Martin Heidegger 1889 – 1976

Il significato dell'angoscia e la cura
in Essere e Tempo

Riflessioni sulle idee di Heidegger.

di Claudio Simeoni

Il quinto volume della Teoria della filosofia aperta è in preparazione

Indice Teoria della Filosofia Aperta

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Il significato di angoscia e cura in Essere e tempo
Martin Heidegger

Il concetto che guida la filosofia di Heidegger è il concetto di cura in relazione al concetto di angoscia.

Il conetto di angoscia è pensato come normale nell'esistenza dell'uomo e deriverebbe essenzialmente dalle ideologie primitivistiche in cui l'uomo, cacciato dal paradiso terrestre, vive l'angoscia del suo smarrimento nel mondo in una dicotomia fra il suo esser-ci nel mondo e il suo essere in una visione ontologica di scissione fra realtà dell'essere e inadeguatezza di un esserci che vive smarrito nel mondo.

L'angoscia viene fatta seguire da Heidegger dalla cura. Sviluppando il concetto nazista di cura che nell'ideologia heideggeriana altro non è che la traslitterazione dell'ideologia cristiana del buon samaritano come necessità i distruggere la vita per alimentare un piacere esistenziale. Mentre in Heidegger l'angoscia come condizione esistenziale dell'uomo viene descritta in questo modo:

Se si vuol comprendere ciò che andiamo dicendo intorno alla fuga deiettiva dell'Esserci davanti a se stesso, è necessario rifarci alla costituzione fondamentale dell'Esserci in quanto essere-nel-mondo. Il davanti-a-che dell'angoscia è l'essere-nel-mondo come tale. Come distinguere fenomenicamente ciò davanti a cui 1'angoscia è angoscia da ciò davanti a cui la paura è paura? Il davanti-a-che dell'angoscia non è un ente intramondano. Perciò per essenza non può appagarsi in esso. La minaccia non ha il carattere di un danno determinato che colpisca il minacciato relativamente a un particolare e determinato poter-essere effettivo il davanti-a-che dell'angoscia è completamente indeterminato. Questa indeterminatezza non solo lascia effettivamente del tutto indeciso da quale ente intramondano venga la minaccia, ma sta a significare che in generale l'ente intramondano è «irrilevante». Niente di ciò che all'interno del mondo si presenta come utilizzabile o semplice-presenza può fungere da ciò innanzi a cui l'angoscia è tale. La totalità di appagatività costituita dagli utilizzabili e dalle semplici-presenze scoperti nel mondo perde come tale ogni importanza. Sprofonda in se stessa. Il mondo assume il carattere della più completa insignificatività.

Nell'angoscia non si incontra questo o quell'ente presso cui sia possibile appagarsi come ciò che è minaccioso. Perciò l'angoscia non ha occhi per «vedere» un determinato «qui» o «là» da cui si avvicina ciò che è minaccioso. Ciò che caratterizza il davanti-a-che dell'angoscia è il fatto che il minaccioso non è in nessun luogo. L'angoscia non «sa» che cosa sia ciò-davanti-a-cui essa è angoscia. «In nessun luogo» non equivale però a «nulla», poiché proprio in esso si radicano, per l'in-essere essenzialmente spaziale, la prossimità in generale e l'apertura del mondo in generale. Il minaccioso non può perciò nemmeno avvicinarsi nella prossimità da una determinata direzione; esso «ci» è già ma non è in nessun luogo; esso è così vicino che ci opprime e ci mozza il fiato, ma non è in nessun luogo.

Nel davanti-a-che dell'angoscia si rivela il «nulla e in-nessun-luogo». L'impertinenza del nulla e dell'«in-nessun-luogo» intramondani significa fenomenicamente: il davanti-a-che dell'angoscia è il mondo come tale. La completa insignificatività che si annuncia nel nulla e nell'«in-nessun-luogo» non significa un'assenza del mondo, ma, al contrario, che l'ente intramondano è divenuto in se stesso così recisamente privo d'importanza che, in virtù di questa insignificatività dell'intramondano, ciò che ci colpisce è ormai unicamente il mondo nella sua mondità. Ciò che opprime non è questa o quella semplice-presenza e neppure la totalità di esse come somma, ma la possibilità dell'utilizzabile in generale, cioè il mondo stesso.

