Vincenzo Gioberti (1801 - 1852)

Il primato morale e civile degli italiani

Riflessioni sulle idee di Gioberti.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

L'ideologia di Vincenzo Gioberti

Quinta parte

Da quali riflessioni procede Vincenzo Gioberti per parlare della supremazia morale e civile degli italiani?

E' la prima cosa sulla quale dobbiamo riflettere per capire gli intendimenti di Gioberti nella sua volontà di modificare il presente e in che direzione intende modificare il presente nel quale sta vivendo.

Se noi parliamo del filosofo Owen sappiamo che il suo pensiero e la sua azione è finalizzata a costruire un mondo sociale diverso al cui centro mette il benessere delle persone e delle condizioni sociali nelle quali le persone devono vivere.

Quando parliamo del filosofo Rosmini, noi sappiamo che la sua azione è un'azione di disprezzo per l'uomo in funzione della gloria del suo dio padrone. Una gloria del suo dio padrone che vede nella centralità del controllo sociale della chiesa cattolica sull'uomo lo sviluppo della sua filosofia.

Per riuscire a capire che cosa intende Vincenzo Gioberti per "Il primato degli italiani", dobbiamo far parlare Gioberti. Ascoltarlo con attenzione e collocare quanto dice nella storia e nella società che abbiamo vissuto e che si è formata anche attorno alle sue affermazioni sociali e filosofiche.

E' necessario lasciar parlare Vincenzo Gioberti e noi, che lo ascoltiamo, abbiamo il dovere di distinguere l'enfasi della sua esposizione dai contenuti e dagli effetti criminali che quei contenuti esprimono. Quando guardiamo il tempo che ci viene incontro dobbiamo distinguere fra l'oggetto o la situazione che noi desideriamo in questo momento e gli effetti che tale azione produrrà. Se le persone vengono "liberate", nel senso che si rimuovono ostacoli per il loro sviluppo presenti nel momento contingente o nella situazione storica in cui quegli ostacoli si presentano, non è detto che il nuovo che si esprime sia quello immaginato da chi ha proposto di rimuovere quegli ostacoli. Una volta che alcuni elementi nel mondo si modificano, il mondo tende a riorganizzarsi e adattarsi al nuovo compensando con altre azioni. Il mondo si riadatta e si plasma in una nuova condizione e ciò che germina non è il prodotto degli ostacoli rimossi, ma è il prodotto dei processi adattativi del mondo alla rimozione di quegli ostacoli.

Per contro, quando alimento aspettative nei confronti di un oggetto che dovrebbe manifestarsi in un futuro, l'enfasi che metto nella giustificazione di tale oggetto, rende il filosofo responsabile di ciò che germina da quanto egli mette in moto (o la sua filosofia registra). Quando Owen afferma che una diversa condizione sociale modifica le condizioni di lavoro che aumentano la produzione non dice che deve aumentare la produzione, ma dice che deve migliorare le condizioni sociali. L'oggetto sono le condizioni sociali, l'effetto è un aumento della produttività e della produzione. Owen parla del primato della società rispetto alla produzione e la produzione aumenta perché il primato della società diventa centrale nelle osservazioni di Owen.

Ma cosa ci dice Gioberti?

Proviamo ad ascoltare traendo da:

Il primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti scritto nel 1843 Fratelli Broca Editori 1938 Volume II da pag. 45 a pag. 48

Ma io non so capire come si attribuisca in generale al Cristianesimo la civiltà europea, (del che non va oggi scrittore di qualche polso che dubiti), e si possa non aggiudicare in ispecie alla Santa Sede la cultura della nostra penisola: giacchè il Papa è verso la Chiesa universale ciò che l'italico incivilimento verso quello di Europa. Che se l'elemento divino nei due casi sovrasta all'umano, (onde l'Evangelio e il papato precedettero il moderno incivilimento, e non soggiacciono essenzialmente alle sue fortune), non si può già dire a rovescio che l'elemento umano sia indipendente dal divino e possa sussistere o fiorire senza di esso. Così nell'uomo il corpo non può vivere senz'anima, benchè l'anima non abbisogni egualmente degli organi corporei nella loro condizione terrena, come quella, che contiene in sè medesima il principio di una vita propria e immortale. Il primato religioso d'Italia è dunque indubitato, e siccome la religione per la sua natura tiene il primo grado fra le cose umane, ella conferisce agl'Italiani una maggioranza morale e civile. Nel che i dettati della ragione e della storia mirabilmente si accordano. Imperocchè dallo stesso luogo, onde muove l'apostolato, che semina la fede e l'irriga col proprio sangue, escono altresì i soavi influssi, che fanno germinare il divin seme, e lo aiutano a crescere, fiorire, fruttare, rinnovare e perpetuare la messe. E siccome i beni civili, di cui godono i popoli moderni, sono in gran parte propagini della fede romana, ogni ramo divelto dall'Italia non può più rimettere, come pianta succisa; perchè da lei esce la vita perenne, che anima il gran corpo dei popoli redenti, come la luce, che dal sole si sparge ed avviva ogni parte dell'universo. I popoli educati e addomesticati dall'Italia possono bene separarsi dalla sua fede e ripudiar la comune madre, senza perdere la civiltà acquistata; essendo impossibile alle nazioni, come agli individui, il cancellare gli effetti dell'educazione ricevuta, e lo spegnere ad un tratto una lunga assuetudine, Salvo i casi violenti, la disciplina imbevuta a poco a poco, lentamente si perde: benefizio pietoso del cielo, che provvede loro malgrado alla salute dei mortali, e non permette che le fatiche di molti secoli siano annullate dal delirio di un solo istante. Ma se la civiltà, la quale è sempre cattolica nella sua origine, dura nei popoli erranti, e sopravvive alla loro scissura, ella comincia a corrompersi dal primo istante della separazione; perchè destituita dei vari principii che la fondarono e l'accrebbero, dee necessariamente sviarsi nel suo corso. Il suo tralignare generalmente consiste nel proporre i beni che chiamansi materiali ai morali, il piacevole al bello, e l'utile o il dilettevole al buono, al santo ed al vero. Gli agi e i piaceri sono lo scopo finale di questo falso incivilimento, e tutto ciò che conduce a godere e ad arricchire costituisce i mezzi, in cui si travaglia. E siccome lo spirito umano riesce a meraviglia, quando si concentra in uno o pochi oggetti affini, non è da stupire, se l'incivilimento materiale dei popoli corrotti faccia per un certo tempo progressi mirabili, e le scienze fisiche, le opere meccaniche, le industrie, i traffichi, i banchi vi siano condotti a un grado di perfezione dianzi sconosciuto. Ma anche questi incrementi non durano, scampagnati dalla base ed alla regola loro; perchè il corpo sociale non può fiorire a lungo, quando lo spirito appassisce. La sete dei godimenti, che da principio cresce forza agli uomini e gli spinge a pigliare imprese arrisicate, a durar fatiche incredibili per acquistar loro i comodi, la potenza, a lungo andare gli snerva; tanto che al calore dell'ambizione sottentra la fredda ignavia dell'egoismo, e alla cupidità operosa la voluttà molle ed inerte.

