Stregoneria: psichiatria e psicologia
quarta parte
La paternità di Dio, Dio provvidenza e il complesso di Edipo

Claudio Simeoni

Psichiatria e libido

La paternità di Dio, Dio provvidenza e il complesso di Edipo

Scrivono Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" ed. Borla Editore 1968:

""Noi comprendiamo che il primitivo ha bisogno di un dio creatore del mondo, capo della sua tribù e suo protettore personale. Questo dio ha il suo posto dietro agli antenati scomparsi, dei quali la tradizione ha conservato un qualche ricordo. L'uomo nelle epoche tarde, quello del nostro tempo per esempio, si comporta allo stesso modo. Anch'egli è infantile e, anche nell'età adulta, ha bisogno di protezione. Anche egli sente di non poter fare a meno dell'aiuto del suo dio". (Sul rapporto tra civiltà, linguaggio e paternità) Queste righe condensano l'argomento del libricino L'avvenire di una illusione che Freud ha consacrato al problema nel 1927.
In quest'opera Freud analizza ciò che può essere assunto nell'espressione "i bisogni religiosi" dell'uomo. Questi bisogni non sono, come tali, innati: risultano da dinamismo pulsionale del soggetto. La loro verità, nella prospettiva psicanalitica, si misura con il loro legame con i dinamismi originari. Questi bisogni religiosi prolungano le pulsioni prime, nel movimento della loro ricerca originale, ma al di là delle loro possibilità. Per cui non hanno altra verità che quella del loro punto di partenza. Con linguaggio popolare diremo che le verità religiose, inventate per i bisogni della causa in questione - e cioè per soddisfare le pulsioni primarie - non sono che illusioni e sublimazioni compensatorie. Se l'uomo fosse capace di dare una risposta positiva alle richieste delle sue pulsioni, si accontenterebbe e non cercherebbe di andare oltre. Ma dinanzi al fallimento della sua ricerca originale, egli postula l'esigenza di un supermondo ove trovare la soddisfazione di ciò cui manca quaggiù. Possiamo riassumere il pensiero freudiano in questi termini: l'uomo passa alla dimensione verticale, quella del cielo, perché i suoi desideri non si realizzano sul piano che costituisce la loro sede e la loro meta, sul piano orizzontale delle relazioni umane."

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", Borla Editore, 1968, p. 210-211

Freud quando pensava ai "primitivi" vedeva sé stesso privo della conoscenza che attribuiva a sé stesso. Per riuscire a comprendere il bisogno, che rende Freud tanto comprensivo, è necessario comprendere il concetto di morte.

Scrive Umberto Galimberti:

Ma quando la morte ha un volto, anzi quel volto, allora, nella "paralisi dello spirito", il mio corpo incomincia ad aggrapparsi alle pareti della sua vita, e mentre il pensiero sorvola il passato, evita le asperità e si disincarna, il corpo rifiuta di perdere l'antico contatto, di abbandonare gli ultimi sguardi a vantaggio di una certa serenità e di un amore della vita che pure riprende a sua insaputa. Esce e cammina, senza pensare a niente, in fuga davanti a se stesso, per sentire l'aria sul viso, la terra sotto i piedi, per lasciarsi sfiorare a intermittenze dalla bellezza della vita, fino a sentire l'ingiustizia di derubare l'altro della sua morte, lasciandosi spogliare della propria vita. La morte si dà sempre sotto l'immagine del furto. "Fur et later" diceva Gesù che la temeva perché aveva un corpo. Il problema è di scoprire quello che Artaud chiama il "Grande Predatore", per cui da quando abbiamo un corpo, dunque dalla nascita, non siamo il nostro corpo, e questa privazione istituisce il nostro rapporto con la vita. Ora se è vero, come abbiamo mostrato, che la morte non si dà mai come il termine di quel processo che con tanta sicurezza chiamiamo "vita", ma si dà solo come forma articolata del nostro rapporto con l'altro, chi può mai essere il ladro se non quel "Grande Altro" invisibile che presiede l'ordine dello spirito, per cui la parola non è la mia voce, il gesto non è la mia espressione, l'anima non è il mio corpo, il corpo non è la mia vita? Forse per l'Occidente, la morte non è, come si pensa, a la fine della sua storia, ma all'alba, quando con nomi diversi che vanno dall'àpeiron a tò Agathón, da Dio alla Ragione, s'è inaugurato e poi proseguito quel regno dell'Uno che ha sottratto al corpo il gioco delle differenze, in nome, come scrive Artaud, di un "sedicente Spirito che altro non era se non la proiezione nelle nuvole dell'idea di corpo". La storia dell'Uno ha avuto luogo e ha avuto un luogo: l'Occidente, la terra della sera sotterraneamente percorsa dall'angoscia dell'esilio, dall'esperienza della vita perduta, perché vissuta da un Pensiero separato da un corpo, espropriato, rubato da sempre.

Umberto Galimberti, Il corpo, Editore Feltrinelli, 2007, pag. 264-265

Una volta separata la morte dalla vita ed imposta la sofferenza di ogni attimo presente in funzione della morte, come sofferenza assoluta che porta al giudizio capace di incutere l'infinito terrore, Salvatore Natoli, nel suo "L'esperienza del dolore", ci parla di come l'ebreo e il cristiano vivono l'angoscia della morte. Natoli ci parla della dose di eroina con cui il cristiano attenua la sua angoscia:

"YHWH o della capacità di sperare. In questo caso, non si tratta di quella comune speranza di cui, in generale e per lo più, gli uomini sono dotati, ma di una speranza senza limiti, incondizionata: una speranza dove l'umanamente insperabile diventa possibile e come tale si fa speranza assoluta. Lascio qui da parte la vexata quaestio se sia la capacità umana di sperare la matrice originaria ed originante di YHWH o, al contrario, YHWH sia colui che in sé e per sé esiste e da cui scaturisce ogni cosa e, perciò, sia anche colui da cui all'uomo giungono in uno esistenza e speranza infinita. tra i due fronti del riduzionismo e della teologia fondamentale, così opposti eppure così speculari, preferisco imboccare la via dell'esperienza. In tal caso YHWH non può essere meglio considerato che a partire dall'esperienza storica in cui originariamente e dapprima si fa manifesto: la tradizione ebraico-cristiana. Sotto quest'aspetto, YHWH indubbiamente esiste: gli compete l'esistenza almeno per quel tanto che è contenuto nell'esperienza. E' evidente che ogni giudizio d'esistenza va calibrato attraverso la misura e le forme dell'esperienza e perciò è altrettanto evidente che per esplicare il senso dell'esistenza di YHWH bisogna comprendere il modo d'esperienza attraverso cui essa giunge a manifestazione. Accedere all'esperienza di dio attraverso l'indagine dei mondi storici in cui se ne fa esperienza non dimette la legittimità e l'importanza di un approccio al divino in termini classicamente ontologici-metafisici. D'altra parte non si possono neppure delegittimare gli approcci di tipo antropologico-psicologico, notando però come queste posizioni spartiscono con l'onto-teologia un termine comune: il riduzionismo."

Salvatore Natoli, "L'esperienza del dolore", Editore Feltrinelli, 2008, pag.184-185

Speranza imposta dalla credenza nell'esistenza del dio-padre-padrone che concede speranza là dove l'unica possibilità per l'uomo è la disperazione che Freud ne "L'avvenire di un'illusione" mostra di conoscere molto bene per averla sperimentata. Ma non è il "primitivo" che ha bisogno del "dio creatore" bensì l'uomo attuale. L'uomo educato dall'ebraismo e dal cristianesimo che non è in grado di concepire l'esistenza in maniera diversa se non in un'opposizione fra la vita e la morte.

Un'opposizione che Natoli risolve con la realtà del Dio padrone data dalla descrizione della speranza che il Dio padrone impone come lenitivo alla disperazione angosciosa che viene imposta all'uomo. La realtà del Dio come padrone, dice Natoli, nasce dall'esperienza con cui l'orrore educazionale si è imposto sugli uomini e col quale gli uomini hanno dovuto fondare la loro esperienza nel corso della loro vita.

Freud comprende l'infantilismo della credenza religiosa in quanto, quell'infantilismo, è il suo infantilismo. E' il suo bisogno di credere nell'esistenza di un dio creatore. Ma nessun uomo chiamato "primitivo"; nessun individuo ha mai pensato il Dio padrone e creatore prima dell'avvento dell'ebraismo e del cristianesimo. Quella figura del Dio creatore che si impone alla struttura psichica dell'individuo al punto tale che l'individuo non è in grado di pensare il mondo se non in funzione di una creazione operata dal suo Dio padrone che non è mai esistita prima dell'ebraismo e del cristianesimo.

La manipolazione mentale, che l'individuo subisce, gli impedisce di fondare il proprio futuro. Il bisogno religioso è il bisogno di relazione empatica fra l'individuo e il mondo in cui l'individuo vive. Relazioni che impongono all'individuo un processo di trasformazione soggettiva, sia psichica che fisica, di trasformazione e di adeguamento di sé stesso per affrontare e supportare le relazioni empatiche fra sé e il mondo in cui vive.

Quando l'individuo subisce sollecitazioni emotive con il mondo in cui vive, ma non è in grado di percepire e selezionare gli stimoli in maniera utile alla sua esistenza, né di dare loro una risposta interpretativa adeguata, l'individuo si ritira dal mondo. Si ritira in sé stesso elaborando un mondo immaginario in cui immagina di ricevere stimoli e sensazioni che lui è in grado di descrivere e alle quali desidera dare delle risposte che possano soddisfare i suoi bisogni psichici.

