Durkheim Emile (1859 1917)

Le forme elementari della vita religiosa

4^ Parte

Il Naturismo

Riflessioni sulla sociologia.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

Nella critica al naturismo, l'idea sociologica secondo cui le religioni hanno origine dalla relazione fra l'uomo e la natura, Durkheim manifesta una serie di idee che rivelano ciò che non ha mai voluto considerare della religione monoteista, cristianesimo ed ebraismo, in cui è stato educato. Le riflessioni di Durkheim sul naturismo ci permettono di fare una serie di riflessioni e considerazioni sul modo di Durkheim di pensare il mondo religioso. Ci rivelano da dove nascono le sue "idee" sociologiche e alcuni meccanismi che intende applicare all'analisi sociologica.

Per cosa è nata una "religione", che Durkheim chiama "fede religiosa"?

Mettere in armonia l'uomo con il mondo materiale. Ma l'uomo è materia. L'uomo, come ogni Essere della Natura di cui è parte, altro non è che una concentrazione di materia consapevole di sé.

I "se" di Durkheim sono i "se" posti dalla religione monoteista che considera l'uomo creato dal suo dio padrone e, pertanto, i dubbi che innesta non sono relativi alla religione, ma alle specifiche risposte al bisogno emotivo dell'uomo date da quel dio padrone. Da quella religione.

Religione è un termine entro il quale si sono considerate una serie di attività umane che hanno come scopo le relazioni emotive fra l'uomo e il mondo. Nel termine religione si vengono a definire tutte quelle percezioni, emozioni, sentimenti che pur essendo a fondamento del divenire della vita dell'uomo appaiono alla ragione come distinte dall'attività sociale e razionale dell'uomo.

Durkheim e altri si chiedono: dal momento che oggi questo complesso emotivo viene costretto dalla società a focalizzarsi sull'idea di un ordine superiore, rivelato da un dio padrone, qual era in origine il riferimento a quel complesso emotivo che oggi viene circoscritto nell'uomo in funzione del dio padrone? La risposta per alcuni è la Natura. I primitivi, dicono alcuni, in origine, adoravano la Natura.

Il problema è che, non c'è un'origine. Non c'è il primitivismo che essi pensano. Non è mai esistito per il semplice fatto che non è mai esistita la creazione e, dunque, non esiste un progresso di evoluzione culturale o concettuale dell'uomo per cui si passa da una forma religiosa ad un'altra entro la quale veicolar le proprie pulsioni emotive.

Le riflessioni di Durkheim, come di altri positivisti del suo tempo, sono riflessioni che partono dal vissuto cristiano, ebraico, in cui gli uomini trovano conveniente che la loro struttura emotiva sia posseduta dal loro dio padrone in quanto, essendo posseduta, ricaverebbe il vantaggio della promessa divina o della salvezza. Durkheim, che considera queste attese messianiche la forma più "elevata" di religione, si pone il problema di dimostrare l'inconsistenza della risposta della necessità di una religione Naturalista dei primitivi perché egli, in quanto ebreo-cristiano, è convinto che la bibbia abbia una qualche realtà storica.

Scrive Durkheim:

In qualsiasi modo si spieghino le religioni - si dirà - è tuttavia certo che esse si sono ingannate sulla vera natura delle cose: le scienze lo hanno provato. I modi di agire che esse consigliavano o prescrivevano all'uomo non potevano dunque avere che ben raramente effetti utili; non è con lustrazioni che si guariscono le malattie, né con sacrifici o canti che si fanno maturare le messi. Perciò l'obiezione che abbiamo fatto al naturismo pare applicarsi a tutti i sistemi di spiegazione possibili.

La scienza non spiega una religione. La scienza, cento anni dopo Durkheim, dimostrerà la realtà dell'insieme emotivo dell'uomo che viene veicolato da questi in relazione al mondo in cui vive in una costante ricerca di relazioni con esso. Già al tempo di Durkheim si poteva rilevare che le religioni rivelate, ebraismo e cristianesimo, ingannavano le persone nelle loro affermazioni di verità e nelle aspettative che imponevano alle persone. La religione rivelata, ebraismo e cristianesimo, non era utile all'uomo, ma lo danneggiava. Durkheim, partendo da questa considerazione, ritiene che anticamente, essendo gli uomini dei primitivi, e dunque stupidi, non facevano altro che cercare nella religione un'utilità simile a quella che ebrei e cristiani cercavano nella loro religione.

