Il materialismo storico

Antonio Labriola - 1843- 1904

Claudio Simeoni

Il quinto volume della Teoria della filosofia aperta è in preparazione

Indice Teoria della Filosofia Aperta

Filosofia della storia, sociologia e materialismo storico

Metodo ed individuo nel materialismo storico di Antonio Labriola

In Antonio Labriola si percepisce tutta la difficoltà dell'uomo che percepisce un universo storico da cui è divenuto, ma che non è in grado di descriverlo e di comunicarlo in una prospettiva futura.

Noi percepiamo la storia come una sequenza di fatti e di avvenimenti, una narrazione di situazioni che appaiono alla nostra ragione come motivazioni del nostro divenuto e del nostro essere nel mondo.

Percepire la storia come sequenza che ci ha portato al nostro divenuto, significa percepire il TEMPO come protagonista della nostra esistenza. La nostra percezione suscita in noi le trasformazioni come oggetti del mondo del tempo, ma la ragione fatica a collocare queste sensazioni nel suo ordine temporale perché vuole attribuirle, ad ogni costo, ad una realtà descritta finendo per anteporre una realtà storica immaginata ad un'analisi critica razionale della storia. La ragione tende a riempire i vuoti della conoscenza con i dati dell'immaginazione e delle ipotesi.

Il concetto di tempo si esprime dentro di noi come una sensazione di aver vissuto una trasformazione di cui ci sfugge la narrazione e le condizioni della narrazione, ma della quale abbiamo necessità per giustificare noi stessi e il modo con cui affrontiamo e viviamo la vita.

Noi siamo ciò che siamo perché siamo diventati ciò che siamo attraverso una storia di adattamento soggettivo a variabili oggettive alle quali abbiamo risposto per necessità e dalle quali non ci siamo sottratti.

Questo "Io sono" ha in sé una sequenza di Io che hanno adattato sé stessi in un tempo infinito. In un infinito numero di situazioni e hanno contratto e dilatato la loro struttura psico-emotiva in un numero infinito di sforzi esistenziali nei quali hanno generato nuovi soggetti perché affrontassero sforzi esistenziali mediante la contrazione e la dilatazione della loro struttura emotiva al di là delle modalità e degli strumenti di cui si servivano per affrontare le condizioni della loro esistenza. Noi siamo il prodotto finale di questa storia.

Questa nostra storia si intreccia con altre storie apparenti: storie del divenuto di oggettività nelle quali la mia storia, fin dagli albori della vita, tre miliardi e mezzo di anni or sono, si è sviluppata adattandosi al mondo e, attraverso gli adattamenti, trasformando il mondo.

La storia del divenuto dell'oggettività è l'oggetto di studio del materialismo storico che parte dal presupposto che l'oggettività resta, percorrendo un proprio divenuto, come oggetto dopo che io, soggetto che si è adattato al presente in essere, ho cessato di esistere. La cessazione del mio esistere e la persistenza di un'oggettività porta i materialisti a cercare la storia dell'oggettività a prescindere dal soggetto che ha fatto e ha vissuto la storia di quell'oggettività e dalla specie a cui quella storia si riferisce. Gli attori della storia scompaiono dall'orizzonte dei materialisti che considerano le condizioni economiche soggetto attivo della storia. Per i materialisti la storia dell'uomo è la storia delle condizioni economiche e la storia delle condizioni economiche è la storia dell'uomo. L'uomo desiderante in una massa di uomini soggettivamente desideranti, spariscono dall'orizzonte del materialismo storico di Labriola. Labriola non riconosce la loro volontà d'esistenza.

Scrive Antonio Labriola:

Quindi la domanda che alcuni si fanno se la storia possa diventare una scienza, esige una doppia trattazione, secondo che noi pigliamo la parola nel primo o nel secondo significato. Per ciò che riguarda il secondo significato, bisogna innanzi tutto ricordare che prima del secolo XIX non esistevano procedimenti scientifici circa la ricerca storica, e che anche quando un singolare ingegno, nello scrivere letterariamente di un determinato periodo, adoperava della critica implicita, non accadeva mai che cotesta critica assumesse la forma direttiva di regole e di canoni". Da che questo bisogno è cominciato, e cioè di trattare criticamente la storia, si sono formate e consolidate delle particolari dottrine di esegesi e di interpretazioni, per cui si può dire che uno oggi si prepari filologicamente ad essere, poniamo, medioevalista italiano.

Quindi non è la storia nel senso di narrazione che sia diventata una scienza, perché la narrazione rientra sempre nel campo dell'intuitivo, ma è che i nostri mezzi per arrivare al rifacimento del passato sono diventati corretti ossia scientifici, poniamo nella linguistica, nella epigrafia ecc., ecc. Se i letterati che di queste cose discorrono a caso, volessero porre bene la questione, dovrebbero porla così: Quanta parte di coltura scientifica occorre per adire quei documenti che occorre di vagliare a fondo per poter ristabilire la figura del comune fiorentino in principio del secolo XIV?

Invece, se poniamo il dilemma «scienza od arte», per rispetto non al nostro procedimento, ma all'insieme delle cose accadute, noi ci avvediamo subito che il dilemma non regge. Probabilmente nessuno vorrà domandare ad un fisiologo se la digestione sia un'arte od una scienza, sebbene della fisiologia si possa dire che è al tempo stesso un'arte, ossia una tecnica dell'esperimento ed una scienza nelle conclusioni. E quando diciamo che la storia, in quanto è somma di accadimenti, non si presta al dilemma arte o scienza, intendiamo di dire qualcosa che va molto a fondo e non è una semplice osservazione ovvia. Se noi, come abbiamo notato innanzi, abbiamo bisogno di molti mezzi e metodi scientifici per ristabilire la verità di quei fatti che vogliamo poi rendere per arte di racconto o di esposizione, gli è perché la storia nel senso obbiettivo oramai non ci apparisce più come un prodotto accidentale di una somma di atti arbitrarii, né come la emanazione di un disegno superiore, il che sarebbe la spiegazione teologica, ma come un che di automaticamente semovente, che rappresenta la somma delle umane attività nel divenire dell'uomo stesso dallo stato animale fino alla presente sua condizione. E perché abbiamo acquistata la nozione di questo multiforme processo che è la storia nel senso obbiettivo, è assurdo domandarsi se sia arte o scienza, perché anzi è il fonte di ogni arte e di ogni scienza. Le arti e le scienze sono momenti, aspetti, ecc. di questo stesso divenire dell'uomo. Quando noi per esempio fissiamo nell'estetica i canoni del poema epico, ovvero nelle discipline pratiche fissiamo i principii del diritto o della economia, noi non facciamo che estrarre dalla storia certe sue forme prominenti, certi suoi elementi decisivi e non in quanto siano al di sopra di essa come la sua regola o il suo modello, ma in quanto sono essa stessa in atto. E si capisce infine che, dato cotesto modo d'intendere la storia in quanto obbiettiva somma di accadimenti, da tale nuova concezione scientifica risulti una modificazione nell'indirizzo della ricerca per chi coltivi la storia come disciplina che deve metter capo nella esposizione e nella narrazione.

1691 – 1693

Ogni avvenimento della storia è composto da motivazioni, che si veicolano in condizioni oggettive percepite soggettivamente e soggettivamente interpretate. La rappresentazione dell'avvenimento viene interpretata da un soggetto terzo che non ha vissuto le motivazioni per le quali la rappresentazione si è manifestata.

Nella lettura della storia ogni soggetto proietta una propria valutazione soggettiva. L'interpretazione soggettiva della storia viene trasformata dall'individuo in azioni, decisioni e scelte. Questa interpretazione soggettiva entra nel mondo generando nuovi avvenimenti storici. Avvenimenti storici che sono messi in moto da individui che hanno sostituito l'analisi critica della storia con la credenza e con la fede che diventa motore degli avvenimenti storici nel presente.

Di tutto processo il processo storico, noi afferriamo solo una parte della rappresentazione dei singoli dell'avvenimenti e mediante la nostra interpretazione di quella parte costruiamo un'idea sulla storia che proiettiamo come significato.

In sostanza, l'individuo si pone davanti alla storia, sempre e comunque, con un transfert emotivo attraverso cui proietta sulla storia i suoi desideri e solo la modificazione dei suoi desideri e delle prospettive di soddisfazione dei suoi desideri, consente all'individuo di modificare il contenuto descrittivo del transfert che proietta.

L'uomo non è alla ricerca degli eventi della storia che hanno prodotto il suo presente, ma è alla ricerca di spiegazioni del suo presente. Labriola imputa questa attività ai positivisti che secondo lui sono impegnati a spiegare la storia.

Domanda: quali avvenimenti storici sono accaduti quando l'uomo era solo un piccolo rettile? Quali modificazioni del suo presente, tali avvenimenti, hanno prodotto perché egli compisse un passaggio evolutivo per cui la quantità delle necessità prodotte dagli adattamenti soggettivi in quegli accadimenti portassero ad un salto, o passaggio o trasformazione, evolutivo della specie per adattarsi meglio?

Nelle riflessioni sul divenuto della storia, questa storia dell'uomo, viene ignorata. Eppure concorre a formare il presente al di là di come e quanto ne siamo coscienti.

Domandarsi se la storia sia arte o scienza, non è solo irreale in quanto la storia è la vita e la vita, in quanto mutamento che chiamiamo storia, è tutta riassunta dentro di noi e nelle condizioni in cui viviamo. L'uomo in quanto divenuto è il soggetto della storia e l'uomo in quanto soggetto desiderante è il fondatore degli elementi che costruiscono la storia futura.

Se vogliamo parlare della storia, non possiamo prescindere dal divenuto dell'uomo.

Se si vuole fare una storia della rappresentazione o dell'arte, la ricerca sistematica dei reperti archeologici possono fornire un panorama, una sequenza di rappresentazioni, ma tale sequenza è una sequenza di figure non è una sequenza di significati culturali. I significati culturali della rappresentazione appartengono alla struttura emotiva dell'uomo la cui percezione varia e si struttura nelle diverse epoche trasformandosi dalla cultura passata, di cui rimane la rappresentazione nell'arte, ma non il contenuto emotivo culturale per il quale l'arte si è espressa. Si può fare una storia delle forme dell'arte, ma non si può scrivere una storia dei contenuti emotivi dell'arte.

Prima della rivoluzione francese non c'erano scuole o istruzione pubblica che consentisse una preparazione culturale sufficientemente diffusa per fare una ricerca storica e anche ai tempi di Antonio Labriola quasi tutta l'analisi storica dipendeva, in buona parte, ancora dai metodi con cui Orosio ha scritto la storia. La bibbia era ritenuto ancora in libro storico.

Per fare un'analisi della storia o, comunque, per poter usare la storia e gli avvenimenti passati come fonte di ispirazione, era necessaria la critica alla truffa con cui la bibbia era spacciata come libro storico. Per trattare criticamente la storia, come sequenza e significato di avvenimenti, era necessario censurare la bibbia e i vangeli come truffe con cui legittimare delitti contro l'umanità. E a tutt'oggi ciò non è ancora avvenuto.

Che senso ha, ad esempio, lo studio di un medioevalista italiano se tale individuo è convinto che l'uomo sia creato da dio e lo studio del medioevo sottrae l'uomo e la sua struttura psico-emotiva dal suo divenuto senza cogliere i nessi che esistono fra la violenza sull'infanzia subita dall'individuo medioevale in età infantile e le sue scelte in età adulta?

Se si vuole analizzare il divenuto della struttura del comune fiorentino nel secolo XIV è necessario stabilire come diviene l'individuo fin dalla pancia della madre nel comune fiorentino del secolo XIV. Il comune fiorentino preso in considerazione è un insieme sociale, un aggregato di individui il cui divenuto è passato attraverso gli adattamenti alla violenza che hanno subito fin da quando erano in pancia della madre e sono continuati nella loro prima infanzia. Violenza che hanno riprodotto da adulti veicolandola nella gerarchia sociale in cui hanno occupato i ruoli. La scienza non esprime ciò che viene considerato creato dal dio padrone, ma ciò che si esprime per adattamento soggettivo nelle condizioni imposte al divenire dell'individuo. Un divenire che l'individuo, in quelle condizioni, ha teso a preservare e proteggere per proteggere sia la propria persistenza come individuo sia le proprie possibilità di espansione psico-emotiva in quell'ambiente.

Per capire il divenuto di una situazione storica, dobbiamo conoscere il divenuto dell'uomo nella sua primissima infanzia.In quella fase storica e per come, quel divenuto nell'infanzia, ha prodotto quella fase storica o quella situazione storica.

