Anima Mundi

James Hillman - 1926-2011

Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185808 per il cartaceo della filosofia aperta

Indice Teoria della Filosofia Aperta

L'idea di Hillman su Anima Mundi

Nella formazione del concetto di Anima Mundi, Hillman mescola un po' le carte.

Gli oggetti del mondo chiedono che l'uomo li ascolti, ma come collocare gli oggetti del mondo che chiamano la nostra attenzione nel mondo? Soprattutto, come pensiamo il mondo?

Hillman dichiara:

Parlare, chiedere ascolto nel mondo, comporta oggi che si parli al mondo, perché tra il nostro pubblico c'è il mondo; anch'esso ascolta ciò che diciamo. Dunque le mie parole sono rivolte al mondo, ai suoi problemi, alle sofferenze della sua anima. Io parlo infatti da psicologo, da figlio dell'anima, che parla alla psiche.

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La relazione che Hillman traccia è questa: l'anima che parla alla psiche.

In questa sua affermazione c'è la dichiarazione di un oggetto in sé, l'anima, che non è il frutto dell'esperienza, ma dell'immaginazione. Come gli UFO o i mondi paralleli.

L'anima come oggetto in sé, riconosciuto come tale, che parla alla psiche, oggetto diverso dall'anima, che ascolta l'anima. La psiche è un oggetto inteso come insieme riferito ad un soggetto che la esprime; l'anima è un oggetto di fantasia che se da un lato serve per risolvere dei problemi retorici, dall'altro lato è ammantato di una realtà immaginata alla quale si sottomette l'uomo.

Un oggetto dell'immaginazione che parla ad un oggetto reale e l'oggetto reale che deve sottomettersi alle parole dell'oggetto immaginato. Fra il parlare e l'ascoltare sta la sofferenza, pensata come oggetto in sé stesso, senza individuare né la qualità della sofferenza né l'oggetto che soffre e tanto meno le cause e la sofferenza dell'oggetto, Hillman immagina che anche il mondo, ma non solo, lo stanno ascoltando.

Scrive Hillman:

In luogo della nozione comune di realtà psichica, fondata su un sistema di soggetti privati esperienti e di oggetti pubblici morti, vorrei proporre un'idea che prevale in molte culture (definite primitive e animistiche dagli antropologi culturali dell'Occidente) e che, per un breve periodo, era tornata in auge anche nella nostra attraverso Firenze e Marsilio Ficino. Mi riferisco all'anima del mondo del platonismo, che significa semplicemente il mondo infuso di anima. Proviamo a immaginare l'anima mundi non già come una divina e remota emanazione dello spirito che sta al di sopra del mondo e lo circonda, un regno trascendente di potenze, archetipi e princìpi; e neppure come panpsichico principio vitale unificatore, immanente nel mondo materiale. No, proviamo a immaginare l'anima mundi come quella particolare scintilla d'anima, quella immagine germinale, che si offre in trasparenza in ogni cosa nella sua forma visibile. Allora anima mundi indica le possibilità di animazione offerte da ciascun evento per come è, il suo presentarsi sensuoso come volto che rivela la propria immagine interiore: insomma, la disponibilità di ciascun evento a essere oggetto dell'immaginazione, la sua presenza come realtà psichica. Non solo animali e piante infusi d'anima, come nella visione dei romantici, ma l'anima data con tutte le cose, le cose della natura, date da Dio, e le cose della strada, fatte dall'uomo.

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Hillman dice: "immaginiamo" e in questo immaginare si nasconde una forma perversa nella quale piegare la realtà che sta sotto i suoi stessi occhi.

L'anima del mondo, come una particolare scintilla dell'anima, un'immagine germinale che si offre in trasparenza in ogni cosa nella sua forma visibile. Questa visione aulica dell'esistenza, appare all'immaginazione di Hillman.

Perché partire da un dato immaginato, anziché partire da una realtà in essere?

Immaginiamo un mondo di soggetti umani, soggetti animali, soggetti piante, soggetti montagne, soggetti mari, soggetti luoghi, ecc. ed ecco che l'immaginazione cessa di riempirsi di fantasmi, di soggetti immaginati, di forme virtuali, per animarsi in soggetti la cui realtà si materializza sotto i nostri occhi. Soggetti che agiscono, crescono, si trasformano, divengono e costruiscono delle relazioni mediante la loro struttura emotiva. Attraverso la loro struttura emotiva costruiscono le relazioni, chiamano, espongono problemi, esigenze, discutono, ecc. Suoni senza parole e senza vibrazioni d'aria che come fiumi si riversano su ogni altro soggetto che raggiungono e che li coglie con la specificità delle sue emozioni, del suo divenuto, dei suoi bisogni.

Perché costruire prima un modello nell'immaginario e poi costringere la realtà ad aderirvi pretendendo di interpretare le realtà con quel modello?

Si tratta della malattia indotta dal cristianesimo: imporre agli uomini la fuga dalla realtà in essere per costringerli a rifugiarsi in una realtà virtuale, fortemente desiderata, nella quale poter riconoscere tutti gli elementi che concorrono a formare quella realtà che in questo modo possono dominare e controllare.

Quali sono le culture "primitive" che avevano il concetto dell'"anima del mondo del platonismo"? Non c'erano culture primitive prima di Platone che avessero avuto un tale concetto; dunque, l'affermazione è arbitraria e ingannevole. Nessuna cultura che abbia preceduto Platone aveva una simile idea del mondo. Dunque, nessuna cultura primitiva.

Platone ha imposto quell'idea e bande armate criminali di missionari cristiani e di antropologi cristiani sono andati in giro a macellare popoli per oltre duecento anni imponendo a quei popoli le credenze e le convinzioni che loro, come cristiani che conoscevano il platonismo, affermavano che quei popoli dovessero avere perché, una volta imposte tali credenze, massacro dopo massacro, li si potevano più facilmente sottomettere al cristianesimo.

