B. de Poli tratta:

“Islam, laicità, secolarizzazione”

“Diritti Umani e Religioni: il ruolo della libertà religiosa”

Commento, riflessioni ed osservazioni.

Riflessioni osservazioni ed interpretazioni di uno spettatore esterno supportato dalla registrazione audio

Vai all'indice generale del commento degli interventi Convegno di Studio dal titolo “Diritti Umani e Religioni: il ruolo della libertà religiosa” tenuto a Venezia dal 4 al 6 dicembre 2008 e organizzato dal CIRDU (Centro Interdipartimentale di Ricerca sui Diritti Umani).

Riflessioni relative al Convegno di Studio dal titolo “Diritti Umani e Religioni: il ruolo della libertà religiosa” tenuto a Venezia dal 4 al 6 dicembre 2008 e organizzato dal CIRDU (Centro Interdipartimentale di Ricerca sui Diritti Umani) dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Osservazioni sulla relazione svolta dal professoressa B. de Poli “Islam, laicità, secolarizzazione.”

 

L’intervento della professoressa Barbara de Poli dell’università Ca’ Foscari di Venezia viene commentato partendo dalla registrazione e dagli appunti in sala.

La relazione della professoressa Barbara de Poli dura circa 25 minuti.

La relazione della professoressa de Poli è un’esposizione di alcune norme e tradizioni vigenti nel mondo islamico che si frappongono fra la concezione occidentale di libertà di religione (e libertà sociale in generale) e la concezione sociale islamica le cui dinamiche interne hanno la funzione di proteggere il dominio della fede da influenze esterne ed estranee.

Prima di seguire la relazione della professoressa de Poli, è necessario ricordare che le scelte delle persone sono sempre dettate dalle loro necessità in relazione alla conoscenza che hanno di soddisfare tali necessità nella situazione oggettiva in cui vivono. Questa premessa è necessaria in quanto le scelte delle persone non nascono dalla loro bontà o malvagità, ma dalle loro necessità di vivere e veicolare la soddisfazione dei loro bisogni. Le scelte religiose nascono da questo meccanismo.

Quando i cristiani decisero di portare l’evangelizzazione cristiana in Iraq con i loro bombardieri, l’Iraq viveva una situazione sociale di sostanziale apertura verso l’occidente. L’integralismo religioso islamico era emarginato nella società. Dopo l’arrivo dei crociati di Bush  e i 600.000 morti iracheni, l’integralismo religioso ha preso il sopravvento. Si sono compattate le tribù sunnite e sciite e la legge islamica è stata irrigidita. E’ ricomparso il velo alle donne e l’integralismo islamico ha avuto il sopravvento sulla società laica.

So perfettamente che in occidente non si parla di crociata contro l’islam, in riferimento alla guerra in Iraq. Solo che non è importante cosa dice l’occidente, ma è importante la percezione che ne hanno gli iracheni delle reali motivazioni dell’intervento occidentale. Gli iracheni sapevano benissimo di non essere in possesso di armi di distruzione di massa; da anni erano sottoposti ad un rigido embargo per le vicende del Kuwait; le condizioni di vita peggioravano; il cristiano rinato Bush se dal punto di vista economico voleva il controllo del petrolio iracheno, dall’altro voleva cogliere l’opportunità sia per l’evangelizzazione dell’Iraq, sia per disarticolarlo definitivamente in funzione dei progetti espansionistici di Israele.

Pertanto, con l’avvento dei crociati in Iraq, la comunità irachena si chiude a riccio in difesa di un’identità aggredita: l’islam.

La società laica non è in grado di esprimere dei valori tali da caratterizzare un’identità nazionale. Così il laicismo, conquistato a fatica, viene spazzato via dai carri armati di Bush e dai bisogni resi sofferenti del popolo iracheno.

Solo tenendo presente queste dinamiche possiamo ascoltare la professoressa de Poli e capire gli islamici. Capire non significa “condividere”, significa NON CRIMINALIZZARE, né fornire alibi a chi vorrebbe criminalizzare.

 

La professoressa de Poli si riallaccia alla relazione della professoressa Zilio Grandi che l’ha preceduta nel tentativo di individuare le applicazioni pratiche delle interpretazioni esegetiche del Corano.

La questione della libertà religiosa nei paesi musulmani appare direttamente legata alla  saharia; all’applicazione del diritto religioso

Il Corano è preciso per quanto riguarda il diritto di famiglia è molto meno preciso per quanto riguarda l’ambito legale del diritto penale; tace per il diritto amministrativo e il diritto commerciale.

Accanto al diritto religioso nella storia islamica si sono conservati altri ordini giuridici. Uno è il diritto consuetudinario vigente nelle aree musulmane; negli stati musulmani.

Il diritto consuetudinario veniva conservato e spesso, per alcune norme, era contrario al diritto sahariatico non veniva rivalutato quello sahariatico, ma veniva rivalutato quello consuetudinario. Per esempio nel diritto di eredità che per le donne è previsto nella saharia, ma che spesso viene negato nelle consuetudini.

C’era un intervento positivo dei governanti che legiferavano in quegli ambiti che la saharia non copriva.

Là dove la saharia veniva concepita incoerente con quella società, venivano elaborate delle soluzioni, attraverso degli stratagemmi  giuridici per le quali la norma coranica rimaneva in atto nella forma, ma veniva baipassata nel contenuto. Soprattutto nell’ambito economico. Ad esempio dove nel corano è proibita l’usura, questi stratagemmi si sono sviluppati moltissimo per consentire la pratica del prestito con interesse. Le norme della saharia possono essere variate nei contenuti o possono essere interpretate a seconda delle contingenze storiche.

Come i musulmani hanno applicato la libertà religione.

In ambito musulmano si danno due sfere distinte relative alla libertà religiosa. Una è la libertà religiosa per i non musulmani e una è la libertà religiosa per i musulmani.

Per i non musulmani, i musulmani distinguono fra Politeisti e appartenenti alle religioni del libro. Mentre i Politeisti vanno immediatamente uccisi, i monoteisti vanno convertiti se è possibile. Se non si convertono possono continuare a vivere dietro il pagamento del testatico. Vivono in una condizione subordinata rispetto ai musulmani, però hanno fatto salvo il diritto di culto, conservano le proprietà e hanno salva la vita.

Gli uomini non  musulmani non possono sposare donne musulmane, non potrebbero per principio costruire altri luoghi di culto, non possono portare armi, non possono allearsi col nemico e non possono soprattutto fare opera di proselitismo. Non possono cercare di convertire un musulmano al cristianesimo e all’ebraismo. Poi la norma è stata estesa agli zoroastriani e ai buddisti in quanto la tendenza era quella di assorbire e non arrivare alle ipotesi più estreme dell’uccisione.

I non musulmani risponderanno all’etica della loro comunità di appartenenza. Il diritto musulmano  che riguarda la persona fa riferimento ai musulmani, non ai non musulmani. Quindi le norme alimentari che vietano l’uso di alcolici si applicano solo ai musulmani non ai non musulmani che potranno bere.

La libertà religiosa per i musulmani, come si coniuga.

L’apostasia si verifica quando si ha l’abbandono della fede per ateismo; quando si abbraccia un’altra religione; si ha quando si fanno dichiarazioni contrarie ai principi teologici dell’islam. Negare il monoteismo, la missione profetica dell’Iman ecc.

Nel versetto 4, 89 il Corano non prescrive di condannare a morte l’apostata. E’ il giudizio di dio che deve condannare l’apostata, ma non è compito dell’uomo. [dice il versetto 4,89 : “Vorrebbero far di voi dei kafiruna, come loro, vorrebbero che voi vi abbassaste al loro livello. Fate attenzione a non crearvi fra loro degli amici, se prima non emigrano nel sentiero del dio. Se si girano indietro, prendeteli, fateli morire ammazzati ovunque essi si trovano, e tra loro non cercate né amico, né soccorritore.”]

