Friedrich Engels (1820 - 1895)

L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato

Riflessioni sulle idee di Engels.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

La nascita dell'idea giuridica attuale di famiglia, ha origine con la proprietà privata.

La proprietà privata ha origine con la famiglia nella struttura che oggi noi conosciamo.

Che cos'è la "proprietà privata"?

Che cosa si intende per proprietà privata?

Per proprietà privata non si intende il puro possesso di oggetti. Il possesso di oggetti non costituisce la proprietà privata.

Per proprietà privata si intende il possesso delle persone.

La proprietà privata è tale solo nella misura in cui il proprietario dispone di altre persone con cui soddisfare i propri bisogni.

La proprietà privata può configurarsi come proprietaria di una persona, del suo corpo, del suo tempo, della sua conoscenza, delle sue abilità. Oppure, la proprietà privata può configurarsi come proprietaria di una parte di una persona. Del suo lavoro, del suo corpo, della sua conoscenza o delle sue abilità.

Il possesso di oggetti, intesi come ricchezza, diventa proprietà privata solo nella misura in cui tale possesso serve per controllare e disporre delle persone. Come, comperare il loro tempo; comperare la loro disponibilità; comperare il loro corpo: creare aspettative; comperare il loro modo di pensare; ecc. L'oggetto, la ricchezza, come mezzo per possedere, controllare, determinare i comportamenti di altre persone in funzione del proprietario.

Che cos'è la famiglia come oggi la conosciamo?

E' un contratto in cui le parti rinunciano a parte dei loro diritti sociali per assumersi dei doveri reciproci e fruire di diversi diritti sociali.

Il rapporto "doveri-diritti", fra diverse persone che costruiscono un ambito di vita privata diverso dall'insieme sociale, è l'oggetto di cui si discute quando si parla di famiglia. I soggetti della famiglia di oggi (2012) hanno reciproci diritti e reciproci doveri. Però la cosa va pensata anche in maniera negativa: i soggetti della famiglia di oggi rinunciano a diritti e si sottopongono a doveri indipendentemente e a prescindere dalla relazione sessuale sulla quale apparentemente è stata costruita la famiglia.

E' opinione comune che la relazione, che oggi definiamo come famiglia, sia nata per garantire le relazioni sessuali fra gli individui e lo sviluppo della specie. Tale idea, spacciata da antropologi cristiani, è errata. E' un'idea creazionista. Questo perché la specie umana è divenuta nella natura fin dal brodo primordiale. E' una specie divenuta per diversificazione delle specie e se tale processo di divenire non ha implicato nessuna struttura di "famiglia" giuridica, non si capisce perché, ad un certo punto dell'evoluzione, si è sentito la necessità di fissare giuridicamente i comportamenti degli individui all'interno di un insieme di norme che definiscono la famiglia.

La famiglia diventa tale quando il rapporto sessuale non è più legato alla sessualità, ma viene finalizzato alla procreazione.

La procreazione non è più una conseguenza dei rapporti sessuali, ma il fine per il quale i rapporti sessuali vengono praticati. Proprio perché vengono finalizzati alla produzione di carne umana, nasce l'esigenza di controllare quella carne umana come proprietà dei soggetti che ne hanno programmato o auspicato la produzione.

Con l'istituzione di norme giuridiche che definiscono la famiglia, nasce la "civiltà" che con modificazioni continue giunge fino a noi.

Il possesso dei figli è il fine della famiglia.

Per ottenere il controllo del possesso dei figli è necessario avere il controllo della donna che, per questo, viene privata del suo essere persona per diventare fattrice.

Non è argomento di questo lavoro stabilire perché la specie umana un giorno stabilì che i figli erano una proprietà privata.

La proprietà privata nasce per legittimare il possesso dei figli e, per estensione, degli schiavi. Soggetti, individui che dipendevano, per la loro esistenza, da un altro individuo: il padrone. La dipendenza dei figli dal padre e dalla madre è la premessa, imposta all'infanzia, per una dipendenza psichica che trasforma l'individuo in una condizione di perenne dipendenza da altri padri: da altri padroni!

Una ricerca nei comportamenti animali mette in evidenza che, al di là delle specifiche strategie adottate dalle singole specie, la cura dei figli è finalizzata a rendere indipendente la prole dai genitori che l'hanno partorita. Solo nella famiglia umana le relazioni fra genitori e figli sono finalizzate a rendere dipendenti i figli dalle esigenze dei genitori. Si obbligano i figli a curare i genitori anche nella vecchiaia. Mentre le specie animali liberano i figli dai legami, nella famiglia si trasformano i figli in schiavi emotivamente e sentimentalmente legati ai genitori.

La necessità di possedere i figli indusse gli ambienti umani a mettere in atto delle strategie per assicurarsi il controllo. Una di queste strategie fu la costruzione della proprietà di beni materiali come metodo di controllo e di possesso dei figli. L'estensione dell'idea di proprietà dei figli portò alla nascita delle società come noi le conosciamo. La società legittimava la proprietà del figlio da parte della famiglia in funzione della propria sicurezza e stabilità. I figli venivano vissuti come elemento perturbante dell'equilibrio sociale presente e si imponeva il dovere ai genitori di mantenere l'equilibrio sociale agendo violentemente sui figli.

Questa deformazione della specie umana interruppe il processo di evoluzione della specie fermandone lo sviluppo in un perenne infantilismo. Infatti, per possedere i figli è necessario che i figli non diventino mai degli adulti responsabili. La storia delle società è anche la storia del controllo militare sull'infanzia che ha nell'ideologia cristiana del dio-padre-padrone la sua apoteosi nella distruzione dell'umanità.

Qual è l'idea da cui parte Engels per pensare la nascita della famiglia?

Engels afferma i motivi per i quali nasce la famiglia monogamica. Tali motivi sono i fondamenti del materialismo del XX secolo, ma contengono degli errori fondamentali in relazione proprio alla "proprietà privata" espressa dalla famiglia monogamica.