Chi sono i "primitivi"? Gli indiani d'America, gli Indios, i popoli dell'Africa o i popoli dell'Asia? Quelli non erano "popoli primitivi", ma popoli che hanno avuto una trasformazione parallela agli europei senza avere l'ideologia dello sterminio e l'ideologia dello sterminio per imporre un dio padrone. Gli europei per poterli sterminare hanno inventato una sorta di gerarchia evoluzionistica nella quale si sono arrogati il diritto di occupare il vertice di un'ideale progresso-evoluzione affermando che quei popoli sono rimasti com'erano gli europei qualche millennio avanti cristo senza sapere com'erano gli europei qualche millennio avanti il loro cristo.

Il concetto di Anima Mundi parte da questo presupposto: un'anima del mondo come realtà psichica che comporta non solo animali e piante infusi d'anima, di un'anima che il dio padrone ha dato (bontà sua…) ma anche gli oggetti, le cose della strada costruite dall'uomo come oggetti portatori di anima.

Il concetto di "Anima Mundi" era già stato usato nell'ideologia secondo cui la società è un corpo vivente e il "re" il suo cervello. Il concetto è una deformazione monoteista del racconto di Tito Livio relativo all'attività di mediatore di Menenio Agrippa (493 a.c.). Nell'800 nacquero queste ideologie organicistiche il cui scopo era di impedire alle persone di sottrarsi dal corpo sociale, imponendo concetti di razza e di separazione dagli altri uomini mediante una sorta di "popolo eletto". Tutto veniva ricondotto all'organismo esattamente come Hillman vuole ricondurre tutto all'"Anima Mundi": chi detiene il controllo della morale dell'Anima Mundi detiene il controllo degli uomini per costringerli a comportarsi come egli ritiene debba comportarsi l'"Anima Mundi".

Ciò che sfugge ad Hillman è che tutti questi sono corpi che abitano il mondo, proprio perché sono corpi che abitano il mondo, perturbano un presente vissuto da corpi che induce i corpi a modificarsi nelle relazioni che intrattengono.

Corpi ed oggetti sono fatti di materia che fra le sue qualità ha le emozioni con cui perturbare il campo emotivo di altri corpi, ma quelle emozioni sono proprie di quei corpi e la loro espressione è relativa al divenuto di quel corpo.

Scrive Hillman:

Il mondo esiste in forme, colori, atmosfere, qualità tattili: un'ostensione di cose che si autorappresentano. Tutte le cose mostrano un volto, il mondo essendo non solo un insieme di segni in codice di cui decifrare il significato, ma una fisionomia da guardare in faccia. In quanto forme espressive, le cose parlano; mostrano nella forma lo stato in cui sono. Si annunciano, testimoniano della propria presenza: «Guardate, siamo qui». E ci guardano, indipendentemente da come le guardiamo noi, dalla nostra prospettiva, da ciò che vogliamo fare di esse e da come di esse disponiamo. Questa immaginativa richiesta di attenzione è il segno di un mondo infuso d'anima. Non solo: a sua volta, il nostro riconoscimento immaginativo, l'atto fanciullesco di immaginare il mondo, anima il mondo e lo restituisce all'anima.

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Il mondo esiste in azioni, relazioni ed emozioni.

Io guardo, dice Hillman, e il mondo mi si rappresenta in forme colori, atmosfere e qualità tattili. Io guardo, dice Hillman, ma non dice che lui interpreta il mondo classificando i fenomeni che giungono in forme, colori, atmosfere e qualità tattili. Cosa direbbe del mondo un serpente che esplora il mondo con la sua lingua?

Il mondo, come insieme di cose e di soggetti che si rappresentano manifestando sé stessi e ogni singolo soggetto che interpreta soggettivamente tali rappresentazioni.

Le cose, i soggetti, gli oggetti del mondo, comunque io voglia classificarli, mostrano TUTTO sé stessi. Di quel TUTTO sé stessi io interpreto una parte del loro essere sé stessi che inserisco nel mio modo di pensare il mondo. Cosa guardo e cosa vedo del loro essere tutto sé stesse? Perché interpreto taluni aspetti e non talaltri oppure annullo cose o rappresentazioni per dare importanza ad altre?

Le cose, i soggetti del mondo, il mondo come insieme, parlano, ma io cosa ascolto e come interpreto le loro comunicazioni? Cosa capisco delle loro voci?

Dal momento che ho messo in atto un'azione di selezione dei fenomeni, di selezione della qualità dei fenomeni, della qualità dell'elaborazione dei fenomeni percepiti; come posso non pensare di aver già fatto (o sono stato costretto a fare) la stessa operazione dentro di me che ha selezionato le mie predilezioni, la mia attenzione, i miei intenti, le mie necessità e infine i miei bisogni che a loro volta hanno selezionato i fenomeni del mondo da percepire, la qualità da percepire dei fenomeni percepiti e la tipologia di elaborazione dei fenomeni percepiti?

Il mondo mi parla: ma io, come sono stato "addestrato" ad ascoltare il mondo?

Le "parole" del mondo, come si trasformano in azione modificando il presente in cui io vivo?

Quali sono i tempi delle "parole del mondo"? E quali sono i tempi percettivi con cui io ascolto e interpreto le "parole" del mondo? Le "parole" del mondo hanno i miei stessi "tempi biologici"?

Non basta sognare un dio creatore se l'attività del dio creatore contraddice il nostro essere nel mondo; non basta affermare che il mondo è pieno di soggetti che ci parlano se non inseriamo quelle "parole" nella nostra esistenza e, soprattutto, se non diamo sostanza emotiva a quelle che chiamiamo "parole".

Il mondo richiama la nostra attenzione, ma perché affermare che questa richiesta di attenzione che il mondo ci rivolge dimostrerebbe un "mondo infuso d'anima"?

