza, oggi come oggi, ha compreso che nei primi tre anni di vita dell’individuo
si esprime la MASSIMA capacità di espansione della sua
conoscenza del mondo adeguando la sua struttura neuronale
alla comprensione dei fenomeni per potersi meglio adattare. La qualità dei
fenomeni che la società invia al neonato determina la qualità di espansione della sua conoscenza e la quantità di
soddisfazione libidica che riceve nel mondo. La
quantità di soddisfazione libidica, piacere, che il
neonato ricava dal mondo, indica la direzione nella quale il neonato alimenta
la sua manifestazione libidica. La direzione è una
VIA. La via indica le prospettive future se è aperta o determina la patologia
psichiatrica se la via è sbarrata al futuro. In quel caso il bambino si chiude
su sé stesso in una difesa dall’ansia e dall’angoscia. Ma
anche la via che lo porta a rinchiudersi per difendersi dall’ansia e
dall’angoscia è una vita che, inizialmente, gli garantiva il minor dolore
possibile (piacere) nelle sue
manifestazioni libidiche nel mondo.
Il
neonato non è in grado di determinare lo sviluppo successivo nella formazione
della sua conoscenza nella manifestazione della libido nell’attimo presente.
Questa possibilità è lasciata alla società in cui il bambino è nato. Sta
all’insieme sociale aprire al neonato il futuro.
Le
pulsioni aggressive e distruttive si impongono sulla
libido individuale fin dal primo giorno di vita. La madre e la struttura parentale, prima che la società nel suo insieme, agiscono
in funzione dell’allevamento del figlio. Il figlio è bestia! E’ colui che deve aderire ai tempi e ai ritmi della parentela.
E’ colui che deve imprigionare la parentela
all’interno di una condizione conflittuale che nega l’alleanza plurigenerazionale in funzione del futuro sociale. Così
l’anziano deve ridurre il neonato alle sue paure, insicurezze, nei suoi limiti
psichici e morali che interpreta come verità assolute.
Così l’adulto deve ridurre il neonato alla sua comprensione del mondo. Nessuno
si allea col neonato per costruire un futuro comune in cui l’adulto e l’anziano
attrezzano il neonato in vista di lasciare a lui il testimone sociale. Il
cristiano anziano non ha più futuro. Rinunciando a vivere e confidando nella
speranza ha negato il suo futuro nell’infinito. La sua disperazione lo
costringe a garantirsi la sopravvivenza nell’attimo presente. Una sopravvivenza
che vede garantita soltanto se riesce a costringere il neonato o il giovane a
servirlo nella prospettiva di essere servito a propria
volta quando diventerà vecchio. La vecchiaia vista come la disperazione
dell’adulto e non come tappa ulteriore per l’ultimo
grande balzo verso l’infinito. L’angoscia che attraversa l’anziano che viene costretto dall’educazione cristiana a confidare nella
speranza, data la disperazione in cui sta vivendo, lo porta a saccheggiare la
vita futura per garantirsi la difesa dall’ansia nell’attimo presente.
E’
sicuramente corretta la visione marxista “La tesi marxista di un’armonia finale, che riassorbirebbe tutti
i conflitti nel riconoscimento spontaneo dell’uomo da parte dell’uomo,
perpetua, per uno psicanalista, il vecchio sogno narcisistico aureolto da un’armonia piena e indifferenziata, quale
sussisteva nel seno della dualità madre-figlio.” che
deve essere letta all’interno della visione marxista e non trasferita come una
verità all’interno della verità cristiana. L’armonia non è data dalla verità
nell’attimo presente, ma dall’apertura progettuale di madre e figlio verso un
futuro da costruire e progettare all’interno di una società tesa verso la
progettazione di un futuro. E’ nell’apertura verso il futuro possibile per il
quale ci si attrezza che si costruisce l’armonia plurigenerazionale
in opposizione ad una società cristiana che non ha futuro, ma che attende la
morte come manifestazione del giudizio finale del suo dio padrone.
L’uomo
vuole una società, la chiama all’esistenza, ma il cristianesimo, il monoteismo,
blocca l’esistenza sociale nell’attimo presente attraverso la disperazione e
l’angoscia che impone ai singoli individui. Non è la società che impone le
pulsioni distruttive all’individuo, ma le necessità del cristianesimo di
distruggere nell’individuo le sue peculiarità di relazioni libidiche
col mondo. Il cristianesimo inizia bloccando la conoscenza del neonato: è una
bestia creata dal suo dio. Continua imponendo una morale che
costringe comportamenti psichici entro condizioni distruttive. Continua imponendo una visione della morte che sia angoscia e paura
di distruzione di un presente che l’individuo non può superare perché non è
stato attrezzato adeguatamente per farlo. In queste condizioni sociali
il cristianesimo impone la “dipendenza” all’individuo fissando, per tutta
l’esistenza, il rapporto con la madre e sviluppando un conflitto con ogni
situazione che mette in discussione quel rapporto. Dipendenza
che il cristianesimo impone costringendo l’individuo ad un rapporto chiuso su
sé stesso. Un individuo che vede la madre sostituita
dal dio padrone in tutte le sue forme rappresentate; da Gesù
alla madonna. Il conflitto angoscioso si sviluppa per tutta la vita e
porta Umberto Galimberti a dire: “... la morte ricompare
nel cristianesimo in un modo più terribile, come soglia del giudizio; un
giudizio che, quotidianamente anticipato nel corso della vita, non consente a
questa di esprimersi se non come angoscia di morte.”
Eterno
è il conflitto che il cristianesimo impone all’uomo. “Quella
società egli se la impone contro le sue stesse pulsioni, come l’unico mezzo per
equilibrarle. La sofferenza narcisistica delle privazioni e il movimento
interiore della rivolta saranno dunque eterni quanto l’uomo e quanto la società.” Non si tratta della società nel suo insieme, ma
dell’attività cristiana, monoteista in generale, che aggredendo la società
negli elementi più fragili (i ragazzi abbandonati al cristianesimo da genitori
pavidi e vili), rinnova continuamente il terrore sociale alimentando il terrore
e l’angoscia in ogni singolo individuo.
“Per compensare queste privazioni e riconciliarsi con gli individui,
la civiltà si sforza di sviluppare un patrimonio spirituale: tende ad interiorizzare
le interdizioni con la formazione della coscienza morale. Sul piano
dell’economia libidinale, questa formazione è valida in quanto permette all’uomo, frustrato nel suo amor proprio,
di collocarsi nel suo ideale morale e di amare le proibizioni sociali come
parti di se stesso. Nessuna civiltà tuttavia riuscirà mai a riassorbire nel
narcisismo morale, il dolore del conflitto e della privazione. Neppure le
creazioni artistiche, per quanto sia potente la loro capacità di soddisfazione
narcisistica, bastano a riempire i vuoti. La civiltà
deve dunque proporre un compenso ancor più potente: è appunto la religione che
promette lo sdebitamento completo con le sue
ricompense nell’aldilà.