Dice Engels a pag. 89:

La famiglia monogamica. Essa nasce dalla famiglia di coppia, come si è già dimostrato, nell'epoca che segna i limiti tra lo stadio medio e lo stadio superiore della barbarie. La sua definitiva vittoria è uno dei segni distintivi del sorgere della civiltà. è fondata sul dominio dell'uomo, con l'esplicito scopo di procreare figli di paternità incontestata, e tale paternità è richiesta poiché questi figli, in quanto eredi naturali, devono entrare un giorno in possesso del patrimonio paterno. Si differenzia dal matrimonio di coppia per una assai più grande solidità del vincolo coniugale, non più dissolubile ad arbitrio delle due parti contraenti.

In sostanza, dice Engels, prima c'è una coppia che ha rapporti sessuali e poi, per fissare una "discendenza di sangue" incontestata dei figli, in quanto eredi naturali che devono entrare in possesso del patrimonio paterno, si fissa giuridicamente il rapporto coniugale nel quale si conchiudono i rapporti sessuali della coppia.

La logica di Engels presuppone che non ci sia un patrimonio materno. In molte civiltà, dalla Sumera all'Egiziana, la donna disponeva di patrimoni. In società post Platone e post ebraiche non solo la donna veniva privata del patrimonio, ma era essa stessa patrimonio del padre-padrone che il "marito" acquistava. Dare la "dote" o acquistare mediante un prezzo, fa parte dello stesso meccanismo di depersonalizzazione della donna e la sua trasformazione in fattrice, serva, schiava, oggetto di possesso.

L'idea forviante, nel discorso di Engels, è la discendenza di sangue. La discendenza di sangue, nelle antiche civiltà, non è mai stata un elemento su cui si fondavano se non quando fu introdotta dagli ebrei che inaugurarono l'ideologia razzista, come oggi noi la pensiamo e come il sistema giuridico condanna.

Il secondo elemento che inganna l'analisi di Engels è come distingue la relazione patrimonio e figli. L'idea di Engels è quella secondo cui il "padre" pensa al futuro benessere dei figli. Che, in quest'idea, devono essere "i suoi propri figli". In sostanza, nell'idea di Engels c'è una specie di "costruzione del patrimonio" in funzione dei figli e non si affaccia l'idea secondo cui il controllo dei figli da parte del "padre" avviene mediante la costruzione di un patrimonio con cui legarli.

Engels fa propria l'idea della bibbia del dio padre-padrone che agisce per i figli e non si avvede che l'agire del padre-padrone della bibbia non è altro che l'agire del predatore che deve impedire alle prede di sfuggire alla sua presa. Per esempio, non analizza in maniera corretta la parabola del "figliuol prodigo" con cui Gesù e i cristiani esaltano la capacità del padre di distruggere le possibilità dei figli di costruirsi un futuro indipendente. E' proprio per possedere i figli che nasce la proprietà privata e dal possesso dei figli, nella necessità di riprodurre il possesso dei figli dei figli, che nascono le civiltà come noi le conosciamo.

Un altro elemento su cui Engels si inganna, è la passività della donna. Engels parte dalla visione della donna nella società cristiana. Forgiata dall'ideologia della sottomissione violenta, la donna mette in atto comportamenti di sopravvivenza in una condizione di subalternità violenta.

Questo tipo di donna è la donna costruita dal cristianesimo partendo da norme della bibbia che dopo centinaia d'anni di violenza viene considerata come il modello naturale di femminilità.

Engels parte dalla considerazione che la famiglia cristiana, in cui è educato, altro non è che una condizione naturale che si è formata dalla "famiglia di coppia" e che ha nei Greci e nei Romani, negli Ariani, nei Semiti, nei Turiani il fondamento della sua rappresentazione. Engels sta pensando ad un'epoca sociale talmente recente e già profondamente manipolata dalla violenza con cui i cristiani hanno imposto la bibbia, che Engels stesso è costretto a variare mettendo all'origine del suo discorso forme di monogamia immaginate o dalla fantasia di Tacito o dalla fantasia medioevale.

Nelle sue osservazioni, Engels afferma:

La famiglia monogamica, d'altronde, non si presenta dovunque e in ogni tempo nella rigida forma classica che ebbe tra i Greci. Tra i Romani, i quali, come futuri conquistatori del mondo, vedevano più lontano anche se con meno finezza dei Greci, la donna era più libera e tenuta in maggior considerazione. Il Romano considerava la fedeltà coniugale largamente garantita dal potere di vita e di morte che egli aveva sulla moglie. Qui la moglie poteva anche sciogliere liberamente il matrimonio non meno del marito; ma il più grande progresso nello sviluppo del matrimonio monogamico si verificò decisamente con l'ingresso dei Tedeschi nella storia, e precisamente perché, in conseguenza della loro povertà, non sembra che in quel tempo, tra loro, dal matrimonio di coppia si fosse ancora sviluppata compiutamente la monogamia. Conclusioni queste che noi deduciamo da tre circostanze citate da Tacito. In primo luogo, pur essendo ritenuto il matrimonio cosa altamente sacra (<< essi si accontentano d'una sola donna, le donne vivono custodite dalla castità »), vigeva tuttavia la poligamia per i nobili e i capi tribù: dunque vi era uno stato di cose analogo a quello esistente tra gli Americani, presso cui vigeva il matrimonio di coppia. In secondo luogo il passaggio dal diritto matriarcale a quello patriarcale non poteva essersi compiuto che poco tempo prima, poiché ancora lo zio materno, secondo il diritto matriarcale il parente gentilizio di sesso maschile più prossimo, era considerato quasi come un parente più prossimo del padre vero e proprio, il che corrisponde pure al punto di vista degli Indiani d'America, tra i quali Marx, come spesso diceva, aveva trovato la chiave per comprendere le origini della nostra prima età. E per terzo, tra i Tedeschi le donne godevano di un'alta considerazione ed avevano un notevole influsso anche negli affari pubblici, il che contrasta direttamente colla dominazione dell'uomo nel matrimonio monogamico. In quasi tutte queste cose i Tedeschi concordano con gli Spartani tra i quali, come abbiamo visto, il matrimonio di coppia non era del pari ancora completamente sparito. Con i Tedeschi venne dunque alla luce, anche sotto questo aspetto, un elemento del tutto nuovo, che si diffuse e dominò in tutto il mondo. La nuova monogamia, che sulle rovine del mondo romano si sviluppò dalla fusione dei popoli, rivesti il dominio dell'uomo di forme più blande, e concesse alla donna una posizione molto più libera e rispettata, per lo meno esteriormente, di quanto avesse mai conosciuto nell'antichità classica. E soltanto allora fu data la possibilità che dalla monogamia (nella monogamia, accanto o contro la monogamia, a seconda dei casi) si sviluppasse il più grande progresso morale del quale le siamo debitori: l'amore sessuale individuale moderno, sconosciuto al mondo intero nel passato. Questo progresso sorse decisamente dalla circostanza che i Tedeschi vivevano ancora nella famiglia di coppia, e per quanto fu loro possibile innestarono alla monogamia la corrispondente posizione della donna: non sorse però affatto dalla leggendaria e meravigliosa disposizione naturale alla purezza di costumi dei Tedeschi, disposizione che si limita al fatto che in realtà il matrimonio di coppia non si muove tra gli antagonismi morali stridenti della monogamia. Al contrario i Tedeschi durante le loro migrazioni, specialmente verso il sud-est tra le popolazioni nomadi delle steppe del Mar Nero, si erano moralmente molto corrotti, e tra queste popolazioni avevano appreso, oltre alla loro arte di cavalcare, anche gravi vizi contro natura; cosa che espressamente Ammiano attesta dei Taifali e Procopio degli Eruli. Se però la monogamia, di tutte le forme di famiglia note, era la sola che potesse permettere lo sviluppo dell'amore sessuale in senso moderno, questo non significa che esso si sviluppò esclusivamente, o solo prevalentemente, in essa, come amore reciproco dei coniugi. Tutta la natura della stretta monogamia, sotto il dominio dell'uomo, lo escludeva. In tutte le classi storicamente attive, cioè in tutte le classi dominanti, la conclusione del matrimonio rimase ciò che era stata dal tempo del matrimonio di coppia, affare di convenienza che veniva combinato dai genitori. E la prima forma dell'amore sessuale che appare nella storia come passione, e passione che spetta ad ogni individuo (per lo meno delle classi dominanti), come la forma più alta dell'istinto sessuale - il che ne costituisce precisamente il carattere specifico - questa sua prima forma, l'amore cavalleresco del Medioevo, non fu affatto un amore coniugale. Al contrario. Nel suo aspetto classico, presso i Provenzali, esso naviga a vele spiegate verso . l'adulterio, e i poeti provenzali lo celebrano. Il fiore della poesia d'amore provenza le sono le albe, in tedesco T agelieder. Esse descrivono a brillanti colori il cavaliere che giace a letto con la sua bella, la moglie di un altro, mentre fuori sta all'erta la sentinella, pronta a chiamarlo appena tralucano i primi albori (alba), perché egli possa scappare inosservato. La scena della separazione rappresenta poi il punto culminante. I Francesi del nord e anche i valenti Tedeschi accettarono questo genere poetico, insieme con la corrispondente maniera dell'amore cavalleresco, e il nostro vecchio Wolfram von Eschenbach sulla stessa materia piuttosto libera ci ha lasciato tre bellissimi Tagelieder, che preferisco ai suoi tre lunghi poemi eroici.

Qui Engels, quando parla dei germani, cita Tacito che vagheggia una "purezza dei costumi" del "buon selvaggio" in contrapposizione ai costumi "degenerati" di Roma. Engels si precipita ad usare questa "autoritas" per confermare una visone della famiglia che è più desiderata che non storicamente reale.

Noi oggi sappiamo che tutti i presupposti storici da cui Engels parte per pensare all'origine della famiglia sono presupposti ambigui e storicamente superati dalle ricerche antropologiche, etnologiche e sociologiche.

Oggi noi disponiamo di documenti giuridici sulla famiglia che arrivano al 3000 a.c. ben prima delle popolazioni dell'India in cui anche Engels vagheggiava quali fondamento delle attuali civiltà europee.

Joseph Arthur de Gobineau, amico e corrispondente di Alexis de Torqueville, e Houston Stewart Chamberlain hanno influenzato il giudizio di Engels. La "razza ariana" non è mai stata un ceppo fondante le popolazioni europee. La "razza ariana" non esiste né come razza, né come cultura distinta dal mondo e dall'ambiente culturale nella quale i ricercatori l'hanno distinta. Non esiste una cultura di razza o di sangue. Non esiste un primitivismo sociale nelle società diverse da quella occidentale. In sostanza non si può spostare in termini temporali ciò che appartiene nello stesso spazio. Non si può prendere gli Irochesi o i Boscimani e trasformare il loro modello sociale in un modello "primitivo".

Il diritto di famiglia appartiene a sistemi giuridici riconducibili al 3000 a.c. di cui oggi abbiamo tracce. Questi documenti ci permettono di dire che la famiglia assolutista immaginata da ebrei e cristiani, da cui esce il modello della famiglia attuale, è una modificazione in termini di sottomissione assoluta in famiglie, giuridicamente descritte in quei documenti, in cui la fruizione dei diritti da parte dei contraenti era infinitamente superiore.

Il codice di UR-NAMMU del XXI° secolo a.c. non è stato certamente il primo codice, anche se noi oggi lo pensiamo fra i più antichi che definisce essenzialmente i rapporti nella famiglia.

Alcuni codici giuridici Sumeri e Ittiti vanno dal 2000 a.c. al 1000 a.c. ben prima che gli ebrei arrivassero a babilonia e molto prima che gli ebrei scrivessero quel manuale di razzismo e assolutismo che va sotto il nome di bibbia. Ben prima che nascessero le civiltà, come noi le abbiamo conosciute con la conquista di Alessando Magno, in India. La bibbia di ebrei e cristiani è un testo recente. Una degenerazione assolutista voluta dagli ebrei. Un testo relativamente recente, quasi contemporaneo alla legiferazione di Pericle ad Atene e, comunque, più recente di Licurgo a Sparta o di Numa a Roma.