Tratto da Martin Heidegger, Essere e Tempo edizione Longanesi 2001 pag. 227 – 229

Siamo davanti agli effetti prodotti dai briganti, dai ladroni, sul viandante nella storiella del Buon Samaritano. Mentre nella storia del buon samaritano abbiamo i soggetti che determinano il dolo, in Heidegger il dolo, l'angoscia, è oggetto in sé. Non è costruita, non è voluta, ma è creata da dio. Appare come condizione dell'uomo e, dunque, appare come oggetto creato proprio nell'uomo e appartenente all'essere uomo.

L'angoscia non è un prodotto del divenuto dell'uomo. Una condizione costruita dall'uomo nei suoi processi di costruzione come adattamento soggettivo alle variabili oggettive incontrate, ma è una condizione propria della creazione dell'uomo.

Pertanto, come non esiste nei vangeli una metodo per ottenere giustizia dopo che i ladroni ti hanno massacrato, ma la massacratura, messa in atto dai ladroni è la provvidenza divina che ha soccorso la necessità del buon samaritano, così in Heidegger non esiste la rimozione di cosa costruisce l'angoscia perché non esiste la concezione che l'agnosia sia una condizione del divenuto dell'uomo e della sua costruzione.

Da questa condizione procede il concetto di "cura" proprio dell'ideologia nazista che è ben descritto, nella parabola del buon samaritano che Heidegger tiene presente nel suo sviluppo ideologico.

L'angoscia è oggetto in sé stesso che appartiene all'uomo. Nel buon samaritano i ladroni erano soggetti esterni all'uomo e facilmente identificabili come coloro che modificano, danneggiandola, la condizione dell'uomo. Ma la stessa condizione noi l'abbiamo negli adattamenti psico-emotivi dell'uomo. Come il viandante è abbattuto nella sua capacità di abitare il mondo dalle bastonature dei banditi nella parabola del buon samaritano, così l'individuo che è stato massacrato psicologicamente e privato di strumenti adeguati con cui affrontare il mondo è abbattuto davanti al mondo. Non è in grado di rialzarsi e nell'angoscia si rivela il nulla come si rivela il nulla nel viandante massacrato (vedi popoli africani, colonialismo e missionari cristiani).

Data la malattia come condizione; dato il peccato come condizione.

Ne segue la cura come attività; ne segue l'espiazione come attività.

Costruisce gratitudine come stato d'animo; ottiene gratitudine nel perdono come stato d'animo.

Ciò che viene pagato dal soggetto nella ricerca della cura è il prezzo della sua vita. Dal momento che l'angoscia è prodotta in uno stato d'animo nei processi di trasformazione, di costruzione, fatti dall'individuo come risposta a condizioni del mondo che, impotente nelle risposte, gli hanno imposto angoscia, le condizioni del mondo provvedano a tenere l'individuo nell'angoscia affinché in una ricerca perenne della cura, paghi le condizioni del mondo con la sua vita alimentando la costruzione di ulteriori condizioni che creano angoscia.

Scrive Heidegger:

La precedente interpretazione, che si è conclusa con la determinazione della Cura come essere dell'Esserci, non mirava ad altro che al raggiungimento dei fondamenti ontologici adeguati di quell'essere che noi stessi sempre siamo e che chiamiamo «uomo». A tal fine l'analisi dovette prescindere, sin dall'inizio, dalla impostazione, oscura in sede ontologica e indeterminata nei suoi fondamenti, caratterizzante la definizione tradizionale dell'uomo. Se raffrontata a essa, l'interpretazione ontologico-esistenziale può apparire strana, specialmente se la «Cura» è intesa, in modo semplicemente ontico, come «preoccupazione» e «affanno». è perciò opportuno introdurre ora una testimonianza preontologica, la cui forza dimostrativa è però «soltanto storica».