Il dilemma scienza ed arte è un dilemma pretestuoso che chiudendo gli interlocutori in disquisizioni retoriche, li allontana dall'analisi del problema: è l'uomo che pratica scienza ed arte e li pratica come si è adattato alla violenza oggettiva praticata nei suoi confronti nella prima infanzia. Lo scienziato o l'artista è prima di tutto il soggetto manipolato dalla struttura sociale e la struttura sociale che in questi secoli manipola l'uomo nella prima infanzia è la religione cristiana. Come non esiste uno scienziato o un artista la cui struttura psico-emotiva non sia stata manipolata fin dalla primissima infanzia, così non esiste una scienza o un'arte, per quanto l'oggettività possa attrarre l'attenzione dell'individuo, che non riproduca principi cristiani.

La storia che Labriola conosce non è solo la storia cristiana perché vive in un contesto culturale cristiano, ma perché, data la manipolazione infantile che ha subito, non può pensare alla storia se non nei termini in cui la manipolazione cristiana subita nell'infanzia lo obbliga a fare. Quell'obbligo non è più vissuto come una sofferenza costrittiva, ma come una condizione naturale da cui l'individuo Labriola parte per affrontare la sua esistenza nell'elaborazione di un concetto sulla storia.

La storia, dice Labriola, è somma di accadimenti.

D'accordo sugli accadimenti considerati, ma questi accadimenti, al di là della dimensione razionale in cui vengono descritti, che effetto hanno sull'uomo o sull'insieme delle vite che partecipano a quegli accadimenti?

La storia, è storia di accadimenti o di effetti prodotti di cui gli accadimenti, storicamente registrati, sono parte? La storia non è ciò che io immagino sia la storia e alimento questa immaginazione col racconto e la narrazione; la storia è ciò che ha prodotto il presente e la narrazione, che io mi racconto, non è ciò che è avvenuto, ma ciò che io voglio sia avvenuto (e su cui centro la mia attenzione) in funzione di ciò che io voglio che avverrà. La storia che io narro non è il passato, ma la mia idea di passato con cui agisco nel presente.

C'è una storia che rilevo, per quello che la mia fantasia vuole significare, dalla scrittura e c'è una storia, per quello che la mia fantasia vuole significare, che rilevo della trasformazione emotiva dei soggetti.

I mezzi della scienza possono o non possono confermare i contenuti con cui la mia fantasia descrive quella storia, ma anche quando gli elementi su cui regolo la mia fantasia sono suffragati dalla scienza è la mia fantasia che descrive la storia. Prendiamo l'esempio di Gesù. Il soggetto non è mai esistito. E' esistita una narrazione fantastica che si è riprodotta di bocca in bocca. Le bocche che esprimono la fantasia su Gesù non hanno analizzato i testi storici, per cui l'immagine di Gesù rimane la loro visione fantastica che riproducono di volta in volta, arricchendola di particolari, per giustificare le loro azioni nel presente in cui agiscono.

Provate a dire ai cristiani che Gesù è un pederasta. La chiesa cattolica usa la pederastia perché la pederastia è indicata da Gesù, ma i seguaci della chiesa cattolica inorridiscono all'idea che Gesù sia tato o sia rappresentato come un pederasta. In questo "inorridire" c'è tutta la complicità in essere che portando i cattolici a negare la pederastia di Gesù, di fatto, riproducono la pederastia come attività di legittimazione del possesso delle persone deboli nella società civile.

Questa storia non è né vera, né falsa. Nel senso che non è vero che Gesù è esistito, ma è vero che l'attività di pederastia della chiesa cattolica, e tutto il delirio di possesso dell'uomo sull'uomo proprio della dottrina cristiana, si trasforma in norma giuridica o in metodo con cui il magistrato interpreta la legge in funzione della legittimazione del dominio dell'uomo sull'uomo anche in un regime democratico in cui la legge è al servizio dell'uomo.

La storia non è somma di avvenimenti, ma è somma di desideri nel presente che si collegano ad interpretazioni di avvenimenti passati: molte interpretazioni degli avvenimenti passati portano ad un politeismo ideale che forma le contraddizioni nel presente. Più sono i mezzi di analisi del fatto storico a disposizione, maggiori sono i giudizi sul fatto storico. Ad esempio: c'è certamente un elenco delle persone nobili ghigliottinate durante la rivoluzione francese, non c'è un elenco dei contadini, dei pezzenti, dei senza terra, degli emarginati, costretti a morire di tortura, indigenza, stenti e miseria, ammazzati, dai nobili francesi fra il 1200 e il 1789. E' come l'attività criminale dell'ordine dei giornalisti che quando viene ucciso un israeliano mettono nome e cognome e quando vengono ammazzati decine di Palestinesi tentano anche di togliere loro la dignità umana, di popolo e di individui, marchiandoli come "militanti" o "attivisti" come sinonimo di criminali e terroristi.

Come si può, inoltre, percepire la storia in senso obbiettivo, se la storia è una somma di fatti che si manifestano in funzione di una percezione soggettiva?

Fissare nell'estetica un poema epico è togliere al poema epico il significato emotivo della sua narrazione: dietro ai personaggi non c'è il gesto eroico, ma c'è la sofferenza, l'ansia, il desiderio, l'intento e una passione che si mette di traverso allo sviluppo della vita. Un gesto epico è un gesto di necessità a cui la situazione ha indotto l'individuo. Ma la lettura dell'epicità del gesto è fatta dallo spettatore che in quel gesto non è coinvolto e vive, di fatto, una separazione fra la rappresentazione del gesto e il vissuto emotivo dei personaggi che quel gesto compiono. Manipolate le situazione e costringete gli individui a molti gesti che il gestore di schiavi o il fruitore della nuova situazione che emerge dai gesti che chiama "epici", esalta e glorifica per legittimare sé stesso, significa trasformare in estetica, in apparenza virtuale, tutto l'apparato di passioni e di tensioni che attraversano l'uomo. Con la sua fantasia del virtuale epico ha interpretato la storia, quella storia che gli è utile e per gli aspetti che gli sono utili. Quegli aspetti vengono spacciati per autoritas volti a legittimare i suoi intenti e i suoi progetti (lo ha detto Platone o lo ha detto Erodoto: quali erano le condizioni psico-emotive e gli interessi dell'uno o dell'altro quando hanno detto quella cosa?). Usa un'interpretazione virtuale della storia in funzione della legittimazione di un presente e della costruzione di un futuro che gli sia favorevole. Come afferma Labriola:

Quando noi, per esempio fissiamo nell'estetica i canoni del poema epico, ovvero nelle discipline pratiche fissiamo i principii del dritto o della economia, noi non facciamo che estrarre dalla storia certe sue forme prominenti, certi suoi elementi decisivi e non in quanto siano al di sopra di essa come la sua regola o il suo modello, ma in quanto sono essa stessa in atto.

1693 – 1693

Il problema che Labriola non considera, è che siamo noi che estraiamo dalla storia l'aspetto, non è la storia che ha prodotto quell'aspetto. Il nostro estrarre dalla storia è un atto soggettivo con cui proiettiamo sulla storia la nostra interpretazione dell'aspetto della storia che noi consideriamo.

Non è irrilevante che su una piazza venga innalzato un monumento ad un personaggio anziché ad un altro personaggio. Alzare il monumento a Cristoforo Colombo o agli indiani macellati da Cristoforo Colombo: non è la stessa cosa.

Scrive Labriola:

Queste cose le ho espresse in formule alquanto difficili, appunto perché la difficoltà dell'espressione mi serve qui a ricordarvi che siamo in iscienza o filosofia, e non siamo in letteratura. Perché la più grande difficoltà, soprattutto per gl'ingegni italiani, naturalmente, come si dice, artistici, sta nel capire che la storia non è un genere di letteratura e che non va trattata come si trattava una volta nei libri di retorica fra i capitoli di eloquenza. Ed anche a rischio di parere che io faccia opera vana ripetendomi, voglio davvero ripetermi, formulando di nuovo. La parola storia esprime due ordini di concetti: a parte obiecti la somma degli accadimenti; a parte subiecti l'arte di raccontarli. Quest'arte è nata da principio a caso per scopi secondari di educazione morale, di apologia politica, di gusto o di talento di raccontare. Solo nel secolo XIX sono nate delle discipline più o meno scientifiche circa la ricerca storica. Di qui ora la dipendenza del racconto storico dalla preparazione scientifica della ricerca", Se volete avere un'idea chiara di questo processo, confrontate i primi libri di Tito Livio coi primi capitoli di Teodoro Mommsen. - Romolo, Remo, Rea Silvia saranno spariti, ma al loro posto è subentrata la nozione esatta dello stato sociale degli antichi italici, e noi Possiamo ora guardare con un certo sorriso il nostro padre Dante che davvero credeva che Enea fosse venuto in Italia per preparare il papato. Ma il concetto della storia a parte obiecti si è cambiato, perché si è cambiata in noi la nozione fondamentale dell'uomo, perché ci siamo aperta la via a ricongiungere la storia con la preistoria e la preistoria con la teologia, perché abbiamo sostituito al concetto della inventiva individuale la chiara nozione delle forze collettive, e in altri termini abbiamo ritrovato il vero subbietto dell'azione storica nel formarsi e nel divenire delle società. Ed è questo appunto il vero e proprio obbietto della filosofia della storia, in quanto essa mira ad intendere la direttiva degli accadimenti i quali siano stati già accertati dalla ricerca. La quale ricerca, quando non si tratti di problemi generali, mette capo a ciò che tradizionalmente si chiama la storia, cioè nel racconto e nella esposizione.

1693 – 1694

Teodoro Mommsen può scrivere una storia di Roma senza Romolo o Rea Silvia, ma si possono interpretare gli avvenimenti di Roma e la scelte dei Romani senza tener conto di Remo, Romolo o Rea Silvia? Se i Romani, nelle loro vicende hanno agito partendo dall'idea di Romolo, Remo e Rea Silvia, come si possono spiegare o raccontare gli avvenimenti senza quella costante emotiva di fondo? Bisogna piegare gli avvenimenti al cristianesimo, all'idea creazionista del dio padrone e trasformare le convinzioni degli uomini in fantasie: ma il dio padrone cristiano e la creazione, sono fantasie! Quali azioni nella storia sono state fatte da uomini nell'idea del dio padrone cristiano e della sua idea di genocidio e strage? Se uomini che avevano come modello Rea Silvia, Romolo e Remo hanno costruito non solo un sistema giuridico che è alla base delle moderne democrazie, ma che è stato ripreso dopo l'uscita dall'orrore cristiano, come si può pensare agli avvenimenti storici eliminando queste categorie? E' come se dagli avvenimenti storici, in cui è coinvolto il cristianesimo, eliminassimo Gesù, i suoi principi di morte e di assolutismo.

Teodoro Mommsen vuole ridurre la storia di Roma alle categorie cristiane, come prima di lui fece Onorio, ma la storia di Roma non è una storia che prescinda dagli uomini che vivevano a Roma. Da come gli uomini si sono costruiti nell'infanzia per abitare Roma. Dalle storie che si sono raccontati in cui identificavano i loro modelli comportamentali.

La storia ha più parti, non solo gli accadimenti e il modo di raccontarli, ma la percezione dell'accadimento nelle ragioni del mondo e il modo con cui li percepisco e li trasmetto nel mondo.

La storia esprime due ordini, la conoscenza che abbiamo degli accadimenti e l'uso del racconto di quegli accadimenti che ne facciamo al fine di costruire un accadere desiderato. Non è che Dante credeva che Enea fosse venuto in Italia per preparare il papato cattolico, Dante voleva far credere che Enea fosse venuto in Italia per preparare il papato cattolico in quanto analizzava la storia, come aveva imposto per secoli Onorio, come una serie tragica di eventi che dovevano preludere all'avvento del cristianesimo.

Per leggere la storia e gli accadimenti non basta la conoscenza culturale, serve l'allineamento emotivo dell'uomo che racconta la storia con l'uomo che ha vissuto in prima persona quegli accadimenti.

Una domanda a Labriola: i Cartaginesi, i Fenici che avevano come soggetto religioso Baal; ammazzavano o non ammazzavano i loro figli in sacrificio a Baal? Oggi, a differenza del tempo di Labriola, sappiamo che Fenici e Cartaginesi non ammazzavano i loro figli per Baal. Sappiamo che tale diffamazione fu fatta dai Romani contro i Cartaginesi e dagli ebrei monoteisti contro gli ebrei politeisti per alimentare una feroce guerra di sterminio, sia reale che immaginata. Che cosa traggo io nel mio presente da questa lettura della storia? Quali idee trasmetto ipotizzando l'uno o l'altro? Quali azioni o non azioni metto in essere?

