Martin Heidegger 1889 – 1976

Hannah Arendt 1906 – 1975

La filosofia che legittima i campi di sterminio e l'annientamento dell'uomo

Riflessioni sulle idee di Heidegger e Arendt.

di Claudio Simeoni

Il quinto volume della Teoria della filosofia aperta è in preparazione

Indice Teoria della Filosofia Aperta

Il pensiero da cui nascono i campi di concentramento e sterminio
Martin Heidegger e Hannah Arendt

La separazione anima e corpo è sempre stato il motivo conduttore della filosofia che, inventata da Platone e dai sofisti, ha sempre avuto lo scopo di rubare all'uomo il suo essere nel mondo per sostituirlo con un'illusione di essere, mediante la ricerca di un sé stesso rappresentato da un'anima che priva l'uomo di tutte le sue manifestazioni di soggetto vivente.

La scissione di anima e corpo è lo strumento fondamentale da cui si articola e giustifica l'ideologia del genocidio al di là di come storicamente la dicotomia anima e corpo viene giustificata nel corso della storia da teorici della strage e del genocidio.

Le teorie della strage, del genocidio e dello schiavismo hanno a loro fondamento la scissione anima e corpo; tutte le teorie di scissione anima e corpo conducono necessariamente alla strage e al genocidio come modi di essere nel mondo. Le teorie di scissione anima/corpo hanno delle "discipline" con cui veicolarsi nel mondo. Ma la disciplina è regolata dalle condizioni contingenti. Davanti ad una Costituzione e all'azione della società civile che aggredisce ogni manifestazione di intolleranza legata alle teorie di scissione anima/corpo, le teorie di scissione anima/corpo adeguano la loro veicolazione nella società limitando l'aggressione in ambiti circoscritti o in situazioni che appaiono contingenti. Ma nel momento stesso in cui il controllo della società civile viene meno, le teorie di scissione anima/corpo riprendono ad agire in tutta la loro violenza e praticano il genocidio perché il genocidio non è mai stato censurato all'interno della loro teoria assolutista di separazione anima/corpo.

Heidegger riprende i discorso sulla metafisica di Aristotele che diventa, nella filosofia scolastica, il discorso ontologico dell'essere. L'essere, come essenza, diverso da come si rappresenta che Heidegger definisce come un esserci o come ente.

La prima cosa che dobbiamo chiedersi è: quando Heidegger parla di essere, con quali contenuti significa il termine "essere"?

Io sono. Mi rappresento nel mondo in un esserci che viene rappresentato dalle mie azioni espresse dal mio essere. Ma le azioni che metto in atto sono il mio essere. Non esiste un esserci delle azioni che metto in atto distinte dal mio essere che Heidegger vuole ritenere estraneo o parziale al mio essere. Me stesso, come ente, è il mio essere nel mondo. Io non sono creato ad immagine e somiglianza di un dio pazzo e cretino; io mi sono costruito adattandomi al mondo date le condizioni di specie e le condizioni sociali in cui sono nato.

Io sono il frutto del mio divenuto e il mio divenuto si esprime nelle mie azioni al di là che queste azioni siano degli adattamenti soggettivi a queste o a quelle variabili che hanno condizionato i miei adattamenti. Io sono la mia esperienza e la mia esperienza si esprime nell'ente che manifesto nel mondo.

Io sono essere ed esserci nel medesimo tempo e nella totalità del mio essere che abita il mondo.

Distinguere l'essere dall'esserci in una visione ontologica dell'essere significa privare il mio esserci nel mondo dal mio essere me stesso che si esprime in ogni sua parte e in ogni sua azione.

Dal momento che Heidegger distingue un ipotetico essere dall'esserci con cui io mi rappresento nel mondo, altro non fa che distinguere l'anima come essenza di me dal mio essere corpo che abita il mondo. Heidegger non fa altro che riprendere la dicotomia di Platone dividendo l'uomo in anima e corpo. E mentre afferma una sorta di immortalità dell'anima si garantisce il diritto di ammazzare o torturare il mio corpo perché tali azioni, secondo lui, non incidono su quella che lui chiama anima.

