IL NARCISISMO MISTICO
Psicanalisi, psichiatria e
Stregoneria
Terza parte
Vai all'indice su libido e realtà delle Streghe e degli Stregoni.
“Neppure la mistica, per Freud, rappresentava la vera religione. Ancora una volta,
l’originalità della posizione di Freud lo distanzia
dagli altri psicologi della religione. Senza dubbio, vicino a molti di loro nel
suo rifiuto di fondare la religione sulla ragione, è da loro assai lontano
quando denuncia la “mistica” come altrettanto estranea alla religione quanto la
filosofia. Disgraziatamente, come molti di essi (W. Jamer, A. Westerman-Holstyn),
intende la mistica come un’espressione dell’universo: “sentimento oceanico” o
coscienza indefinita di fusione. Riconoscere in essa il permanere di un
sentimento dell’Io assai primitivo, rifacentesi alla fase narcisistica ove si
smussano le frontiere tra l’Io e il mondo. Gli psicanalisti, a volte, hanno
cercato la verità psicologica della religione nella necessità che ha l’uomo di
vivere, in qualche modo, l’esperienza affettiva del suo radicamento nel tutto,
dal quale trae la sua sostanza: questo legame con la totalità potrebbe viverlo
effettivamente, per regressione affettiva allo stato infantile, sia nel
sentimento mistico che nell’esperienza amorosa o poetica. Una tale visione
romantica era estranea a Freud: egli era troppo
influenzato da giudaismo per confondere dio con il legame cosmico ritrovato
nella regressione affettiva. Troppo fiducioso nella ragione, conservava la
speranza che essa avrebbe un giorno afferrato, nella trama delle leggi
scientifiche, la totalità del reale. L’intuizione romantica di un legame
profondo e affettivo con il reale non era però estranea alla sua personalità
estremamente complessa. Ed è commovente leggere, tra le note trovate sulla sua
scrivania dopo la sua morte, questa ultima frase che raggiunge l’origine stessa
della sua vocazione scientifica, l’Inno
alla Natura attribuito a Goethe: “Mistica, questa
oscura autopercezione del regno che si estende al di
là dell’Io: l’Es”.” Huber Vergote/Piron “La psicanalisi
scienza dell’uomo” ed. Borla Editore 1968
La ricerca della “vera religione”. I
fondamenti della “religiosità” dell’uomo, sono stati sempre cercati. Da dove
scaturisce quella forza che lega l’uomo ad un sentimento che non ha riferimenti
nel mondo della ragione? Un sentimento che costringe l’uomo a creare delle
immagini mentali rette soltanto dal suo desiderio che tali immagini mentali
siano reali. E rette anche quando la loro oggettività, affermata, veniva
smentita dalla realtà sperimentale o quotidiana.
Misticismo:
“Esperienza religiosa che prevede una
comunicazione diretta tra uomo e Dio resa possibile dal graduale abbandono
dell’esperienza sensibile e dal superamento della riflessione razionale, grazie
a cui è possibile una percezione del divino in forme sovrannaturali o
estatiche. Ogni itinerario mistico prevede dei gradi che vanno dalla visione
del mondo come luogo della manifestazione di Dio (cogitatio), al raccoglimento
dell’anima sede dell’immagine di Dio (meditatio), alla contemplazione estatica di Dio (contemplatio).
Questo schema della mistica medioevale è rintracciabile in tutte le forme di
misticismo sia orientale, sia occidentale che, pure sotto altre denominazioni e
suddivisioni, tracciano quell’intinerario che prevede
un allargamento della coscienza in grado di ospitare percezioni e significati
che accedono all’esperienza religiosa ordinaria. Jung,
che chiama Sé il rappresentante psicologico dell’immagine di dio, interpreta il
misticismo come un’apertura della coscienza alla manifestazione del Sé nel suo
aspetto numinoso, secondo il significato che a quel
termine ha conferito R. Otto.”
Filosofia:
“La consideriamo come descrizione e
sviluppo logico degli oggetti percepiti dai sensi o immaginati e della loro
realtà nel mondo.”
Psicologia
Ne segue che la religione viene
trattata sotto due forme diverse che vale la pena elencare. Due forme diverse,
denominate secondo i loro autori.