La religione costituisce inoltre il solo compenso per quell’altra ferita narcisistica dolorosa che è l’impotenza
dell’uomo nei confronti della natura: sofferenza e morte sono,
per lui, un destino inevitabile. Freud riprende qui
un tema vecchio di duemila anni. L’angoscia della malattia e della morte porta
l’uomo a scongiurare il proprio destino e a prestargli
una figura umana più tenera: quella del padre-provvidenza. Come il primitivo e
il fanciullo, l’uomo della nostra civiltà umanizza la
potenza grandiosa della natura. Le presta un’intenzione per poterla scongiurare, e poter attendere protezione e felicità anche
al di là della morte.” Huber Vergote/Piron
in “La psicanalisi scienza dell’uomo”
Il
fine dell’attività terrorista cristiana è quella di stuprare le possibilità
delle persone di veicolare la loro libido nel mondo in
cui vivono e imporre quelle patologie psichiatriche che consentono ai
monoteisti di “sviluppare un patrimonio spirituale”.
Il
cristianesimo manifesta le interdizioni fin da quando il bambino è uscito dalla
vagina di sua madre e le impone al bambino rinnovando quell’orrore
morale che forma il campo di sterminio sociale che il cristianesimo definisce
come la realizzazione della “città di dio”. Le
interdizioni sono violente nell’impedire al neonato di veicolare
la sua conoscenza impedendogli di attrezzarsi al fine di conoscere.
Sostengono
Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo” ed. Borla Editore
1968 che:
“Per compensare queste privazioni e riconciliarsi con gli
individui, la civiltà si sforza di sviluppare un patrimonio spirituale: tende
ad interiorizzare le interdizioni con la formazione della coscienza morale. Sul
piano dell’economia libidinale, questa formazione è
valida in quanto permette all’uomo, frustrato nel suo
amor proprio, di collocarsi nel suo ideale morale e di amare le proibizioni
sociali come parti di se stesso.”
Non
solo capovolge, mentendo, le relazioni sull’uomo della società e quelle del
cristianesimo, ma gioca ad imputare alla società le perversioni morali del
cristianesimo. Quello che Vergote/Pirron
chiamano “patrimonio spirituale” non è altro che
l’insieme coercitivo con cui si fissa l’orrore morale nell’uomo al fine di
costringerlo a perpetuare tale orrore nei suoi figli. Sul piano dell’economia libidinale, la formazione della “coscienza” morale
coercitiva che fissa le interdizioni morali costringendo le persone ad
interiorizzarle, distrugge nell’uomo la sua apertura verso il futuro
impedendogli di accumulare energia libidinale
attraverso la veicolazione della libido nel mondo. La
coercizione morale blocca la manifestazione della libido non
tanto perché “frustrato nel suo amor proprio”,
ma perché costruisce un ideale morale che fa del blocco della libido nelle
persone l’ideale di promozione sociale.
In
questa situazione il cristianesimo trionfa: “...è
appunto la religione che promette lo sdebitamento
completo con le sue ricompense nell’aldilà.”. Costruito l’orrore nelle
persone attraverso l’imposizione dell’angoscia e dell’ansia per la paura del
giudizio (sia nel quotidiano che nell’al di là), solo
il cristianesimo, che gestisce il giudizio del suo dio padrone, spaccia la
speranza nell’angoscia come se fosse una dose di eroina.
Ed è
bugiardo Huber Vergote/Piron quando afferma: “Nessuna
civiltà tuttavia riuscirà mai a riassorbire nel narcisismo morale, il dolore
del conflitto e della privazione.”. Perché non si tratta del dolore del
conflitto e della privazione imposta dalla morale, ma si tratta del dolore
dell’individuo che è stato privato degli strumenti con cui veicolare
la propria libido nella ricerca del piacere all’interno del mondo sociale in
cui vive. Una società può veicolare il narcisismo
dell’individuo trasformando il suo “assalto al cielo” in un suo patrimonio
sociale. Se oggi le nazioni del mondo stanno trepidando per i
risultati dei loro atleti alle Olimpiadi di Pechino; domani le società dovranno
trepidare per i risultati e i successi dei singoli individui che diventano un
patrimonio per lo sviluppo delle società. Il narcisismo, che nel
cristianesimo diventa peccato di orgoglio nei
confronti del dio padrone o di chi lo gestisce e che nella società si traduce
in malattia psichiatrica, diventa manifestazione virtuosa e ricchezza sociale
quando l’individuo, in vista delle sfide della sua vita, si attrezza in
continui “allenamenti” di vita. Il narcisismo, malattia nel “potere di avere”,
diventa virtù sociale all’interno del “potere di essere”. Non il dolore
psichico per la privazione nella veicolazione della
libido imposta dalla morale; ma sfida. Una sfida da affrontare attrezzati e
consapevoli che qualunque sia il risultato della sfida
si concluderà sempre con un guadagno sia psichico, emotivo, esperienziale,
capace di sommarsi nella crescita individuale.
La
condanna della religione monoteista la incontriamo,
ancora una volta, nelle espressioni di Huber Vergote/Piron: “La religione costituisce inoltre il solo compenso per quell’altra ferita narcisistica dolorosa che è l’impotenza
dell’uomo nei confronti della natura: sofferenza e morte sono, per lui, un
destino inevitabile. Freud riprende qui un tema
vecchio di duemila anni. L’angoscia della malattia e della morte porta l’uomo a
scongiurare il proprio destino e a prestargli una
figura umana più tenera: quella del padre-provvidenza. Come il primitivo e il fanciullo, l’uomo della nostra civiltà umanizza la potenza
grandiosa della natura. Le presta un’intenzione per poterla scongiurare,
e poter attendere protezione e felicità anche al di là della morte.”
Una
volta che la violenza cristiana chiude l’Essere Umano nella sua morale
coercitiva, tutta la vita dell’uomo non è altro che un sopravvivere fra rinnovo
della coercizione e tentativo del singolo di conquistarsi un qualche spazio in
cui far sopravvivere la sua libido. Spesso, le attività del singolo, al danno
che il cristianesimo ha imposto alla società aggiunge il danno che egli provoca
per sopravvivere al danno del cristianesimo.
Da
duemila anni a questa parte l’Essere Umano ha soggettivato la paura della morte. L’angoscia come costante
della propria vita. Tuttavia la società reagisce alla
coercizione cristiana rigettando la morale cristiana. Il cristianesimo
nega il diritto alle donne di partecipare alla vita politica e sociale? La
società civile rende sacro il suffragio universale rendendo sacra la
partecipazione femminile alla vita politica, economica e sociale! Il cristianesimo
rende sacra la schiavitù e il razzismo? La società civile considera la
schiavitù e il razzismo il MALE da censurare come
impegno sacro! Il cristianesimo ritiene sacro il “vincolo familiare”? La
società civile ritiene il divorzio un diritto sacro delle persone che le
Istituzioni sono tenute a rispettare! Il cristianesimo ritiene “peccato”,
“immorali” e “delitti” i rapporti sessuali extramatrimoniali? La società civile
ritiene sacro il diritto della persona di disporre del
proprio corpo e di costruire tutte le relazioni che ritiene opportune. Il
cristianesimo ritiene l’aborto un “peccato” e un “delitto”? La società civile
ritiene il diritto della donne di decidere del proprio
corpo e di abortire, un diritto sacro! Il cristianesimo ritiene il desiderio di
morte delle persone un “peccato” e un “delitto” in quanto
le persone appartengono al suo dio padrone e, per estensione, al cristianesimo
stesso (o viceversa)? La società civile ritiene che le persone abbiano il
diritto di gestire il loro corpo anche davanti alla morte! I cristiani
considerano i bambini oggetti posseduti dai genitori (onora il padre e la
madre) e per estensione da lui stesso? La società civile ritiene che i bambini
siano dei soggetti di diritto che vanno rispettati ed attrezzati per il loro
futuro perché sono dei soggetti sacri della società!