Le hadith sono i detti del profeta che dicono di uccidere chi si converta commettendo apostasia.

I giuristi, in questo caso non si sono basati sul corano, ma sulla tradizione e hanno convenuto che chi commetteva il reato di apostasia andava ucciso. Doveva essere una persona adulta, sana di mente e aveva tre giorni per pentirsi e se non tornava sui suoi passi andava ucciso.

L’apostasia è una reato gravissimo in quanto è considerato sia tradimento nei confronti di dio, sia tradimento nei confronti della comunità.

Cosa succede in epoca contemporanea

Dal XIX secolo l’influenza europea e la colonizzazione produce in ambito nazionale musulmano un processo di secolarizzazione. Vede restringersi l’ambito di applicazione della Saharia che viene ad applicarsi quasi esclusivamente al diritto di famiglia. Mentre vengono introdotti i codici europei e che poi vengono ricalcati anche dagli stati dopo la colonizzazione. Vengono secolarizzate anche le norme riguardanti la libertà religiosa sia per i musulmani che per i non musulmani.

I non musulmani acquistano la cittadinanza dello Stato senza la discriminazione della fede, mentre la pena di morte per apostasia viene abolita dall’impero ottomano a partire dal XIX secolo.

In questo processo di abolizione della pena di morte per i reati di apostasia va evidenziato come la posta in gioco non è religiosa, ma politica. Nel 1844 un funzionario britannico, Lord Sandford, chiede al ministro della Sublime Porta (ministero degli esteri Turco) di abolire la pena di morte per apostasia Il ministro ottomano risponde: “Possiamo e vogliamo promettervi confidenzialmente di  impedire gli atti che feriscono la vostra coscienza. Ma chiederci un decreto che abolisca virtualmente uno degli assiomi del nostro diritto significa colpire il nostro potere alla radice. Significa distruggere nelle nostre popolazioni il sentimento di obbedienza. Significa portare il caos nell’impero.”

La risposta in questo caso non  è : “la nostra religione non ce lo consente!”. Ma  introdurre e abrogare la pena di morte per il reato di apostasia significa incrinare il nostro controllo sulla popolazione.

Nel ‘900 si verificano due fenomeni quasi paralleli. Uno è il processo di secolarizzazione che diventa un processo laicista. Un processo che in alcuni paesi come Turchia, Albania o alcune aree dell’URSS, attua uno sradicamento della religione dalla sfera pubblica. Siamo in un processo di antiislamizzazione che porta a chiudere le scuole religiose e ad impedire la manifestazioni pubbliche della religiosità almeno in alcuni paesi. Questo fino alla metà del novecento e soprattutto nella seconda metà del XX secolo, in altri paesi si assiste ad un fenomeno di islamizzazione attraverso la reinterpretazione della tradizione religiosa in senso più rigorista di quanto non era in epoca classica. Ad esempio, alcuni giuristi assumono una posizione più radicale rispetto a delle norme religiose, il versetto 4 44 del corano, sul reato di apostasia, affermano che anche  nel corano è prevista la pena di morte per apostasia. [il versetto 4,44 dice: “Non hai badato come quelli che hanno ricevuto parte della scrittura si comprano in contanti la perdizione per sé stessi e vogliono far perdere il cammino anche a voi?” ]

Le realtà statuali degli stati musulmani sono estremamente eterogenee perché sono il risultato delle realtà precoloniali, dei processi di secolarizzazione, delle colonizzazioni, anche se non sono stati colonizzati direttamente, dei percorsi di trasformazione nella costruzione dell’indipendenza e se hanno subito vari tipi di percorsi di secolarizzazione o di islamizzazione.

Gli stai membri dell’OCSE sono 57;  46 hanno all’interno maggioranze assolute delle comunità musulmane; in 16 stati la Saharia non è ufficialmente  fonte di giurisprudenza. Ci sono casi diversi ma la Saharia non è applicata.

Gli unici stati che dichiarano di basare la loro giurisdizione sulla Saharia sono l’Arabia Saudita, L’Iran, le Maldive, 12 stati su 36 della Nigeria e il Sudan settentrionale, ma anche qua con modalità diverse.

Tutti gli altri paesi musulmani applicano codici misti di diritto religioso e diritto positivo.  Dove il diritto religioso si applica quasi esclusivamente nel diritto di famiglia.

Cosa accade negli stati in cui si applica la Saharia? Per quanto riguarda la libertà religiosa delle minoranze religiose, comunque lo statuto di Lima viene abolito, però il problema è che non esiste uno statuto personale laico. In qualunque comunità deve necessariamente  fare riferimento ad uno statuto personale religioso, ma non esiste la possibilità di avere uno statuto civile. E’vietato e osteggiato il proselitismo: è vietato convertire un musulmano alla propria religione. La sicurezza delle minoranze nei paesi musulmani dipende moltissimo dalle condizione di conflitto. I conflitti fanno diminuire notevolmente la sicurezza delle minoranze non musulmane nei paesi musulmani, ma anche la sicurezza delle minoranze musulmane nei paesi musulmani. Il conflitto crea una situazione di insicurezza per tutti.

Per quanto concerne gli apostati, le pena di morte per reati di apostasia sono previsti in Afganistan, Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan e Yemen. In quest’ultimo stato non viene di fatto applicata. Nello scorso anno ci sono state 2500 conversioni di musulmani yemeniti al cristianesimo e gli Ulema Yemeniti hanno formalmente chiesto di applicare la pena di morte per frenare quest’ondata di conversioni.

Negli altri paesi vengono applicate per gli apostati o pene pecuniarie o incarcerazione; oppure vengono prese misure di repressione che comportano di fatto la morte civile per l’apostata.

Chi si converte ad un’altra religione riesce a rientrare nello statuto personale della religione a cui si è convertito se la religione è riconosciuta. Chi invece semplicemente rigetta l’islam chiamandolo come ateismo perde i diritti di cittadinanza. Resta cittadino del paese, ma perde la cittadinanza nel senso che il matrimonio viene annullato; una donna musulmana non può essere sposata ad un miscredente. Non erediterà, non potrà lasciare la sua eredità. L’apostata si trova in una situazione emarginata in quanto non ha una collocazione giuridica.

Soprattutto oggi che le frange radicali dell’islamismo occupano una posizione sempre più significativa sulla scena politica per commettere un reato di apostasia è sufficiente fare dichiarazioni contrarie rispetto a quello che è l’ordine religioso costituito.

E’ successo in Egitto ad una persona che non ha mai pensato di abbandonare l’Islam, ma avendo dichiarato delle posizione riformiste è stato accusato di apostasia dai radicali. Il suo matrimonio è stato dichiarato nullo, ma alla fine ha deciso di abbandonare il paese perché la pressione sociale era molto forte.

Il dato centrale sull’apostasia, anche quando lo stato non punisce l’apostata, è la società che lo punisce. La società musulmana è molto più condizionata dalle tradizioni che non dalle leggi.

Si nasce musulmani, se escludiamo le conversioni. E’ musulmano chi nasce da padre musulmano. Non ci sono scelte o passaggi nell’essere musulmano. Si nasce musulmano e si è musulmano. La comunità sociale e la comunità di fede, di fatto oincidono. Abbandonare la religione significa abbandonare la comunità di sangue. Rifiutare l’islam significa rifiutare la comunità di appartenenza.

Si distingue fra apostata che rifiutando l’islam rifiuta l’ordine naturale delle cose dall’apostata che si è fatto musulmano e poi rinnega la fede. Questo secondo apostata è considerato un traditore, mentre il primo, secondo alcuni giuristi, dovrebbe essere ucciso subito. E’ considerato un rifiuto dell’ordine naturale delle cose.