Non si tratta di "atto fanciullesco". Pensare che il nostro atto di abitare il mondo e rispondere alle relazioni a cui il mondo ci invita non sia una scelta dei singoli soggetti che abitano il mondo, ma sia attribuibile a qualche cosa che noi vogliamo separare dai soggetti del mondo, una specie di anima, è un atto di viltà morale e intellettuale.

L'atto con cui Platone separò la struttura emotiva dell'uomo dal suo corpo per rinchiuderla in un concetto astratto separato dall'uomo, appunto l'anima, rimane un atto criminale che può essere ascritto ai delitti contro l'umanità anziché alla storia del pensiero umano.

Scrive Hillman:

Allora ci rendiamo conto di come ciò che la psicologia è stata costretta a chiamare «proiezione» altro non sia che «animazione»: questa o quella cosa che, spontaneamente, prende vita, arresta la nostra attenzione, ci attira a sé. La luce improvvisa che accende una cosa, tuttavia, non dipende dalle sue proporzioni formali, da qualità estetiche che la rendono «bella», bensì dai movimenti dell' anima mundi che anima le proprie immagini e tocca la nostra immaginazione. Si crea una corrispondenza o una fusione tra l'anima di quella cosa e la nostra. L'intuizione che la realtà psichica si manifesta nella forma espressiva, nella qualità fisiognomica delle immagini, permette alla psicologia di sfuggire alla trappola dell'« esperienza», del vissuto. Ficino libera la psicologia dalla clausura nell'io di Agostino, di Cartesio, di Kant e dei loro successori, spesso di Freud e a volte di Jung. Per secoli abbiamo identificato l'interiorità con l'esperienza riflessiva. Certo le cose non hanno vita, diceva la vecchia psicologia, perché non fanno esperienza (di sentimenti, ricordi, intenzioni). Possono, sì, essere animate dalle nostre proiezioni, ma immaginare che esse proiettino su di noi e l'una sull'altra le loro idee e richieste, considerarle capaci di accumulare ricordi e di presentare nelle loro qualità sensoriali caratteristiche di sentimento, questo no, questo è pensiero magico!

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Che cos'è la proiezione?

E' la mia incapacità di percepire l'oggetto in sé, incapacità di percepire l'oggetto per come l'oggetto si presenta nella sua totalità, ed io sono costretto ad interpretare l'oggetto attraverso un numero limitato di fenomeni che attribuisco a quell'oggetto; un numero limitato di qualità del numero limitato di fenomeni che attribuisco a quell'oggetto e un'elaborazione parziale che dentro di me definisce quell'oggetto e che PROIETTO sull'oggetto affermando, A ME STESSO, che quello è l'oggetto.

In questo modo vado in giro ad affermare al mondo che quello che io proietto è quell'oggetto mentre, di quell'oggetto ne ho solo una visione parziale che proietto sull'oggetto per definire quell'oggetto che io non sono in grado di percepire in sé stesso. Quando inserisco quell'oggetto in un insieme concettuale non inserisco quell'oggetto in sé, ma solo la mia elaborazione personale dell'oggetto che ho proiettato sull'oggetto e che, come fanno i cristiani, porta ad usare violenza per imporre quella proiezione perché non sono in grado di costruire una relazione con l'oggetto se non attraverso la mia elaborazione che proietto immaginando l'oggetto. Nella mia testa solo la mia proiezione sull'oggetto è reale. L'oggetto in sé scompare dall'orizzonte del mio pensiero che finisce per pensare solo ciò che immagina.

Non si tratta di "animazione" dell'oggetto, come afferma Hillman, ma di degradazione dell'oggetto ad una realtà degradata nella quale sono costretto a vivere: riduco l'oggetto alla mia dimensione perché solo in quella dimensione posso descrivere l'oggetto. La scienza può estendere la descrizione dell'oggetto, pur tuttavia, anche la scienza mantiene la degradazione dell'oggetto perché l'oggetto studiato è privato della sua volontà e della sua intelligenza che lo spinge a modificazioni continue perché la scienza, espressione ampliata della descrizione del mondo, per descrivere l'oggetto lo deve immobilizzare in un presente privo di passato, di futuro e di emozioni soggettive.

La luce improvvisa che accende le mie emozioni, attraversa la mia coscienza destrutturando la sua idea del mondo e ristrutturandola, non dipende da una volontà oggettiva riconducibile ad un tutto come una pretesa "anima del mondo", ma all'attività di quell'oggetto specifico che si è posto alla mia attenzione con una tale forza emotiva, forse in un momento in cui la descrizione del mondo della mia ragione, nei suoi confronti, ha vacillato, da illuminare per un attimo la mia coscienza. Accade per l'idea del dio buono dei cristiani; il dio padrone dei cristiani; il macellaio di Sodoma e Gomorra, il criminale, che i cristiani chiamano Dio!

Io mi sono illuminato! Ho compreso ciò che non volevo comprendere. Ora sto fagocitando il nuovo e tutta la mia idea del mondo si ristruttura. Io sono cambiato; la mia idea del mondo precedente è morta e una nuova idea del mondo ne ha preso il posto.

E' solo esperienza del vissuto.

Ma non il vissuto che immagina Hillman, ma il mio vissuto come coacervo emotivo che abita un mondo fatto da coacervi emotivi che costruiscono relazioni e dalle quali la ragione, il pensiero razionale, è separato attraverso il proprio delirio di onnipotenza.