Tu, Heidegger, non ti puoi permettere di pensare che io, io che abito il mondo, possa essere diverso dal mio essere solo perché tu proietti sulle mie azioni un'ipotesi del tuo abitare il mondo che diverge da me. Quando i torturatori Carlo Mastelloni, Michele Dalla Costa, Calogero, Palombarini, Rita Ugolini, Felice Casson e altri mi torturarono, lo fecero perché il mio abitare il mondo dissonava da quanto loro pensavano che io avrei dovuto abitare il mondo. Nello stesso tempo aiutarono gli assassini di Tagliercio, Gori e Albanese a difendersi fornendo loro strumenti per tentare di ammazzarmi in galera dal momento che io, non condividendo né la visione dei magistrati, né la visione degli assassini che loro affermavano di voler reprimere, manifestavano la loro dimensione criminale in una sorta di visione ontologica del mio essere in contrapposizione all'ente che manifestavo. Gli assassini Tagliercio, Gori e Albanese in un sodalizio criminale con i loro aguzzini, Vittorio Olivero, si saldavano con i progetti di destabilizzazione Istituzionale di Mastelloni, Casson, Ugolini, Dalla Costa, Ferrari e altri in un disegno criminoso il cui scopo era l'imposizione mediante la tortura della dimensione ontologica da loro pensata. Questi criminali non sono diversi dai criminali che hanno istituito i campi di stermini pensando che le azioni degli ebrei nascondessero un essere che divergeva dalle azioni che costoro mettevano in atto. Tagliercio, Gori, Albanese, Mastelloni, Casson, Ugolini Rita, Ferrari, Dalla Costa, Vittorio Olivero, non sono diversi da chi ha istituito i campi di sterminio degli ebrei in tempo nazista. Se le azioni appaiono diverse, la visione ideologica da cui scaturiscono le loro azioni è la stessa.

Si tratta della questione Ontologica.

Che cos'è una questione ontologica?

L'ontologia deriva dalla metafisica di Aristotele e intenderebbe distinguere l'essere, il soggetto, in quanto sé stesso, dal suo "esserci" come ente che si manifesta nel suo abitare il mondo. La metafisica di Aristotele, per trasformare l'individuo in schiavo, separa un individuo ideale dall'individuo che vive la sua vita. L'ontologia parla dell'essere come la teologia parla del dio padrone. Si tratta di immaginare un soggetto ideale, ciò che deve essere, separandolo dal soggetto reale come degradazione del suo "essere", di quell'ideale.

Per fare un'operazione ideologica del genere è necessario disprezzare il soggetto, l'uomo, che abita il mondo in funzione di un soggetto immaginato, l'essere, che pensiamo dovrebbe abitare il mondo.

La stessa operazione ontologica nei confronti dell'uomo è l'operazione fatta da Heidegger che, impotente e incapace nell'affrontare la propria vita di abitatore del mondo, si rifugia in un ideale dell'essere che rappresenta in contrapposizione all'essere che vive le contraddizioni del mondo. Nella sua ricerca dell'essere nega, di fatto, l'ente come essere che abita il mondo.

Da questa dicotomia nasce la legittimazione dello sterminio nei confronti di tutti quegli individui che, non soggettivando il loro essere pensato da chi li può macellare, pretendono di vivere nel mondo senza corrispondere alla dimensione ontologica del padrone.

Scrive Heidegger:

Il problema del senso dell'essere deve esser posto. Se esso sia un problema fondamentale o il problema fondamentale, è una questione che richiede di esser chiarita in modo adeguato. Occorre pertanto prendere brevemente in esame ciò che è proprio in generale di ogni problema, per poterne ricavare con chiarezza ciò che fa del problema dell'essere un problema del tutto particolare. Ogni posizione di problema è un cercare. Ogni cercare trae la sua direzione preliminare dal cercato. Porre un problema significa cercare di conoscere l'ente quanto il suo che-è e al suo esser-così. Il cercare di conoscere può divenire una «ricerca» se mette capo alla determinazione ostensiva di ciò intorno a cui verte il problema. Il cercare, in quanto cercare qualcosa, ha un suo cercato. Ogni cercare qualcosa è in qualche modo un interrogare qualcuno. Oltre al cercato, il cercare richiede l'interrogato. Quando il cercare assume i caratteri di una vera e propria ricerca, cioè un assetto specificamente teoretico, il cercato deve essere determinato e portato a livello concettuale. Nel cercato si trova dunque, quale vero e proprio oggetto intenzionale della ricerca, il ricercato, ciò che costituisce il termine finale del cercare. II cercare stesso, in quanto comportamento di un ente, il cercante, ha un carattere d'essere suo proprio. Un cercare può essere condotto in modo casuale o assumere il carattere della posizione esplicita di un problema. Ciò che caratterizza quest'ultima è che il cercare diviene trasparente a se stesso solo dopo che lo siano divenuti tutti i caratteri costitutivi del problema sopra elencati.

II problema del senso dell'essere deve esser posto. Siamo dunque nella necessità di discutere il problema dell'essere rispetto ai momenti strutturali suddetti. La posizione di un problema, in quanto cercare, ha bisogno di essere preliminarmente guidata da ciò che è cercato. II senso dell'essere deve quindi esserci già disponibile m qualche modo. Come accennammo, noi ci muoviamo già sempre in una comprensione dell'essere. E da essa che sorge il problema esplicito del senso dell'essere e la tendenza alla sua determinazione concettuale. Non sappiamo che cosa significa «essere». Ma per il solo fatto di chiedere: «Che cosa è l 'essere?» Ci manteniamo in una comprensione dell' «è», anche se non siamo in grado di stabilire concettualmente il significato di questo «è». E nemmeno conosciamo l'orizzonte entro cui cogliere e fissare il senso dell' essere. Questa comprensione media e vaga dell'essere è un fatto.