Bisogni psichici che vengono veicolati solo all'interno della manipolazione mentale che ha subito e alla quale si è adattato. Questi stimoli immaginati diventano i suoi "bisogni religiosi"; prodotti dalla sua immaginazione per poter soddisfare i desideri che la manipolazione mentale gli ha imposto. Ed è in questo modo che si genera: "Con linguaggio popolare diremo che le verità religiose, inventate per i bisogni della causa in questione - e cioè per soddisfare le pulsioni primarie - non sono che illusioni e sublimazioni compensatorie.".

Se l'educazione subita dal bambino non lo chiudesse al futuro e lo attrezzasse psicologicamente per affrontare la realtà nella quale dovrà crescere e vivere, "Se l'uomo fosse capace di dare una risposta positiva alle richieste delle sue pulsioni, si accontenterebbe e non cercherebbe di andare oltre." il bambino avrebbe un approccio diverso con la religione. Non sarebbe più "illusioni e sublimazioni compensatorie", ma un processo di modificazione soggettiva per affrontare al meglio la realtà nella quale sarà costretto a vivere.

Si comprende, in quest'ottica, come l'esigenza di un "supermondo" gestito dal dio padrone, capace di determinare la vita dell'individuo, sia un'esigenza dell'immaginazione per impedire alla patologia la distruzione dell'individuo. L'individuo si chiude in una dimensione immaginaria perché reso incapace di gestire e veicolare i propri desideri nella realtà quotidiana.

"Le frustrazioni che mortificano i desideri umani sono di due specie: le pulsioni sono inibite dalla società e la natura oppone ai desideri la legge della necessità. Per ognuna di queste ferite affettive, la religione propone il compenso di una felicità sovrumana. Seguiamo il pensiero di Freud quale egli lo esprime ne L'avvenire di una illusione: essa rimane una validissima critica di ogni feticismo religioso. Al fondo del proprio cuore ogni uomo è ribelle alla società a causa delle restrizioni che essa fatalmente gli impone. Essa rimane al servizio dell'individuo; ma poiché ne mortifica i desideri e le libertà, deve difendersi contro di lui. Freud non crede che la società sia capace di riconciliarsi pienamente con l'uomo."

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", Borla Editore, 1968, pag. 211

Le frustrazioni sono imposte al bambino al momento della nascita. La capacità di percezione del bambino, nel momento stesso in cui nasce, si trova a vivere in un mondo confuso in cui i fenomeni che egli percepisce, per come li percepisce, non corrispondono alla realtà. Gli presentano una realtà distorta. Il bambino percepisce un flusso emotivo proveniente dagli Esseri Umani della società che non corrisponde alla razionalità in cui dovrebbe vivere. Per contro, non è in grado di percepire le ragioni razionali in quanto la razionalità della descrizione del mondo è quella che egli deve costruire un po' alla volta.

Le inibizioni iniziano fin dal primo istante di vita. Fin dal momento in cui le esigenze di relazione parentale della società separano il bambino dall'ambiente relazionale che egli ha praticato per nove mesi. Fin dal primo istante della sua nascita l'ambiente sociale, in cui il bambino è nato gli impone i propri ritmi, le proprie scelte, i propri atteggiamenti, senza sostanziarli di contenuto. Se la scienza oggi ha compreso come il bambino al momento della nascita sia un universo di conoscenza che ha costruito nella pancia della madre, la società degli Esseri Umani se ne "sbatte" di comprendere e di alimentare quella conoscenza per farla sfociare nel mare razionale della descrizione del mondo.

La società, in cui il bambino vive, agisce per annullare, deridere, rendere inutile e superflua la capacità emotiva del bambino di percepire il mondo. Considerando il bambino una tabula rasa (dal punto di vista della ragione lo è salvo la capacità di percepire i fenomeni tridimensionali mediante i sensi), lo tratta come un incapace, un incompetente, un sottomesso, un dipendente, un inadeguato, un sottoprodotto sociale, al quale vanno imposte delle "regole" e bastonato fintanto che non soggettiva la ragione, la razionalità, imparando a "spiegarsi" all'interno della dimensione razionale socialmente imposta. "Non capisci niente!" dice la madre al bambino di un anno e mezzo.

Scrive Freud nella citata "L'avvenire di un'illusione":

Su un altro punto concordo con Lei senza riserve. E' certamente un inizio insensato voler eliminare la religione forzosamente e d'un colpo. Soprattutto perché è un'impresa disperata. Il credente non si lascia strappare la sua fede né dai ragionamenti né dai divieti. E se anche la cosa riuscisse con qualcuno, sarebbe una crudeltà. Chi per decenni ha preso sonniferi, non riesce naturalmente più a dormire se gli si toglie il sonnifero. Che gli effetti delle consolazioni religiose possano essere equiparati a quelli di un narcotico, è bellamente illustrato da quanto accade in America1. Lì attualmente si vogliono togliere alle persone - manifestamente per l'influsso del potere femminile - tutti i prodotti eccitanti, inebrianti e voluttuari, saziandole a titolo di risarcimento col timor di Dio. Anche di questo esperimento è inutile domandarsi come andrà a finire.

Freud, L'avvenire di un'illusione, Newton Editore, 2010, pag. 77

La società non inibisce le pulsioni del bambino: inibisce il bambino nel suo bisogno fondamentale di crescere e dilatarsi nel mondo in cui è nato. Il bambino è oggetto di aggressione sistematica. Viene aggredito nei suoi bisogni fondamentali fin dal primo istante di vita. Quando il bambino, fin dal primo giorno della sua esistenza, presenta alla società umana il genio che egli è manifestando le tensioni che lo spingono a diventare il genio che sarà come patrimonio fondamentale della specie, la società reagisce imponendogli di essere, di rappresentarsi, di considerarsi, come un povero "deficiente" di fronte all'intero sistema sociale. La società lo umilia per insegnarli che nessuno "si deve vantare davanti al Dio padrone". Anche quando il Dio padrone è rappresentato dalla società nel suo insieme.

Queste ferite sono provocate dalla religione monoteista e dal cristianesimo in particolare. Affermare che:

"Per ognuna di queste ferite affettive, la religione propone il compenso di una felicità sovrumana." 

Questa affermazione permette a A. Vergote di glissare la questione fondamentale: non è la società che vuole frustrare e mortificare il bambino, ma la religione cristiana e, più in generale, il monoteismo. La società ha bisogno di individui adeguati ad affrontare sia i problemi sociali che fondare un futuro migliore di quello che hanno incontrato nascendo. Una società ha bisogno di "soldati" pronti, "operai" attenti, "dirigenti" consapevoli; il cristianesimo, NO! Il cristianesimo non tollera che in una società i cittadini siano attenti e consapevoli. Il cristianesimo desidera che la società sia formata da individui angosciati così che egli può promettere la speranza dell'"oltremondo" gestito dal suo Dio padrone. Un "oltremondo" in cui verrebbe annullata l'angoscia attraverso l'intervento del Dio padrone. L'angoscia che il cristianesimo costruisce nel quotidiano delle persone per poterle dominare.

E' proprio per l'educazione che ha ricevuto Freud che non gli permette di distinguere fra esigenze e azioni della società da esigenze e azioni della religione cristiana nella violenza nei confronti del nuovo nato. La religione monoteista, per Freud, è la società. Ed è questa identità che fa dire a Vergote:

Essa rimane al servizio dell'individuo; ma poiché ne mortifica i desideri e le libertà, deve difendersi contro di lui. Freud non crede che la società sia capace di riconciliarsi pienamente con l'uomo."

La società cura il futuro dei bambini; la religione cristiana ne stupra il futuro. Se alla religione cristiana viene permesso dalla società di stuprare il futuro dei bambini, la responsabile dello stupro dei bambini e delle conseguenti inibizioni come incapacità di veicolare le loro pulsioni, non è imputabile all'attività della società, ma alla religione cristiana che, con la sua violenza, continua ad imporsi nella e sulla società civile. Questa pavidità della società, che permette le atrocità del cristianesimo, induce l'individuo a ribellarsi. Il cristianesimo fa sì che questa ribellione non sia diretta contro chi stupra il futuro dei bambini, ma contro aspetti specifici della società, siano essi politici od economici, al fine di salvaguardarsi il diritto di continuare a stuprare il futuro dei ragazzi.

In questo sta la debolezza degli psicoanalisti: l'incapacità di individuare cause e meccanismi perché coinvolti personalmente in quelle cause e in quei meccanismi. Quelle cause e quei meccanismi, convengono loro. Gli psicoanalisti sono complici di quelle cause e di quei meccanismi.

"Diversamente da Rousseau, egli sostiene che le pulsioni aggressive, distruttrici, sono congenite all'uomo. La tesi marxista di un'armonia finale, che riassorbirebbe tutti i conflitti nel riconoscimento spontaneo dell'uomo da parte dell'uomo, perpetua, per uno psicanalista, il vecchio sogno narcisistico aureolto da un'armonia piena e indifferenziata, quale sussisteva nel seno della dualità madre-figlio. La necessaria rottura di questo doppio legame inaugura una discordanza definitiva.
L'uomo vuole la società e la chiama all'esistenza; essa costituisce la sua opera etica ed essa lo definisce nella sua stessa umanità. Quella società egli se la impone contro le sue stesse pulsioni, come l'unico mezzo per equilibrarle. La sofferenza narcisistica delle privazioni e il movimento interiore della rivolta saranno dunque eterni quanto l'uomo e quanto la società."