Non dobbiamo tuttavia dimenticare che in questa testimonianza l'Esserci si pronuncia su se stesso in modo «originario», non influenzato da interpretazioni teoretiche e senza intenti speculativi. Teniamo inoltre presente che l'essere dell'Esserci è caratterizzato dalla storicità, cosa che però deve ancora essere dimostrata in sede ontologica. Ma se l'Esserci è «storico» nel fondo del suo essere, allora un'affermazione proveniente dalla sua storia, rinviante a essa e anteriore a ogni elaborazione scientifica, assume un peso particolare, anche se ontologicamente impuro. La comprensione dell'essere implicita nell'Esserci si esprime preontologicamente. La testimonianza che ora addurremo vuol mostrare che l'interpretazione esistenziale non è affatto un'invenzione, ma che, in quanto «costruzione» ontologica, ha il suo fondamento da cui derivano i suoi tratti elementari. In una favola antica troviamo la seguente autointerpretazione dell'Esserci come «Cura».

Dice Heidegger che all'essere in generale (ontologico) la cura può apparire "strana" se riferita all'essere esistente (ontico) come cura delle preoccupazioni e degli affanni.

Non è "strana", è "CRIMINALE".

In stati di affanno o di preoccupazione è attività degli individui e delle civiltà rimuovere gli elementi che costringono nell'individuo le preoccupazioni e gli affanni. Sono le condizioni esterne che inducono nell'individuo le preoccupazioni e gli affanni, ma se non si rimuovono le condizioni esterne, curare l'individuo dalle preoccupazioni e dagli affanni significa voler lasciare inalterate le condizioni oggettive che creano preoccupazioni ed affanni.

Secondo la visione di Heidegger la cura va fatta nella percezione dell'angoscia dell'individuo e non agisce sulle condizioni che generano angoscia nell'individuo: è una visione cristiana e nazista della vita.

Ammettiamo che io abbia una visione distorta dei problemi e che la mia visione distorta dei problemi mi crei affanno, è sempre il problema che mi crea affanno in quanto la mia relazione fra me e il mondo è viziata da strumenti inadeguati con cui guardare a quei problemi e alle soluzioni possibili.

Soggettiva è la percezione che conduce all'affanno; oggettiva è la questione che provoca l'affanno al di là di come soggettivamente è percepita. Proprio perché la mia testimonianza dell'Esserci, come dice Heidegger si pronuncia su me stesso in modo originario e senza intenti speculativi, che le condizioni del mondo costituiscono affanno e apprensione nel momento stesso in cui non sono stato fornito da strumenti adeguati attraverso i quali individuarle, pensarle e affrontarle.

Il mio essere è il mio esserci che è l'essere che io rappresento nella mia oggettività. La storicità, di cui parla a vanvera Heidegger, non è altro che la costruzione di me stesso. La sedimentazione della mia esperienza, l'adeguamento della mia percezione dei fenomeni del mondo e la mia possibilità di veicolare me stesso nel mondo consentendo al me stesso di espandermi nel mondo. L'angoscia è la mancanza di possibilità di veicolare la mia struttura pulsionale senza riceve dal mondo risposte distruttive per il solo fatto di presentare i miei bisogni. L'angoscia nasce dalla costruzione della mia incapacità o impossibilità di abitare in maniera adeguata il mondo. Ne consegue che quella che Heidegger chiama "storicità" è il mio essere che si presenta attraverso l'esserci nel mondo in quel momento presente.

La testimonianza che adduce Heidegger è quanto meno offensiva riducendo l'uomo a puro oggetto, privato di tutte le sue prerogative di uomo.

La favola che riporta Heidegger è una favola di Igino che ha lo stesso valore di una favola di Fedro e di Esopo e che, per quanto possa risultare "carina" nella sua astrazione, inserita in un contesto filosofico che tende a rispondere al problema dell'angoscia e al problema "ontico", appare insultante ed ingiuriosa nei confronti dell'uomo.