Durkheim non voleva ammettere che, essendo la religione uno strumento attraverso cui veicolare la struttura emotiva, psichica profonda, dell'uomo, come strumento era utile per aprire all'uomo la percezione emotiva del mondo in cui viveva. La religione, come strumento dell'uomo, poteva diventare uno strumento per impossessarsi dell'uomo manipolando la struttura emotiva dell'uomo stesso. La religione ebrea e cristiana costringe la percezione del mondo entro i limiti della credenza e della fede imposte portando l'uomo alla malattia mentale. La religione ebrea e cristiana vivono beneficiando del prodotto della malattia mentale dell'uomo che, al di là delle patologie psichiatriche individuate, lo ammalano di fede e di credenza in un dio padrone.

Il Gesù dei cristiani che guarisce dalla cecità o dalla lebbra le pecore del suo gregge, diventa il modello utilitaristico mediante il quale Durkheim pensa alla religione e immagina gli antichi primitivi a pensare la sua stessa cosa. Gli antichi, secondo Durkheim, volevano guarire dalle malattie e per questo facevano sacrifici o lustrazioni dimenticando che la paura della malattia è propria dell'attività della religione monoteista, ebraica-cristiana-musulmana, e non appartiene alle società pre-platoniche.

Scrive Durkheim:

Ce n'è però uno che vi sfugge. Supponiamo che la religione risponda ad un bisogno del tutto diverso da quello di adattarci alle cose sensibili: essa non correrà il rischio di affievolirsi per il solo fatto di non soddisfare o di soddisfare male a questo bisogno. 'Se la fede religiosa non è nata per mettere l'uomo in armonia con il mondo materiale, gli errori che ha potuto fargli compiere nella sua lotta col mondo non la toccano alla sua origine, perché essa si alimenta a un'altra. fonte. Se si è giunti a credere non per queste ragioni, si doveva continuare a credere anche quando queste ragioni erano contraddette dai fatti. Si comprende anche che la fede abbia potuto essere abbastanza forte non soltanto per sopportare queste contraddizioni, ma anche per negarle e per impedire al credente di avvertirne la portata: ciò aveva per effetto di renderle inoffensive per la religione. Quando il sentimento religioso è vivo, non ammette che la religione possa essere colpevole e suggerisce facilmente spiegazioni che la scagionano; se il rito non produce i risultati attesi, si imputa l'insuccesso a qualche errore di esecuzione o all'intervento di una divinità 'contraria. Ma per questo occorre che le idee religiose non traggano origine da un sentimento che viene urtato da questi disinganni sperimentali; da dove potrebbe venire allora tale forza di resistenza?

Durkheim considera la "fede", cioè la malattia mentale da credenza e da sottomissione, un oggetto in sé stesso e non la manifestazione della malattia mentale dell'individuo costretto a veicolare i propri sentimenti e le proprie emozioni nella dipendenza da un dio padrone a cui deve sottomettersi.

Proprio perché la considera un oggetto in sé, Durkheim ritiene che la "fede religiosa" sia nata in funzione di... "mettere in armonia l'uomo col mondo materiale". La stortura del pensiero è propria dell'idea apriori sulla religione imposta dal cristianesimo e dall'ebraismo.

La struttura psico-emotiva dell'uomo è espressione dell'insieme pulsionale che noi chiamiamo "vita". Ciò che distingue, alla nostra percezione, la materia inanimata dalla materia animata, è l'insieme pulsionale che si esprime in tensioni psico-emotive nel soggetto che diventa animato il quale, manifesta il suo essere animato mediante la sua coscienza che mette in atto le azioni nel mondo materiale in cui vive.

La coercizione ebraico-cristiana della struttura pulsionale dell'uomo costruisce la malattia mentale che esprime mediante la fede. La fede ha la capacità di negare l'evidenza dei fenomeni che la negano. L'uomo, per confermare la sua fede, si costruisce un'idea fantasiosa del mondo e dell'oggetto di fede che tende ad imporre mediante la violenza sull'intera società, ma soprattutto sui suoi figli. Egli, in quanto portatore di fede, è un essere superiore. Un modello a cui i suoi figli e l'intera società si devono piegare, sottomettere, omaggiare.