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", Borla Editore, 1968, pag. 211-212

Quando l'individuo adulto, educato cristianamente, si volge all'indietro; la misura con cui giudica il mondo è la verità dell'educazione che ha soggettivato.

La libido è l'energia della vita. L'energia emotiva. La vita si esprime attraverso la libido.

La libido viene veicolata dall'individuo in ogni istante della propria esistenza nelle relazioni con il mondo. Il desiderio soggettivo si alimenta nelle relazioni con il mondo in cui il soggetto vive. Il mondo si nutre della manifestazione libidica dell'individuo nel mondo. Questa relazione, che è la relazione della vita della Natura, viene interrotta quando, il cristiano, ossessionato, ferma la manifestazione libidica all'interno delle relazioni sessuali che deve controllare e assoggettare in funzione della morale imposta dal suo Dio padrone. Il cristiano conchiude la veicolazione della sua libido all'interno del principio di possesso ad imitazione del suo Dio. Quando il suo Dio deve mettere incinta Maria, non la ama, ma la possiede e la usa.

La repressione del desiderio nell'individuo non avviene nel fanciullo, ma nel neonato fin dai primi istanti della sua vita. Consiste nella separazione del neonato dalla società civile. La società civile non interagisce con il neonato né lo integra come parte delle sue scelte, ma lo separa considerandolo cosa diversa da sé. Un soggetto non sociale a cui la società, caritatevole, si dedica pretendendo che il neonato si adegui alle sue imposizioni.

Nei primissimi giorni di vita la libido si esprime nel neonato mediante la sua attività di "CONOSCERE IL MONDO E STRUTURARSI PER INTERAGIRE CON IL MONDO". In sostanza, la libido si manifesta con la tensione di espansione della conoscenza e adattamento fisico del soggetto nel mondo in cui è nato. La scienza, oggi come oggi, ha compreso che nei primi tre anni di vita dell'individuo si esprime la MASSIMA capacità di espansione della sua conoscenza del mondo adeguando la sua struttura neuronale alla comprensione dei fenomeni per potersi meglio adattare.

La qualità dei fenomeni che la società invia al neonato determina la qualità di espansione della sua conoscenza e la quantità di soddisfazione libidica che riceve nel mondo. La quantità di soddisfazione libidica, piacere, che il neonato ricava dal mondo, indica la direzione nella quale il neonato alimenta la sua manifestazione libidica. La direzione è una VIA. La via indica le prospettive future se è aperta o determina la patologia psichiatrica se la via è sbarrata al futuro. In quel caso, il bambino si chiude su sé stesso in una difesa dall'ansia e dall'angoscia. Ma, anche la via che lo porta a rinchiudersi per difendersi dall'ansia e dall'angoscia è una vita che, inizialmente, gli garantiva il minor dolore possibile (piacere) nelle sue manifestazioni libidiche nel mondo.

Il neonato non è in grado di determinare lo sviluppo successivo nella formazione della sua conoscenza attraverso la manifestazione della libido nell'attimo presente. Questa possibilità è lasciata alla società in cui il bambino è nato. Sta all'insieme sociale aprire al neonato il futuro.

Le pulsioni aggressive e distruttive si impongono sulla libido individuale fin dal primo giorno di vita. La madre e la struttura parentale, prima che la società nel suo insieme, agiscono in funzione dell'allevamento del figlio. Il figlio è bestia! E' colui che deve aderire ai tempi e ai ritmi della parentela. E' colui che deve imprigionare la parentela all'interno di una condizione conflittuale che nega l'alleanza plurigenerazionale in funzione del futuro sociale. L'anziano deve ridurre il neonato alle sue paure, insicurezze, nei suoi limiti psichici e morali che interpreta come verità assolute. L'adulto deve ridurre il neonato alla sua comprensione del mondo. Nessuno si allea col neonato per costruire un futuro comune in cui l'adulto e l'anziano attrezzano il neonato in vista di lasciare a lui il testimone sociale. Il cristiano anziano non ha più futuro. Rinunciando a vivere e confidando nella speranza, ha negato il suo futuro nell'infinito. La sua disperazione lo costringe a garantirsi la sopravvivenza nell'attimo presente. Una sopravvivenza che vede garantita soltanto se riesce a costringere il neonato o il giovane a servirlo nella prospettiva di essere servito a propria volta quando diventerà vecchio.

La vecchiaia è vista come la disperazione dell'adulto e non come tappa ulteriore per l'ultimo grande balzo verso l'infinito. L'angoscia attraversa l'anziano costretto dall'educazione cristiana a confidare nella speranza. Data la disperazione in cui sta vivendo, l'anziano è pronto a saccheggiare la vita futura per garantirsi la difesa dall'ansia nell'attimo presente.

E' sicuramente corretta la visione marxista:

 "La tesi marxista di un'armonia finale, che riassorbirebbe tutti i conflitti nel riconoscimento spontaneo dell'uomo da parte dell'uomo, perpetua, per uno psicanalista, il vecchio sogno narcisistico aureolto da un'armonia piena e indifferenziata, quale sussisteva nel seno della dualità madre-figlio." 

Deve essere letta all'interno della visione marxista e non trasferita come una verità all'interno della verità cristiana. L'armonia non è data dalla verità nell'attimo presente, ma dall'apertura progettuale di madre e figlio verso un futuro da costruire e progettare all'interno di una società tesa verso la progettazione di un proprio futuro. E' nell'apertura verso il futuro possibile per il quale ci si attrezza che si costruisce l'armonia plurigenerazionale in opposizione ad una società cristiana che non ha futuro, ma che attende la morte come manifestazione del giudizio finale del suo dio padrone. L'ebreo e il cristiano sono sempre in attesa di un loro messia. Per il cristiano che venga con grande potenza sulle nubi mentre le stelle cadono sulla terra.

L'uomo vuole una società, la chiama all'esistenza, ma il cristianesimo, il monoteismo, blocca l'esistenza sociale nell'attimo presente attraverso la disperazione e l'angoscia che impone ai singoli individui. Non è la società che impone le pulsioni distruttive all'individuo, ma le necessità del cristianesimo di distruggere nell'individuo le sue peculiarità di relazioni libidiche col mondo. Il cristianesimo inizia bloccando la conoscenza del neonato: è una bestia creata dal suo Dio. Continua imponendo una morale che costringe comportamenti psichici entro condizioni distruttive. Continua imponendo una visione della morte che sia angoscia e paura di distruzione di un presente che l'individuo non può superare perché non è stato attrezzato adeguatamente per farlo. In queste condizioni sociali, il cristianesimo impone la "dipendenza" all'individuo fissando, per tutta la sua esistenza, il rapporto con la madre e sviluppando un conflitto con ogni situazione che mette in discussione quel rapporto. Dipendenza, che il cristianesimo impone costringendo l'individuo ad un rapporto chiuso su sé stesso. Un individuo che vede la madre sostituita dal Dio padrone in tutte le sue forme rappresentate; da Gesù alla madonna.

Eterno è il conflitto che il cristianesimo impone all'uomo.

 "Quella società egli se la impone contro le sue stesse pulsioni, come l'unico mezzo per equilibrarle. La sofferenza narcisistica delle privazioni e il movimento interiore della rivolta saranno dunque eterni quanto l'uomo e quanto la società." 

Non si tratta della società nel suo insieme, ma dell'attività cristiana, monoteista in generale, che aggredendo la società negli elementi più fragili (i ragazzi abbandonati al cristianesimo da genitori pavidi e vili), rinnova continuamente il terrore sociale alimentando il terrore e l'angoscia in ogni singolo individuo.

"Per compensare queste privazioni e riconciliarsi con gli individui, la civiltà si sforza di sviluppare un patrimonio spirituale: tende ad interiorizzare le interdizioni con la formazione della coscienza morale. Sul piano dell'economia libidinale, questa formazione è valida in quanto permette all'uomo, frustrato nel suo amor proprio, di collocarsi nel suo ideale morale e di amare le proibizioni sociali come parti di se stesso. Nessuna civiltà tuttavia riuscirà mai a riassorbire nel narcisismo morale, il dolore del conflitto e della privazione. Neppure le creazioni artistiche, per quanto sia potente la loro capacità di soddisfazione narcisistica, bastano a riempire i vuoti. La civiltà deve dunque proporre un compenso ancor più potente: è appunto la religione che promette lo sdebitamento completo con le sue ricompense nell'aldilà.
La religione costituisce inoltre il solo compenso per quell'altra ferita narcisistica dolorosa che è l'impotenza dell'uomo nei confronti della natura: sofferenza e morte sono, per lui, un destino inevitabile. Freud riprende qui un tema vecchio di duemila anni. L'angoscia della malattia e della morte porta l'uomo a scongiurare il proprio destino e a prestargli una figura umana più tenera: quella del padre-provvidenza. Come il primitivo e il fanciullo, l'uomo della nostra civiltà umanizza la potenza grandiosa della natura. Le presta un'intenzione per poterla scongiurare, e poter attendere protezione e felicità anche al di là della morte."

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", Borla Editore, 1968, pag. 212

Il fine dell'attività terrorista cristiana è quella di stuprare le possibilità delle persone di veicolare la loro libido nel mondo in cui vivono e imporre quelle patologie psichiatriche che consentono ai monoteisti di "sviluppare un patrimonio spirituale".