La
società reagisce all’orrore cristiano rigettando l’idea padre-provvidenza che
può essere fatta propria soltanto dall’individuo patologicamente malato e
impotente, perché non attrezzato, ad affrontare in maniera consapevole e
responsabile la propria esistenza. Così il cristiano si pensa come il modello
in cui immagina il bambino a propria immagine e somiglianza: stupido, impotente
e sottomesso (un oggetto d’uso che i preti cristiani non esitano a stuprare).
Nello stesso modo il cristiano pensa al “primitivismo” dell’uomo: a loro
immagine e somiglianza. Il primitivo è stupido, impotente, incapace, pieno di
paure e di angosce; proprio come il cristiano!
In
questo terrore il cristiano trasforma la natura in oggetto senza volontà, né
intelligenza, né intenzioni: la cristianizza! La natura, per il cristiano, è
come la pecora del gregge che il suo dio padrone porta al macello della vita.
L’uomo la deve dominare e usare per il proprio consumo. Esattamente come il
cristiano chiuderà le persone nei campi di sterminio per poterle macellare
perché, come la natura, sono solo bestiame.
Proprio
perché per il cristiano “sofferenza e morte sono, per lui, un destino inevitabile.” si preoccupa di diffondere sofferenza e morte per il proprio
uso e consumo. L’altro deve essere sottoposto a sofferenza e morte. L’altro
deve essere messo in ginocchio davanti alla sua croce affinché non gli sia
consentito di veicolare la sua libido nella società in
cui vive e, veicolando la sua libido, vantarsi davanti al suo dio padrone.
“Sono quindi tre le componenti affettive
che entrano nella costituzione della religione. La pulsione di conservazione
spinge l’uomo a superare l’angoscia della morte, postulando una sopravvivenza.
In secondo luogo, l’uomo religioso adulto ha fede, come il primitivo e come il fanciullo, in una realizzazione effettiva nell’ordine reale
delle sue aspirazioni di protezione, di ricompensa e di immortalità. Il suo
narcisismo è la sorgente di questa credenza; infatti
il narcisismo si manifesta, secondo l’espressione consacrata, nell’onnipotenza
del pensiero e dei desideri. In terzo luogo, la nostalgia primitiva del padre,
derivata dal suo legame infantile, rende possibile la fede dell’adulto in una
figura paterna onnipotente. Per cui,
nella sua reale impotenza a rivalersi di tutte le privazioni, l’uomo si rimette
al padre onnipotente, padrone della vita e della morte, signore dell’eternità,
legislatore e custode della società.” Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza
dell’uomo”
Ci
troviamo ora a discutere dell’uomo sottomesso all’angoscia del dio padrone
attraverso la morale coercitiva cristiana. una volta
che l’individuo è stato sottomesso alla morale coercitiva cristiana ad Huber Vergote/Piron
in “La psicanalisi scienza dell’uomo” non resta altro che considerare la
coercizione come condizione naturale. Incapace di affrontare il dio padrone e
di collocare il dio padrone nell’esatta relazione con gli Esseri Umani ad Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo” non resta altro
che affrontare le componenti “affettive” che legano l’uomo nella coercizione.
Affrontiamo
le sensazioni del malato partendo dal presupposto che la malattia sia la condizione naturale nella quale l’uomo organizza la
sua vita. Squallido, ma è così!
Così Huber Vergote/Piron
in “La psicanalisi scienza dell’uomo” elenca tre componenti
“affettive” che agiscono costringendo l’Essere Umano a rifugiarsi in un sistema
religioso monoteista.
“La pulsione di conservazione spinge l’uomo a superare
l’angoscia della morte, postulando una sopravvivenza.”
La religione monoteista non supera l’angoscia della morte ma, al contrario, la
fissa nell’individuo costringendo l’individuo a vivere nell’angoscia della
morte dopo averlo costretto a considerare la morte come angoscia. All’individuo
non è lasciata nessuna via d’uscita. O vive l’angoscia della morte o viene socialmente emarginato. O
manifesta l’angoscia della morte con la sottomissione al dio padrone al quale
chiedere benevolenza, o sarà emarginato perché arrogante. Vivere la morte come
il piacere della vita porta l’individuo a dispiegare la sua libido nella
società consentendogli di vivere il piacere in ogni istante della sua
esistenza. Il piacere (comunque l’individuo dispieghi
la sua libido) nei rapporti con le persone o nelle sue relazioni intellettuali
o nelle sue scelte di vita fisica, sia sportiva che artistica.
“In secondo luogo, l’uomo religioso adulto ha fede, come il
primitivo e come il fanciullo, in una realizzazione
effettiva nell’ordine reale delle sue aspirazioni di protezione, di ricompensa
e di immortalità. Il suo narcisismo è la sorgente di questa credenza; infatti il narcisismo si manifesta, secondo l’espressione
consacrata, nell’onnipotenza del pensiero e dei desideri.” Il narcisismo
manifestato nel “potere di avere” si esprime costringendo il mondo a
riconoscere il sé stessi come immagine e somiglianza
del dio padrone o di qualche suo profeta. Un po’ come Ratzinger
che “ciò che lui fa in terra il suo dio padrone conferma in cielo”. Il
narcisismo di Ratzinger si è sempre espresso
perseguitando tutti coloro che non si mettevano in
ginocchio davanti a lui e, in particolare, quei teologi che accusava di eresia.