Pertanto, tutti i presupposti da cui Engels partiva per pensare all'origine della famiglia, erano oggettivamente inappropriati.

Engels e Marx individuano nella famiglia la condizione di sottomissione e schiavitù della donna.

A questo proposito, per accreditare un'evoluzione sociale che ha portato a questa condizione, viene citato tale Johann Jakob Bachofen 1815-1887 il quale ha vagheggiato di una società matriarcale che avrebbe preceduto l'attuale società patriarcale. Questo vagheggiamento pseudo evoluzionista, ha fatto diventare Bachofen un'autorità sociale di riferimento per almeno un secolo. Secondo Marx ci sarebbe stato un vero e proprio colpo di stato patriarcale nella storia dell'uomo.

Dice Engels a pag. 82-84

Secondo il diritto matriarcale, quindi finché la discendenza fu calcolata soltanto in linea femminile e secondo la primitiva consuetudine ereditaria, da principio i parenti gentilizi ereditavano dal membro estinto della loro gens. Il patrimonio doveva rimanere nella gens. Data la scarsa importanza degli oggetti, da tempo immemorabile, nella prassi, il patrimonio deve essere passato ai più prossimi parenti gentilizi, cioè ai consanguinei per parte di madre. I figli dell'estinto però non appartenevano alla sua gens, ma a quella della loro madre; essi ereditavano dalla madre, in principio con gli altri consanguinei, più tardi forse con diritto di priorità, ma non potevano ereditare dal padre poiché essi non appartenevano alla sua gens, e il suo patrimonio doveva rimanere in questa gens. Alla morte del possessore di armenti, i suoi armenti sarebbero quindi passati, anzitutto, ai suoi fratelli e sorelle e ai figli delle sue sorelle o ai discendenti delle sorelle di sua madre. I figli suoi però erano diseredati. Quindi le ricchezze, nella misura in cui si accrescevano, da una parte davano all'uomo una posizione nella famiglia più importante di quella della donna, dall'altra lo stimolavano ad utilizzare la sua rafforzata posizione per abrogare, a vantaggio dei figli, la successione tradizionale. Ma ciò non poteva essere finché era in vigore la discendenza matriarcale. Era necessaria dunque l'abrogazione di essa, ed essa infatti fu abrogata. Ciò non era affatto cosi difficile come oggi ci appare. Infatti la rivoluzione sopra descritta - una delle più radicali che gli uomini abbiano mai sperimentata - non aveva bisogno di toccare neppure uno dei membri viventi della gens. Tutti gli appartenenti ad essa potevano rimanere quello che erano stati. Bastò semplicemente decidere che, nel futuro, i discendenti dei membri di sesso maschile rimanessero nella gens, e ne fossero esclusi però quelli dei membri di sesso femminile poiché essi passavano nella gens del padre. Cosi il calcolo della discendenza in linea femminile e il diritto ereditario matriarcale furono abrogati e fu introdotta la discendenza in linea maschile e il diritto ereditario patriarcale. Come e quando questa rivoluzione abbia avuto luogo tra i popoli civili noi non lo sappiamo. Questa rivoluzione risale all'epoca preistorica. Ma che essa abbia avuto luogo è dimostrato abbondantemente dalle tracce di diritto matriarcale, raccolte specialmente da Bachofen; quanto facilmente essa si compia possiamo vederlo in tutta una serie di tribù indiane nelle quali essa ha avuto luogo solo da poco, ed anzi è ancora in via di compiersi, sotto l'influsso in parte della crescente ricchezza e delle mutate condizioni di vita (trasferimento dai boschi alle praterie), in parte dell'azione morale della civiltà e dei missionari. Di otto tribù del Missouri, sei hanno la linea di discendenza e successione ereditaria maschile, ma due ancora la linea di discendenza femminile. Tra gli Shawnees, i Miamis e i Delawares è invalso l'uso di trasferire i figli nella gens del padre mediante un nome gentilizio appartenente alla sua gens perché essi possano ereditare da lui. Innata casistica dell'uomo, quella di cambiare le cose mutandone i nomi! E di trovare un sotterfugio per infrangere la tradizione rimanendo nella tradizione, laddove un interesse diretto abbia dato la spinta sufficiente (Marx).

Ciò che per Bachofen era un vagheggiamento creazionista, in Engels e in Marx assume prova certa della trasformazione sociale dalla quale è divenuta l'attuale famiglia.

Né Marx, né Engels sono in grado di scorgere la funzione sociale della famiglia. Sono convinti che la famiglia costruisce legami di schiavitù. Ma questi legami di schiavitù per Marx sono relativi alla schiavitù della donna. Non si avvedono che la sottomissione della donna nella famiglia è un mezzo per schiavizzare i figli e non il fine della famiglia.

Perché la relazione sessuale fra gli individui si separa dall'insieme sociale per tornare nell'insieme sociale come unità separata da esso e facente parte, in quanto famiglia, dell'insieme sociale?

Perché il singolo individuo, che le teorie dei positivisti colgono nella struttura sociale che chiamano "orda" e che Engels individua nel comportamento animale pre-umano, non ha partecipato in quanto individuo alla formazione della società?

A cosa serviva la definizione giuridica della famiglia?

A questo non ha risposto né Marx né Engels. Non ha risposto nessun filosofo e nessun sociologo perché non potevano dare una risposta dal momento che non esiste un'origine della famiglia, ma esiste solo un'origine del concetto e della funzione moderna della famiglia.

La famiglia costituisce la proprietà privata; la proprietà privata determina la famiglia.

L'oggetto di proprietà sono i figli!

I figli, intesi come individui che crescono e che formeranno la società di domani sono gli oggetti che vengono posseduti mediane la struttura della famiglia nel tempo presente.

Quella che Bachofen immagina sia stata una società matriarcale e che Engels individua, almeno in parte, nelle relazioni familiari Irochesi di Morgan, non era la famiglia il cui concetto viene esteso da Engels su altri comportamenti umani e animali, ma era un adattamento sociale delle relazioni interpersonali che non aveva come scopo la proprietà dei figli.