Porsi in maniera conflittuale contro la comunità ha delle implicazioni culturali fortissime al di là di qualsiasi conseguenza di ordine penale e civile. Questo sistema relazionale patriarcale pesa enormemente sulla libertà dell’individuo. Chi abbandona l’islam nella maggior parte dei casi si nasconde o dissimula. Ci sono molti musulmani che sono atei ma non lo dichiarano facendo un’apostasia silenziosa. I musulmani festeggiamo molto le feste delle altre religioni, come il natale cristiano. Paradossalmente se un loro vicino si fosse convertito al cristianesimo, avrebbe dovuto festeggiare il natale di nascosto.

Libertà per sé e libertà per gli altri, in campo islamico è un sistema molti diverso da quello che siamo abituati.

A questo punto la professoressa de Poli termina la sua esposizione con due esempi. Uno di un marocchino che si è convertito al cristianesimo in Europa e tornando in Marocco per fare proselitismo cristiano è stato picchiato dai parenti, incarcerato in manicomio e un suo parente avrebbe detto: “dal suo ritorno dall’Europa ... è diventato un’altra persona, deve solo uscire dalla comunità e deve assumersi ogni responsabilità di quello che gli accade.”.

In Kuwait alle donne che fanno atto di apostasia è proibito di divorziare.

Per affrontare la libertà religiosa nei paesi a maggioranza  musulmana è necessario uscire dalla logica religiosa per entrare nella logica sociale e politica. E là, dove si applica lo statuto di famiglia religioso esiste una difficoltà a modificare quello che la legge qualifica come reato di apostasia perché significa uscire dalla propria comunità. trovare un’altra comunità di fede e o comunque, abbandonare la comunità d’origine.

Questo è il quadro esposto dalla professoressa de Poli.

In tutti i passaggi che ha esposto si evidenzia come ci sia un’ideologia di guerra che caratterizza l’uso del Corano. Un’ideologia di guerra finalizzata alla conquista di persone come oggetti che caratterizza i libri sacri del cristianesimo e dell’ebraismo. Dove, la richiesta delle religioni cristiana, ebraica e musulmana, di tolleranza nei loro confronti non suona altro che come “accettazione dei loro principi morali da imporre alle altre persone”. Un’imposizione che trasforma le persone in oggetti di possesso. Tanto più i cristiani, si chiamino Calderoli o Bush o Madre Teresa di Calcutta, alzeranno la croce contro gli infedeli; tanto più gli infedeli si chiuderanno in difesa della loro sopravvivenza psichica. Sia che la croce venga alzata col maiale di Calderoli, i bombardieri di Bush, o i miliardi Madre Teresa di Calcutta. Sia che l’alzare di tale croce serva ai Calderoli per sfregiare possibili luoghi di culto islamici; a Bush per aprire la strada agli evangelizzatori; a Madre Teresa di Calcutta a compiacersi e a godere della sofferenza che infligge ai diseredati.

Eppure, la via della libertà religiosa, all’uguaglianza e alla tolleranza è stata tracciata non molto tempo fa e a conclusione di questo ambiguo e assurdo convegno di studi le cui relazioni sono frutto di tanti “giudici ad immagine e somiglianza di un dio padrone alienati dalla società degli Esseri Umani” vale la pena di ricordare qual è la fonte da dove nascono tutti i diritti umani e come possiamo guardare al mondo affinché i diritti umani siano un patrimonio dell’umanità.

Noi assisteremo a guerre fra i cattolici, cristiani, gli islamici e gli ebrei per contendersi il controllo degli Esseri Umani ridotti a bestiame; noi assisteremo ad alleanze fra cattolici, cristiani, ebrei e islamici per imporre, insieme, alle società la loro morale coercitiva e di morte manifestata dal loro dio. Noi assisteremo all’assalto dei cristiani (dei cattolici in particolare), degli ebrei e degli islamici alle società occidentali per minarne gli assetti etici e morali.

Ma quali sono gli assetti etici e morali dai quali la civiltà dell’Europa è divenuta? Di chi sono figlie le Costituzioni Europee? Quale religione sociale ha l’Europa da opporre alla monarchia assoluta imposta dal cattolicesimo, dagli ebrei e dall’islam? Attraverso quali strumenti etici, morali e giuridici, possiamo incontrare cristiani, ebrei e musulmani, garantendo loro il diritto di religione a patto che loro garantiscano il diritto religioso dell’Europa Occidentale?

E’ la grande questione che uomini immorali, scellerati e socialmente perversi, come Marcello Pera o Ratzinger stanno tentando di manipolare per trarne profitto.

E' necessio opporre ad una verità immobile e assoluta del dio degli islamici, la libertà come ricerca del vero e della felicità sociale della società civile. Una società capace di garantire all'uomo di non essere oppresso per l'imprinting religioso che ha subito, ma che nello stesso tempo sia portatrice di principi etici e morali che lo aprino al futuro in una diversa relazione fra sé e il mondo. Garantisca all'uomo, ad ogni singolo individuo, sia la soddisfazione del proprio imprinting religioso che le proprie specificità culturali come patrimonio della cultura umana, ma nello stesso tempo, con altrettanta fermezza, ponga al centro dell'educazione sociale quei principi etici e morali propri delle Costituzioni occientali. Principi che devono diventare, nella società, doveri imprescindibili delle Istituzioni e ai quali i funzionari pubblici siano tenuti all'obbedienza anche legiferando pene severe (le più severe che si possano pensare) a guardia della libertà sociale. Solo con la società del diritto, trasformata in società dei doveri per le Istituzioni sociali, si può intrapprendere un diverso cammino di relazioni umane superando all'eterno conflitto imposto dall'ideologia monoteista.

Questa fu la grande novità della Rivoluzione Francese. Una rivoluzione umana che i monoteismi cancellarono dalla memoria degli Esseri Umani. La rivoluzione Francese fondò la moralità e l'etica dello Stato. Tagliando la testa al dio padrone dei cristiani mise l'uomo al centro della società. Non più suddito del dio padrone, ma cittadino che rivendica i propri diritti di felicità nei confronti della felicità che il dio padrone cristiano ha sempre negato. Uno stato che, sostituendosi al dio padrone, apre il commino alla felicità dei cittadini in contrapposizione alla sofferenza delle persone di cui tanto si compiace il dio padrone. Fermare le aggressioni criminali dei cristiani in occidente riaffermando il valore delle Costituzioni, fermerà anche l'assolutismo islamico in oriente. Al di là delle soluzioni culturali che quei cittadini adotteranno per aprirsi al futuro. Proprio per fermare l'assolutismo cristiano che favorisce l'assolutismo islamico e buddista è necessario ricordare la forza religiosa di Robespierre. Robespierre mette al centro della sua azione quella ricerca di felicità sociale che fino ad allora il cristianesimo aveva negato rinchiudendo l'uomo nel campo di sterminio della sua "città di dio"

Perché, quando gli uomini sono disperati e assettati di libertà avendo perso la via nel presente che porta ai loro possibili futuri, è sempre bene tornare alla fonte, abbeverarsi, per poter riprendere il cammino:

 

“L’uomo è nato per la felicità e la libertà e dovunque è schiavo e infelice. La società ha per scopo la conservazione dei suoi diritti e il perfezionamento della sua personalità; e dovunque la società lo degrada e lo opprime. E’ arrivato il tempo. E’ arrivato il tempo di ricordarlo ai suoi veri destinatari: i progressi ella ragione umana hanno preparato questa grande rivoluzione, spetta a voi ora in modo particolare il compito di accelerarla.

Per adempiere alla vostra missione dovete fare precisamente il contrario di ciò che è esistito prima di voi.