La favola di Igino viene riportata da Heidegger in questo modo:

La «Cura», mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po' e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa avesse fatto, interviene Giove. La «Cura» lo prega di infondere lo spirito a quello che aveva formato. Giove acconsente volentieri. Ma quando la «Cura» pretese di imporre il suo nome a ciò che ave- va formato, Giove glielo proibì e pretendeva che fosse imposto il proprio. Mentre la «Cura» e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato formato fosse imposto il proprio nome, perché gli aveva dato una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò loro la seguente equa decisione: «Tu, Giove, poiché hai dato lo spirito, alla morte riceverai lo spirito; tu, Terra, poiché hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fintanto che esso vivrà lo possieda la Cura. Poiché però la controversia riguarda il suo nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra).

Come si nota nella favola, l'uomo non esiste. Esiste un soggetto denominato "cura" che costruisce una forma d'uomo. Un soggetto chiamato Giove che dà l'anima all'uomo, un soggetto chiamato terra che costituisce la sostanza dell'uomo e un soggetto chiamato Saturno che giudica con quale nome chiamare il soggetto.

Il soggetto non viene in essere da sé e, pertanto, non ha in sé gli elementi attraverso i quali agire nel mondo, trasformarsi e "aver cura di sé stesso". Il soggetto non ha quell'insieme di pulsioni che identifichiamo con l'anima, perché quella è una prerogativa di Giove. Il soggetto non vive nella condizione della trasformazione, del tempo, perché il tempo, Saturno, è giudice di una condizione in essere. Il soggetto non ha determinazione sulla materia che lo compone in quanto la materia di cui è composto appartiene ad un soggetto diverso da sé a cui ritorna dopo la morte.

L'uomo, nella favola usata da Heidegger non esiste. Un essere messo tranquillamente nei forni crematori che tanto, costituendo la fine del tempo, la materia torna alla terra e lo spirito a Giove. Il forno crematorio appare la Cura attraverso la quale l'individuo giunge alla morte che è l'elemento sul quale Saturno punta la sua attenzione.

L'uomo viene privato anche della volontà con cui dare un nome a sé stesso. E' pura e semplice bestia alla quale il padrone, un padrone, gli dà il nome che preferisce per distinguerlo da altre bestie. In tutta la favola di Igino, l'uomo è un oggetto d'uso. Un oggetto d'uso di un dio padrone e di tanti altri padroni che pasteggiano della e sulla sua vita. La privazione dell'uomo della sua volontà esistenziale e la sua trasformazione in oggetto è un passo molto importante che permette ad Heidegger di preparargli il forno crematorio.

Scrive Heidegger:

Questa testimonianza preontologica assume un particolare significato non solo perché vede nella «Cura» ciò a cui l'uomo appartiene «per tutta la vita», ma perché questo primato della «Cura» vi risulta connesso alla nota concezione dell'uomo come compositum di corpo (terra) e spirito. Cura prima finxit: questo ente ha l'«origine» del suo essere nella Cura. Cura teneat, quamdiu vixerit: l'ente in questione non è abbandonato da questa origine, ma è tenuto sotto di essa e da essa dominato fintanto che «è nel mondo». L'«essere-nel-mondo» ha la struttura d'essere della «Cura». Il nome (homo) gli è conferito non in relazione al suo essere, ma in base a ciò di cui consiste (humus). La decisione intorno alla natura dell'essere «originario» di questo ente spetta a Saturno, al «Tempo». La determinazione preontologica dell'essenza dell'uomo contenuta nella favola ha quindi tenuto presente, sin dall'inizio, quel modo di essere che domina da cima in fondo la sua vicenda temporale nel mondo.

Cura è curare o aver cura di un oggetto diverso da sé. L'uomo, come oggetto diverso da sé ha cura di sé perché non costruisce sé stesso. Non determina sé stesso. Non modifica sé stesso. Cura sé steso in quanto spirito di Giove; humus della terra e morte come trasformazione in Saturno.