Allora la civiltà si accascia da ogni lato, e muor di desidia e di languore, ovvero soccombe alle discordie interne e alle invasioni straniere. La storia è piena di tali esempi, e basta per tutti quello del popolo romano, di cui l'imperio latino fu il morbo, e il bizantino l'agonia. Che se il genio militare degli antichi Romani non potè sottrarsi al fato inevitabile di ogni forza umana, che non si fonda in un principio superiore, il genio industrioso e trafficante dei moderni, quando non sia condito e guidato con savio temperamento, non avrà miglior fortuna, perchè i commerci e gli artificii han d'uopo di base, d'indirizzo e di freno, come il comando e la milizia. La qual norma moderatrice non può trovarsi altrove, che nelle dottrine ideali, la cui perfezione è indivisa dalla parola cattolica. E in che stato, per Dio, tali dottrine sono in Francia, nell'Inghilterra e nella Germania da due o tre secoli in qua? Qual è il principio religioso e il precetto morale, che non vi sia stato distrutto o corrotto dall'audacia dei filosofi affermativi o annebbiato e indebolito dai cavilli degli scettici? Il Cristianesimo, unico perno dei progressi civili, è affatto spento in molti intelletti, o lasciando di essere un dogma, non è oggimai che un'opinione sottoposta ai capricci dell'umore e dell'usanza. Lo stesso teismo razionale, spogliato di ogni nervo, è divenuto un'arida ossatura e quasi l'ombra di sé medesimo; tantochè la teologia e l'etica dei savi più illustri dell'antichità erano assai più vicine al vero, più ortodosse e cristiane, che non la sapienza moderna, quale uscì dalle scuole dei sensisti, panteisti e razionalisti francesi e germanici. La prosperità menzognera di tali popoli è sul pendio di un abisso, e come il colosso descritto da Daniele, ha il capo d'oro e le piante di creta. E già si veggono i segni dell'eccidio, già si sentono i primi crolli, e il fuoco, che dee compiere la rovina, più non cova nè dorme sotterra. Già ne salgon le fiamme; e per ispegnerle non ci vogliono palliativi, ma mezzi efficaci, il primo de' quali è il ritorno dei governi e delle nazioni a quelle credenze, che sole possono sostenere la civiltà vacillante, perchè furono il principio onde nacque. Rivolgano dunque i popoli gli occhi verso l'Italia, antica ed amorosa madre, che. chiude i semi della loro redenzione. L'Italia è l'organo della ragion suprema e della parola regia e ideale, fonte, regola, guardia di ogni altra ragione e loquela; perchè ivi risiede il capo che regge, il braccio che muove, la lingua che ammaestra, e il cuore che anima la Cristianità universale. La qual parola non solo è viva, ma concreta e individua, e in queste sue doti si fonda l'individualità della Chiesa, che non sarebbe una, visibile e perfettamente organata, se non fosse informata e diretta dalla voce suprema del Pontefice. L'Italia, che è la capitale d'Europa, perchè Roma è la metropoli religiosa del mondo, e dovrebb'essere la reggia civile e federatrice della penisola, è la via naturale, per cui si diffonde la sincera semenza di ogni miglioramento. Già Roma pagana avea recata dovunque colla sua lingua la civil sapienza, un costume più mansueto, e la squisitezza della poesia, della facondia e dell'arte greca, mirabilmente contemperate dall'austera maestà del genio latino. Il Cristianesimo conservò questi beni, poichè è noto che non solo il giure, ma la letteratura romana durò senza intermissione nei secoli di ferro, benchè offesa e quasi sepolta dalla regnante barbarie. E non solo custodilli, ma ne purgò l'oro dalla scoria, e riforbitili, li fecondò con quei vivi spiriti di santità, di mondezza e di amore, che l'Evangelio inserì nei cuori degli uomini, e trasfuse nelle loro opere. E quando i barbari ammansati furono atti ad ingentilirsi, chi recò loro l'arte di leggere e di scrivere, fondamento di ogni cultura, chi insegnò loro la nobile lingua del Lazio, chi dettò le prime opere nelle loro rozze favelle, ripulendole e sollevandole dall'uso volgare, se non i messi di Roma e i ministri del nuovo culto? Quanti alfabeti moderni novera l'Europa, e gli scritti più antichi del medio evo, furono quasi tutti opera dei monaci e dei preti. E non solo dall'Italia cattolica uscirono colla religione i primi rudimenti della letteratura, ma ogni pianta gentile, che altrove allignasse; ne uscirono le leggi, i reggimenti, le arti belle, le industrie, i commerci, l'agricoltura, la nautica, che rifiorirono nella nostra penisola, prima che altrove, perchè i principii ne erano sopravvissuti sotto l'egida veneranda del senno pontificale. E che importa all'onore d'Italia, se più secoli appresso alcuni popoli rinnegarono la comune madre? Che prova questa dolorosa scissura, se non che le nazioni, come gl'individui, si rendono talvolta complici di parricidio, e non inorridiscono di ferir colle proprie mani il seno che diede loro la vita? Ma la civiltà, di cui si gloriano questi figli ingrati, è pure un dono italiano; che certo, se le nazioni boreali ai tempi di Arrigo ottavo e di Lutero non fossero già state assai ben costumate e avvezze ad ogni genere di pellegrina cultura, non avrebbero potuto fare i progressi delle età seguenti. Non potreste, arditi Britanni, dominare i mari ed essere i Romani dell'oceano, nè voi, Germani, tener lo scettro in molte parti della profana letteratura, se le flotte cattoliche di Amalfi, Pisa, Genova, Venezia, non avessero insegnata ai vostri maggiori l'arte di signoreggiare i flutti, e se la classica antichità non vi fosse stata dischiusa dai secoli ammirandi di Lorenzo e di Leone. Tanto è vero che all'Italia in virtù de' suoi titoli divini appartengono le origini civili dell'età moderna, che con lei s'immedesimano, e per così dire s'incarnano umanamente nella sua natura, i due principii di creazione e di redenzione, onde deriva tutto il reale . e tutto lo scibile. Cosicchè ella mette in opera e verifica in un certo modo col fatto quei due solenni pronunziati, di cui per altra parte serba intatta, come vedremo, e tramanda la cognizione; insegnando per tal guisa colla parola e coll'esempio, e imitando la cagion prima, che mette in atto sua virtù; perchè la gioventù di una stirpe è il tipo della sua età virile, insieme alle menti finite colla ragione e colla rivelazione. La nazione italiana dalla caduta del romano impero in poi, apparisce nella storia, come creatrice e redentrice dei popoli; e già prima avea mostra questa sua virtù perchè la gioventù di una tirpe è il tipo della sua età virile e il passato, contenendo i germi socchiusi dell'avvenire, lo adombra confusamente, secondo le leggi, che governano il processo di ogni forza cosmica. Come creatrice, ella sortì prima di ogni altra gente coetanea l'ingegno inventore, per cui il vero divino si appalesa naturalmente agli uomini, e comunicollo alle sue figliuole; onde in lei nacque per lungo tempo ogni gentil trovato e in nessun luogo la vena dello scoprire e dell'immaginare è così spontanea e feconda come in Italia. In lei sorsero gli uomini dinamici, il più mirabile dei quali si è Dante; dalla cui mente uscirono le prime faville del moderno sapere in Italia e nell'altra Europa disciplinata.

Il discorso di Gioberti appartiene alla ferocia morale ed etica di assoluto disprezzo per l'uomo. L'uomo non è oggetto in sé, è servo, schiavo, dipendete dal cristianesimo. L'uomo è stirpe, è razza, è disegno divino a cui l'uomo va sottomesso. L'unità d'Italia non si fa per costruire migliori condizioni di vita, ma si paventano migliori condizioni di vita per fissare una schiavitù.

Gli italiani non agiscono per sé stessi e in sé stessi, ma agiscono perché hanno "doni" della chiesa cattolica. Così la storia di Orosio "Contro i Pagani" diventa in Vincenzo Gioberti legittimazione della supremazia degli italiani come razza che ha nel sangue la chiesa cattolica che deve essere il loro faro guida.

Per Vincenzo Gioberti: che gli italiani muoiano ma al servizio e per la gloria della chiesa cattolica.

Il feroce sproloquio di Gioberti ha l'unico scopo di creare sottomissione e schiavitù.

Il popolo, per Vincenzo Gioberti, è costituito da merdacce. Merdacce che si devono sottomettere alla chiesa cattolica che nella logica di Gioberti non è l'organo criminale che ha distrutto la cultura e ha costruito la censura della letteratura distruggendo tutta la conoscenza antica, ma è l'oggetto che ha costruito la scienza attuale. Capovolgere i termini della realtà storica in funzione dell'odio della chiesa cattolica contro gli individui è, per Gioberti, cosa naturale e inclinazione degli italiani. Un'inclinazione alla sottomissione che deve trasformarsi in supremazia dei sottomessi per indurre nella schiavitù di altri popoli per la gloria alla chiesa cattolica.