Solo la proprietà privata dei figli determina la nascita della famiglia come noi oggi la conosciamo.

Lo schiavo è proprietà come il figlio. E' il figlio il primo schiavo della famiglia. Un figlio al quale la famiglia ventila la possibilità di diventare padrone elevandolo sopra altri schiavi.

Scrive Engels a pag. 83-84:

Ne derivò una disperata confusione cui poteva solo rimediarsi, e cui fu anche parzialmente rimediato, mediante il passaggio al diritto patriarcale. «Questo sembra in generale il passaggio più naturale (Marx). Su quello che gli studiosi di diritto comparato ci sanno dire sul modo e la maniera con cui questo passaggio si compì tra i popoli civili del mondo antico (si tratta d'altronde quasi soltanto di ipotesi), cfr. M. Kovalevski: Tableau des origines et de l'éoolution de la famille et de la propriété, Stoccolma, 1890. Il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta sul piano storico universale del sesso femminile. L'uomo prese nelle mani anche il timone della casa, la donna fu avvilita, asservita, resa schiava delle sue voglie e semplice strumento per produrre figli. Questo stato di degradazione della donna come si manifesta apertamente, in ispecie tra i Greci dell'età eroica e, ancor più, dell'età classica, è stato poco per volta abbellito e dissimulato e, in qualche luogo, rivestito di forme attenuate, ma in nessun caso eliminato. Il primo effetto del dominio esclusivo degli uomini, fondato allora, si mostra nella forma intermedia della famiglia patriarcale, che affiora in questo momento; Ciò che lo caratterizza principalmente non è la poligamia, di cui diremo più tardi, ma « l'organizzazione di un numero di persone libere e non libere in una famiglia sotto la patria• potestà del capofamiglia. Nella forma semitica questo capo- famiglia vive in poligamia, gli uomini non liberi hanno moglie e figli e il fine di tutta l'organizzazione è la custodia di armenti in un territorio delimitato.» L'essenziale è costituito dall'incorporamento di non liberi e dalla patria potestà; perciò la forma tipica e compiuta di questa famiglia è la famiglia romana. La parola familia non esprime originariamente l'ideale del filisteo d'oggigiorno, fatto di sentimentalismo e di discordie domestiche; essa, presso i Romani, da principio non si riferisce affatto alla coppia unita in matrimonio, ma solo agli schiavi. Famulus significa schiavo domestico e familia è la totalità degli schiavi appartenenti ad un uomo. Ancora al tempo di Gaio la familia, id est patrimonium (cioè la parte ereditaria), era legata per testamento. L'espressione fu trovata dai Romani per caratterizzare un nuovo organismo sociale, il cui capo aveva sotto di sé moglie, figli, e un certo numero di schiavi sottoposti al potere patriarcale dei Romani, e col diritto di vita e di morte su tutti.

Da Platone alla bibbia, la necessità di possedere e determinare l'azione futura dei figli, è il motivo per il quale nasce la famiglia come noi oggi la conosciamo.

La necessità di possedere i figli è il motivo per cui nasce la famiglia come fissazione nella proprietà dei rapporti sessuali. I rapporti sessuali non sono più rapporti fra persone, ma diventano mezzo di possesso e di controllo delle persone.

Il processo di fissazione della proprietà della famiglia sui figli e la sua definitiva fissazione come elemento di controllo della società, attraversa vari secoli, tuttavia ciò che è accaduto da Platone in poi, dall'imposizione della bibbia in poi, non ha nessuna relazione con le forme di aggregazioni sessuali precedenti che hanno caratterizzato la storia dell'umanità fin da quando gli antenati uscirono dal brodo primordiale.

La proprietà privata è un mezzo per sancire la proprietà dei figli.

Fra gli antichi codici Sumeri, Babilonesi e Ittiti da un lato e la bibbia e i vangeli dall'altro, c'è un salto qualitativo nel controllo e nella coercizione della famiglia nei confronti dei figli. I figli cessano di essere il prodotto dell'attività sessuale, ma l'attività sessuale viene organizzata in funzione della produzione di figli. Il dio della bibbia si fa chiamare "padre" e il popolo eletto, i suoi figli, sono gli oggetti di sua proprietà. La sacra famiglia cristiana ha come modello la recita del magnificat di Maria in Luca in cui costei dichiara la rinuncia di essere una persona per diventare la schiava-fattrice del suo dio-padre-padrone.

Diventa interessante leggere il passaggio fra la condizione del padre padrone di Roma Antica e il padre padrone che si identifica col dio padrone della bibbia per comprendere i fini della famiglia.

A Roma antica la figura del "padre padrone" è una figura istituita da Romolo ed è il perno della società romana per secoli finché il controllo dei padri sui figli, specialmente quando ricoprivano cariche pubbliche, fu modificato in età imperiale.

Marco Cavina, nel suo "Il padre spodestato" Edizione Laterza 2007, della situazione a Roma quando fu istituita la patria potestas dice a pag. 15:

La patria potestà romana, al di là dei suoi pregnanti profili sostanziali che Dione Crisostomo certificava comuni a molte altre esperienze arcaiche, si segnalava soprattutto per una caratteristica: la permanenza sino alla morte del padre, salvo volontaria emancipazione o altre situazioni assolutamente eccezionali. Di qui l'eventualità della singolare figura del cittadino romano d'età matura, sposato, con figli, ma ancora 'soggetto' ai poteri paterni - patrimoniali e correzionali - insieme alla propria moglie e alla propria prole. La terribile qualificazione della perpetuità dev'essere notevolmente ridimensionata, se si procede, com'è necessario, alla sua contestualizzazione storico-sociale. La demografia storica ci insegna che la patria potestà era circoscritta, anzitutto, dal costume e dal 'ciclo vitale' romano. A prescindere dall'altissimo tasso di mortalità infantile - circa un sopravvissuto su dieci al decimo anno di vita -, per chi usciva dall'infanzia la morte incombeva mediamente intorno ai quaranta-cinquanta anni. Secondo attendibili ricostruzioni un terzo dei romani era orfano di padre al termine giuridico dell'infanzia - dodici anni per le femmine, quattordici per i maschi -, la metà intorno ai vent' anni, quattro quinti intorno ai trenta, il 95 per cento intorno ai quarant'anni. Era, dunque, estremamente esigua la porzione di cittadini adulti astrattamente vessabili dai padri nelle scelte matrimoniali, nella cura dei figli/nipoti e negli atti patrimoniali. Altra coordinata entro cui andava a lenirsi l'impatto sociale dei poteri paterni era quella cetuale. La tradizionale patria potestas era strettamente connessa ai ceti dirigenti, all'aristocrazia e al patriziato, ma si appannava progressivamente nelle famiglie più modeste, dove era il padre anziano ad attendersi aiuto dal figlio piuttosto che il contrario, onde i figli venivano rendendosi indipendenti proporzionalmente alla loro capacità di produrre reddito. La massa silenziosa dei sudditi romani non conosceva le glorie e i misfatti della patria potestà, che pure avrebbe costituito l'autentico retaggio di Roma per l'Europa nel campo delle relazioni domestiche.