Tratto da: Martin Heidegger Essere e Tempo ed. Longanesi pag. 16 – 17 ed. 2011.

La prima condizione di Heidegger è quella di fuggire davanti alla rappresentazione dell'ente per cercare un essere dell'ente che immagina ma del quale non ha rappresentazione.

La condizione ontologica è una condizione immaginata. Platone scriveva del "conosci te stesso", ma non esiste un conoscere sé stesso inteso come ente in sé, il proprio essere, esiste una volontà del soggetto che crea la schiavitù di criminalizzare lo schiavo in quanto afferma che lo schiavo è tale perché non conosce sé stesso. Quello di Platone è solo un trucco retorico in quanto, affinché non sia un trucco retorico, sarebbe necessario dimostrare che esiste un "sé stesso" a prescindere dal soggetto che si rappresenta nel mondo.

Pretendere che esista un essere al di là delle azioni dell'ente nel mondo significa stuprare l'ente affinché corrisponda ad un essere immaginato.

Ci sono molti precedenti dell'interrogato nella condizione posta da Heidegger. E sono le torture imposte all'interrogato affinché cessi di nascondere il suo essere sotto l'ente con cui si rappresenta nel mondo.

La tortura è l'unico modo con cui Heidegger può superare l'ente per costringere l'ente a superare sé stesso e manifestarsi come "essere" immaginato da Heidegger.

La dicotomia fra l'ente che abita il mondo e l'essere che dovrebbe essere, è una contraddizione che sta in testa solo al delirante che delira. Il delirante non analizza la realtà vissuta, ma alla realtà vissuta impone i propri modelli nei quali delira e pretende che la realtà vissuta coincida con quei modelli e se la realtà vissuta non coincide con quei modelli procede a torturare i soggetti al fine di farli aderire a quei modelli.

Si tratta della dimensione ontologica che sta vivendo Heidegger. Davanti all'ente che si presenta nella sua esistenza egli deve opporre l'essere come modello ideale a cui, sicuramente, l'ente deve aderire. Pertanto, dato il delirio come premessa, il delirio diventa anche il logico svolgimento delle argomentazioni con cui si giustifica l'essere.

L'idea preconcetta, data dall'essere, viene imposta da Heidegger sopra ad ogni entro prodotto dell'analisi che si presenta.

Questa dimensione ontologica è il modello concettuale e filosofico del nazismo. Ogni soggetto deve aderire al modello imposto e se tale soggetto, o ente, non aderisce al modello imposto deve essere annientato perché il modello, il suo essere, non coincide con l'ente. D'altro canto, dal momento che il modello che viene imposto come essere dell'ente è tale da costituire pregiudizio dell'ente nel mondo, comunque quell'ente che deve aderire a quel modello di essere e deve essere annientato perché il modello di essere che penso è pregiudizievole per l'esistenza. I protocolli di Sion fu un'invenzione della polizia segreta zarista; i nazisti assunsero quel modello di essere degli ebrei e macellarono gli ebrei perché, comunque si rappresentassero come enti, il loro essere era rappresentato da quei protocolli.

In sostanza, tutto il modello ontologico costruito dal cristianesimo partendo dalla metafisica di Aristotele ha come obbiettivo la legittimazione dello sterminio dell'ente. L'ente è un soggetto da sterminare in quanto o quell'ente non corrisponde al modello di essere che Heidegger vuole imporre o il modello dell'essere imposto da Heidegger è tale per cui l'ente, comunque, deve essere sterminato perché coincide con quell'ente.

E' il modello della "banalità del male" con cui la prostituta di Heidegger, Hannah Arendt, dopo essere scappata in America per salvarsi il culo dall'olocausto nazista, di cui Heidegger era uno degli artefici filosofici, ritorna in Germania per difendere Heidegger e continuare a predicare l'olocausto verso soggetti diversi pur di salvare il principio ideologico della legittimità dell'olocausto da parte del suo dio padrone e di chi ne fa le veci. Per spingere al genocidio dei russi ha scritto un libro in cui sosteneva l'identità ideologica fra nazismo e stalinismo.