La storia può scoprire nuove e diversi significati degli avvenimenti storici, ma se chi racconta la storia necessita di supporto dal vecchio racconto prima delle scoperte, il nuovo racconto non incide sulla realtà della vita degli uomini, al massimo incide sulla realtà della cultura e della sua lenta sedimentazione sociale in presenza di pace sociale.

La storia scopre che Gesù non è mai esistito.

Ditelo ai cristiani: vi metteranno sul rogo perché avete bestemmiato contro il loro delirio di onnipotenza. Quando esiste il delirio, in cui il desiderio delle persone è emotivamente veicolato, non esiste nessuna ragione che possa rimuoverlo perché la ragione è costruita dal delirio. La ragione legittima il delirio anche se la ragione non è supportata da fatti ma solo dalla violenza espressa dal delirio.

L'obiettivo della filosofia della storia non può essere quello di separare l'uomo, il divenuto dell'uomo che vive l'accadimento storico, dall'accadimento stesso. La storia non è un oggetto in sé, è il frutto delle trasformazioni dell'uomo, che trasformano l'uomo che vive la storia. La dialettica esistente fra la storia che manipola il divenire dell'uomo, di ogni singolo uomo che si adatta alla manipolazione subita, e l'accadimento prodotto dall'uomo adattato alla manipolazione subita all'interno di un insieme di uomini che chiamiamo popolo o società, si risolve nel divenire di un mondo in cui i meccanismi di relazione dialettica si riproducono continuamente.

Da questo punto di vista il ruolo della filosofia non è quello di determinare la relazione fra presente e passato basandosi sugli avvenimenti che riesce, per come riesce, a determinare, ma è quello di individuare i meccanismi di formazione degli accadimenti e di modificarli nel presente come unica condizione per modificare la direzione di un futuro che sia più attinente ai bisogni umani.

Scrive Antonio Labriola:

Così che voglio dire che le persone le quali si preparano agli studi storici, non si potrà dire che si siano veramente preparate con metodo scientifico se non quando, oltre all'impossessarsi dei metodi corretti per l'apprendimento dei fatti, siano anche giunte a farsi una adeguata idea dei principii direttivi degli accadimenti, in quanto quei principii sono negli accadimenti stessi. E voglio dire che lo storico scientificamente preparato deve anche aver raggiunto quel grado di maturità intellettuale, che consiste nel poter rispondere a quei quesiti che costituiscono la somma della filosofia della storia. Come volete che si chiami scientificamente preparato quello storico, il quale, dopo avere acquistato il possesso dei mezzi linguistici, paleografici, epigrafici e così via che occorrono per esempio per studiare la storia dell'antichissimo Egitto, si trovi poi di fronte ai fatti più o meno bene appurati, senza che abbia preso partito o per la teoria delle razze o per quella dell'ambiente naturale, senza per esempio che sappia se la religione è causa od effetto delle condizioni sociali, senza che abbia preso partito per la origine consuetudinaria o autoritativa del dritto, senza che possegga tanta psicologia quanta ne occorre per determinare il valore delle individualità, indifferente al caso o alla provvidenza, alla predestinazione o alla causalità meccanica? Con buona grazia sua, domanderei al Villari come abbia fatto, dopo di essersi ostinato in tante polemiche a sostenere che la storia non è una scienza", a tentare poi proprio lui in varii studi di spiegare la origine del comune fiorentino.

1695

In queste affermazioni sta uno degli errori di prospettiva dei materialisti. Le persone che si preparano agli studi storici sono il soggetto da considerare nell'analisi della storia. Il fatto storico non è oggettivo. Il fatto storico è interpretazione oggettiva degli uomini. E' interpretazione parziale di un complesso pulsionale che può essere vagamente avvertito solo da chi ha fatto un'esperienza analoga a quella studiata e nella quale ha coinvolto le sue emozioni, i suoi desideri e le sue aspettative.

Impossessarsi degli strumenti tecnici e culturali non porta l'individuo a comprendere la storia o a farsi un'idea dei principi direttivi degli accadimenti se non nella forme esteriore di una narrazione dalla quale l'uomo è escluso e considerato come puro oggetto estetico, privo della sua struttura pulsionale manipolata e veicolabile nel tempo, nel luogo e nelle cultura dei fatti storici considerati.

Labriola vede solo la parte superficiale dello "storico". Dice infatti che uno storico oltre agli strumenti tecnici, come i mezzi linguistici, paleografici, epigrafici, ecc. deve aver partecipato al dibattito sociale in modo da chiarire le proprie idee e le correnti sociali in cui avviene il dibattito nella società civile. Nel dibattito lo storico chiarisce le sue posizioni in relazione ai vari problemi dimostrando, secondo Labriola, una maturità intellettuale.

L'uomo che studia la storia non è un uomo al di fuori della storia, l'uomo è il prodotto di due storie che si sovrappongono e si relazionano dentro di lui. Si tratta della sua storia personale, fin da quando era nella vagina di sua madre e della storia della specie che ha selezionato gli strumenti con cui quell'individuo seleziona le sue emozioni che veicola nello sviluppo delle sue idee sulla storia.

Gli strumenti emotivi sono selezionati dalla storia di specie; la veicolazione e l'uso di quegli strumenti è selezionata e condizionata sia quando l'individuo è nella pancia della madre, sia nell'ambiente parentale e sociale. Ne segue che noi abbiamo un individuo che analizza la storia che a sua volta è stato selezionato sia negli strumenti d'analisi della storia dalla specie, sia nell'uso e nelle veicolazione di quei strumenti dalla madre e dall'ambiente parentale e sociale. L'individuo, lo storico, così selezionato diventa uno studioso della storia che riproduce, nella storia studiata, i meccanismi della storia subita come proiezione oggettiva della propria soggettività così determinata.

Scrive Labriola:

Queste cose sarebbero parse eresie venti o trent'anni fa nel periodo della decadenza filosofica di tutta Europa. Ora invece il Bernheim conclude il suo trattato del metodo storico col parlare di filosofia della storia, ossia di quella comprensiva interpretazione senza della quale i fatti non hanno senso". Risulta chiaro per sé che la Filosofia della Storia riguarda esclusivamente la storia a parte obiecti, cioè l'accaduto, e non riguarda la storia a parte subiecti e cosi la ricerca dell'accaduto". Tutte le volte che si parla di Filosofia della Storia s'intende di riferirsi a principii che noi supponiamo direttivi per rispetto al succedersi degli accadimenti, e che, quando ci sian noti, ci aiutino a capire gli accadimenti stessi. Poniamo che sia principio direttivo della storia il progresso, nel senso lato della parola; il quale concetto, è bene notarlo, fu ignoto agli antichi come fu ignoto in tutto il Medio Evo, ed è un'idea che si è intensificata e precisata solo nel secolo XVIII. Quel concetto, appreso che sia, diventa stregua del criterio per classificare i fatti storici non più in modo prospettico, ma in linea ascendente. Ed è così che noi parliamo di condizioni primitive o di condizioni avanzate, di relativo regresso e di arresto. Il concetto del progresso, più e più volte applicato alle varie condizioni del vivere umano, si converte come nella idea di una scala, di una ascensione, di un venirsi perfezionando dell'uomo nel cammino della civiltà. Quando questo abito di comparazione s'è formato, ci pare di poter misurar: come ad una stregua tipica le differenze che corrono tra i Greci del mondo omerico e quelli della Atene periclea; tra i Romani del primo secolo dell'impero e i barbari Germani, che stavano loro fronte. Per via di questa, direi, qualificazione dei fatti storici, essi acquistano il carattere di valori; e se questi valori non ci fossero, sarebbe inutile affannarsi nella ricostruzione del passato: perché, con buona licenza del mio collega prof. Ceci, il cui articolo Bibel- Babel non ho ancora letto, non sarebbe valsa la pena di lavorare per un secolo sulla critica dell'Antico Testamento, e non valeva la pena che tutte le nazioni civili di questo mondo si affannassero per gli scavi di Ninive e di Babilonia, se in ultima analisi non arrivassimo a poter sapere che cosa vale cotesta civiltà babilonese, e cioè che cosa vale per sé, cosa vale per rispetto all'Egitto, cosa vale per rispetto agli Indo-Europei civilizzatisi più tardi, cosa vale per gli elementi non semitici che da prima la composero e poi per gli elementi semitici che se la assimilarono, e soprattutto che cosa vale per rispetto al piccolo popolo dell'Antico Testamento, la cui importanza storico-mondiale, che parve stragrande finché la storia dell'Asia anteriore ci rimase ignota, s'è ridotta ai minimi termini, da che noi possiamo considerare quel popolo come un piccolo o secondario anello della gran catena degli accadimenti della storia asiatica in genere e semitica in particolare.

Pag. 1696 – 1697

L'analisi della storia è l'analisi delle idee che noi manifestiamo in questo presente. Quando Labriola afferma che "…la storia dell'antico testamento, la cui importanza storico-mondiale che parve stragrande finché la storia dell'Asia anteriore ci rimase ignota…", separa i fatti dalla formazione della sua persona, sua cultura, suo modo di guardare il mondo. L'antico testamento cristiano è tutt'ora stragrande, ma non perché stragrande fu quella storia, ma perché stragrande è il suo influsso sulla struttura emotiva delle persone e sulla formazione del loro modo di pensare e di guardare il mondo.

Quando un uomo e una donna nascono, non sono tabule rase, sono il prodotto di come l'ambiente che li genera (genitori, parenti e società) pensa al mondo, alla vita e alla storia. Esiste una storia dell'uomo che porta l'uomo a presentarsi nel mondo con strumenti psico-emotivi forgiati nel corso della storia dell'umanità fin da quando si muoveva nel brodo primordiale e c'è la selezione di quegli strumenti come adattamento del soggetto quando nasce attraverso l'azione del padre e della madre, dei parenti e dell'ambiente a cui il soggetto risponde con i suoi processi di adattamento emotivo manifestando quelle e solo quelle idee. Noi siamo il prodotto dell'ambiente, ma non dell'ambiente come astrazione, come forma o come modello, ma dell'ambiente emotivo che ci circonda e a quale rispondiamo adattando le nostre emozioni.

La storia la possiamo pensare come un lungo processo d'uscita dall'assolutismo cristiano. Un assolutismo che non riguarda il sistema giuridico, ma riguarda la manipolazione della struttura emotiva dell'uomo per renderlo sottomesso ed obbediente al suo dio padrone. Riguarda la repressione della sfera sessuale. Riguarda la costruzione dell'emarginazione sociale in funzione dell'assolutismo del dio padrone. La storia che noi possiamo pensare e descrivere è la storia d'uscita dall'assolutismo cristiano.

Esiste una storia precedente ed è la storia delle contraddizioni esistenziali che noi possiamo dedurre dalla ricerca archeologica, ma quella storia può solo dimostrarci la realtà di un vissuto senza l'assolutismo del dio padrone ed è comunque una storia limitata a qualche migliaio di anni. L'altra storia, la storia dell'uomo, fin dal brodo primordiale, è riassunta dentro di noi ed è selezionata, sia come strumenti che come capacità di risposta soggettiva alle sollecitazioni del mondo in cui viviamo, dallo sperma emesso da nostro padre e dalla qualità dell'ovulazione di nostra madre, dalla gestazione di nostra madre e dal mondo parentale che il nuovo nato incontra nascendo. La storia che forma l'uomo non è la storia della presentazione dei fatti in una rappresentazione fenomenologica, ma per la rappresentazione emotiva con cui il mondo sollecita la formazione della struttura emotiva del nuovo nato.

Quando l'uomo elabora degli strumenti come la cognizione di "progresso", lo fa partendo da un vissuto al quale vuole attribuire un divenuto da una condizione esistenziale più antica. Da come lui pensa il suo presente, dalle categorie in cui descrive il suo presente e dai desideri che manifesta nel suo presente, così tenderà a leggere il passato che ha genato quel presente e anche se quest'uomo, in questo passato, incontra delle condizioni che stridono con le sue convinzioni profonde ideologico-religiose con cui vive il presente, spiegherà le condizioni del passato in funzione, comunque, della giustificazione delle sue condizioni religiose.

Se l'idea di progresso si manifesta come un'idea che va verso la perfezione, di una scala progressiva verso un perfezionamento della civiltà, è perché a fondamento di tale idea c'è l'idea del dio padrone, dell'antico testamento e dei vangeli in cui c'è il progresso verso dio che viene presentato ai bambini come l'idea di perfezione attraverso la sottomissione e l'obbedienza a chi è perfetto. Nell'idea di progresso manifestata da Labriola c'è l'idea dell'ascesa a dio verso la perfezione. Esattamente come nell'idea di evoluzione in Spencer c'era l'idea del più evoluto e del meno evoluto. Sono idee proprie dell'ideologia cristiana che giustifica la monarchia del re perfetto voluto dal dio perfetto.