Quando Romolo istituisce il "potere dei padri", lo istituisce con dei contrappesi.

Scrive Cavina a pag. 14:

Lo stesso Romolo - fondatore e primo re di Roma -, dopo aver imbastito l'assetto istituzionale della nuova città, ritenne che la valorizzazione del patriarcato avrebbe conferito a Roma le fondamenta le più solide e affidabili, consentendole di vivere tranquillamente in pace e in guerra. Cosa di meglio che delegare ai padri il primo controllo disciplinare? La disciplina, però, non poteva significare completo arbitrio. A Romolo sarebbe, quindi, venuto in mente d'imporre ai cittadini il dovere di educare tutti i figli maschi, ma soltanto le primogenite tra le figlie, vietando l'uccisione dei figli minori di tre anni, a meno che non fossero affetti da mutilazioni o mostruosità: in tal caso venivano soppressi, purché la mutilazione o la mostruosità fossero state certificate da cinque vicini prossimi. Contro i trasgressori si intimarono multe pesantissime. Al di là del problema dell'assoluta veridicità di siffatte memorie in ogni loro dettaglio, un elemento vi balza in primo piano: la centralità del patriarcato nel mondo romano. Il primo Re dovette avvertire come necessità primaria quella di fondare la città sul potere dei padri e, nel contempo, di arginarlo, salvaguardando esigenze elementari quali l'obbligo di allevare ed educare i figli, nonché il divieto di ucciderli senza motivo.

Questa idea di società romana si trasforma nel corso dei secoli e Marco Cavina scrive:

La prima età imperiale scandì un sempre più attivo interesse pubblico sulla famiglia, circoscrivendo 1'arbitrio paterno, incentivando e regolamentando il matrimonio e la procreazione. Fra politica assolutistica e ferventi impegni culturali - quello della morale stoica fra tutti -, oltre che per l'affermazione del cristianesimo il cui ruolo decisivo è difficilmente svalutabile, nei secoli dell'Impero si ridisegnò il ruolo del padre di famiglia, forse poco nelle formali regole giuridiche, sicuramente molto nell'etica e nelle consuetudini. Ciò nondimeno, non si deve pensare a un radicale sovvertimento. Le ricostruzioni storiche troppo recise crollano sotto il peso delle facili eccezioni, in un panorama di fonti comunque insufficiente e malfido. L'Impero non segnò l'avvento dell'‘affetto' paterno. I secoli precedenti non furono 1'età d'oro del governo dei padri, intesi come virtuosi despoti. L'amore per i figli e il dolore per la loro morte non furono scoperti dagli stoici o dai cristiani. Sotto il profilo etico-culturale, la famiglia romana andò a fondarsi sulla virtù cardinale della pietas, nella duplice direzione dei genitori verso i figli e dei figli verso i genitori. La durezza della patria potestà giuridico-consuetudinaria non pare aver inciso in profondità sugli atteggiamenti affettivi, né le sue durezze traspaiono dalle fonti sulla vita familiare quotidiana. Indubbiamente fra il I e il V secolo d.C., secondo proporzioni che è azzardato quantificare, i costumi romani nelle relazioni domestiche vennero mutando sotto la pressione convergente di sommovimenti in campo politico, filosofico e religioso. Ideologicamente e programmaticamente, però, l'arcaismo patriarcale non fu mai abbandonato nei suoi connotati essenziali: il padre rimase il primo simbolo del potere.

L'innesto del cristianesimo su un sistema sociale che sta modificando le relazioni interne alla famiglia aggrava la posizione dei figli perché li priva dei doveri che nei loro confronti avevano i padri di Roma.

Se a Roma il potere dei padri, delle classi più ricche, era legittimato dal fatto che mediante la proprietà controllavano i figli, nelle classi popolari, dove la ricchezza era relativa, la proprietà materiale non costituiva mezzo per il controllo dei figli.

Romolo istituisce la patria potestà come struttura della società; la chiesa cattolica la costituisce come emanazione e volontà del suo dio padrone per il controllo psichico-emotivo dei figli.

Non c'è mai stata una società matriarcale che abbia preceduto la società patriarcale.

Più semplicemente le relazioni fra le persone non servivano a fissare la proprietà sulle persone stesse. Quella che Engels chiama "famiglia di coppia", intendendo una "famiglia primitiva", al di là della persistenza temporale dei rapporti, continui o saltuari, non aveva le finalità di impossessarsi dei figli.

Sul modello di esigenza sociale di Romolo, che diventa assoluto nelle affermazioni di Dionigi d'Alicarnasso, si innesta sia l'ideale degli stoici prima che del cristianesimo poi.

Chi esercita la patria potestas non è più il padre biologico, ma è la chiesa cattolica. Attraverso il battesimo il padre rinuncia al figlio e lo consegna alla potestà della chiesa cattolica che glielo affida affinché lo educhi nella fede cattolica.

Il dio padre della chiesa cattolica assume i connotati di assolutismo del padre di Roma. Solo che tale padre non esercita la Pietas come relazione reciproca fra sé e gli altri, ma esercita il solo diritto al dispotismo senza avere i doveri che al padre imponeva Romolo.