Freud:
““Ora, quando l’individuo, crescendo,
si accorge che è destinato a rimanere per sempre un bambino, che non potrà mai
fare a meno di tutelarsi contro potenze superiori sconosciute, presta a queste
i tratti della figura paterna, si crea gli Dèi, che teme, che cerca di appropriarsi,
e ai quali non dimeno si affida per essere protetto. Il motivo del desiderio
ardente del padre coincide pertanto col bisogno di protezione contro le
conseguenze della debolezza umana; la difesa contro l’insufficienza infantile
si riflette, con i suoi caratteri, nel modo dell’agire dell’adulto contro la
propria fatale impotenza, si riflette cioè nella formazione della
religione.” (1927) Creata dal desiderio
più antico dell’umanità, in chiave antropologica, e dell’infanzia, in chiave
individuale, la religione è un’illusione, ma non un delirio perché, osserva Freud, non si pone necessariamente in contraddizione con la
realtà.”
Jung:
“la religione, come indica il
vocabolario latino religio,
è un’osservanza accurata e scrupolosa di quello che Rudolf
Otto definì giustamente il numinosum, cioè un’essenza o un’energia dinamica non
originata da alcun atto arbitrario della volontà. Al contrario, questa energia
afferra e domina il soggetto umano, che ne è sempre la vittima piuttosto che il
creatore [...] il numinosum
è o una qualità di n soggetto visibile o l’influsso di una presenza visibile
che causa un particolare cambiamento nella coscienza.”
Ci sono tratti distinti per trattare il
tema religioso, meno che uno: la religione come oggetto in sé che, essendo un
argomento di indagine della filosofia, di fatto, viene tralasciato in quanto si
tende sempre a far procedere il discorso logico dalla fonte della religione e a
non mettere in discussione la religione in sé come elemento partecipe al
discorso filosofico. In tutta la storia, fino alla metà del XX secolo, le
religioni rivelate erano oggetti in sé che non venivano discussi nella loro
rappresentazione dalla filosofia, ma la filosofia procedeva nel misurare gli
effetti che avevano questi oggetti in sé. Lo stesso Feuerbach
procede all’analisi del cristianesimo, non dalla realtà del cristianesimo. Si
discute di Mosè, non dell’illogicità dell’esistenza
di Mosé.
La mistica è una tratto psicologico del
soggetto. Uno stato percettivo in cui il soggetto altera le proprie funzioni
percettive o le proprie funzioni percettive sono alterate. Il sentimento
mistico o la percezione mistica, sono fiumi emotivi che il soggetto rappresenta
razionalmente come esperienze razionalizzate. Non si può parlare della
percezione mistica di un soggetto, ma solo di come il soggetto descrive la sua
percezione mistica rispondendo ai bisogni razionali della comunicazione. Noi
non discuteremo mai dello stato psichico del soggetto; di ciò che il soggetto
prova in quella situazione mistica, ma soltanto della sua rappresentazione
della mistica. Di come, cioè, la sua ragione riesce a descrivere la sua
percezione mistica. Pertanto, non discutiamo mai dell’oggetto in sé
(L’individuo avvolto nella percezione mistica), ma della rappresentazione che
di quella mistica ne da il soggetto. A tale proposito rimane interessante
l’esempio sulla descrizione della percezione mistica di alcuni individui del
Gabon che assumono una sostanza chiamata Iboga per
raggiungere uno stato di come indotto e avere un’esperienza mistica. Quando i
soggetti riemergono dal coma e descrivono quest’esperienza
mistica, gli oggetti con cui la descrivono appartengono al loro contesto
culturale. I Gabonesi che hanno vissuto con i missionari vedono Gesù e gli
apostoli che parlano loro, i Gabonesi che hanno retaggio di cultura tribale
vedono il leopardo sacro o gli animali sacri.
Il soggetto che vive un’estasi mistica
tende a trasformare quest’estasi in una visione
religiosa. Anziché vivere l’estasi in quanto estasi, immergersi in essa, la sua
ragione reagisce sovrapponendo all’esperienza psico-emotiva
le sue ragioni di onnipotenza. La ragione dell’individuo descrive l’esperienza
mistica come una conferma della sua onnipotenza. Questo delirio di onnipotenza,
che la ragione impone sull’esperienza mistica, diventa la gabbia entro la quale
l’individuo compie il suo percorso di legami e di rapporti fra sé e il mondo in
cui vive. Così, la descrizione “filosofica” della religione non procede dai
rapporti che l’individuo ha col mondo, ma procede dall’estasi mistica
interpretata ed ingabbiata dal delirio di onnipotenza della ragione di quell’individuo
L’esperienza del numinoso
non è più l’esperienza della struttura emotiva del soggetto col mare emotivo
rappresentato dagli oggetti-soggetti del mondo in cui vive, ma diventa
“consapevolezza di impotenza rispetto a potenze superiori” davanti alle quali
la ragione manifesta la sua paura. Così, la paura imposta dalla ragione blocca
l’individuo impedendogli di proseguire nelle esperienze mistiche; sia chiudendo
l’individuo nella definizione della mistica descritta (dio, madonna, budda o quant’altro) sia nella
manifestazione delirante verso altri individui ai quali, quest’individuo,
impone la propria visione mistica come realtà oggettiva.
