Durkheim Emile (1859 1917)

Che cos'e' un fatto sociale per Durkheim?

Le regole del metodo sociologico (1^ parte)

Riflessioni sulla sociologia.

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185778 per chi vuole ordinare il libro

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La filosofia della Religione Pagana.

Che cos'è un fatto sociale per Durkheim?

Un "fatto sociale" ha la caratteristica di essere messo in atto da un uomo sociale. Un uomo o una donna che partecipano ad una società. Non esiste un fatto sociale che sia indipendente dall'azione di un uomo o di una donna.

E' come dire che esiste un'anima indipendentemente da un corpo. Non esiste qualcosa di simile a quanto viene definito "anima" che sia indipendente da un corpo. Così non esistono azioni sociali che siano indipendenti dagli uomini che le compiono.

Scrive Durkheim a pag. 25 26 per spiegare la sua idea di fatto sociale:

In realtà, in ogni società c'è un gruppo di fenomeni che si distinguono mediante caratteri spiccati da quelli studiati dalle altre scienze della natura. Quando assolvo il compito di fratello, di marito o di cittadino, quando soddisfo agli impegni che ho contratto, io adempio doveri che sono definiti - al di fuori di me e dei miei atti - nel diritto e nei costumi. Anche quando essi si accordano con i miei sentimenti, ed io ne sento interiormente la realtà, questa non è perciò meno oggettiva: non li ho fatti io, ma li ho ricevuti mediante l'educazione. Quante volte, d'altronde, ci succede di ignorare i dettagli delle obbligazioni a cui siamo tenuti e dobbiamo, per conoscerli, consultare il Codice ed i suoi interpreti autorizzati! Analogamente, per ciò che riguarda le credenze e le pratiche della vita religiosa, il fedele le ha trovate già fatte alla sua nascita; se esse esistevano prima di lui, è perché esistono al di fuori di lui. Il sistema di segni .del quale mi servo per esprimere il mio pensiero, il sistema monetario che impiego per pagare i miei debiti, gli strumenti di credito che utilizzo nelle mie relazioni commerciali, le pratiche seguite nella mia professione, e così via, funzionano indipendentemente dall'uso che ne faccio. Se prendiamo gli uni dopo gli altri tutti i membri di cui è composta la società, ciò che precede potrà essere ripetuto per ognuno di essi. Vi sono dunque modi di agire, di pensare e di sentire che presentano la notevole proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali. Questi tipi di condotta o di pensiero non soltanto sono esterni all'individuo, ma sono anche dotati di un potere imperativo e coercitivo in virtù del quale si impongono a lui, con o senza il suo con- senso. Indubbiamente, quando mi conformo ad essi di mia spontanea volontà, questa coercizione non si fa sentire, o si fa sentire poco, perché è inutile. Ma essa rimane tuttavia un carattere intrinseco di tali fatti; lo dimostra il suo affermarsi nel momento stesso in cui tento di resisterle. Se cerco di violare le regole del diritto, esse rea- giscono contro di me in modo da impedire il mio atto, se si è ancora in tempo, oppure in modo da annullarlo e da ripristinarlo nella sua forma normale, se è compiuto e riparabile, oppure in modo da far- melo espiare, se non si può riparare ad esso in un altro modo. Quando si tratta di massime puramente morali, la coscienza pubblica contiene tutti gli atti che la offendono mediante la sorveglianza che essa esercita sulla condotta dei cittadini e le pene specifiche di cui dispone: in altri casi, la costrizione è molto violenta - ma non cessa di esistere. Se non mi sottometto alle convenzioni del mondo, se nel mio abbigliamento non tengo conto degli usi del mio paese e della mia classe, l'ilarità che provoco e la distanza in cui sono tenuto producono - per quanto in maniera più attenuata - gli effetti di una pena propria- mente detta. In altri campi la costrizione, per quanto indiretta, non è meno efficace. Non sono obbligato né a parlare francese con i miei compatrioti né a impiegare le monete legali; ma mi è impossibile fare altrimenti. Se cercassi di sottrarmi a questa necessità, il mio tentativo fallirebbe miseramente. Essendo industriale, nulla mi impedisce di lavorare servendomi di procedimenti e di metodi del secolo scorso; ma, se lo facessi, la mia rovina sarebbe certa.