Scrive Heideger: p. 18 – 19

Se l'essere costituisce il cercato, e se essere significa essere dell'ente, ne viene che, nel problema dell'essere, l'interrogato è l'ente stesso. L'ente, per così dire, sarà inquisito a proposito del proprio essere. Ma perché l'ente mostri senza falsificazione i caratteri del proprio essere, bisognerà che prima, da parte sua, risulti accessibile così com'è in se stesso. Il problema dell'essere richiede, per quanto concerne il suo interrogato, il raggiungimento e la garanzia preliminare della giusta via d'accesso all'ente. Ma noi diamo il nome di «ente» a molte cose e in senso diverso. Ente è tutto ciò di cui parliamo, ciò a cui pensiamo, ciò nei cui riguardi ci comportiamo in un modo o nell'altro; ente è anche ciò che noi siamo e come noi siamo. L'essere si trova nel che-è, nell' esser-così, nella realtà, nella semplice presenza, nella sussistenza, nella validità, nell'esserci, nel «c'è». In quale ente si dovrà cogliere il senso dell'essere? Da quale ente prenderà le mosse l'aprimento dell'essere? Il punto di partenza è indifferente o un determinato ente possiede un primato per quanto concerne l'elaborazione del problema dell'essere? Qual è questo ente esemplare c e in che senso possiede un primato? Se il problema dell'essere deve esser posto esplicitamente e svolto nella piena trasparenza di se stesso, l'elaborazione di questo problema richiederà, in conseguenza delle delucidazioni da noi date, l'esplicazione del modo in cui si può volger lo sguardo all'essere, realizzarne la comprensione e afferrarne concettualmente il senso; e richiederà la preparazione della possibilità della scelta corretta dell'ente esemplare, nonché l'elaborazione della genuina via di accesso a questo ente. Ma volger lo sguardo, comprendere, afferrare concettualmente, scegliere, accedere a sono comportamenti costitutivi del cercare e perciò parimenti modi di essere di un determinato ente, di quell' ente che noi stessi, i cercanti, sempre siamo. Elaborazione del problema dell'essere significa dunque: rendere trasparente un ente (il cercante) nel suo essere. La posizione di questo problema, in quanto modo di essere di un ente, è essa stessa determinata in linea essenziale da ciò a proposito di cui in esso si cerca: dall' essere. Questo ente, che noi stessi sempre siamo e che fra l'altro ha quella possibilità d'essere che consiste nel porre il problema, lo designiamo col termine Esserci [Dasein]. La posizione esplicita e trasparente del problema del senso dell'essere richiede una adeguata esposizione preliminare di un ente (l'Esserci) nei riguardi del suo essere. Ma un'impresa del genere non incorre m un evidente circolo vizioso? Che cos'è se non muoversi in un circolo vizioso determinare prima un ente nel suo essere e poi pretendere in base a ciò di porre il problema dell'essere? L'elaborazione del problema non assume già come «presupposto» ero che solo la soluzione del problema è in grado di apportare? Le obiezioni formali, come quella di «circolo vizioso nella dimostrazione», ognora facile a sollevarsi a carico di indagini sui princìpi, sono sempre sterili in sede di riflessione sui procedimenti concreti della ricerca. Esse non hanno alcun peso nella comprensione delle cose e impediscono il progresso dell'indagine.

Tratto da: Martin Heidegger Essere e Tempo ed. Longanesi pag. 16 – 17 ed. 2011.

Tratta con due "se". Se l'essere costituisce il ricercato, l'ente va inquisito.

Resta aperta la farneticazione mediante la quale si pensa all'essere nascosto dietro all'ente e resta aperta la questione dell'incapacità e della viltà con cui l'inquisitore non è in grado di affrontare l'ente per come si presenta, ma deve costringerlo ad aderire al modello di essere che lui pensa che sia.

Delle infinite possibilità con cui io divengo nel mondo, sono divenuto con questo "ente" quale risultato delle risposte che io ho dato alle sollecitazioni del mondo.

Dietro all'ente con cui io mi rappresento nel mondo, non c'è un modello, un essere, diverso da ciò che si rappresenta. Io sono ciò che mi rappresento perché divenuto come adattamento soggettivo alle sollecitazioni del mondo. Altre sollecitazioni, altre condizioni avrebbero prodotto un ente diverso. Io mi sarei rappresentato in maniera diversa, ma non è l'essere che si è fatto ente. E' lente che è l'essere di ciò che sono e che non potrei essere diverso data la selezione dell'interpretazione soggettiva delle sollecitazioni del mondo. Ente ed essere coincidono nella mia rappresentazione nel modo, ma non coincidono con i modelli pensati dai criminali Carlo Mastelloni, Felice Casson, Ugolini Rita, Ferrari, Michele Dalla Costa, Calogero che mediante le torture vogliono farmi aderire ad un modello di essere da loro immaginato, violentando le rappresentazioni dell'ente cui sono divenuto per adattamento soggettivo.

Questo modo heideggeriano di pensare è l'essenza della giustificazione ideologica dei campi di sterminio. Pensare una dimensione ontologica dell'individuo che si rappresenta nella vita significa, allo stesso modo, pensare ad una dimensione teologica della manifestazione del dio padrone nell'uomo alla quale l'uomo deve aderire. Perché solo in quel modello può essere pensato dall'inquisitore.