Il dio padrone della chiesa cattolica deve impossessarsi dei figli con tutto il loro cuore e tutta la loro anima e lo può fare soltanto legittimando la violenza per la violenza nei confronti dei figli:

Chi ama suo figlio usa assiduamente la sferza, affinché alla fine possa essere contento di lui, e questi non debba andare a bussare alle porte dei vicini. Chi educa suo figlio ne avrà soddisfazione, e tra i suoi conoscenti potrà vantarsi di lui. Chi istruisce suo figlio rende geloso il nemico, e davanti agli amici potrà andar superbo di lui. Muore suo padre, ma è come se non morisse, perché egli lascia dietro di sé uno che è simile a lui. Mentre era in vita egli lo vide e se ne rallegrò, ma anche alla sua morte non ebbe a rattristarsi, né ebbe ad arrossire davanti ai suoi nemici. Di fronte ai suoi nemici ha lasciato un difensore, e per gli amici uno che li ricambierà dei loro benefici. Chi blandisce suo figlio, dovrà poi fasciarne le ferite, e a ogni suo grido gli si strazieranno le viscere. Un cavallo non domato diventa intrattabile, e un figlio abbandonato a se stesso diventa temerario. Accarezza tuo figlio e ti farà spaventare, scherza con lui e ti farà piangere. Non ridere con lui, se insieme a lui non vuoi piangere e alla fine digrignare i tuoi denti. Non lasciarlo libero durante la sua gioventù, e non chiudere gli occhi sulle sue mancanze. Curva la sua schiena durante la sua gioventù, e battigli i fianchi finché è ancora giovane, affinché non diventi caparbio e ribelle, e sia per te una pena dell'anima. Educa tuo figlio e preoccupati di lui, affinché tu non abbia a inciampare per la sua stoltezza.

Eclesiatico 30, 1-13

Per contro, la bibbia stabilisce la pena di morte per i figli che si ribellano al dispotismo dei padri (come rappresentanti del dio padrone):

"Se uno ha un figlio caparbio e ribelle, che non obbedisce alla voce di suo padre, né alla voce di sua madre, e per quanto l'abbiano castigato, non dà loro ascolto, suo padre e sua madre lo prendano e lo conducano dagli anziani della città, alle porte del luogo. E dicano agli anziani della città: Questo nostro figlio è caparbio e ribelle, non vuole obbedire alla nostra voce, è un prodigo e un bevitore. Sia lapidato da tutti gli uomini della città, sicché muoia. Togli così il tuo male di mezzo a te, e tutto Israele, venendo a saperlo, sarà preso da timore"

Deuteronomio 21, 18-21

"Colui che percuote suo padre e sua madre, sia messo a morte."

Esodo 21, 15

"Chi maledice il proprio padre e la propria madre, sia messo a morte".

Esodo 21, 17

"Chiunque maledice suo padre e sua madre, sia messo a morte: ha maledetto i suoi genitori, il suo sangue ricada su di lui."

Levitico 20, 9

Il possesso delle persone è l'intento per il quale sono stati scritti bibbia e vangeli.

Engels è vissuto in questa oggettività dottrinale. La famiglia, di cui Engels cerca l'origine, è la famiglia le cui relazioni sono imposte dalla bibbia ebrea e cristiana. Engels cerca l'origine della realtà vissuta senza affrontare l'oggettività ideologica che ha costruito la realtà in cui sta vivendo.

Eppure, ad Engels la critica non è un oggetto che gli è estraneo. Quando Marx ed Engels scrivono "La sacra famiglia", il sottotitolo è "Critica della critica critica contro Bruno Bauer e soci". In un'idea secondo cui l'avversario politico si può criticare, ma il fondamento del dio padrone, del Gesù di Nazareth non si critica se non nella forma con cui gli effetti ideologici si presentano nella società.

Engels cerca l'origine della famiglia senza criticare la famiglia nel suo presente. Un presente che non è fatto di "come è organizzata la famiglia", ma dalle cause e dagli intenti per cui quella famiglia esiste. Engels avrebbe dovuto partire dal suo presente ideologico per sviluppare la sua critica alla famiglia. Invece ha cercato di identificare un lontano passato che ha prodotto la famiglia. E' finito per descrivere un primitivismo immaginario finendo per nascondere i fini per i quali la famiglia si è socialmente imposta. Ha dimenticato che il divenuto della famiglia come la può osservare nella società in cui vive manifesta le medesime finalità per le quali la famiglia è diventata un'entità giuridica.

Il risultato delle idee sviluppate da Engels fu quello di nascondere la questione sociale fondamentale: la questione dell'infanzia. Nel Capitale Marx censura il lavoro dei ragazzi come lavoro aberrante, ma non vede come le condizioni della sottomissione a quel tipo di lavoro sono costruite nella famiglia.

Engels scrive a pag. 101-103:

E cosi anche il carattere peculiare del dominio dell'uomo sulla donna nella famiglia moderna, e la necessità, nonché la maniera, di instaurare un'effettiva eguaglianza sociale dei due sessi, appariranno nella luce più cruda solo allorché entrambi saranno provvisti di diritti perfettamente eguali in sede giuridica. Apparirà allora che l'emancipazione della donna ha come prima condizione preliminare la reintroduzione dell'intero sesso femminile nella pubblica industria, e che ciò richiede a sua volta l'eliminazione della famiglia monogamica in quanto unità economica della società. Abbiamo cosi tre forme principali di matrimonio, che in complesso corrispondono ai tre stadi principali dello sviluppo umano. Il matrimonio di gruppo per lo stato selvaggio; il matrimonio di coppia per la barbarie; la monogamia, completata dall'adulterio è dalla prostituzione, per la civiltà. Tra il matrimonio di coppia e la monogamia s'introduce, nello stadio superiore della barbarie, il dominio dell'uomo sulle schiave e la poligamia.