Fino ad ora l’arte di governare è stata l’arte di derubare e di asservire un grande numero di persone a vantaggio di un piccolo numero di persone [di una sola, il dio padrone]; e la legislazione è stata il mezzo per trasformare questi soprusi in sistema. I re e gli aristocratici hanno fatto molto bene questo mestiere; spetta ora a voi di fare il vostro, ovvero di rendere, per mezzo delle leggi, gli uomini felici e liberi.

Dare al governo la forza necessaria per ottenere che i cittadini rispettino sempre i diritti dei cittadini e che neppure il governo stesso possa violarli; ecco, a mio avviso, il doppio problema che il legislatore deve cercare di risolvere. Il primo mi sembra molto facile. Quanto al secondo, si sarebbe tentati di considerarlo insolubile se si consultassero solo gli avvenimenti passati e presenti senza risalire alle loro cause.

Percorrete la storia, troverete dappertutto i funzionari opprimere i cittadini e il governo divorare il potere. I tiranni parlano di sedizione quando il popolo osa lamentarsi di come vanno le cose, quando l’eccesso di oppressione gli restituisce la sua energia e la sua indipendenza. Piacesse a dio che potesse conservarla per sempre! Ma il regno del popolo dura un giorno; quello dei tiranni abbraccia la durata dei secoli. Dopo la rivoluzione el 14 luglio 1789 e soprattutto dopo quella del 10 agosto 1792, ho sentito parlare molto spesso di anarchia; io affermo che la malattia dei corpi politici non è l’anarchia, bensì il dispotismo e l’aristocrazia. Io trovo, qualunque cosa ne abbiano detto, che solo a partire da quest’epoca tanto calunniata abbiamo avuto un inizio di legge e di governo nonostante i torbidi che sono soltanto le ultime convulsioni della regalità moribonda e la lotta di un governo sleale contro l’eguaglianza.

L’anarchia ha regnato in Francia a partire da Clodoveo sino all’ultimo dei Capeto. Che cos’è infatti l’anarchia se non la tirannia che fa scendere dal trono la Natura e la legge per collocarvi degli uomini?

I mali della società non vengono mai dal popolo, ma dal governo. E come potrebbe essere diversamente? L’interesse del popolo è il bene pubblico; l’interesse degli uomini di potere è un interesse privato. Per essere buono il popolo non ha che da preferire sé stesso a chi non è popolo; per essere buono un magistrato deve sacrificare se stesso al popolo.

Se mi degnassi di rispondere a dei pregiudizi assurdi e barbari, osserverei che il potere e l’opulenza generano l’orgoglio e tutti i vizi; mentre il lavoro, la modestia, la povertà sono i guardiani delle virtù; che le aspirazioni dei deboli tendono alla giustizia e alla protezione di leggi benefiche, mentre le passioni dell’uomo potente lo spingono ad elevarsi sopra a leggi giuste o a crearne di tiranniche. Direi infine che la miseria dei cittadini non è altra cosa se non il delitto dei governanti. Ma pongo la base del mio sistema su un solo ragionamento.

Il governo è istituito per far rispettare la volontà generale; gli uomini che governano hanno invece una volontà individuale e sappiamo che ogni volontà tende in sé a prevalere. Ora, se essi impiegano per questo scopo la forza pubblica di cui dispongono, il governo non è che il flagello della libertà. Concludete, dunque, che il primo fine di ogni costituzione dev’essere di difendere la libertà pubblica e individuale contro il governo stesso.

E’ precisamente questo problema che i legislatori hanno dimenticato; si sono occupati tutti della potenza del governo, nessuno si è preoccupato dei mezzi per riportarlo alla sua funzione istituzionale. Hanno preso infinite precauzioni contro l’insurrezione del popolo e hanno invece incoraggiato con tutto il loro potere la risolta dei suoi rappresentanti. Ne ho già indicato le ragioni: l’ambizione, la forza e la perfidia sono stati i legislatori del mondo. Hanno asservito perfino la ragione umana depravandola e l’hanno resa complice delle misere condizioni dell’uomo. Il dispotismo ha prodotto la corruzione dei costumi e la corruzione dei costumi ha sostenuto il dispotismo. In questo stato di cose toccherà a chi ha venduto l’anima al più forte legittimare l’ingiustizia e condividere la tirannia. Allora la ragione non sarà più che follia; l’eguaglianza, anarchia; la libertà, disordine; la Natura, chimera; il ricordo dei diritti dell’umanità, rivolta. Allora ci saranno delle bastiglie e dei patiboli per la virtù, dei palazzi per la corruzione, dei tiranni e dei carri trionfali per il crimine. Allora ci saranno dei re, dei preti, dei nobili, dei borghesi, delle canaglie: ma non ci sarà più popolo, non ci saranno più uomini.

Avete visto tutto questo anche tra i legislatori, costretti dal progresso dell’informazione pubblica a rendere qualche omaggio ai princìpii. Avete visto come hanno impiegato la loro abilità per eluderli quando non si accordavano più con i loro interessi personali. Avete visto se non hanno fatto  altro che variare le forme del dispotismo e le sfumature dell’aristocrazia. Hanno fastosamente proclamato la sovranità del popolo e subito dopo l’hanno incatenato; pur riconoscendo pienamente che i governanti sono dei mandatari  li hanno trattati come dei padroni e degli idoli. Tutti si sono trovati d’accordo nel supporre il popolo insensato e ribelle e i funzionari pubblici essenzialmente saggi e virtuosi. Senza cercare degli esempi presso le nazioni straniere, ne potremmo trovare di  molto vistosi nel seno stesso della nostra rivoluzione e nella condotta delle legislature che ci hanno preceduti. Avete visto con quanto servilismo esse incensassero la regalità, con quanta imprudenza predicassero una cieca fiducia nei funzionari pubblici più corrotti, con quale insolenza avvilissero il popolo, con quale barbarie lo assassinassero. Avete visto invece da che parte stavano le virtù civiche. Ricordate i sacrifici generosi della povertà e la vergognosa avarizia dei ricchi; ricordate la sublime devozione dei soldati e i tradimenti infami dei generali; il coraggio invincibile, la generosa pazienza del popolo e il turpe egoismo, la perfidia odiosa dei suoi mandatari.

Ma non dobbiamo stupirci troppo di tante ingiustizie. Uscendo da una così profonda corruzione, come avrebbero potuto essi rispettare l’umanità, amare l’uguaglianza, credere nella virtù? Poveri sventurati! Stiamo innalzando un tempio alla libertà con le mani ancora marchiate dai ferri della schiavitù. Che cos’era la nostra precedente educazione se non una lezione continua di egoismo e di sciocca vanità? Quali erano le nostre usanze e le nostre così dette leggi se non il codice della prepotenza e dello squallore dove il disprezzo degli uomini era sottoposto a una specie di tariffa e graduato secondo regole tanto varie quanto stravaganti? Disprezzare ed essere disprezzati; arrampicarsi per dominare, di volta in volta schiavi e tiranni; ora in ginocchio davanti ad un padrone, ora calpestando il popolo sotto i piedi, quello era il nostro destino, quella era la nostra ambizione, noi tutti quanti eravamo, uomini di buona nascita, uomini di buona educazione, gente onesta, gente come si deve, uomini di legge o di finanza, uomini di toga o uomini di spada.

