Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher (1768 - 1834)

Riflessioni sulle sue idee.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

Scrive il Bignami di filosofia (ed.1984):

1) Schleiermacher sostiene l'assoluta autonomia della religione nei confronti della morale e della metafisica. La scienza e l'etica presuppongono rispettivamente l'unità del pensiero e dell'essere e quella dell'azione e dell'essere, ma non raggiungono mai nella pienezza assoluta, in quanto negli Esseri finiti vi è sempre un contrasto. Queste unità si realizzano sempre nell'assoluto, in dio. Perciò la religione è qualcosa di originale nato nel cuore degli uomini, e "la sua essenza non è ne il pensiero ne l'azione, ma l'intuizione e il sentimento".

2) La religione è intuizione dell'universo, sentimento dell'infinito: vede nel finito l'impronta dell'infinito, è insomma unità di finito ed infinito. Ma questo sentimento si determina anche come coscienza di ogni essere finito di dipendere integralmente dall'infinito. Vi è perciò uno stretto rapporto fra dio e il mondo: "niente dio senza mondo; niente mondo senza dio". La religione considera tutti gli avvenimenti come dipendenti da dio e perciò risolve il finito nell'infinito, pur senza sacrificare l'individualità della personalità umana.

Schleiermacher ha una sola preoccupazione: esaltare il ruolo della religione liberandola dai legami con morale, etica e metafisica onde impedire alla ragione di metterla in discussione.

Le sue affermazioni sono tutte improntate nella non possibilità di critica della religione in quanto tale delegando alla religione il ruolo di sintesi.

Egli non desidera liberare il pensiero dal giogo religioso. Egli non afferma il diritto all'indipendenza del libero pensiero dalle affermazioni della fede. Al contrario, vuole impedire al pensiero e alla ragione di restringere il campo d’azione della religione sottoponendo il pensiero ai limiti imposti dal dio della religione.

Cosa egli intenda per l'unità presupposta dalla scienza e dall'etica è piuttosto complesso in quanto egli non precisa cosa intenda per essere e pensiero dell'essere. Se come pensiero intende tutte le capacità intellettive dell'essere in quanto tali create da dio, queste sono necessariamente tutto l'essere (in quanto dio crea l'assoluto e non esiste, per la religione, una creazione difettosa). Se invece, come l'affermazione lascia intravvedere, essere e pensiero sono in divenire, in arricchimento, in mutazione, allora il pensiero è l'essere soltanto quando l'essere abbraccia col pensiero l'intera oggettività esistente. Dal momento che il pensiero è descrizione ed elencazione dell'oggettività, questo necessariamente non può mai avvenire, dunque, Schleiermacher deve necessariamente realizzare l'unità in qualche modo (perché poi necessariamente? avrebbe potuto benissimo sospendere il giudizio e aspettare a vedere! Ma dio è affermazione assoluta e apodittica e non è ammessa la sospensione del giudizio davanti a dio: pena i roghi!) e la realizza in dio. Poteva realizzarla come divenire del pensiero e dell'essere oltre la soglia della morte del corpo fisico, ma egli si rifiuta di fare questa proiezione memore del fatto che il Gesù dei cristiani non promette la vita oltre la morte, ma la resurrezione del corpo fisico.

Anche per quanto riguarda la sintesi fra l'azione e l'essere per Schleiermacher è impossibile. Egli vede l'azione dell'essere sempre in assoluto, dimenticando ( o forse sono io che per pochezza di conoscenza penso ch'egli dimentichi) che l'azione dell'essere è legata alla sua esistenza e alla soluzione dei suoi bisogni e delle sue necessità. Non esiste un'azione fine a se stessa nella quale l'essere realizza l'unità. L’azione è svolta con l'impiego di tutto l'essere, sempre e comunque, sia per il fatto che l'essere coinvolga tutto se stesso sia che l'essere la svolga in un modo superficiale. In ogni azione eseguita dall'essere comprende l'intero essere e il suo divenuto. Ogni azione trasforma l’essere che la compie e l’oggettività in cui l’azione interviene. Dopo l’azione nessun essere è ciò che era prima dell’azione, ma un soggetto diverso che si è modificato con l’esperienza della sua azione.