Le "tradizioni" pre-platoniche in cui venivano veicolate le pulsioni psico-emotive dell'uomo, si possono considerare "religioni senza fede". Questo perché anche se il mondo veniva descritto mediante l'azione delle coscienze chiamate Dèi, tale azione non imponeva all'uomo comportamenti diversi dalle azioni che all'uomo necessitava compiere nella società e nel mondo in cui viveva. Non era la "fede negli Dèi" che imponeva il comportamento all'uomo, ma era il comportamento dell'uomo che definiva l'insieme divino del mondo in cui viveva.

Nel platonismo, nel cristianesimo, nell'ebraismo, nell'islamismo e nel buddhismo, la condizione si è invertita. Non c'è più l'uomo che descrive il mondo per come lo percepisce, ma una percezione del mondo, prodotta da delirio di onnipotenza, si impone sull'uomo e costringe l'uomo a sottomettersi ad essa.

Da qui l'osservazione di Durkheim secondo cui "Quando il sentimento religioso è vivo, non ammette che la religione possa essere colpevole" che appartiene esclusivamente all'ambito monoteista ebraico-crsitiano che controlla l'uomo attraverso il "senso di colpa". Nella Religione di Roma Antica, se gli Dèi non stavano ai patti, i patti erano rotti. Gli Dèi erano colpevoli di non aver ottemperato alla loro parte di contratto e decadevano.

La separazione assoluta fra l'ebreo-cristiano Durkheim e la struttura emotiva del mondo in cui vive, è ben delineata nel disprezzo che Durkheim ha per il mondo in cui vive. Quando parla del mondo in cui vive, Durkheim non coglie la meraviglia del suo esistere, ma pensa il mondo come uno strumento funzionale alla propria esistenza. Durkheim non vive in un mondo che vive per sé stesso e in cui costruisce le sue strategie d'esistenza. Durkheim vive in un mondo che il suo dio padrone ha fatto a suo uso e consumo. Pertanto, la meraviglia, per Durkheim, non sta nel mondo in cui vive, ma nel fatto che il suo dio padrone lo abbia creato a suo uso e consumo. E' Durkheim che meraviglia Durkheim. Pensate, il dio padrone ha creato il mondo affinché Durkheim potesse esprimere il suo concetto di storia delle religioni.

Scrive infatti Durkheim:

Inoltre, quand'anche l'uomo avesse realmente avuto motivi per ostinarsi, ad soffrire di tutti gli insuccessi, a esprimere in simboli religiosi i fenomeni cosmici, occorreva anche che questi fossero tali da suggerire questa interpretazione. Da dove verrebbe loro questa proprietà? Anche qui ci troviamo in. presenza di uno di quei postulati che vengono ritenuti evidenti soltanto perché non se ne è fatta la critica. Si pone come assioma che nel gioco naturale delle forze fisiche vi sia tutto il necessario per risvegliare in noi l'idea del sacro; ma quando si osservano da vicino le prove, anche sommarie, che sono state date di questa proposizione, si constata che essa si riduce a un pregiudizio. Si parla della meraviglia che dovevano provare gli uomini man mano che scoprivano il mondo. Ma, in primo luogo, ciò che caratterizza la vita della natura è una regolarità che va fino alla monotonia. Ogni mattina il sole sale all'orizzonte, ogni sera scompare; ogni mese la luna compie lo stesso Ciclo; il fiume scorre in maniera ininterrotta nel suo letto; le stesse stagioni portano con sé periodicamente le stesse sensazioni. Indubbiamente qua e là qualche avvenimento inatteso si produce: il sole si eclissa, la luna scompare dietro le nubi, il fiume straripa, ecc. Ma queste perturbazioni transitorie possono dare origine soltanto a impressioni egualmente transitorie, il cui ricordo si cancella dopo un certo tempo; esse non potrebbero dunque essere la base di questi sistemi stabili e permanenti di idee e di pratiche che costituiscono le religioni. Normalmente il corso della natura è uniforme, e l'uniformità non potrebbe produrre forti emozioni. Raffigurarsi il selvaggio come pieno di ammirazione davanti a queste meraviglie, vuol dire trasportare all'origine della storia sentimenti molto più recenti. Egli vi è troppo abituato per esserne profondamente sorpreso: occorre cultura e riflessione per poter scuotere questo giogo dell'abitudine, e per scoprire ciò che c'è di meraviglioso in questa stessa regolarità. D'altronde - come abbiamo fatto rilevare prima - non basta che noi ammiriamo un oggetto perché ci appaia come sacro, cioè sia contrassegnato da questo carattere che fa apparire ogni contatto d retto con lui come un sacrilegio e una profanazione. E' misconoscere ciò che c'è di specifico nel sentimento religioso il confonderlo con ogni impressione di sorpresa ammirativa.