Il cristianesimo manifesta le interdizioni fin da quando il bambino è uscito dalla vagina di sua madre e le impone al bambino rinnovando quell'orrore morale che forma il campo di sterminio sociale che il cristianesimo definisce come la realizzazione della "città di dio". Le interdizioni agiscono violentemente nell'impedire al neonato di veicolare la sua conoscenza impedendogli di attrezzarsi al fine di conoscere.

Sostengono Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" ed. Borla Editore 1968, (pag. 212) che:

"Per compensare queste privazioni e riconciliarsi con gli individui, la civiltà si sforza di sviluppare un patrimonio spirituale: tende ad interiorizzare le interdizioni con la formazione della coscienza morale. Sul piano dell'economia libidinale, questa formazione è valida in quanto permette all'uomo, frustrato nel suo amor proprio, di collocarsi nel suo ideale morale e di amare le proibizioni sociali come parti di se stesso."

Non solo capovolge, mentendo, le relazioni sull'uomo della società e del cristianesimo, ma gioca ad imputare alla società le perversioni morali del cristianesimo. Quello che Vergote/Pirron chiamano "patrimonio spirituale" non è altro che l'insieme coercitivo con cui si fissa l'orrore morale nell'uomo al fine di costringerlo a perpetuare tale orrore nei suoi figli. Sul piano dell'economia libidinale, la formazione della "coscienza" morale coercitiva che fissa le interdizioni morali costringendo le persone ad interiorizzarle, distrugge nell'uomo la sua apertura verso il futuro impedendogli di accumulare energia libidinale attraverso la veicolazione della libido nel mondo. La coercizione morale blocca la manifestazione della libido non tanto perché "frustrato nel suo amor proprio", ma perché costruisce un ideale morale che fa, del blocco della libido nelle persone, l'ideale di promozione sociale.

In questa situazione il cristianesimo trionfa: 

"...è appunto la religione che promette lo sdebitamento completo con le sue ricompense nell'aldilà.". 

Costruito l'orrore nelle persone, attraverso l'imposizione dell'angoscia e dell'ansia per la paura del giudizio (sia nel quotidiano che nell'al di là), solo il cristianesimo, che gestisce il giudizio del suo Dio padrone, spaccia la speranza nell'angoscia come se fosse una dose di eroina.

Ed è bugiardo Huber Vergote/Piron quando afferma: 

"Nessuna civiltà tuttavia riuscirà mai a riassorbire nel narcisismo morale, il dolore del conflitto e della privazione.".

Perché non si tratta del dolore del conflitto e della privazione imposta dalla morale, ma si tratta del dolore dell'individuo che è stato privato degli strumenti con cui veicolare la propria libido nella ricerca del piacere all'interno del mondo sociale in cui vive. Una società può veicolare il narcisismo dell'individuo trasformando il suo "assalto al cielo" in un suo patrimonio sociale. Se oggi le nazioni del mondo stanno trepidando per i risultati dei loro atleti alle Olimpiadi di Pechino; domani le società dovranno trepidare per i risultati e i successi dei singoli individui che diventano un patrimonio per lo sviluppo delle società. Il narcisismo, che nel cristianesimo diventa peccato di orgoglio nei confronti del dDio padrone o di chi lo gestisce, nella società si traduce in malattia psichiatrica. Diventa manifestazione virtuosa e ricchezza sociale quando l'individuo, in vista delle sfide della sua vita, si attrezza in continui "allenamenti" di vita.

Il narcisismo, malattia nel "potere di avere", diventa virtù sociale all'interno del "potere di essere".

Non il dolore psichico per la privazione nella veicolazione della libido imposta dalla morale; ma sfida. Una sfida da affrontare attrezzati e consapevoli che qualunque sia il risultato della sfida si concluderà sempre con un guadagno sia psichico, emotivo, esperienziale, capace di sommarsi nella crescita individuale.

La condanna della religione monoteista la incontriamo, ancora una volta, nelle espressioni di Huber Vergote/Piron (212-213):

"La religione costituisce inoltre il solo compenso per quell'altra ferita narcisistica dolorosa che è l'impotenza dell'uomo nei confronti della natura: sofferenza e morte sono, per lui, un destino inevitabile. Freud riprende qui un tema vecchio di duemila anni. L'angoscia della malattia e della morte porta l'uomo a scongiurare il proprio destino e a prestargli una figura umana più tenera: quella del padre-provvidenza. Come il primitivo e il fanciullo, l'uomo della nostra civiltà umanizza la potenza grandiosa della natura. Le presta un'intenzione per poterla scongiurare, e poter attendere protezione e felicità anche al di là della morte."

Una volta che la violenza cristiana chiude l'Essere Umano nella sua morale coercitiva, tutta la vita dell'uomo non è altro che un sopravvivere fra rinnovo della coercizione e tentativo del singolo di conquistarsi un qualche spazio in cui far sopravvivere la sua libido. Spesso, le attività del singolo, al danno che il cristianesimo ha imposto alla società aggiunge il danno che egli provoca per sopravvivere al danno del cristianesimo.

Da duemila anni a questa parte l'Essere Umano ha soggettivato la paura della morte. L'angoscia come costante della propria vita. Tuttavia la società reagisce alla coercizione cristiana rigettando la morale cristiana. Il cristianesimo nega il diritto alle donne di partecipare alla vita politica e sociale? La società civile rende sacro il suffragio universale rendendo sacra la partecipazione femminile alla vita politica, economica e sociale! Il cristianesimo rende sacra la schiavitù e il razzismo? La società civile considera la schiavitù e il razzismo il MALE da censurare come impegno sacro! Il cristianesimo ritiene sacro il "vincolo familiare"? La società civile ritiene il divorzio un diritto sacro delle persone che le Istituzioni sono tenute a rispettare! Il cristianesimo ritiene "peccato", "immorali" e "delitti" i rapporti sessuali extramatrimoniali? La società civile ritiene sacro il diritto della persona di disporre del proprio corpo e di costruire tutte le relazioni che ritiene opportune. Il cristianesimo ritiene l'aborto un "peccato" e un "delitto"? La società civile ritiene il diritto della donne di decidere del proprio corpo e di abortire, un diritto sacro! Il cristianesimo ritiene il desiderio di morte delle persone un "peccato" e un "delitto" in quanto le persone appartengono al suo Dio padrone e, per estensione, al cristianesimo stesso (o viceversa)? La società civile ritiene che le persone abbiano il diritto di gestire il loro corpo anche davanti alla morte! I cristiani considerano i bambini oggetti posseduti dai genitori (onora il padre e la madre) e per estensione da lui stesso? La società civile ritiene che i bambini siano dei soggetti di diritto che vanno rispettati ed attrezzati per il loro futuro perché sono dei soggetti sacri della società!

La società reagisce all'orrore cristiano rigettando l'idea padre-provvidenza che può essere fatta propria soltanto dall'individuo patologicamente malato e impotente, perché non attrezzato, ad affrontare in maniera consapevole e responsabile la propria esistenza. Così il cristiano si pensa come il modello in cui immagina il bambino a propria immagine e somiglianza: stupido, impotente e sottomesso (un oggetto d'uso che i preti cristiani non esitano a stuprare). Nello stesso modo, il cristiano pensa al "primitivismo" dell'uomo: a loro immagine e somiglianza. Il primitivo è stupido, impotente, incapace, pieno di paure e di angosce; proprio come il cristiano!

Domanda: quando mai è esistito l'uomo primitivo? Nel brodo primoridale?

In questo terrore il cristiano trasforma la natura in oggetti senza volontà, né intelligenza, né intenzioni: la cristianizza!

La natura, per il cristiano, è come la pecora del gregge che il suo Dio padrone porta al macello della vita.

L'uomo deve dominare la natura, usarla, distruggerla per il proprio consumo. Esattamente come il cristiano chiuderà le persone nei campi di sterminio per poterle macellare perché, come la natura, sono solo bestiame.

Proprio perché per il cristiano:

 "sofferenza e morte sono, per lui, un destino inevitabile." 

Come se gli uomini, che non pensano cristianamente, pensassero di essere immortali. Lavorano per eliminare la sofferenza, ma non vivono nell'illusione di eternità come il cristiano che confida nel suo Dio.

Il cristianesimo si preoccupa di diffondere sofferenza e morte per il proprio uso e consumo. L'altro, deve essere sottoposto a sofferenza e morte. L'altro, deve essere messo in ginocchio davanti alla sua croce affinché non gli sia consentito di veicolare la sua libido nella società in cui vive e, veicolando la sua libido, vantarsi davanti al suo Dio padrone dei cristiani.

"Sono quindi tre le componenti affettive che entrano nella costituzione della religione. La pulsione di conservazione spinge l'uomo a superare l'angoscia della morte, postulando una sopravvivenza. In secondo luogo, l'uomo religioso adulto ha fede, come il primitivo e come il fanciullo, in una realizzazione effettiva nell'ordine reale delle sue aspirazioni di protezione, di ricompensa e di immortalità. Il suo narcisismo è la sorgente di questa credenza; infatti il narcisismo si manifesta, secondo l'espressione consacrata, nell'onnipotenza del pensiero e dei desideri. In terzo luogo, la nostalgia primitiva del padre, derivata dal suo legame infantile, rende possibile la fede dell'adulto in una figura paterna onnipotente. Per cui, nella sua reale impotenza a rivalersi di tutte le privazioni, l'uomo si rimette al padre onnipotente, padrone della vita e della morte, signore dell'eternità, legislatore e custode della società."

