Vincenzo Gioberti (1801 - 1852)

Protologia: l'esistente torna all'ente

Riflessioni sulle idee di Gioberti.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

L'ideologia di Vincenzo Gioberti

Seconda parte

L'idea cristiana del futuro oscilla continuamente fra un tornare al "creatore" e la resurrezione della carne.

L'idea cristiana oscilla fra il Platonismo, che indica il ciclo che inizia col demiurgo, l'Uno, da cui il presente si emana come "idea" e termina con il ritorno dell'"idea" all'Uno che la reincorpora in un tutto cosmico, e il delirio di eternità attraverso la "resurrezione della carne".

Questo giochino, portato avanti dai cristiani, ha una duplice funzione. Sfruttare tutto l'apparato superstizioso concentrandolo sull'onnipotenza del controllo della carne, della sua resurrezione e della sua immortalità impedendo alla cultura di contestare la superstizione cristiana costringendola nella discussione platonica fatta in modo da allontanare la discussione dalla superstizione. La massa cristiana viene tenuta, mediante la violenza, nella superstizione della provvidenza, della miracolistica, nella miseria morale chiusa nella carità del padrone. Gli intellettuali cristiani a cui fanno orrore persone come padre Pio o Teresa di Calcutta, anziché affrontare questo tipo di problemi liberando le masse cattoliche dalla superstizione, si allontano "schifati" preferendo rifugiarsi, disquisendo, nelle categorie platoniche elevate alla dignità di "filosofia".

Gioberti non interviene nella truffa delle apparizioni mariane. La gente, il volgo, fa schifo a Gioberti (plebe e volgo in opposizione ai "sublimi"). Il volgo deve essere ingannato perché costituisce la massa di manovra del dio padrone contro ogni tentativo di libertà sociale. Ci penserà il pederasta don Bosco a ricattare con la superstizione la famiglia Savoia e criminalizzare la struttura laica dello Stato per assicurare privilegi illegali e inumani alla chiesa cattolica.

Per questo la "resurrezione nella carne che doveva avvenire in quella generazione" lascia indifferente Gioberti permettendo che la chiesa cattolica conduca al macello della vita i "bifolchi".

Per questo motivo Vincenzo Gioberti scrive:

"la filosofia - scriverà Gioberti nella Protologia - è la scienza dell'atto creativo in se stesso e in relazione coi suoi effetti"

Intendendo, con questo, che la filosofia non è un "amore per il sapere" come indagine della realtà vissuta, ma è sottomissione al dio padrone, al padrone, ad ogni padrone in quanto creatore di un esistente davanti al quale gli uomini sono resi impotenti da Gioberti.

Gioberti si trova sgomento davanti all'idea cattolica secondo cui il suo dio padrone avrebbe creato il mondo all'inizio del tempo esattamente com'è. Per Gioberti la creazione del mondo, come per i neoplatonici, deve essere un atto continuo di trasformazione in cui dio, mediante le sue idee, continua l'atto creativo modificando il presente e rinnovando il suo essere padrone del presente in ogni istante di ogni presente.

Afferma Vincenzo Gioberti:

"La nostra formula filosofica - esclama Gioberti - ci porge il concetto di due cicli creativi, per cui l'Ente avendo tragittato fuori di sé una immagine delle proprie idee colla creazione sostanziale dell'esistente, a sé la richiama con amplesso amoroso mediante una trasformazione e una creazione successiva di atti morali, che abbelliscono e compiono l'opera della creazione prima ".

La soluzione di Gioberti è la soluzione del cristiano sottomesso al proprio dio padrone. Quando si dice al cristiano che il suo dio padrone non può esistere in quanto le prove dell'esistenza del dio padrone sono incongruenti e incapaci di dimostrare una realtà in essere perché la realtà si muove in maniera diversa, allora il cristiano, anziché negare l'oggetto che la sua dimostrazione voleva dimostrare, elabora una diversa dimostrazione per riaffermare l'oggetto con cui dominare una realtà immaginata da imporre sulla realtà fattiva della vita degli uomini. Così,il dio padrone, negato nei fatti, rientra dalla finestra di un immaginario psicologico da cui Gioberti non può prescindere per pensare la realtà in cui vive.

La violenza della sottomissione imposta dal dio padrone viene chiamata da Gioberti "a sé la richiama con amplesso amoroso". Lo stupro, che porta a sottomettere, viene esaltato come amplesso amoroso e poi ci si stupisce se lo stupro dei bambini è un elemento a fondamento dell'ideologia religiosa cristiana e cattolica in particolare. La morale, che impedisce all'uomo di manifestare sé stesso sottomettendolo alla volontà e ai desideri del dio padrone di Gioberti, viene elevata a condizione beata.