La religione non è qualche cosa di originale nato dal cuore degli uomini. La religione cristiana è veicolazione di una patologia psichiatrica da dipendenza emotiva del soggetto da un ente esterno al mondo e immaginato in una forma di delirio di onnipotenza. La religione con un dio al centro è la sconfitta dell'essere umano davanti all'esistente. La sua incapacità di guardare il tempo che viene incontro; la sua incapacità di sospendere il giudizio nel mondo quotidiano della ragione; la sua necessità di tradurre ogni cosa dell'esistente in pensato e descrizione; la sua incapacità di fondere volontà e azione nel medesimo tempo e per ogni azione nel quotidiano. Quando l'essere umano diventa questa incapacità, mediante la fede che nasce dal suo cuore, cerca quell'unità conscio di aver perduto un possibilità nella sua esistenza. In realtà egli non ha perduto un'unità che già prima era inesistente, ha perso la sua capacità di trasformarsi seguendo i mutamenti della sua specificità; ha perso il proprio divenire fissando l'attenzione nel momento presente; ha sacrificato l’occasione della propria vita. Come un Isacco ha offerto il suo collo al coltello dell’olocausto di Abramo.

Per allontanare la sensazione del suo fallimento esistenziale, l'Essere Umano costruisce una religione con dio padrone al quale demanda la soluzione del proprio fallimento e, subito, qualcuno alimenterà quel desiderio rendendolo schiavo per sempre e morto nei propri processi di trasformazione e sviluppo.

Schleiermacher cerca allora l'essenza della religione e la trova nell'intuizione e nei sentimenti. Per lui l'Essere Umano è perfetto, lo ha creato dio. Non essendo divenuto e in divenire non è nemmeno manipolabile. Dunque, i suoi sentimenti sono perfetti perché creati da dio e la sua intuizione è perfetta perché creata da dio. Peccato che i suoi sentimenti siano stati trasformati attraverso condizioni che hanno svuotato l'Essere Umano della propria volontà e del proprio divenire; peccato che la sua intuizione sia rimasta soltanto come percezione di qualcosa perduto. Una sensazione di vuoto indefinito che cerca di colmare con un'immagine fantasiosa chiamata dio. Peccato ch'egli sia già in ginocchio anziché dispiegare le ali della conoscenza e della consapevolezza tentando di dare l'assalto al cielo dell'infinito.

Un infinito, non ignorato da Schleiermacher;. La sconfitta della propria volontà, la solitudine, il nulla hanno uno spessore di infinito. L'abbattimento e lo sconforto dell'Essere Umano incapace di estendere le ali della percezione hanno in sé un che di infinito.

Quello di Schleiermacher non è l'infinito delle grandi praterie nelle quali cavalcavano i guerrieri dopo un'esistenza di sfide, è la profondità dell'abisso del nulla dopo una vita di rinunce.

In quest'infinita sconsolazione e desolazione l'Essere Umano giunge a dio. Infinito non è l’immenso che ha davanti e che un cuore ardimentoso affronta trasformazione dopo trasformazione. Nella sua patologia l’infinito è il dio creatore nel quale Schleiermacher si rifugia per pavidità.

L'intuizione dell'universo è religione. Dove l'universo è dio? Dio è in ogni dove e in ogni cosa, dice il cattolicesimo; risponde Schleiermacher, dio è ogni cosa. Il sentimento che lega l'Essere Umano all'esistente è religione; religione è il sentimento che lega l'Essere Umano a dio.

Schleiermacher non coglie il paradosso di quanto afferma: se l'esistente è dio allora io sono dio creatore, o una frazione di dio assoluto, e mi relaziono con me stesso. Io sono dio e mi relaziono con altre parti di dio. Del medesimo dio. E tutti gli altri soggetti della Natura?

In questo caso io sono il finito nell'infinito! Paradosso della ragione! Ma come posso essere un “finito” se in me c’è una frazione di infinito che è necessariamente infinito a sua volta?