Non esiste un Io primitivo all’interno
della visione mistica; esiste un Io infantile!
Un Io che costruisce una dipendenza fra
sé e le sue paure che mette a fondamento delle sue scelte. Paure imposte dalla
ragione che costruiscono quella struttura illusoria che, pur non spingendo
l’individuo al delirio, condiziona e determina ogni sua scelta nel reale
quotidiano.
L’individuo che diventa prigioniero di
un’esperienza mistica è un individuo bloccato nel suo sviluppo individuale in
una situazione di infantilismo permanente che non gli permette di recidere i
legami con il padre e la madre, ma che sostituisce quei legami con gli oggetti
descritti nelle sue esperienze mistiche. L’esperienza mistica, anziché essere
un modo con il quale l’individuo esplora il mondo da un punto di vista emotivo
costruendo le relazioni emotive fra sé e il mondo, diventa occasione della
ragione per riaffermare il proprio dominio sull’individuo sostanziando, nella
formazione delle illusioni, la dipendenza dell’individuo stesso.
Per comprendere le sensazioni dei
legami dell’Essere Umano che la ragione, attraverso la malattia, impone
all’individuo è necessario comprendere il divenuto dell’Essere Umano. La sua
presenza nel brodo primordiale. La sua percezione, in quella situazione, del mondo
in cui viveva. L’intelligenza che in quella situazione psico-fisica esprimeva.
E’ necessario comprendere come l’Essere Umano, come ogni altro Essere della
Natura, altro non sia che una struttura mitocondriale.
Una struttura formata da batteri modificati in funzione dello sviluppo
cellulare. I mitocondri altro non sono che batteri modificati: esseri
intelligenti che manifestano le loro strategie d’esistenza. L’individuo è
perciò, sia per questo che per un indefinito altro, un universo di
consapevolezze la cui esistenza permette la sua esistenza. Un’esistenza che
come specie è divenuta per sedimentazione successiva. Al primo nucleo che
davanti al mondo ha affermato “Io esisto!” si sono sommate la trasformazioni
imposte dall’evoluzione. Intelligenza sopra ad intelligenza; dove la precedente
intelligenza e la precedente capacità di percepire e interagire con il mondo si
modificava riversandosi in nuove possibilità e capacità pur, tuttavia, non
eliminando del tutto le possibilità e le capacità precedenti. In questo immenso
di spazio e di tempo che compone l’individuo, dalla sua infanzia all’età adulta,
l’individuo ha combattuto la sua titanomachia
separando la percezione del mondo del reale che gli torna utile dall’immenso
col quale egli potrebbe percepire il mondo e la realtà in cui vive. Dal grande
numero di possibilità l’individuo seleziona la sua possibilità adatta alla
relazione fra sé e l’oggettività nella quale vive.
Questo conflitto, in cui quanto è
separato, in ogni caso, tenta sempre di presentarsi alla coscienza
dell’individuo e la ragione dell’individuo che costruisce la separazione (le
alte porte di bronzo con cui Posidone ha circondato
il Tartaro) fra la propria descrizione e la percezione profonda dell’individuo,
è il conflitto in cui la psiche costruisce le proprie certezze e la ragione
tenta di imporre le proprie barriere.
Esiste un numinoso
che ci circonda, ma che non rientra nelle possibilità della ragione. Cosa
significa quando sentiamo notizie del tipo: “La scienza scopre l’esistenza
della materia nera”? E’ la stessa cosa di quando, alcuni secoli fa abbiamo
sentito: “Esiste una forza che si chiama gravità!”. Esiste una descrizione del
mondo che non rientra nella ragione, ma che l’Essere Umano la fa rientrare
forzando i limiti della ragione attraverso l’indagine scientifica. La
percezione umana avverte le incongruenze della ragione e la ragione si
precipita a spiegare le incongruenze della percezione con i suoi fantasmi
costruendo una religione fatta di paura e di sottomissione.