Dunque, non esiste un problema dell'essere se non nella volontà di annientamento degli individui per farli aderire a modelli creazionisti predeterminati sia in ordine ontologico, teologico o giudiziario. Questa volontà di far aderire gli individui a modelli predeterminati è l'ideologia mandante dei campi di sterminio. E' irrilevante se attraverso quell'ideologia si sono macellati zingari ebrei e omosessuali, è l'ideologia dello sterminio che prescinde dalla qualità e quantità dell'oggetto sterminato e che vede nello sterminio l'unica finalità di realizzazione delle relazioni fra il farneticante del modello di essere/ente e la violenza con cui realizza tale modello.

Per questo motivo Hannah Arendt va annoverata alla stregua di Heidegger. Lo stragismo era il fine delle sue argomentazioni filosofiche. Si trattava soltanto di stabilire il soggetto da sottoporre a strage e a genocidio. Heidegger sottoponeva a strage Lei, l'ebrea; l'ebrea Hannah Arendt sottoponeva a genocidio i palestinesi in nome dell'assolutismo ebraico.

L'ideologia di Heidegger e Hannah Arendt è esattamente la stessa. La ricerca dell'essere ad ogni costo in contrapposizione all'ente che si presenta nella vita quotidiana. L'essere dei tedeschi e l'essere degli ebrei che non sono soggetti, individui, che si presentano nella quotidianità quale risultato degli adattamenti soggettivi alle variabili oggettive incontrate, ma esseri, modelli a creazione del dio padrone, e che come tali hanno la dimensione del "super-uomo" il massacratore che porta il genocidio negli enti alla ricerca del loro essere.

L'ontologia, intesa come separazione dell'essere dall'ente, altro non è che un sottoprodotto dell'idea dell'anima separata dal corpo inventata da Platone per dominare e massacrare gli uomini in funzione del dominio dei saggi, dei filosofi, su una società ridotta a caste in cui pratica l'eugenetica come selezione classista degli individui. L'anima, che rappresenta l'essere creato dal dio padrone, è oggetto, essere, mentre il corpo è ente che rappresenta l'individuo nel mondo, ma entrambe privano di volontà esistenziale il soggetto che proprio perché privato di volontà esistenziale può essere macellato.

Non c'è diversità fra bruciare vive le donne chiamate streghe per salvare la loro anima o macellare gli ebrei in quanto soggetti che non coincidono col modello di essere. Entrambi i due macelli hanno la medesima origine filosofica e ideologica.

L'uomo creato dal dio padrone ha un'essenza definita da costoro come "essere". Non è importante se questa essenza si chiami anima o si chiami un "conoscere sé stesso" separato dal soggetto che si rappresenta nel mondo abitandolo. Si tratta sempre della volontà di privare il soggetto della sua volontà esistenziale, delle sue qualità psico-emotive, per attribuirle a qualche cosa (l'immortalità del dio padrone), diverso dal soggetto, e poter macellare il soggetto in nome e per conto dei modelli imposti. Modelli che possono appartenere alla farneticazione del singolo filosofo o alle indicazioni generali che il singolo filosofo attribuisce al proprio dio padrone e creatore di quel modello.

L'uomo, privato della sua volontà esistenziale, e non corrispondendo al modello dell'essere pensato, è pronto per essere macellato. Ridotto a non uomo nei campi di sterminio nazisti, sui roghi cristiani o sotto il fosforo degli ebrei che bombardano i palestinesi.

La stessa Arendt nel 1929 nel testo "Il concetto d'amore in Agostino" delinea le basi dello stragismo e del genocidio. Lo spirito del cristiano che ha paura è lo stesso dell'ebreo che vive nella paura. Entrambi devono macellare l'altro che non si mette in ginocchio davanti al proprio dio perché in questo modo si riesce a salvarsi dalla paura. Così Mastelloni, Ferrari, Calogero, Casson, Ugolini, Ferrari, Palombarini torturano i cittadini perché i cittadini devono aderire al loro modello pensato e in questo modo escono dalla paura di essere accusati di terrorismo per aver collaborato con Tagliercio, Gori, Albanese e Vittorio Olivero nella destabilizzazione della società civile. Gli altri, quelli che non si adeguano al loro modello o che sfuggono dal modello che pensano, incutono paura, vanno torturati affinché si adeguino al loro modello. La cupola del "grande vecchio" era il motivo per cui Casson, Calogero, Mastelloni, Ferrari, Ugolini, Michele Dalla Costa e gli altri hanno torturato all'interno di un progetto divino di genocidio sociale con lo stesso ed identico meccanismo per cui Hitler mette in atto la soluzione finale. Era il loro modello, l'essere che pretendevano, mediante la tortura, di imporre all'ente al quale veniva impedita ogni forma di difesa e mantenuto sotto costante minaccia di morte. La loro soluzione finale consisteva nel garantirsi l'impunità impedendo alle persone di difendersi nei processi e poter costruire lo stato nazista. Poi, i loro sgherri continuarono a torturare al G8 di Genova e vennero implicati nella trattativa Stato Mafia all'interno del medesimo progetto di trasformazione della società in un campo di concentramento e sterminio per il quale sostituirono, come la Arendt, i principi di sterminio del crocifisso ai principi della Costituzione.