Quali sono le idee di Gioberti rispetto al potere e ai "padroni sociali"? Quali sono le idee di Gioberti in campo sociale? Qual è la libertà sociale, oggettiva, che Gioberti propone agli Italiani?

Capire il concetto di libertà di Gioberti. Dobbiamo capire, ascoltare e analizzare perché è necessario che si sappia con chi si ha a che fare. E' necessario capire da quali premesse poteva partire l'unità d'Italia. Il delirio di supremazia del mondo di Gioberti è un esempio di farneticazioni di premesse che verranno collocate nell'ambito dell'ideologia nazista. Gioberti allo schiavismo esistente sostituisce un diverso schiavismo, più atroce, ma condito con una visione fantasmagorica in cui richiama "i mari de tocio e le montagne di polenta" della provvidenza favolistica cristiana.

In Gioberti i padroni sono padroni per volontà di dio e i padroni vanno rispettati in quanto si rispetta dio. Il primato degli italiani è il primato dell'ideologia dello schiavo, del suddito-bambino che mediante la carità supplica la benevolenza del suo padrone. Ne consegue che la società voluta da Gioberti è una società che ha come ideale la sottomissione, l'accettazione delle angherie del padrone che devono trovare la comprensione e l'accondiscendenza da parte degli schiavi.

L'ideale dell'unità d'Italia in Gioberti è l'ideale della schiavitù elevata a manifestazione di dio che, venendo accettata dagli italiani, dimostra che gli italiani sono liberi di essere schiavi del loro dio padrone.

L'ideale della supremazia degli italiani, il loro primato, è il primato dello schiavo che rivendica, nei confronti del proprio padrone il suo diritto di essere uno schiavo e impone al suo padrone di perseguirlo qualora lui non dimostra di gradire la libertà di essere uno schiavo ubbidiente.

Scrive Gioberti in Il primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti scritto nel 1843 Fratelli Broca Editori 1938 Volume II da pag. 204 a pag. 206

Un altro debito dei buoni Italiani, che concorre al medesimo effetto di conciliarsi la benevolenza di chi . comanda, è l'amore e la riverenza verso le persone dei loro principi. L'amore per ordinario genera amore; ed è assai difficile che un monarca, il quale si conosca amato da' suoi soggetti, non li riami e non si senta inclinato a beneficarli. Gli acerbi portamenti di chi regge sono talvolta causati dalla durezza restia di chi è retto, e dal dispetto che provano i potenti a vedere mal ricambiate o sinistramente interpretate le loro intenzioni. Spesso accade che un principe vuole il bene e non riesce a operarlo, o per errore involontario, o per cattiva fortuna, o per ostacoli insuperabili: se in tal caso si vede rimeritato a ritroso del suo buon volere e punito di uno sbaglio o di un sinistro incolpevole coll'odio e col disprezzo, egli dovrebbe essere più che uomo a non mostrarne risentimento. Non mancano nella storia luttuosi esempi di tirannidi nate da questa cagione; per cui tali principi, che bene incominciarono e avrebbero tenuta sempre la stessa via, scorati e sdegnati diventarono cattivi, e infine riuscirono pessimi. All'incontro niente più incuora altri a ben fare, niente è più dolce che l'amor del popolo a chi possiede la somma potenza; perchè fra tutti gli onori ch'egli riceve, la benevolenza è il solo omaggio che sia spontanea e possa essergli dinegato. Sforzate adunque i principi a bene operare colla fiducia e coll'affetto; e quando essi cominciano a retribuir l' amor vostro con qualche benefizio, mostratevene grati: così gli animerete a proseguire e a vincere di mano in mano sè stessi in questo nobile aringo. Qual è il sovrano, che non si studierebbe di segnalare ciascun giorno del suo regno con qualche atto di virtù pubblica, se vedesse che ogni suo sforzo è riconosciuto e benedetto, che gli accresce l'amor e la riverenza dell'universale? Perchè chi regna carica di favori i suoi cortigiani, spesso indegnissimi? Perchè crede di esserne amato, e il talento di beneficare è naturalmente eccitato dalla benevolenza. E se i dominanti talvolta errano, ricordatevi che sono uomini e soggetti alle comuni miserie. Ricordatevi che sono anch'essi nostri fratelli di natura e di redenzione, e che la loro grandezza non ci dispensa dal debito che abbiamo di usar verso tutti un benevolo compatimento, pensando nel giudicarli, che quali siamo verso gli altri duri o benigni, tal proveremo un giorno a nostro riguardo il supremo diffinitore. Imperocche grandi e tremendi sono gli obblighi del principe, ma grandi pure e non meno formidabili le tentazioni e i pericoli del principato. L'uomo privato, nato e vissuto fra una moltitudine di eguali e di superiori, soggetto alle leggi, frenato dalle pene, vincolato dall'esempio e dalla consuetudine, non ha gran merito a vedere il bene e schivare il male, quando il commetterlo gli è spesso impossibile, o almeno difficile e pericoloso. Ma chi regna è collocato in condizione molto diversa. Solo in mezzo alla turba, e levato smisuratamente sugli altri uomini, egli è avvezzo sin dagli anni teneri a vedersi intorniato da una folla di adoratori gareggianti con sommo studio a prevenire, non che soddisfare, ogni sua brama. Niuno si appresenta al suo cospetto, se non atteggiato ad arte, e composto il volto, i gesti, le parole, a dimostrazione di profondo ossequio. Come potrà egli discernere il vero fra le menzogne, e penetrar collo sguardo oltre la siepe degli adulanti, che lo circonda? Come potrà guardarsi dai perfidi consiglieri, che cospirano a impadronirsi dell'animo suo, e a travolgerne il nativo senno? Quanti felloni ed ipocriti, che si mostrano teneri del suo onore, sviscerati della sua persona, suoi leali servitori ed amici! Quanti corruttori, che specolano il suo cuore e studiano ogni suo moto, per cogliere l'istante propizio di sviarlo e sedurlo! E che tentazione gagliarda non è il poter cavarsi ogni voglia, senza il menomo ostacolo? Ubbidire a ogni colpevole istinto non solo senza il biasimo, ma col plauso dei circostanti? Abbandonarsi ai piaceri illeciti e alle delizie a dovizia, che non desidera? Quanti sono gl'impedimenti, che per ordinario si attraversano all'uomo di bassa e mediocre fortuna nello sfogo delle sue cupidigie, tanti ha da superarne il principe, per non cedere ad esse e non abusare la sua potenza. Sè nel giudicare le azioni dei regnanti, noi facessimo più stima delle circostanze, che le accompagnano, e considerassimo ch'essi non hanno nulla a comune cogli altri uomini, salvo le passioni e l'ingenita debolezza dell'umana natura, andremmo più a rilento nel condannarli con sopracciglio fariseo. Saremmo più pronti a saper loro grado del bene che operano; e quando sdrucciolano in qualche fallo, ciascuno di noi direbbe: che cosa avrei fatto trovandomi in sua vece, io suddito?' Ho ragion di credere che sarei più savio e più virtuoso, se, nato principe, fossi vissuto sin ora fra le pompe e le lusinghe di una reggia? E se chi comanda fosse in mio luogo e avesse i vantaggi nella mia umile sorte per conoscere il vero bene, non sarebbe forse migliore di me? Certo le difficoltà del regnare iscusano i cattivi principi dinanzi a Dio, che dando a chi è sul trono i diletti e gli onori della somma potenza, e la facoltà veramente invidia bile di poter beneficare le generazioni presenti e avvenire di tutto un popolo, richiede tanto più strettamente che bene si adoperi un privilegio così segnalato. Non gli scusano nè anco al cospetto dei sudditi; i quali hanno il diritto di pretendere che chi possiede la prerogativa del comando, ne adempia fedelmente i carichi, e non soprusi il potere che gli è conferito. Onde erra gravemente chi crede che sia interdetto ai sudditi il giudicare le azioni pubbliche dei rettori, purchè lo facciano con cognizione di causa, equità e moderanza; conciossiachè questo giudizio è utile ai principi stessi, come un freno salutare, e quasi morale sindacato, una censura nazionale, che è la guardia più efficace delle buone leggi e il ritegno più forte per impedire gli eccessi dei dominanti. Ma i sudditi non debbono mai dimenticare eziandio in questo caso l'obbligo universale della indulgenza e carità cristiana, e il debito speciale della riverenza verso chi è investito del primo grado civile. Il Cristianesimo abbellì, nobilitò, santificò la monarchia, ritornandola a' suoi principii, rappresentandola, come una paternità sociale, e restituendole quel carattere soave ed augusto del patriarcato primitivo, di cui i Cinesi soli serbano un'ombra fra tutti i popoli pagani. Questa idea tenera e sublime tempera la maestà del sommo magistrato e l'addolcisce col più caro e naturale degli umani affetti, scemando per tal modo lo spaventoso intervallo, che divide il sovrano dal suddito, e stringendoli insieme con quel modo, che gli estremi avvicina e la disparità agguaglia, qual si è l'amore reciproco del padre e dei figliuoli. Or chi è così disumano, che possa essere troppo rigido e inesorabile scrutatore verso l'autor de' suoi giorni? Amate dunque, o Italiani, i principi che Iddio vi ha dati; amateli e osservateli, come padri vostri, passate loro con sopportazione i falli leggieri, e siate riconoscenti dei servigi che ne ricevete. Ringraziate il cielo se sono buoni, e se la furia infernale della tirannide, la quale in altri tempi spaventò anche l'Italia, oggi più non osa mostrarsi e imperversare che verso 1'0rsa; e studiatevi a renderli anco migliori, sforzandoli coll'amore e colla riverenza a superar sè medesimi nel nobile impegno di beneficarvi.