Il punto di partenza del discorso sociologico di Durkheim è quello secondo cui i fatti sociali sono indipendenti dagli uomini. Come se la società non fosse un complesso di relazioni conflittuali in cui i continui adattamenti reciproci alle continue sollecitazioni reciproche non generano azioni quali strategie umane in cui veicolare i propri bisogni e i propri desideri. Possiamo tralasciare la credenza aprioristica che costruisce l'illusione degli individui secondo cui quelle azioni, in cui vengono veicolati i propri desideri e la propria libido, siano in grado di raggiungere gli obbiettivi immaginati, ma non possiamo dimenticare che qualunque azione fa l'uomo, qualsiasi sentimento esprima, qualsiasi emozione provi, si tratta di risposte alle sollecitazioni della società in cui vive. Una società che mette in atto azioni nei suoi confronti e a quelle azioni l'individuo risponde. Solo che, quando parliamo di società che agisce nei confronti del singolo individuo, non parliamo della società come astrazione, ma parliamo di individui che agiscono attraverso ruoli sociali e che, in quei ruoli, investono le loro strategie d'esistenza, le loro emozioni e le loro azioni.

Dice Emile Durkheim:

Tuttavia, dal momento che gli esempi che abbiamo appena menzionato (regole giuridiche e morali, dogmi religiosi, sistemi finanziari ecc.) riguardano tutti credenze e pratiche costituite, si potrebbe credere - in base a ciò che precede - che vi sono fatti sociali soltanto dove c'è un'organizzazione definita.

Quando Durkheim considera come credenze e pratiche costituite le regole giuridiche, le regole morali, i dogmi religiosi, i sistemi finanziari, ecc. sta dimenticando che quella regola giuridica è stata imposta da uomini sociali per affermare dei diritti, dei privilegi o dei limiti ad altri uomini preservando i loro. La regola giuridica non è una regola neutra, ma è un atto di violenza, più o meno condiviso, con cui alcuni uomini della società, usando la violenza, si riservano dei privilegi e delle prerogative all'interno della società. La regola morale, non è una regola astratta, ma è l'imperativo di una o più condizioni psichiche che vengono estese, mediante l'uso della violenza, all'intera società. Il dogma religioso, non è una regola astratta, ma è un principio religioso, trasformato in credenza, che rappresenta il confine entro il quale le persone "appartengono" a quella fede religiosa o sono escluse da quella fede religiosa.

Le credenze e le pratiche sociali costituite sono state costruite da individui della società, in risposta ai loro desideri e vengono imposte nel tempo, generazione dopo generazione, da individui che in quelle credenze e in quelle pratiche hanno degli interessi precisi. Che poi quelle pratiche, imposte da quegli individui, per i loro fini personali, diventino utili ad altri per imporre le loro credenze assumendo una persistenza dottrinale oltre la generazione che l'ha prodotta, ciò non significa che quella credenza dottrinale abbia una vita a sé, ma significa che è capace di veicolare interessi sociali sufficientemente forti e determinati che non consentono di rimuovere tale credenza dalla società.

Quando Paolo di Tarso impone la propria impotenza sessuale come modello con cui sottomettersi a Gesù, lo fa per il suo personale interesse finalizzato al controllo delle persone. Non potendo costruire un'assonanza delle persone attraverso l'espressione della sessualità, ha costruito le assonanze con le persone imponendo loro la castità, la rinuncia al sesso, come a lui veniva naturale.

Il fatto che questa rinuncia alla sessualità diventasse funzionale alla chiesa cattolica per il controllo delle persone, ha consentito al modello di superare quella generazione ed essere imposto come dogma all'intera società civile. Ma il fatto, la rinuncia alla sessualità, è un modello imposto da uomini di cui possiamo rintracciarne le motivazioni e i fini. Non è un "fatto sociale in sé stesso", ma è un mezzo elevato a comportamento sociale mediante la violenza impositiva.