Non il vissuto di esperienze descritte, come immagina Hillman, ma il vissuto di azioni continue di adattamento soggettivo ad azioni che vengono messe in atto dai soggetti del mondo in cui vivo. Un'esperienza che non entra nella descrizione che definisce il divenire dell'individuo razionale, ma entra nelle trasformazioni soggettive che modificano continuamente l'individuo razionale che risponde alle voci del mondo con una modificazione continua della propria percezione. L'individuo risponde sempre alle voci del mondo sia rinchiudendosi su sé stesso in una dimensione di delirio che lo separa dal mondo, sia aprendosi alle voci del mondo e mettendo in atto azioni di adattamento. Un aprendosi che non è un'apertura della mente razionale, ma della sua percezione emotiva e della trasformazione dei suoi tempi di trasformazione biologici che lo mettono in sintonia con le trasformazioni del mondo in cui vive.

Platone e i cristiani hanno identificato l'interiorità con l'esperienza riflessiva. Con un'ossessiva separazione dal mondo che li ha relegasti in una dimensione patologica delirante. Per secoli hanno violentato gli uomini impedendo loro di vivere le emozioni nel mondo. Hanno impedito agli uomini di riversare nel mondo le loro passioni che non fossero deliri di possesso e di dominio come tanti piccoli demiurghi o tanti piccoli dei padroni di un mondo alle cui voci erano sordi e dal quale avevano sottratto la propria capacità di percezione.

Le cose non hanno vita se non perturbano la nostra esistenza, ma le cose non perturbano la nostra esistenza se noi ci siamo ritirati dalla nostra esistenza. Se noi abbiamo rinunciato ai legami emotivi col mondo in cui viviamo e abbiamo rinunciato ad agire, in quel momento, le cose, qualunque cosa facciano, non perturbano più la nostra esistenza. L'eremita o il monaco buddista che sono scappati dal mondo hanno cessato di ascoltare le emozioni del mondo e hanno cessato di adattarsi alle azioni del mondo. Proiettano la loro immaginazione immaginano un mondo che corrisponda alla propria dimensione patologica di alienati dalla vita.

Il mondo, gli oggetti del mondo, sanno parlarci. Ma gli oggetti del mondo non hanno bocca o corde vocali per proferire parole. Le loro parole sono emozioni che nulla hanno a che vedere con il delirio di onnipotenza di un'anima del mondo, ma hanno a che vedere col venir in essere degli oggetti del mondo che, presa coscienza della loro esistenza, perturbano il mondo costruendo un insieme di trasformazioni continue alle quali il Platone prima e il cristianesimo poi ci hanno voluto rendere estranei.

Non si tratta dell'"anima del mondo", ma del mondo animato dalle mille e mille voci emotive alle quali la nostra ragione ci ha reso sordi e alle quali, con la violenza dell'ideologia cristiana, costringiamo i nostri figli ad essere sordi.

Aprire la nostra ragione alle voci emotive del mondo, questa è l'attività magica! Un'attività magica ignorata dal delirio di Platone, dei neoplatonici, dai cristiani, dagli ebrei e da Ficino.

Scrive Hillman:

Poiché non esperiscono, le cose non possiedono soggettività, interiorità, profondità. Alla psicologia del profondo non rimase perciò che cercare l'interiorità dell'anima nell'intra- e nell'in- ter-personale. Questo modo di vedere non solo uccide le cose con il considerarle morte; ma imprigiona noi nell'angusta cella dell'Io. Quando si fa coincidere la realtà psichica con l'esperienza, l'Io diventa necessario alla logica psicologica: dobbiamo inventare un testimone interiore, qualcuno che, al centro della soggettività, faccia l'esperienza, e non riusciamo a immaginare altrimenti. Una volta restituite all'anima le cose, e la loro realtà psichica essendo data con l'anima mundi, allora la loro interiorità e profondità (e anche la psicologia del profondo) non dipenderanno più dal loro fare esperienza di sé o dal loro essere dotate di intenzionalità, bensì da un'autotestimonianza di altro genere. Un oggetto testimonia di sé nell'immagine che offre, e la sua profondità risiede nelle complessità di quella immagine. La sua intenzionalità è sostanziale, data con la sua realtà psichica; reclama, è vero, la nostra testimonianza, ma non ne ha bisogno. Ciascun evento particolare, compresi noi esseri umani con i nostri pensieri, sentimenti e intenzioni invisibili, rivela, nell'immagine che offre, un'anima. Anche la nostra soggettività umana si manifesta in ciò che offriamo alla vista: una soggettività liberata, ora, dalla letteralizzazione nell'esperienza riflessiva, con il suo soggetto fittizio, l'Io. Invece, ciascun oggetto è un soggetto e la sua autoriflessione è ostensione di sé, è la sua «radianza ». Interiorità, soggettività, profondità psichica: sono tutte là fuori, così come lo è la psicopatologia.

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Noi siamo separati da ogni coscienza che non sia la nostra.

Chi e che cosa mi dice che l'uomo che io ho davanti è un soggetto che fa o ha fatto esperienza e si è modificato nel mondo? Io lo voglio credere perché su di lui proietto la mia esperienza, le mie trasformazioni per quanto io sono riuscito a ridurle nella mia immaginazione. Quando mi relaziono con quell'uomo, quando parlo, mi accorgo che quell'uomo non ha fatto le mie esperienze, se non altro perché esprime concetti diversi dai miei, idee diverse dalle mie e guarda il mondo con occhi diversi dai miei. Allora io dico che lui è un uomo solo per creare arbitrariamente un insieme di soggetti con delle caratteristiche comuni, ma se io avessi di fronte un virus, un battere, un albero, un leone o un fungo, perché non devo proiettare su di loro la stessa cosa che proietto su un uomo quando ho verificato che l'uomo non è ciò che io penso che sia, ma ciò che io penso che sia è frutto della mia immaginazione. Così è frutto della mia immaginazione ciò che io penso dell'albero, del virus, del battere, del leone. Io sono separato da loro come sono separato dalle cose, dagli oggetti che uso quotidianamente.

Questa separazione non legittima l'idea che uomini, virus, batteri, alberi e leone, siano manifestazione dell'"anima del mondo", ma legittima l'idea contraria: che costoro vivendo costruiscano e partecipino all'insieme emotivo di cui sono artefici e parte.