Il fantasmagorico di Vincenzo Gioberti è un abbellimento del diritto alla schiavitù considerando disumani ed inumani quegli uomini che nella loro vita pretendono di determinare sé stessi.

E' uno dei "difetti" degli italiani indotto educazionalmente:

Un altro debito dei buoni Italiani, che concorre al medesimo effetto di conciliarsi la benevolenza di chi . comanda, è l'amore e la riverenza verso le persone dei loro principi.

L'attività di mafia con cui si costruiscono delle relazioni particolari prescindendo dalla società e dalle sue regole, è un ideale giobertiano. Le regole e le leggi sono cose assurde per il dio dei cristiani e gli uomini, sottoposti alla ferocia di leggi distruttive, hanno come sola soluzione la ricerca della benevolenza del padrone. E' lo stesso meccanismo per cui si cerca l'accondiscendenza del capomafia.

Gioberti non fa altro che riproporre, sotto farneticazioni filosofiche, le affermazioni dei seguaci di Gesù che invitavano le persone a mettersi in ginocchio davanti a loro giustificando ogni forma di possesso degli uomini e negando l'autodeterminazione dell'uomo.

Per Vincenzo Gioberti, far fessi gli italiani è un'azione prioritaria: sono dei buoni schiavi che debbono obbedire ai loro padroni. Da Gesù è nata quella che noi pensiamo come schiavitù. Quella schiavitù della struttura emotiva che non era mai esistita prima dell'arrivo dell'ebraismo e del cristianesimo. Quella schiavitù al centro della predicazione degli apostoli e che qualifica gli apostoli come i più feroci schiavisti della storia.

Riporto un po' di citazioni dalle lettere degli apostoli che Gioberti ha usato per forgiare il suo odio contro le persone affinché siano schiave sottomesse ai loro padroni come alla chiesa cattolica:

"Doveri verso l'autorità Ognuno sia soggetto alle autorità superiori; poiché non c'è un'autorità che non venga da dio, e quelle che esistono sono costituite da dio. Perciò chi si oppone all'autorità resiste all'ordine stabilito da dio; e coloro che resistono attirano la condanna sopra sé stessi. I magistrati non son di timore per le buone azioni, ma per le cattive. Vuoi tu non aver paura dell'autorità? Diportati bene e riceverai la sua approvazione. Essa è infatti ministra di dio per il tuo bene. Se invece agisci male, temi; non per nulla essa porta la spada: è infatti ministra di dio, esecutrice di giustizia contro chi fa il male. E' necessario, quindi, che siate soggetti, non solo per paura della punizione, ma anche per motivo di coscienza. Per questo dovete anche pagare le imposte: perché sono pubblici funzionari di dio, addetti interamente a tale ufficio. Rendete a tutti quanto è dovuto: a chi l'imposta, l'imposta; a chi la gabella, la gabella; a chi la riverenza, la riverenza; a chi l'onore, l'onore."

Paolo di Tarso, lettera ai Romani 13, 1-7

"Schiavi, obbedite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne, non solo quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con sincerità di cuore, per timore del signore. Tutto quello che fate, fatelo di cuore, come per il signore e non per gli uomini, sapendo che riceverete in ricompensa l'eredità dalle mani stesse di dio. E' a cristo signore che voi servite. Chiunque, invece, commette ingiustizia, commetterà secondo l'ingiustizia commessa: non vi sarà accettazione di persone."

Paolo di Tarso, lettera ai Colossesi 3, 22-25

"Servi siate sottomessi con ogni rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli che sono buoni o ragionevoli, ma anche a quelli di carattere intrattabile. Poiché piace a dio che si sopportino afflizioni per riguardo verso di lui, quando si soffre ingiustamente. Infatti che gloria vi è nel sopportare di essere battuti, quando si ha mancato? Ma se voi, pur avendo agito rettamente, sopportate sofferenze, questo è gradito davanti a dio. Anzi è appunto a questo che voi siete stati chiamati, perché Cristo pure ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme."

I Pietro 2, 18-21

"Schiavi obbedite ai vostri padroni di quaggiù con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come cristo, non soltanto quando siete sotto i loro occhi, come se doveste solo piacere a uomini, ma come servi di cristo, che fanno di buon cuore la volontà di dio."

Paolo di Tarso, lettera agli Efesini 6, 5-6

"Gli schiavi siano sottomessi ai loro padroni in tutto: cerchino di piacere a loro, non li contraddicano, non li frodino, ma si diportino sempre con perfetta fedeltà, per far onore in tutto alla dottrina di dio, nostro salvatore."

Paolo di Tarso, Lettera a Tito 2, 9

"Con gli schiavi Tutti coloro che sono sotto il giogo della schiavitù stimino i loro padroni degni di rispetto, affinché non si dica male del nome di dio né della sua dottrina. Quelli, invece, che hanno padroni cristiani, non pensino di poterli disprezzare col pretesto che sono fratelli, anzi, li servano con ancor maggior impegno, proprio perché sono credenti e cari a dio. Ecco le cose che devi insegnare e raccomandare."

Paolo di Tarso, lettera a Timoteo 6, 1-2

"Ma si deve riconoscere che Dio è verace, mentre ogni uomo è menzognero, come sta scritto: "Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando vieni giudicato". Ma se la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio, che dedurremo? Dio è forse ingiusto quando scatena la sua ira? (parlo della maniera umana). No, certo: altrimenti come potrebbe Dio giudicare il mondo? E se a causa della mia menzogna, la veracità di Dio rifulge maggiormente a gloria sua, perché io dovrei ancora essere giudicato un peccatore? Meglio, perché non dovremmo metterci a fare il male, perché ne venga il bene? Così alcuni ci accusano di affermare. La condanna di costoro è giusta."

Paolo di Tarso, lettera ai Romani, 3, 4-8.