Dice Emile Durkheim:

Ma vi sono altri fatti che - pur non presentando queste forme cristallizzate hanno la stessa oggettività e lo stesso ascendente sull'individuo: essi sono le cosiddette correnti sociali. In un'assemblea, i grandi movimenti di entusiasmo, di indignazione, di pietà che si producono non hanno come luogo di origine nessuna coscienza particolare: essi provengono ad ognuno di noi dal di fuori, e sono suscettibili di trascinarci nostro malgrado. Senza dubbio può darsi che - abbandonandomi ad essi senza riserva - non senta la pressione che esercitano su di me; ma essa si palesa quando tento di lottare contro di essi. Quando un individuo tenta di opporsi a qualcuna di queste manifestazioni collettive, i sentimenti che egli nega si rivolgeranno contro di lui. Se questo potere di coercizione esterna si afferma con tanta nettezza nei casi di resistenza, è perché esiste, per quanto in forma inconscia, nei casi contrari.

Gli uomini sono legati da relazioni emotive. L'uno è legato all'altro mediante la struttura emotiva che si esprime attraverso la percezione empatica. Affinché si verifichi che la relazione empatica trasmetta il messaggio ad altre strutture emotive di altri uomini, è necessario che concorrano elementi capaci di legare le rispettive strutture emozionali con degli interessi, intenti, bisogni, progetti e scopi in modo da far sorgere, nelle persone, la tensione che "è possibile rimuovere un ostacolo per la propria vita". In sostanza, non riesci ad incitare al linciaggio del "negro" se le altre persone non percepiscono quella presenza come minacciosa, immaginano un ostacolo per la propria vita e pensano che l'azione collettiva, alimentata da rabbia, li nasconda, individualmente, abbastanza da assicurare loro una certa impunità.

I meccanismi che producono fatti sociali hanno in Reich un attento analista.

Scrive Wilhelm Reich in Analisi del carattere Ed. Sugarco 1973 pag. 308-309

Il termine di peste emozionale non ha un significato diffamatorio. Non riguarda la malvagità conscia, la degenerazione morale o biologica, l'immoralità e così via. Un organismo a cui è stata tolta la possibilità sin dalla nascita della locomozione naturale, sviluppa forme artificiali di locomozione. Un simile organismo zoppica oppure si serve di grucce. Allo stesso modo un individuo si muove nella vita servendosi dei mezzi della peste emozionale, se sin dalla nascita sono state soppresse le naturali manifestazioni vitali dell'autoregolazione. L'appestato emozionate zoppica caratterialmente. La peste emozionale è una biopatia cronica dell'organismo. Essa fece la sua comparsa nella società umana insieme alla prima repressione a livello di massa della vita amorosa genitale; essa divenne un'endemia che flagella la popolazione della terra da migliaia di anni. Non vi sono motivi per cui si possa presumere che la peste emozionale venga trasmessa ereditariamente dalla madre al figlio. Essa viene piuttosto inculcata nel bambino nei primi giorni di vita. è una malattia endemica, come la schizofrenia o il cancro, con la differenza che essa si manifesta essenzialmente nella convivenza sociale. La schizofrenia e il cancro sono biopatie che possiamo considerare il risultato dell'infuriare della peste emozionale nella vita sociale. Gli effetti della peste emozionale sono riscontrabili sia nell'organismo che nella vita sociale. La peste passa periodicamente dallo stato endemico a quello epidemico, allo stesso modo di qualsiasi altra pestilenza, come per esempio la peste bubbonica o il colera. Le esplosioni epidemiche della pestilenza emozionale si manifestano in gigantesche esplosioni di sadismo e di criminalità, in piccolo e grande stile. L'Inquisizione cattolica del Medioevo rappresentò una simile esplosione epidemica, il fascismo internazionale del XX secolo un'altra. Se non considerassimo la peste emozionale come una malattia nel senso stretto della parola, rischieremmo di mobilitare contro di essa il randello della polizia anziché la medicina e l'educazione.

Ciò che sfugge a Durkheim è che il fatto, che prende in considerazione, come spinta di una massa sociale esagitata, non ha delle spiegazioni o delle finalità in sé, ma è il prodotto di altri fatti che, anche se non vengono immediatamente osservati, sono contenuti e parte del fatto che si prende in esame.

Il fatto sociale osservato non è portatore del solo fatto in sé stesso. Non è un oggetto in sé con una propria capacità di inferire nelle decisioni delle persone, ma è portatore di tutti i fatti che hanno costruito le condizioni affinché quel fatto si esprimesse.

La legge sulla proprietà privata, è un fatto. L'esigenza di tutela della proprietà privata, è un fatto. La legge che tutela la proprietà privata contiene anche il fatto di chi ha inteso tutelare la propria proprietà privata facendo approvare prima un "principio morale" e poi tutelando il principio morale con delle leggi.