Il narcisismo del “potere di essere” è, al contrario,
la rappresentazione del soggetto nella società in cui vive. Una
rappresentazione che il soggetto tenta sempre di migliorare non solo perché
vuole essere il migliore nel suo campo, ma proprio perché egli vuole essere il
migliore, migliora e stimola la società in cui vive. Un po’ come il campione
sportivo che lavora e suda per giungere all’oro olimpico e quando lo ottiene
tutta la nazione esulta in quanto considera un po’ sua
quella vittoria. Nel narcisismo, come espressione della malattia psichiatrica
da onnipotenza (al di là della gravità e della
violenza con cui si impone alla società civile), le componenti irrazionali sono
molto evidenziate. L’individuo patologicamente narcisista non esulta per aver
raggiunto un risultato per il quale ha lavorato, ma esulta solo per sé stesso
pretendendo che la società gli riconosca un risultato che mai ha ottenuto. Nel
narcisismo patologico l’individuo immagina un oggetto, che forma nella sua
fantasia, e che diventa un oggetto di fede con cui il narcisista costruisce una
relazione di dipendenza. Il narcisista patologico, come il cristiano, si
comporta come il cristiano pensa il bambino: disarmato, sottomesso, incapace di
affrontare la realtà e bisognoso di protezione sia da
parte della provvidenza del suo dio padrone che da parte dell’organizzazione
che fa del dio padrone giustificazione delle sue azioni nella società. In
questa relazione di dipendenza il narcisista si immagina
nelle grazie del dio padrone e pronto per una missione divina. In questa
missione divina, nella quale tutto deve essere riconosciuto al narcisista, il
narcisista è pronto a distruggere, se ne ha la forza, l’intera società che non
riconosce come oggettivo e reale il suo delirio di onnipotenza.
“In terzo luogo, la nostalgia primitiva del padre, derivata
dal suo legame infantile, rende possibile la fede dell’adulto in una figura
paterna onnipotente. Per cui, nella sua
reale impotenza a rivalersi di tutte le privazioni, l’uomo si rimette al padre
onnipotente, padrone della vita e della morte, signore dell’eternità,
legislatore e custode della società.”
Il
cristianesimo costruisce la patologia psichiatrica narcisista nell’individuo (Freud l’ha sperimentata al punto tale da elaborare il
concetto di Complesso di Edipo per definire quell’insieme dei suoi desideri nei confronti della madre
dopo il trauma della circoncisione) attraverso la costruzione della dipendenza
dell’individuo dal padre. E’ il padre che sa! Dice Gesù.
La sapienza, il sapere, il potere, appartiene al padre; ribadisce
Gesù nella parabola del “Figliuol
prodigo”. La dipendenza dal “padre”, che rappresenta il potere del possesso,
impedisce all’Essere Umano di guardare il futuro. Rimane timoroso, ansioso,
pauroso. Deve aspettare la decisione del “padre”; deve
seguire la morale del padre; deve tremare nel terrore che il padre non
riconosca quanto lui è devoto. La dipendenza non deriva dal legame
infantile; è nell’infanzia che il cristianesimo impone all’individuo la
distruzione della persona costringendolo a diventare dipendente. La dipendenza
non “deriva da una relazione”, ma è imposta sfruttando la relazione. Il padre che non fornisce al figlio gli strumenti per costruire la
propria indipendenza. Il figlio, quando ci riesce, si appropria degli strumenti che lo portano all’indipendenza mediante
sacrificio e duro lavoro contro la volontà del padre che, obbedendo agli ordini
del dio padrone, trasforma il figlio in dipendente da sé. Chi è costretto a
diventare dipendente, spesso, trova l’uscita dalla dipendenza con un’altra
dipendenza. Così la dipendenza dalla relazione genitoriale
viene superata dal cristiano sostituendola con la
dipendenza dal dio padrone. Così nel dio padrone il cristiano trova gli
elementi e la forza per allontanare la dipendenza dal padre naturale e
costruire una propria “famiglia” nella quale riproporrà
il proprio ruolo di padre-padrone in ossequio alla propria dipendenza.
“La figura del padre è tuttora ancorata alla nostalgia dell’uomo attraverso il
complesso di Edipo che ha definitivamente legato il fanciullo
al padre legislatore. Rimandiamo però lo studio di questo secondo momento al
paragrafo seguente. Freud riconosce che la propria
critica, nella sua essenza, si rifà alle idee filosofiche atee. Alle tesi di
queste egli aggiunge un fondamento psicologico nell’economia pulsionale. Lo riconosce: la psicanalisi non dice, sulla
religione, nulla di più della filosofia. L’avvenire di un’illusione presenta un
parallelismo dichiarato, sin nello svolgimento dialogico esposto, con il Dialogue concerning natural Religion di David Hume (1751). Molte pagine hanno anche un riscontro in Feuerbach . Ma
il merito di Freud è quello di aver fondato le sue
critiche razionaliste sull’analisi della vita pulsionale.
In seguito, l’esperienza clinica ha confermato l’importanza dell’inconscio in
molte forme dell’atteggiamento religioso, che trovano
pur il loro posto nei quadri teologici meglio strutturati.
Secondo Freud, tre sono
le caratteristiche della religione, che confermano la sua interpretazione
psicoanalitica del fenomeno religioso. Innanzi tutto, nella sua evoluzione la religione
deve restringersi sempre di più il proprio campo. Deve abbandonare alla ragione
scientifica e tecnica delle zone sempre più vaste: la forza della natura, la
malattia e anche il mondo della moralità.
Ovunque progredisce la ragione, la religione
regredisce. Non è forse questa la prova che la religione è fondata sul
sentimento e non sulla ragione? Inoltre, il rifiuto di discutere le dottrine
religiose testimonia anche esso un attaccamento
essenzialmente affettivo. L’uomo tiene alla religione con tutte le sue fibre
del suo essere inconscio e non gode di nessuna libertà
psicologica nei suoi confronti. In nessun altro campo, l’uomo si avvale di così
poco spirito critico e di tanta leggerezza
nell’emettere i suoi giudizi. Non è forse questo il segno che la
religione è un puro prodotto del desiderio umano? Freud
arriva sino a mettere in dubbio la sincerità intellettuale dei credenti.
Infine, l’uomo esige che le sue leggi morali abbiano un carattere solenne e
un’autorità indiscutibile: non vuole riconoscere la loro natura umana. Le
proibizioni assumono una forza e una estensione
paragonabili alla fobia. La religione gli è socialmente necessaria.” Huber Vergote/Piron
in “La psicanalisi scienza dell’uomo”
Huber Vergote/Piron in “La
psicanalisi scienza dell’uomo” ritiene che il complesso di Edipo
sia un atteggiamento normale. Un atteggiamento che concorre
alla crescita della persona. Nulla di più falso. Soltanto nella
costruzione della dipendenza il complesso di Edipo ha
un ruolo di identificazione del figlio con il padre. Sono le relazioni
parentali che costruiscono la dipendenza e, nella dipendenza, è compresa anche
la formazione del complesso di Edipo in cui il figlio,
dipendente dalle figure genitoriali, riversa la sua
libido. Nel desiderio edipico si fonda buona parte della prigione della
dipendenza in cui il padre rinchiude i figli per garantirsi un futuro nella
vecchiaia.
La
religione monoteista, considerata in sé e per sé, è solo un insieme di superstizioni.
E’ superstizione pensare ad un dio padrone e creatore del mondo. E’
superstizioso pensare che sia esistito il figlio del dio padrone e padrone lui
stesso: Gesù! E’ superstizione pensare che sia
esistito Mosé! E’ superstizione pensare che sia
esistita la schiavitù ebrea in Egitto.