La psicologia del profondo, stando ad Hillman, violentò gli uomini cercando in essi modelli di un'anima che era solo il frutto di farneticazioni ideologiche di Platone che faceva del traffico di schiavi, gli esseri senz'anima (anime inferiori o predestinate), oggetti da acquistare e vendere. Cercare quel modello di psiche nel profondo dell'uomo significa cercare l'accettazione passiva della sua schiavitù nei confronti di un mondo che si fa attivo e possessivo nei suoi confronti e al quale egli si deve adeguare e sottomettere.

Questo modo di vedere uccide l'uomo considerandolo morto: schiavo sottomesso, incapace di costruire delle esperienze di artefice nella propria vita. Costringe l'uomo a separarsi dal mondo considerando gli oggetti del mondo schiavi privi di determinazione e privi di attività capaci di accumulare esperienze. Privi della capacità di comunicare sé stessi.

Inventare un testimone interiore che viva l'esperienza al di fuori e indipendentemente dall'Io è un'operazione delirante perché equivale a risolvere la realtà del mondo con l'idea del demiurgo o del dio creatore. Non sono idee asettiche, sono idee che comportano atti di violenza attraverso i quali adattare gli uomini a tali idee. Non riuscire ad immaginare il divenuto del mondo senza l'attività del dio creatore può essere sconvolgente per chi fa dipendere sé stesso dall'attività di un soggetto altro. Il mondo non è nato per l'intervento di un dio creatore, ma è nato in sé e per sé mettendo in atto processi adattativi come manifestazione della volontà di ogni soggetto che in esso vive.

Inventare un soggetto, come l'anima del mondo, non è restituire personalità alle cose, ma strappargliela con la violenza. Significa non voler riconoscere le cose per come si manifestano e per come noi riusciamo a percepirle e voler renderle dipendenti da un'entità che immaginiamo.

Gli oggetti, le cose, i soggetti sono gli artefici delle emozioni che come una rete legano ogni Coscienza di Sé sul, nel e col Pianeta. La struttura emotiva del mondo esiste perché esistono i soggetti viventi, le Coscienze di Sé, non perché un'anima del mondo li ha espressi o ne esprime la loro realtà emotiva.

Un oggetto testimonia sé nella capacità di perturbare le emozioni di altri oggetti che, rispondendo a tale perturbazione, mettono in atto azioni di risposta per adattare sé stessi alla sua attività. Nessun oggetto, soggetto, ha bisogno dell'altro, ma ogni oggetto, ogni soggetto ha bisogno di un mondo in continua perturbazione perché nelle perturbazioni costruisce le relazioni emotive in quel vortice d'insieme che chiamiamo vita.

Mentre Hillman, cristianamente, vuole immaginare un'anima che offre un'immagine mediante pensieri, sentimenti, intenzioni, la realtà è capovolta: proprio perché io agisco e nell'agire uso le mie intensioni, i miei desideri, le mie emozioni, animo la vita del mondo.

Sono io soggetto, oggetto di un mondo di oggetti che agiscono, che costruisco la struttura emotiva del mondo, il suo infinito intreccio, che Hillman chiama anima. Non esiste un'"anima del mondo" che non sia la manifestazione dei soggetti del mondo. Sono i soggetti che vivono, abitano, agiscono nel mondo che costruiscono le condizioni della vita nel mondo, non i modelli preconfezionati da individui che hanno rinunciato ad agire nella vita.

La nostra soggettività si manifesta nelle celte che mettiamo in essere date le condizioni che il mondo ci presenta. La nostra soggettività si manifesta nell'agire nel mondo e nella nostra capacità di perturbare il vortice emotivo nel quale siamo immersi. Perturbarlo significa variarlo e ad ogni variazione seguono migliaia di variazioni di ogni soggetto che si adatta e che risponde a quelle variazioni.

Ciascun oggetto nel mondo è un soggetto che agisce e perturba il mondo in base al proprio divenuto e alle proprie specificità.

Interiorità, soggettività, profondità psichica sono tutte dentro ad ognuno di noi, ad ogni soggetto che come un oggetto abita e vive nel mondo e ogni volta che le nostre emozioni sono costrette e le relazioni emotive con i soggetti del mondo compromesse, allora i nostri adattamenti cercano strade diverse che conducono alla patologia, alla malattia, alla nevrosi e altre che sono solo degli adattamenti soggettivi in costrizioni tanto forti da non poter essere superate.

Scrive Hillman:

Perciò il chiamare «paranoide- un'azienda significa esaminare come essa si presenti in atteggiamenti difensivi, in sistematizzazioni e codici segreti; significa esaminare la relazione delirante tra le cose che produce e il modo in cui ne parla, che rende- tanto spesso necessarie vistose distorsioni del significato di parole come « buono », «onesto», «vero», «sano». Il chiamare un edificio «catatonico» o «anoressico» significa esaminare come si presenta, i comportamenti che rende manifesti nella sua struttura così alta, scheletrica, rigida, scarna, senza un filo di grasso, nella sua facciata vitrea, nella sua freddezza desessualizzata, nella rabbia repressa ma esplosiva, e nell'atrio vuoto suddiviso da pilastri verticali. Il chiamare i consumi « maniacali rimanda alla soddisfazione istantanea, alla rapida eliminazione, all'intolleranza per le interruzioni (consumo a getto continuo); all'euforia del comprare senza pagare (carte di credito) e alla fuga delle idee resa visibile e concreta nella pubblicità di giornali e televisione. Mentre il chiamare l'agricoltura « tossicomane» rimanda al suo bisogno ossessivo di raccolti sempre più elevati, che a loro volta impongono dosi sempre più elevate di stimolanti chimici (fertilizzanti) e distruttori in- discriminati (pesticidi, diserbanti) a spese di altre forme di vita e fino all'esaurimento del suo corpo, che è la terra. Questa nuova accezione della realtà psichica richiede un naso nuovo. Più che il naso psico-analitico, che fiuta profondità di significato e nessi nascosti, ci serve il naso del senso comune animale, una risposta estetica al mondo. La risposta estetica lega direttamente l'anima individuale con l'anima del mondo; io sono animato dall'anima del mondo, come un animale. Mi reimmetto nel cosmo platonico che non dimentica mai come l'anima individuale non possa sopravanzare l'anima del mondo, perché esse sono inseparabili, l'una implica sempre l'altra. Qualsiasi alterazione della psiche umana riecheggia un cambiamento nella psiche del mondo.