Il mondo in cui viviamo è tutto dentro di noi. Non nel senso che noi lo comprendiamo, ma nel senso che fin da quando eravamo nel brodo primordiale, l'intera storia dell'umanità, di tutti gli Esseri Animali e Vegetali, è una storia di relazioni reciproche e di adattamenti reciproci. Di reciproche interferenze e di reciproche modificazioni. Interferenze e modificazioni che si sono fissate come modificazioni delle specie e dell'ambiente. Interferenze e modificazioni che sono diventati elementi del patrimonio esperienziale di specie. Non come elementi razionali determinati, ma come pulsioni che contengono un numero indeterminato di risposte possibili del soggetto a un numero indeterminato di fenomeni possibili a cui il soggetto potrebbe rispondere per adattarsi e vivere al meglio.

La pulsione che ci spinge ad allontanarci dal pericolo, è una pulsione funzionale alla sopravvivenza della specie. La risposta mediante l'azione all'insorgenza della pulsione nata dalla percezione di un pericolo è determinata, nella sua riuscita, dalla conoscenza culturale del soggetto della realtà oggettiva in cui vive. Ma la percezione e l'insorgenza pulsionale, sono patrimoni esperienziali che ogni specie ha costruito dentro ad ogni singolo individuo.

Questo patrimonio esperienziale ci dice che il mondo è "normale" perché il sole sorge, il fiume scorre nel suo letto, le stagioni seguono il loro ciclo e la luna continua con le sue fasi. Se ciò non fosse, saremmo in pericolo per la modificazione radicale di un mondo in cui ci siamo adattati per milioni e milioni di anni.

Per contro, proprio quella "normalità", individuata da Durkheim, costituisce la meraviglia dell'esistere per chi abita il mondo. Il Sole sorge tutti i giorni, ma tutti i giorni costruisce un nuovo e diverso esistere; il fiume scorre nel suo letto, ma nello scorrere, tutti i giorni, manifesta un diverso scorrere modificando la sua presenza nel suo mondo; le stagioni seguono alle stagioni, ma nel seguire le stagioni modificano la realtà quotidiana che costituisce stimolo di adattamento soggettivo e meraviglia per chi la abita; la luna segue il suo ciclo e scandisce la vita sulla terra modificando continuamente l'ambiente in cui vivo. La modificazione continua del mondo non è data dalla generalità del mondo, ma dalla specificità della manifestazione nel mio quotidiano dei suoi fenomeni che incidono nella mia vita specifica.

Gli adattamenti specifici dell'uomo, come di ogni altro Essere nella Natura, costituiscono i suoi atti eroici. Sono gli atti eroici che, coinvolgendo la struttura emotiva dell'individuo nelle relazioni col mondo in cui vive, gli permettono di percepire la meraviglia della relazione fra la propria struttura emotiva e le strutture emotive dei soggetti del mondo nell'atto eroico.

Per Durkheim il fatto che il sole sorga è una banalità, ma per l'eroe che affronta la propria vita, nel sorgere del sole, individua un comportamento eroico.

Il mondo è banale solo se gli occhi che lo guardano sono banali. La banalità nei confronti del mondo è imposta dalle religioni ebrea, cristiana, musulmana e buddhista. Loro hanno un percorso religioso che distacca l'uomo dal mondo. Lo distacca dalla terra per costruire la relazione col loro dio padrone. Così la terra diventa banale. La vita diventa banale. Tutto è banalità. Solo il dio padrone, in cui il fedele ebreo, cristiano, musulmano o buddhista, si identificano diventa la meraviglia da cui, non il presente è manifestato, ma il fedele stesso si ritiene manifestato in un presente banale funzionale a sé stesso.