Detto
questo e quant’altro ne discende,
è necessario prendere atto delle pretese della superstizione trasformata in
religione di verità assoluta alla quale gli Esseri Umani nel corso degli ultimi
duemila anni sono stati costretti a sottomettersi. Quando
Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo” afferma “Innanzi tutto, nella sua evoluzione la religione deve
restringersi sempre di più il proprio campo. Deve abbandonare alla ragione
scientifica e tecnica delle zone sempre più vaste: la forza della natura, la
malattia e anche il mondo della moralità.” non fa altro che prendere atto dell’assolutismo con cui la
religione cristiana ha preteso di dominare l’uomo e il mondo in funzione e per
conto di una pretesa verità manifesta dal suo dio padrone. Una
verità che si è rivelata menzogna e truffa. Menzogna e
truffa in campo medico nella pretesa di concedere al dio padrone di inviare
malattia e benessere. Menzogna e truffa nel definire
la Natura un oggetto di possesso del dio padrone e, per estensione, dell’uomo.
Una Natura senza intelligenza, senza progetto o scopo. Ha mentito, dal punto di
vista morale, pretendendo di rendere sacra e naturale la sottomissione al dio
padrone e, per estensione, del razzismo e della schiavitù dell’uomo. La
religione cristiana deve abbandonare la verità assoluta, che pretende di
imporre, per liberare il terreno alla ricerca del vero che viene
occupato dalla scienza. La religione cristiana deve abbandonare il campo della
medicina. Deve abbandonare il campo della morale che deve essere occupato dalla
morale Costituzionale e dalla morale della Carta dei diritti fondamentali dell’uomo il cui rispetto va imposto al dio padrone e ai
suoi servi che si ritengono “padroni degli uomini per suo conto”. Il terreno
della Natura era occupato dal cristianesimo con l’inganno della superstizione.
Il terreno scientifico era occupato dal cristianesimo con l’inganno della
verità rivelata dal suo dio e con i roghi con cui bruciava chi quella verità
dimostrava falsa e criminale. Il terreno della morale era occupato dal
cristianesimo con la pretesa di ridurre l’uomo ad oggetto di possesso del suo
dio assassino privandolo della possibilità di determinare sé stesso e la
propria vita.
Indubbiamente,
ogni volta che il terreno occupato con la violenza dal cristianesimo viene liberato, il cristianesimo rimodula
le forme del suo dominio. Prima combatteva la medicina per costruire dolore e
sofferenza; ora usa il controllo della medicina per continuare a costruire
dolore e sofferenza. Atteggiamenti diversi per il medesimo fine.
Non
si può discutere con un cristiano della sua religione. Un cristiano è
tollerante soltanto nella misura in cui non lo si
obbliga a discutere dei principi fondanti la sua religione. Un cristiano è
talmente dipendente dal suo dio padrone da ritenere del tutto legittimo che il
suo dio padrone macelli l’intera umanità col diluvio universale. Dell’umanità
cui dovrebbe appartenere, al cristiano non frega assolutamente niente. Cosa volete che siano i campi di sterminio per il cristiano?
Del tutto legittimi; esattamente come il genocidio perpetrato dal suo dio
padrone. E quando il cristiano, per dimostrarvi la
propria “umanità” condanna i campi di sterminio, PROVATE A CHIEDERGLI DI
CONDANNARE IL SUO DIO PER IL GENOCIDIO DELL’UMANITA’! O
provate a chiedere al cristiano di condannare il suo Gesù
che ordina di scannare chi non si mette in ginocchio davanti a lui.
Come
rileva Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo”, “Inoltre, il rifiuto di discutere le dottrine religiose
testimonia anche esso un attaccamento essenzialmente
affettivo. L’uomo tiene alla religione con tutte le sue fibre del suo essere
inconscio e non gode di nessuna libertà psicologica
nei suoi confronti. In nessun altro campo, l’uomo si avvale di così poco
spirito critico e di tanta leggerezza
nell’emettere i suoi giudizi.” Leggerezza che non tiene conto della realtà in cui l’uomo vive per
rinchiuderlo nella patologia delle illusioni scambiate come reale. Il
cristiano non ha nessuna libertà di giudizio, né concede, quando gli è
possibile, che altri Esseri Umani esercitino la loro libertà perché questo lo
sconvolge. Lo angoscia. Gli crea ansia. Il cristiano per difendersi dall’ansia
è disposto a bruciare le persone. Nel bruciare le persone riafferma il dominio
del suo dio padrone e questo lo rassicura. In nessun altro campo, il cristiano,
si avvale di così poco spirito critico e di tanta leggerezza nell’emettere
giudizi.
Si
chiede, riportando la riflessione di Freud, Huber Vergote/Piron
in “La psicanalisi scienza dell’uomo”, “Non è forse
questo il segno che la religione è un puro prodotto del desiderio umano?”
Questo non dimostra che la religione è un “puro prodotto del desiderio umano”,
ma dimostra che il desiderio umano è il prodotto di uno stato patologico di
sofferenza psichica che viene santificato ed imposto
nella società. Uno stato patologico di devianza psichica che
lascia interdetti. Freud stesso non riesce a
decifrare la malattia psichiatrica che induce uno stato patologico tale da
costringere le persone a diventare dipendenti dal dio padrone, “Freud arriva sino a mettere in dubbio la sincerità intellettuale
dei credenti.”. Sì! Il credente è disonesto, sia con sé stesso che con
la società civile alla quale vuole rubare il futuro perché lui non ha più
futuro: “muoia Sansone con tutti i Filistei”.
Disonestà
e patologia psichiatrica corrono lungo il sottile confine delle fobie e del
desiderio di dominio. Il cristiano “... esige che le
sue leggi morali abbiano un carattere solenne e un’autorità indiscutibile: non
vuole riconoscere la loro natura umana. Le proibizioni assumono una forza e una estensione paragonabili alla fobia. La religione gli è
socialmente necessaria.” e
lo fa con una violenza distruttiva mai vista. Una violenza
criminale che si abbatte sulla società distruggendo la capacità dei bambini di
fondare il futuro sociale. La morale cristiana viene
imposta con la violenza. La morale cristiana pretendeva che la violenza
sessuale contro le donne e contro i bambini fosse
trattata come una violenza contro la sua morale e non contro la persona alla
quale il cristiano non riconosce nessun diritto. Il cristiano pretende che le
sue leggi morali si impongano a tutta la società in
disprezzo di ogni norma Costituzionale che la società si è data. Al cristiano
la religione cristiana e la violenza con cui la impone
(imporre con la violenza la religione cristiana fino all’attività del cristiano
di stuprare bambini, il cristiano la chiama: libertà religiosa!) gli è
necessaria. Nella società per riaffermare il suo potere; come singolo per
difendersi dall’ansia!
“La religione non riflette soltanto l’immaturità dello spirito: essa
è una costruzione dei desideri. Può essere paragonata alla nevrosi ossessiva, perché è fondata sull’onnipotenza magica del desiderio e sull’obbedienza compulsiva alle leggi. E tuttavia
essa non è una nevrosi individuale.