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L'uomo sparisce.

Non chiama paranoico l'uomo che davanti a dei problemi agisce in un certo modo, ma chiama paranoica un'azienda e come essa si presenta. Come se l'azienda non fosse costruita dall'uomo e la sua organizzazione sociale ed economica non fosse lo specchio delle idee dell'uomo su come quell'azienda si debba muovere sul mercato.

Gli oggetti, intesi come manufatti dell'uomo, hanno una loro personalità come divenuta dagli uomini e dall'ambiente che quegli oggetti hanno costruito o che su quegli oggetti hanno riversato le loro emozioni, la loro struttura emotiva fatta di intenti e di aspettative.

A Roma c'era il Forno come divinità. La divinità era una struttura emotiva che si è formata dall'attività degli uomini, dalle relazioni che in quelle mansioni gli uomini hanno costruito sia fra loro che con l'oggetto. Quella struttura emotiva si alimentava attraverso le relazioni emotive che formava attraverso l'attività d'uso del forno fino ad assumere una propria coscienza e una propria attività che mediante la sua attenzione sollecitava la struttura emotiva degli uomini affinché usassero il forno. La nascita di quella coscienza non era data da un aspetto dell'"anima del mondo", ma dalla struttura emotiva dei suoi costruttori ed utilizzatori che contribuivano a far nascere quella Coscienza di Sé: un oggetto capace di una propria interazione emotiva col mondo. Esattamente come un bambino non prende l'"anima del mondo", ma costruisce la propria coscienza in interazione emotiva col mondo. Un mondo che è dapprima la pancia della madre e poi è il mondo sociale e il mondo della Natura.

Ciò che nasce nel mondo è costruito di soggetti viventi nel mondo. Se non riconosciamo l'attività dei soggetti viventi del mondo allora non comprendiamo nemmeno il segreto della magia: l'azione sulla struttura emotiva che porta al germinare della Coscienza di Sé e le relazioni col mondo che alimentano la crescita in divenire della Coscienza di Sé germinata.

Nel momento stesso in cui acquisiamo la consapevolezza che tutto, sia quanto rientra nella nostra percezione sia quanto non rientra nella nostra percezione non è altro che materia che diventa Cosciente e che nel farlo manipola la propria struttura emotiva nelle relazioni con le strutture emotive del mondo, allora, parole come « buono », «onesto», «vero», «sano» vengono interpretate nella direzione in cui le relazioni emotive alimentano lo sviluppo e il divenire del soggetto. Nel momento stesso in cui pensiamo all'esistenza di un dio padrone o di un'"anima mundi", parole come « buono », «onesto», «vero», «sano» assumono il significato che definisce l'obbedienza o l'adesione al sistema imposto dall'"anima mundi" o dal dio creatore. Platone non si è limitato a definire l'anima, Platone ha definito anche il modello di saggio che a quell'anima risponde descrivendo, nell'Apologia di Socrate, un individuo delirante che pretendeva di essere il padrone degli uomini in quanto il dio aveva detto che lui, Socrate, era l'uomo più saggio del mondo e che andava dicendo che gli uomini dovevano obbedire al dio.

Degli individui paranoici partoriranno un'azienda paranoica; degli individui emotivamente catatonici o anoressici, partoriranno degli edifici catatonici o anoressici. Esattamente come delle madri paurose partoriranno figli timorosi o delle madri devote partoriranno figli sottomessi.

Hillman inverte i termini. Dal momento che lui analizza le cose partendo dall'esistenza di un'ipotetica "anima mundi" definisce la rappresentazione delle cose, la loro forma, in base a dei caratteri psicologici come se quei caratteri non fossero costruiti dalle persone che trovavano assonanze emotive con quegli stili. Come se il manufatto avesse una forma indipendentemente dal suo divenuto. Dal momento che la struttura emotiva del mondo è il prodotto dell'attività di ogni soggetto che agisce nel mondo, l'agire nel mondo di un individuo malato porta a costruire delle relazioni malate nel mondo che si innestano nella struttura emotiva del mondo stesso.

Individui emotivamente malati costruiranno delle relazioni emotive in cui imporranno i caratteri propri ella loro malattia in tutte le relazioni che intrattengono nel mondo e nelle quali riverseranno la loro struttura emotiva malata attraverso un modo specifico di soddisfare i bisogni, un modo specifico di chiedere risposte dal soggetto o dai soggetti con cui costruiranno delle relazioni, un modo specifico di desiderare, un modo specifico per raggiungere il piacere, ecc.

L'individuo ammalato, ammala il mondo. Incide sulla struttura emotiva del mondo e anziché alimentare la dilatazione della struttura emotiva attraverso le relazioni, userà le relazioni per costringere le emozioni a rattrappirsi e a cortocircuitarsi su di loro.

Tutto ciò che rappresenta forme di annientamento sociale dei più deboli o degli emarginati, azioni compulsive di difesa psicologica, acquisto indiscriminato, partecipazione al gioco, uso di droghe, eccesso continuo e smodato di alcool, ricerca del successo con inganno dell'altro con la devastazione del territorio mediante pesticidi, diossine, ricerca del potere politico mediante relazioni mafiose o cristiane e cattoliche, ecc., è attività di individui malati. Sono tutte espressioni di malattia psichica che incidono sulle emozioni degli individui e che vengono riversate nel mondo cercando di far ammalare, attraverso la relazione, ogni possibile interlocutore. "Sia malato Sansone, con tutti i Filistei!"