La ferocia di Vincenzo Gioberti è la stessa ferocia di Paolo di Tarso che, nel tentativo di procurare schiavi per il cattolicesimo, ha esteso la schiavitù oltre le relazioni economiche nelle quali, fino ad allora, era confinata.

Tutto il pensiero di Gioberti non è altro che riaffermazione degli apostoli delle affermazioni con cui Gesù intendeva stuprare l'umanità e i diritti individuali del singolo uomo per la gloria del suo dio padrone.

Che ne è del "primato morale e civile degli italiani" se il primato degli italiani consiste nel mettersi in ginocchio davanti al padrone, costringere i bambini, i loro figli, in ginocchio davanti al padrone e muovere guerra ad altri popoli affinché, a loro volta, fossero schiavi del padrone?

Il primato degli imbecilli e dei codardi!

Questo era l'intendimento di Vincenzo Gioberti nei confronti degli italiani e questo era l'intendimento di Giuseppe Mazzini venuto dopo di lui. L'intendimento della Giovane Italia. La Giovane Italia, una setta di schiavisti che attraverso l'enfasi legittimava lo schiavismo in nome del dio padrone.

C'è differenza fra quanto afferma Vincenzo Gioberti:

Ma i sudditi non debbono mai dimenticare eziandio in questo caso l'obbligo universale della indulgenza e carità cristiana, e il debito speciale della riverenza verso chi è investito del primo grado civile.

E quanto afferma Paolo di Tarso nella lettera agli Efesini?

"Schiavi obbedite ai vostri padroni di quaggiù con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come cristo, non soltanto quando siete sotto i loro occhi, come se doveste solo piacere a uomini, ma come servi di cristo, che fanno di buon cuore la volontà di dio."

Paolo di Tarso lettera agli Efesini 6, 5-6

Si tratta sempre della riaffermazione del padrone contro le persone ridotte in schiavitù che devono continuare ad essere schiave e far della schiavitù la loro "carità cristiana" nei confronti del loro padrone che è il rappresentante del dio padrone.

Non si tratta forse di tradimento dell'uomo quello espresso da Vincenzo Gioberti quando afferma:

Il Cristianesimo abbellì, nobilitò, santificò la monarchia, ritornandola a' suoi principii, rappresentandola, come una paternità sociale, e restituendole quel carattere soave ed augusto del patriarcato primitivo, di cui i Cinesi soli serbano un'ombra fra tutti i popoli pagani. Questa idea tenera e sublime tempera la maestà del sommo magistrato e l'addolcisce col più caro e naturale degli umani affetti, scemando per tal modo lo spaventoso intervallo, che divide il sovrano dal suddito, e stringendoli insieme con quel modo, che gli estremi avvicina e la disparità agguaglia, qual si è l'amore reciproco del padre e dei figliuoli.

E non è forse la stessa cosa del tradimento criminale dell'uomo quello espresso da Pietro nella prima lettera?

"Servi siate sottomessi con ogni rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli che sono buoni o ragionevoli, ma anche a quelli di carattere intrattabile. Poiché piace a dio che si sopportino afflizioni per riguardo verso di lui, quando si soffre ingiustamente. Infatti che gloria vi è nel sopportare di essere battuti, quando si ha mancato? Ma se voi, pur avendo agito rettamente, sopportate sofferenze, questo è gradito davanti a dio. Anzi è appunto a questo che voi siete stati chiamati, perchè Cristo pure ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme."

I Pietro 2, 18-21

L'obbedienza servile viene abbellita dal cristianesimo spacciando il suo dio padrone sanguinario come padre ad imitazione del padre umano. Ma questo si chiama tradimento dell'umanità. Anziché condannare l'assassino che riduce l'umanità in schiavitù, si legittima la schiavitù per deresponsabilizzare l'assassino affinché diffonda ulteriormente la schiavitù chiamandolo "padre" ad imitazione dei rapporti umani che impongono al neonato la figura di un padre criminale che, anziché aiutare il figlio ad armarsi per affrontare con onore la sua vita, gli impone il modello del padre del "figliol prodigo" pronto a macellare il vitello grasso per celebrare la sua vittoria sul tentativo del figlio di diventare indipendente da lui: il padre "del figliol prodigo" celebra la conferma che suo figlio è il suo schiavo.

Quando Gioberti dice:

Saremmo più pronti a saper loro grado del bene che operano; e quando sdrucciolano in qualche fallo, ciascuno di noi direbbe: che cosa avrei fatto trovandomi in sua vece, io suddito?

Non fa altro che giustificare l'attività criminale del sovrano che reprime il diritto di parola, il diritto di critica e il diritto del cittadino di condannare l'amministratore. Un cittadino che, vilmente, Gioberti chiama "suddito" come sinonimo di schiavo. Lo schiavo che non deve permettersi di avere la stessa indipendenza del padrone; i figli che non si devono permettersi di gestire la vita indipendentemente dal "padre". L'attività di schiavista di Gioberti ritarderà il superamento dell'odio cristiano che avrà, nel diritto di famiglia, la condanna dell'odio giobertiano.

Quando Gioberti dice:

Amate dunque, o Italiani, i principi che Iddio vi ha dati; amateli e osservateli, come padri vostri, passate loro con sopportazione i falli leggieri, e siate riconoscenti dei servigi che ne ricevete. Ringraziate il cielo se sono buoni, e se la furia infernale della tirannide, la quale in altri tempi spaventò anche l'Italia, oggi più non osa mostrarsi e imperversare che verso 1'0rsa; e studiatevi a renderli anco migliori, sforzandoli coll'amore e colla riverenza a superar sè medesimi nel nobile impegno di beneficarvi.

Non sta forse ripetendo lo stesso incitamento alla schiavitù di Paolo di Tarso?

"Schiavi, obbedite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne, non solo quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con sincerità di cuore, per timore del signore. tutto quello che fate, fatelo di cuore, come per il signore e non per gli uomini, sapendo che riceverete in ricompensa l'eredità dalle mani stesse di dio. E' a cristo signore che voi servite. Chiunque, invece, commette ingiustizia, commetterà secondo l'ingiustizia commessa: non vi sarà accettazione di persone."

Paolo di Tarso, lettera ai Colossesi 3, 22-25

Il modello viene trasformato da Vincenzo Gioberti nel modello del "primato morale e civile degli italiani" che diventa il primato del possesso del dio padrone degli italiani trasformati in sudditi, schiavi sottomessi, terrorizzati da leggi criminali. Nella mente di Vincenzo Gioberti gli italiani prendono il posto degli ebrei come popolo eletto di dio e operano affinché tutti gli altri popoli si mettano in ginocchio davanti al suo dio padrone. Come gli ebrei hanno operato nella bibbia macellando tutti coloro che non si mietevano in ginocchio davanti al loro dio, come i sacerdoti di Baal.

Questo è il senso dell'esaltazione teologica di Vincenzo Gioberti.

Nel tentativo di trasformare gli italiani in schiavi attraverso l'idea di unità del popolo eletto, Gioberti giustifica l'aggressione alla struttura emotiva degli italiani esaltando l'orrore della teologia cattolica che, impossessandosi della struttura emotiva dell'uomo, giustifica tutti quegli atti che le consentono di costringere l'uomo all'accettazione della sua fede e la sottomissione al suo dominio sull'uomo.