Da qui la riproduzione dell'idea platonica del ritorno dell'esistente al dio creatore in quanto l'esistente è il prodotto delle idee del dio padrone. In questo modo l'uomo concorrerebbe, secondo Gioberti, a una seconda creazione fatta dal dio padrone con la compartecipazione umana.

Afferma Vincenzo Gioberti:

"L'intuito ci porge tutti i veri, ravvolti e raggomitolati insieme SI che paiono un vero solo; come un gruppo di monti, che, veduti di lontano, paiono un monte solo ".

"la riflessione discorre per due momenti dialettici; nel primo distingue, anzi rompe l'unità dell'Idea, nell'altro armonizza le parti rotte, serbando però fra loro la distinzione ".

"Che cos'è il dinamismo - domanda Gioberti - della vita universale dell'esistenza? L'evoluzione della mentalità, che è quanto dire la storia della coscienza dai suoi primi principii sino agli ultimi progressi. Ogni realtà è coscienza o iniziale e potenziale, o attuale e compiuta ".

L'intuito mi consente di individuare tutti i falsi che vengono spacciati come veri. Una volta individuati i falsi spacciati come veri, devo argomentare e dimostrare la loro falsità. Ma perché devo argomentare e dimostrare una falsità di quanto è spacciato come vero? Perché il falso, per poter essere spacciato come vero, non doveva argomentare su sé stesso e per sé stesso? Poteva solo argomentare sulla bellezza dell'attività di spaccio, ma non sull'oggetto che spacciava. Così Gioberti non dimostra il vero che afferma, ma lo afferma spacciandolo come fosse una dose di eroina. Ed io, anziché accusare Gioberti di essere un delinquente che agisce contro la società civile, sono costretto dalla violenza di Gioberti ad argomentare contro idee farneticanti di un Gioberti il cui fine è la distruzione della libertà dell'uomo.

Questa è violenza criminale! La violenza dei cristiani contro gli uomini. La violenza di Gioberti contro la filosofia.

La violenza assoluta, il terrorismo della filosofia cristiana, sta nello spacciare idee aprioristiche pretendendo che vengano messe a fondamento di ogni sviluppo logico facendo violenza sulle persone perché il "porco", il loro "dio assassino", l'immondizia posta a fondamento del genere umano, non venga svelata per ciò che è.

Il dio dei cristiani è un "maiale" "assassino"! Tanto si deduce dalle azioni che mette in essere nei libri sacri cristiani, fonte della verità cristiana. Il "dio maiale" cristiano è il criminale che attraverso i suoi "agenti di morte" costruisce il disagio nell'infanzia rendendo l'infanzia, una volta adulta, incapace di seguire le regole civili della società. Quando si è di fronte ad atti che volano la società civile, si è sicuri di essere davanti a qualcuno educato nell'ideologia religiosa cristiana. Un individuo a cui è stato imposto di sottrarsi alle leggi e alle norme per applicare, nelle sue scelte di vita, le sue personali leggi e norme, come fa Gioberti. Allora devi dire "Porco dio", perché se non fosse per il "porco dio" imposto nell'infanzia gli individui non crescerebbero con l'arroganza del dio padrone dei cristiani di essere al di fuori e al di là della legge e delle norme civili.

Dividere il principale dal secondario: è il "porco dio" che danneggia la società civile e le norme Costituzionali, non gli individui che nell'infanzia furono le sue vittime.

E' per questo motivo che Gioberti, come tutti i filosofi cristiani, tentano di legittimare la loro idea di dio con la violenza anziché con le argomentazioni che ne dimostrino qualità e realtà. Lo spacciano come una dose di eroina all'interno di voli pindarici in cui ingabbiare le argomentazioni dell'interlocutore: "pensa che bello tornare a dio e partecipare alla sua creazione come seconda creazione". Ma Gioberti, che "stronzate" stai dicendo? Io nasco, vivo e muoio e tu mi vuoi rubare la vita imponendomi una morale farneticante che attribuisci al tuo dio e che spacci mediante il terrore dell'azione del macellaio di Sodoma e Gomorra? Spacci il tuo dio commettendo il reato di genocidio! E tale imposizione i cristiani e Gioberti, la fai ai bambini indifesi, coloro che non hanno sviluppato una sufficiente capacità critica per accusarti di frode, inganno e malvagità criminale.