Come prova tutta la nostra esposizione, il progresso che appare in questa successione è legato alla particolarità che la libertà sessuale del matrimonio di gruppo è stata sempre più sottratta alle donne, ma non agli uomini. E il matrimonio di gruppo, in realtà, per l'uomo continua a sussistere sino ad oggi. Ciò che per una donna è un delitto che si tira dietro gravi conseguenze legali e sociali, è considerato per l'uomo cosa onorevole, e nel peggiore dei casi come una lieve macchia morale che si porta con piacere. Ma quanto più l'antico eterismo tradizionale, ai tempi d'oggi, grazie alla produzione capitalistica delle merci, si muta e si adatta ad essa, e quanto più si trasforma in aperta prostituzione, tanto più esso esercita un influsso demoralizzante. E demoralizza precisamente molto più gli uomini che le donne. La prostituzione degrada tra le donne solo le infelici che in essa precipitano, e anche costoro in una misura molto minore di quello che comunemente si crede. Invece essa degrada il carattere di tutto il mondo maschile. In tal modo, in nove casi su dieci, un lungo fidanzamento è una vera e propria scuola preparatoria alla infedeltà coniugale. Andiamo ora verso uno sconvolgimento sociale in cui le basi economiche della monogamia, come sono esistite finora, scompariranno tanto sicuramente quanto quelle della prostituzione che ne è il complemento. La monogamia sorse dalla concentrazione di grandi ricchezze nelle stesse mani, e precisamente in quelle di un uomo, e dal bisogno di lasciare queste ricchezze in eredità ai figli di questo uomo e di nessun altro. Perciò era necessaria la monogamia della donna e non quella dell'uomo; cosicché questa monogamia della donna non era affatto in contrasto con la poligamia aperta o velata dell'uomo. Ma il sovvertimento sociale imminente, mediante trasformazione per lo meno della parte infinitamente maggiore delle ricchezze durature ereditabili - dei mezzi di produzione - in proprietà sociale, ridurrà al minimo tutta questa preoccupazione della trasmissione ereditaria. Poiché dunque la monogamia è sorta da cause economiche, scomparirà se queste cause scompaiono Si potrebbe, non a torto, rispondere: scomparirà cosi poco che invece soltanto allora sarà realizzata sul serio. Infatti, con la trasformazione dei mezzi di produzione in proprietà sociale viene anche a scomparire il lavoro salariato, il proletariato, e quindi anche la necessità per un certo numero di donne, statisticamente computabile, di concedersi per denaro. La prostituzione sparisce e la monogamia, invece di tramontare, diventa finalmente una realtà ... anche per gli uomini.

La posizione degli uomini in ogni caso subirà un grande cambiamento. Ma anche quella delle donne, di tutte le donne, subirà un notevole cambiamento. Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune, la famiglia singola cessa di essere l'unità economica della società. L'amministrazione domestica privata si trasforma in un'industria sociale. La cura e la educazione dei fanciulli diventa un fatto di pubblico interesse; la società ha cura in egual modo di tutti i fanciulli, legittimi e illegittimi. E con ciò cade la preoccupazione delle "conseguenze", la quale oggi costituisce il motivo sociale essenziale - sia morale che economico - che impedisce ad una fanciulla di abbandonarsi senza riserve all'uomo amato. Non sarà tutto ciò una causa sufficiente per il sorgere graduale di un più disinvolto commercio sessuale, e quindi di una opinione pubblica meno rigida e chiusa sull'onore delle fanciulle e sul disonore femminile? E infine, non abbiamo forse visto che nel mondo moderno monogamia e prostituzione sono, certo, antagonismi, ma antagonismi inseparabili, poli opposti del medesimo stato di cose della società? Può scomparire la prostituzione senza trascinare con sé, nell'abisso, la monogamia? Entra qui in attività un nuovo elemento il quale, al tempo in cui si formava la monogamia, era al massimo in germe: l'amore sessuale individuale.

Il sole dell'avvenire, secondo Engels, modifica la realtà della famiglia. Ma non modifica i fini della famiglia: manipolare l'infanzia.

La questione dell'infanzia resta sullo sfondo.

Viene ignorata come fine della famiglia.

Da questo punto di vista Engels e Marx non mettono in discussione il diritto dei cristiani di manipolare l'infanzia. Di costruire individui asociali. Individui malati di fede.

Discutono sulle condizioni degli occhi che guardano il mondo, ma non le condizioni che costruiscono quegli occhi che guardano il mondo.

L'uomo rimane creato da dio e, pertanto, non si mette in discussione la "costruzione dell'uomo" mediante la modifica dell'intervento sull'infanzia. L'infanzia è affidata ai cristiani che ne manipolano la psiche in nome del loro dio padrone. I cristiani costringono i bambini a cercarsi un dio padrone nella figura di ogni padre-padrone, di ogni dio padrone.

"L'uomo è sempre l'uomo" dirà Ratzinger contro Marx nella Spe salvi. In realtà la manipolazione psichica dell'uomo da parte dei cristiani è la manipolazione psichica dell'uomo come costante che impedisce all'uomo di assumersi la responsabilità della propria esistenza. L'uomo non è creato ad immagine di un dio pazzo cretino e deficiente. L'uomo è manipolato nella sua struttura psichica dalla famiglia cristiana. Dalla violenza che la famiglia fa nei suoi confronti al fine di renderlo dipendente dai genitori.

La famiglia, comunque sia pensata, non è una struttura per la veicolazione della sessualità. La famiglia è una struttura il cui scopo è distruggere il divenire dei ragazzi imponendo loro dipendenza per tutta la loro esistenza.

L'origine e il fine della famiglia è la distruzione della struttura psico-emotiva dei figli. La formazione della proprietà privata serve esclusivamente per impossessarsi dei figli, renderli dipendenti dai genitori. Tale origine, è la funzione che ancor oggi riveste la famiglia.

Nota: dove non è diversamente segnato, i brani sono tratti da F. Engels in L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti 1971

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Quando un percorso sociale fallisce o esaurisce la sua spinta propulsiva, è bene tornare alle origini. Là dove il pensiero sociale è iniziato, analizzare le incongruenze del passato alla luce dell'esperienza e abbattere i piedistalli che furono posti a fondamento del percorso sociale esaurito.

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Marghera, 09 novembre 2012

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.