Distruggere questa idea ci permette di costruire altre idee sulla storia. Solo che per distruggere questa idea servono almeno 10 generazioni di critica al cristianesimo per liberare l'uomo da tutta una serie di idee preconcette che vengono imposte ai nuovi nati sia nella manifestazione di sperma e ovuli, sia nella gestazione che nella prima parte della vita nelle relazioni parentali. Serve la modificazione radicale di un ambiente che agisca nei confronti dei nuovi nati e si assuma il compito di fornire loro strumenti coerenti per affrontare il futuro forgiato da individui che hanno costruito quegli strumenti per affrontare il futuro in modo che le modalità di quei strumenti vengano forniti ai nuovi nati attraverso la veicolazione delle emozioni di cui quegli strumenti sono forniti. Il divenuto generazionale della mano che fornisce ai nuovi nati quegli strumenti mentre agisce nel mondo è più importante dello strumento tecnicamente definito. Non posso dire al bambino cosa deve fare, ma deve vederlo fatto da me nelle emozioni che esprimo mentre lo faccio in quanto coinvolto in quello che sto facendo.

Non si può scindere Roma del Mito dalla Roma dei fatti: l'una senza l'altra non esiste perché l'uomo di Roma era sia l'uomo che praticava il Mito che l'uomo che metteva in atto i fatti. Quei fatti, quel sistema giuridico di Roma, fu forgiato da quel Mito, dalle credenze di Romolo, Remo, Rea Silvia e Marte. Senza quel corpus religioso non sarebbe mai nato il sistema giuridico di giustizia di Roma. Il sistema giuridico delle XII tavole non avrebbe mai potuto esprimersi in un sistema religioso cristiano perché la visione dell'uomo, la visione religiosa-emotiva dell'uomo, è diametralmente opposta e incide in maniera diversa sulla struttura emotiva che proietta nel mondo il sistema giuridico. La struttura emotiva dell'uomo nasce dalla selezione delle possibilità di pensiero e di idee dell'uomo e quello che viene cancellato nella selezione non viene non solo ricordato, ma nemmeno è concepibile dalla struttura emotiva che si è imposta sull'insieme emotivo dell'uomo.

Per pensare la storia, noi dobbiamo pensare all'uomo religioso che ha abitato i fatti della storia che prendiamo in considerazione.

E' l'uomo religioso che determina la storia perché l'uomo viene coinvolto emotivamente fin da prima che sia concepito e fin da prima che viene concepito si forgia l'insieme degli strumenti emotivi che arriveranno a selezionare il suo modo di vivere, abitare e pensare la realtà del mondo. Quanto percepisce e quanto scopre dopo non è altro che conferma della manipolazione mentale che il soggetto ha messo in atto e quanto non è in linea con tale manipolazione non viene nemmeno concepito dal soggetto o rientra in un assurdo che provoca nell'uditore delle reazioni violente contro il soggetto che le manifesta.

Scrive Labriola:

Dunque, stando al nostro assunto e senza punto affannarmi su queste questioni di terminologia e di competenza e confini delle varie discipline, io intendevo ed intendo di dire che, tutte le volte che noi ci proponiamo di studiare i principii direttivi del movimento storico, dobbiamo innanzi tutto superare l'esteriorità narrativa per raffigurarci l'indole e la costituzione di quella determinata società che chiamiamo, per esempio, il popolo d'Israele prima della conquista assira, o i Romani come una delle società italiche. E allora cominciamo a domandarci: - si tratta di un conglomerato grande o piccolo, si tratta di un conglomerato consolidato o instabile, è un conglomerato con sede certa (e quindi agricoltura) o ancora tendente al nomadismo? E poi ci facciamo altre domande: - si tratta di un conglomerato di consanguinei, in guisa che razza e società coincidano, o si tratta di una coalizione di varii gruppi consanguinei? che grado raggiunge la differenziazione sociale; sono tutti liberi o ci sono liberi, meno liberi, schiavi, clienti e protetti? E poi pian piano si vanno determinando le classi e per la condizione economica e per gli uffici che adempiono; e per poco che ci addentriamo sempre di più in questa analisi sociale, noi cominciamo a vedere in che consista veramente la storia, e cioè nel come quella tale condizione di coesistenza si sia prodotta; e l'abbietto della ricerca sta nel modo di tale produzione.

1699

Antonio Labriola determina il metodo di analisi delle antiche società. Il punto è, quando analizzi la società antica, pensi o non pensi di avere a disposizione tutti i dati su cui elaborare la tua analisi?

Il problema si pone con società come quella egiziana o quella fenicia-cartaginese. Erano società schiaviste? Erano società sanguinarie? Erano società che sacrificavano i bambini? In cosa consisteva lo schiavismo?

Che cosa ci giunge da quelle società? Da quelle società ci giungono parole e simboli. Le parole e i simboli hanno un significato proprio di quelle società.

Labriola prende l'esempio del popolo di Israele prima della conquista Assira. Prima della deportazione a Babilonia quelli che vengono chiamati "popolo d'Israele" non erano un popolo. Non avevano una scrittura, non avevano una concezione religiosa diversa da quella Fenicia. Da dove Labriola ha preso le informazioni sul popolo di Israele prima della deportazione di una parte della popolazione a Babilonia? E' andato a scavare i reperti archeologici sul posto? Ha forse portato alla luce iscrizioni originali? No! Nulla di tutto questo: alimenta l'immaginazione della bibbia spacciando un libro ideologico di fantasticherie criminali come se fosse un libro di storia o una fonte per conoscere la storia. Non va alla ricerca del principio giuridico che viene emanato dalla bibbia "o fai quello che voglio io o io t'ammazzo" e ne analizza gli effetti nelle società degli uomini. Cerca in un libro di fiabe le relazioni economiche di personaggi che abitano il regno della fantasia.

Se io dico: "Io sacrifico mio figlio agli Dèi!", tu, che cosa capisci?

Il cristiano capisce che io uccido mio figlio per gli Dèi! Ma il cristiano capisce questo perché il cristiano sacrifica suo figlio al suo dio padrone! Non solo per quanto riguarda Abramo e Isacco, ma perché ogni cristiano ha il dovere di sottomettere suo figlio a dio in nome della chiesa cattolica alla quale, in virtù del battesimo, ha consegnato suo figlio. Proprio perché il cristiano sacrifica, annientando, suo figlio in nome del suo dio padrone è portato a pensare o ad accettare che tutti gli altri popoli facciano la stessa cosa magari in maniera più cruenta o orrifica. Quando io ho detto: "Io sacrifico mio figlio agli Dèi!" intendevo che io rendo sacro mio figlio, purtroppo nato morto, affinché gli Dèi lo accompagnino nel suo cammino verso l'infinito. Il cristiano uccide i suoi figli in nome del suo dio padrone. Io non ho un dio padrone. Ho degli Dèi che mi accompagnano lungo il mio cammino e a loro affido ciò che giunge in mondi in cui io non sono in grado di accedere.

Lo stesso vale per gli schiavi in Egitto.

E' vero che esiste la schiavitù come categoria economica, ma la categoria economica non è quella che gli ebrei descrivono e non è quella che i cristiani vanno farneticando. Intanto le piramidi sono state costruite da cittadini liberi e ben pagati (con un sindacato che ne proteggeva gli interessi, si ricorda di uno sciopero che durò un anno e senza i celerini di Scelba e un servizio sanitario che l'occidente avrebbe visto solo a partire dall'epoca di Labriola) e, in secondo luogo, gli ebrei non sono mai stati schiavi in Egitto. A Babilonia avevano un sistema di schiavitù, che non ha nulla a che vedere con la schiavitù imposta dai cristiani, ma che consente agli ebrei di fare i loro affari e di accumulare oro e ricchezze (cosa che non avviene nello schiavo del cristianesimo o dell'ebraismo).

Labriola dice che chi studia la storia deve superare l'esteriorità narrativa. Ma l'esteriorità narrativa è la caratteristica di chi vive nel presente e va alla ricerca della storia che immagina abbia prodotto il proprio presente. Ancora oggi ci sono persone che cercano l'Arca di Noè anche è accertato che Noè non è mai esistito. Cercano la conferma di fatti storici che immaginano. Per contro, quando andiamo interpretare la storia lo facciamo con le nostre predilezioni. Tutti coloro che cercano una qualche forma di libertà, ai tempi di Labriola, fantasticavano sulle rivolte degli schiavi e dei gladiatori a Roma. Non pensavano che fossero solo dei banditi che uccidevano e saccheggiavano con l'intento di saccheggiare. La storia le interpretiamo con gli occhi con cui desideriamo perché lo storico ha le emozioni separate da chi ha vissuto quel presente del fatto che analizza.

Se qualcuno si ribella alle condizioni economiche vessatorie del suo presente ha occhi più grandi per guardare il passato perché il desiderio di libertà gli prospetta come impossibile l'accettazione di quel tipo di schiavitù, ma se qualcuno è schiavista nel presente prospetta allo schiavo l'atrocità di un passato che spaccia come reale in cui la schiavitù era ben più atroce della schiavitù che lui stesso sta imponendo. Il mio giogo è lieve, dice Gesù quando impone agli uomini la più feroce delle schiavitù a cui la storia ha assistito.

Quando guardiamo alle società passate, come quella ebrea a Babilonia e dopo il ritorno da Babilonia, dobbiamo chiederci qual era il rapporto delle persone in quelle civiltà con i loro figli? Qual era il rapporto fra uomo e donna? Qual era il rapporto fra "sovrano" e individui di "classi" subalterne?

Questo ci permette di capire la differenza fra una società ed un'altra. Quando Hammurabi dice: "Faccio queste leggi affinché il più debole abbia giustizia nei confronti del più forte!", non è la stessa cosa di una società in cui la legge dice "Io sono il tuo padrone che ti ha tratto dall'Egitto, casa di schiavitù!" Ci sono due società organizzate in maniera diversa non solo a prescindere dalle relazioni economiche ma proprio nel concepire le relazioni economica fra le persone.

La costruzione delle piramidi d'Egitto erano costruzioni fatte da schiavi, come sostiene la bibbia ed Erodoto, o era la più grande operazione di ridistribuzione delle ricchezze che veniva messa in atto da una società finanziaria al fine di redistribuirle fra i cittadini impegnando i cittadini in opere di costruzione quando non erano coinvolti nel lavoro agricolo?

Labriola che in quanto cristiano non conosce il concetto di "ridistribuzione di parte della ricchezza fra i cittadini", non trova nulla di strano che gli schiavi abbiano costruito le Piramidi: non gli è venuto in mente quanti militari sarebbero serviti per controllare il lavoro di centomila schiavi per quaranta anni. Non esiste una potenza economica del mondo antico capace di reggere un tale sforzo economico senza averne un ritorno.

I nostri occhi che guardano il mondo, quale angolatura del mondo afferrano?

Quando nella storia sorgono le classi sociali? E quando l'organizzazione sociale si può considerare un'organizzazione sociale divisa in classi? Noi vediamo le classi sociali al giorno d'oggi, ma non possiamo pensare che queste classi sociali siano state sempre presenti nella storia. Le classi sociali sorgono quando Platone le delinea nella sua Repubblica, prima non c'erano e non c'erano nemmeno a Roma anche se c'era la divisione fra Patrizi e Plebei.

Perché non erano vere e proprie classi sociali come oggi le intendiamo, ma una separazione fra cittadini che tutt'ora non è chiara e gioca ancora sulla differente relazione fra Sabini ed Etruschi nella formazione della società Romana.