Che cos'è il dinamismo della vita se non la trasformazione continua del presente in cui viviamo. Una trasformazione continua che tenta di liberarsi dai legacci e dalle catene imposte dagli adoratori del macellaio di Sodoma e Gomorra e dai suoi terrori?

Si chiama percezione della fonte del terrore quando l'individuo individua nel dio padrone dei cristiani, comunque venga spacciato come una dose di eroina all'interno della società, l'origine della costruzione del disagio sociale.

I momenti dialettici sono la soluzione delle contraddizioni esistenziali che le persone devono risolvere per togliersi l'odio del dio padrone dalle loro scelte. Il dio padrone di Gioberti costruisce sottomissione e costrizione e le persone tentano di liberarsi risolvendo le contraddizioni con un aumento della libertà personale e sociale.

Afferma Vincenzo Gioberti:

"il pensiero forma la sostanzialità più intrinseca delle cose "; nella Proto- logia si assiste all'approfondimento di una tesi già affacciatasi nella Teorica, della coincidenza di interno ed esterno. "L'internità delle cose è lo spirito, il pensiero, la metessi; l'esternità è lo stesso, la mimesi, la materia, il sensibile. L'internità è il continuo dello spazio; l'esternità ne è il discreto. L'interno non è nello spazio, se per ispazio s'intende il discreto. Ma allude allo spazio, perché l'interno presuppone l'esterno. L'esterno è l'irradiazione dell'interno: ma irradiazione incoata, imperfetta, involuta, e quindi mimetica nello stato cosmico. Tale irradiazione sarà compiuta solo nello stato palingenesiaco, Allora cesserà la mimesi, il sensibile. L'interno estrinsecherassi. Allora solo si verificherà ciò che dice Hegel, l'interno essere esterno e viceversa".

Riprendendo il vangelo di Matteo, Gioberti afferma l'uguaglianza di interno ed esterno. Dove la sostanza intrinseca delle cose è l'idea, il pensiero, la parola del suo dio padrone mentre l'esterno è la materia e il sensibile. Sono uguali, aspetti della medesima rappresentazione del dio padrone a cui Gioberti attribuisce il "continuo dello spazio" come l'interno e l'esternità è il "discreto". Che cos'è il discreto? E' il contrario di continuo, illimitato.

La fantasia di Gioberti lo porta ad immaginare un interno infinito in quanto, afferma riferendosi a Matteo, l'esterno è irradiazione dell'interno.

Dice il vangelo di Matteo:

"Fariseo cieco! Lava prima l'interno del bicchiere e del piatto; sicché anche l'esterno diventi pulito." Matteo 23, 26

Questo piatto e bicchiere, per Gioberti, diventa uno stato cosmico, palingenesiaco che si realizza dopo la morte, la resurrezione il rinnovamento del mondo. Solo che Gioberti scopre che l'irradiazione dell'interno formato dall'idea del suo dio padrone si irradia verso l'esterno, il discreto, il finito, il corporeo, in modo incoatto, imperfetto, involuto e, pertanto, mimetico allo stato cosmico. Per fortuna che Gioberti ce lo ha rivelato salvo affermarlo, come un insulto, anziché dimostrarne la realtà.

Ciò che nel vangelo di Matteo è solo una volgare ingiuria di stampo razzista fatta da Gesù ai Farisei, in Gioberti assume una valenza cosmica di rivelazione di una realtà che appare evidente solo alla malattia mentale di Gioberti.

Afferma Vincenzo Gioberti:

"L'uomo palingenesiaco tiene l'eternità in pugno. Vede il tempo nello spazio, e lo spazio nel continuo, cioè nell'Idea ".

Secondo Gioberti, l'uomo rinato in dio tiene l'eternità in pugno. E da dove nasce questa convinzione se non dal suo desiderio di persona malata che vive la sofferenza del proprio fallimento esistenziale?

Il desiderio palingenico è il desiderio del fallito che manifestando tale desiderio vuole portare la società al fallimento nell'attesa della realizzazione del proprio fallimento. Si tratta dell'aspetto criminale del cristianesimo che, mediante la violenza, sospende le scelte esistenziali dell'individuo conchiudendole nella morale del proprio dio padrone che promette "l'eternità in pugno". Solo che l'oggetto che viene sacrificato è la vita dell'individuo in cambio di una promessa affermata ma non dimostrata. Si tratta del meccanismo intimo della truffa. Solo che questa truffa non si limita ad un inganno o a produrre una privazione limitata nel valore e nel tempo, ma è una truffa che deruba l'individuo della sua intera esistenza.