C’è dunque da meravigliarsi se degli stupidi mercanti, dei borghesi egoisti conservano ancora nei confronti degli artigiani quel disprezzo insolente che i nobili riservano ai borghesi e a quegli stessi mercanti? Ah che nobile orgoglio! Ah che bella educazione! Ecco perché sono stati ostacolati i grandi destini del mondo. Ecco perché il seno della patria è stato lacerato dai traditori. Ecco perché i feroci satelliti dei despoti di tutta Europa hanno distrutto le nostre messi, incendiato le nostre città, massacrato le nostre donne e i nostri bambini. E’ già stato sparso il sangue di trecentomila francesi; il sangue di altri trecentomila dovrà scorrere ancora perché il semplice operaio possa sedere al senato a fianco del ricco mercante di grano, perché l’artigiano possa votare nelle assemblee del popolo al fianco dell’illustre negoziante o del presuntuoso avvocato e perché il povero onesto e intelligente possa conservare la sua dignità di uomo in presenza del ricco imbecille e corrotto? Insensati! Che cercate dei padroni per paura di avere degli eguali, credete che i tiranni esaudiranno tutti i calcoli della vostra triste vanità, della vostra oscena cupidigia? Credete che il popolo ha conquistato la libertà, che ha versato il sangue per la patria mentre voi dormivate  su morbidi letti o cospiravate  nelle tenebre, si lascerà incatenare, affamare, sgozzare da voi?

No! Se non rispettate né l’umanità, né la giustizia, né l’onore, conservate almeno qualche cura dei vostri tesori che non hanno niente da temere se non la miseria pubblica che voi aggravate con tanta imprudenza. Ma quale argomento può commuovere degli schiavi ambiziosi? La voce della verità che tuona nei cuori corrotti somiglia  ai suoni che echeggiano nelle tombe e che non possono risvegliare i cadaveri.

Voi dunque, a cui la libertà, a cui la patria è cara, assumetevi, voi soli, il compito di salvarla; e poiché il momento in cui l’interesse incalzante della sua difesa che sembra esigere tutta la vostra attenzione, è quello stesso nel quale si sta innalzando in gran fretta l’edificio della Costituzione di un grande popolo, fondatelo almeno sulla base eterna della verità. Ponete all’inizio questa incontestabile massima: che il popolo è buono e che i suoi delegati sono corrompibili; che bisogna cercare una difesa contro il vizi e il dispotismo del governo nella virtù e nella sovranità del popolo.

Da questo principio incontestabile traiamo ora delle conseguenze pratiche, che sono le basi stesse della nostra Costituzione Libera.

Cominciate con il moderare il potere dei funzionari. Sino ad oggi i politici che hanno fatto qualche sforzo, se non per difendere la libertà, almeno per moderare la tirannia, non hanno saputo escogitare che due mezzi per raggiungere questo scopo: l’equilibrio trai poteri e il tribunato.

Quanto all’equilibrio tra i poteri, noi siamo stati vittime di questa illusione in un tempo in cui la moda sembrava esigere da noi questo omaggio ai nostri vicini, un tempo in cui l’eccesso della nostra personale degradazione ci spingeva ad ammirare tutte le istituzioni straniere che ci offrivano qualche pallida immagine della libertà. Ma se si riflette solo un momento ci si accorge che questo equilibrio non è che una chimera o un flagello che supporrebbe la nullità completa del governo se non conducesse, invece, senza scampo a una lega dei poteri rivali contro il popolo. E’ chiaro infatti che essi preferirebbero accordarsi fra loro anziché appellarsi al sovrano per decidere della loro causa.

Ne è testimone l’Inghilterra dove l’oro e il potere del monarca fanno costantemente pendere la bilancia dalla stessa parte, dove lo stesso partito d’opposizione sollecita, di tanto in tanto, la riforma della rappresentanza nazionale solo per allontanarla, d’accordo con la maggioranza che apparentemente combatte. Una specie di governo mostruoso dove le virtù pubbliche non sono che una scandalosa parata, dove la legge consacra il dispotismo, dove i diritti del popolo sono oggetto di un aperto mercato, dove la corruzione è priva del freno stesso del pudore.

Ma che ci importa delle combinazioni che bilanciano il potere dei tiranni? E’ la tirannia che bisogna estirpare; non è nelle liti tra i loro padroni che i popoli devono cercare il sollievo di respirare per qualche istante. E’ nella loro stessa forza che deve essere posta la garanzia dei loro diritti.

Per la stessa ragione io non sono un sostenitore dell’istituzione del Tribunato; la storia non mi ha insegnato a rispettarlo. Io non affido la difesa di una causa tanto grande a degli uomini deboli e comprabili. La protezione dei tribuni presuppone la schiavitù del popolo. Non mi piace che il popolo romano si ritiri sul Monte Sacro per chiedere dei protettori a un Senato dispotico e a dei Patrizi insolenti; voglio che resti a Roma e che ne scacci tutti i suoi tiranni. Io odio quanto gli stessi patrizi e disprezzo molto di più questi tribuni ambiziosi, questi vili mandatari del popolo, che vendono ai grandi di Roma i loro discorsi e i loro silenzi; che qualche volta l’hanno difeso solo per commerciare la sua libertà con i suoi oppressori.

Uno solo è il tribuno del popolo che io posso accettare, è il popolo stesso. E’ a ciascuna sezione della Repubblica francese che io rinvio il potere tribunizio; ed è facile organizzarlo tenendolo egualmente lontano dalle tempeste della democrazia assoluta e dalla perfida tranquillità del dispotismo rappresentativo.

Ma prima di costruire le dighe che devono difendere la libertà pubblica dagli eccessi dei poteri dei Ministri, cominciamo a ridurlo entro giusti limiti.

1° - una prima regola per raggiungere questo scopo è che la durata del loro potere sia corta, applicando questo principio soprattutto a quelli la cui autorità è più estesa.

2° - che nessuno possa esercitare contemporaneamente più magistrature;

3° - che il potere sia diviso: è meglio moltiplicare i funzionari pubblici che affidare ad alcuni un’autorità troppo pericolosa;

4° - che il potere legislativo e l’esecutivo siano separati con cura;

5° - che le diverse branche dell’esecutivo siano a loro volta il più possibile distinte, secondo la natura stessa degli affari, ed affidate a mani diverse.

 

Uno dei difetti più gravi dell’amministrazione attuale è l’estensione troppo ampia di ciascun dipartimento ministeriale in cui sono stipate diverse branche dell’amministrazione, di natura molto diversa fra loro

Il Ministero dell’Interno, soprattutto, così come ci si è ostinati fin ora a conservarlo, provvisoriamente, è un mostro politico che avrebbe, provvisoriamente, divorato la nascente repubblica se la forza dello spirito pubblico animato dalla rivoluzione, non l’avesse difesa contro i vizi dell’istituzione e contro quelli degli individui.

Del resto se non riuscirete ad impedire che i depositari del potere esecutivo siamo dei magistrati molto potenti, allontanate, almeno, da loro ogni autorità e ogni influenza estranea alle loro funzioni.

Non permettete che per tutta la durata della loro carica essi assistano e votino nelle assemblee di popolo; applicate la stessa regola per i funzionari pubblici in generale. Tenete lontano dalle loro mani il tesoro pubblico e consegnatelo invece a dei depositari e custodi che non possano partecipare ad alcuna altra specie di autorità.

Nei dipartimenti lasciate nella mani del popolo quella porzione di tributi pubblici che non sarà necessario versare alla cassa generale; e che le spese siano pagate sul luogo ogni volta che sia possibile.

Guardatevi bene dal consegnare a quelli che governano, delle somme straordinarie con qualsiasi pretesto vi vengano richieste particolarmente col pretesto di formare l’opinione pubblica.

Tutte le manipolazioni dell’opinione pubblica non producono che veleni; noi ne abbiamo fatto di recente crudele esperienza e il primo saggio di questo stravagante sistema non ci può inspirare una gran fiducia nei suoi inventori. Tenete sempre presente che spetta all’opinione pubblica di giudicare gli uomini di governo e non a questi di costruire e dominare l’opinione pubblica.

Ma c’è un mezzo generale e non meno salutare per diminuire il potere dei governanti a vantaggio della libertà e della felicità dei popoli. Esso consiste nell’applicazione di questa massima, enunciata nella dichiarazione dei diritti che io vi ho proposto: “La legge può vietare soltanto ciò che nuove alla società; essa può imporre soltanto ciò che le è utile”.