Scrive dei cristiani la Arendt in "Il concetto d'amore in Agostino":

Dunque la pace e l'amore sono conservati nel cuore grazie al pensiero del comune pericolo. La dilectio si fonda dunque sul sapersi-insieme-in-pericolo. L'essere-nel-mondo dei Cristiani, che esprime al tempo stesso l'appartenenza al proprio passato, vuol dire essere- in-pericolo. Espressione di tale pericolo è la comunanza coesiva anche dei credenti. Ma in questo modo la comunanza di destino, che costituiva la base dell'essere-insieme degli uomini anche nella civitas terrena, acquista parimenti un nuovo carattere esplicito. La nuova comunità di destino fondata sull'essere-in-pericolo, torna a poggiare sulla morte. La morte, tuttavia, che solo nel Cristianesimo è considerata «tributo del peccato» (Paolo) e non evento naturale, è il pericolo comune a tutti: non si tratta della morte che mette un termine alla vita terrena ma della morte che costituisce la punizione dei peccati, la morte eterna. Agostino la designa come seconda morte? Il permanere della prima morte nella sua qualità di finis vitae è espressione della persistenza dell'antico passato di peccatori, che ne era l'unica causa. La redenzione di Cristo permette di superare questa morte e di trasformarla in ponte per l'eternità. Ma al tempo stesso essa può diventare morte eterna: la stessa morte è un bene per chi è buono, è un male per chi è cattivo. Il pericolo consiste quindi nella ricaduta nel passato di peccatori, che coincide con la morte eterna. La mortalità dell'uomo, prima una necessità, è diventata adesso un pericolo. Perciò dal necessario essere-insieme della civitas terrena scaturisce la libera inclinazione (inclinare) verso l'altro al cospetto dell'uguale essere-in-pericolo. Il tener conto del pericolo ha già sciolto il singolo dall'antica comunità di destino; ciò che era necessario generatione è diventato un pericolo, in cui ha luogo l'una o l'altra decisione su di lui, il singolo. Non è più decisiva la pura appartenenza al genus humanum. Proprio la morte può significare per chi è buono la redenzione, la stessa morte che prima della venuta di Cristo era una maledizione inesorabile, permanente miseria della vita intera. In questo modo, la coappartenenza degli uomini non è più determinata generatione, bensì imitatione. Mediante tale imitatio ognuno può diventare per il prossimo impulso alla salvezza. Essa si fonda sul diligere invicem, che non significa mai amore nel nostro senso, divenuto impossibile appunto in seguito alla separazione dal mondo, mancandogli il momento della scelta: 1'«amato» non viene scelto, ma è già dato da sempre, prima di ogni scelta, come colui che si trova nella medesima situazione. La dilectio si riferisce nello stesso senso a tutti gli uomini nella civitas Dei, così come l'interdipendenza reciproca della civitas terrena si estendeva in ugual misura a tutti gli uomini. La dilectio conferisce alle relazioni interumane un carattere esplicito nella misura in cui, derivando dalla considerazione del proprio pericolo, esperita nella conscientia coram Deo, quindi nell'isolamento assoluto, si incontra con l'altro nel medesimo assoluto isolamento e quindi non si volge più al genus humanum, ma al singolo, per quanto a ogni singolo. Nella comunità della nuova societas il genus humanum si dissolve per dir così nei molti singoli. Non è il genere umano come tale a essere in pericolo, ma ogni singolo.