Per Heidegger l'uomo appartiene alla cura esattamente come l'uomo appartiene al creato del dio padrone. L'uomo si impegna per ottemperare agli obblighi imposti dal suo dio creatore. La vicenda temporale dell'uomo nel mondo è determinata dal suo obbligo di obbedienza. Una vicenda temporale che è privata di ogni determinazione esistenziale perché, come nella favola di Igino, degli avvoltoi necrofagi pasteggiano con le sue emozioni (il suo spirito), con il suo corpo (l'Humus) pretendendo che il soggetto curi il loro essere pasto mentre famelici si apprestano a consumarlo sulla mensa della sua vita.

L'uomo non determina sé stesso, ma ha cura di sé stesso perché, in quanto creato dal dio padrone, deve permettere a questi di cibarsene.

Scrive Heidegger:

La storia dei significati del concetto ontico di «cura» lascia intravedere ulteriori strutture fondamentali dell'Esserci. Burdach? richiama l'attenzione sul doppio significato del termine cura, per cui essa non significa soltanto «pena angosciosa» ma anche «premura», «devozione». Seneca così scrive nella sua ultima lettera (Ep. 124): «Fra le quattro nature esistenti (albero, animale, uomo, Dio), le ultime due, che sono le uniche fornite di ragione, differiscono per il fatto che Dio è immortale e l'uomo mortale. Il bene dell'uno, cioè di Dio, è compiuto dalla sua natura; dell'altro, invece, cioè dell'uomo, dalla cura: unius bonum natura perficit, dei scilicet, alterius cura, hominis». La perfectio dell'uomo, il suo pervenire a ciò che esso può essere, nel suo esser-libero per le sue possibilità più proprie (per il progetto), è «opera» della «Cura». Cooriginariamente essa determina però anche il modo di essere di questo ente in virtù del quale esso è rimesso al mondo di cui si prende cura (l'esser-gettato). Il «doppio significato» di «cura» indica un'unica costituzione fondamentale nell' essenziale duplicità della struttura del progetto gettato.

Non fanno solo ridere queste persone "austere" che adulano il padrone ed elaborano le teorie stoiche in funzione del padrone che servono con tanta fedeltà più riferibile ai "cani fedeli" che non agli uomini che abitano la loro società. Gli individui austeri che anelano al controllo della corte imperiale leccando il padrone e pronti ad offrire i loro servigi ai potenti.

Scrive Seneca riportato da Heidegger:

«Fra le quattro nature esistenti (albero, animale, uomo, Dio), le ultime due, che sono le uniche fornite di ragione, differiscono per il fatto che Dio è immortale e l'uomo mortale. Il bene dell'uno, cioè di Dio, è compiuto dalla sua natura; dell'altro, invece, cioè dell'uomo, dalla cura: unius bonum natura perficit, dei scilicet, alterius cura, hominis».

Scrive Seneca riportato a cura di Giovanni Reali ed. Rusconi:

Esistono queste quattro nature: vegetale, animale, umana e divina: le ultime due che sono razionali, hanno la medesima essenza, differiscono perché una è immortale, l'altra mortale. Dunque, il bene dell'uno, quello di dio ovviamente, proviene dalla sua natura, quell'altro, cioè dell'uomo, dal suo impegno. Gli altri esseri, privi di ragione, sono perfetti solo nell'ambito della loro natura, non veramente perfetti. Infatti, pienamente perfetto è solo ciò che è perfetto secondo la natura universale, e la natura universale è razionale: gli altri possono essere perfetti solo nel loro genere.

Seneca Lettera 124, 14 Rusconi 1994

Fa sorridere se non facesse male il dolore provocato da questi personaggi che preferiscono avvicinare l'uomo al dio padrone per poter macellare l'uomo dopo averlo privato del suo essere parte della Natura in cui è divenuto. L'uomo, creato dal dio padrone, che tende al dio padrone per essere perfetto come il dio padrone. Non come questi animali da disprezzare. Vanno talmente disprezzati gli animali che l'uomo può essere messo nel campo di sterminio. Tanto, l'anima va al dio padrone il corpo alla terra: e la sua volontà esistenziale? Quella per Seneca come per Heidegger, non esiste!