Anzi, Freud è del parere che, essendo nevrosi della
civiltà, essa salvi molti individui dal
cadere nella nevrosi personale: i fenomeni che altre volte appaiono, per
esempio, come forme di possesso demoniaco, nella nostra epoca post-religiosa
danno luogo a delle manifestazioni di ipocondria.
Si può anche paragonare la religione al delirio: è la proiezione di
un mondo illusorio e il rifiuto del mondo reale imposto dalla ragione all’uomo.
Ma anche in questo caso il delirio, proprio perché
collettivo, non è una forma ordinaria della patologia clinica.
La religione appare quindi come uno stadio dell’evoluzione
dell’umanità. Affermando la sua necessità psicologica e la sua contingenza nel
divenire dell’umanità, Freud si apparenta a Feuerbach. Condivide infatti la
concezione del secolo dei lumi, che pensava la Ragione capace di imporre
finalmente all’uomo l’onesto riconoscimento dell’Ananke, del destino, della necessità
del mondo reale. Mai Freud cade nel semplicismo di
Voltaire, il quale pensava che ogni istituzione e ogni dogmatismo fossero una
superstizione, nel senso volgare del termine. La religione è necessaria in
alcuni momenti dell’umanità, così come lo è certa credulità infantile nella
psicologia del fanciullo.” Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi
scienza dell’uomo”
Quando
si arriva a discutere delle ipotesi tutto diventa più
complesso. Che cos’è la religione? Che
cos’è il monoteismo? Che cos’è il cristianesimo?
La
malattia psichiatrica da dipendenza; le nevrosi ossessive; le fobie; sono
COSTRUITE DALLA RELIGIONE CRISTIANA ED IMPOSTE AI
BAMBINI.
La
religione cristiana non “non riflette soltanto l’immaturità dello spirito”, ma
COSTRUISCE SCIENTIFICAMENTE E SISTEMATICAMENTE la patologia psichiatrica nelle
persone al fine di conservarle nell’immaturità e in un perenne infantilismo da
dipendenza. Il cristianesimo DEVE imporre l’inadeguatezza al bambino al fine di
renderlo ansioso ed angosciato e poterlo dominare in una relazione di
dipendenza per tutta la vita.
“Nella nevrosi
ossessiva ci appare chiarissimo il perpetuarsi dell’onnipotenza dei pensieri;
qui i risultati di questo primitivo modo di pensare sono assai prossimi alla
coscienza. Ma dobbiamo evitare di riconoscere in ciò una caratteristica
particolare a questa nevrosi, in quanto l’indagine
psicoanalitica la rivela in tutte le altre nevrosi. In tutte le nevrosi non è determinante, nella formazione dei sintomi, la realtà dei
fatti, ma quella del pensiero. I nevrotici vivono in un particolare mondo, in
cui, come ho già detto, ha corso solo la “valuta nevrotica”; per loro, solo ciò
che è pensato intensamente, rappresentato con passione, ha un effetto, e ha
scarsa importanza la concordanza con la realtà esteriore. Durante i suoi
attacchi, l’isterico produce e fissa per mezzo di sintomi avvenimenti che si
sono verificati solo nella sua fantasia; benché sia vero che, in definitiva,
essi si collegano a fatti reali o su questi furono edificati. Nello stesso modo,
male si comprenderebbero i rimorsi dei nevrotici se li si
volesse ricollegare a effettivi reati. Un nevrotico ossessivo può essere
tormentato da un senso di colpa appena giustificato in un omicida; mentre egli,
fin dalla propria infanzia, si è comportato nei riguardi del suo prossimo nel
modo più riguardoso e scrupoloso. Eppure il suo
rimorso è giustificato; esso si fonda sugli intensi e frequenti desideri di
morte che inconsciamente si agitano in lui contro il suo prossimo. Esso è
giustificato se vengono considerati i pensieri
inconsci e non i fatti reali. L’onnipotenza dei pensieri, la sopravvalutazione
dei processi psichici nei confronti della realtà, mostrano
così una limitata partecipazione alla vita affettiva del nevrotico e a tutto
ciò che ne deriva.”
Tratto
da Totem e Tabù di Sigmund Freud
Riuscire
a comprendere come il cristianesimo non si fonda “Può
essere paragonata alla nevrosi ossessiva,
perché è fondata sull’onnipotenza magica
del desiderio e sull’obbedienza compulsiva
alle leggi.”, ma deve costruire la nevrosi ossessiva per giustificare la
sua realtà. Non è il cristianesimo che si fonda sulla nevrosi ossessiva, ma è
il cristianesimo che impone agli individui la nevrosi ossessiva per
sopravvivere come religione. Non è una nevrosi che colpisce il singolo
individuo. Il cristianesimo impone la nevrosi ossessiva a tutti gli individui
anche se non tutti gli individui riproducono nella società la nevrosi ossessiva
imposta allo stesso modo. E’ talmente capillare l’azione del cristianesimo
nella diffusione della patologia psichiatrica che ad un ebreo-cristiano come Freud tale patologia appare come una “nevrosi di civiltà”.
Una nevrosi diffusa che permette a tutti i nevrotici di non considerarsi degli
emarginati, ma di condividere la nevrosi ossessiva con molti nevrotici
ossessivi e trovare, nel mutuo appoggio, giustificazione e naturalità nelle espressioni sociali ed ideali manifestate dalla
propria nevrosi ossessiva.
Rileva
Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo”, “Si può anche paragonare la religione al delirio: è la
proiezione di un mondo illusorio e il rifiuto del mondo reale imposto dalla
ragione all’uomo. Ma anche in questo caso il delirio,
proprio perché collettivo, non è una forma ordinaria della patologia clinica.”.
E’ il rifugio dell’uomo nella sua malattia. L’uomo che non affronta la malattia
psichiatrica, ma la giustifica facendola diventare norma nella quale
organizzare la sua vita. L’illusione diventa fantasia. L’individuo malato
fantastica di un mondo meraviglioso che lo attende e un dio padrone che lo
rassicura continuamente. Finché lui mantiene la
dipendenza col dio padrone, la madonna, il cristo Gesù,
è rassicurato. L’ansia non lo coglie e l’angoscia non si fa sentire. Difenderà
la sua fantasia fino alla morte perché per lui non c’è
morte peggiore che perdere quella maniglia che gli consente di non affogare nel
mare della vita. La religione cristiana è delirio emotivo delle persone che
vivono nella fede. Un delirio che si presenta con intensità e coinvolgimento
diverso, ma sempre delirio emotivamente rassicurante.
Il
delirio diventa dimensione sociale e rassicura le persone. “Quell’imbecille
crede in cristo Gesù! Sta aspettando Baffone che gli
risolva i problemi....” La società militare cristiana
impedisce agli uomini di affrontare la loro realtà quotidiana imponendo la
sottomissione al delirio religioso. Un delirio religioso che ha i suoi estremi
nelle patologie psichiatriche distruttive tanto da necessitare
interventi di ricovero psichiatrico o trattamenti sanitari. Un
delirio religioso che diventa indifferenza sociale per la violenza dei
sacerdoti cattolici perpetrata ai danni dei bambini. Un
delirio che ha la sua origine nella credenza di un dio padrone che vede e
provvede per ciò che le persone desiderano. Questo dio padrone
giustifica l’imposizione della sofferenza sociale con cui si rinnova il
delirio.