Scrive Labriola:

Anche quelle forme sociologiche, che sono più facilmente caratterizzabili, si presentano sempre in concreto e nei casi particolari con molte particolarità e specificazioni, perché realmente, se noi in astratto possiamo fare della fase agricola un che di precisamente distinto dalla fase industriale, in fatto poi non è esistito mai alcun popolo che fosse esclusivamente o l'una o l'altra cosa; cosicché dal diverso modo come quella relativa industria, che non è mai mancata anche nello stato più predominante di vita agricola, stava rispetto al resto, risulta quella figura particolareggiata che sarà il carattere di Roma in un certo periodo, rispetto alla condizione di un altro paese ariano, che a quello stato approssimativamente si avvicini. Lo stesso dicasi del commercio, il quale può diventare sì la nota spiccata e predominante di una intera popolazione, come fu il caso degli antichi Fenici; ma in una forma più o meno elementare non manca mai, se non altro come complemento di quella elementare vita economica che costituirà la nota anche dei paesi primitivi. Con queste brevi note ho voluto dire che lo storico deve essere in guardia contro quelle forzate classificazioni della sociologia schematica, le quali porterebbero a ritenere che si possa con tratti assai brevi connotare il modo di vivere di una determinata conglomerazione umana. E la ragione sta in ciò, che la storia comincia ad avere ad obbietto la società da quando essa è già complicata e differenziata. L'orda preistorica può presentarci sì caratteri omogenei dei puramente consanguinei i quali, tenendosi separati localmente e per selezione da altre genti, rappresentano nel semplice costume la forma indistinta del diritto, della morale e della religione. Ma, quando noi troviamo che in una determinata consociazione è già nata per esempio la setta dei preti, e siano puramente maghi o fattucchieri, ovvero s'è formata la classe dei guerrieri e dal loro privilegio è sorta la differenza di dominio colle conseguenze della servitù ecc., il che poi dà luogo al bisogno del duce e quindi l'origine delle dinastie, noi siamo lontani dalla primitiva omogeneità e ci avviamo pian piano a quelle lotte interne ed esterne, che costituiscono la tessitura principale della storia.

1699 – 1700

L'orda non è mai esistita.

I cristiani ritengono che ci sia stato un periodo primitivo, dopo la creazione dell'uomo da parte di dio e la cacciata dal paradiso terrestre, e che l'uomo si sia spostato sul pianeta come un'orda animale senza una struttura sociale, dei bisogni o degli interessi che costituissero degli equilibri al proprio interno.

L'idea dell'orda, che ha caratterizzato la sociologia, è concepibile soltanto partendo dal fatto che il dio padrone abbia creato l'uomo come noi oggi lo pensiamo e questa creatura, stupida e inconsapevole di una realtà che la circondava, ha vagato stupidamente in un mondo sconosciuto. Ma se noi invertiamo i fattori e pensiamo all'uomo come un generato dal mondo fin da quando c'era il brodo primordiale, non abbiamo mai un qualche cosa di paragonabile all'idea di "primitivo" dei cristiani, ma abbiamo un soggetto umano che abita il mondo con la stessa coscienza e la stessa intelligenza che hanno gli animali; con relazioni forti e consapevoli nel mondo in cui vivono. Relazioni forti e consapevoli che si sono costruite oltre un miliardo di anni or sono e che le specie hanno trasferito ad ognuno dei loro figli adattandoli all'esistenza del mondo in cui nascevano. Dunque, noi non abbiamo mai un uomo primitivo e inconsapevole del mondo, salvo quando il cristianesimo prende il potere e annienta nei bambini la pulsione verso il futuro per poterli mettere in ginocchio davanti al suo dio padrone imponendo loro la fede e la sottomissione. Solo allora l'uomo viene disarmato e costretto a sottomettersi ai cristiani soggettivando l'idea di essere creato dal suo dio padrone, inizia a farfugliare di un uomo primitivo e stupido come egli è, in quanto cristiano, in effetti davanti alla vita si muoverebbe in un tempo passato terrorizzato dalle intemperie e dagli "animali feroci".

Il punto è che non c'è nessuna orda esattamente come non c'è stato nessun uomo primitivo come inteso dai cristiani. Nel corso del tempo si sono succedute delle culture e i cristiani chiamano "primitiva" la cultura, ad esempio, che si dedicava a levigare la pietra. Ma i cristiani ignorano quanta cultura, intelligenza serve per levigare la pietra e percorrere sentieri che univano i commerci dalla regione Puglia alla Danimarca e oltre.

C'è l'uomo che si sposta nel mondo uscendo dall'Africa, ma lo fa in tante centinaia di migliaia di anni che tali spostamenti sono praticamente indistinguibili da una realtà statica dell'umana esistenza. Al contrario, Labriola, come Durkheim immaginano gli spostamenti degli Esseri Umani allo stesso modo in cui i cristiani descrivono le invasioni barbariche dei cristiani (prevalentemente ariani) che spingono alle porte dell'impero cattolico romano nel quarto-settimo secolo d. c.. Come arrivano i barbari, dagli Unni agli ostrogoti, visigoti, vandali, Lomgobardi, ecc. e poi i mongoli, i tartari, ecc. così Labriola, Durkheim e Comte immaginano le "orde" di fantomatici primitivi. La storia compresa negli ultimi 2000 anni diventa il modello della storia di centinaia di migliaia di anni attraverso i quali gli uomini occupato il pianeta.

Labriola ci mette in guardia rispetto ad una sociologia schematica, ma non aggredisce la sociologia schematica in quanto questa si basa sugli stessi apriori dai quali parte la sociologia schematica: perché non chiede alla sociologia schematica di dimostrate la pratica e la qualità del Totemismo quattro o cinquemila anni a.c. anziché accettare le interpretazioni totemiche fatte rilevando, e interpretando, alcune pratiche nel presente (indiani d'America) e proiettate in un primitivismo umano nel quale si vuole chiudere gli indiani d'America per poterli macellare?

Non esiste un rapporto fra Roma e un paese ariano!

I popoli ariani o ariano-germani non possono essere paragonati o equiparati a Roma.

Noi conosciamo qualche cosa dei paesi ariano-germanici solo in base alla descrizione dei cristiani. Non esiste una letteratura precedente il cristianesimo che parli delle tradizioni di questi popoli. Possiamo dedurre la loro presenza e alcune delle loro tradizioni, ma nulla hanno a che vedere con Roma che stabilisce regole e principi del vivere comune fra i popoli. Pensare che esista una cultura ariano-germanica è legittimo come è legittimo trovare elementi della cultura ariano-germanica in alcune tradizioni, ma non è possibile usare quella cultura perché non è separabile quella cultura dal cristianesimo. Come se il cristianesimo si fosse sfatto veicolare in una cultura che poi ha attribuito ai celti o agli ariano-germanici.

Un errore, che solo oggi cominciamo a considerare, fatto da Labriola o da altri è il concetto di consanguineità dell'orda. Noi sappiamo che la fusione fra quello che chiamiamo Homo Sapiens e quella che chiamiamo Homo di Nehendertal avvenne in un tempo tanto antico da non essere un tempo in cui si scriveva la storia. Questo vale anche per altre popolazioni che si fusero con l'omo Sapiens in varie epoche o quello che noi chiamiamo l'Omo Hobbit o per alcune popolazioni del Tibet che fondendosi con gli Han presenti nel Tibet cinquecentomila anni or sono inserirono nella popolazione Han il gene che permise loro di adattarsi alle altitudini.

Tutte queste erano civiltà avanzate. Non avevano nulla dei concetti che noi proiettiamo sui "primitivi" in quanto noi pensiamo ai primitivi come il cristianesimo pensa ad uomini privi di relazioni col mondo fino all'avvento del suo dio padrone. Come sbagliò Comte a sottovalutare l'uomo, così sbagliò Durkheim, Levì-Strauss e tutti gli altri che anno visto in un primitivismo farneticato l'origine di un uomo che era divenuto in miliardi di anni.

Un appunto particolare nell'interpretazione della storia e delle idee preconcette con cui interpretare la storia, vale per la tripartizione con cui Platone intendeva dominare le società degli uomini. Tale tripartizione viene considerata come naturale e ovvia da Labriola quando parla di setta dei preti che siano anche maghi o fattucchieri. Fino all'avvento degli ebrei e dei filosofi in Grecia, tale setta non è mai esistita e, comunque, non era equiparabile ai preti cattolici conosciuti da Labriola. I filosofi in Grecia e i leviti fra gli ebrei possono considerarsi alla stregua dei preti cattolici e cristiani, ma prima di loro i sacerdoti delle varie religioni avevano un ruolo sociale che non li separava dalla società stessa: gli auguri, gli aruspici, i fratelli Arvale o i Salii a Roma erano parte interante la società romana. Gli Auguri erano quella che noi oggi chiamiamo "Corte Costituzionale", erano cioè la garanzia che le leggi che venivano fatte a Roma rispecchiavano i principi religiosi e civili che avevano determinato gli Dèi e che avevano reso efficiente la società Romana. Con Silla e con l'avvento dell'impero tutto questo cambiò.

Labriola non affronta oggettivamente la storia, ma affronta la storia proiettando sui popoli passati le categorie sociali, organizzative e morali proprie del cristianesimo in cui è stato educato. Labriola cerca la riaffermazione di quelle categorie nell'azione dei popoli finendo per stuprare il vissuto di quei popoli in funzione del loro adattamento a quelle categorie.

Ridotta a tale significazione la parola progresso, nessuno vorrà confonderlo con quella sciagurata idea della evoluzione, che ha fatte le spese di tutte le più o meno trionfanti bestialità attuali. L'evoluzione è un termine troppo generico che abbraccia ogni forma di divenire. Ora chi si sarà esercitato, e anche profondamente, a capire la originazione delle forme neolatine da quelle latine in quanto è glottologo, non per questo capirà la evoluzione dei funghi o la storia naturale del cancro. L'idea generica della evoluzione rimane lì come un postulato di quella che Aristotele chiamava la prima filosofia, e le singole scienze hanno da fare con evoluzioni singole. L'idea generica del progresso implica quel concetto di evoluzione per cui noi siamo autorizzati ad apprezzare le varie forme del vivere umano. Le note astratte del concetto di evoluzione acquistano, per rispetto alla storia, quel tanto di concreto, che dà appunto la concreta valutazione. Quando noi diciamo che siamo civilmente progrediti sugli uomini degli altri tempi, non intendiamo di dire che l'ente astratto umanità abbia messo chi sa quale nuova cute o quale nuova barba, ma intendiamo per esempio di dire che non vi sono più schiavi, che tutti gli uomini sono eguali davanti alle leggi, che le mogli non si comprano, che i figli non si vendono, che i preti non hanno diritto di mandarvi in paradiso a loro arbitrio e così via, sino al fatto che la coscienza del progresso è diventata fede in esso, e da fede proposito. E, se si toglie via cotesta concezione, cessa la ragion d'essere dello studio della storia o esso si rinchiude nella inutile moltiplicazione dei particolari.

1702

Evoluzione o progresso: dove e come poggiamo la nostra attenzione, così pensiamo il mondo. Ai tempi di Labriola il concetto di evoluzione era quello predicato da Spencer e non quello di Darwin. La trasposizione del concetto di evoluzione come trasformazione biologica a evoluzione come trasformazione sociale passava attraverso le categorie imposte dalla bibbia e dai vangeli cristiani: nulla era fuori dei vangeli e della bibbia.

Come per conoscere un uomo di Roma antica non possiamo prescindere da Romolo, Remo, Marte e Numa, così per conoscere il pensiero del diciannovesimo e del ventesimo secolo non possiamo separare l'uomo dalla bibbia e dai vangeli dal momento che gli uomini vengono violentati per costringerli a soggettivare le categorie morali etiche e ideologiche della bibbia e dei vangeli.

Spencer e Malthus giustificavano il genocidio in nome dell'evoluzione e della selezione delle specie. Un'evoluzione meccanicistica che vede l'uomo soggetto passivo privo di volontà e determinazioni. Labriola preferisce il termine di progresso affermando che il termine evoluzione è un termine troppo generico perché abbraccia ogni forma di divenire. Solo che il termine progresso delimita la storia dell'uomo al dominio cristiano e Labriola non imputa al cristianesimo di essere la fonte della distruzione dell'uomo, ma di essere un elemento di progresso nella storia dell'uomo come sostiene Onorio. Inoltre, Labriola non considera che un divenire è dentro ad un altro divenire: il divenire personale è dentro al divenire sociale e il divenire sociale è dentro al divenire della specie che è dentro al divenire della Natura che è dentro al divenire del pianeta. E il divenire del pianeta condiziona il divenire della Natura che condizionale il divenire delle specie che condiziona il divenire dei singoli individui che condizionano il divenire delle società e della specie. Separare la storia dal divenire dell'individuo, significa togliere all'individuo la sua volontà d'azione e di adattamento per attribuirla ad un soggetto esterno che può essere la storia come oggetto o il dio padrone cristiano: sempre esterni all'individuo.

Per Labriola il progresso è l'accettazione di un presente. Per Labriola è irrilevante se il presente è creato da dio o se è divenuto per trasformazione. Nulla è al di fuori del presente e in questo presente si realizza il progresso auspicato da Labriola.