Scrive Heidegger:

L'interpretazione ontologico-esistenziale non è una semplice universalizzazione ontico-teoretica dell'interpretazione ontica. In tal caso essa significherebbe semplicemente che, sul piano ontico, tutti i comportamenti dell'uomo sono «pieni di cura» e guidati dalla «dedizione» a qualcosa. L'«universalizzazione» è ontologica-a-priori. Essa non concerne qualità ontiche costantemente presenti, ma una costituzione d'essere che funge già sempre da fondamento di esse. Questa costituzione fonda la possibilità ontologica che tale ente sia considerato onticamente come cura. La condizione esistenziale della possibilità delle «preoccupazioni della vita» e della «dedizione» deve esser concepita come Cura in un senso originario, cioè ontologico. L' «universalità» trascendentale del fenomeno della Cura e di tutti gli altri esistenziali fondamentali ha, d'altra parte, l'ampiezza necessaria per fornire il terreno su cui si muove ogni interpretazione dell'Esserci ontico-ideologica, sia che l'Esserci concepisca se stesso come «cura di vivere» e indigenza, sia che lo concepisca in modo opposto.

Sia che io concepisca la mia attività come cura del vivere che come indigenza, l'universalità trascendente del fenomeno Cura fornisce il terreno su cui si muove l'ontico-ideologica dell'esserci.

E se l'ideologia del mio essere esistente non ha nessun concetto di cura, ma esprime necessità di trasformazione di me stesso, della mia struttura emotiva e della mia fisicità per affrontare al meglio il mondo? Io non ho "curato" me stesso perché non ho curato la creazione del dio padrone, ma ho costruito me stesso negando la necessità di un dio padrone al quale Heidegger mi vuole riferire. Solo riferendo l'Essere Umano al dio padrone Heidegger parla dell'essere esistente da curare. Ma l'uomo non è creato dal dio padrone e dunque non deve curare nessuna proprietà del padrone, ma deve costruire sé stesso in una continua relazione col mondo nella quale modifica sia sé stesso che il mondo in cui vive.

Lo schiavo ha la propria struttura emotiva sottomessa, dedicata alla dedizione a qualche cosa; io sono dedito al mio vivere nel mondo. Mi dedico alle passioni perché le passioni alimentano me. Sono dedito a veicolare la mia struttura emotiva nelle relazioni col mondo.

Tutti i comportamenti degli Esseri Viventi in natura, quella Natura dalla quale Seneca e Heidegger mi vogliono separare, son pieni di tensione di espansione di sé stessi come adattamento soggettivo alle variabili oggettive incontrate e l'intelligenza, di ogni essere della Natura, consiste nella veicolazione opportuna delle proprie emozioni nel mondo. Il contrario, l'impedimento alla veicolazione delle emozioni nel mondo, fa nascere l'angoscia. L'angoscia come impedimento all'esistenza che creando sofferenza blocca il soggetto in un presente senza futuro mentre supplica il dio padrone del quale è diventato uno schiavo impotente: come gli zingari e gli ebrei nelle camere a gas.

Se, come afferma Heidegger, tutti i comportamenti dell'uomo sono, come dice, pieni di cura, è perché l'uomo è pieno d'angoscia dalla quale tenta di difendersi. Ma cura l'angoscia, non modifica le condizioni che hanno prodotto l'angoscia. La sua condizione ontologica gli impedisce di uscire dalle condizioni angoscianti in quanto le condizioni angoscianti, secondo Heidegger, sono le condizioni ontologiche della sua esistenza che può attenuare mediante la cura. Per Heidegger non esiste uscita da quella dimensione ontologica in cui l'uomo è ciò che il dio padrone ha creato e l'angoscia è la condizione esistenziale dell'uomo creato da dio.

Ma l'uomo non è creato da un dio pazzo e cretino.