Se un individuo spara con una pistola ad una persona, l'osservatore, quale fatto vede? Vede una persona che muore colpita da una pallottola. Vede che una persona ha punto una pistola e ha tirato il grilletto. Ma, l'osservatore, nel fatto, vede che qualcuno ha reso possibile ciò costruendo una pistola? Vede che qualcuno ha reso possibile ciò, vendendo una pistola? Vede l'educazione, a cui è stato costretto colui che tira il grilletto, che gli ha impedito di trovare altre veicolazioni con cui risolvere la questione che emotivamente lo travolgeva? Vede il concorso dei Gesuiti che hanno usato la polvere pirica per le pistole? Cosa si vuole afferrare o considerare del fatto, l'osservatore?

Ed è questo che ci sta dicendo Reich. La peste emotiva, prodotta dalla repressione sessuale messa in atto capillarmente dalla chiesa cattolica e dalla madre di ogni nuovo nato per conto della chiesa cattolica, produce un ingorgo di energia libidica che quando esplode è incontenibile. Ed esplode sempre nella direzione della distruzione della società.

L'osservatore vede questo?

Dice Emile Durkheim:

Noi siamo allora vittime di un'illusione che ci fa credere che abbiamo elaborato da noi ciò che si è imposto dal di fuori. Ma, se la compiacenza con cui ci abbandoniamo ad essa maschera la spinta subita, non perciò la sopprime: in modo analogo l'aria non cessa di essere pesante per il fatto che non ne sentiamo più il peso. Anche quando abbiamo spontaneamente collaborato all'emozione collettiva, l'impressione che abbiamo provato è completamente diversa da quella che avremmo provato se fossimo stati soli. Perciò, dopo che l'assemblea si è sciolta, che le influenze sociali hanno cessato di agire su di noi e che ci siamo ritrovati soli con noi stessi, i sentimenti che abbiamo provato ci fanno l'effetto di qualcosa di estraneo, in cui non ci riconosciamo più. Ci accorgiamo allora che li avevamo subiti piuttosto che prodotti; ed accade perfino che ci facciano orrore, tanto sono contrari alla nostra natura. E' così che individui in massima parte perfettamente inoffensivi possono - riuniti in folla - lasciarsi trascinare a commettere atti di atrocità. Ciò che diciamo a proposito di queste esplosioni passeggere si applica nello stesso modo a quei movimenti di opinione, più duraturi, che si producono incessantemente intorno a noi, sia in tutta l'estensione della società che in cerchie più ristrette, in questioni religiose, politiche, letterarie, artistiche e così via.

Noi, le nostre decisioni, le abbiamo elaborate da noi. Sia nello spazio che nel tempo in cui abbiamo accumulato tensione emotiva. Noi non crediamo di aver elaborato ciò che noi esprimiamo: noi lo abbiamo elaborato, consapevolmente o inconsapevolmente. Da fuori ci si impongono delle condizioni obbligatorie entro le quali veniamo costretti ad agire, ma non l'idea per la quale agiamo. Se non ho altra possibilità per spezzare le catene che mi tengono legato che non sia quella di usare la nitroglicerina, userò la nitroglicerina. Ma l'idea non consiste nell'usare la nitroglicerina, come può attestare l'osservatore esterno, ma è quella di liberarmi delle catene, sia reali sia percepite in quanto tali.

L'idea che mi spinge ad agire, matura sempre dentro di me in relazione alle condizioni nelle quali posso agire. Le condizioni in cui si svolge la mia esistenza non dipendono da me, ma le mie azioni che rispondono a quelle condizioni, dipendono sempre da me.

Lo stesso vale per masse o settori di massa che veicolando bisogni simili in circostanze esistenziali simili danno il via a modificazioni mediante idee, scelte, azioni, decisioni, ecc.

Poi, esiste un'altra questione che Durkheim non prende in considerazione.

Ogni azione che fa un individuo nella società, esprime una relazione. La relazione non è visibile agli occhi dell'osservatore esterno. La relazione non è un fatto su cui la scienza può intervenire.