Quando Labriola afferma che:

"Quando noi diciamo che siamo civilmente progrediti sugli uomini degli altri tempi, non intendiamo di dire che l'ente astratto umanità abbia messo chi sa quale nuova cute o quale nuova barba, ma intendiamo per esempio di dire che non vi sono più schiavi, che tutti gli uomini sono eguali davanti alle leggi, che le mogli non si comprano, che i figli non si vendono, che i preti non hanno diritto di mandarvi in paradiso a loro arbitrio e così via, sino al fatto che la coscienza del progresso è diventata fede in esso, e da fede proposito."

A Labriola sfugge il fatto che le condizioni che elenca sono condizioni costruite dall'uomo da un dato di "civiltà" in cui gli uomini non conoscevano la schiavitù, erano tutti uguali. Erano uguali sia nella società sia davanti alle norme che regolavano quella società, gli uomini non compravano le donne e le donne non comperavano gli uomini, non avevano una concezione della proprietà privata dei figli tanto da venderli, non esistevano preti che decidevano del destino degli uomini, e nemmeno c'era la fede in un progresso, ma c'erano prospettive di futuro.

Tutto quello che Labriola indica come "progresso civile" da una situazione di non progresso è una costruzione, un divenuto da una trasformazione che coinvolge la struttura intima, emotiva, dell'uomo, la sfera religiosa, che poi si riversa dall'infanzia alla società legittimando di fatto la diseguaglianza e il soggettivismo onnipotente che sottrae qualcuno alla legge, l'acquisto e la vendita di uomini emarginati, l'uso dei figli come oggetti di possesso e il controllo delle persone mediante la fede nella provvidenza divina o nel progresso quale emanazione della volontà del dio padrone.

Negare l'evoluzionismo significa negare l'esistenza di un processo di formazione della coscienza del neonato che lo porta a diventare membro della società e negare le strategie violente che si tollerano nei confronti del neonato per costringerlo a sentirsi disuguale davanti alla legge, oggetto di possesso di genitori, non aver il diritto di pretendere un'adeguata preparazione per la vita civile; significa costringere la donna a sentirsi inferiore, significa costringere l'uomo ad essere dipendente da una provvidenza, da un padrone, da una fede e da un'obbedienza che viene imposta come un dovere capace di generare nell'individuo sensi di colpa e dolore emotivo se non si adegua e non si sottomette.

Significa considerare come storia solo le attività dell'uomo sociale adulto senza tenere in considerazione le trasformazioni e gli adattamenti che è stato costretto a mettere in atto per sopravvivere alla violenza che la società gli presentava. Significa accettare il cristianesimo come una condizione naturale dell'uomo e non come un crimine contro l'umanità.

Scrive Labriola:

Quella psicologia generale schematica della quale, nell'altro mio corso", ho fatto il disegno, poggia principalmente sulla presunzione che i fenomeni psichici comincino e finiscano con la vita dell'individuo. Ora, data la ipotesi materialistica, si capisce come i sensisti fossero disposti a ritenere che tutti i fenomeni complicati psichici si dovessero spiegare coi dati primitivi della sensazione. Ma la nostra coscienza individuale contiene tanti elementi che non si spiegano senza la esistenza della società e della storia. Voi parlate non perché siete individui ma perché siete subietti sociali. E così dicasi del Diritto, della Religione e delle Idee morali che esistono in noi solo a traverso il tramite della storia e della società. Ora il materialismo biologico non mi spiega come siano nati i dogmi del cristianesimo, né come siano nate le forme grammaticali del neo-latino, né come esistano in genere le compagini sociali. Trovare le condizioni materiali del mondo storico sociale, questo è stato l'assunto del materialismo storico. Assunto parallelo e non derivato da ciò che i meri positivisti hanno chiamato sociologia; e qui voglio notare per incidente che io quando pronunzio la parola positivismo lo faccio sempre con grande apprensione, perché il positivismo, come si è elaborato da Saint-Simon a Littré15, era essenzialmente storicismo, cioè tendenza a spiegare la storia, e invece in Italia tutti quelli che si chiamano positivisti, fatta eccezione di un solo, ossia dell'Angiulli, che in fondo veniva dalla scuola hegeliana 16, sono ricaduti nel materialismo innanzi Feuerbach, partono sempre dall'individuo e ricadono sempre nell'individuo e non afferrano perciò la morfologia storica; i nostri positivisti sono in generale al di sotto di Comte, il quale era tanto storicista a negare la possibilità di una psicologia individuale.

1704

E' vero: voi parlate non perché siete individui, ma soggetti sociali. Sol che il parlare non è un oggetto a sé, è una parte dell'individuo. Un individuo che non è parlare, ma è un soggetto capace di percepire e di trasformarsi in un ambiente che non è la storia sociale. La storia dell'uomo e della specie si chiama evoluzione come trasformazione per sedimentazione e adattamento del singolo soggetto fin da quando essere unicellulare si muoveva nel brodo primordiale. Evoluzione per trasformazione è quella dell'embrione nella pancia della madre, bambino e adulto. Un'evoluzione che non è trasformazione fisica, ma il venir in essere attraverso una trasformazione continua della sua coscienza, del suo pensare il mondo, delle sue idee e, in ultima condizione, del suo parlare.

Tutto ciò che Labriola cita, come il diritto, la religione e le idee morali, non sono il prodotto della storia. Noi non siamo creati quali prodotto della storia, noi ci adattiamo rispondendo agli adattamenti specifici di una società che ha praticato violenza sugli individui. Quando ci si rivolge agli indiani d'America, come fece Engels attraverso gli studi di Morgan, non stiamo parlando di primitivi, ma di una società trasformata e divenuta parallelamente alla nostra senza la violenza cristiana e senza la distruzione dell'uomo operata sul singolo individuo dal cristianesimo. Quella stessa società, studiata da Morgan, negli ultimi duecento anni ha dovuto adattare il divenuto della sua struttura psico-emotiva alla violenza assolutista con cui il cristianesimo ha voluto piegarla alle sue categorie morali e comportamentali. Quando Morgan studia quella società, quella società è stata violentata e vilipesa per duecento anni dai cristiani. In quella società Morgan incontra un adattamento resistenziale al cristianesimo che studia come una cultura specifica.

Quando Labriola parla di società o di soggetti sociali si dimentica che il soggetto sociale che diviene nella società, per formare la società come insieme, è il singolo individuo e la manipolazione che il singolo individuo ha subito attraverso la violenza religiosa. A questa manipolazione il singolo individuo ha risposto adattandosi.

Il materialismo biologico, oggi dice come sono nati i dogmi del cristianesimo e come questi vengono impressi nella struttura emotiva dell'uomo e te lo dicono proprio perché Labriola ha negato che i dogmi del cristianesimo si possano rintracciare nella biologia. Per dogmi cristiani Labriola intende parole; per dogmi cristiani si intendono manipolazioni violente della struttura emotiva dell'infanzia che costringono l'individuo a soggettivare emotivamente quelle parole.

Non si possono paragonare i dogmi del cristianesimo, che manipolano la struttura emotiva profonda dell'individuo e la fonte non solo delle sue idee, ma dei suoi stessi occhi con cui guarda il mondo col divenuto della lingua, come la lingua latina, che è solo uno strumento, e nemmeno tanto funzionale, usato per la comunicazione dell'uomo. Non si può confondere ciò che forgia l'individuo profondo nel suo sentire e nel suo abitare il mondo con lo strumento che l'individuo usa per una condizione contingente e secondaria della sua esistenza.

Trovare le condizioni materiali del mondo storico sociale, è stato l'assunto del materialismo storico in Labriola.

Questo alimenta la contraddizione in Labriola fra il suo modo di pensare il mondo e una realtà del mondo che tende ad ignorare ponendo le basi per il fallimento del metodo del materialismo storico. Non si possono separare le condizioni materiali e sociali dall'individuo che vive quelle condizioni materiali e sociali e dalle sue strategie adattative a quanto gli viene imposto. Non si possono ignorare le variabili che il singolo individuo, con i suoi adattamenti e la sua volontà, impone alle condizioni materiali e sociali in cui sta vivendo: il torturatore, torturando, trasforma in maniera drammatica il torturato, ma lo stesso torturatore esce trasformato dalla sua attività. Nulla è come prima: qual è il divenuto storico?

Affermare che all'individuo vengono imposte tutta una serie di condizioni alle quali si chiede che egli si adatti e si adegui, pare a Labriola assolutamente irrilevante rispetto alle condizioni materiali e sociali. Ma l'individuo è vita. Vita che chiede e che pretende non solo come lavoratore pagato, ma come uomo che manifesta nella società bisogni emotivi che vengono selezionati e violentati nella prima infanzia. Quella violenza è funzionale a quelle condizioni economiche e sociali, ma è quella violenza che rende possibili quelle condizioni economiche e sociali perché le condizioni economiche e sociali trovano l'approvazione di ogni individuo qualunque sia la sua classe e il suo ruolo. Se la donna non nutrisse un'opinione di inferiorità non accetterebbe quel ruolo nella società. Accetta quel ruolo nella società e accetta di riprodurre quella condizione per la violenza religiosa che ha subito proprio perché ha soggettivato una condizione di subalternità. Una violenza religiosa che il cristianesimo mette in atto in modo capillare, su ogni singolo individuo, su ogni singolo nucleo familiare, su ogni singolo comportamento individuale, su ogni singola espressione verbale, su ogni singolo paese con un accanimento inquisitorio messo in atto dal cristianesimo capillarmente contro ogni singolo individuo che tramite quella violenza sacrifica ogni singolo individuo, la sua sfera psico-emotiva al dio padrone.

Davanti all'attività di controllo sociale e individuale del cristianesimo contro la struttura emotiva dell'individuo, messa in atto in duemila anni di controllo sociale e di addomesticamento dei greggi di individui, di ogni individuo sociale, l'invenzione del dispositivo panottico sul controllo delle persone inventato da Jeremy Bentham (1748-1832) è di una puerilità disarmante.

E' il singolo individuo che riproduce le condizioni del proprio adattamento e della violenza che ha subito fin dalla primissima infanzia, fin dalla pancia della madre. Non aver capito questo ha portato al fallimento dell'elaborazione della teoria del materialismo storico da parte di Labriola.

E' indubbio che i positivisti vogliono spiegare la storia anziché analizzare il presente, ma il materialismo storico giustifica il presente partendo dalla creazione del dio padrone che non mette in discussione nei principi in cui si rappresenta nella società. Pertanto, i materialisti riproducono il dio padrone perché avendo separato l'individuo e i suoi problemi adattativi rispetto al mondo e alla sua storia, al suo divenuto, lo considerano solo nelle relazioni economiche in cui la soggettività scompare dall'orizzonte dei materialisti. La storia è un insieme di azioni sociali che impongono agli individui di adeguarsi. In questo modo i materialisti individuano tappe del progresso, ma negano dignità agli artefici del progresso. Negando il divenuto dell'individuo, mancano di agire sulle cause che agiscono nella trasformazione formando il suo divenire e conservano il presente perché non aprono gli individui a prospettive di futuro diverse da quelle che stanno vivendo.

Negare la psicologia individuale, la possibilità individuale di percepire e di abitare il mondo è negare alla società la possibilità di aprirsi ad un futuro diverso.