Fuggite l’antica mania dei governanti di voler troppo governare; lasciate agli individui, lasciate alle famiglie il diritto di fare ciò che non porta danno agli altri; lasciate i comuni di regolare da soli i loro affari in ogni campo che non riguardi essenzialmente l’amministrazione generale della Repubblica. In una parola: restituite alla libertà individuale tutto ciò che non appartiene per natura all’autorità pubblica e avrete, con ciò, lasciato molto minor spazio all’ambizione e all’arbitrio.

Rispettate soprattutto l’autorità del popolo sovrano nelle assemblee primarie. Ad esempio, sopprimendo quell’enorme codice che intralcia e annulla il diritto di votare col pretesto di regolarlo, priverete di armi molto pericolose l’intrigo e il dispotismo dei direttori e delle legislature, così come, semplificando il codice civile, abbattendo la feudalità, le decime e tutto il gotico edificio del diritto canonico è stato notevolmente ristretto il dominio del dispotismo giudiziario. Ma per quanto siano utili tutte queste precauzioni non avete ancora fatto nulla se non ostacolerete la seconda parte di abuso che ho indicato, cioè l’indipendenza del governo.

La costituzione deve preoccuparsi soprattutto di sottomettere i funzionari pubblici ad un’ampissima responsabilità ponendoli alla reale dipendenza non di singoli individui, ma del popolo sovrano.

Chi non dipende dagli uomini diventa ben presto indipendente dai suoi doveri e l’impunità è la madre, la salvaguardia del crimine mentre il popolo, di cui si ha paura, continua ad essere in catene.

Ci sono due specie di responsabilità, una che possiamo chiamare morale e l’altra fisica.

La prima riguarda principalmente la pubblicità; ma è sufficiente che la Costituzione assicuri la pubblicità delle operazioni o delle deliberazioni del governo? No, bisogna darle ancora tutta l’estensione possibile. La nazione intera ha il diritto ad essere informata sulla condotta dei suoi mandatari. Bisognerebbe – se fosse possibile – che l’assemblea dei delegati deliberasse in presenza di tutti i francesi. Il luogo delle sedute del corpo legislativo dovrebbe essere un edificio fastoso e maestoso, aperto a dodicimila persone. Sotto gli occhi di un così gran numero di testimoni né la corruzione, né l’intrigo, né la perfidia oserebbero mostrarsi; sarebbe consultata la sola volontà generale; sarebbe ascoltata  solo la voce della ragione e dell’interesse pubblico. Ma l’ammissione di solo qualche centinaio di spettatori, stipati in un locale stretto e scomodo, offre una pubblicità proporzionata all’immensità della nazione? Soprattutto quando una folla di operai comprati intimorisce il corpo legislativo per bloccare o alterare la verità mediante resoconti falsi che poi vengono diffusi in tutta la repubblica? Che succederebbe se i deputati stessi trascurassero la piccola parte di pubblico presente; se tendessero a classificare gli uomini in due specie differenti, gli abitanti del loro collegio elettorale e tutti gli altri, se denunciassero continuamente i testimoni della loro condotta ai lettori dei loro pamphlets per rendere la pubblicità non solo inutile, ma addirittura funesta alla libertà?

Gli uomini superficiali non si renderanno mai conto di quanto sia stata grande l’influenza del locale che ha ospitato il corpo legislativo, né i furfanti non lo ammetteranno mai. Ma i consapevoli amici del bene pubblico hanno visto con indignazione che la prima legislatura, dopo aver invocato l’attenzione pubblica attorno a sé per resistere alla corte, ha cominciato a sfuggirla con tutti i mezzi quando ha voluto allearsi alla Corte contro il popolo; che, dopo essersi praticamente nascosta all’Arcivescovado per approvare la legge marziale, s’è rinchiusa dentro al Maneggio, circondandosi di baionette, per ordinare il massacro dei migliori cittadini al Campo di Marte, salvare lo spergiuro Luigi e minare i fondamenti della libertà. I suoi successori si sono ben guardati dall’uscirne; i re e i funzionari di polizia regi avevano fatto costruire in pochi giorni una magnifica sala  dell’Opera e, a vergogna della ragione umana, sono passati quattro anni prima che si preparasse una nuova sede per la rappresentanza nazionale. Ma che dico, quella in cui essa si accinge ad entrare è più favorevole alla pubblicità dei lavori e più degna della nazione? No; tutti gli osservatori si sono accorti che è stata sistemata con notevole intelligenza dallo stesso spirito dell’intrigo, sotto gli auspici di un ministro perverso, per sottrarre i mandatari alla vista del popolo. In questo senso son stati, anzi, fatti addirittura dei prodigi: si è finalmente trovato, dopo tante ricerche, il segreto per escludere il pubblico pur ammettendolo; che esso possa assistere alle sedute, ma che non possa sentire nulla, se non nel piccolo spazio riservato alle persone come si deve e ai giornalisti; che sia, insomma, allo stesso tempo presente e assente. I poteri si meraviglieranno dell’indifferenza con cui una grande nazione ha sopportato così a lungo le sporche e grossolane manovre che compromettevano la sua dignità, la sua libertà e la sua sicurezza.

Quanto a me, penso che la Costituzione non debba limitarsi ad ordinare che le sedute del corpo legislativo e delle autorità costituite siano pubbliche, ma che debba preoccuparsi anche dei mezzi per garantire la massima pubblicità; che debba impedire ai mandatari di influire sulla composizione dell’uditorio e di ridurre arbitrariamente l’estensione dello spazio riservato al popolo. Essa deve tener presente che il corpo legislativo risiede in seno ad un’immensa popolazione e delibera sotto gli occhi di una infinita moltitudine di cittadini.

Il principio della responsabilità morale esige ancora che gli agenti del governo, a scadenze determinate e assai ravvicinate rendano conti esatti e circostanziati della loro gestione; che questi conti siano resi pubblici attraverso la stampa e sottoposti al controllo di tutti i cittadini, che siano inviati, perciò, a tutti i dipartimenti a tutte le amministrazioni e a tutti i comuni.

A sostegno della responsabilità morale si deve allargare la responsabilità fisica che è, in ultima analisi, la più sicura guardiana della libertà e consiste nella punizione dei funzionari pubblici prevaricatori.

Un popolo i cui mandatari non debbono rendere conto a nessuno della loro gestione, non ha una Costituzione. Un popolo i cui mandatari devono rendere conto della loro gestione solo a degli altri mandatari inviolabili, non ha una Costituzione. Dipende da questi, infatti, di tradirlo impunemente o di lasciarlo tradire da altri. Se è questo il senso che si attribuisce al governo rappresentativo, confesso che faccio miei tutti gli anatemi pronunciati contro di esso da Gian Giacomo Rousseau. Del resto questa espressione come molte altre ha bisogno di essere spiegata; o piuttosto invece di definire il governo francese è molto più importante costituirlo.

In ogni Stato Libero i delitti pubblici dei magistrati debbono essere puniti tanto severamente e facilmente quanto i delitti privati dei cittadini e il potere di reprimere gli attentati del governo deve ritornare al popolo sovrano.

Io so che il popolo non può esercitare di continuo le funzione di giudice. Non è questo che voglio; ma voglio ancora meno che i suoi delegati siano dei despoti al di sopra delle leggi. Si può risolvere il problema che segnalo con delle misure semplici di cui vi espongo ora la teoria.

1°) – Io voglio che tutti i funzionari pubblici, eletti dal popolo, possano essere da lui revocati, nelle forme che saranno stabilite, senz’altro motivo che il diritto imprescrittibile che gli appartiene di revocare i suoi mandatari.