I tempi delle relazioni emotive sono tempi infinitamente diversi dai tempi dell'azione dei soggetti che abitano il mondo e sono tempi completamente diversi dai soggetti razionali che pensano il mondo e che proiettano sul mondo la loro idea soggettiva del mondo. In una persona ci sono almeno tre strutture di mutamento che seguono almeno tre tempi diversi di trasformazione che vengono riassunti dal corpo. Solo che se il modo di pensare il mondo muore con l'uomo che lo pensa, l'azione messa in atto nel mondo modifica la struttura del mondo nel tempo e chi ha messo in atto quelle azioni è responsabili non solo delle conseguenze che quell'azione avrà nel tempo, ma anche per come quell'azione ha inciso nei processi di trasformazione del mondo (o della società) in presenza di milioni di altre azioni. Soprattutto, la struttura emotiva dei soggetti sedimenta, per trasformazione, la soluzione delle relazioni che intrattiene con ogni altra struttura emotiva di soggetti con cui è entrata in relazione. Per questo motivo l'individuo che riversa nella struttura emotiva la sua malattia mentale non può ricevere da altre strutture emotive input tali da consentigli di modificare le sue emozioni ed uscire dalla malattia. Le altre strutture emotive possono solo attendere che quest'individuo muoia o che un'azione o una situazione oggettiva che agisce nei suoi confronti come un'azione modifichi radicalmente le sue necessità soggettive veicolando nuovi e diversi input emotivi. Un individuo malato, al contrario, pone delle esigenze di soluzione di un bisogno immediato con tanta violenza da chiedere alle strutture emotive con cui viene in contatto di adeguarsi ammalandosi a loro volta.

In altre parole: l'uomo malato può far ammalare il mondo, ma il mondo non può guarire l'uomo ammalato. Può solo aspettare che si tolga di torno e, nel frattempo può circoscrivere la sua azione nefasta.

Come per i diserbanti in agricoltura. Un agricoltore li usa in maniera massiccia e ha un raccolto migliore del vicino il quale, per compensare il non raggiungimento dell'obbiettivo, a sua volta, usa il diserbante in maniera massiccia. Il primo individuo, incurante delle conseguenze della sua azione, ha posto dal punto di vista emotivo la soluzione di un problema con tanta violenza che ha costretto anche la seconda unità emotiva ad ignorare le conseguenze a medio e lungo termine delle sue azioni. Il risultato è la trasformazione di un ambiente in cui il bisogno di soddisfazione immediata prevarrà sulla necessità di sviluppo della struttura emotiva dei soggetti e altre strutture emotive di soggetti saranno fortemente debilitate per rincorrere quell'immediatezza dalla quale temono di essere esclusi. Questo fino a quando il terreno sarà talmente impoverito dall'uso massiccio dei diserbanti da non consentire più la coltivazione. Questo evento metterà fine a quella qualità emotiva che cesserà di riversarsi nel mondo. Oppure interviene un ente superiore (ad esempio una legge dello Stato) che costringerà i soggetti a modificare i loro comportamenti.

Ogni oggetto del mondo è il prodotto dell'ambiente nel quale è germinato; in quell'ambiente riverserà le proprie emozioni sotto forma di azioni, bisogni, intenti, attenzione, necessità e in quell'ambiente costruirà le proprie relazioni attraverso le quali crescere.

Io sono come un animale, come una pianta, come un fungo, come un battere, ma nello stesso tempo sono un individuo che agisce in una società che agisce nei miei confronti. Io sono il prodotto dei bisogni emotivi della società in cui vivo e fintanto che io vivrò in una società che tenta di trasformarmi in un oggetto di possesso stuprando, violentando, addomesticando le mie pulsioni di vita, la mia struttura emotiva, io, come ogni altro Essere della Natura, adatterò me stesso per sopravvivere in un ambiente tanto ostile.

Come ogni cellula del mio corpo vive per sé stessa, così ogni soggetto nel mondo vive per sé stesso. In che modo Hillman vorrebbe reimmettersi nel "cosmo platonico"? Piegando la propria "anima" all'"anima del mondo" in quanto afferma che l'una implica sempre l'altra. E' come dire che la morale del dio padrone implica sempre l'obbedienza da parte dell'uomo. Invece, è la pretesa di obbedienza dell'uomo ad una morale che si definisce quella morale "la morale del dio padrone". E' uno dei fallimenti della psicanalisi che anziché analizzare l'uomo che vive nel mondo ha preferito imporre la propria proiezione del mondo all'uomo affinché l'uomo vi si adegui.

Scrive Hillman:

Nella psicologia del profondo si è tentato finora di riappropriarsi della psiche del mondo per mezzo di interpretazioni soggettivistiche: l'auto in panne e il vialetto di accesso bloccato sono diventati «il mio problema con l'energia»; la rossa ferita aperta dal cantiere edilizio è diventata la nuova operatio in atto nel mio corpo adamico o un'apertura al femminile. Riuscivamo a conferire soggettività al mondo degli oggetti soltanto assumendoli nel nostro soggetto interiore, come se essi stessero esprimendo la nostra protesta. Ma l'auto in panne, sia essa nel mio sogno o nel vialetto di casa mia, è pur sempre un oggetto impossibilitato a realizzare la propria intenzione, che se ne sta lì, bloccato, guasto, a reclamare attenzione. La grande ferita aperta nella terra rossa, sia essa nel mio sogno o nel mio quartiere, è pur sempre un'area violentata e sconvolta, che implora una risposta di ordine estetico e non solo ermeneutico. L'interpretazione delle cose del mondo come se esse fossero nostri sogni deruba il mondo del suo sogno, della sua protesta. Benché possa aver rappresentato un passo verso il riconoscimento dell'interiorità delle cose, alla fine essa però fallisce, perché identifica l'interiorità con l'esperienza soggettiva esclusivamente umana. Questo significa che adesso ci metteremo a psicoanalizzare il divano dello psicoanalista? Che personificheremo il ventilatore del nostro studio, facendogli notare come, con le sue arie intermittenti, interrompa con freddezza e ripetitività passivo-aggressiva la conversazione? Ci metteremo a psicoanalizzare l'automobile, lasciando il guidatore nel parcheggio a ore? No, naturalmente. Se me lo consentite, cercherò di mostrare che cosa potremmo fare, invece, con questa più ampia idea di realtà psichica.