Scrive Durkheim:

In mancanza dell'ammirazione - si dice - c'è però un'impressione che l'uomo non può non provare in presenza della natura. Egli non può entrare in rapporto con essa senza rendersi conto che essa lo trascende e lo supera: essa lo schiaccia con la sua immensità. Questa sensazione di uno spazio infinito che lo circonda, di un tempo infinito che ha preceduto e che seguirà l'istante presente, delle forze infinitamente più grandi di quelle di cui dispone, non può non risvegliare in lui, a quanto sembra, l'idea che esiste fuori di sé una potenza infinita da cui egli dipende. Questa idea entra come elemento essenziale nella nostra concezione del divino. Ma ricordiamoci ciò di cui si discute. Si tratta di sapere come l'uomo abbia potuto giungere a pensare che c'erano nella realtà due categorie di cose radicalmente eterogenee e incomparabili tra loro. Come lo spettacolo della natura potrebbe darei l'idea di questa dualità? La natura è sempre e dovunque simile a se stessa. Poco importa che si estenda all'infinito: oltre il limite estremo a cui può giungere il mio sguardo, essa non differisce da ciò che è al di qua. Lo spazio che immagino oltre l'orizzonte è ancora spazio, identico a quello che vedo. Il tempo che scorre senza fine è fatto di attimi identici a quelli che ho vissuto. L'estensione, come la durata, si ripete indefinitamente: se le porzioni che ne conosco non hanno di per sé un carattere sacro, come lo avrebbero le altre? Il fatto che non le vedo direttamente non basta a trasformarle. Un mondo di cose profane può ben essere illimitato; esso rimane però un mondo profano. Si dice che le forze fisiche con le quali siamo in rapporto superano le nostre: però le forze sacre non si distinguono semplicemente da quelle profane per la loro grande intensità, ma sono diverse, poiché hanno qualità speciali che le altre non hanno. Al contrario, tutte quelle che si manifestano nell'universo hanno la stessa natura - quelle che sono in noi come quelle che sono fuori di noi. Soprattutto non c'è alcuna ragione che abbia potuto permettere di attribuire alle une una specie di dignità preminente rispetto alle altre. Se dunque la religione era veramente nata dal bisogno di attribuire cause ai fenomeni fisici, le forze che sarebbero state così immaginate non sarebbero più sacre di quelle che immagina lo studioso di oggi per spiegare gli stessi fenomeni. Ciò vuol dire che non ci sarebbero stati esseri sacri, né quindi una religione. Inoltre, anche supponendo che questa sensazione di sovrastamento informi realmente l'idea religiosa, essa non potrebbe aver prodotto tale effetto sul primitivo; perché egli non ha tale sensazione.

La Natura non supera l'uomo, lo comprende.

Per chi adora il dio creatore e padrone del mondo diventa incomprensibile pensare ad un'altra persona come a colei che affronta la vita, partecipa alla vita e vive la vita senza pretendere di dominare la vita stessa. Chi adora il dio padrone di ebrei e cristiani proietta questa sua sottomissione come chiave di lettura di ogni comportamento. Attribuisce ad ogni altro soggetto che si relaziona col mondo la sua stessa sottomissione ad un padrone.

E' indubbio che la Natura sia immensa, ma io non sono uno spettatore della Natura: io vivo la Natura. Sono il soggetto della Natura che si muove nella Natura e la Natura che abbraccio è quella che entra nel mio orizzonte. L'ebreo e il cristiano, ossessionati dal dominio e dal possesso della Natura che, secondo loro, il loro dio padrone ha donato loro, devono misurare i confini del loro possesso. Per loro la Natura è un immenso del quale vogliono impadronirsi. Questa loro ossessione diventa ricerca spasmodica dei confini dell'esistente e negazione sistematica di ogni possibilità fuori da quei confini. Ma è un problema dell'ebreo e del cristiano, non dell'uomo.

L'ossessione dell'ebreo e del cristiano di possedere il mondo è rappresentata nell'idea di un dio creatore e padrone che, a differenza della loro limitatezza nell'estendere il loro possesso, ha certamente esteso il possesso ad ogni cosa conosciuta e sconosciuta. Pertanto, nell'ideologia religiosa dell'ebreo e del cristiano, dal momento che il loro dio possiede lo sconosciuto spaziale che di tanto in tanto scoprono, viene anche da loro posseduto in potenza e in diritto. Per questo motivo si ritennero in diritto di macellare gli africani e gli indiani d'America: in quanto rappresentanti del dio padrone, loro ne erano i padroni assoluti.

Il delirio di possesso è espressione della malattia mentale indotta negli individui da ebrei e cristiani, non è la religione dei primitivi pre socratici e pre ebrei a Babilonia in cui non esisteva nemmeno il nome di religione. Il sentimento emotivo, al di là di come veniva veicolato, era elemento costitutivo della quotidianità. Non era separato dalla quotidianità. Il sacro, il sacer, il separato non era un concetto religioso degli antichi popoli, ma è un concetto recente, socratico ed ebreo, di separazione fra sé e la società. I templi stessi erano funzionali alla società, non separati da essa. Poi venne la frusta di Gesù che separò il tempio dalla vita sociale: e fu il genocidio.

