Johann Friedrich Herbart (1776 - 1841)

I concetti modello della morale (5^ parte)

Riflessioni sulle idee di Herbart.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

Scrive il Bignami di filosofia (ed.1984):

1) In particolare per quanto riguarda la moralità, "i suoi elementi sono relazioni volitive piacevoli o spiacevoli", le quali regolano le nostre valutazioni.

2) concetto della libertà interiore. E' l'accordo tra il volere e il giudicare che lo riguarda. Questo accordo piace assolutamente; il contrario dispiace";

3) Concetto della perfezione: "è l'identità di un volere multiforme ottenuto secondo modelli di grandezza", cioè secondo l'intensità e l'estensione.

4) concetto della benevolenza e della malevolenza "consiste nella soddisfazione del volere esterno, che il proprio volere pone immediatamente a proprio oggetto", cioè del confronto del nostro volere con quello degli altri;

5) concetto della remunerazione o dell'equità: "sorge dal far bene o male intenzionalmente. Ciò porta con sé l'idea di una perturbazione, che deve essere sanata dalla remunerazione".

7) L'insieme di questi concetti, nei quali viene elaborata l'esperienza morale degli uomini, costituisce la virtù e può dettare le norme di una condotta nazionale.

Quale sublimazione: un elenco di norme che, seguendo le quali, indicano l'uomo virtuoso!

Dunque non è più necessario sforzarsi per fondare il mondo, non è più necessario elaborare la propria gamma di relazioni col mondo, la propria soggettività in relazione all'oggettività: basta seguire le norme e si è virtuosi. L’accordo fra il volere (ciò che si vuole in base ai nostri desideri e ai nostri bisogni) e il giudizio inteso come individuo che si identifica nel dio proprio padrone e che da quell’identificazione giudica i suoi stessi voleri, provoca i sensi di colpa e i rimorsi psicologici che impongono sottomissione e schiavitù psichica.

Norme attraverso le quali ogni individuo è virtuoso. La norma non deve essere messa in discussione, la norma deve essere seguita in quanto la norma porta alla virtù. Dunque, insegnano ai giovani a seguire questa norma in quanto, attraverso questa norma, secondo Herbart, sviluppano la virtù. Non una virtù qualsiasi, ma la virtù nazionale!

Le norme sono recitate, ma qual è il referente della norma? E l'oggetto, quali sono i contenuti e gli effetti prodotti delle parole che formano l'elenco di norme attraverso le quali si giunge alla virtù? Il concetto di grandezza in cosa consiste? Il volere come si è formato? Attraverso quali manipolazioni? Cosa c'è al centro del giudizio? Che situazione? Che obiettivi? Che bisogni? L'intensità e l'estensione a cosa è relativa? Chi ha il potere di costringere l'individuo a soddisfare un volere esterno? Attraverso quali forme è consentito al volere esterno di giungere all'individuo per indurlo a soddisfarlo? Perché un individuo deve accettare soggettivamente un volere che intende oggettivarsi? Perché si presenta all'individuo un volere oggettivato? E Perché l'individuo dovrebbe soggettivarlo? L'oggetto della contesa è un oggetto o è l'imposizione di un volere di uno dei due contendenti su un contendente? Il diritto è diritto in termini di giustizia o è un diritto che sancisce i rapporti di potere fra individui come è sviluppato per impedirne una variazione o è un diritto il cui scopo è quello di condurre alla libertà collettiva? Il bene e il male a cosa si riferiscono? La remunerazione di che natura è e in quale modo la remunerazione compensa il soggetto che fa un'azione?

Il guaio di un elenco di questo tipo è che è vuoto. E' un elenco che si rifiuta di cercare il perché delle cose ma preferisce giudicare dei comportamenti. Non costruisce il nuovo, sancisce l'esistente senza chiedersi come l'esistente si è formato. Così facendo facilita lo scopo agli individui pigri i quali possono recitare l'elenco di cose attraverso le quali diventare virtuosi. Il soggetto che cerca di relazionarsi col mondo è fuori da questo schema e non solo perché lo schema non comprende le scelte del singolo individuo, ma perché lo schema è vuoto davanti all'individuo propositivo. Lo schema risponde soltanto alle necessità del Comando Sociale al quale è demandato il compito di riempire il vuoto che le parole rappresentano.

Il Comando Sociale, come sua natura, sceglie la propria sopravvivenza contro gli Esseri Umani del Sistema Sociale stesso. Pertanto, i contenuti delle parole, i loro significati, saranno contenuti diversi a seconda degli interessi del singolo Comando Sociale che intende appropriarsi del singolo individuo in culture diverse.