Scrive Vincenzo Gioberti nel Primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti scritto nel 1843 Fratelli Broca Editori 1938 Volume III da pag. 53 a pag. 56

La libertà propria della teologia cattolica è quella, che si confà ad una scienza adulta, costituita, e fondata su principii incommutabili; cioè ugualmente aliena dalla schiavitù e dalla licenza. Coloro che argomentano dall'immutabilità delle basi contro il libero e progressivo andamento di quella, e la disprezzano come stazionaria o retrograda, dovrebbero del pari pigliarsela contro le matematiche; le quali, per quanto io mi sappia, non sono padrone di rivolgere a lor talento i pronunziati. Su cui si fondano. Ma non che questa condizione torni in lor pregiudizio, esse se ne vantaggiano; perchè la fermezza dei principii, che le guidano, e dei dati, in cui si esercitano, contribuisce a dar loro quella eccellenza; per cui si chiamano esatte .. La perfezione del lavoro scientifico non consiste nella mutabilità e quindi nella incertezza delle sue fondamenta; perchè a questo ragguaglio una scienza sarebbe tanto più perfetta, quanto più è bambina, e vacillante fra le conghietture e le ipotesi in aria; e crescendo e assodandosi, si scosterebbe dalla perfezione; tanto che perfettissimo fra tutti i sistemi dovrebbe dirsi lo scetticismo, che pur è un ludibrio ripugnante e capriccioso dello spirato e la negazione assoluta del sapere, la cui essenza risiede nella esplicazione di un organismo ideale, retto da leggi e condizioni determinate e. Ora la teologia ortodossa partecipa al privilegio che hanno le matematiche di essere perfettamente organate, e di poter crescere con un moto graduato ed equabile, senza opera di rivoluzioni; giacchè le rivoluzioni occorrono nelle scienze, quando i trovati novelli e le scoperte distrugono o rimutano essenzialmente le cognizioni antiche. Quindi è che le' discipline sacre, come le calcolatrici, si chiamano esatte, perchè si fondano su un concreto invariabile e ben circoscritto; il quale, riguardo alle prime, versa nella tela del verbo rivelato, come rispetto alle seconde, nell'intuito del tempo e dello spazio, che sono il verbo razionale, poichè in essi il concetto intellettivo porta seco il segno che lo esprime sensatamente, atteso la natural parentela dell'intelletto e della immaginazione nel rappresentare quelle due forme. Donde anche deriva l'universalità del consenso, che privilegia tali discipline; perchè mentre le altre parti della enciclopedia si dividono quasi tutte in diverse' scuole e famiglie tenzonanti fra loro anche sui punti capitali, i teologi cattolici, come i matematici, insieme si accordano nella sostanza dei loro insegnamenti. Il parlare della concordia dei teologi può parere ridicolo, quando l'istoria è piena delle loro interminabili dispute; ma egli è da notare che le guerre civili della teologia versarono quasi sempre sugli accessorii, e non sul principale; e siccome il predominio dell'accidente sulla sostanza è un grave disordine. queste liti non entrarono' a turbare i sacri studi, che in età assai recente, dappoichè trasportato il loro seggio più cospicuo d'Italia in Francia, essi scaddero e tralignarono dalle proprie origini. Notisi infatti che sinchè la teologia fu governata' dal senno italiano e durò nel suo fiore, le guerre di essa furono quasi tutte estrinseche, cioè contro gli eretici e gli acattolici di ogni maniera; e quindi opportune, profittevoli e suscettive di ottimo riuscimento. Laddove le altercazioni inutili e senza fine cominciarono solo nel secolo diciassettesimo; e i teologi gallicani coi sottigliumi concettuali o verbali, e colle dialettiche loro capestrerie imitarono i bisantini, che facevano stillati speculativi su cose frivolissime, quando la bandiera di Maometto era alle porte della città. Così, mentre i falsi filosofi spiantavano le basi della rivelazione, i cattolici si lambiccavano il cervello sul mistero della grazia, e rendevano la religione parte odiosa e parte ridicola. La teologia, invece di essere la regina delle scienze, diventa un piato meschino e contennendo, quando pospone il culto del dogma a quello delle opinioni, e torce le sue batterie contro sè stessa, invece di appuntarle contro i nemici della fede. Certo il dogma rivelato e circoscritto dal magisterio autorevole lascia intorno a sè un margine indefinito, e dà luogo a diversi pareri più o meno gravi e fondati, secondo che più o meno si accostano a quello; e coloro che, trascorrendo in un altro eccesso, vorrebbero obbligare i teologi a preferire affatto le materie opinabili, non se ne intendono. Ma in ogni caso le opinioni debbono sottostare al dogma, essere trattate con gran parsimonia, e aversi in conto di semplici accessori; sovrattutto se per la, materia riguardano soltanto la speculazione, e non si connettono strettamente colla pratica. Il voler misurare le cognizioni dalla curiosità e risolvere ogni quesito che si affacci allo spirito, è cosa ridicola in ogni genere, ma principalmente nelle scienze divine, i cui confini vengono determinati dai termini insuperabili della rivelazione, come quelli delle fisiche dalla osservazione e dalla esperienza; e l'obblio di questa sobrietà sapiente fu il difetto principale della Scolastica, e la cagione potissima della sua declinazione. La libertà cristiana si esercita nel campo delle opinioni, come l'autorità in quello dei dogmi; e dal conserto armonico delle due molle nasce lo squisito temperamento della dottrina cattolica, per cui ella è ad un tempo stabile e progressiva. Questi due principii si trovano sempre a fronte l'uno dell'altro nella storia delle scienze teologiche; giacchè, se l'uno prevalesse, l'insegnamento diverrebbe licenzioso ed eterodosso, ovvero inerte e infecondo, se l'altro predominasse. Essi rispondono ai due componenti della scienza, l'uno dei quali è subbiettivo e consiste nella riflessione libera, l'altro è obbiettivo e risiede nell'Idea parlata: questo riguarda la materia sustanziale e la regola del sapere, quello concerne la dottrinale sua forma. E siccome gli elementi scientifici s'individuano negli scienziati, la dualità e il contrapposto degli uni spicca nelle varie famiglie degli altri, e si vede sovrattutto nella storia dei vari ordini religiosi, considerati come strumenti enciclopedici del pensiero cattolico e cristiano. Così i Benedettini, che sono i più antichi claustrali di Occidente, esprimono la potenza cogitativa nel suo grado più semplice e popolare, che è la semplice storia, o raccolta di nozioni e di fatti, non ancora ordinati in corpo di scienza; ond'è che i dotti di questo illustre instituto rifulsero specialmente nella varia erudizione, e al dì d'oggi cominciano in Italia ed in Francia a rinnovare l 'antica gloria. La scienza entrò nel chiostro coi Francescani e coi Domenicani ; i quali si partirono fra loro il Logo scientifico, che è il principio obbiettivo e autorevole della sapienza cristiana, secondo che diedero il predominio all'uno o all'altro de' suoi due componenti. Laonde presso i primi prevalse l'Idea schietta, propria dell'intuito e generativa della contemplazione; apposi secondi l'Idea parlata, appresa dalla riflessione e produttiva del discorso; ond'essi chiamaronsi frati predicatori. Per cogliere questa armonica contrarietà dei due ordini, si ragguaglino insieme Bonaventura e Tommaso; le dottrine dei quali insieme accoppiate formano il vero e compiuto realismo dei bassi tempi, che si cercherebbe indarno nei loro sistemi disgiunti; giaochè l'uno poco si scosta dall'intuito, e l'altro si ferma nella riflessione. I Gesuiti venuti più tardi esercitarono unitamente il doppio ufficio; perchè al di fuori e verso i Protestanti promossero il principio autorevole, dentro e nelle scuole cattoliche difesero la libertà cristiana, cosi negli ordini civili del giure, come in quelli dell'insegnamento. Laonde nel punto stesso che il Bossuet e gli scrittori di Portoreale consacravano l'abuso della potenza nei principi, ed esercitavano essi medesimi nel campo delle opinioni un dominio intollerabile, i Gesuiti propugnavano i diritti moderati delle scuole e dei popoli. E benchè il modo, con cui la libertà didascalica venne usata da quest'ordine illustre, non sia sempre stato egualmente opportuno, ora sciupandosi il tempo intorno a quistìoni di poco momento, ora trascorrendosi tropp'oltre, specialmente nelle cose che s'attengono ai costumi, ora volgendo le controversie e la scienza a fini secondari e non degni della loro grandezza, tuttavia la tutela del principio in sè stesso fu utilissima, mantenendo nell'insegnamento teologico una condizione richiesta a' suoi futuri progressi. Imperocchè l'insazietà dello spirito umano è tale, che se certi teologi avessero balìa di determinare perentoriamente il vero, le definizioni in poco tempo si moltiplicherebbero a segno da invadere tutta la scienza e distruggere la facoltà elettiva nelle materie opinabili. Il che sarebbe solo ragionevole, quando la rivelazione adeguasse il sovrintelligibile; ma stando il contrario, e ogni punto luminoso di quella avendo il suo lembo e la sua penombra, che digrada e svanisce, come una fiaccola tralucente nel buio notturno, la Chiesa procedette sempre con grandissimo riserbo nel condannar le opinioni, nè mai permise ad alcun privato il far le sue veci, togliendo ai fedeli la balìa di eleggere riguardo alle cose, in cui il divino Spirito, aprendo men pienamente il vero, l'ha conceduta agli uomini. Perciò nello stesso modo ch'ella tutelò sempre la libertà dell'arbitrio sotto l'azione onnipotente di Dio, e la libertà dello stato sotto l'indirizzo spirituale del Papa, così mantenne costantemente la libertà delle opinioni sotto l'impero del dogma. La quale libertà, temperata dal suo contrario, è la sola che non può trascorrere in licenza, perchè nasce dalla sovranità medesima, ed è un legittimo suo parto.