Pertanto, è una riflessione innaturale quella che porta i teorici del naturismo ad affermare che la religione nasce dal tentativo di spiegare i fenomeni cosmici. Al contrario, i fenomeni cosmici, dal fulmine ad ogni azione atmosferica, della terra o delle stelle, sono azioni che, intervenendo nel presente vissuto, chiedono risposte adattative agli Esseri della Natura e agli Esseri Umani, nel nostro caso. Per estensione, ogni azione è manifestazione di un'intelligenza, di un progetto, di uno scopo, qualunque sia il soggetto che quell'azione ha messo in essere.

Ed è ciò che Durkheim non coglie nella realtà del mito. Quando dice:

"Se dunque la religione era veramente nata dal bisogno di attribuire cause ai fenomeni fisici, le forze che sarebbero state così immaginate non sarebbero più sacre di quelle che immagina lo studioso di oggi per spiegare gli stessi fenomeni. Ciò vuol dire che non ci sarebbero stati esseri sacri, né quindi una religione."

E' l'azione, manifestazione del divino. E' irrilevante la descrizione del soggetto che agisce. Gli uomini che vivono nella Natura si relazionano con l'azione in essere, non col soggetto che quell'azione ha manifesto. Al contrario, la religione ebrea e cristiana, priva l'uomo della capacità di rispondere all'azione del suo dio padrone. L'uomo non agisce in risposta al dio padrone in quanto, qualora lo facesse, si ergerebbe allo stesso livello del dio padrone. Nella religione ebrea e cristiana l'uomo subisce l'azione del dio padrone e, qualora questa azione fosse intesa come criminale, colpevolizzerebbe sé stesso e non il dio padrone.

Per vivere in una condizione religiosa in cui l'uomo risponde alle azioni di Dèi, sia combattendo che adattandosi, è necessario vivere in una condizione religiosa in cui il dio, con cui si entra in relazione, sia considerato alla stregua dell'uomo o, comunque, riconducibile alla sfera della Natura. Come nella battaglia di Ilio. In quel contesto, lo stesso uomo o gli animali o i vegetali, nella loro azione, vengono pensati come Dèi. L'ebreo e il cristiano non possono pensare ai soggetti della Natura come Dèi. In quel caso bestemmierebbero contro il loro dio padrone. Solo che non facendolo non sono in grado di riconoscere a costoro la volontà di vivere. Per questo motivo il cristiano vive in un mondo delirante e Durkheim si vede costretto a legittimare un mondo di malattia mentale che chiama: evoluzione religiosa o sociale.

Scrive Durkheim:

Egli non ha affatto coscienza che le forze cosmiche siano a tal punto superiori alle sue. Poiché la scienza non è ancora venuta a insegnargli la modestia, egli si attribuisce un dominio sulle cose che di fatto non ha, ma la cui illusione basta per impedirgli di sentirsi dominato da esse. Egli crede - come si è detto - di poter dettare legge agli elementi, scatenare il vento, costringere la pioggia a cadere, fermare il sole con un gesto ecc.. La religione stessa contribuisce a dargli questa sicurezza; perché si ritiene che essa possa armarlo di vasti poteri sopra la natura. I riti sono in parte mezzi destinati a permettergli di imporre le sue volontà al mondo. Lungi dal derivare dal sentimento che l'uomo avrebbe della sua piccolezza di fronte all'universo, le religioni si ispirano piuttosto al sentimento contrario. Anche le più elevate e le più idealistiche hanno per effetto di rassicurare l'uomo nella sua lotta con le cose: esse professano che la fede è di per sé capace "di sollevare le montagne", cioè di dominare le forze della natura. Come potrebbero dare questa fiducia, se avessero per origine un sentimento di debolezza e di impotenza?

L'uomo, come ogni altro Essere della Natura, ha coscienza dei movimenti cosmici. Sono tutti dentro di lui. Questi hanno generato ciò che lui è. Frammenti dell'universo compongono la vita dell'Essere Umano come quella di ogni altro Essere della Natura. Non per questo "deve" dedicarci la sua attenzione razionale.