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", Borla Editore, 1968, pag. 213

Ci troviamo ora a discutere dell'uomo sottomesso all'angoscia del Dio padrone attraverso la morale coercitiva cristiana. Una volta che l'individuo è stato sottomesso alla morale coercitiva cristiana ad Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" non resta altro che considerare la coercizione come condizione naturale. Incapaci di affrontare il Dio padrone, e di difendere l'uomo contro il suo odio, incapaci a collocare il Dio padrone nell'esatta relazione con gli Esseri Umani, ad Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" non resta altro che affrontare le componenti "affettive" che legano l'uomo nella coercizione.

Affrontiamo le sensazioni del malato partendo dal presupposto che la malattia sia la condizione naturale nella quale l'uomo organizza la sua vita. Squallido, ma è così!

In questo modo Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" elencano tre componenti "affettive" che agiscono costringendo l'Essere Umano a rifugiarsi in un sistema religioso monoteista.

1) "La pulsione di conservazione spinge l'uomo a superare l'angoscia della morte, postulando una sopravvivenza." 

La religione monoteista non supera l'angoscia della morte ma, al contrario, la fissa nell'individuo costringendo l'individuo a vivere nell'angoscia della morte dopo averlo costretto a considerare la morte come angoscia.

All'individuo non è lasciata nessuna via d'uscita. O vive l'angoscia della morte o viene socialmente emarginato. O manifesta l'angoscia della morte con la sottomissione al Dio padrone al quale chiedere benevolenza, o sarà emarginato perché arrogante. Vivere la morte come piacere della vita porta l'individuo a manifestare la sua libido nella società consentendogli di vivere il piacere in ogni istante della sua esistenza. Il piacere (comunque l'individuo veicoli la sua libido) nei rapporti con le persone o nelle sue relazioni intellettuali o nelle sue scelte di vita fisica, sia sportiva che artistica.

La morte fisica stessa è un atto di veicolazione della libido soggettiva. Una manifestazione del desiderio in cui l'individuo riversa le sue emozioni cariche dell'esperienza del proprio vissuto.

2) "In secondo luogo, l'uomo religioso adulto ha fede, come il primitivo e come il fanciullo, in una realizzazione effettiva nell'ordine reale delle sue aspirazioni di protezione, di ricompensa e di immortalità. Il suo narcisismo è la sorgente di questa credenza; infatti il narcisismo si manifesta, secondo l'espressione consacrata, nell'onnipotenza del pensiero e dei desideri."

Il narcisismo manifestato nel "potere di avere" si esprime costringendo il mondo a riconoscere il sé stessi come immagine e somiglianza del Dio padrone e dominatore o di qualche suo profeta sempre con la funzione di dominatore. Un po' come Ratzinger che "ciò che lui fa in terra il suo Dio padrone conferma in cielo". Il narcisismo di Ratzinger si è sempre espresso perseguitando tutti coloro che non si mettevano in ginocchio davanti a lui e, in particolare, quei teologi che accusava di eresia. Il narcisismo del "potere di essere" è, al contrario, la rappresentazione del soggetto nella società in cui vive. Una rappresentazione che il soggetto tenta sempre di migliorare non solo perché vuole essere il migliore nel suo campo ma, proprio perché egli vuole essere il migliore, migliora e stimola la società in cui vive. Un po' come il campione sportivo che lavora e suda per giungere all'oro olimpico e quando lo ottiene tutta la nazione esulta in quanto considera un po' sua quella vittoria.

Nel narcisismo, come espressione della malattia psichiatrica da onnipotenza (al di là della gravità e della violenza con cui si impone alla società civile), le componenti irrazionali sono molto evidenziate.

L'individuo patologicamente narcisista non esulta per aver raggiunto un risultato per il quale ha lavorato, ma esulta solo per sé stesso pretendendo che la società gli riconosca un risultato che mai ha ottenuto.

Nel narcisismo patologico l'individuo immagina un oggetto, che forma nella sua fantasia, che diventa un oggetto di fede con cui il narcisista costruisce una relazione di dipendenza. Il narcisista patologico, come il cristiano, si comporta come il cristiano pensa sia il bambino: disarmato, sottomesso, incapace di affrontare la realtà e bisognoso di protezione sia da parte della provvidenza del suo Dio padrone che da parte dell'organizzazione che fa del Dio padrone giustificazione delle sue azioni nella società.

In questa relazione di dipendenza il narcisista si immagina nelle grazie del Dio padrone e pronto per una missione divina. In questa missione divina, nella quale tutto deve essere riconosciuto al narcisista, il narcisista è pronto a distruggere, se ne ha la forza, l'intera società che non riconosce come oggettivo e reale il suo delirio di onnipotenza.

3) "In terzo luogo, la nostalgia primitiva del padre, derivata dal suo legame infantile, rende possibile la fede dell'adulto in una figura paterna onnipotente. Per cui, nella sua reale impotenza a rivalersi di tutte le privazioni, l'uomo si rimette al padre onnipotente, padrone della vita e della morte, signore dell'eternità, legislatore e custode della società."

Il cristianesimo costruisce la patologia psichiatrica narcisista nell'individuo (Freud l'ha sperimentata al punto tale da elaborare il concetto di Complesso di Edipo per definire quell'insieme dei suoi desideri nei confronti della madre dopo il trauma della circoncisione) attraverso la costruzione della dipendenza dell'individuo dal padre. E' il padre che sa! Dice Gesù. La sapienza, il sapere, il potere, appartiene al padre; ribadisce Gesù nella parabola del "Figliuol prodigo". La dipendenza dal "padre", che rappresenta il potere del possesso, impedisce all'Essere Umano di guardare il futuro. E quando il padre ha trionfato sul figlio che ritorna sconfitto, celebra la sua vittoria sul figlio macellando il vitello grasso. Il figlio deve essere timoroso, ansioso, pauroso. Deve aspettare la decisione del "padre"; deve seguire la morale del padre; deve tremare nel terrore che il padre non riconosca quanto lui è devoto.

La dipendenza non deriva dal legame infantile; è nell'infanzia che il cristianesimo impone all'individuo la distruzione della persona costringendolo a diventare dipendente. La dipendenza non "deriva da una relazione", ma è imposta sfruttando la relazione. Il padre che non fornisce al figlio gli strumenti per costruire la propria indipendenza. Il figlio, quando ci riesce, si appropria degli strumenti che lo portano all'indipendenza mediante sacrificio e duro lavoro contro la volontà del padre che, obbedendo agli ordini del Dio padrone, trasforma il figlio in dipendente da sé. Chi è costretto a diventare dipendente, spesso, trova l'uscita dalla dipendenza con un'altra dipendenza. Così la dipendenza dalla relazione genitoriale viene superata dal cristiano sostituendola con la dipendenza dal Dio padrone. Nel Dio padrone il cristiano trova gli elementi e la forza per allontanarsi dalla dipendenza dal padre naturale e costruire una propria "famiglia" nella quale riproporrà il proprio ruolo di padre-padrone in ossequio alla propria dipendenza.

"La figura del padre è tuttora ancorata alla nostalgia dell'uomo attraverso il complesso di Edipo che ha definitivamente legato il fanciullo al padre legislatore. Rimandiamo però lo studio di questo secondo momento al paragrafo seguente. Freud riconosce che la propria critica, nella sua essenza, si rifà alle idee filosofiche atee. Alle tesi di queste egli aggiunge un fondamento psicologico nell'economia pulsionale. Lo riconosce: la psicanalisi non dice, sulla religione, nulla di più della filosofia. L'avvenire di un'illusione presenta un parallelismo dichiarato, sin nello svolgimento dialogico esposto, con il Dialogue concerning natural Religion di David Hume (1751). Molte pagine hanno anche un riscontro in Feuerbach . Ma il merito di Freud è quello di aver fondato le sue critiche razionaliste sull'analisi della vita pulsionale. In seguito, l'esperienza clinica ha confermato l'importanza dell'inconscio in molte forme dell'atteggiamento religioso, che trovano pur il loro posto nei quadri teologici meglio strutturati.
Secondo Freud, tre sono le caratteristiche della religione, che confermano la sua interpretazione psicoanalitica del fenomeno religioso. Innanzi tutto, nella sua evoluzione la religione deve restringersi sempre di più il proprio campo. Deve abbandonare alla ragione scientifica e tecnica delle zone sempre più vaste: la forza della natura, la malattia e anche il mondo della moralità. Ovunque progredisce la ragione, la religione regredisce. Non è forse questa la prova che la religione è fondata sul sentimento e non sulla ragione? Inoltre, il rifiuto di discutere le dottrine religiose testimonia anche esso un attaccamento essenzialmente affettivo. L'uomo tiene alla religione con tutte le sue fibre del suo essere inconscio e non gode di nessuna libertà psicologica nei suoi confronti. In nessun altro campo, l'uomo si avvale di così poco spirito critico e di tanta leggerezza nell'emettere i suoi giudizi. Non è forse questo il segno che la religione è un puro prodotto del desiderio umano? Freud arriva sino a mettere in dubbio la sincerità intellettuale dei credenti. Infine, l'uomo esige che le sue leggi morali abbiano un carattere solenne e un'autorità indiscutibile: non vuole riconoscere la loro natura umana. Le proibizioni assumono una forza e una estensione paragonabili alla fobia. La religione gli è socialmente necessaria."