Ananke “ciò che di necessità accade”.
“La religione appare quindi come uno stadio dell’evoluzione dell’umanità.
Affermando la sua necessità psicologica e la sua contingenza nel divenire
dell’umanità, Freud si apparenta a Feuerbach. Condivide infatti la
concezione del secolo dei lumi, che pensava la Ragione capace di imporre
finalmente all’uomo l’onesto riconoscimento dell’Ananke, del destino, della
necessità del mondo reale. Mai Freud cade nel
semplicismo di Voltaire, il quale pensava che ogni istituzione e ogni
dogmatismo fossero una superstizione, nel senso volgare del termine. La
religione è necessaria in alcuni momenti dell’umanità, così come lo è certa
credulità infantile nella psicologia del fanciullo.”
La
religione cristiana appare come la distruzione della religione. Il
cristianesimo è la distruzione delle relazioni fra l’Essere Umano e il mondo in
cui è nato. Una distruzione che ha la sublimazione nella
sottomissione dell’uomo all’idea prodotta dalla malattia psichiatrica del dio
padrone e nella sua onnipotenza. La religione cristiana non appartiene
all’evoluzione umana, ma è un arretramento della specie e costituisce ostacolo
alla costruzione del divenire umano. Sia Freud che Feuerbach non conoscono altra
religione che quella cristiana, monoteista. Sia Freud
che Feuerbach non conoscono
altro Essere Umano se non quello patologicamente malato quale prodotto
dell’educazione cristiana. Sia Freud che Feuerbach non hanno nessun
riferimento di “modello” umano che non sia quello voluto dal cristianesimo. Se
dei modelli diversi sono presenti, questi vengono
studiati dagli antropologi dopo che i missionari cristiani hanno provveduto a
stuprarne le popolazioni costringendole alla sottomissione alla morale
cristiana. Gli antropologi non studiano popolazioni diverse da quelle
cristiane, ma studiano veicolazioni diverse
dell’ideologia cristiana fatta da popolazioni che hanno messo in atto delle
strategie adattative nei confronti della violenza
ideologica dei missionari cristiani.
“Ciò
che di necessità accade” è ciò che l’umanità deve affrontare perché è accaduto:
l’orrore cristiano che ha imposto la malattia psichiatrica! Voltaire ha molte
ragioni rispetto a Freud. Freud doveva giustificare la sua
religione; la circoncisione che aveva subito: le ragioni ebraiche del popolo
eletto; le ragioni cristiane della volontà del dio padrone da imporre
all’umanità. Freud non poteva superare Freud e il suo complesso di Edipo!
L’umanità
ha la necessità della “religione”. L’umanità ha la necessità di quel “legame”
che gli Esseri Umani hanno con tutta la Natura e con tutti i processi di
trasformazione e di adattamento che la Natura ha messo
in atto per milioni e milioni di anni. L’uomo non si può separare dall’insieme
dal quale è germinato come specie. Solo la malattia
psichiatrica induce l’uomo a considerarsi cosa diversa dalla Natura; creato ad
immagine e somiglianza di un dio pazzo e cretino.
L’umanità
ha la necessità di coltivare le relazioni con la Natura: la religione!
L’umanità
deve liberarsi dall’orrore psichiatrico del cristianesimo. Non sappiamo come
avverrà questa liberazione, ma sicuramente l’umanità censurerà progressivamente
la morale cristiana sostituendola con la morale Costituzionale. Non sappiamo
come la morale Costituzionale diventerà la morale dell’umanità, ma sappiamo che
sicuramente il cristianesimo tenterà di aggirare, attraverso trucchi
interpretativi, la morale Costituzionale che le società civili si danno e si
daranno, per imporre interpretazioni favorevoli al suo dio padrone e al suo
dominio.
Superare
il cristianesimo significa superare l’infantilismo che il cristianesimo impone
agli Esseri Umani. Le società umane, prima o poi,
magari attraverso situazioni drammatiche, diventeranno adulte liberandosi dalla
patologia cristiana e dall’infantilismo che il cristianesimo impone loro.
“E’ innegabile tuttavia che ne L’avvenire di un’illusione è presente un
accento strettamente razionalista: Freud stesso ha
confessato – nell’introduzione al suo Malessere
delle civiltà – che L’avvenire di
un’illusione analizza soprattutto la religiosità popolare. A questa, Freud oppone la
<<mistica>> e la pseudoreligione dei
filosofi, come se non esistessero delle grandi tradizioni veramente religiose.
A dir il vero, quest’ultima opera pubblicata lui
vivente – Mosé e il monoteismo – il problema religioso
è posto facendo riferimento diretto alla tradizione biblica. Se abbiamo
lungamente analizzato L’avvenire di
un’illusione , ciò è dovuto al fatto che la
psicanalisi volgarizzata si è soprattutto ispirata a quest’opera.
Essa si iscrive nella grande tradizione moderna di
demistificazione dell’uomo mediante il progresso della ragione; da questo punto
di vista, è assai vicina alla critica marxista. A riprova basti citare il
celebre testo di Marx. << La religione è lo spirito di un mondo senza
spirito, il cuore di una società senza cuore; è l’oppio del popolo>>. E’
l’illusione nella quale si culla l’umanità frustrata nei suoi desideri. Freud va più lontano di Marx: per lui la frustrazione non è propriamente né
sociale né culturale; essa è costitutiva
dell’umanità, necessariamente ferita al cuore della sua affettività. Per
cui la saggezza che Freud propone all’umanità non
deve essere cercata nell’illuso soddisfacimento di una futura riconciliazione,
ma in una morale di onesta rinuncia, davanti alla
necessità riconosciuta.”
Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo”
A differenza
di quanto affermano Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo”, non esiste una
“religiosità” popolare, una mistica, una pseudoreligione
dei filosofi o la “grandi tradizioni veramente religiose” se ci riferiamo a quanto era a conoscenza di Freud.
Si tratta di veicolazioni culturali diverse del
medesimo insieme di credenze. Gli individui vengono
costretti tutti alla medesima dottrina cristiana; pur tuttavia, ogni individuo
interpreta la stessa dottrina in maniera diversa veicolando in quell’interpretazione la sua sopravvivenza psichica. Veicolazioni che
hanno lo scopo di giustificare, rendere oggettiva e reale, la superstizione.
Il filosofo cristiano è attraversato dalla stessa malattia da dipendenza della
vecchietta analfabeta che recita il rosario. Diverso è il linguaggio con cui
entrambi giustificano la loro fede; uguale è la
malattia dalla quale le loro giustificazioni emergono. C’è sicuramente una
diversità fra l’Uno dei Neoplatonici o il dio padrone dei cristiani: ma
entrambi appartengono alla stessa superstizione. Sono
due soggetti, prodotti dall’illusione, che il malato mentale mette a monte del proprio pensiero e delle proprie idee. Ogni
cristiano vi parlerà del dio cristiano in maniera diversa da ogni altro
cristiano anche quando lo incalzerete dal punto di vista razionale.