Scrive Labriola:

La coscienza sociale trova spesso il suo esponente nella espressione «noi». Ora portate la vostra attenzione sulla materia variabile di questo noi. Una volta potrete dire noi tutti di questa famiglia, che portiamo il tal nome, che viviamo di una tale sostanza o di una tale occupazione, e che per queste condizioni di nostra esistenza ci sentiamo circoscritti per rispetto al rimanente mondo. Un'altra volta intenderemo di dire noi studenti, e professori, in quanto formiamo questa università, alla quale partecipiamo pur rimanendo come individui atti ad entrare e a rimanere, come rimaniamo, in tante altre sfere di altrettanti noi, che si esprimeranno col dire noi Romani, noi Italiani, noi Cattolici e così via. Quel noi non contiene dunque nulla di mistico o di misterioso, nulla di sorprendente o di miracoloso, e anzi, in tanto è l'enunciato e l'esponente di qualunque cosa, in quanto che in tanti individui, ciascuno dei quali dice di se stesso io, si svolge e si fissa la cosciente apprensione di ciò che li lega ad una famiglia, ad una gente, ad un popolo, ad un partito, e, se volete, anche ad una mafia o ad una compagnia di briganti, il che per la psicologia è indifferente. Ad un grado elevato di sviluppo della civiltà e del pensiero questo noi può essere tanto comprensivo quanto può essere, per esempio, tutta la civiltà indoeuropea. Se voi togliete al noi il suo fulcro naturale nei tanti io che si sentono accomunati, il noi diventa un puro e vano simbolismo. Il noi non esiste che nella coscienza di ciascuno di noi in quanto siamo individui. Ma non è la somma degli individui, perché ha la sua materia nei legami che corrono fra gli individui, i quali legami sono innanzi tutto materiali, ossia di consanguineità, di convivenza, di coabitazione, di cooperazione economica. Nella enunciazione del fatto, come l'abbiamo data qui in poche parole, è già contenuta la indicazione, direi così, topica del come il fatto stesso va spiegato. Data la estensiva significazione che abbiamo dato ai fatti di coscienza in quanto essa rappresenta un aspetto o di una situazione biologica o di una situazione sociale, dall'intendere l'io all'intendere il noi non corre divario. Quando la psicologia non era ancora una scienza, quando gli spiritualisti d'ogni maniera potevano sbizzarrirsi a fare dell'io l'attributo extratemporale di uno spirito soprastante ad ogni genesi, quando gli idealisti che ripetevano Fichte potevano far dell'io una trascendente autoposizione, o il problema del noi non si affacciava, o si presentava involuto nella immaginazione di un preteso spirito collettivo ed extraindividuale. Ma ora che noi facciamo dell'io l'esponente variabile della appercezione interna delle nostre variabili condizioni per cui oltre all' io empirico che si esprime così: ora sto dettando, non ammettiamo un io puramente possibile o trascendente, non c'è meraviglia che tale funzione di appercezione in uno e medesimo ambito di coscienza pigli il doppio esponente di io e di noi; il che non vuol dire che tutte le persone le quali adoperano questi termini non sbaglino, perché l'uso corretto di essi si può ottenere soltanto dalla elaborata scienza psicologica. Una piccola glossa renderà più chiari questi enunciati, che avrebbero invero bisogno di lungo sviluppo. Che nello stato avanzato della nostra civiltà gl'individui possano errare quando adoperano l'esponente io di fronte all'esponente noi, è cosa evidente, perché per esempio la maggioranza degli uomini ignora che ciò che si attribuisce alla individuale coscienza non è nella maggior parte dei casi che un semplice sedimento del costume e della tradizione. Ma questo stesso errore in cui possono cadere tutti quelli che non sono prettamente scienziati, è una prova del fatto che, col crescere della civiltà, cresce la tendenza negli individui all'estendere il campo del loro io, mentre più torniamo indietro e più troviamo prevalente il senso della collettività sul senso della individualità. E' cosa oramai certa di certezza empirica, che l'uman genere è uscito dall'orda, la quale orda era una continuazione dell'orda animale. In quest'orda il noi era tutto, il noi che era l'esponente della necessità di vivere in coatte forme, senza delle quali non sarebbe stata possibile la lotta per l'esistenza. L'apparizione dell'individualità come coscienza vera e propria è un prodotto tardivo delle vicende ulteriori della storia. Quel subbiettivismo della coscienza etica o estetica, che a noi pare cosa così naturale perché la nostra educazione riflessa non va più in là della Grecia antica quando ci si presenta Solone che fa la legge, Erodoto che scrive la storia e Alceo che fa la sdegnosa poesia personale; a noi pare quasi inconcepibile che milioni e milioni di uomini di varie razze chi sa quante migliaia di anni o di secoli siano vissuti con la individualità assorbita dal costume e con l'io involuto nel noi.

1708 – 1710

A nulla vale giustificare le limitatezze e le debolezze del discorso di Labriola se tale discorso non viene attualizzato. Le idee aprioristiche, le convinzioni che vengono messe a fondamento del ragionamento, nel momento in cui risultano false, rendono falso l'intero sviluppo del discorso. In campo sociale e filosofico non si giustificano gli errori con "le idee del tempo", ma con la cecità del filosofo rispetto ad un presente vissuto.

Molto c'è da dire nell'uso del pronome noi che fa Labriola. Il noi che usa Labriola è il "noi pecore del gregge". Non il noi di io e te che fondiamo un vissuto comune. Il noi di Labriola è un'imposizione di appartenenza che negando le scelte soggettive dell'io, del singolo individuo, di fatto costruiscono un noi del gregge cristiano.

Per Labriola il noi non è la somma dell'insieme degli "Io sono", ma è:

Ma non è la somma degli individui, perché ha la sua materia nei legami che corrono fra gli individui, i quali legami sono innanzi tutto materiali, ossia di consanguineità, di convivenza, di coabitazione, di cooperazione economica.

La consanguineità marchia l'individuo in un noi da cui non si può sottrarre; la convivenza obbliga l'individuo a quella relazione; la coabitazione obbliga l'individuo a quella relazione; la cooperazione economica costringe l'individuo a quello status sociale.

Labriola fa propria una sorta di organicismo in cui gli individui non sono soggetti agenti portatori di volontà, ma noi di un insieme sul quale l'io, l'individuo, l'individualità è annullata.

Per Labriola non c'è divario nell'intendere io o l'intendere noi. Ma in che ambito? Se ho la divisa del soldato e vado all'attacco su una collina, c'è un noi che prevale sull'io, ma l'io, tuttavia, con le sue scelte, influisce su quel noi: il mio coraggio o la mia paura, il mio timore o la mia avventatezza, possono determinare la variazione dell'insieme, il noi, che agisce. Il padrone vede la massa come un insieme di noi, ma il soggetto, che agisce in quella massa, agisce come io, come persona e come persona ha subito la violenza che lo ha costretto a manipolare la sua struttura emotiva affinché rispondesse in quel modo, e solo in quel modo, alle sollecitazioni a cui era sottoposto.

Per Labriola l'io, l'io sono, non è un soggetto agente nel mondo. Non esprime volontà e non si modifica in base alle risposte che mette in atto nei confronti delle sollecitazioni del mondo. In Labriola non esiste la dialettica del divenire nella trasformazione del soggetto che nasce, ma il soggetto che nasce è passivo nei confronti dei costumi e della società ed estende il proprio io in base all'estensione del suo ruolo nella società. In Labriola è il dio padrone l'unico io che si estende sulla società e solo l'uomo che si fa dio padrone estende il proprio io, ma non lo modifica, non lo costruisce, estende ciò che è stato creato o che si trova già in essere.

L'uomo, il soggetto non plasma sé stesso in funzione di un futuro che progetta, ma è spettatore passivo di un costume sociale che si impone su di lui.

Afferma Labriola:

Che nello stato avanzato della nostra civiltà gl'individui possano errare quando adoperano l'esponente io di fronte all'esponente noi, è cosa evidente, per- ché per esempio la maggioranza degli uomini ignora che ciò che si attribuisce alla individuale coscienza non è nella maggior parte dei casi che un semplice sedimento del costume e della tradizione. Ma questo stesso errore in cui possono cadere tutti quelli che non sono prettamente scienziati, è una prova del fatto che, col crescere della civiltà, cresce la tendenza negli individui all'estendere il campo del loro io, mentre più torniamo indietro e più troviamo prevalente il senso della collettività sul senso della individualità.

E' abbastanza evidente come l'uomo e la donna nel pensiero di Labriola sono visti come soggetti passivi e il costume e la tradizione come oggetti attivi e persistenti. In quest'idea sparisce tutto il discorso sull'uomo e sui bisogni a cui l'uomo si adatta iniziato da Marx e da Engels sia nel Capitale che nell'Antiduring. L'uomo, per Labriola cessa di essere il prodotto costruito nella società in cui vive e cessa di essere il soggetto agente nella società, cessa di essere il soggetto che rivendica una sua collocazione nel mondo per limitarsi ad essere un soggetto passivo di un costume e di una tradizione.

Labriola rincara la dose dell'ideologia cattolica là dove afferma che col crescere della civiltà cresce la tendenza degli individui ad estendere il campo del loro io separandosi dal noi. Il che significa che con l'uscita progressiva dall'assolutismo del dio padrone cristiano cresce negli individui la tendenza ad uscire ulteriormente dalla schiavitù del dio padrone cristiano e di estendere sé stessi nel mondo. Si verifica che, essendo il dio padrone l'unico soggetto che Labriola chiama io (i filosofi del suo tempo lo chiamano l'Essere, mentre io con l'Essere intendo ogni singola Coscienza di Sé dell'universo comunque organizzata), ne segue che l'estensione dell'io, in contrapposizione al noi, si costruisce solo nel farsi dio padrone (non si può servire dio e mammona, dice Gesù) che gestisce piccoli greggi o sotto greggi di noi. L'io non è l'uomo e la donna che abitano il mondo, ma è l'identificazione col dio padrone che porta questo io, separato dal noi, ad appropriarsi di un piccolo gregge che separa dal gregge del dio padrone.

Ma perché Labriola parte dall'assolutismo del dio padrone cristiano come se l'assolutismo del dio padrone cristiano fosse un oggetto in sé e fosse naturale che il dio padrone cristiano si impossessi degli individui riducendoli in schiavitù? Perché Labriola è oggettivamente cristiano e non è in grado di pensare lo schiavismo del dio padrone cristiano come una costruzione storico-ideologica che ha manipolato l'uomo costringendolo alla sottomissione che riproduce sottomissione. Come Onorio interpreta la storia come un lungo processo volto a preparare il mondo all'avvento di Gesù, così Labriola interpreta il mondo e la vita come se i modelli cristiani fossero i modelli dell'uomo e non fossero stati impesoti all'uomo. Per questo motivo interpreta in maniera cristiana il termine schiavitù degli antichi popoli sostituendo la qualità della relazione economica che veniva nominata "schiavitù", con la schiavitù dei corpi e della psiche che annienta l'uomo propria dell'ebraismo e del cristianesimo.

In sostanza il modello a cui Labriola si riferisce è il modello cristiano che proietta come oggettivo e naturale in un'eternità di manifestazione che viene modificato nella sua rappresentazione dagli eventi storici con un uomo sempre uguale a sé stesso che non è l'artefice della storia, ma è la pecora del gregge che il padrone porta al macello nei fatti storici.

Quando mai è esistita l'orda e quando mai il genere umano è uscito dall'orda?

L'idea dell'orda appartiene alle fantasticherie cristiane che immaginano il primitivismo della vita come conseguenza della cacciata dell'uomo dal paradiso terrestre ad opera del dio padrone.

In questa visione la storia diventa soggetto e l'uomo diventa l'oggetto passivo che non si modifica nella storia. Proprio perché non si modifica per Labriola non ha senso il termine evoluzionismo, ma solo quello di progresso perché non esiste nella sua concezione dell'uomo un divenire ed una trasformazione. Il bambino diventa uomo come ogni bambino diventa uomo qualunque siano le condizioni in cui il bambino vivrà in quanto nulla di quanto verrà fatto la bambino potrà mai modificare il suo venir in essere come uomo perché qualunque cosa gli venga fatta non si può modificare la creazione del dio creatore.

Per Labriola l'uomo esce dall'orda.

Mentre Engels cerca caratteri che qualificano il divenuto dell'uomo nel comportamento animale, Labriola afferma che l'uscita dall'orda da parte dell'uomo è l'uscita da quella orda umana che è una continuazione dell'orda animale.

Labriola immagina che quando si era nell'orda il "noi" era tutto e l'individualità scompariva. La mancanza della dimensione soggettiva, per Labriola, era la condizione per la sopravvivenza dell'uomo. L'uomo sopravviveva come orda, immaginando orde barbariche che si muovono come mandrie di bufali nel mondo.

Labriola si immagina come sperso nel mondo se non fosse per l'orda come se tutte le specie animali vivessero per orde.

La visione del materialismo storico di Labriola parte dal presupposto che:

L'apparizione dell'individualità come coscienza vera e propria è un prodotto tardivo delle vicende ulteriori della storia. Quel subbiettivismo della coscienza etica o estetica, che a noi pare cosa così naturale perché la nostra educazione riflessa non va più in là della Grecia antica quando ci si presenta Solone che fa la legge, Erodoto che scrive la storia e Alceo che fa la sdegnosa poesia personale; a noi pare quasi inconcepibile che milioni e milioni di uomini di varie razze chi sa quante migliaia di anni o di secoli siano vissuti con la individualità assorbita dal costume e con l'io involuto nel noi.

1710

Tutto il divenuto dell'uomo, Labriola lo conchiude in "Solone che fa la legge…". Si tratta della visione creazionista della vita dalla quale discende la storia pensata. Una storia pensata che manifesta tutto il disprezzo per l'uomo proprio del cristianesimo. Il fatto che Labriola conosca la storia da Solone, 640-560 a.c., e la riforma giuridica di Atene ad oggi non gli è permesso, se non in un'ottica assolutistica cristiana, di pensare ai miliardi di anni che precede quella data come ad anni vissuti dall'uomo privi di etica e di morale relegando l'uomo in un abbruttimento che sta solo nella sua testa.