Quando Herbart parla di volere non precisa se si tratta del volere dell'Essere Umano appena nato, del volere del feto o del volere dell'Essere Umano ventenne o il volere del cattedratico.

Per Herbart il volere è volere. Ma di volere ce ne sono molti e tutti funzionali ai bisogni di tipologie diverse di Esseri Umani. Voler massificarle è già un'operazione a priori tale da escludere la pretesa di oggettività dell'elencazione Herbartiana.

Se come Sistema Sociale sono obbligato a considerare tutti i voleri degli Esseri Umani in quanto tali all'interno del Sistema, come Comando Sociale sono tenuto a considerare soltanto gli interessi e i bisogni, i voleri, del Comando Sociale: tutti gli altri devono essere piegati ai bisogni del Comando Sociale.

Intanto c'è la precisazione di libertà non intesa come oggetto in sé propria dell'individuo, ma di libertà interiore. Il giudizio in relazione al proprio volere e alla propria volontà, quando è seguito dall’azione volta a soddisfare la tensione psichica, è libertà. Quando invece il giudizio, in relazione al proprio volere, non è seguito dall’azione indica sempre una situazione di schiavitù, non solo sociale, ma calata fin nel profondo psico-emotivo della persona “schiavo con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima”.

Quando Herbart dice “concetto della benevolenza e della malevolenza "consiste nella soddisfazione del volere esterno, che il proprio volere pone immediatamente a proprio oggetto", cioè del confronto del nostro volere con quello degli altri;” esprime il concetto di schiavitù del soggetto a valori esterni a cui, lo stesso soggetto, risponde con sensazioni di appagamento, benevolenza, o di insoddisfazioni, malevolenza, rispetto al suo stesso agire o non agire che, di fatto, nega i suoi desideri in funzione di un volere esterno.

Il problema è che non importa se piaccia o non piaccia (anche quando piace non è libertà) il problema è che non esiste libertà, esiste soltanto adesione ad un imperativo esterno ed estraneo all'individuo a cui l'essere è costretto a soggiacere. La libertà interiore è consentita solo al “galeotto” in quanto, in mancanza di ogni tipo di libertà, conserva quella intellettuale e psico-emotiva, assoggettandosi alla violenza imposta, in attesa di acquisire in un modo o nell'altro la piena libertà, ma evitando di calare le catene che lo relegano nella propria struttura psico-emotiva. A tutti gli altri la libertà intellettuale o psico-emotiva o libertà di pensiero, non è ammessa se non è premessa dalla libertà di veicolare le proprie pulsioni e i propri desideri. Se non c’è libertà di veicolare i propri desideri, non è libertà; è schiavitù della quale si è impotenti a liberarsi e, allora, ci si chiude in una pretesa libertà intellettuale. Ma se il galeotto è giustificato da muri fisici e da manette, non è ammesso per chi ha almeno uno spiraglio o la possibilità di scegliere in cui infilare il proprio volere e la propria volontà per aprire un varco sempre più grande per il propria azione desiderante non lo faccia. Rifiutarsi di aprire il varco in cui veicolare i propri desideri, le proprie emozioni, la propria azione con cui abitiamo il mondo rafforza quelle barriere psico-emotive, imposte fin dall’infanzia dal Comando Sociale per cui alla fine, quand'anche fosse possibile poter liberare la nostra azione nel nostro abitare il mondo, non si è più in grado di esercitarla né si è in grado di usare più il nostro volere e la nostra volontà. Allora si è costretti a ricorrere all'elencazione per avere un'illusione di virtù.

Il concetto di perfezione, secondo Herbart, è un'accozzaglia informe di aggettivi ripetuti allo spasimo. L'unico concetto di perfezione riferibile all'Essere Umano è il concetto di divenire. Il continuo miglioramento dell'essere attraverso modificazioni continue ottenute relazionandosi con l'oggettività esistente è attraverso l'esercizio della propria volontà. Il divenire, registrando una diversità fra il presente oggi e il presente ieri, costruisce il concetto di perfezione in quanto la pulsione di vita dell’individuo, spingendolo a modificarsi continuamente, elabora l’idea psico-emotiva (comunque veicolata culturalmente) che quando l'Essere Umano lascia il corpo fisico giunge al massimo grado che egli poteva giungere attraverso l'uso, o il non uso, della sua volontà. La perfezione è il divenire dell'Essere Umano a meno che all'Essere Umano non vogliamo sostituire un oggetto diverso e attribuiamo a quest'oggetto quella perfezione che all'Essere Umano facciamo recitare mediante aggettivi, ma non praticare mediante il suo abitare il mondo. Ma questo è un sopruso intellettuale e un crimine nella società.