Afferma Vincenzo Gioberti:

"causare, creare, è essere ed esistere. Attività creatrice e realtà sono tutt'uno. Schelling ed Hegel ammettono l'identità del reale e dell'ideale, del pensare e dell'essere, senza provarlo. La prova si è l'atto creativo. L'atto creativo immedesima dialetticamente i due concetti. Infatti pensare è creare, e creare è essere. Essere è creare, e creare è pensare ... Creare non è altro che pensare, e pensare che creare ".

Gli oggetti dell'immaginazione possono essere proclamati ma non possono essere provati fintanto che rimangono nell'ambito dell'immaginazione. Affermare che esiste un reale che ricade sotto i sensi permette di dimostrare, mediante i sensi, l'esistenza di un reale. L'ideale, al contrario, non ricadendo sotto i sensi abbisogna, per essere riconosciuto, di essere argomentato. Io dico "ho l'ideale dell'unità d'Italia". Tale ideale rimane nella mia testa come convinzione, ma se voglio che venga accettato da altri devo argomentare in maniera sufficiente dimostrando come tale unità rientri negli interessi di tutti coloro che possono partecipare all'unità d'Italia. Così se Gioberti ha l'ideale di dio e della palingenesi deve, innanzi tutto, argomentare attorno al suo ideale e dimostrare l'utilità dello stesso al di fuori della sua manifestazione della patologia psichiatrica prodotta dall'educazione nell'infanzia delle singole persone.

Pensare è creare solo nella farneticazione della bibbia cristiana che pone il verbo, la parola, come atto da cui scaturisce il presente. Ma il presente produce la parola. Il divenire ha costruito la parola, il verbo e non il verbo la realtà che è diventa e che viene descritta, in maniera impropria e imprecisa, dalla parola.

Il nostro agire, l'agire di ogni soggetto nella Natura, è la manifestazione del dio che ogni soggetto costruisce dentro sé stesso e l'azione del soggetto diventa causa e mondo da cui scaturiscono altri soggetti. Ogni soggetto della Natura è un ESSERE. E' un soggetto che agisce e nell'agire modifica il presente vissuto. Questo fin dagli albori della vita sulla Terra un paio di miliardi di anni or sono.

La vita manifesta il pensiero parlato che della vita è un sottoprodotto. Affermare che la parola, intesa come pensiero, è creare, significa delirare. Infatti, solo il malato da onnipotenza delirante o il malato da infantilismo magico può far coincidere la parola con la magia.

Affermare che creare non è altro che pensare, significa aver fermato i propri livelli di comprensione della realtà del mondo ad un infantilismo che solo la definizione freudiana di comparazione fra il bambino, che non si misura con i dati di realtà, e i nevrotici ossessivi con le loro fissazioni possono spiegare.

Afferma Vincenzo Gioberti:

"Tutte le relazioni si uniscono in Dio ... L'essenza di Dio e delle cose è la relazione. E quindi è mentalità: giacché ogni relazione importa il pensiero. La relazione è perfettamente una e tuttavia è tutto. E' in sé e fuori di sé. E' l'unità e il soprannumero. E' l'Idea raggiante dalla sua unità ".

Come può Vincenzo Gioberti affermare che tutte le relazioni si uniscono a dio? Può solo dire che la sua immaginazione, il suo desiderio scaturito dal suo fallimento esistenziale, lo portano a desiderare una condizione di onnipotenza in cui tutto il suo fallimento altro non è l'unione delle relazioni col suo dio padrone.

Non è vero che ogni relazione imposta il pensiero. Ogni relazione imposta l'azione. L'azione che è l'atto con cui ogni soggetto della Natura agisce nel mondo o risponde alle azioni del mondo agendo a sua volta.

Ed eccolo Vincenzo Gioberti perdersi nel delirio magistico. "E' in sé e fuori di sé", ma almeno dimostrasse l'oggetto che è in sé e fuori di sé e che cosa significhi essere in sé e fuori di sé in relazione con gli Esseri Umani della società in cui vive. Che significa dire che è l'unità e il soprannumero quando il numero stesso, al di fuori della ragione, non esiste perché il numero non appartiene al divenire e allo sviluppo della vita. E che significa affermare che è "idea raggiante dalla sua unità" quando, di fatto Gioberti non è in grado di dimostrare né l'idea e le qualità che all'idea attribuisce, né l'irraggiamento e neppure la sua pretesa di unità. Certo, Gioberti è un'unità dalla quale si irraggiano dei desideri espressi attraverso delle farneticazioni che Gioberti chiama idee. Ecco allora svelato il mistero giobertiano: Gioberti è il dio che irraggia con le sue idee ed agisce pensando e nel pensare crea.