Il credente ha una relazione di amore con un singolo, tirato fuori e separato dal genus humanum, solo in quanto in lui può essere operante la grazia divina. Il prossimo non è mai amato per se stesso, ma gratia Dei. Il carattere indiretto, proprio della dilectio, supera in un senso ancora più radicale l'ovvietà dell'essere-insieme. Ogni relazione diventa semplice passaggio nel cammino verso il rapporto diretto con Dio. Non è l'altro in sé a salvare, ma solo la grazia di Dio che opera in lui. La dilectio proximi, il diligere invicem sono prescritti solo perché al tempo stesso sono dilectio Christi. Tale carattere indiretto torna a far esplodere l'essere-insieme, rendendolo transitorio. Anche nella civitas terrena l'interdipendenza reciproca era solo passeggera, poiché la morte le metteva un termine, provvisorietà che tuttavia era definitiva. Nessuna eternità poteva relativizzare tale definitività. E se la caritas è una necessitas, lo è solo in hoc saeculo, in questo mondo, al quale segue l'eternità come ultima e definitiva redenzione. Quando Agostino cita con tanta frequenza la definizione paolina dell'amore, che non cessa mai, egli intende unicamente l'amore per Dio o per Cristo, rispetto al quale ogni umana dilectio proximi può dare solo l'impulso e che è prescritto solo a questo scopo. Il carattere indiretto delle relazioni dei credenti tra di loro dà appunto la possibilità di cogliere l'intero essere dell'altro, che è coram Deo, mentre ogni comunità mondana si pone nella prospettiva dell'essere del genus humanum, ma non di quello del singolo. Il singolo come tale può essere esperito solo nell'isolamento proprio della fede al cospetto di Dio. Nel procedere della questione sulla rilevanza dell'altro, vediamo che Agostino dà una doppia impostazione e una duplice risposta alla domanda sull' origine dell'uomo. Da un lato, l'interrogazione verte sull'essere dell'uomo in quanto singolo - e tale interrogazione sull'essere è qui già identica all'interrogazione sul suo da-dove, quindi sull'origine - e la risposta è Dio, origine di ogni singolo. Certo, qui il singolo - decisivo per la dilectio proximi, che è cura per la salvezza dell'anima dell'altro - è appena scoperto, ma l'altro m quanto prossimo, che non solo casualmente si trova con noi nel medesimo mondo e crede allo stesso Dio, non viene preso in considerazione. Dall'altro, l'interrogazione verte sull'origine del genus humanum e, a differenza dell'ipseità di Dio, la risposta è il capostipite comune al genere umano. Analogamente, l'uomo è dapprima riconosciuto solo come isolato e venuto al mondo per caso - il mondo come eremus -, quindi è compreso come appartenente generatione agli uomini e pertanto a questo mondo. La diversa impostazione della questione rinvia immediatamente all'apparente contraddizione di questa teoria della doppia origine. L'uomo è un essere diverso, a seconda che si consideri isolato o condizionato e essenzialmente costituito dalla sua appartenenza al genus bumanum. L'intreccio delle due questioni diventa ancora più evidente, se si guarda al modo in cui esse si connettono nella teoria dell'amore del prossimo. Connessione, a dire il vero, duplice: sebbene non si possa incontrare l'altro se non in virtù della sua appartenenza al genere umano, esso diventa il prossimo solo nell'isolamento del singolo coram Deo, ossia viene sottratto all'ovvia dipendenza in cui tutti gli uomini vivono tra di loro, e i rapporti che noi intratteniamo con lui sono esplicitamente vincolati all'affinità con lui. In secondo luogo, tuttavia, anche la possibilità dell'isolamento entra come fatto nella storia del genus humanum (prima della redenzione per opera di Cristo secondo la filosofia della storia di Agostino c'è solo il genus humanum discendente da Adamo) e diventa così essa stessa storica, sebbene comporti appunto la possibilità di sottrarsi alla storia del genus humanum e alla sua irrevocabile concatenazione generatione. La rilevanza del prossimo diventa comprensibile solo nella concatenazione risultante dalla doppia origine. L'altro in quanto appartenente al genus humanum è il prossimo, e lo è anche nella separazione e nell'esplicitazione conseguenti all'isolamento effettuato dal singolo. La communis fides, la comunità di tutti i credenti, scaturisce dal semplice essere-insieme dei credenti in virtù dell'ipseità di Dio. Ma in questo modo l'essere umano si comprende come generato da una doppia origine.

Tratto da: Hannah Arendt "Il concetto d'amore in Agostino" 1929 ed. Se 2004 da pag. 144 – 148

Il meccanismo dello sterminio è delineato nelle sue riflessioni su Agostino: insieme contro tutti gli altri. Paura che gli altri capiscano che il progetto è quello di sterminarli in nome del dio padrone, dello Stato padrone, dell'assolutismo del crocifisso. Il sentirsi in pericolo di ebrei e cristiani diventa la giustificazione per l'annientamento. La Germania che si sente minacciata dagli ebrei e dai comunisti; i cristiani che si sentono minacciati da ebrei, eretici, streghe e comunisti; gli ebrei che si sentono minacciati dai Palestinesi. La minaccia non è dall'esterno verso il gruppo, ma è il gruppo che percepisce la minaccia dall'esterno date le sue intenzioni di distruggere quell'esterno che continua a dipingere come minaccioso.

I cristiani si illudono che il loro cristo abbia vinto per loro la morte, ma appena la morte di avvicina si avvicina anche la disperazione. Così Mastelloni, Ugolini Rita, Felice Casson, Calogero, Palombarini, Dalla Costa torturano convinti che con le torture allontanano la minaccia, ma non esiste nessuna minaccia che non abbiano creato loro assieme a Tagliercio, Gori, Albanese Olivero uccidendo i cittadini che non accettavano di essere servi: redenti dal peccato. Così Hitler fa partire la soluzione finale per sterminare gli ebrei allontanando la minaccia che percepisce dagli ebrei alla Germania.