Per Vincenzo Gioberti la ferocia e l'inumanità della teologia cattolica diventa il modo di pensare degli italiani che, come popolo eletto del dio padrone, trovano nella chiesa cattolica il faro che illumina il loro cammino spirituale.

Il dio padrone, il macellaio di Sodoma e Gomorra, viene elevato a modello comportamentale in cui si risolve il "primato civile e morale degli italiani". Il criminale in croce, arrestato nella pratica della pederastia, indica la pederastia a modello comportamentale in cui si risolve il "primato civile e morale degli italiani".

E' la chiesa cattolica che "concede" agli italiani. Gioberti vuole nascondere il fatto che gli italiani vengono costretti nella miseria e nell'indigenza dalla chiesa cattolica che li rapina sistematicamente del loro lavoro, delle loro proprietà e della ricchezza che loro hanno costruito col loro lavoro generazione dopo generazione.

Il neoguelfismo insanguinerà l'Italia in quanto priverà gli italiani di un governo civile, su base non cattolica, in funzione di un assolutismo cattolico che porterà alla nascita del fascismo in Italia.

L'odio di Vincenzo Gioberti per gli uomini è lo stesso odio viscerale per cui Tommaso d'Aquino benediva e legittimava i roghi sui quali venivano bruciati vivi i "nemici" della fede cattolica. L'odio di Vincenzo Gioberti era legato al dio padrone al punto tale che le sue osservazioni, in relazione all'educazione e alla scuola, non erano finalizzate al benessere dei cittadini, ma erano funzionali ad addestrare meglio i cittadini a sottomettersi al dogma della chiesa cattolica.

In Gioberti l'uomo è libero di essere schiavo del dio padrone.

La chiesa cattolica e i cristiani disarmano l'uomo davanti alla vita. Lo rendono impotente nell'affrontare la vita senza l'idea del dio padrone al di là del ruolo sociale che ricoprono e le relazioni emotive che li legano al dio padrone e questa incapacità degli uomini, costruita con grande impegno dalla chiesa cattolica e dai cristiani, è vista da Vincenzo Gioberti come una condizione naturale.

Scrive Engels nel 1877 nell'Antiduring (pag. 105 dell'Antiduring di Friedrich Engels Editori Riuniti ed. 1971):

"Che la forma di consenso sia mantenuta o calpestata, la servitù resta servitù. L'entrata volontaria nello stato servile dura per tutto il medioevo in Germania, sin dopo la guerra dei trent'anni. Quando la Prussia, dopo le sconfitte del 1806 e del 1807, fu abolita la servitù della gleba e con essa l'obbligo per i graziosi signori di soccorrere i loro sudditi in caso di bisogno, malattia e vecchiaia, i contadini presentarono petizioni al re per essere lasciati ancora nella servitù, altrimenti chi li avrebbe soccorsi nella miseria?"

Ed è la strategia di Vincenzo Gioberti che fa della miseria e delle condizioni di vita inumane la legittimazione dell'ideologia cattolica con cui possedere e stuprare gli uomini. Una legittimazione che è legittimazione di ogni orrore che si possa compiere contro il diritto degli uomini di determinare la loro vita.

Il disprezzo di Vincenzo Gioberti per gli italiani era tanto forte da incontrare l'approvazione del re Carlo Alberto che nel dicembre del 1848 lo nominò Primo Ministro. Carica che detenne fino al febbraio del 1849. La restaurazione cattolica dopo la rivoluzione francese stava volgendo al termine portando a buon fine la distruzione degli ideali sociali con cui Robespierre aveva imposto il concetto di uguaglianza, fraternità e libertà. La schiavitù a cui Gioberti aveva tanto contribuito si stava fissando. La schiavitù degli uomini in catene stava giungendo ad una nuova meta. Il colonialismo si stava affermando con la partecipazione attiva e primaria dei missionari cristiani.

Con Vincenzo Gioberti la costruzione di condizioni coercitive nelle quali costringere gli uomini affinché si sottomettano al dio padrone, per estensione al re e alla chiesa cattolica, diventa progetto pensato dentro a progetti già applicati, attraverso la distruzione della cultura, da 1600 anni di dittatura sull'uomo da parte della chiesa cattolica.

Il genocidio come reato giuridico assume il connotato di apologia del genocidio e come tale entra prepotentemente nell'educazione cattolica imposta mediante la religione cattolica nelle scuole pubbliche. Che cosa significa applicare il principio di apologia del genocidio nell'educazione? Significa costringere i ragazzi a risolvere le contraddizioni sociali pensando che l'altro si possa solo ammazzare in quanto l'altro, come sé stesso, è creato ad immagine del dio padrone. Con l'altro non si discute, non si cammina assieme, o si sottomette o si uccide. O ci si sottomette o lo si uccide.

Con Gioberti l'educazione al genocidio rispetto all'altro, al diverso, diventa metodo con cui risolvere le questioni sia fra Stati che fra singoli individui. E' il metodo con cui il dio di Vincenzo Gioberti risolve la questione con Sodoma e Gomorra o con la quale il dio padrone di Gioberti risolve la questione con l'umanità nel suo diluvio universale.

Tutta la filosofia farneticante di Vincenzo Gioberti sul "primato morale e civile degli italiani" si riassume col delirio cristiano del popolo eletto che macella tutti gli altri popoli perché il popolo eletto, avendo la chiesa cattolica a padrona, può stuprare tutti per mettere tutti i popoli in ginocchio davanti alla chiesa cattolica e a sé stesso che funge da braccio armato della stessa.

Il Bignami di filosofia del 1984 riassume in questo modo l'idea giobertiana del primato degli italiani:

1) Il processo di elevazione dell'umanità, cioè il ritorno dell'esistente all'ente, può avvenire soltanto mediante la realizzazione di un ordine morale delle cose.

2) In esso ha grande importanza il popolo, che è il vero protagonista della storia. Ma nel popolo si trovano uniti due fattori: la plebe e l'ingegno. La plebe, riconoscendo l'importanza e la responsabilità dell'ingegno, deve ubbidirgli, perché esso solo è in grado di realizzare un ordine morale.

3) In Italia, in particolare, le masse popolari non sono che plebe, moltitudine informe, mentre l'ingegno si concretizza nella chiesa cattolica e nel papato. Infatti l'ordine morale, che deve presiedere alla vita politica, ha la sua guida nella rivelazione, e di quest'ultima è depositaria la chiesa cattolica.

4) Proprio perché in Italia hanno sede la chiesa e il papato, che costituiscono la forza di propulsione della storia, il popolo italiano, inteso come realtà storica obiettivata, ha per il suo passato un primato morale e civile nel mondo.