Per contro, l'angoscia dell'uomo è imposta mediante la struttura educazionale cristiana e vissuta dall'uomo allo stesso modo in cui il cane di Pavlov vive la propria condizione nella gabbia.

L'uomo non è creato da un dio pazzo e cretino, ma viene costretto a costruire sé stesso dentro ad una gabbia emotiva in cui può esprimere quelle e solo quelle risposte al mondo e il mondo, che lo rinchiude, ammette da lui quelle e solo quelle risposte costringendo il soggetto che cresce a pensare che quelle, e solo quelle, sono e sue possibilità di espressione emotiva che percepisce come naturali mentre tutto ciò che viola le sbarre di quella gabbia viene percepito come una forzatura innaturale, artificiale, dolorosa, inappropriata.

L'uomo non è creato, è costruito mediante una cura violenta che un sistema sociale, incapace di espandersi nel mondo, mette in atto nei suoi confronti. E lo mette in atto con una tale capillarità che l'ingenuo, guardando il panorama dell'umanità sociale, pensa di scorgere dei caratteri comuni naturali che caratterizzano la "coscienza umana" diversificandola da altre specie e da altri divenire.

Il concetto di "ontico", introdotto nella sua filosofia da Heidegger, sta a significare un riferirsi all'essere esistente nella sua concretezza e nella sua singolarità che diventa selezione e specificità soggettiva del più vasto sistema ontologico che riguarda l'essere in generale sottratto ai fenomeni con cui si manifesta. Per Heidegger risulta fondamentale separare l'ontico dall'ontologico. Lo specifico Essere Umano dagli Esseri Umani. Gli Esseri Umani, pensati ontologicamente, sono esseri umani pensati come "esserci" nel loro vivere il mondo ed "essere" nella loro rappresentazione in sé che diventa ricerca dell'esserci. Gli Esseri Umani ontici sono coloro che nell'esserci praticano la "cura" come addomesticamento dell'uomo all'angoscia. Sia come cura che crea angoscia sia come cura che impedisce all'uomo di uscire dall'angoscia. In questo senso il concetto di cura in Heidegger diventa un concetto universale finalizzato alla distruzione e al dominio dell'uomo. In questo senso, nella filosofia di Heidegger, si fonda l'ideologia ontica nel momento stesso in cui l'uomo concepisce sé stesso e il suo esserci come "cura di vivere".

Scrive Heidegger:

Alla «vuotezza» e all'«universalità» ontiche delle strutture esistenziali fanno riscontro la pienezza e la determinatezza ontologiche loro proprie. La stessa totalità della costituzione dell'Esserci non è perciò qualcosa di semplice nella sua unità, ma rivela un'articolazione strutturale che si esprime nel concetto esistenziale della Cura. L'interpretazione ontologica dell'Esserci ha elaborato l'auto interpretazione preontologica di questo ente come «Cura» elevandola fino al concetto esistenziale di Cura. Tuttavia l'analitica dell'Esserci non mira alla fondazione ontologica dell'antropologia; essa ha un intento ontologico fondamentale. Questo intento ha guidato, anche se inesplicitamente, il corso delle analisi finora compiute, la scelta dei fenomeni e i confini dell'indagine. In vista del problema conduttore del senso dell'essere e della sua elaborazione, è ora necessario che la ricerca si accerti esplicitamente di ciò che ha finora raggiunto. Il che non può aver luogo mediante il riassunto estrinseco dei suoi risultati. Occorre invece riprendere in esame ciò che all'inizio dell'analisi esistenziale si poteva solo abbozzare, affinché, con l'aiuto di quanto è stato chiarito, si giunga a una comprensione più approfondita del problema.

Heidegger costruisce una contrapposizione fra l'essere che abita il mondo e l'essere che violenta il mondo applicando al mondo la sua cura.

L'interpretazione ontologica dell'individuo creato dal dio padrone ha elaborato l'autointerpretazione, secondo Heidegger, preontologica del concetto di cura elevandolo poi a concetto esistenziale.