Quando Huber Vergote/Piron in “La psicanalisi scienza dell’uomo” si dice “A questa, Freud oppone la
<<mistica>> e la pseudoreligione dei
filosofi, come se non esistessero delle grandi tradizioni veramente religiose.
A dir il vero, quest’ultima opera pubblicata lui
vivente – Mosé e il monoteismo – il problema religioso
è posto facendo riferimento diretto alla tradizione biblica.” Vergote/Piron
vogliono ignorare che la tradizione biblica è una tradizione superstiziosa. La
bibbia fu inventata e scritta dai deportati a Babilonia che volevano mantenere
i palestinesi schiavi impedendo loro di integrarsi nella popolazione. Come stupirsi se la bibbia manifesta un’ideologia razzista.
La bibbia è un insieme di credenze che sono il frutto di follia illusoria e di onnipotenza ossessiva. Non c’è nulla nella bibbia che sia un “guadagno” per l’uomo. Né
un’interpretazione della realtà, né la descrizione di relazioni dell’uomo col
mondo. La bibbia è esaltazione dell’onnipotenza di ogni
singolo individuo che vi si identifica. Il dio padrone, descritto, si compiace
della violenza nei confronti degli Esseri Umani. La esercita affinché accettino
l’onnipotenza delirante e la riproducano nella società
umana distruggendola!
Huber Vergote/Piron in “La
psicanalisi scienza dell’uomo” fuggono dal porsi il problema centrale
dell’imposizione criminale del cristianesimo sull’uomo. Nel corso della storia
ci sono stati vari tentativi di risposta, come quello di Marx o di Freud, all’attività ossessiva della religione cristiana
sugli Esseri Umani. Non per questo quelle risposte
vanno interpretate come delle verità. Devono essere considerate per come i loro
autori le hanno manifestate: delle interpretazioni i cui fini era liberare sé
stessi e la cultura del loro presente dall’ossessione imposta
dal cristianesimo. Le risposte non sono delle “verità”, ma ricerche del vero. Un vero che, una volta individuato, può e deve essere
superato.
Scrive
per concludere questo commento Huber
Vergote/Piron in “La psicanalisi
scienza dell’uomo”, “Se abbiamo lungamente analizzato L’avvenire di un’illusione, ciò è dovuto
al fatto che la psicanalisi volgarizzata si è soprattutto ispirata a quest’opera. Essa si iscrive nella
grande tradizione moderna di demistificazione dell’uomo mediante il progresso
della ragione; da questo punto di vista, è assai vicina alla critica marxista.
A riprova basti citare il celebre testo di Marx. << La religione è lo
spirito di un mondo senza spirito, il cuore di una società senza cuore; è l’oppio
del popolo>>. E’ l’illusione nella quale si culla l’umanità frustrata nei
suoi desideri. Freud va più lontano di Marx: per lui la frustrazione non è propriamente né
sociale né culturale; essa è costitutiva
dell’umanità, necessariamente ferita al cuore della sua affettività. Per
cui la saggezza che Freud propone all’umanità non
deve essere cercata nell’illuso soddisfacimento di una futura riconciliazione,
ma in una morale di onesta rinuncia, davanti alla
necessità riconosciuta.”
Non
esiste una psicanalisi che si ispiri ad un’altra
opera, almeno nelle opere di Freud. Perché non esiste un parlare della religione cristiana od ebraica
che sia pura superstizione. Che forse non fu
superstizione l’atto con cui Freud fa risalire il
monoteismo di Mosé da Akenaton?
Affermare che Mosè è esistito, è un atto
superstizioso. E’ il desiderio patologico di Freud
che vuole che Mosè sia esistito. Se
Freud non avesse desiderato che Mosè
fosse esistito il dolore della circoncisione che ha provato si moltiplicherebbe
infinitamente. Invece, la sua fede nell’esistenza di Mosè
gli permette di attenuare il suo dolore angosciante. Ed è in questo dolore che Freud afferma che l’angoscia che prova non è solo sua, “per lui la
frustrazione non è propriamente né sociale né culturale; essa è costitutiva dell’umanità,”.
Dunque, dice il cristiano, se l’angoscia è costitutiva
dell’umanità, io, come cristiano, non posso essere processato per il crimine di
aver imposto frustrazioni ed angosce ai bambini. Non posso essere condannato se
stupro i bambini chiudendo la loro crescita al loro futuro. Freud
affermando che la frustrazione psichica è “costitutiva dell’umanità” altro non
fa che giustificare la sua frustrazione per la paura di individuare le cause
della frustrazione ed essere costretto ad indicarle. Ora si sa che Freud era affetto dal complesso di Edipo,
come si sa che subì un trauma feroce in seguito ala circoncisione alla quale,
come ebreo, fu sottoposto. Pertanto, ogni proposta che fa Freud
è fatta in modo da non alimentare la sua angoscia. La frase con cui Vergote/Piron chiudono
questo pezzo che abbiamo analizzato suona come uno scherno, una derisione
all’umanità affinché rinunci a ricercare le cause della frustrazione che le
viene imposta e che sbarra il futuro ai suoi figli.
Quando Marx scrive la frase citata da Vergote/Piron “<< La religione è lo
spirito di un mondo senza spirito, il cuore di una società senza cuore; è
l’oppio del popolo>>”, Vergote/Piron non ne colgono il significato. Esiste una sola
religione a cui Marx si riferisce, ed è il cristianesimo, l’ebraismo,
l’islamismo. Una sola religione che si articola in aspetti diversi, sette e
sottosette, il cui scopo è la distruzione dell’uomo;
la sottomissione ad un dio padrone. Marx è chiaro: il cristianesimo distrugge
lo spirito divino che è proprio degli oggetti del mondo. Non lo riconosce, il cristianesimo è sordo allo spirito divino. Il
cristianesimo impone una fede che uccide le emozioni, il cuore, degli Esseri
Umani. Proprio perché il cristianesimo uccide lo spirito divino proprio degli
oggetti del mondo e le emozioni nel cuore dell’uomo con cui l’uomo entra in
comunione con lo spirito divino degli oggetti del mondo, il cristianesimo,
assieme all’islam e all’ebraismo, è l’oppio dei popoli. Ha gli stessi effetti
dell’eroina rinchiudendo l’uomo in un delirio di onnipotenza
e portandolo verso l’autodistruzione.
NOTA:
Per questa serie di confronti si è usato un vecchio
libro di psicanalisi cristiana di Huber Vergote/Piron
“La psicanalisi scienza dell’uomo” ed. Borla Editore 1968 da pag. 210 a pag. 215
(“La religone
del padre” in A. Vergote cit. pp. 200ss.; “L’immagine
nevrotica di dio”, in J Rudin cit., Parte Seconda; cfr. anche A Godin “Genitori e bambini
davanti a dio”, Ancona, Milano 1965)
Marghera,
18 agosto 2008
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