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", Borla Editore, 1968, pag. 213-214

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" ritengono che il complesso di Edipo sia un atteggiamento normale. Un atteggiamento che concorre alla crescita della persona. Nulla di più falso. Soltanto nella costruzione della dipendenza il complesso di Edipo ha un ruolo di identificazione del figlio con il padre. Sono le relazioni parentali che costruiscono la dipendenza, e nella dipendenza, è compresa anche la formazione del complesso di Edipo in cui il figlio, dipendente dalle figure genitoriali, riversa la sua libido. Nel desiderio edipico si fonda buona parte della prigione della dipendenza in cui il padre rinchiude i figli per garantirsi un futuro nella vecchiaia.

La religione monoteista, considerata in sé e per sé, è solo un insieme di superstizioni. E' superstizione pensare ad un Dio padrone e creatore del mondo. E' superstizioso pensare che sia esistito il figlio del Dio padrone e padrone lui stesso: Gesù! E' superstizione pensare che sia esistito Mosé! E' superstizione pensare che sia esistita la schiavitù ebrea in Egitto.

Detto questo, e quant'altro ne discende, è necessario prendere atto delle pretese della superstizione, trasformata in religione, di verità assoluta alla quale gli Esseri Umani, nel corso degli ultimi duemila anni, sono stati costretti a sottomettersi. Quando Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" afferma:

"Innanzi tutto, nella sua evoluzione la religione deve restringersi sempre di più il proprio campo. Deve abbandonare alla ragione scientifica e tecnica delle zone sempre più vaste: la forza della natura, la malattia e anche il mondo della moralità."

Non fanno altro che prendere atto dell'assolutismo con cui la religione cristiana ha preteso di dominare l'uomo e il mondo in funzione e per conto di una pretesa verità manifesta dal suo Dio padrone. Una verità che si è rivelata menzogna e truffa. Menzogna e truffa in campo medico nella pretesa di concedere al Dio padrone il diritto di inviare malattia e benessere a seconda del suo capriccio. Menzogna e truffa nel definire la Natura un oggetto di possesso del dio padrone e, per estensione, dell'uomo. Una Natura senza intelligenza, senza progetto o scopo. Ha mentito, dal punto di vista morale, pretendendo di rendere sacra e naturale la sottomissione al Dio padrone e, per estensione, legittimare il razzismo e la schiavitù dell'uomo per volontà di Dio. La religione cristiana deve abbandonare la verità assoluta, che pretende di imporre, per liberare il terreno alla ricerca del vero che viene occupato dalla scienza. La religione cristiana deve abbandonare il campo della medicina. Deve abbandonare il campo della morale che deve essere occupato dalla morale Costituzionale e dalla morale della Carta dei diritti fondamentali dell'uomo il cui rispetto va imposto al Dio padrone e ai suoi servi che si ritengono "padroni degli uomini per suo conto".

Il terreno della Natura era occupato dal cristianesimo con l'inganno della superstizione. Il terreno scientifico era occupato dal cristianesimo con l'inganno della verità rivelata dal suo Dio e con i roghi con cui bruciava chi quella verità dimostrava falsa e criminale. Il terreno della morale era occupato dal cristianesimo con la pretesa di ridurre l'uomo ad oggetto di possesso del suo Dio assassino privandolo della possibilità di determinare sé stesso e la propria vita.

Indubbiamente, ogni volta che il terreno sociale, occupato con la violenza dal cristianesimo, viene liberato, il cristianesimo rimodula e riadatta le forme del suo dominio. Prima combatteva la medicina per costruire dolore e sofferenza; ora usa il controllo della medicina per continuare a costruire dolore e sofferenza. Atteggiamenti diversi per il medesimo fine.

Non si può discutere con un cristiano della sua religione. Un cristiano è tollerante soltanto nella misura in cui non lo si obbliga a discutere dei principi fondanti la sua religione. Un cristiano è talmente dipendente dal suo Dio padrone da ritenere del tutto legittimo che il suo Dio padrone si possa vantare di aver macellato l'intera umanità col diluvio universale.

Dell'umanità a cui dovrebbe appartenere, al cristiano non frega assolutamente niente. Cosa volete che siano i campi di sterminio per il cristiano? Del tutto legittimi; esattamente come il genocidio perpetrato dal suo Dio padrone. E quando il cristiano, per dimostrarvi la propria "umanità" condanna i campi di sterminio, PROVATE A CHIEDERGLI DI CONDANNARE IL SUO DIO PER IL GENOCIDIO DELL'UMANITA'! O provate a chiedere al cristiano di condannare il suo Gesù che ordina di scannare chi non si mette in ginocchio davanti a lui.

Come rileva Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo":

"Inoltre, il rifiuto di discutere le dottrine religiose testimonia anche esso un attaccamento essenzialmente affettivo. L'uomo tiene alla religione con tutte le sue fibre del suo essere inconscio e non gode di nessuna libertà psicologica nei suoi confronti. In nessun altro campo, l'uomo si avvale di così poco spirito critico e di tanta leggerezza nell'emettere i suoi giudizi."

Leggerezza che non tiene conto della realtà in cui l'uomo vive per rinchiuderlo nella patologia delle illusioni scambiate come reale. Il cristiano non ha nessuna libertà di giudizio, né concede, quando gli è possibile, che altri Esseri Umani esercitino la loro libertà perché questo lo sconvolge. Lo angoscia. Gli crea ansia. Il cristiano per difendersi dall'ansia è disposto a bruciare le persone. Nel bruciare le persone riafferma il dominio del suo Dio padrone e questo lo rassicura. In nessun altro campo, il cristiano, si avvale di così poco spirito critico e di tanta leggerezza nell'emettere giudizi.

Si chiede, riportando la riflessione di Freud, Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo": 

"Non è forse questo il segno che la religione è un puro prodotto del desiderio umano?" 

Questo non dimostra che la religione è un "puro prodotto del desiderio umano", ma dimostra che il desiderio umano è il prodotto di uno stato patologico di sofferenza psichica che viene santificato ed imposto nella società e veicolato in una struttura di dominio chiamata "religione". Uno stato patologico di devianza psichica che lascia interdetti. Freud stesso non riesce a decifrare la malattia psichiatrica che induce uno stato patologico tale da costringere le persone a diventare dipendenti dal Dio padrone: 

"Freud arriva sino a mettere in dubbio la sincerità intellettuale dei credenti.". 

Sì! Il credente è disonesto, sia con sé stesso che con la società civile alla quale vuole rubare il futuro perché lui non ha più futuro: "muoia Sansone con tutti i Filistei".

Disonestà e patologia psichiatrica corrono lungo il sottile confine delle fobie e del desiderio di dominio. Il cristiano: 

"... esige che le sue leggi morali abbiano un carattere solenne e un'autorità indiscutibile: non vuole riconoscere la loro natura umana. Le proibizioni assumono una forza e una estensione paragonabili alla fobia. La religione gli è socialmente necessaria." 

Il cristiano lo fa con una violenza distruttiva mai vista nella storia dell'umanità. Una violenza criminale che si abbatte sulla società distruggendo la capacità dei bambini di fondare il futuro sociale. La morale cristiana viene imposta con la violenza. La morale cristiana pretendeva che la violenza sessuale contro le donne e contro i bambini fosse trattata come una violenza contro la sua morale e non contro la persona alla quale il cristiano non riconosce nessun diritto. Il cristiano pretende che le sue leggi morali si impongano a tutta la società in disprezzo di ogni norma Costituzionale che la società si è data. Al cristiano, la religione cristiana e la violenza con cui la impone (imporre con la violenza la religione cristiana fino all'attività del cristiano di stuprare bambini, il cristiano la chiama: libertà religiosa!) gli è necessaria. La esercita nella società per riaffermare il suo potere; come ogni singolo individuo per difendersi dall'ansia di una possibile emarginazione.

"La religione non riflette soltanto l'immaturità dello spirito: essa è una costruzione dei desideri. Può essere paragonata allanevrosi ossessiva, perché è fondata sull'onnipotenza magica del desiderio e sull'obbedienza compulsiva alle leggi. E tuttavia essa non è una nevrosi individuale. Anzi, Freud è del parere che, essendo nevrosi della civiltà, essa salvi molti individui dal cadere nella nevrosi personale: i fenomeni che altre volte appaiono, per esempio, come forme di possesso demoniaco, nella nostra epoca post-religiosa danno luogo a delle manifestazioni di ipocondria.
Si può anche paragonare la religione al delirio: è la proiezione di un mondo illusorio e il rifiuto del mondo reale imposto dalla ragione all'uomo. Ma anche in questo caso il delirio, proprio perché collettivo, non è una forma ordinaria della patologia clinica. La religione appare quindi come uno stadio dell'evoluzione dell'umanità. Affermando la sua necessità psicologica e la sua contingenza nel divenire dell'umanità, Freud si apparenta a Feuerbach. Condivide infatti la concezione del secolo dei lumi, che pensava la Ragione capace di imporre finalmente all'uomo l'onesto riconoscimento dell'Ananke, del destino, della necessità del mondo reale. Mai Freud cade nel semplicismo di Voltaire, il quale pensava che ogni istituzione e ogni dogmatismo fossero una superstizione, nel senso volgare del termine. La religione è necessaria in alcuni momenti dell'umanità, così come lo è certa credulità infantile nella psicologia del fanciullo."

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", Borla Editore, 1968, pag. 214-215

Quando si arriva a discutere delle ipotesi, tutto diventa più complesso.