Pag. 134 - 135

Qual è il metodo usato dalla psicologia del profondo davanti ai problemi esistenziali dell'uomo secondo Hillman? Dice Hillman "Riuscivamo a conferire soggettività al mondo degli oggetti soltanto assumendoli nel nostro soggetto interiore, come se essi stessero esprimendo la nostra protesta.". E il contrario? Come, ad esempio: "Riuscire a conferire soggettività al mondo degli oggetti soltanto assumendoli nel nostro soggetto interiore, come se essi stessero esprimendo il nostro trionfo.".

In sostanza, se riconosci che c'è un soggetto che si rattrappisce o si ammala data una situazione di disagio e di sofferenza; perché non riconosci che ci sono situazioni di soddisfazione e di trionfo che dilatano il soggetto nel mondo? Se proietti sul mondo una situazione interiore con la quale interpreti le sofferenze del mondo che percepisci, perché non proietti sul mondo una situazione interiore con la quale interpreti i trionfi del mondo?

"L'auto in panne e il vialetto d'accesso bloccato…" perché interpretarlo come un problema di energia e non come una situazione di fastidio per non aver revisionato l'auto o di aver trovato il viale bloccato?

Dice Hillman: "Ma l'auto in panne, sia essa nel mio sogno o nel vialetto di casa mia, è pur sempre un oggetto impossibilitato a realizzare la propria intenzione, che se ne sta lì, bloccato, guasto, a reclamare attenzione.". E ancora "L'interpretazione delle cose del mondo come se esse fossero nostri sogni deruba il mondo del suo sogno, della sua protesta.".

In tutto questo sta la malattia di un'egocentricità soggettiva che pretende di rappresentare o di essere l'"anima del mondo". Il problema è che l'egocentricità dell'anima mundi non deruba il mondo, ma deruba i singoli soggetti delle loro determinazioni e delle loro qualità di scelta. La macchina ha scelto di non muoversi. Nella relazione con la macchina non gli hai messo benzina. Tuo figlio ha scelto di svenire in classe, nella relazione con tuo figlio non gli hai preparato la colazione. Un soggetto manca di attenzione nelle relazioni col mondo, il mondo risponde alle sue non attenzioni o alle sue attenzioni con risposte adeguate.

Non riconoscere ai soggetti del mondo la loro individualità significa appiattirli nell'anima del mondo alla quale devono aderire come ad una gerarchia: la stessa gerarchia che piaceva a Platone. Ma gli oggetti, i soggetti, le individualità in cui noi possiamo scomporre il mondo, sono soggetti in sé stessi: per sé stesse vivono le mie cellule e proprio perché vivono per sé stesse articolano il loro esistere producendo ciò che io sono e sollecitano il ciò che io sono all'attenzione del mondo.

E' un atto criminale cercare l'unità della molteplicità al fine di costringere la molteplicità ad adeguarsi all'unità definita.

Quando Hillman dice: "Mi reimmetto nel cosmo platonico che non dimentica mai come l'anima individuale non possa sopravanzare l'anima del mondo, perché esse sono inseparabili, l'una implica sempre l'altra.". Non fa altro che riprodurre l'annullamento del soggetto nell'unità, nel dio padrone. In quell'idea neoplatonica in cui tutto torna all'Uno annullando sé stesso in funzione dell'Uno e appiattendo sé stessi sull'Uno. Già perché, non dimentichiamo che le idee che emergono dall'Uno e che tornano nell'Uno non modificano l'Uno che è perfetto e finito e non ha divenire. Per non modificare l'Uno, le idee che tornano all'Uno, o l'anima di Hillman per reimmetersi nel cosmo platonico, deve appiattirsi sulla qualità del cosmo platonico rinunciando sia a sé stessa che a tutti i processi di trasformazione che l'esperienza del proprio vissuto ha imposto.

Gli oggetti e i soggetti del mondo chiedono la mia attenzione, ma la mia attenzione, comunque usata, porta a delle relazioni che trasformano sia me che gli oggetti del mondo con cui sono venuto in relazione e questa trasformazione concorre alla costruzione e alla modificazione di un presente che si costruisce e si modifica a sua volta.

Io posso anche cogliere l'aspetto emotivo manifestato dal mio ventilatore, ma nel momento stesso in cui trasformo la manifestazione emotiva, specifica del ventilatore, in un comportamento razionalizzato e umanizzato al punto tale che io arrivo a parlare al ventilatore significa che non sono più in grado di separare le relazioni emotive che vivo nel mondo dalla personificazione nella forma degli oggetti. Significa che ho trasformato la percezione emotiva in allucinazioni trasformando in forma ciò che è emozione e privando di significato e ignorando le conseguenze le mie azioni.

Io amo la mia casa che è piena di emozioni con cui scambio relazioni: altri, le emozioni della loro casa le scambiano per fantasmi ed è allora che l'ospedale psichiatrico interviene.

NOTA, le citazioni di James Hillman sono tratte da:

James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Editore Adelphi 2003. Da pag. 129 a pag. 135

Marghera, 17 agosto 2014

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.