Erodoto scrive una storia piena di fantasie, errori e molte offese agli uomini, come la sua farneticazione secondo cui le piramidi d'Egitto sarebbero state costruite da schiavi. E Labriola a dire "Si buana!", veicolando il suo concetto cristiano dell'uomo ridotto al ruolo di pecora del gregge.

Poi, dopo Labriola, si scoprono le leggi di Hammurabi e altri codici risalenti ai Sumeri attorno al 3000 a.c. e si scopre che la civiltà Egiziana qualche migliaio di anni prima di Solone aveva un sistema etico e civile codificato. Gli uomini hanno sempre avuto un sistema etico-morale codificato fin da quando si muovevano nel brodo primordiale e i cristiani non chiamerebbero i nostri antenati "uomini".

Non si tratta di sapere se Labriola conosce o non conosce la storia che verrà scoperta dopo di lui, si tratta di come Labriola si mette davanti alla vita e di come scegliere di pensare gli uomini e la vita. Come per i sacrifici dei bambini ad opera dei fenici: bisogna avere una mentalità criminale cristiana per pensare che i genitori Fenici, con la mortalità infantile di allora, ammazzassero i loro figli in onore degli Dèi. Dèi che erano, al contrario del dio cristiano, Dèi della vita.

Non è mai esistito fra gli uomini un io involuto nel noi! Mai! Questa visione è propria del desiderio del cristiano che si ritiene creato ad immagine e somiglianza del suo dio padrone e in questa esaltazione delirante interpreta la storia per giustificare il suo delirio.

Scrive Labriola:

Che la società tutta poggi sulle condizioni materiali della sua esistenza, può parere quasi a prima vista ozioso a dirsi, perché ciò si riduce a tradurre in formula una osservazione del senso comune. Togliete di mezzo gli uomini che attendono alle cure liete della scienza e dell'arte, togliete di mezzo le categorie spesso superflue dei professori e dei preti, e cioè togliete di mezzo tutte le persone che vivono dei prodotti di terza e quarta mano del lavoro altrui; l'articolazione fondamentale della società poggia sui rapporti che intercedono tra coloro, i quali direttamente producono col lavoro e coi suoi istrumenti i beni materiali. Ecco ciò che Marx chiamava la forma della produzione. Che la struttura fondamentale della società, ossia l'articolazione economica di essa, abbia variato dalla preistoria ai tempi nostri, è fuori di ogni dubbio; e che queste variazioni debbano avere il loro ritmo e devano recare in sé come la indicazione di un processo, è più che verosimile, se noi ricordiamo tutto ciò che abbiamo detto innanzi circa l'approssimazione della storia alla scienza. La storia è innanzi tutto il variare delle articolazioni elementari. Ora, che cosa costituisce il carattere specifico del materialismo storico? Cotesto carattere specifico è rappresentato, in primo luogo, dalla enunciazione abbastanza semplice: che cioè gli uomini abbiano prodotto il dritto e abbiano tentato le varie organizzazioni, che mettono da ultimo capo nella politica, sempre proporzionalmente al relativo stato della articolazione economica. Il secondo enunciato ha un carattere più ipotetico; ed è, che e concezioni mitologiche, e quindi anche religiose, degli uomini, e le loro disposizioni morali, siano state rispondenti ad una determinata condizione sociale; cosicché la storia della religione e dell'etica è psicologia nel lato senso della parola. Un altro elemento decisivo è implicito in questa concezione, ed è che l'articolazione sociale in tanto è articolazione in quanto la società ci si presenta come una gerarchia, e cioè come una disposizione dei collaboranti, spartiti in genti e famiglie e in classi con varia dipendenza e padronanza; il che fa che la società abbia sempre in sé la tendenza all'instabile, e quindi porti a contrasti e dissoluzioni, a progressi e regressi. La dottrina del materialismo storico, dati i due elementi della articolazione economica e degli attriti di classe, diventa la chiave per intendere le vere e proprie rivoluzioni; cioè quelle mutazioni dello stato complesso della società da cui sono derivate le innovazioni del dritto, i nuovi indirizzi politici e le nuove disposizioni morali.

1712 – 1713

Quando si tolgono delle categorie sociali da una società, ciò che resta non sono le altre categorie, ma un riadattamento e una trasformazione dell'intera società. Tutta la società poggia sulle condizioni materiali d'esistenza, ma tutte le condizioni materiali d'esistenza sono necessarie in presenza dell'uomo desiderante.

Senza l'uomo desiderante, non hanno senso le condizioni materiali d'esistenza. Il lavoro dell'uomo consiste nella trasformazioni di merci in prodotti atti a soddisfare i bisogni umani. Il termine "bisogni umani" è l'elemento centrale sul quale si innesta il lavoro materiale dell'uomo.

La struttura desiderante dell'uomo, che manifesta la sua necessità di veicolazione suscitando nell'uomo i bisogni, non è una struttura materiale, ma è una struttura vivente in un complesso psico-emotivo che si manifesta mediante la materia.

Quali sono le categorie sociali che Labriola interpreta come superflue?

Scrive Labriola:

Togliete di mezzo gli uomini che attendono alle cure liete della scienza e dell'arte, togliete di mezzo le categorie spesso superflue dei professori e dei preti, e cioè togliete di mezzo tutte le persone che vivono dei prodotti di terza e quarta mano del lavoro altrui;

Che è come dire, togliete di mezzo la vita e vi rimane il cadavere.

Una società che non ha arte, che non ha scienza, che non ha educatori, non esiste come società. Nella società in cui viviamo esiste un parassitismo sociale molto forte, tuttavia un conto è eliminare il parassitismo e un altro conto è indicare alcune categorie come superflue senza considerare i processi di adattamento che sono avvenuti in una società affinché quelle categorie di persone e quelle mansioni costruissero un loro spazio sociale essenziale.

L'individuo desiderante è la chiave della struttura materiale della società. Gli uomini possono dormire per terra, ma dormono meglio sopra un materasso. Il desiderio di dormire meglio porta alla manifestazione di condizioni che possono essere risolte mediante il lavoro, la trasformazione di merci in prodotti, soddisfacendo il desiderio.

Coloro che producono il bene materiale e coloro che analizzano la storia nei suoi processi di trasformazione che hanno generato questo presente: qual è la categoria da eliminare o da togliere?

La forma della produzione in Marx riguarda le relazioni fra i produttori e le relazioni fra i consumatori. I consumatori come soggetti desideranti, ed i prodotti, manipolazione della materia da altri soggetti desideranti che da quella produzione ottenevano la possibilità di soddisfare i loro desideri. Desideri che sono materiali, ma anche e soprattutto psico-emotivi, sete di conoscenza, necessità di libertà, ecc.

Togliere il soggetto desiderante in quanto categoria superflua, significa considerare coloro che trasformano merci in prodotti individui che non si dedicano alla scienza, all'arte, ai desideri e alle passioni. Significa non considerare i produttori come dei soggetti desideranti che possono praticare la produzione per soddisfare bisogni diversi dalla produzione stessa.

Significa tendere a considerare l'uomo come un oggetto-macchina le cui attività non sono atte a soddisfare i bisogni psico-emotivi della sua esistenza, ma solo finalismi legati all'attività materiale.

I rapporti economici sono un tipo di rapporti che ci sono nella società, ma i rapporti avvengono sempre tra uomini e donne desideranti e i desideri sono il fondamento dei rapporti mentre l'economia, la politica, la religione ecc. sono dei sistemi in cui i rapporti si veicolano. Quando mio nonno era nel brodo primordiale, non teneva rapporti economici eppure, il fondamento psico-emotivo di quell'ente (presumo unicellulare) che era mio nonno nell'ipotetico brodo-primordiale, è il fondamento di tutta la mia attale struttura emotiva. Quella pulsione è la pulsione a fondamento di tutte le mie pulsioni che non hanno la loro veicolazione e soddisfazione nei rapporti economici, ma nei rapporti interpersonali al di là di come quei rapporti interpersonali vengono materializzati.

Labiola vede il progresso da un'immaginata preistoria, perché come cristiano sta solo immaginando la preistoria partendo da sé stesso che si considera un uomo civilizzato. La preistoria, la preistoria dell'uomo e dell'intelletto umano, non è mai esistita. E' esistita una preistoria, che l'uomo attuale definisce tale partendo da sé stesso che si pone all'apice di un processo di trasformazione, dei mezzi con cui l'uomo agisce nel mondo, ma non è mai esistita una preistoria intellettuale, culturale, etica o morale. Quest'idea appartiene alle fantasie cristiane.

Esiste un processo storico di distruzione della cultura, dell'etica, della morale e intellettuale dell'uomo introdotto nella società che può essere letto, sia pur in maniera fantasiosa e aleatoria, come meccanismo sociale nella nascita della famiglia come inizio de processo di formazione della proprietà privata. Siamo ancora nell'ambito del pensiero cristiano. Il processo della famiglia in quanto proprietà privata è andato via, via, radicalizzandosi nella pulsione del possesso in presenza di condizioni ambientali e sociali che ne hanno stimolato la radicalizzazione. Si tratta però di un processo di costruzione mediante la distruzione di una cultura, di un modo intelligente di vivere il mondo, di un'etica e di una morale, di una diversa cultura, di una diversa etica, di una diversa morale di un diverso modo di impiegare l'intelligenza umana.

Sono esistiti dei processi storici generali che si sono imposti sull'uomo, ma è sempre l'uomo desiderante, al di là del tipo di desiderio che manifesta (potere di essere o potere di avere) che mette in atto le azioni di libertà o di controllo o di conquista e sottomissione che l'uomo attuale legge come processi storici generali. E' l'uomo e la donna desiderante che ha subito la costruzione della distruzione della morale, dell'etica, della cultura e del loro modo di impiegare l'intelligenza da parte di Platone, degli ebrei e dei cristiani; sono gli uomini e le donne desideranti che agiscono per tentare di costruire una diversa cultura, una diversa etica, una diversa morale e un diverso modo intelligente con cui affrontare il mondo veicolando in esso le loro pulsioni.

Quando parliamo dell'uomo e della donna, stiamo parlando di corpi viventi, corpi intelligenti, corpi desideranti, corpi portatori di volontà, scopo e determinazione.

I processi di trasformazione del mondo e della vita, sono più di uno e non tutti vanno nella direzione funzionale all'uomo, solo le volontà dei soggetti agiscono affinché questo accada. Leggi le volontà, i dolori e le emozioni dei soggetti, di tutti i soggetti, coinvolti nel fatto storico e avrai la "verità" del fatto storico e dei suoi effetti nel divenuto della storia.

Il materialismo storico di Labriola parte dal presupposto che gli uomini hanno prodotto il diritto e hanno costruito varie organizzazioni politiche in relazione al loro status economico. In altre parole, per Labriola la storia dell'uomo inizia con Platone e le classi sociali. Prima di allora l'uomo non aveva storia.

Il secondo aspetto che Labriola attribuisce al materialismo storico è, bontà sua, "ha un carattere più ipotetico", la convinzione che tutto l'apparato psichico dell'uomo (non la sua specifica veicolazione) siano state prodotte dalla condizione economico-sociale. E' la condizione che determina l'uomo, non l'uomo la condizione economico-sociale. L'uomo, per Labriola, non ha un carattere desiderante. Non ha pulsioni psico-emotive che manifesta nelle relazioni, ma tutto ciò che manifesta nelle relazioni attraverso la "religione", l'etica e la morale è determinato dalla condizione sociale. Esattamente ciò che auspicava Platone nella sua tripartizione sociale in cui gli individui dovevano essere contenti della loro condizione perché quella era la condizione per la quale erano nati e nella quale dovevano vivere.

Come si è costruita questa convinzione?

Il materialismo storico di Labriola non solo non lo dice, ma non lo immagina perché ritiene che questo mondo gerarchico sia naturale, o, per dirla alla cristiana, creato da dio. Non vede il processo storico di trasformazione del presente attraverso l'uomo desiderante che usa l'economia e la politica per veicolare il proprio desiderio.

Alla fine, che cosa resta della concezione del materialismo storico di Labriola?

Una società divisa in classi e le classi che si scontrano per contendersi l'economia: in tutto questo, dove sta l'uomo? L'uomo in sé! L'uomo che è uscito dal brodo primordiale con tutti gli Esseri della Natura di cui è parte?

Marghera, 25 novembre 2014

Nota: Le citazioni di Antonio Labriola sono tratte da: Antonio Labriola, Tutti gli scritti filosofici e di teoria dell'educazione. Filosofia della storia, sociologia e materialismo storico 1902 edito da Bompiani 2014

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Claudio Simeoni

Meccanico

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Guardiano dell'Anticristo

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.