Attraverso l'imitazione di cristo, che legittima lo scannare di chi non si mette in ginocchio o la pratica della pederastia come violenza sui minori e più in generale sugli indifesi, come Hitler, Dalla Costa, Mastelloni, Ferrari, Palombarini, Calogero, Ugolini Rita, Felice Casson impediscono ai cittadini di difendersi nei processi per legittimare la loro violenza. Come non hanno perseguito la violenza di Tagliercio, Gori e Albanese, così hanno usato la violenza di Vittorio Olivero per annientare chi poteva chiedere giustizia nei loro confronti; chi poteva chiedere giustizia nei confronti della Germania di Hitler; chi poteva chiedere giustizia nei confronti dei cristiani che hanno macellato eretici, streghe, ebrei e comunisti.

Hitler, i magistrati di Venezia, ebrei, cristiani e nazisti, "…non significa mai amore nel nostro senso, divenuto impossibile appunto in seguito alla separazione dal mondo." Separati dal mondo non sono in grado di intrattenere nessun dialogo col mondo perché attanagliati dalla paura di perdere il dominio del mondo donato loro da un dio padrone del quale rinnovano le gesta assolutiste "scannando chi non si mette in ginocchio davanti a loro".

Magistrati di Venezia, nazisti, cristiani, ebrei si ritengono fuori dal sodalizio umano, fuori dalla società civile in un appartamento dal quale agiscono contro la società civile. Come dice la Arendt:

La dilectio conferisce alle relazioni interumane un carattere esplicito nella misura in cui, derivando dalla considerazione del proprio pericolo, esperita nella conscientia coram Deo, quindi nell'isolamento assoluto, si incontra con l'altro nel medesimo assoluto isolamento e quindi non si volge più al genus humanum, ma al singolo, per quanto a ogni singolo.

Quella separazione assoluta che può essere annullata solo dall'attività di tortura e genocidio ad opera dei nazisti, dei magistrati di Venezia, di ebrei e cristiani nel loro sforzo di imporre il loro dominio sulla società civile dalla quale vogliono, come tanti dio padrone cristiano, essere separati in un paradiso di impunità. In questi individui dediti al genocidio, non è il genere umano ad essere in pericolo, ma la loro separazione violenta della quale si può chiedere ragioni in un tribunale della vita.

Per Hitler, per i cristiani, per i nazisti, per gli ebrei come per i magistrati di Venezia:

Ogni relazione diventa semplice passaggio nel cammino verso il rapporto diretto con Dio. Non è l'altro in sé a salvare, ma solo la grazia di Dio che opera in lui. La dilectio proximi, il diligere invicem sono prescritti solo perché al tempo stesso sono dilectio Christi. Tale carattere indiretto torna a far esplodere l'essere-insieme, rendendolo transitorio.

Solo il genocidio, le torture e quant'altro funge di corollario, costituisce la relazione dell'isolato sociale contro tutta la società civile. Ogni legame sociale va spezzato. L'ebreo costretto nel campo di sterminio per spezzare il legame fra la società e l'ebreo. La strega bruciata viva per spezzare il legame con la società. I torturati a Venezia per spezzare i legami con la società. Ma per spezzare quei legami è necessario aver spezzato i legami. I cristiani non sono società se non nella comunità del loro dio padrone, tutti glia altri sono non uomini, soggetti da torturare e uccidere. Così i magistrati di Venezia non sono soggetti della società se non nella loro comunità circondata dai cadaveri che hanno prodotto ammazzando le persone alla Montedison o torturando i cittadini nei posti di polizia: "Se c'era Albanese non saresti uscito vivo!" Disse La Barbera il torturatore del G8 e uno degli artefici della trattativa Stato Mafia affiancato dall'attuale senatore Felice Casson. Sono fuori dalla società e vivono la società come la loro preda da distruggere; come gli ebrei per i tedeschi; i palestinesi per gli ebrei; gli eretici, le streghe e i comunisti per i cristiani.

Così la comunità dei credenti, siano essi nazisti, ebrei, cristiani, magistrati di Venezia, ha nell'altro il soggetto da annientare e nell'annientamento afferma l'esistenza di un essere immaginato per giustificare la distruzione dell'ente che vive le contraddizioni nel quotidiano sottraendosi all'essere che loro hanno in testa.

La dicotomia di Heidegger fra essere ed esserci, come la dicotomia fra corpo e anima, è il fondamento dello stragismo nazista, cristiano, ebreo che diventa metodo d'azione per la costruzione di campi di sterminio più o meno grandi. Non è importante se parliamo di un campo di sterminio nazista o dei campi di sterminio degli Indiani nord-americani, o se parliamo delle stragi di donne chiamate Streghe, degli eretici o dei lager dei malati mentali o delle camere di tortura dei magistrati di Venezia. Per quanto grande o per quanto contenuta, la violenza sorge sempre dai medesimi principi etici, sociali, giuridici e morali che hanno nel crocifisso, nel cristianesimo, in Platone e Aristotele i loro mandanti con molti servi che per distruggere la società civile si travestono da carnefici esecutori.

Marghera, 09 febbraio 2015

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Claudio Simeoni

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.