Però, tutto questo, si chiama delirio!

Afferma Vincenzo Gioberti:

"L'idea dialettica e il vocabolo del mezzo signoreggiano nei nostri concetti... Il mezzo è il tipo dell'armonia dialettica; e siccome il dialettismo è la causa finale della natura, il mezzo, la medietà è il loro tipo naturale"

La dialettica è il mezzo con cui la Natura realizza sé stessa. E' il mezzo con cui trasforma le coscienze al suo interno. La dialettica è contraddizione con cui enti diversi squilibrano l'armonia esistente risolvendo il conflitto in un diverso equilibrio.

Uscire da questa logica, già conosciuta da Gioberti attraverso Eraclito, significa negare le trasformazioni della Natura come Essere sia cosciente di sé che generatore di Coscienze di sé.

Non esiste nella Natura il concetto di armonia se non come tendenza alla disarmonia, allo squilibrio, alla dissonanza come metodo per la trasformazione dei soggetti al loro interno.

In Natura non esistono medietà o mediazioni nelle relazioni. La soluzione dello squilibrio è sempre soluzione del conflitto che genera il nuovo. Nella dialettica non c'è armonia, ma solo scontro che si risolve mediante la distruzione di un presente inadeguato che necessita di trasformazione verso nuovi e diversi equilibri pronti per essere modificati.

Il cristiano non ammette la soluzione delle contraddizioni come sistema di divenire della coscienza dell'uomo. Per il Gioberti, la coscienza dell'uomo, che si esprime mediante le parole attraverso le idee generate dal suo dio padrone, deve mantenere un equilibrio che gli eviti di dover affrontare le contraddizioni nell'esistenza e modificare, con la soluzione delle contraddizioni, quella che Gioberti ritiene la creazione del suo dio padrone. La dialettica in Gioberti è dialettica della parola, la dialettica aristotelica, dove la contrapposizione è vissuta come estremismo e il mezzo è la soluzione dell'argomentazione creatrice.

Con questa logica Gioberti ritiene di poter controllare l'uomo.

Afferma Vincenzo Gioberti:

"Alcuni filosofi mettono un infinito intervallo tra il sensibile e l'intelligibile, togliendo ogni convenienza fra loro, e rendono per tal modo impossibile la spiegazione e la legittimazione del primo; onde se non vogliono fermarsi a mezza via sono condotti all'idealismo, al panteismo, allo scetticismo. Altri incorrendo nell'eccesso opposto li confondono insieme e fanno dell'intelligibile un sensibile. Cosi i sensisti, i quali annullano per tal modo l'essenza dell'intelligibile e finiscono allo scetticismo assoluto. V'ha un terzo sistema, che distinguendo il sensibile dall'intelligibile ammette tra loro un legame, una convenienza, un'analogia, e invece di dedur coi sensisti l'intelligibile dal sensibile, deriva il sensibile dall'intelligibile. Ma per non confondere l'uno con l'altro e cader nel panteismo, per mantener la distinzione che corre fra loro, ci vuole un mezzo termine che dialetticamente li distingua e armonizzi. Questo mezzo termine è la metessi, cioè l'intelligibile relativo che tramezza fra il sensibile, cioè la mimesi, e l'intelligibile assoluto, cioè l'Idea".

Il mondo intelligibile è il mondo delle idee in cui, Platone prima e Gioberti ora, definiscono le farneticazioni di una patologia psichiatrica desiderante emersa dal fallimento esistenziale. Tale mondo e tale entità, frutto di pura fantasia, diventa concreta nella malattia mentale in cui l'individuo, sconfitto e separato dalla vita, immagina un mondo di idee prodotte dal dio padrone che giungono a lui. Secondo il suo modo allucinatorio di vivere la realtà non ritiene di star farneticando, ritiene di star esprimendo le idee di un mondo intelligibile separato dal mondo sensibile del quale non è in grado di parlare.

Il mondo sensibile è il mondo del vissuto di ogni donna e ogni uomo. Come si può parlare del mondo sensibile quando non si hanno gli strumenti per definire i fenomeni o l'origine di essi? Il mondo sensibile può essere vissuto appieno, ma non può, appieno, essere descritto dalla ragione in quanto la ragione non dispone di strumenti adeguati mediante i quali descriverlo.