La mia azione è fatta da un soggetto, ma anche chi è coinvolto dalla mia azione è un soggetto che risponde adattandosi mediante delle azioni. Lo spettatore esterno può osservare la mia azione, ma non i propositi per i quali ho fatto l'azione; il soggetto che viene coinvolto dall'azione, reagisce e si adatta a sua volta mediante delle azioni, ma l'osservatore esterno non vede le motivazioni per le quali egli ha messo in atto le azioni adattative.

Non vede la percezione dei soggetti in relazione alla veicolazione della loro libido e dei loro bisogni. Pertanto, non vede nemmeno la relazione.

L'osservatore può dire: "Quei due hanno avuto una relazione sessuale!".

Che questa sia una relazione d'amore, uno stupro, una costrizione o una mercificazione del sesso, l'osservatore esterno non lo può vedere.

Rimane il terzo soggetto della relazione: la relazione in sé stessa.

Ma la relazione in sé stessa, non può essere osservata dall'osservatore esterno perché, per poterne percepire la presenza, l'osservatore esterno, dovrebbe coinvolgere la sua struttura emotiva nell'azione, a cui assiste, nelle reazioni adattative del soggetto che la subisce o che vi risponde adattandosi. In quel momento, egli stesso, mediante la partecipazione nella relazione, metterebbe in atto, a sua volta, delle azioni adattative all'azione che ha percepito.

In quel momento non sarebbe più un osservatore esterno, ma un compartecipe alle relazioni sociali.

La relazione: ha una vita propria? Intelligenza propria? Intento proprio? L'osservatore esterno, questo, non lo può sapere.

Che cos'è, dunque, un fatto sociale?

E' ciò che l'osservatore esterno vuole che sia.

E' ciò che vuole il dio padrone che, esterno ai fatti, giudica i fatti sociali.

Reich afferma che la repressione sessuale, messa in atto nella società da un paio di migliaia di anni, ha costruito una condizione psichica di massa che genera dei fatti distruttivi. Fatti sono i fatti distruttivi che sono conseguenza di altri fatti che li hanno generati. I preti che violentano i bambini, i preti pedofili, sono un fatto osservabile, ma un fatto è Gesù col bambino nudo a cui i preti pedofili si ispirano. I fatti non sono solo correlati, ma uno, Gesù col bambino nudo, è il fatto che, liberando la struttura libidica in una condizione in cui il prete cattolico, ad imitazione di cristo, si ritiene il padrone degli uomini e dei bambini in particolare, veicola la sua attività di pedofilia e pederastia.

Qual è il fatto?

Dove sono i confini del fatto?

Come può un fatto essere isolato dai miliardi di fatti che hanno concorso alla sua espressione in miliardi di anni?

Sappiamo che Durkheim ha un'altra idea. In quanto religioso ebreo ritiene che l'uomo sia creato dal suo dio padrone e i fatti sono espressione di quest'uomo che, creato dal suo dio, per la prima volta agisce nel mondo svincolato dalle condizioni e dalle trasformazioni con cui l'esistenza lo ha formato.

I movimenti di opinioni si formano perché le persone sociali hanno interessi comuni e questi interessi, o coincidono sì da costruire piccoli aggregati sociali anche quando vengono fatti coincidere, mediante sollecitazioni propagandistiche, al fine di ottenere un risultato. Come negli USA. Sei mesi prima della prima guerra mondiale la popolazione USA era contraria alla guerra. In sei mesi di propaganda la sua contrarietà fu trasformata in interventismo attivo: si può fare. Ma lo hanno fatto consapevolmente delle persone: non è un "fatto" nato da solo che ha costruito delle idee nelle persone.

E' un fatto nato da altri fatti che un settore sociale, vicino agli imprenditori, ai banchieri e al governo USA hanno messo in atto. Come per la peste emozionale individuata da Reich. Non nasce da sola, viene costruita e alimentata mediante FATTI!

I brani citati di Durkheim sono tratti da:

Dove non sono precisate le pagine, i brani sono tratti da pag. 27 28 di Le regole del metodo sociologico di Emile Durkheim e. Einaudi 2008

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Quando un percorso sociale fallisce o esaurisce la sua spinta propulsiva, è bene tornare alle origini. Là dove il pensiero sociale è iniziato, analizzare le incongruenze del passato alla luce dell'esperienza e abbattere i piedistalli che furono posti a fondamento del percorso sociale esaurito.

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Marghera, 08 settembre 2012

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.