Che cos'è la religione? Che cos'è il monoteismo? Che cos'è il cristianesimo?

La malattia psichiatrica da dipendenza; le nevrosi ossessive; le fobie; sono tutte costruite dalla religione cristiana ed imposte ai bambini.

La religione cristiana "non riflette soltanto l'immaturità dello spirito", ma costruisce scientificamente e sistematicamente la malattia psichiatrica nelle persone al fine di conservarle nell'immaturità e in un perenne infantilismo da dipendenza. Il cristianesimo DEVE imporre l'inadeguatezza al bambino al fine di renderlo ansioso ed angosciato per poterlo dominare in una relazione di dipendenza per tutta la vita.

"Nella nevrosi ossessiva ci appare chiarissimo il perpetuarsi dell'onnipotenza dei pensieri; qui i risultati di questo primitivo modo di pensare sono assai prossimi alla coscienza. Ma dobbiamo evitare di riconoscere in ciò una caratteristica particolare a questa nevrosi, in quanto l'indagine psicoanalitica la rivela in tutte le altre nevrosi. In tutte le nevrosi non è determinante, nella formazione dei sintomi, la realtà dei fatti, ma quella del pensiero. I nevrotici vivono in un particolare mondo, in cui, come ho già detto, ha corso solo la "valuta nevrotica"; per loro, solo ciò che è pensato intensamente, rappresentato con passione, ha un effetto, e ha scarsa importanza la concordanza con la realtà esteriore. Durante i suoi attacchi, l'isterico produce e fissa per mezzo di sintomi avvenimenti che si sono verificati solo nella sua fantasia; benché sia vero che, in definitiva, essi si collegano a fatti reali o su questi furono edificati. Nello stesso modo, male si comprenderebbero i rimorsi dei nevrotici se li si volesse ricollegare a effettivi reati. Un nevrotico ossessivo può essere tormentato da un senso di colpa appena giustificato in un omicida; mentre egli, fin dalla propria infanzia, si è comportato nei riguardi del suo prossimo nel modo più riguardoso e scrupoloso. Eppure il suo rimorso è giustificato; esso si fonda sugli intensi e frequenti desideri di morte che inconsciamente si agitano in lui contro il suo prossimo. Esso è giustificato se vengono considerati i pensieri inconsci e non i fatti reali. L'onnipotenza dei pensieri, la sopravvalutazione dei processi psichici nei confronti della realtà, mostrano così una limitata partecipazione alla vita affettiva del nevrotico e a tutto ciò che ne deriva."

Tratto da: Sigmund Freud, "Totem e Tabù", in "Opere 1905-1921", Editore Newton, 1992, pag. 604-605

Riuscire a comprendere come il cristianesimo non si fonda, ma:

"Può essere paragonata alla nevrosi ossessiva, perché è fondata sull'onnipotenza magica del desiderio e sull'obbedienza compulsiva alle leggi.". 

Il cristianesimo deve costruire nelle persone la nevrosi ossessiva per giustificare la sua realtà immaginaria. Non è il cristianesimo che si fonda sulla nevrosi ossessiva, ma è il cristianesimo che impone agli individui la nevrosi ossessiva per sopravvivere come religione. Non è una nevrosi che colpisce il singolo individuo. Il cristianesimo impone la nevrosi ossessiva a tutti gli individui anche se non tutti gli individui riproducono nella società la nevrosi ossessiva imposta allo stesso modo.

E' talmente capillare l'azione del cristianesimo nella diffusione della patologia psichiatrica che ad un ebreo-cristiano, come Freud, tale patologia appare come una "nevrosi di civiltà". Una nevrosi diffusa che permette a tutti i nevrotici di non considerarsi degli emarginati, ma di condividere la nevrosi ossessiva con molti nevrotici ossessivi e trovare, nel mutuo appoggio, giustificazione e naturalità nelle espressioni sociali ed ideali manifestate dalla propria nevrosi ossessiva.

Rileva Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo",

"Si può anche paragonare la religione al delirio: è la proiezione di un mondo illusorio e il rifiuto del mondo reale imposto dalla ragione all'uomo. Ma anche in questo caso il delirio, proprio perché collettivo, non è una forma ordinaria della patologia clinica.".

E' il rifugio dell'uomo nella sua malattia. L'uomo che non affronta la malattia psichiatrica, ma la giustifica facendola diventare norma nella quale organizzare la sua vita. L'illusione diventa fantasia. L'individuo malato fantastica di un mondo meraviglioso che lo attende e un Dio padrone che lo rassicura continuamente. Finché lui mantiene la dipendenza col Dio padrone, la madonna, il cristo Gesù, è rassicurato.

L'ansia non lo coglie e l'angoscia non si fa sentire. Difenderà la sua fantasia fino alla morte perché per lui non c'è morte peggiore che perdere quella maniglia che gli consente di non affogare nel mare della vita. La religione cristiana è delirio emotivo delle persone che vivono nella fede. Un delirio che si presenta con intensità e coinvolgimento diverso, ma sempre delirio emotivamente rassicurante.

Il delirio diventa dimensione sociale e rassicura le persone.

"Quell'imbecille crede in cristo Gesù! Sta aspettando Baffone che gli risolva i problemi....". La società militare cristiana impedisce agli uomini di affrontare la loro realtà quotidiana imponendo la sottomissione al delirio religioso. Un delirio religioso che ha i suoi estremi nelle patologie psichiatriche distruttive tanto da necessitare, spesso, interventi di ricovero psichiatrico o trattamenti sanitari. Un delirio religioso che diventa indifferenza sociale per la violenza che i sacerdoti cattolici perpetrano a danno dei bambini. Un delirio che ha la sua origine nella credenza di un Dio padrone che vede e provvede per ciò che le persone desiderano. Questo Dio padrone giustifica l'imposizione della sofferenza sociale con cui si rinnova il delirio. In fondo, dicono, è la volontà di Dio.

Ananke "ciò che di necessità accade".

"La religione appare quindi come uno stadio dell'evoluzione dell'umanità. Affermando la sua necessità psicologica e la sua contingenza nel divenire dell'umanità, Freud si apparenta a Feuerbach. Condivide infatti la concezione del secolo dei lumi, che pensava la Ragione capace di imporre finalmente all'uomo l'onesto riconoscimento dell'Ananke, del destino, della necessità del mondo reale. Mai Freud cade nel semplicismo di Voltaire, il quale pensava che ogni istituzione e ogni dogmatismo fossero una superstizione, nel senso volgare del termine. La religione è necessaria in alcuni momenti dell'umanità, così come lo è certa credulità infantile nella psicologia del fanciullo."

Si vuol far apparire la religione cristiana come "evoluzione dell'umanità". Il cristianesimo, al contrario, è la distruzione delle relazioni fra l'Essere Umano e il mondo in cui è nato. Una distruzione che ha la sua apoteosi nella sottomissione dell'uomo all'idea prodotta dalla malattia psichiatrica che vagheggia sul Dio padrone e delira sulla sua onnipotenza. La religione cristiana non appartiene all'evoluzione umana, intesa come progresso, ma è un arretramento della specie e costituisce ostacolo alla costruzione del divenire umano. Sia Freud che Feuerbach non conoscono altra religione che quella cristiana, monoteista. Sia Freud che Feuerbach non conoscono altro Essere Umano se non quello patologicamente malato prodotto dell'educazione cristiana. Sia Freud che Feuerbach non hanno nessun riferimento di "modello" umano che non sia quello voluto dal cristianesimo.

Se dei modelli di esistenza diversa da quella imposta dal cristianesimo sono presenti, questi vengono studiati dagli antropologi solo dopo che i missionari cristiani hanno provveduto a stuprarne le popolazioni costringendole alla sottomissione alla morale cristiana. Gli antropologi non studiano popolazioni diverse da quelle cristiane, ma studiano veicolazioni diverse dell'ideologia cristiana fatta da popolazioni che hanno messo in atto delle strategie adattative nei confronti della violenza ideologica dei missionari cristiani.

"Ciò che di necessità accade" è ciò che l'umanità deve affrontare perché è accaduto: l'orrore cristiano che ha imposto la malattia psichiatrica!

Voltaire ha molte ragioni, rispetto a Freud. Freud doveva giustificare la sua religione; la circoncisione che aveva subito; le ragioni ebraiche del popolo eletto; le ragioni cristiane della volontà del Dio padrone da imporre all'umanità. Freud non poteva superare Freud e il suo complesso di Edipo!

L'umanità ha la necessità della "religione". L'umanità ha la necessità di quel "legame" che gli Esseri Umani hanno con tutta la Natura e con tutti i processi di trasformazione e di adattamento che la Natura ha messo in atto per milioni e milioni di anni. L'uomo non si può separare dall'insieme dal quale è germinato come specie. Solo la malattia psichiatrica induce l'uomo a considerarsi cosa diversa dalla Natura; creato ad immagine e somiglianza di un Dio pazzo e cretino.

L'umanità ha la necessità di coltivare le relazioni con la Natura: la religione!

L'umanità deve liberarsi dall'orrore psichiatrico del cristianesimo. Non sappiamo come avverrà questa liberazione, ma sicuramente l'umanità censurerà progressivamente la morale cristiana sostituendola con la morale Costituzionale. Non sappiamo come la morale Costituzionale diventerà la morale dell'umanità, ma sappiamo che sicuramente il cristianesimo tenterà di aggirare, attraverso trucchi interpretativi, la morale Costituzionale che le società civili si danno e si daranno, per imporre interpretazioni favorevoli al suo Dio padrone e al suo dominio.