Facciamo un esempio. Consideriamo i fenomeni e le sensazioni che giungono alla coscienza dell'uomo elaborate dal cervello situato nello stomaco dell'uomo e che, attraverso il nervo vago, giungono alla coscienza dell'uomo. E chi ha mai saputo, fino a dieci anni or sono, tanto meno ai tempi di Gioberti, dell'esistenza di tale cervello? Eppure da sempre, da milioni di anni, quel cervello comunica fenomeni e sensazioni alla coscienza dell'uomo condizionandone i comportamenti. Alcuni uomini e donne sono più sensibili a quei segnali, altri, specialmente i cristiani educati in ginocchio davanti al loro dio padrone, molto meno. Eppure, rispondere correttamente a quei segnali e a quelle sensazioni, si contribuisce a costruire delle buone condizioni di vita. Per rispondere adeguatamente serve agire, scegliere, vivere. Non servono le parole, servono le scelte. Il mondo sensibile viene vissuto dall'uomo. La ragione tenta di descrivere il mondo sensibile, ma il mondo intelligibile è il mondo della malattia mentale manifestata da chi ha fallito nella propria esistenza.

C'è una separazione netta fra la fantasia delirante e la realtà vissuta quando ci si rifugia nella fantasia delirante. Alla realtà vissuta si antepongono delle opinioni aprioristiche, sia di ordine morale che comportamentale, che di fatto tendono a distruggere la capacità dell'uomo di abitare il mondo. Si distrugge la sua intelligenza nella vita come fecero i missionari cristiani che macellarono centinaia di milioni di individui e non compresero mai la loro intelligenza perché questa era l'intelligenza del vivere il mondo e non l'intelligenza espressa mediante le parole dal dio padrone di Gioberti.

Si è scettici, a seconda del tipo di scetticismo, sia esso pirroniano, carneadiano o di Sesto Empirico, a seconda del grado di penetrazione della realtà che fa l'individuo mediante lo sviluppo della sua percezione. Si è panteista quando l'individuo la sensazione di essere parte del tutto della natura si trasforma, mediante la malattia mentale del fallimento esistenziale, nella sensazione di essere penetrati dall'intelligenza assoluta, dalle idee del dio padrone che pervade ogni esistente. Si è idealisti quando ci si rifugia nella patologia psichiatrica di un'identificazione personale col dio padrone pensandoci il dio padrone stesso, come faceva Gesù. Si è uomini solo quando si abita il mondo mediante l'azione di risposta alle sollecitazioni del mondo.

Afferma Vincenzo Gioberti:

"per la natura è il principio di coscienza: per lo spirito è il trasporto dal discreto nel continuo, dal tempo nell'immanenza. Nei due casi è sviluppo di mentalità, salita nella gerarchia mentale; ma salita che è salto, non passo e grado. Per la palingenesia la natura si fa uomo; l'uomo si fa Dio". In essa lo spazio si fa tempo, il discreto continuo: essa stabilirà "il dominio universale della mentalità pura".

La gerarchia mentale, di cui Gioberti si pensa il vertice, è parte del delirio di dominio con cui il cristiano pensa e vive nel mondo dando la scalata alla gerarchia in nome del dio padrone. La scalata della gerarchia sociale da parte del cristiano si chiama: "avvicinarsi a dio". Per il cristiano l'uomo è il padrone della Natura (vedi Genesi) al punto tale che Gioberti immagina che il divenire della Natura sia farsi uomo e il divenire dell'uomo è farsi il dio padrone attraverso una resurrezione palingenica in cui affermare il proprio delirio di onnipotenza.

Gioberti, il fallito nell'esistenza, sogna una resurrezione che lo avvicini al suo dio padrone e lo faccia, egli stesso, il dio padrone.

Gioberti si è dimenticato di vivere come un uomo fra gli uomini! Da qui altri semi del disastro nella costruzione dell'unità d'Italia. Semi usati nella sua follia da Giuseppe Mazzini che fece della distruzione dell'uomo la programmazione di un'unità d'Italia che aveva nella gerarchia assolutista e nel razzismo il fondamento della separazione fra gli uomini.

18 gennaio 2014

Nota: Le citazioni di Vincenzo Gioberti sono prese da Eugenio Garin "Storia della filosofia italiana" 1989.

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Marghera, 19 gennaio 2014

Claudio Simeoni

Meccanico

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.