Così, ciò che potrebbe essere ricchezza
e forza dell’individuo nell’esplorare le infinite possibilità della sua
percezione, diventano elaborazioni di fantasmi e di paure da pare della
ragione. Da qui la consapevolezza di Freud di un
regno immenso da cui l’Essere Umano è germinato e dal quale, quella cultura
quotidiana, lo ha separato per tenerlo prigioniero in una angusta e grigia
cella che lui chiama la sua vita.
“Queste poche indicazioni
occasionali di Freud sulla psicologia dell’esperienza
“mistica” hanno una portata molto più grande di quanto si potrebbe sospettare.
Molti fenomeni religiosi d’ordine più o meno estatico, come la glossolalia, il mito del paradiso perduto, la concezione
del male come separazione, si spiegano anch’essi grazie al potente desiderio
che ha l’uomo di ritrovare l’originaria unità, al di qua di qualsiasi
differenziazione. Freud non si è personalmente
attardato a studiarli. La sua psicologia
è interamente dominata dalla legge e dalla
paternità ed egli non si attarda che in qualche raro testo sul significato del legame materno. Il suo
studio su Leonardo da Vinci ne è un notevole documento. E’ significativo che
quel mirabile saggio finisca con una dichiarazione di rispetto per la natura <<piena di
infinite ragioni che non furono mai nell’esperienza>>. Il legame materno
infatti è, in fondo, il legame con la natura dalla quale l’uomo emerge. Freud situa il proprio dell’uomo non nella sua inerenza
alla natura ma nella civiltà che si fa per suo mezzo, quando le forze pulsionali si legano in lui e così danno vita a delle
strutture nuove sigillate dal linguaggio e dalla legge o, il che riassume
tutto, dalla paternità.
Nella sua verità psicologica
la religione non sta, per Freud, nei suoi legami
cosmici, ma unicamente nei suoi riferimenti sociali, o piuttosto strutturali.” Huber Vergote/Piron
“La psicanalisi scienza dell’uomo” ed. Borla Editore
1968 pag. 207-208
Gli Esseri Umani sono “imparentati” con
gli Esseri Ornitorinco. 170milioni di anni fa avevamo un antenato comune. Quell’antenato sta dentro di noi come sta dentro
all’Ornitorinco. Ovvio che sia noi che l’ornitorinco leggiamo il mondo ed
esercitiamo nel mondo una diversa intelligenza. Ma la nostra intelligenza, come
l’intelligenza dell’ornitorinco, si è stratificate e modificate al di sopra
dell’intelligenza del nostro antenato comune. Stratificare non significa
annullare; significa aggiungere. La nostra intelligenza e la nostra percezione
del mondo si è aggiunta a... E non è detto che sia un “guadagno” inteso come
migliore capacità di percepire e agire nel mondo. E’ sicuramente più adatta, ma
non necessariamente “superiore”.
L’ornitorinco è un esempio, ma noi
posiamo ripercorrere a ritroso tutte le nostre tappe evolutive. In quelle tappe
evolutive c’era una peculiare descrizione del mondo che, in un dato momento
della nostra esistenza, fu messa in discussione da cause oggettive, ambientali,
al punto tale da costringere i nostri antenati a modificare sé stessi in quanto
inadeguati a vivere in quella dimensione psico-percettiva
del mondo.
Però, fintanto che il dolore che
spingeva alla nostra modificazione, non fu violento, la nostra specie, in quella
dimensione psico-percettiva, ci stava bene. Era
felice.
I fenomeni estatici e i desideri di
fuga da una realtà opprimente, trovano nei ricordi delle fasi del divenuto
della specie una massa di sentimenti e di collegamenti fra noi e il mondo che
la ragione non comprende. E quando la ragione non comprende lega le sensazioni
nella superstizione. E’ un grande dolore separare le emozioni dell’individuo
dal mondo in cui vive. Alcuni le separano in maniera tanto radicale che il
mondo cessa di aver voce. Altri Esseri Umani mantengono vive le interazioni
emotive con il mondo tanto da mantenere dei legami emotivi con piante ed animali.
Altri ancora sono sensibili ai legami di solidarietà e di interazione attiva
con i membri della propria specie.