Durkheim si è allontanato dalla pratica di abitare il mondo e, pertanto, la sua struttura psichica non abita il mondo in relazione con le manifestazioni del mondo. Giudica il mondo e i giudizi che emette non sono carichi di con-passione nei confronti degli uomini, ma sono carichi del medesimo disprezzo con cui il dio padrone di ebrei e cristiani si rivolge agli uomini che intende sterminare.

Non è forse l'idea cristiana quella di dominare sopra gli elementi dell'atmosfera terrestre?

Non è forse il Gesù dei cristiani che nella sua megalomania afferma "Fermati vento!"?

Non è forse il Giosuè degli ebrei che ordina al sole di fermarsi?

La superstizione che manifesta il delirio di onnipotenza è propria della religione ebrea e cristiana. Una superstizione che Durkheim vuole attribuire ad uomini antichi che, nel suo disprezzo, pensa inferiori. Un conto è descrivere la realtà e un altro conto è abitare e vivere la realtà. Chi ha perso la percezione dell'abitare il mondo confida solo nella descrizione della ragione e confida che il dio padrone lo possa armare di grandi poteri, come nel delirio di Gesù che riafferma la sua malattia psichiatrica manifestata nella fede che induce alla sottomissione illudendo che possa buttare a mare le montagne.

Mentre le religioni, che secondo Durkheim sono le più avanzate e le più idealistiche, rinchiudono l'uomo nel delirio dell'onnipotenza manifestato mediante la fede in cui sono chiuse le emozioni dell'adepto, le religioni che guidano le emozioni dell'uomo nella Natura portano l'uomo a costruire le relazioni col mondo in cui è nato.

Tutto il cosmo si esprime nell'uomo che costruisce le relazioni emotive con gli Esseri della Natura.

Durkheim rimane sgomento come spesso la forma descritta degli Dèi è rappresentata in forma animale o vegetale: lui l'avrebbe rappresentata col volto di Durkheim. Non è forse creato ad immagine e somiglianza del dio padrone?

Scrive Durkheim:

D'altra parte, se veramente le cose della natura fossero divenute esseri sacri in virtù delle loro forme imponenti o della forza che manifestano, dovremmo osservare che il sole, la luna, il cielo, le montagne, il mare, i venti, in una parola le grandi potenze cosmiche furono le prime ad essere elevate a questa dignità; perché non ce n'è di più adatte a colpire i sensi e l'immaginazione. Ma di fatto esse sono state divinizzate più tardi. I primi esseri a cui si è rivolto il culto - come si dimostrerà nei capitoli seguenti - sono semplici vegetali o animali di fronte a cui l'uomo si trovava almeno su un piede di parità: sono 1'anitra, la lepre, il canguro, l'emù, la lucertola, il bruco, la rana ecc. Le loro qualità oggettive non potrebbero evidentemente essere l'origine dei sentimenti religiosi che hanno ispirato.

Guardare il mondo in cui viviamo con gli occhi del dio padrone, si coglie solo la forma priva di emozioni e di intelligenza. Guardare il mondo in cui viviamo con le emozioni, si coglie un mondo di Dèi nel quale operiamo.

Quando l'idea dell'uomo della realtà del mondo e della Natura è quella descritta in Genesi 1, 26, non gli resta altro che sognare il proprio padrone che gli ha concesso il dominio della vita. Quando, al contrario, l'idea dell'uomo è quella di essere divenuto come specie con tute le specie della Natura e da queste è divenuto per diversificazione delle specie portando nella forma attuale l'apparato psico-emotivo che la specie cui appartiene ha forgiato in centinaia di milioni di anni. Quell'uomo, nell'albero non vede più solo una quantità di legna da ardere, ma un guerriero della vita che, come lui, è uscito dal brodo primordiale e ha messo in atto strategie per diventare eterno.

Le società religiose prima della nascita della filosofia vedevano questo nel mondo. Poi venne Platone e gli ebrei e la parola divenne atto creativo. L'emozione fu cacciata dalla vita. Perseguitata come maligna. Solo la parola, il logos, il verbo, divenne l'unica dimensione in cui si esprimeva la "religione". Questa dimensione, per Durkheim, rappresenta l'evoluzione "superiore" e "avanzata" delle società umane.

Nota: Le citazioni di Durkheim sono tratte da "Le forme elementari della vita religiosa" di Emilé Durkheim, capitolo "Le principali concezioni della religione elementare" ed. Comunità 1971 da pag. 88-91

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Marghera, 17 ottobre 2012

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.