2°) – E’ naturale che il corpo incaricato di fare le leggi sorvegli coloro che sono incaricati di farle eseguire. I membri degli uffici esecutivi saranno perciò tenuti a rendere conto della loro gestione al corpo legislativo. In caso di prevaricazione esso, però, non potrà punirli, perché non si deve concedergli questo mezzo di impadronirsi del potere esecutivo, ma li accuserà davanti ad un tribunale popolare la cui unica funzione sarà di giudicare le prevaricazioni dei funzionari pubblici. I membri del corpo legislativo non potranno essere perseguitati da questo tribunale a motivo delle opinioni che abbiano manifestato nelle assemblee, ma soltanto per fatti positivi di corruzione e di tradimento di cui potessero essere accusati. I delitti ordinari che dovessero commettere sarebbero di competenza dei tribunali ordinari.

Allo scadere delle loro funzioni, i membri della legislatura e gli agenti o i ministri dell’esecutivo potranno essere deferiti al giudizio solenne dei loro committenti. Il popolo dichiarerà semplicemente se essi hanno conservato o perduto la sua fiducia. Il giudizio negativo comporterà l’interdizione a ricoprire qualunque ulteriore funzione. Il popolo non emetterà pene più gravi e, se i mandatari si saranno resi colpevoli di qualche delitto particolare e formale potrà rinviarli davanti al tribunale costituito per punirli.

Queste disposizioni si applicheranno egualmente ai membri del tribunale popolare.

Per quanto sia necessario controllare i magistrati, non è meno importante sceglierli bene. E’ su questa doppia base che si deve fondare la libertà. Tenete presente che, nel governo rappresentativo, nessuna norma Costituzionale è tanto importante quanto quelle che garantiscono la correttezza delle elezioni.

Qui io vedo diffondersi delle tesi profondamente sbagliate; qui mi accorgo che si dimenticano i primi principi del buon senso e della libertà per inseguire delle vane astrazioni metafisiche. Per esempio, si vuole che l’elezione di ogni singolo funzionario pubblico avvenga mediante votazione in tutto il territorio della Repubblica così che l’uomo di meriti e di virtù conosciuto solo nella contrada in cui abita non possa essere chiamato a rappresentare i suoi compatrioti mentre i ciarlatani famosi, che non sono sempre i migliori cittadini né gli uomini più illuminati, o gli intriganti sostenuti da un partito che domina in tutta la repubblica, siano perpetuamente ed esclusivamente i necessari rappresentanti del popolo francese.

Ma, nello stesso tempo, si incatena il popolo sovrano con delle regole tiranniche; dappertutto lo si disgusta e si allontanano i sanculotti con complicate formalità. Che dico? Si cacciano via affamandoli perché non ci si sogna neppure di indennizzarli del tempo che essi sottraggono al sostentamento delle loro famiglie per consacrarlo agli affari pubblici.

Ecco, dunque, i princìpi a difesa della libertà che la Costituzione deve mantenere. Tutto il resto non è che ciarlataneria, intrigo e dispotismo. Fate in modo che il popolo possa assistere alle assemblee pubbliche; perché lui solo è il sostegno della libertà e della giustizia; gli aristocratici e gli intriganti ne sono il flagello.

Che importa che la legge renda un omaggio ipocrita alla eguaglianza dei diritti se la più imperiosa di tutte le leggi, la necessità, costringe la parte più sana e numerosa del popolo, a rinunciarvi? Che la patria indennizzi l’uomo che vive del suo lavoro quando assiste alle assemblee pubbliche; che essa stipendii, per la stessa ragione, in modo proporzionato tutti i funzionari pubblici; che le regole delle elezioni e le forme delle deliberazioni siano le più semplici, più abbreviate possibile, che tutte le date delle assemblee siano fissate nelle epoche più comode per la parte lavoratrice della nazione.

Che si deliberi a voce alta; la pubblicità è il sostegno della virtù, la salvaguardia della verità, il terrore del delitto, il flagello dell’intrigo. Lasciate le tenebre e lo scrutinio segreto ai criminali e agli schiavi. Gli uomini liberi vogliono che il popolo sia testimone dei loro pensieri. Questo metodo forma i cittadini e le virtù repubblicane. Esso conviene ad un popolo che ha appena conquistato la libertà e che combatte per difenderla.  Quando cessa di convenirgli, la repubblica non esiste più.

Per giunta, ripeto, che il popolo nelle assemblee sia completamente libero:  la Costituzione può stabilire solo queste regole generali, necessarie per bandire l’intrigo e mantenere la libertà; ogni altro impaccio è solo un attentato alla sua sovranità.

Soprattutto che nessuna autorità costituita si immischi mai nel suo ordine interno, o nelle se deliberazioni.

Con ciò avrete risolto il problema, ancora incerto, dell’economia popolare collocando nella virtù del popolo e nella sua autorità di sovrano il contrappeso necessario alle ambizioni dei funzionari e ala tendenza dei giovani alla tirannia.

Non dimenticate, del resto, che la solidità stessa della Costituzione si basa su tutte le istituzioni, su tutte le leggi particolari di un popolo; comunque si voglia chiamarle, essa si basa sulla bontà dei costumi e sulla conoscenza profonda dei diritti sacri dell’uomo. La Dichiarazione dei Diritti è la Costituzione di tutti i popoli; le altre leggi sono per loro natura mutevoli e subordinate a quella. Che essa sia sempre presente a tutti gli spiriti, che splenda all’inizio del vostro codice di diritto costituzionale; che il primo articolo di questo codice sia la garanzia formale di tutti i diritti dell’uomo. Che il secondo dichiari che qualsiasi legge che li ferisca è tirannica e nulla; che essa Dichiarazione sia portata con solennità nelle vostre cerimonie pubbliche, che colpisca lo sguardo del popolo in tutte le sue assemblee, in tutti i luoghi dove risiedono i suoi mandatari, che sia scritta sui muri delle nostre case; che sia il primo insegnamento dato dai padri ai loro figli.

Mi si domanderà forse in che modo, con delle precauzioni tanto sicure contro i magistrati, io possa assicurare l’obbedienza alle leggi e al governo. Rispondo che io l’assicuro abbondantemente proprio per quelle stesse precauzioni.  Rendo alle leggi e al governo tutta la forza che sottraggo ai vizi degli uomini che governano e che fanno le leggi.

Il rispetto che ispira il magistrato dipende molto di più dal rispetto che egli stesso porta alle leggi che dal potere ce usurpa; e la potenza delle leggi sta molto meno nella forza militare che la sostiene che la loro concordanza con i principi della giustizia e con la volontà generale.

Quando una legge ha per principio l’interesse pubblico, essa ha il popolo stesso come sostegno e la sua forza è la forza di tutti i cittadini di cui essa è l’opera e la proprietà. La volontà generale e la forza pubblica hanno un’origine comune. La forza pubblica è per il corpo politico ciò che per il corpo umano è il braccio che esegue spontaneamente ciò che la volontà comanda e respinge tutti gli oggetti che possono minacciare il cuore o la testa.

Quando la forza pubblica non fa che secondare la volontà generale, lo Stato è libero e pacifico; quando la contraria, lo Stato è asservito e in tumulto.

La forza pubblica è in contraddizione con la volontà generale in due casi: o quando la legge non corrisponde alla volontà generale; o quando il magistrato la usa per violare la legge. Ed è questa l’orribile anarchia che i tiranni hanno imposta in tutte le epoche con i nomi di tranquillità, di ordine pubblico, di legislazione e di governo: tutta la loro abilità consiste nell’isolare e reprimere con la forza i cittadini per asservirli ai loro odiosi capricci che abbelliscono con il nome di legge. Legislatori, fate delle leggi giuste; magistrati, fatele eseguire religiosamente ; che sia qui tutto il vostro impegno politico e offrirete al mondo uno spettacolo sconosciuto: quello di un grande popolo libero e virtuoso.