Superare il cristianesimo significa superare l'infantilismo che il cristianesimo impone agli Esseri Umani. Le società umane, prima o poi, magari attraverso situazioni drammatiche, diventeranno adulte liberandosi dalla patologia cristiana e dall'infantilismo che il cristianesimo impone loro.

"E' innegabile tuttavia che ne L'avvenire di un'illusione è presente un accento strettamente razionalista: Freud stesso ha confessato - nell'introduzione al suo Malessere delle civiltà - che L'avvenire di un'illusione analizza soprattutto la religiosità popolare. A questa, Freud oppone la "mistica" e la pseudo religione dei filosofi, come se non esistessero delle grandi tradizioni veramente religiose. A dir il vero, quest'ultima opera pubblicata lui vivente - "Mosè e il monoteismo" - il problema religioso è posto facendo riferimento diretto alla tradizione biblica. Se abbiamo lungamente analizzato "L'avvenire di un'illusione" , ciò è dovuto al fatto che la psicanalisi volgarizzata si è soprattutto ispirata a quest'opera. Essa si iscrive nella grande tradizione moderna di demistificazione dell'uomo mediante il progresso della ragione; da questo punto di vista, è assai vicina alla critica marxista. A riprova basti citare il celebre testo di Marx. "La religione è lo spirito di un mondo senza spirito, il cuore di una società senza cuore; è l'oppio del popolo". E' l'illusione nella quale si culla l'umanità frustrata nei suoi desideri. Freud va più lontano di Marx: per lui la frustrazione non è propriamente né sociale né culturale; essa è costitutiva dell'umanità, necessariamente ferita al cuore della sua affettività. Per cui la saggezza che Freud propone all'umanità non deve essere cercata nell'illuso soddisfacimento di una futura riconciliazione, ma in una morale di onesta rinuncia, davanti alla necessità riconosciuta."

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", Borla Editore, 1968, pag. 215

A differenza di quanto affermano Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo", non esiste una "religiosità" popolare, una mistica, una pseudoreligione dei filosofi o le "grandi tradizioni veramente religiose", se ci riferiamo a quanto era a conoscenza di Freud.

Si tratta di veicolazioni culturali diverse del medesimo insieme di credenze. Gli individui vengono costretti tutti alla medesima dottrina cristiana; pur tuttavia, ogni individuo interpreta la stessa dottrina in maniera diversa veicolando in quell'interpretazione la sua sopravvivenza psichica. Veicolazioni che hanno lo scopo di giustificare, rendere oggettiva e reale, la superstizione. Il filosofo cristiano è attraversato dalla stessa malattia da dipendenza della vecchietta analfabeta che recita il rosario. Diverso è il linguaggio con cui entrambi giustificano la loro fede; uguale è la malattia dalla quale le loro giustificazioni emergono.

C'è sicuramente una diversità fra l'Uno dei Neoplatonici e il Dio padrone dei cristiani: ma entrambi appartengono alla stessa superstizione. Sono due soggetti, prodotti dall'illusione, che il malato mentale mette a monte del proprio pensiero e delle proprie idee. Ogni cristiano vi parlerà del Dio cristiano in maniera diversa da ogni altro cristiano anche quando lo incalzerete dal punto di vista razionale.

Quando Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" si dice:

"A questa, Freud oppone la "mistica" e la pseudoreligione dei filosofi, come se non esistessero delle grandi tradizioni veramente religiose. A dir il vero, quest'ultima opera pubblicata lui vivente - Mosé e il monoteismo - il problema religioso è posto facendo riferimento diretto alla tradizione biblica."

Huber Vergote/Piron vogliono ignorare che la tradizione biblica è una tradizione superstiziosa. La bibbia fu inventata e scritta dai deportati a Babilonia che volevano mantenere i palestinesi (gli ebrei deportati) schiavi, impedendo loro di integrarsi nella popolazione. Come stupirsi se la bibbia manifesta un'ideologia razzista. La bibbia è un insieme di credenze che sono il frutto di follia illusoria e di onnipotenza ossessiva. Non c'è nulla nella bibbia che sia un "guadagno" per l'uomo. Né un'interpretazione della realtà, né la descrizione di relazioni dell'uomo col mondo. La bibbia è esaltazione dell'onnipotenza di ogni singolo individuo che vi si identifica. Il Dio padrone, descritto, si compiace della violenza nei confronti degli Esseri Umani. La esercita, affinché accettino l'onnipotenza delirante e la riproducano nella società umana, distruggendola!

Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo" fuggono dal porsi il problema centrale dell'imposizione criminale del cristianesimo sull'uomo. Nel corso della storia ci sono stati vari tentativi di risposta, come quello di Marx o di Freud, all'attività ossessiva della religione cristiana sugli Esseri Umani. Non per questo quelle risposte vanno interpretate come delle verità. Devono essere considerate per come i loro autori le hanno manifestate: delle interpretazioni i cui fini era liberare sé stessi e la cultura del loro presente dall'ossessione imposta dal cristianesimo. Le risposte non sono delle "verità", ma ricerche del vero. Un vero che, una volta individuato, può e deve essere superato.

Scrivono, per concludere questo commento, Huber Vergote/Piron in "La psicanalisi scienza dell'uomo":

"Se abbiamo lungamente analizzato L'avvenire di un'illusione, ciò è dovuto al fatto che la psicanalisi volgarizzata si è soprattutto ispirata a quest'opera. Essa si iscrive nella grande tradizione moderna di demistificazione dell'uomo mediante il progresso della ragione; da questo punto di vista, è assai vicina alla critica marxista. A riprova basti citare il celebre testo di Marx. "La religione è lo spirito di un mondo senza spirito, il cuore di una società senza cuore; è l'oppio del popolo". E' l'illusione nella quale si culla l'umanità frustrata nei suoi desideri. Freud va più lontano di Marx: per lui la frustrazione non è propriamente né sociale né culturale; essa è costitutiva dell'umanità, necessariamente ferita al cuore della sua affettività. Per cui la saggezza che Freud propone all'umanità non deve essere cercata nell'illuso soddisfacimento di una futura riconciliazione, ma in una morale di onesta rinuncia, davanti alla necessità riconosciuta."

Non esiste una psicanalisi socio-religiosa che tratta del cristianesimo ispirata ad un'altra opera, almeno nelle opere di Freud. Perché non esiste un parlare della religione cristiana od ebraica che non sia pura superstizione. Che forse non fu superstizione l'atto con cui Freud fa risalire il monoteismo di Mosè da Akenaton? Affermare che Mosè è esistito, è un atto superstizioso. E' il desiderio patologico di Freud che vuole che Mosè sia esistito. Se Freud non avesse desiderato che Mosè fosse esistito, il dolore della circoncisione che ha provato si moltiplicherebbe infinitamente. Invece, la sua fede nell'esistenza di Mosè gli permette di attenuare il suo dolore angosciante. Ed è in questo dolore che Freud afferma che l'angoscia che prova non è solo sua: 

"per lui la frustrazione non è propriamente né sociale né culturale; essa è costitutiva dell'umanità,".

Dunque, dice il cristiano, se l'angoscia è costitutiva dell'umanità, io, come cristiano, non posso essere processato per il crimine di aver imposto frustrazioni ed angosce ai bambini. Non posso essere condannato se stupro i bambini chiudendo la loro crescita al loro futuro. Freud, affermando che la frustrazione psichica è "costitutiva dell'umanità" altro non fa che giustificare la sua frustrazione per la paura di individuare le cause della frustrazione ed essere costretto ad indicarle. Ora si sa che Freud era affetto dal complesso di Edipo, come si sa che subì un trauma feroce in seguito alla circoncisione alla quale, come ebreo, fu sottoposto. Pertanto, ogni proposta che fa Freud è fatta in modo da non alimentare la sua angoscia. La frase con cui Vergote/Piron chiudono questo pezzo che abbiamo analizzato suona come uno scherno, una derisione all'umanità affinché rinunci a ricercare le cause della frustrazione che le viene imposta e che sbarra il futuro ai suoi figli.

Quando Marx scrive la frase citata da Vergote/Piron:

 "La religione è lo spirito di un mondo senza spirito, il cuore di una società senza cuore; è l'oppio del popolo",

Huber Vergote/Piron non ne colgono il significato. Esiste una sola religione a cui Marx si riferisce, ed è il cristianesimo, l'ebraismo, l'islamismo. Una sola religione che si articola in aspetti diversi, sétte e sotto sétte, il cui scopo è la distruzione dell'uomo; la sottomissione ad un Dio padrone. Marx è chiaro: il cristianesimo distrugge lo spirito divino che è proprio degli oggetti del mondo. Non lo riconosce. Il cristianesimo è sordo allo spirito divino. Il cristianesimo impone una fede che uccide le emozioni, il cuore, degli Esseri Umani. Proprio perché il cristianesimo uccide lo spirito divino proprio degli oggetti del mondo e le emozioni nel cuore dell'uomo, con cui l'uomo entra in comunione con lo spirito divino degli oggetti del mondo, il cristianesimo, assieme all'islam e all'ebraismo, è l'oppio dei popoli. Ha gli stessi effetti dell'eroina rinchiudendo l'uomo in un delirio di onnipotenza e portandolo verso l'autodistruzione.

Marghera, 18 agosto 2008 (ampiamente riveduto il 08 aprile 2026)

 

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Claudio Simeoni

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