Tradurre questo nella ragione sprigiona
un sentimento di vuoto. Qualche cosa che manca soprattutto quando le persone si
immergono nella loro struttura emotiva e quando emergono descrivono l’esperienza,
ma con la “netta sensazione che quanto descrivono è un’infima parte di quanto
hanno provato e vissuto”. Quella netta sensazione che e si ha quando si
racconta un sogno vivido. Le parole non trasmettono emozioni e sensazioni al
nostro ascoltatore e noi ci accorgiamo che mancano molte cose e molti aspetti
che, chiari mentre sognavamo, ora sfuggono.
Le emozioni ci legano a tutta la
Natura, ma la ragione ci ha separati da essa. Freud
sapeva che noi siamo esseri divenuti nella Natura, ma penava che la ragione
fosse in grado di annullare le variabili della Natura appiattendo gli Esseri
Umani e il loro divenire. Freud non riuscì mai a
superare il conflitto con il padre, né con la visione religiosa che
l’educazione ebraica gli aveva imposto. La manipolazione mentale che Freud aveva subito attraverso la manipolazione mentale
ebraica lo inchiodava nella ragione. Nella società creata dal dio padrone e
della quale voleva comprenderne il senso nella struttura psichica degli Esseri
Umani. Ma il grande inganno che Freud aveva subito lo
ingabbiò. La manipolazione mentale che la religione ebraica gli aveva imposto
non gli consentiva di uscire dalla gabbia del creazionismo.
Un creazionismo che vedeva realizzato nella società
civile e che aveva la sua negazione proprio nelle trasformazioni della Natura
di cui l’Essere Umano è parte e manifestazione.
Il dio di Freud
è colui che crea la civiltà ebraica; è colui che dà i dieci comandamenti. Ed è
da quel momento che deve partire, per Freud, la
lettura dell’uomo. Certo, l’uomo ha un “subconscio”; l’uomo ha un “inconscio”,
ma ciò che sfugge a Freud à che quel subconscio, quell’inconscio, è “altro” dalla coscienza. Quell’inconscio è formato da strumenti ignorati con cui la
specie percepiva e potrebbe ancora percepire il mondo. Una capacità di
percezione che la specie si è fornita per affrontare la realtà; trasformazione
dopo trasformazione. E che comunque, quell’inconscio
e quel subconscio, sono sempre in atto per descrivere la loro realtà che di
tanto in tanto affiora alla coscienza dell’individuo. Un “inconscio” o “subconscio”
che immagazzina i ricordi e le esperienze emotive in maniera diversa dalla
ragione sedimentandoli sulle sue emozioni come esperienze di variazione di
percezione emotiva del mondo.
Freud si è fermato davanti alla manipolazione mentale che
la religione ebraica gli ha imposto. Rimane quel gigante nella storia che
ognuno di noi onora. La religione di Freud non si
eleva oltre l’infinito, nello spazio e nel tempo, ma è la religione della
società. Lo strumento attraverso il quale la società controlla l’uomo
imponendogli la sofferenza, il dovere e la sottomissione in aperta
contrapposizione a quel principio del piacere che spinge l’uomo ad affrontare
la vita in funzione dei suoi bisogni e dei suoi desideri. La vita che guardava Freud non era “la vita naturale”, bensì gli adattamenti che
l’Essere Umano aveva fatto nella e attraverso la società dati gli elementi
coercitivi che la religione monoteista del cristianesimo aveva imposto. Questo
orrore, Freud, non lo considerò mai inumano; estraneo
alla vita.
E questo fu uno dei suoi errori!
Nel misticismo prodotto dal narcisismo
che manifesta la patologia da onnipotenza ponendosi al centro dell’universo e
della creazione in una identificazione col dio creatore, emerge la sensazione
dell’incompletezza. Un ricordo vago di sensazioni perdute. Emozioni assopite.
Relazioni negate.
Quell’età dell’oro; quella partecipazione di un tempo della
quale sfugge la realtà; quella sensazione di essere legati ad un infinito mare
di altre sensazioni che non si riesce ad afferrare. Un paradiso perduto dal
quale la nostra ragione ci ha cacciati per imporre il suo dominio. Il suo
narcisismo onnipotente con cui domina e annienta le nostre emozioni. Riportare
alla coscienza quella passione nella vita; quella ricerca del piacere; quell’interazione con il mondo che la ragione ha
trasformato in un confuso “rumore di fondo emotivo”.
Nota: Per questa serie di
confronti si è usato un vecchio libro di psicanalisi cristiana di Huber Vergote/Piron “La psicanalisi
scienza dell’uomo” ed. Borla Editore 1968; dove non è
precisato è stato usato il dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti
Marghera,
16 luglio 2008
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