In realtà l'infinito cui gli Esseri della Natura tendono, non è la percezione dell'infinito come spazio o come ente, ma è l'infinito come sequenza dei mutamenti attraverso i quali essi diventano parte dell'Essere Assolutamente Necessario come prodotto delle trasformazioni dell'Universo nel suo insieme presente in questo momento sotto forma di materia-energia. L'infinito degli Esseri esistenti nella Natura consiste nel superare il proprio stadio di sviluppo mantenendo inalterate le loro possibilità di continuare lo sviluppo della propria Coscienza di Sé. Schleiermacher non coglie se stesso in relazione all'esistente. I suoi sentimenti, la sua percezione, il suo intuire l'universo sono in relazione alla sua capacità di arricchire la propria Coscienza di Sé e la propria consapevolezza fino a diventare tutt'uno con l'universo. L'Essere, ogni Essere della Natura, qualunque ne sia la specie in cui il singolo è divenuto, tende all'infinito dei mutamenti e delle trasformazioni. Accettiamo quest'assioma assoluto. Non come dogma, ma come evidenza delle strategie che ogni forma di vita nella Natura mette in atto per sviluppare sé stessa e la propria sopravvivenza. Ma l'infinito non è quanto esiste in sé, ma è quanto è in formazione a cui l'Essere, ogni Essere della Natura, partecipa attraverso le sue trasformazioni. I mutamenti infiniti cui l'essere può ricorrere per sviluppare la propria Coscienza di Sé lo portano a diventare tutt'uno con l'universo. Non c'è un dio padrone portatore di “salvezza” con cui l'essere si relaziona, c'è un percorso che ogni essere percorre onde sviluppare la propria Coscienza e la propria consapevolezza. I mutamenti sono infiniti, ma anche l'arresto lungo la via è possibile. La rinuncia alla vita c’è quando l’individuo confida in un dio padrone. Quando la rinuncia alla trasformazione nell’infinito avviene durante la vita adulta di un Essere Umano, questi viene assalito dalla malinconia, dalla solitudine, dalla nostalgia percependo quanto ha perso nell’aver sprecato la propria esistenza. Quest'individuo rimpiange il passato; rimpiange di non avere una seconda possibilità da giocarsi davanti all'universo.

Il sentimento pietistico è il preludio alla morte della Coscienza. Una morte psichica che precede la morte fisica. In questo spazio si blocca lo sviluppo del pensiero e l’individuo è alla ricerca di una possibile relazione fra sé e un dio che attenuerà la drammaticità dei suoi errori e delle sue scelte. Il desiderio di dipendere dal volere di qualcuno o di qualche cosa è giustificazione di chi ha rinunciato a prendere nelle proprie mani il proprio divenire: la sequenza infinita dei mutamenti.

Non c'è nessun rapporto fra il dio padrone e il mondo nei termini descritti da Schleiermacher, c'è rapporto soltanto fra la rinuncia a seguire gl'infiniti cambiamenti dell'esistenza e la speranza di una grande forza capace di rimediare agli errori nelle scelte del singolo individuo.

Queste scelte, spesso imposte educazionalmente all'individuo, rappresentano il preludio nella ricerca di un dio assoluto. Qui non siamo davanti a chi si relazione col Sole o con la Fonte. Qui stiamo davanti ad un individuo che cerca un essere assoluto da cui dipendere. Un sé stesso proiettato nell’assoluto e nella perfezione prodotto dalla sua immaginazione desiderante. E' facile per la religione interpretare tutti gli accadimenti come frutto della volontà di dio. Così ella risolve ogni contraddizione e giustifica chi rifiuta di prendere nelle proprie mani il proprio divenire.

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Nel 1995 (mese più, mese meno) mi sono posto questa domanda: se io dovessi confrontarmi con i filosofi e il pensiero degli ultimi secoli, quali obiezioni e quali argomenti porterei? Parlare dei filosofi degli ultimi secoli, significa prendere una mole di materiale immenso. Allora ho pensato: "Potrei prendere la sintesi delle loro principali idee, per come hanno argomentato e argomentare su come io mi porrei davanti a quelle idee." Presi il Bignami di filosofia per licei classici, il terzo volume, e mi passai filosofo per filosofo e idea per idea. Non è certo un lavoro accademico né ha pretese di confutazione filosofica, però mi ha permesso di sciacquare molte idee generate dalla percezione alterata nel fiume del pensiero umano.

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Marghera, 22 aprile 2012

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell’Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.