Riassumendo il tutto, l'ontologia è la scienza aleatoria che pretende di separare l'uomo dal mondo trasformando la solita vecchia divisione di corpo/anima in una nuova divisione che distingue l'esserci nel mondo da un ipotetico essere di cui l'esserci è la sua rappresentazione fenomenologica.

Qui non si sta parlando di scienza, ma di fantasia e di fantasticherie volte a coprire la vuotezza con cui l'individuo abita il mondo dopo aver svuotato il proprio corpo della percezione del mondo e delle sue qualità di abitare un mondo.

In questo vuoto assoluto, generato dalla privazione del corpo delle sue qualità, nasce un desiderio di essere diverso dall'esserci che abita da un lato nelle regioni della fantasia desiderante e, dall'altro, è alimentato nei contenuti dall'immaginazione di una ragione che "sogna" un mondo di problemi risolti partendo dalla sua onnipotenza desiderata.

Da questo delirio desiderante nasce il concetto di cura inteso come lenitivo allo stato d'angoscia che la ragione vive in un mondo che percepisce come estraneo e al quale ha separato la percezione del corpo. La cura diventa l'attività criminale con cui la ragione fissa la separazione di sé stessa dal mondo negando un esserci che abita il mondo per costringere quell'esserci a cortocircuitare su sé stesso in una patologia dell'essere che diventa solo rappresentazione di un delirio fantastico.

La cura di Heidegger ha una duplice azione. Agisce sul soggetto per gestire la sua angoscia nel mondo e agisce sugli Esseri Umani di cui il soggetto si prende cura in funzione della soddisfazione di sé stesso.

La cura in Heidegger non è mai nei confronti delle distorsioni del mondo e delle attività attraverso le quali il mondo costruisce angoscia nei soggetti. La capacità del mondo di costruire angoscia non solo è lasciata intatta dalle riflessioni di Heidegger, ma viene alimentata proprio dalla cura Heidegger che Heidegger applica ai soggetti.

Mi ricorda un "filosofo" un po' demente che durante il Festival della politica di Mestre, parlando a Marghera e spacciando alle persone il concetto di cura Hedeggeriano affermava che tutti devono aver cura del mondo perché, ad esempio, se un bambino corre in mezzo alla strada nel pericolo delle auto, è istintivo fermarlo prendendosi cura di lui. E allora soddisfatto e gratificato da tale azione, sente la riconoscenza del mondo (a parte quella Rom anziana che fece quel gesto nei confronti di un bambino che stava effettivamente andando nel pericolo e fu linciata dai presenti). E così il bisogno di riconoscenza e gratificazione del mondo diventa una necessità patologica che viene soddisfatta buttando segretamente bambini sotto le auto per salvarne alcuni e ricevere, ancora, gratificazione e riconoscenza (i casi di vigili del fuoco che davano fuoco ad edifici per poter intervenire, sono ormai entrati nell'immaginario comune). Come i missionari cristiani che hanno costruito miseria in Africa per poter avere riconoscenza e gratificazione da chi in miseria, obbediente e sottomesso, li ringrazia per una briciola.

Quel concetto di cura che non rimuove le cause del mondo che producono processi di adattamento soggettivi dannosi o distruttivi, è sempre un'azione distruttiva perché non rimuovendo le cause non fa altro che alimentare la presenza dell'angoscia curandone gli aspetti affinché non porti alla distruzione del soggetto in cui esiste e il soggetto continui a mantenere un livello costante di distruzione emotiva nella sua psiche. Una distruzione emotiva che l'individuo è costretto a veicolare nel mondo e a riprodurre come angoscia fino a desiderare la distruzione e l'annientamento della realtà per porre fine alla propria condizione angosciante che viene attribuita, di volta in volta, ad altri uomini: da qui i campi di sterminio come cura.

13 febbraio 2015

NOTA: utilizzato:

Martin Heidegger, Essere e Tempo editore Longanesi 2001 pag. 239 - 243

Seneca, Tutti gli scritti, editore Rusconi

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Claudio Simeoni

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.