Il concetto di benevolenza è un concetto aberrante. Nel proprio divenire l'Essere Umano si trova a soggettivare l'oggettività, ma l'oggettività soggettivata, a sua volta, soggettivizza l'Essere Umano. Così se l'Essere Umano soddisfa un bisogno soggettivato non per questo ha rinunciato al proprio bisogno ma lo ha amalgamato e fuso con quello soggettivato di cui è diventato uno. Non c'è sacrificio, ma scelta della via attraverso la quale espandersi per diventare uno con l'oggettività. Di questo in Herbart non c'è traccia. In Herbart c'è l'assoggettamento dell'individuo ad un volere esterno: la sua sottomissione. Dunque c'è un atto di benevolenza in quanto ci si sottomette. Quella benevolenza che assume il nome perverso di “carità”. La carità è quell’azione che impone allo schiavo che ha rinunciato a rivendicare i diritti di persona umana nella società in cui vive ad essere grato al padrone che elargisce qualcosa per la sua sopravvivenza. La carità è quell’azione che deruba l’individuo dei diritti di cittadino per trasformarlo in oggetto di possesso e lo costringe ad essere grato al padrone che lo possiede. Questo concetto porta a gradi diversi di espressione a seconda a chi è riferito. Il Comando Sociale è benevole alle richieste provenienti “dal basso”, “il basso” si assoggetta volentieri al Comando Sociale facendone propri i bisogni e le imposizioni. Da un lato il Comando Sociale può non accogliere il volere dei subordinati, ma egli non può rinunciare ai subordinati; non può essere servito da mani invisibili e le mani devono in qualche modo essere soddisfatte.

Dunque, il Comando Sociale cede qualche cosa per ottenere, in cambio, tutto. Il maestro è benevolo con gli allievi, non li sfinisce. Se li sfinisse egli farebbe una brutta figura davanti ai suoi pari. Gli allievi non imparerebbero, dunque è benevolo nei confronti degli allievi. Gli allievi potrebbero decidere di rompergli la testa e di non essere benevoli nei suoi confronti. Questo farebbe comunque perdere la faccia al maestro al quale conviene essere benevolo prima che gli allievi decidano di rompergli la testa; ma chi è benevolo? E' il maestro che interrompe il lavoro per non affaticare gli allievi o è il maestro che ha paura che gli allievi giungano fino a rompergli la testa? Oppure sono gli allievi che sopportano il maestro e attendono prima di rompergli la testa, o sono semplicemente dei fessi, degli imprevidenti, che se fossero partiti prima con l'intenzione di rompergli la testa, il maestro sarebbe stato più attento e più benevolo nei loro confronti? Il gioco della benevolenza è solo una fregatura, un inganno, per gli Esseri Umani delle classi sociali inferiori. E' solo una fregatura per chi arranca avanzando e scalando il cielo della conoscenza e della consapevolezza: gli sconfitti stanno sulla loro strada pronti a rompere loro le gambe affinché non ambiscano all’uguaglianza col dio padrone.

Il concetto della contesa è un concetto vuoto in quanto non si riferisce all'oggetto del contendere e della storia attraverso la quale il contendere è diventato oggetto. Il diritto non sana la contesa, sancisce situazioni di fatto che non devono essere modificate pena l'uso della galera e della tortura della polizia. Il diritto viene scritto in funzione dell'esistenza del Comando Sociale. Il Comando Sociale permette soltanto ai suoi cani da guardia di violare il diritto in funzione della sua sopravvivenza; così come è ora. Inoltre Herbart nasconde la contraddizione principale su cui si articola la contesa. La contesa non è quella di un oggetto da contendere. O meglio, la contesa dell'oggetto da contendere è una contesa secondaria, la contesa vera è il possesso del contendente o dei contendenti che partecipano alla contesa. Il Comando Sociale non vuole possedere la terra in quanto terra, ma vuole possedere gli Esseri Umani su quella terra affinché producano e lo arricchiscano riconoscendo lui, quel Comando Sociale, come loro padrone. Herbart lo ignora, forse, ma non lo ignorano coloro che vanno farneticando l'elencazione dei suoi concetti i quali impongono quei concetti per sottomettere gli Esseri Umani a cui i suoi concetti sono imposti.