In questo modo si riassume l'orrore e l'odio per l'Italia contenuto nelle affermazioni di Gioberti e in questo modo si occulta l'odio per gli italiani di Gioberti agli studenti che aprono il compendio di Storia della Filosofia.

Con questo riassunto gli studenti non si rendono conto di quanto odio grondi l'idea di Gioberti relativa al Primato morale e civile degli Italiani. Gli studenti vengono indotti a pensare che sia solo una disputa teologica e non l'organizzazione criminale di una violenza che ha lo scopo di privare gli italiani della loro capacità di critica nel mondo menomando la loro vita. Sembra una disputa su norme morali e non la frusta che genera il genocidio della psiche degli italiani.

Nel 1994 ho commentato in questo modo il pensiero di Vincenzo Gioberti partendo dalla sintesi del Bignami, il Compendio di storia della filosofia del 1984. Osservazioni che sono tutt'ora valide. Per questo le riprendo per far di quelle osservazioni testo integrante questa pagina del commento del pensiero di Vincenzo Gioberti.

Con le idee neoplatoniche Gioberti, seguendo la tradizione cattolica, legittima la disperazione che semina fra gli uomini. La morte non è un ritorno alla nascita, ma la fine delle trasformazioni sul piano fisico. In altre parole tutta l'umanità è portata a morire sul piano fisico (è solo il figlio del macellaio di Sodoma e Gomorra che sostiene che lui fa risorgere i morti dalle loro tombe) e non ritorna all'ente, ma alla tomba. L'umanità vive una sua possibilità. Una possibilità di espandere l'individuo, il singolo e nella relazione con la propria specie, non solo in quanto Essere fisico, ma in quanto Essere Luminoso che cresce dentro all'Essere fisico.

Da questo appare evidente come Gioberti medita una disciplina per l'umanità attraverso la quale costringere la stessa a regredire sul piano della ragione per impedire, lo sviluppo dell'Essere Luminoso dentro il singolo Essere. Un interesse soggettivamente accettato in funzione delle proprie scelte e del proprio divenuto. Gioberti come guardiano del Comando del Sistema Sociale che lui identifica nella chiesa cattolica, fa regredire il genere umano sulla strada del proprio sviluppo impedendogli ogni movimento che lo liberi dalle costrizioni percepite. Gioberti impedisce la dilatazione di ogni singolo individuo per imporre la propria visione dell'esistente in funzione dell'assoggettamento al Comando Sociale.

Per far questo Gioberti ritiene necessario imporre una morale, quella morale, in termini assoluti, militari, irremovibili. Non solo gli Esseri Umani, ma le cose devono sottostare a quell'ordine morale di cui soltanto alcuni sono autorizzati a variare in funzione del bisogno di adattamento del Comando Sociale.

Gioberti parte dalla considerazione che gli Esseri Umani siano bestiame: popolo. Non individui il cui scopo, qualora fossero liberati dall'imposizione del Comando Sociale e del Condizionamento educazionale, è quello di diventare eterni relazionandosi con l'esistente. E' il popolo il protagonista della storia, dice Gioberti, ma subito precisa come al popolo appartengano Esseri Umani che egli definisce "ingegno" e Esseri Umani che egli definisce "plebe" in termini dispregiativi. Sembra quasi fare una concessione, nata dal suo buon cuore, quando afferma che la plebe deve ubbidire agli uomini di ingegno i quali sono in grado di costruire un ordine morale delle cose. C'è un piccolo particolare, l'ordine morale delle cose sono le catene attraverso le quali il potere costituito, sfruttando la furbizia e la perversione dei ladri di lavoro di altre mani, costringe gli Esseri Umani a sottostare e, per questo sottostare, li definisce plebe.

Gioberti egli non si avvede del coraggio che è necessario per sopportare tutti i giorni le feroci condizioni imposte dal Comando Sociale. Alzarsi al mattino per farsi derubare della propria capacità di lavorare, cercare di modificare leggermente l'esistente per consentire ai propri figli un avvenire migliore. Raccogliere la miseria che il Comando Sociale concede per tentare di provvedere ad un futuro meno gravoso, tentare di inserire i propri figli fra gli uomini di ingegno in modo che possano accedere a migliori condizioni di vita. Ci vuole coraggio per fare questo, un coraggio da leoni e la capacità di vedere lontano oltre i cambiamenti che il Comando Sociale oscura attraverso le sue azioni.

Con la divisione in uomini di ingegno e plebe (a Roma il termine plebe stava ad indicare delle genti con dei diritti precisi e definiti e la lotta che la plebe impostò a Roma era tale da costringere il Comando Sociale a riconoscergli parecchi diritti, diritti che puntualmente vennero cancellati dai cristiani) si costruisce il razzismo.

L'uso del dispregiativo è un classico della storia del cristianesimo. La storia del cristianesimo procede per razzismo! E' importante dividere gli Esseri Umani in razza per poter contrapporre razza a razza. Per saccheggiare gli Esseri Umani in quanto entità di assieme. Il cristianesimo non ha mai tollerato le culture mescolate, la multietnicità se non quando i cristiani erano in minoranza. Ha sempre dovuto dividere il nemico per poterlo distruggere. Il cristianesimo non si è mai confrontato con nessun'altra struttura di pensiero, ha sempre voluto distruggerla! E questa distruzione è legittimata da Gioberti perché questa distruzione è per "la gloria della fede".

Il cristianesimo vede gli Italiani, i Francesi, i Tedeschi, i Negri, gli Asiatici, ma non può vedere gli Esseri Umani, non può scorgere la complessità del loro pensiero, non può comprendere le loro culture se non quando queste vengono appiattite sulla sua morale di morte.

Gioberti risponde a quest'esigenza quando considera le masse popolari come una moltitudine informe, pecore da portare al macello. Da chi? Dall'ingegno che si concretizza nella chiesa cristiana e nel papato. Ecco il pensiero di Gioberti, il popolo italiano (come ogni altro popolo) è solo merda e deve soggiacere alla chiesa cattolica. Il fine della filosofia di Gioberti non era dunque un ordine morale, ma l'ordine morale della chiesa cattolica. Il diritto del papato di imporre il proprio ordine morale alle genti onde impedire loro di diventare eterne. Strappare dal loro cuore la speranza per un futuro migliore per prostrarle davanti al macellaio di Sodoma e Gomorra di cui la chiesa cristiana è la rappresentante in terra.

Il popolo italiano ha il suo primato morale nel fare di ogni singolo individuo, come lo stesso primato lo ha ogni popolo nel fare di ogni singolo individuo. Pertanto è scorretto, dal punto di vista del pensiero filosofico, parlare di questo o quel popolo, ma tutti gli Esseri Umani del pianeta sono un unico popolo. Soltanto i cristiani e gli osservanti delle religioni rivelate, intendono dividere gli Esseri Umani per razza, per casta, per diritti acquisiti, per sesso, o per costumi per poterli meglio sottomettere e annientare a loro piacere. Sono i cristiani che hanno imposto all'umanità il razzismo al fine di macellare quei popoli che non si sottomettevano al loro dio. Sono i cristiani che hanno inventato il razzismo per meglio rubare il pane dalle mani degli Esseri Umani dopo averli resi indifesi e per costringere all'adesione alla propria morale coloro che si piegavano riducendosi a rubare il pane dalle mani di chi non si poteva difendere.

Il primato del papato e dei cristiani in generale è quanto di più squallido, sporco e scorretto oggi si possa immaginare e non esiste termine sufficientemente dispregiativo per definire loro e il loro dio.

NOTA sono stati usati:

Il primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti scritto nel 1843 Fratelli Broca Editori 1938 Volume II e volume III

Friedrich Engels l'Antiduring Editori Riuniti 1971

Citazioni dalla bibbia cristiana

vai indice del sito

La Religione Pagana

riflette sul

pensiero filosofico che

porta all'unità d'Italia

Vai all'indice della Filosofia Aperta

Marghera, 19 febbraio 2014

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.