 

Art. 1 – La Costituzione garantisce a tutti i Francesi i diritti imprescrittibili dell’uomo e del cittadino enunciati nella precedente dichiarazione.

 

Art. 2 – Essa dichiara tirannico e nullo qualsiasi atto legislativo o di governo che li violi.

 

Art. 3 – La Costituzione Francese riconosce come solo governo legittimo quello repubblicano, né altra repubblica se non quella fondata sulla libertà e sull’uguaglianza.

 

Art. 4 – La Repubblica Francese è una e indivisibile.

 

Art. 5 – La sovranità risiede esclusivamente nel Popolo Francese. Tutti i funzionari pubblici sono i suoi mandatari; esso li può revocare nello stesso modo in cui li ha eletti.

 

Art. 6 – La Costituzione non riconosce altro potere che quello del popolo sovrano. Le diverse porzioni di autorità esercitate dai singoli magistrati non sono che funzioni pubbliche che esso delega loro per il vantaggio comune.

 

Art. 7 – La popolosità e l’estensione della Repubblica costringono il popolo Francese, per esercitare la propria sovranità, a dividersi in sezioni; ma i suoi diritti non sono né meno reali né meno sacri che se deliberasse al completo, in un’assemblea unica.

Di conseguenza nessuna sezione del (popolo) sovrano può essere sottomessa né influenzata, né agli ordini di alcuna autorità costituita e i mandatari che attentino sia alla libertà, sia alla sicurezza, sia alla dignità di una porzione del popolo sono colpevoli di ribellione contro il popolo intero.

 

Art. 8 – Affinché l’ineguaglianza dei beni non distrugga l’uguaglianza dei diritti, la Costituzione vuole che i cittadini che vivono del loro lavoro siano indennizzati per il tempo che consacrano agli affari pubblici nelle assemblee del popolo dove la legge li chiama.

 

Art. 9 – La durata delle funzioni dei mandatari del popolo non può eccedere i due anni.

 

Art. 10 – Nessuno può esercitare contemporaneamente due incarichi pubblici.

 

Art. 11 – Le funzioni esecutive, le funzioni legislative e le funzioni giudiziarie sono separate.

 

Art. 12 – La Costituzione non vuole che la legge ostacoli la libertà individuale se non a vantaggio del bene pubblico; essa lascia ai cittadini comuni il diritto di regolare i loro affari in ogni campo che non riguardi l’amministrazione generale della Repubblica.

 

Art. 13 – Le deliberazioni dei corpi legislativi e di tutte le autorità costituite saranno rese in pubblico; la Costituzione esige la massima pubblicità possibile. Il corpo legislativo deve tenere le sue sedute in un luogo in cui possano trovare posto dodicimila spettatori.

 

Art. 14 – Ogni funzionario pubblico è responsabile nei confronti del popolo.

 

Art. 15 – Sarà istituito un tribunale con l’unica funzione di giudicare delle loro prevaricazioni.

 

Art. 16 – I membri del corpo legislativo non potranno essere perseguiti da nessun tribunale costituito a causa delle opinioni che avranno espresso nell’assemblea: ma allo scadere delle loro funzioni la loro condotta sarà solennemente giudicata dal popolo che li aveva eletti. Il popolo si pronuncerà soltanto su questo punto: questo cittadino ha corrisposto o no alla fiducia di cui il popolo lo aveva onorato?

 

Art. 17 – I fatti concreti di corruzione e di tradimento che potessero essere imputati ai funzionari pubblici, di cui si è parlato nei due articoli precedenti, saranno giudicati dal tribunale popolare  e i loro delitti privati dai tribunali ordinari.

 

Art. 18 – Tutti i membri del corpo legislativo e tutti i membri degli uffici esecutivi saranno tenuti a rendere conto delle loro ricchezze entro due anni dallo spirare della loro carica.

 

Art. 19 – Quando i diritti del popolo siano violati da un atto legislativo o esecutivo, ogni dipartimento potrà deferire l’esame al resto della Repubblica; e nel termine che sarà stabilito, le assemblee primarie si riuniranno per manifestare la loro opinione su questo punto.

 

Art. 20 – La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino sarà collocata nella posizione più in vista nei luoghi in cui le autorità costituite terranno le loro sedute; sarà portata, in forma solenne, in tute le cerimonie pubbliche  e costituirà il primo oggetto dell’istruzione pubblica.

 

 

 

Massimiliano Robespierre 10 maggio 1793

(Tratto da “La scalata al cielo” a cura di Mario A. Cattaneo edizioni Essedue)

 

Nello scrivere questo:

“La Dichiarazione dei Diritti è la Costituzione di tutti i popoli; le altre leggi sono per loro natura mutevoli e subordinate a quella. Che essa sia sempre presente a tutti gli spiriti, che splenda all’inizio del vostro codice di diritto costituzionale; che il primo articolo di questo codice sia la garanzia formale di tutti i diritti dell’uomo. Che il secondo dichiari che qualsiasi legge che li ferisca è tirannica e nulla; che essa Dichiarazione sia portata con solennità nelle vostre cerimonie pubbliche, che colpisca lo sguardo del popolo in tutte le sue assemblee, in tutti i luoghi dove risiedono i suoi mandatari, che sia scritta sui muri delle nostre case; che sia il primo insegnamento dato dai padri ai loro figli.”

 

Robespierre conosceva perfettamente le tecniche di manipolazione mentale infantile inventate dagli ebrei (ai quali, fra l’altro, riconobbe i diritti di cittadini della repubblica insistendo per il diritto di voto che i cattolici hanno sempre negato loro) e perfezionate dai cattolici al fine di assicurarsi e perpetuare il loro potere mediante la coercizione emotiva ( Deuteronomio 6, 4-9). Appare evidente come Robespierre abbia individuato nello sradicamento emotivo della coercizione cristiana l’unica possibilità per la quale i principi di Libertà potevano affermarsi nella società. Solo che Robespierre comprende un’altro aspetto: la coercizione emotiva cristiana non si può semplicemente negare, perché la coercizione emotiva cristiana si innesta nella struttura percettiva dell’uomo fin dalla primissima infanzia ed è la necessità della formazione, nella prima infanzia, dello schema generale attraverso il quale l’individuo costruisce le relazioni con il mondo per tutta la sua vita. Era necessario sostituirla con principi diversi che costruissero un diverso schema emotivo di relazione con il mondo. Un diverso modo di vivere e di partecipare al mondo, quello che Umberto Galimberti chiamerà: “abitare il mondo”.

E’ la vera questione, il vero problema delle Democrazie occidentali: l’aver abbandonato l’infanzia alla coercizione criminale cristiana. Sottrarre i bambini dal complesso dei diritti che le Costituzioni occidentali garantiscono loro per permettere ai cristiani di stuprarli emotivamente affinché siano menomati e impossibilitati a rivendicare il loro essere portatori di diritti, ma siano spinti ad identificarsi col delirio di onnipotenza del loro dio padrone.

Così, anziché andare incontro all’altro come persona, il cristianesimo impone di andare verso l’altro come fosse un oggetto da conquistare, sottomettere, per soddisfare il proprio delirio di onnipotenza: e questa stessa patologia caratterizza ebrei e musulmani.

Per questo motivo va onorato Robespierre per quanto i cattolici lo hanno diffamato solo per il fatto che ha osato tagliare la testa all’assolutismo del loro dio padrone.

Tornando all’origine della fonte dei diritti moderni, chiudo l’analisi sulle relazioni al Convegno di Studi su “Diritti umani e religioni: il ruolo della libertà religiosa” tenuto a Venezia il 4-6 dicembre 2008.

Marghera, 24 dicembre 2008

 

 

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

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