All'interno del Sistema Sociale Umano non esiste la necessità del diritto, esiste la necessità di giustizia; ma nessun Comando Sociale conosce necessità di giustizia in quanto gli Esseri Umani che reclamano giustizia davanti ad un Comando Sociale sono stati strutturati, attraverso il condizionamento educazionale imposto fin dalla primissima infanzia, in modo tale per cui non riescono più a leggere e interpretare l'oggettività partendo dai loro bisogni né, tantomeno, soggettivare l'oggettività stessa in quanto hanno fatto proprie le regole del Comando Sociale e non saprebbero come vivere senza il Comando Sociale e i mezzi di cui questo si serve per incatenare il fare e la conoscenza delle persone del Sistema Sociale.

Il concetto della remunerazione è un concetto fissato per garantire la sopravvivenza e la risposta del Comando Sociale alle rivendicazioni degli individui del Sistema Sociale. Gli individui vengono costretti ad un comportamento predeterminato (famiglia, scuola, lavoro, ecc.) mediante atti di forza e di violenza inaudita. In compenso il Comando Sociale non solo li priva del loro abitare il mondo, ma li compensa assegnando loro dei modi predeterminati con cui loro possono, nel segno dell’obbedienza, abitare il mondo. Una concessione di “potere” che viene chiamata “diritto” fatta di apparenza garantita e di azioni fattive con cui tali “diritti” vengono di fatto negati da altri “poteri”. La fetta di diritti è tanto più piccola quanto minore è la violenza con cui il singolo individuo si relaziona col Comando Sociale o tanto più piccola quanto più lontano dal centro del Comando Sociale l'individuo si trova. I diritti sono recitati a parole. Tutti i diritti sono condizionati non solo dalle necessità del Comando Sociale di controllare gli Esseri Umani nel suo insieme, ma dalle decisioni dei singoli Esseri Umani all'interno del Comando Sociale e dalle esigenze di essere Comando Sociale dei singoli Esseri Umani. E’ necessario ricordare che gli Esseri Umani che occupano ruoli nell’esercizio del Comando Sociale sono incapaci di soddisfare i loro bisogni se non attraverso la sottrazione del lavoro ad altre mani (i cittadini intesi come schiavi) e, dunque questi Esseri Umani impediranno al Comando Sociale di dar corpo a promesse o a elargizioni nei confronti dei suoi schiavi fintanto che i componenti del Comando Sociale non avranno i bisogni soddisfatti nel pieno controllo degli schiavi.

Il modello dei concetti della moralità di Herbart tende a garantire il Comando Sociale nella sua attività di controllo e di dominio sugli individui, non a costruire una società di cittadini con un Comando Sociale rispettoso dei propri doveri nei confronti dei cittadini.

Herbart, col suo modello dei concetti della moralità, altro non fa che applicare la manipolazione mentale descritta nel Deuteronomio della bibbia di ebrei e cristiani (Deut. 6, 4-9) in funzione del dio padrone allo Stato padrone, al Comando Sociale. Questa operazione ideologica porterà alla nascita del fascismo e del nazismo sostituendo lo Stato padrone al dio padrone. Sanciranno il controllo dello Stato con le medesime modalità con cui la bibbia sancisce il terrore che legittima il dio padrone. Herbart vuole piegare gli Esseri Umani al Comando Sociale insegnando loro che l'unico modo per ottenere qualche cosa dall'esistenza è quella di diventare Comando Sociale rubando il lavoro da altre mani. Questo modello ei concetti della moralità impongono agli Esseri Umani che l'unico potere assoluto esistente è quello di colui che facendosi Comando Sociale determina i contenuti dell'elencazione. Non a caso la generazione cresciuta con questi concetti sarà quella che non riuscirà ad opporsi all'avvento del nazismo. Anche se il nazismo non era nel pensiero Herbartiano. Herbart ci si è avvicinato molto e la messa in pratica, all'interno delle scuole, di questi principii ne ha accelerato l'avvento.

La responsabilità del filosofo è immensa. Egli non può mai dire: "io non sapevo" un Essere Umano che non si trasformi davanti all'esistente non ha diritto di essere un filosofo o di essere considerato tale.

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Nel 1995 (mese più, mese meno) mi sono posto questa domanda: se io dovessi confrontarmi con i filosofi e il pensiero degli ultimi secoli, quali obiezioni e quali argomenti porterei? Parlare dei filosofi degli ultimi secoli, significa prendere una mole di materiale immenso. Allora ho pensato: "Potrei prendere la sintesi delle loro principali idee, per come hanno argomentato e argomentare su come io mi porrei davanti a quelle idee." Presi il Bignami di filosofia per licei classici, il terzo volume, e mi passai filosofo per filosofo e idea per idea. Non è certo un lavoro accademico né ha pretese di confutazione filosofica, però mi ha permesso di sciacquare molte idee generate dalla percezione alterata nel fiume del pensiero umano.

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Marghera, 06 giugno 2012

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell’Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.